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1959 Fa Cup Final: il “Players’ pool”

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Torniamo a Gary Imlach e al suo My Father and Other Working-Class Football Heroes, per occuparci questa volta del periodo immediatamente precedente alla finale; in particolare, soprattutto, del modo in cui i giocatori del Forest cercarono di arrotondare il loro magro stipendio con qualche piccola trovata imprenditoriale, come vedremo, più o meno lecita.

È un gustoso quadretto d’epoca (anche se a tratti tragico), in cui le ultime onde di povertà e di austerità provenienti direttamente dal dopoguerra andavano a morire sulle scogliere di un incipiente e generalizzato benessere: se nel 1959 i giornali si dividevano ancora tra i trasferimenti dei giocatori e la fine del razionamento del burro, i giocatori guadagnavano £15 a settimana, le squadre eliminate in semifinale licenziavano i giocatori come se fossero aziende in crisi, e il bagarinaggio era l’attività più lucrativa per chi riusciva a portare la sua squadra agli ultimi turni di FA Cup, dieci anni più tardi George Best, con i suoi ingaggi e con il suo stile di vita, metterà definitivamente fine all’appartenenza di giocatori di calcio e tifosi della working-class alla medesima comunità, e darà il via a una nuova identificazione, che prosegue tutt’ora: quella tra i calciatori e le stelle del rock e della musica pop.

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IL PLAYER’S POOL

Nell’aprile del 1959, poco dopo che il Forest ebbe battuto l’Aston Villa in semifinale, Billy Walker fu invitato come oratore ospite a un incontro di uomini d’affari di Nottingham. Sul punto di disputare la sua seconda finale di FA Cup da manager – incredibilmente, ventiquattro anni dopo la prima con lo Sheffield Wednesday – era stato invitato a parlare sui segreti del successo nella gestione del patrimonio umano, probabilmente; o sul segreto della sua longevità professionale, cose così, insomma.

Ma, soprattutto, quale che fosse il tema originario della conferenza, ebbe molto da dire, immagino, sul fatto che la Players’ Union [Allora in lotta per rivedere i massimali degli stipendi, NDT] avesse descritto i sui affiliati come degli “schiavi”. I sui giocatori, disse, erano vestiti meglio di lui, anzi, meglio vestiti dei membri del Comitato che gestiva il Club. Sedici di loro possedevano un’automobile. “Una settimana fa”, disse agli uomini di affari, “la maggior parte dei nostri ‘schiavi’ ha ricevuto 38 sterline in un’unica busta paga”.

Questa frase consegnò al Daily Express il titolo della pagina sportiva: “GLI SCHIAVI DEL FOREST VANNO IN MACCHINA A PRENDERE £38”. E può persino darsi che Billy Walker abbia sottostimato di una sterlina la sua indignazione. La stagione precedente la paga massima era passata a 20 sterline alla settimana, anche se non per tutto l’anno, come i giocatori si sarebbero aspettati [ma solo per la stagione agonistica], e il bonus per una vittoria era salito a 4 sterline. Due giorni dopo aver battuto il Villa, il Forest ne aveva messi cinque al Preston North End fuori casa, in una partita di campionato. Oltre alla paga normale e ai premi vittoria, bisognava sommare il premio per la conquista della finale di Coppa, 15 sterline, per un totale complessivo, dunque, di 39 sterline.

In ogni caso, fu un’interessante scelta di argomento per un manager la cui squadra stava a qualche settimana di distanza dalla partita più importante della sua storia. Gli esempi che, secondo lui, avrebbero dovuto dar conto della loro favolosa ricchezza dei giocatori la dicevano lunga: bei vestiti e automobili. Erano cose di cui sia lui sia i membri del Comitato avevano goduto per anni, e che davano per scontate. La sua paga era il doppio della loro.

Nell’Inghilterra classista di quegli anni, Billy Walker non stava accusando i giocatori di godere di una ricchezza al di là di ogni più bieco sogno di avarizia, ma, piuttosto, del fatto di godere di una ricchezza che andava al di là del loro status sociale. In un altro articolo dello stesso giornale, un membro dell’FA Council accusava i giocatori inglesi di “viaggiare nelle carrozze di prima classe dei treni, le stesse in cui viaggiavano gli ufficiali dell’Esercito”. E Mel Charles, fratello di John, era stato coperto di ingiurie per aver cercato di usare un agente per trattare il suo trasferimento dallo Swansea. Il Presidente della Football League, Joe Richards, aveva definito il tentativo di Charles “un affare vomitevole”, e aveva garantito che l’agente non sarebbe stato riconosciuto da nessun club.

Non ci fu nessuna risposta pubblica da parte dei giocatori del Forest alle esternazioni di Wright. Del resto, non avevano alcun bisogno di giustificare paghe perfettamente in linea con i massimali imposti dalla Lega. E, d’altra parte, sapevano benissimo le ragioni della sua irritazione. Dopo la semifinale, il manager aveva preso con sé i giocatori per qualche giorno, per una vacanza in un hotel di Blackpool. Aveva organizzato una riunione, e aveva proposto di fare loro da agente per tutte le opportunità commerciali che fossero occorse da lì alla loro partecipazione alla Finale. I giocatori avevano rifiutato.

“Voglio dire, Billy Walker era il tipo di persona che prima di arrivare alla stazione per le partite in trasferta passava a chiederti mezza corona per il facchino, e le prime due o tre volte era capace che ci cascavi anche. Poi cominciavi tu a tampinarlo per avere indietro le tue mezze corone”. Dal momento che era uno dei due giocatori della squadra con una medaglia conquistata tra i senior, l’opinione di Chic Thomson contava un sacco, da gli altri giocatori, ma pare che il No alla proposta di Wright fosse stato unanime.

“Beh, era un simpatico truffatore,” mi disse Johnny Quigley, l’interno destro di Glasgow, “un adorabile furfante, ma ti assicuro che se avessimo accettato non ci sarebbe rimasto in tasca molto”.

I giocatori misero su il loro pool, fecero delle foto con la maglia della squadra davanti al carro per le consegne della birreria locale, — The Two Popular Favourites — parteciparono a inaugurazioni, organizzarono un “ballo dei giocatori del Forest”. Jeff Whitefoot, l’unico a avere avuto esperienza in un grande club, il Manchester United, fu incaricato di andare in giro a cercare occasioni di guadagno. Jack Burkitt e Chic si occupavano della tesoreria, e distribuivano gli assegni.

“Mi ricordo ancora del ballo organizzato prima della finale. Jeff Whitefoot andava a vendere i biglietti porta a porta, una cosa mai vista, ma alla fin fine non è che abbiamo tirato su molto. Allo United, in quelle squadre lì, insomma, avrebbero fatto su molti più soldi; poi ci fu un’altra battaglia con Mr Walker, perché non gli demmo la sua parte.”

Se i giocatori avessero avuto bisogno di qualche giustificazione per i loro tentativi di guadagnare autonomamente qualche soldo in più, ne avrebbero trovate in abbondanza leggendo la cronaca sportiva dei quotidiani di quei giorni: nove giorni dopo la sconfitta in semifinale di Coppa contro il Forest, l’Aston Villa annunciò il licenziamento di sedici giocatori. Più di mezza squadra era di troppo, e sarebbe stata sfoltita alla fine della stagione, dal momento che, invece, di denaro di troppo non ne era entrato. La partecipazione a una finale di Coppa avrebbe potuto salvare la stagione del Villa, e anche il posto di lavoro almeno a alcuni giocatori.

Se il ballo dei giocatori può essere classificato come folklore, in quei giorni si accesero preoccupazioni molto più serie. Mio padre e i suoi compagni di squadra dovettero sottoporsi ai test per la polio, insieme ai membri di un’altra mezza dozzina di squadre che avevano giocato contro il Birmingham City nelle precedenti sei settimane. Il terzino destro del Birmingham e della nazionale inglese, Jeff Hall, si era ammalato gravemente, e giaceva in ospedale in fin di vita. Ci furono anche voci sul fatto che si sarebbero posticipate le partite di Pasqua. Mio padre aveva giocato tre volte in nove giorni contro Hall, che era giusto il suo avversario diretto, proprio in FA Cup: due pareggi e un 5-0 per il Forest nel secondo replay.

I test furono tutti negativi, ma le caratteristiche di brevità e di incertezza della carriera da calciatore divennero paurosamente evidenti. La polio era rarissima, ma le gambe rotte e i legamenti spezzati erano cose di ogni settimana. Jeff Hall morì due settimane dopo il suo ricovero in ospedale.

Fu proprio la morte di Hall, tra l’altro, a dare il colpo decisivo al dibattito sull’opportunità del vaccino antipolio generalizzato e obbligatorio in Gran Bretagna. Dopo la sua morte, e dopo l’appello in tal senso della sua vedova, Dawn, la richiesta di vaccinazione — che era già disponibile — aumentò in maniera esponenziale, fino a arrivare all’obbligatorietà pochi anni dopo.

Nessuno si ricorda più, ora, quanti soldi vennero dal pool organizzato dai giocatori. Quale che sia stata la somma, Billy Walker non ebbe la sua percentuale da “agente”. Il 16 aprile, tre settimane prima della finale, il manager convocò i suoi giocatori per un altro incontro, e subito dopo rilasciò una dichiarazione pubblica: “Tutte le attività di raccolta di fondi, da questo momento in poi, sono sospese. Dobbiamo tornare a pensare al football e a nient’altro che al football prima della finale. Il soccer non dovrà più essere un’attività collaterale. I giocatori sono troppo stanchi, a causa dei loro impegni estranei al gioco, bisogna finirla”. Era vero che il Forest aveva avuto un calo di forma, ma nessuno al club credeva che quello fosse il vero motivo per il nuovo divieto imposto dal manager.

Nei giornali, i giocatori cominciarono a essere descritti come un branco di imbroglioni d’alto bordo, ma non per la faccenda del pool, dei balli di raccolta fondi, e nemmeno per la pubblicità al birrificio locale. La ragione dello sdegno fu la vendita dei biglietti della partita.

Approfittarsi della scarsità di un bene per venderlo sottobanco a prezzo maggiorato era un’azione che per i tifosi di calcio appartenenti alla working-class aveva una connotazione orribile, dal momento che molti beni erano stati razionati ancora per molti anni dopo la fine della guerra. Meno di cinque anni prima dell’anno della finale, quando mio padre aveva firmato per il Derby, il suo ingaggio si era diviso le prime pagine dei giornali locali con la notizia della fine del razionamento del burro per la prima volta da quattordici anni. Molti tifosi del Forest avevano visto con simpatia il tentativo dei giocatori di fare qualche soldo extra dal raggiungimento di una finale che portava lustro a tutta la città, e molti di loro avevano perfino comprato il biglietti per le danze, ma i biglietti per la partita erano una faccenda molto più seria, che colpiva le emozioni profonde dei tifosi.

Wembley, come è noto, allora teneva 100.000 spettatori. Ora che la FA aveva accontentato i soliti noti, i privilegiati di turno, coloro che avevano diritto a un biglietto, il dotto e l’inclita, alle due squadre toccavano circa 15.000 biglietti a testa. Più o meno la metà di questi biglietti furono sorteggiati tra i 72.000 tifosi del Forest che ne avevano fatto richiesta, attraverso un sistema di sorteggio sorprendentemente trasparente, da parte del club. “Ieri tre anonimi incaricati, completamente bendati, hanno estratto da un barile da 75 galloni dipinto di rosso le lettere di richiesta di circa 8.000 fortunati tifosi…”, cominciava la cronaca dell’Evening Post. Questa procedura, però, lasciava cira 64.000 tifosi senza biglietto a litigarsi i restanti tagliandi, distribuiti tra istituzioni caritative, agenzie di viaggio e la solita consorteria di soggetti dal cappotto col risvolto di pelliccia. Per ciascuno di loro, la principale possibilità di avere un biglietto rimanevano le fonti interne al club, e subito cominciarono a circolare le voci su come la squadra avesse distribuito i restanti 7.000 biglietti.

Per esempio, ogni giocatore ricevette 12 biglietti, metà dei quali seduti, il resto in piedi, con l’opzione, per di più, di poterne acquistare ancora di tasca loro. Insieme ai biglietti, ciascun giocatore riceveva un foglietto di carta bollato dalla FA che avvertiva come ciascun tagliando fosse marcato da un numero di serie registrato; ma questo non aveva mai scoraggiato i giocatori dal rivendere i loro biglietti: anzi, la vendita dei biglietti per la Finale da parte dei giocatori era diventata una specie di tradizione della Coppa.

Dopo il quinto turno giocato dal Forest contro il Birmingham, due giocatori del City, Trevor Smith e Dick Neal, furono accusati di aver bagarinato personalmente i loro biglietti fuori dallo stadio prima della partita. Ma per piazzare i biglietti per la Finale i giocatori non avevano alcun bisogno di uscire di casa. I tifosi sapevano benissimo dove vivevano, perché abitavano accanto a loro, e cominciarono subito a impestare le soglie delle loro case come cantatori di carole natalizie fuori stagione.

I giocatori del Forest usavano trovarsi in un caffè vicino al Trent Bridge, dopo l’allenamento; i giocatori del Notts County si ritrovavano in un locale un po’ più dimesso, dall’altra parte di London Road. Nelle settimane prima della Finale sembra che qualche giocatore del Forest abbia attraversato la strada per fare due chiacchiere con il proprietario del locale del County, Bob Green, che teneva un’amplissima attività di compravendita di biglietti. A seconda delle ricostruzioni, il pollo della storia cambia sempre — per alcuni era Peter Wilson, il centromediano di riserva, per altri era Tommy Wilson, il centrattacco, per altri ancora era uno dei due Wilson che agiva per conto di mezza squadra — ma il nome del cattivo non cambia mai: Bob Green prese un numero non specificato di biglietti da un giocatore del Forest, che acconsentì ingenuamente a lasciarli giù e di tornare dopo a prendere i soldi.

Dennis Marshall, che mi ha raccontato l’episodio, è certo che sia stato Tommy Wilson: “Tommy andò all’appuntamento al momento prefissato, e quando arrivò non trovò Green, ma c’era solo una donna dietro al bancone, che disse ‘Oh, è uscito un attimo. ha detto che può lasciare i biglietti a me, le darà i soldi non appena tornerà’. Tommy acconsentì, lasciò giù i biglietti e uscì qualche minuto, andò tipo a dar da mangiare ai cazzo di cigni [bloody swans] del Trent. Quando tornò indietro, non solo non trovò né la donna, né il proprietario del pub, ma trovò tutto sbarrato e chiuso con le assi; non solo non li vide più, ma nemmeno la polizia riuscì mai a ritrovare la coppia”.

Bob Green divenne uno dei protagonisti della cronaca della stampa nazionale per settimane. Faceva apertamente pubblicità per la vendita di biglietti per la finale nella bacheca del caffè, e li vendeva apertamente sul bancone. Era la solita storia di bagarinaggio sordido, ma questa volta erano coinvolti giocatori del Forest. Una volta che fu coinvolta la polizia, soprattutto a causa dell’insistenza del segretario del club, Noel Watson, non ci fu modo di tenere nascosta la vicenda. Ancora il giorno della finale, il Daily Express pubblicò una caricatura dei giocatori del Forest tutti forniti della valigetta da business-man di ordinanza.

Mio padre non fu coinvolto nello scandalo del caffè, ma non è che non fece su i suoi bei soldini dai biglietti. Dopo averne dati un po’ a amici e familiari, tutti gli altri li diede a Jack Watson, un imprenditore edile locale, che aveva fatto dei lavori per la nostra casa. Tenne un biglietto per sé e vendette gli altri, dividendo il ricavato con mio padre.

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La vignetta satirica di cui parla Gary Imlach: Walker dice “Ho fiducia che la mia squadra di businessman ricordi abbastanza calcio da vincere”, mentre uno dei giocatori dice “Avete visto qualche proprietario di pub, di recente?”. Tutti i giocatori del Forest hanno la valigetta, come raccontato da Imlach, e sul coach della squadra ci sono annunci economici “Biglietti in vendita”, “Fotografie (costose) con la squadra”, e “Comparsate in vendita”. Stewart Imlach è l’ultimo sulla destra. Dall’altra parte, la caricatura riguarda Syd Owen, manager, capitano e giocatore della squadra.

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Giù giù lungo la catena alimentare, anche altri personaggi nel giro della squadra fecero lo stesso. Il Comitato fornì con magnanimità a chiunque fosse in qualche modo legato al club non solo i biglietti, ma anche il viaggio, per essere sicuri che potessero affrontare la trasferta. Nella settimana dopo la finale, l’agente di viaggio del club ricevette una gran quantità di richieste di rimborso per i viaggi non goduti da parte di impiegati o di altri titolari di biglietto che “non erano potuti andare” per un motivo o per l’altro. Avevano venduto i biglietti, ma non avevano potuto vendere i voucher per il viaggio, che erano nominativi.

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La terza più importante partita della loro storia.

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Se chiedeste a un esperto mitologo del Tooting and Mitcham United Football Club — squadra che si trova attualmente al 16° posto della Isthmian Football League Division One South, il cui soprannome è “the Terrors” — quale sia la partita più importante mai disputata dalla sua squadra in tutta la sua storia, vi risponderà, con tutta probabilità, di essere indeciso: o la vittoria interna nel replay del 3rd proper round della FA Cup del 1976 contro lo Swindon Town (una squadra che aveva vinto da poco una Coppa di Lega a Wembley battendo l’Arsenal, anche se aveva già mosso ben più di qualche passo verso un’irredimibile declino), dopo un pareggio ottenuto rimontando due reti di svantaggio a Swindon; oppure, il 4th proper round dello stesso anno contro il Bradford City, perso per 3-1: l’unico 4th proper round disputato dai Terrors bianconeri nella loro storia.

Solo al terzo posto nell’ideale classifica delle più grandi partite giocate nella sua storia dal Tooting & Mitcham, probabilmente, il succitato astratto mitologo metterebbe il 3rd proper round della FA Cup del 1959: una partita giocata in casa, su un terreno — lo stadio si chiama, molto indicativamente, Sandy Lane — reso terribile dal gelo di un inverno rigidissimo, nella quale i Terrors si trovarono sopra per 2-0 contro una squadra di Prima Divisione, prima di essere raggiunti sul pari da un generosissimo rigore concesso agli ospiti allo scadere.

Se la finale di FA Cup, la più antica competizione di football association del mondo, è la cerimonia annuale di celebrazione ufficiale del gioco del calcio, giocata in una vera e propria cattedrale, alla presenza di qualche membro della Famiglia reale, quando non della stessa Regina, il terzo turno della stessa è la più grande sagra popolare che festeggi il nostro sport preferito. Il terzo turno è quello nel quale entrano le 44 squadre più forti del Paese, e è quello dove arrivano a trovare posto venti superstiti dei turni preliminari, tra i quali, spesso, anche club da fuori la Football League: in questa occasione (si gioca, tradizionalmente, in un sabato nella prima metà del mese di gennaio), l’Inghilterra calcistica si ferma per l’evento, e e per moltissime piccole squadre di paese il fatto di avere raggiunto una volta il Terzo turno di FA Cup rimane scolpito nell’albo d’oro come il fatto più notevole della sua storia. Trentadue stadi ospitano l’evento, dall’Old Trafford allo Scholar Ground, posto nella Church Street, lo stadio della più piccola squadra mai giunta a questo stadio della competizione: il Chasetown, squadra di ottava serie, che riuscì nell’impresa nel 2005: un esempio unico al mondo di democrazia calcistica (anche se la Coppa di Francia, che ha deciso di ricalcare la formula della sorella inglese, conosce un evento simile, il fascino assolutamente diverso delle due competizioni fa la differenza).

Per una squadra di dilettanti o di semidilettanti, il raggiungimento del terzo turno di FA Cup, dunque, è una possibilità che passa, quando passa, una volta sola nella vita: durante il sorteggio, rigorosamente senza teste di serie, i minnows sono messi nella stessa urna con il Liverpool, l’Arsenal, il Manchester United; una mano fortunata potrebbe portare il postino o il macellaio del paese a giocare a Old Trafford, a Anfield o a Highbury. Per il Tooting, in quella occasione, il sorteggio non fu così prestigioso, ma non fu poi male: pescarono, comunque sia, una squadra di Prima Divisione, anche se non una di quelle squadre londinesi per i quali i ragazzi dei Terrors, cittadina posta nella cintura della Capitale, facevano certamente il tifo. Non fu affatto male: basti pensare che nella partita di ritorno (o meglio, nel replay resosi necessario dopo il pareggio) i simpatici negozianti e i simpatici operai di Tooting e di Mitcham si trovarono a giocare di fronte a 42.362 persone: questo sì, di gran lunga, è il record assoluto di affluenza a una partita dei Terrors.

Per la prima volta nella sua storia, al Sandy Lane arrivò la BBC, con due telecamere, e per la prima volta il Tooting finì in un servizio trasmesso a livello nazionale, quello dedicato al terzo turno di Coppa.

In questo post, il primo di quattro dedicati alla FA Cup del 1959, tratti dal meraviglioso e già citato libro di Gary Imlach My Father and Other Working-Class Football Heroes, si parlerà proprio di quella partita, la terza più importante della storia del Tooting & Mitcham, e, più in generale, del fascino del giant-killing, effettivi o solo potenziali, che sono un po’ il sale della Coppa più bella del mondo.

Giant killing

Gennaio 2004, sto seguendo alla tele il terzo turno di FA Cup, e sto pensando al terzo turno della FA Cup del 1959.

Guardo i risultati scorrere in sovrimpressione, e penso a quanto lontano dal gioco io sia via via scivolato. Non saprei dire in che serie gioca almeno la metà delle squadre il cui nome vedo passare, e di almeno la metà delle partite non saprei distinguere gli underdog dai favoriti. Ipswich 2 Derby 0, è una sorpresa o è una tranquilla vittoria interna, assolutamente prevedibile? Giocano nella stessa divisione? E Man City e Leicester? sulla parte inferiore dello schermo comincia a scorrere “Gillingham 3 Charlton 1”. Questa volta sono quasi certo che sia una sorpresa, ma non saprei dire quanto grande: in che divisione gioca il Gillingham?

Una volta le sapevo tutte, queste cose. Per un paio d’anni, l’avevo addirittura giocata tutta da solo, la Coppa. Dal terzo turno alla finale, l’intero dramma veniva messo in scena sul tappeto della mia cameretta in una maratona ininterrotta, utilizzando delle biglie e una scatola da scarpe rovesciata, nella quale avevo ritagliato cinque o sei buchi rettangolari, come piccole tane di topi, ognuna delle quali contrassegnata da differente punteggio, scritto sopra ogni tana con un pennarello. La scatola da scarpe contro un battiscopa, io appoggiato con la schiena contro il muro opposto, la più importante Coppa nazionale del mondo poteva cominciare.

Ero scrupolosamente imparziale. Semplicemente, rigiocavo le partite chiave finché non ottenevo il risultato “corretto”, quando mi sembrava, per esempio, di aver lasciato andare la biglia prima del giusto, o di aver tirato inavvertitamente più forte per una squadra piuttosto che per l’altra. Insomma, tutte le volte che mi sembrava in qualche modo di avere sfavorito la squadra per cui tenevo (inevitabilmente), rigiocavo la partita. Non ammettevo mai con me stesso di essere parziale: avevo installato come un firewall mentale nei confronti di questa possibilità, nell’interesse superiore del mantenimento dell’assoluta onestà intellettuale. Semplicemente, pensavo, volevo che le mie squadre avessero esattamente la stessa possibilità delle altre. Dal momento che non avevo le palline numerate che si usano per il sorteggio, usavo foglietti su cui avevo scritto i nomi delle squadre, piegati in quattro e messi dentro un sacchetto di stoffa. Non truccavo mai i sorteggi, confidando nella capacità metafisica delle biglie di produrre, comunque sia, i risultati giusti.

Tradizionalmente, il sorteggio veniva effettuato pescando le palline numerate da un sacco di velluto rosso: ora, le norme FIFA vietano che in una competizione omologata il sorteggio avvenga utilizzando urne non trasparenti, per cui anche la FA Cup utilizza un contenitore di plexiglass. Il sacchetto di velluto è ancora in uso, ma solo per portare sul palco le palline numerate, e per versarle nell’urna trasparente.

Di certo allora non avevo bisogno di guardare il giornale per sapere in quale serie giocasse ciascuna delle squadre che sorteggiavo, o perfino per sapere la lista delle squadre qualificate al terzo turno. Conoscevo benissimo tutte e novantadue le squadre della Football League, divisione per divisione. Non è che le avessi mai studiate in qualche modo, quelle cose: semplicemente, le sapevo, allo stesso modo in cui immagino che le conoscesse ciascun ragazzino di sette anni.

Oggi, naturalmente, non c’è tutto questo bisogno di conoscenze innate: la televisione del sabato pomeriggio è un ottimo servizio sociale per chiunque non abbia anche gravi deficit nozionistici sul contesto: una mezza dozzina di badanti ti fanno visita a casa, con tanto di abiti eleganti e cuffie in testa. Il pomeriggio passa attraversato da un giocoso, ininterrotto e gigantesco flusso di informazioni su gol, quasi gol, soffiate, ammonizioni, cattive decisioni e diaboliche libertà, Jeff [Gary Imlach, come mi suggerisce l’ottimo Pier Luigi Giganti, si riferisce a Jeff Sterling, anchorman per Sky Sport Gillette Soccer Saturday]! Ogni incidente non viene solo riportato in cronaca, viene sezionato, viene ripassato clinicamente, ben prima del fischio finale, e anche ben dopo. È uno spettacolo che crea dipendenza, indipendentemente dal vostro interesse per il gioco.

Le possibili conseguenze del fatto che i Wolves siano sotto di un gol a Kidderminster all’intervallo sono discusse con piglio serio e allarmato. Ora, voglio dire, lasciamo perdere il fatto che nessun risultato maturato all’intervallo può produrre conseguenze di nessun genere, perché nessun board si riunisce per prendere decisioni nell’intervallo delle partite, né nessun board decide di mandar via un manager per il suo insoddisfacente record a metà partita, io ebbi in quell’occasione la precisa impressione che tutto il casino che fecero in studio per quel risultato dipendesse esclusivamente dalla loro voglia disperata di avere una buona storia da raccontare. Forse, invece, è solo la necessità moderna e editoriale di metter su immediatamente una storia del tipo “che disastro per i Wolves!” ogni volta che ci sia la minima possibilità di una sorpresa, per estrarre ogni oncia di valore da ogni minima situazione, indipendentemente da come poi vada a finire effettivamente. Come che sia, tutte le nefaste conseguenze di una sconfitta erano ormai state abbondantemente sciorinate e analizzate, quando il Wolverhampton segnò il gol del pareggio in injury time.

Che zuppa ci farebbero, al giorno d’oggi, con il terzo turno del Nottingham Forest contro il Tooting & Mitcham United, l’unico club di dilettanti rimasto nella competizione del 1958-59? C’erano tutti gli ingredienti classici: il campetto di periferia, il terreno gelato, i salumieri, i panettieri e gli operai della fabbrica di candele schierati a affrontare l’aristocrazia della Prima Divisione.

Visti più da vicino, però, i contrasti cominciano a sfumare. Ciascuno dei giocatori del Tooting con un lavoro decente aveva uno standard di vita non molto differente rispetto a quello di cui godevano i loro avversari professionisti. Anzi, se il club passava loro un piccolo compenso, fatto passare come rimborso spese, i ragazzi del Tooting avrebbero potuto guadagnare più o meno la stessa cifra, se non di più, rispetto ai giocatori del Forest. Davvero, le foto pubblicate nei servizi giornalistici di presentazione della partita, o i filmati televisivi pre-match che oggi mostrano gli eroi locali dietro il bancone del negozio o piazzati in catena di montaggio non avrebbero fatto alcuna impressione nello spogliatoio dei Reds, e non l’avrebbero fatto nemmeno ai compagni di lavoro di lavoro di mio padre, nella Co-op dove lui lavorava fuori dalla stagione calcistica.

In realtà, si trattava di una partita tra due squadre composte da lavoratori: la differenza di classe tra di loro era solo di natura calcistica, e questa differenza era compensata dalle condizioni ambientali. Se mi fossi limitato a ascoltare i ricordi dei giocatori di quella giornata di gennaio, ai racconti che descrivevano il terreno di gioco come una specie di campo appena arato completamente gelato, avrei anche potuto pensare che il tempo trascorso e il rischio della figuraccia scampata per un capello avesse insinuato in queste ricostruzioni le spire sottili dell’esagerazione. Ma ho visto i filmati di Pathé News sulla partita, che mostrano una superficie impossibilmente ondulata, che vista dall’alto sembra una gigantesca impronta digitale tracciata nella neve e nel ghiaccio. Billy Walker [il manager del Forest di quegli anni] aveva già detto ai giocatori che non si sarebbe giocato, e questi stavano già mangiando il pranzo alla stazione aspettando il treno che li avrebbe riportati a casa, quando furono raggiunti dalla notizia che la partita si sarebbe disputata, comunque sia.

Oggi, tutto questo sarebbe diventato semente ideale per la messa in scena di un gigantesco capitolo televisivo del Romanzo della FA Cup: due o tre inquadrature dell’ispezione del campo… Carrellata sul cielo che minaccia ulteriori nevicate… Le immagini delle confabulazioni con l’arbitro… Se si è fortunati, qualche veloce dichiarazione dei manager, se no un’altra inquadratura del campo e poi di nuovo in studio per il dibattito tra i pundit dal titolo Si Dovrebbe Giocare O No? Mandateci Un Sms

Allora, invece, i tifosi del Forest che non avevano fatto il viaggio verso sud che cosa avrebbero potuto sapere di tutto questo? Poco, ma, in effetti, più di quanto io mi sarei aspettato: a quanto sembra, grazie a Dennis Marshall, il commentatore del Forest per la BBC, che riuscì a dare la copertura della maggior parte del match facendola trasmettere dal sistema di altoparlanti del City Ground, durante la partita delle riserve che si disputava in quello stesso pomeriggio. “Uno dei membri del Committee mi aveva chiesto ‘passeremo dei guai per questo, Dennis, non è vero?’, e io gli risposi ‘oh no, ho parlato con la FA e ho parlato con la BBC, sono d’accordo tutte e due’. A dire il vero, in effetti avevo chiesto il permesso a entrambi, ma mi avevano detto tutte due di no. Ma avevo pensato, che vadano al diavolo. C’erano un sacco di partite, quel giorno, alla radio, non c’era solo il Forest, così negli intervalli tra i miei interventi ufficiali stavo in contatto telefonico con gli addetti ai nostri altoparlanti, che ritrasmettevano agli spettatori il risultato e le informazioni più importanti. All’intervallo, gli altoparlanti diedero il seguente annuncio: ‘non vorremmo dirvelo, ma le cose vanno molto male, stiamo per essere eliminati'”.

Il Forest era sotto e due a zero. Un rinvio di Chic Thomson aveva preso in pieno un attaccante del Tooting, che aveva poi accompagnato la palla dentro la rete, poi un calcio di puro alleggerimento da quarantacinque iarde aveva colpito la parte inferiore della traversa e era finito dentro. Il Forest si avviava già a uscire dalla FA Cup, e a entrare come storia del giorno nelle ultime pagine dei giornali della domenica. A casa, mia madre stava nella dispensa, nascosta dalla radio.

“Mamma, perché non la spegni?”; quella domanda la ripetei anni più tardi, nel corso di un incidente simile, questa volta con la televisione. Incapace di reggere la tensione di una conclusione ai rigori di una partita di Coppa del Mondo dell’Inghilterra, mia madre era uscita in giardino, dove se ne stava in piedi senza fare nulla. Questo sarebbe stato comprensibile se fosse stato ancora vivo mio padre, quando lei non aveva il possesso del telecomando, ma allora in casa c’erano solo lei e il gatto. Lei disse che preferiva capire quello che stava succedendo dai rumori della folla che arrivavano ancora dalla televisione, attraverso i muri. In realtà, penso che volesse stare il più possibile lontano dalla fonte di sofferenza, senza però eliminarla completamente. Beh, nel 1959, in quanto moglie di un giocatore, non ne sarebbe potuta stare lontano per molto, comunque sia.

In realtà, in una relazione che coinvolge un essere umano che fa sport, sono i compagni o le compagne che non giocano a soffrire di più. Siedono sugli spalti, impotenti e incapaci di aiutare in qualsiasi modo, separati dal resto del pubblico dalla marca particolare della loro ansia. Mia madre fu sempre una spettatrice nervosa, incapace di divertirsi veramente alle partite di mio padre, sia quando era giocatore, sia quando era coach. “Mi emoziono troppo”, diceva.

Lui giocava, lei si preoccupava. Qualche tempo dopo, tutti noi avremmo giocato, e lei si sarebbe sempre preoccupata. Soverchiata da quattro maschi giocatori di calcio nella sua stessa casa, mia madre era un po’ il ricettacolo domestico della preoccupazione. Non era solo la paura che mio padre si facesse male, o che uscisse di squadra, o che fosse esonerato, anche se erano anche queste paure sempre presenti. Era piuttosto il peso di tutte le altre cose che avrebbe dovuto fare e cui avrebbe dovuto badare mentre era costretta a concentrarsi sul football che la schiacciava.

“Non mi preoccuperei così tanto di cose sulle quali non possiamo farci niente”, avrebbe detto mio padre alle ultime notizie portate da mia madre sulla nostra situazione finanziaria, o su qualche preoccupazione riguardante noi bambini, e sarebbe piombato in un sonno profondo e immediato. Per di più, mio padre prese letteralmente a calci mia madre per ogni notte della loro vita matrimoniale. Succedeva qualcosa mentre lui era incosciente, e questo qualcosa si manifestava nella forma di un’onirica partita di calcio. Un replay interiore della partita del sabato precedente, o un’anticipazione di quella del sabato successivo. Forse era il suo modo di avere a che fare con le questioni sulle quali non poteva far niente. Forse sognava dei sogni dei cani, con un pallone al posto dei conigli.

Non so quanto tempo mia madre avesse passato nella dispensa, ma alla fine il Forest riuscì a rimontare nel secondo tempo, e a strappare un pareggio. Uno dei solchi ghiacciati del loro campo li tradì, deviando un passaggio indietro dalle braccia del portiere e destinandolo in fondo alla rete; poi l’arbitro concesse un rigore per un fallo che solo lui aveva visto. 2-2.

Il replay al City Ground cominciò — pessimisticamente — prestissimo, in modo da consentire la disputa degli eventuali supplementari con la luce naturale, ma su un prato sul quale si sarebbe potuto giocare a biliardo il Forest vinse facilmente per 3-0, e mio padre realizzò il terzo gol.

È diventato un luogo comune, il precoce ostacolo di ogni avventura di successo nella FA Cup: la paura per un eliminazione anticipata, la partita che si sarebbe dovuta perdere e che diventa, con il senno di poi, il punto di svolta dell’intera campagna. Anche se ora, forse, non c’è più spazio per il senno di poi. Nel 1959 le sorprese, in FA Cup, avvenivano, o non avvenivano. Ora ci sono troppi soldi in ballo per non spremere tutto il valore possibile da qualsiasi più piccolo evento. Le storie di giant-killing sono raccontate in anticipo, per proteggeresti dall’eventualità che sul campo le cose vadano poi diversamente. In questo modo, possiamo goderci tutta la bellezza del “romanzo della FA Cup”, prima che la realtà venga a reclamarne le spoglie. Naturalmente, una volta che tutta la macchina narrativa di stampa, radio e televisione è stata messa in moto per costruire la vicenda, ogni conclusione diversa da quella pre-costruita dai media costituisce una delusione.

Per esempio, la sorpresa più grande, in prospettiva, del terzo turno della Coppa del 2004 sembrava poter essere l’eliminazione del Liverpool da parte dello Yeovil Town, la squadra che detiene il record assoluto di “leagued team scalps”. Vennero evocate tradizioni gloriose e il precedente del 1949; nello studio cominciò il solito business dell’analisi delle possibili conseguenze di un tale miracolo. Mezz’ora prima della partita il Liverpool aveva già perso, Gerard Houiller era già stato esonerato e già si teneva un fervente dibattito su da dove il club avrebbe dovuto ripartire, e su chi l’avrebbe preso in mano. All’intervallo il Liverpool conduce per uno a zero, piuttosto comodamente, ma il giornalista piazzato nel tunnel ha l’ordine di non mollare il fantasma dei giant-killing del passato. Riesce a catturare il manager dello Yeovil per una piccola seduta spiritica, proprio prima del secondo tempo: “C’è un po’ di nebbia, proprio come nel 1949…”, suggerisce allo stupefatto allenatore.

La quasi eliminazione del Forest al terzo turno avvenne, e se ne parlò nei report, tutto qui. Ora i meccanismi dell’attenzione mediatica non permettono alle partite semplicemente di svolgersi: quelle più importanti devono essere avvolte in schemi narrativi già preparati. Le storie sono già lì, in attesa che i fatti vi si conformino. “Ooooh, se la palla fosse entrata sarebbe stato il gol più veloce della storia della Coppa del Mondo!”, “Se Roy Keane avesse segnato proprio nella sua sesta partecipazione alla finale riebbe stata davvero una bella storia, ma anche quella di Andy Marshall non è male, a dire il vero.”

Naturalmente, il gioco non è mai stato avaro di storie da raccontare: ne è stracolmo, e spesso sono proprio quelle a costituire la sua maggiore attrattiva. Nessuno di noi, in effetti, guarda una partita di calcio solo per ammirarne i puri gesti tecnici. Ma ora sono le storie a condurre per mano il gioco, è la costruzione degli eventi a imporci di pensare a essi in un certo modo. La metà dei vecchi professionisti con i quali ho parlato mi ha detto di divertirsi sempre molto a guardare il calcio, ma che lo guarda con l’audio abbassato.

Il Forest andò avanti, batté il Grimsby, il Birmingham, i detentori del Bolton Wanderers e l’Aston Villa, e il clamore del rischio corso nel terzo turno sul campo del Tooting & Mitcham rimpicciolì quietamente negli specchietti retrovisori, turno dopo turno.

FA CUP 3RD ROUND – TOOTING & MITCHAM V NOTTS FOREST

È un libro, tutto sommato — come si può vedere da questi brevi stralci — melanconico, triste, tale da spingere alla nostalgia anche chi quegli anni lì non li ha mai vissuti. Gary Imlach, tifoso dell’Everton (la squadra della quale suo padre era coach quando Gary era abbastanza grande per diventare un tifoso vero, ha ammesso più volte di non essere più tanto appassionato al calcio.

Imlach segue il ciclismo da giornalista, in rete si possono vedere diverse foto sue con Cavendish, e, in una intervista rilasciata qualche anno fa alla BBC, in occasione dell’uscita del libro, ebbe modo di dichiarare la sua poetica, quella che permea, come si è potuto leggere bene anche in queste poche pagine: “forse è stato crescere, forse è stato il vivere all’estero per un po’, forse è stato il cominciare a nutrire altri interessi che portano via un sacco di tempo, sono tutte cose che hanno contribuito alla diminuzione del mio interesse. Però — e qui è necessaria una generalizzazione — è molto più difficile ora per un tifoso immedesimarsi nei giocatori di quanto non lo fosse un tempo, quando i giocatori erano parte integrata della comunità che rappresentavano, e vivevano nella casa accanto a quella di coloro che li venivano a vedere: spesso, anche in Prima divisione, facevano la strada insieme, al ritorno dalla partita. Date tutte queste cose, penso che il mio distacco sia stato inevitabile”.

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East Midlands derby: Crossing the Divide.

Come più volte ripetuto, i giocatori che hanno vestito sia il rosso del Forest sia il bianco dei Rams sono moltissimi. Solo dalla Seconda Guerra mondiale in poi, i giocatori che hanno giocato ad entrambi i lati dell'A52 sono più di trenta.

Il primo, e uno dei più illustri, è Stewart Imlach, più volte citato in questo blog, uno degli eroi della Coppa del 1959. Prima di arrivare al Forest nell'estate del 1955, infatti, Stew giocò nel Derby County una stagione per lui non proprio brillantissima nel 1954-55. In questo caso si trattò proprio di un trasferimento diretto, visto che i Reds pagarono i Rams 5.000 sterline per l'ottima ala sinistra scozzese.

Gran parte dei trasferimenti tra le due sides dell'East Midlands avvennero, però, nell'epoca di Brian Clough: sia verso ovest, quando BC guidava i Bianchi, sia, in maniera molto più massiccia, verso est, quando BC cominciò il suo regno al City Ground e richiamò molti giocatori del suo periodo al Baseball Ground.

Clough, nel 1967, prelevò dal Forest per 30.000 sterline Alan Hinton, giocatore sottovalutatissimo da tutti i manager che il Forest ebbe durante il periodo trascorso dal forte giocatore di Wednesbury al City Ground, il cui addio fu salutato dal board Garibaldi con grande soddisfazione, dal momento che la cifra pagata dal DCFC per il suo acquisto venne giudicata folle; quanto si sbagliassero, Hinton lo dimostrò al Derby County, dove giocò 253 partite di lega segnando 63 reti, e vincendo due titoli inglesi.

Nel grande Derby County del periodo 1969-75 giocavano altri giocatori che avevano vestito la maglia rossa: Terry Hennessey, forte difensore, nazionale gallese, giocò nel Forest dal '65 al '70 diventandone il capitano, e nel Derby County dal '70 al '73; Henry Newton, centrocampista nato proprio a Nottingham, al Forest dal '63 al '70 e, dopo un interludio all'Everton, al Derby dal '73 al '77, proprio in tempo per vincere il secondo titolo assoluto; Frank Wignall, al Forest dal 1963 al '68, e, dopo un interludio ai Wolves, al Derby County dal 1969 al '71.

Il vero e proprio esodo, come anticipavamo, avvenne però con l'avvento di BC al Forest: i fedelissimi John O' Hare e John McGovern, che avevano seguito il Gaffer anche da Derby a Leeds, per i suoi famosi 44 giorni (McGovern, che cominciò a giocare proprio con Cloughie a Hartlepool, è l'unico a aver seguito il Gaffer in tutte le sue squadre, con l'esclusione della parentesi di Brighton), si precipitarono al City Ground al primo cenno di Clough, con il Leeds ben contento di liberarsi dei due incomodi testimonial di quell'esperimento fallimentare. Il primo fu ottima punta di riserva al City Ground, con 101 presenze e 14 reti per i Reds, e il suo contributo ai trionfi del Forest fu molto inferiore a quello dato ai titoli dei Rams, dove giocò 248 partite di Lega segnando 65 reti, anche se vanta una medaglia europea vinta sul campo, dal momento che subentrò a uno stremato Mills nel finale della battaglia del Bernabeu.
Il secondo, invece, fu la vera anima dei successi del Forest di Clough, e ne fu, certamente, il giocatore più rappresentativo, anche se non il più spettacolare: grande capitano, la vera e propria incarnazione in campo dello spirito del suo allenatore.

Archie Gemmill, un altro dei Cloughie boys del Derby County, si fece l'A52 nel 1977, mentre Colin Todd, l'ultimo giocatore del Derby di BC a passare la sponda, si unì al Forest molto più tardi, nel 1982, avendo abbandonato i Bianchi già da cinque anni, passati tra Everton e Birmingham City.

Tra l'altro, Archie Gemmill tornò a Derby nel 1983, dopo un periodo passato tar Birmingham City, Wigan e una breve esperienza americana, diventando l'unico giocatore della storia a attraversare il "confine" per ben due volte.

Poi, dopo il periodo d'oro del Forest, i giocatori ricominciarono a salire. In particolare, tre campioni d'Europa finirono al Derby County: Peter Shilton, l'eroe del Bernabeu, si trasferì al Derby County nel 1987, dopo cinque anni passati al Southampton. Kenny Burns, il grande difensore scozzese, passo agli Arieti nel 1984, per rimanervi solo un anno. E, infine, il trasferimento forse più doloroso di tutti e per tutti: il passaggio di John Robertson, giocatore feticcio di Brian Clough, che fu convinto da Peter Taylor a firmare per i Bianchi nel 1983. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, l'evento che segnò la rottura definitiva tra i due amici, dopo che già la decisione di Taylor di firmare per il Derby County dopo aver spacciato l'addio al Forest per un ritiro dal calcio aveva provocato una gravissima crisi tra i due manager. Il Forest agì per vie legali contro il passaggio di Robbo dall'altra parte, accusando Taylor di aver versato sottobanco soldi allo Scozzese per convincerlo a firmare: fatto sta che, dopo quell'episodio, Clough e Taylor non si parleranno mai più, per il resto delle loro vite.

La fine degli anni d'oro del calcio nell'East Midlands segna un certo rallentamento di traffico, e i pendolari sull'A52 tornano a essere più numerosi dei giocatori.

Tra i passaggi più notevoli, quelli di Darren Wassall, difensore che giocò una trentina di partite negli ultimi Forest di Clough e che passò al Derby nel 1992, di Gary Charles, terzino destro che passò al Derby dopo la retrocessione del 1993, del grande Steve Hodge, che giocò un periodo in prestito al Derby durante il suo ultimo anno al Leeds United, nel 1994; viceversa, ricordiamo Glyn Hodges, nazionale gallese, più noto per essere stato uno dei protagonisti del "grande Wimbledon", che giocò per il Derby County nel 1996 e per il Forest nel 1998; Darryl Powell, uno dei Reggae Boyz di Francia '98, pur essendo nato a Londra: giocò 11 partite per il Forest nel 2005, dopo aver giocato per il Derby County dal 1995 al 2002. Poi, Lars Bohinen, al Forest dal 1993 al 1995 e al Derby dal 1998 al 2001, e Dean Saunders, famoso soprattutto per un anno passato al Liverpool e per il ruolo di commentatore del Galles per la BBC, al Derby dal 1988 al 1991 e al Forest nel 1996-97.

Per arrivare ai giorni nostri, con Lee Camp e Dex Blackstock, il primo nato a Derby e cresciuto nei Rams, il secondo al Derby per un breve periodo in prestito dal Southampton, e anche il neoacquisto Marcus Tudgay ha cominciato la sua carriera da pro nel Derby County, nel 2002: 92 presenze in campionato con un bottino di 17 reti.

Ma i due casi recenti più famosi sono quelli di Robbie Earnshaw e di Kris Commons, che percorsero in direzioni opposte la A52 proprio nello stesso periodo: il primo, ceduto dal Derby al Forest dopo il campionato 2007-08 (la disastrosa stagione dei Rams in PL), nel quale il gallese segnò la miseria di una rete in 22 apparizioni, dopo essere arrivato, voluto fortemente da Billy Davies, con gran squilli di tromba e un bel po' di soldi: tre milioni di sterline, allora record assoluto per i Rams; il secondo passato nella stessa estate al Derby, dopo la scadenza del contratto con il Forest, contratto che Commons non volle rinnovare, nonostante la promozione dei Reds dalla League One alla Championship: un gesto letto dalla tifoseria Rosso Garibaldi come un grave tradimento, il motivo per il quale, in assenza di Savage, le attenzioni dei tifosi, con cori come "Whats that on the A52? Its Fatty Commons, its Fatty Commons!" saranno tutti per lui.

***

Tra i manager, i passaggi sono più radi, naturalmente, ma di grandissima importanza: Peter Taylor è l'unico a aver percorso il tragitto due volte: fu assistant manager al Derby e al Forest con Clough, e manager di nuovo al Derby, questa volta da solo, a partire dal 1982.
Ma a avere diretto sia Forest che Derby come manager sono solo tre allenatori: Dave Mackay, come saprà benissimo chiunque abbia letto Damned United, prese in mano il Derby dopo l'addio di Clough, nel 1973, provenendo proprio dalla sua prima esperienza manageriale al Forest. Poi lui: Brian Clough, manager del Derby County dal 1967 al 1973, e del Nottingham Forest dal 1975 al 1993. E, infine, l'attuale manager del Forest, Billy Davies, nominato manager dei Reds nel 2008 e manager del Derby County della promozione nella stagione 2006-2007.

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Legends of Nottingham Forest — Stewart Imlach, a true working-class hero.

Si può dire che quasi tutti i grandi trionfi del Forest siano stati caratterizzati dalla presenza, alla estrema sinistra dell‘attacco, di un talento scozzese? Mah, direi di sì.

Il giorno che seguì la finale di FA Cup del 1959, molti giornali concordarono nell‘assegnare la palma di Man of the Match all‘ala sinistra del Forest, Stewart Imlach.

Il nazionale scozzese mise in campo la solita prestazione infaticabile, innalzando allo spasimo le sue già straordinarie capacità di profondere energia e impegno in campo, proprio a Wembley, nel giorno più bello dell‘anno.

Stewart era arrivato al City Ground — non lo indovinerete mai — dal Derby County. Lui, scozzese purosangue, era stato portato al calcio inglese, però, dal Bury, che aveva pagato 150 sterline al suo club dell‘Highland League, il Lossiemouth. 150 sterline era una somma quasi principesca, per l‘epoca, per un dilettante.

Il Forest navigava da ere geologiche nella vecchia seconda divisione, quando Imlach si unì alla squadra, nel 1955, e il club sembrava davvero lontano anni luce da ogni speranza di rimpolpare la magra bacheca. Ecco, diciamo che quelle per lo SMAC non erano le voci di spesa più preoccupanti, per il board del Forest.

Stewie era piuttosto basso — le cronache e gli almanacchi dell‘epoca gli attribuiscono un‘altezza di 5 piedi e 6 pollici, circa 1,68 — ma era baciato dalle due grandi doti che deve avere un'ala come si deve: una velocità e, soprattutto, un‘accelerazione straordinarie, e uno stile di dribbling assolutamente naturale, quasi rilassato,  incurante o sprezzante dei tacchetti avversari, nello stile dei grandi esterni scozzesi.
Gli scozzesi dribbla(va)no come Lester Young suonava il sassofono, più o meno.

Inoltre, cosa che lo rendeva un giocatore di fascia particolarmente moderno, pareva che fosse alimentato da una pila atomica di quelle dei sommergibili nucleari, dalla quantità di lavoro che svolgeva, instancabile, dall'inizio alla fine della partita: insomma, in breve tempo si fece davvero amare dagli appassionati del City Ground.

Segnò cinque reti durante la sua prima campagna con i Reds, ma arrivò a dodici l‘anno successivo, la stagione 1956-57, e contribuì in modo decisivo alla promozione, che avvenne attraverso l‘ottenimento del secondo posto nella classifica della Lega.

Il Forest mancava dalla First Division dalla stagione 1924-25 — trentadue anni! — ma, dopo quella promozione, vi rimase fino al 1971-72, stagione chiusa al 21° e penultimo posto: i successivi cinque anni passati in seconda divisione segnarono, però, con l‘avvento di Brian Clough a metà del quinquennio, l‘inizio di una nuova era per la storia del club, e per la storia del calcio inglese e europeo.

Stewart era, dunque, uno che la metteva dentro spesso; ma la sua prolificità in zona gol, notevolissima per un‘ala (tra il dicembre del 1956 e il febbraio del 1957 si produsse in un record, stupefacente per un esterno puro, di otto reti in otto partite), era la parte minore del suo contributo alla squadra, rispetto al lavoro enorme che riusciva a fare sulla fascia.

La stagione del ritorno in prima divisione, il Forest divenne una delle squadre più divertenti da vedere di tutta la Prima Divisione, con il suo passing game secco e essenziale, veloce e molto piacevole.
Addirittura, il Forest occupò per un paio di giornate la vetta della classifica, alla metà di settembre, dopo una vittoria per 7-1 contro il Burnley.
Stewart segnò due di quelle sette reti, e segnò ancora nella vittoria successiva per 4-3 contro il Tottenham, al White Hart Lane, in quello che fu il millesimo gol del Forest nei campionati di Prima Divisione.

Più di 47.000 persone affollarono il City Ground per la partita contro i campioni in carica del Manchester United, il 12 ottobre del 1957, la partita che segna ancora oggi il record di affluenza per una partita interna del Nottingham Forest e per il City Ground, con Imlach ancora a segno per il gol della bandiera dei Reds, sconfitti 2-1. La sua prestazione, quel giorno, fece una grande impressione all‘allenatore della squadra ospite, il leggendario Matt Busby, che si premurò di segnalare l‘ala (lui, scozzese orgoglioso e purosangue) ai selezionatori della nazionale dal rosso leone.

Sfortunatamente, Busby non poté sedere sulla panchina dei Red Devils nel ritorno disputato all‘Old Trafford il 22 febbraio del ‘58: era ancora trattenuto in ospedale a causa dei postumi del terribile incidente di Monaco, avvenuto proprio due settimane prima: il Forest fu la prima squadra a giocare nello stadio dello United dopo il disastro, e Stewie segnò ancora: fu la prima rete subita dallo United nel campionato di Prima Divisione dal giorno dell‘incidente aereo.

Il suo debutto in nazionale avvenne a Hampden Park, nella primavera di quello stesso anno, il 1958, contro l‘Ungheria ormai orfana dei giocatori della Honved: la partita finì 1-1, ma il debutto di Imlach fu molto convincente; giocò ancora contro la Polonia, in un‘altra amichevole, e fu selezionato per la squadra di Coppa del Mondo per i campionati svedesi del 1958, gli unici, in tutta la storia dei Mondiali, a avere ospitato tutte e quattro le Home Nations nella fase finale.

Stewart Imlach con la maglia blu della Scozia

Durante i mondiali, Stewart Imlach giocò due partite, contro la Jugoslavia e contro la Francia: le sue ultime con la maglia blu.

Stewart Imlach fu il primo giocatore del Forest a essere selezionato per la nazionale scozzese: una tradizione che fu continuata da Archie Gemmill (autore del gol più visto di Youtube, quello leggendario del 1978 contro l‘Olanda), Kenny Burns, e l‘altra grande ala sinistra scozzese della storia del Forest, John Robertson.
Imlach fu uno dei circa ottanta giocatori della storia del calcio scozzese a non ricevere il cap, per le sue presenze in nazionale: fino a tutti gli anni sessanta, infatti, la federazione scozzese consegnava ai convocati il berrettino solo per le partite con le altre Home Nations: Stewart, che aveva giocato solo contro formazioni continentali, ricevette dalla SFA il cap con le sue quattro presenze solo poco prima di morire, dopo una campagna di stampa tesa a rimediare questa ingiustizia.

La stagione successiva, 1958-59, fu la più bella della sua storia di calciatore, e fu anche la più bella della storia del Forest, al di fuori del regno di Brian Clough.

La campagna di coppa non cominciò sotto i migliori auspici, per il Forest: in quel gelido gennaio, il Forest fu quasi eliminato dal Tooting & Mitcham United (una squadra della quale torneremo a parlare in un post su un altro protagonista di quell'annata): sotto di due reti contro i minnows della Isthmian League, i Reds riuscirono a raccattare solo nel finale un 2-2 nella prima partita giocata sulla patinoire dell'Imperial Field, nel sud di Londra, grazie a un'autorete e a un rigore; i Reds passarono il turno nel replay, con un 3-0 al City Ground.
Quella nella FA Cup del 1959 è giudicata la miglior campagna di sempre della piccola squadra londinese.

Nella finale di Wembley, giocata di fronte ai soliti 100.000 spettatori contro il Luton Town (alla sua prima e finora unica finale), Stew fu decisivo in entrambe le reti del Forest: giunto sulla linea di fondo dopo una bellissima discesa, diede la palla dietro a Roy Dwight (zio di Elton John), che aprì le marcature, e poi con una bella azione sulla fascia sinistra smarcò Billy Gray (che divenne il suo capo allenatore alla sua prima esperienza di panchina, al Notts County), che poté crossare agevolmente per la testa di Tommy Wilson, autore del 2-0.

La coppa del 1959 è stampata a lettere di fuoco anche nella storia del Norwich City: allora i canarini erano una formazione di terza divisione, e arrivarono fino alla semifinale, dopo aver battuto anche il Manchester United per 3-0, in una delle partite più sorprendenti della storia della FA Cup.
La corsa del Norwich si interruppe solo contro il Luton Town, al replay: fu la volta nella quale un club di terza divisione andò più vicino alla disputa della finale: mai nella storia del torneo più antico del mondo, infatti, un club appartenente al terzo livello del calcio inglese è arrivato a giocare la partita decisiva del torneo. 

Grande assist-man della partita, Imlach fu ancor più decisivo — e proprio per questo la sua prova fu giudicata straordinaria dai commentatori — come motore instancabile di centrocampo, una volta che il Forest rimase in inferiorità numerica per un gravissimo infortunio subito dallo stesso Dwight, che abbandonò il campo con una gamba spezzata; i Reds dovettero giocare in dieci per circa due terzi della gara: il secondo tempo fu, da parte dei ragazzi del Forest, un‘interminabile "caccia alle ombre", shadow hunting, come si chiama in inglese la difesa strenua di un risultato con avversari che spuntano da tutte le parti, e Stewart fu il cacciatore più assiduo e implacabile di tutti. Era davvero ovunque, predecessore del tappabuchi più famoso della storia, Alan Ball, sullo stesso campo, sette anni dopo, nella finale dei campionati del Mondo contro la Germania. Il Forest riuscì a contenere il ritorno del Luton, che marcò con Pacey al 66', ma non riuscì più a pareggiare.

 

 

Il Forest, con questa vittoria in dieci, sfatò il cosiddetto "Wembley hoodoo", la "maledizione" che contraddistinse le finali degli anni '50, moltissime delle quali condizionate — in un'epoca in cui non erano ancora consentite le sostituzioni — da un infortunio patito da una delle due finaliste, alla fine sconfitte anche grazie all'inferiorità numerica. Addirittura, nella finale del 1957, lo United giocò quasi tutta la partita senza portiere, con Duncan Edwards messo in porta, e fu sconfitto di misura, 2-1, dall'Aston Villa.

I giocatori e la gente di Nottingham, quel giorno, non avrebbero mai potuto immaginare quanto in fretta sarebbe stata smantellata quella squadra così brillante. Solo 12 mesi dopo il ruolo decisivo giocato nella vittoria di Wembley, Imlach passò proprio agli Hatters; in seguito, con un ginocchio malmesso a causa di una cartilagine tolta male, giocò per il Conventry City e il Crystal Palace, finendo la sua carriera nel 1967, con un club al di fuori della Football League, il Chelmsford City: una carriera di 423 partite di Lega, giocate con sei club differenti.

Stewart Imlach ebbe anche una discreta carriera come preparatore atletico: tornò a Nottingham, però dall‘altra parte del Trent, come assistant manager al Notts County guidato, come detto, dalla vecchia gloria del Forest Billy Gray; ma la sua esperienza più significativa come allenatore la visse a Liverpool, sponda Blues: dopo essersi unito alla squadra nel 1969, come secondo a Harry Catterick, lo stratega della vittoria nel campionato del 1970, guidò la preparazione fisica dei giocatori dell‘Everton fino al 1976, sotto Egglestone e Billy Bingham.

Dopo questa esperienza, lasciò il calcio per dedicarsi al suo amato golf.

Fu colpito da una malattia incurabile, che avvelenò gli ultimi due anni della sua vita, e morì nel 2001, a soli 69 anni.

Stewart Imlach ha avuto una fortuna davvero rara: un figlio grande scrittore di sport, nato proprio nove mesi dopo la finale di Wembley della quale il padre fu l‘eroe.
Gary Imlach non vide mai giocare dal vivo suo padre (mentre fu testimone diretto dei suoi anni all'Everton), ma si affezionò alla sua storia, al baule dei ricordi nel quale frugava in soffitta, tirandone fuori maglie, foto e medaglie; attraverso i racconti del padre, si affezionò anche alla storia di quel periodo, in cui, come dice nella bellissima introduzione al suo libro, gli eroi del football erano parte integrante della working-class: guadagnavano poco di più dei ragazzi e degli uomini assiepati sugli spalti, frequentavano gli stessi pub degli appassionati, avevano fatto gli stessi lavori prima di diventare calciatori professionisti e, per lo più, tornavano a fare gli stessi lavori dopo, se non erano così fortunati o così previdenti da riuscire a aprirsi un pub o un negozio in centro.

My Father and other Working-class Football Heroes è un libro bellissimo per ogni appassionato di calcio inglese e per chiunque odi quello che il denaro ha fatto al Beautiful Game; ma, soprattutto, è un libro bellissimo per qualunque tifoso del Forest, per la ricostruzione straordinaria dell‘anno in cui abbiamo vinto l‘ultima FA Cup della nostra storia.

Ma non temete: quella storia la racconteremo anche qui, anche usando le parole che Gary Imlach usa per parlare di suo padre. 


Data di nascita: 6 gennaio 1932, Lossiemouth, Moray, Scozia
Data di morte: ottobre 2001

Record nel Nottingham Forest

Presenze: 184 nella Lega, 19 nella FA Cup, 1 nelle altre competizioni
Gol: 43 nella Lega, 5 nella FA Cup
Debutto: 20 agosto 1955 v Liverpool FC (casa, sconfitta per 3-1)

Altre squadre di appartenenza: Lossiemouth, Bury, Derby County, Luton Town, Coventry City, Crystal Palace, Chelmsford City, Scozia (4 caps)


Liberamente tratto e tradotto da
The Legends of Nottingham Forest, di Dave Bracegirdle, Breedon Books

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