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East Midlands derby: Crossing the Divide.

Come più volte ripetuto, i giocatori che hanno vestito sia il rosso del Forest sia il bianco dei Rams sono moltissimi. Solo dalla Seconda Guerra mondiale in poi, i giocatori che hanno giocato ad entrambi i lati dell'A52 sono più di trenta.

Il primo, e uno dei più illustri, è Stewart Imlach, più volte citato in questo blog, uno degli eroi della Coppa del 1959. Prima di arrivare al Forest nell'estate del 1955, infatti, Stew giocò nel Derby County una stagione per lui non proprio brillantissima nel 1954-55. In questo caso si trattò proprio di un trasferimento diretto, visto che i Reds pagarono i Rams 5.000 sterline per l'ottima ala sinistra scozzese.

Gran parte dei trasferimenti tra le due sides dell'East Midlands avvennero, però, nell'epoca di Brian Clough: sia verso ovest, quando BC guidava i Bianchi, sia, in maniera molto più massiccia, verso est, quando BC cominciò il suo regno al City Ground e richiamò molti giocatori del suo periodo al Baseball Ground.

Clough, nel 1967, prelevò dal Forest per 30.000 sterline Alan Hinton, giocatore sottovalutatissimo da tutti i manager che il Forest ebbe durante il periodo trascorso dal forte giocatore di Wednesbury al City Ground, il cui addio fu salutato dal board Garibaldi con grande soddisfazione, dal momento che la cifra pagata dal DCFC per il suo acquisto venne giudicata folle; quanto si sbagliassero, Hinton lo dimostrò al Derby County, dove giocò 253 partite di lega segnando 63 reti, e vincendo due titoli inglesi.

Nel grande Derby County del periodo 1969-75 giocavano altri giocatori che avevano vestito la maglia rossa: Terry Hennessey, forte difensore, nazionale gallese, giocò nel Forest dal '65 al '70 diventandone il capitano, e nel Derby County dal '70 al '73; Henry Newton, centrocampista nato proprio a Nottingham, al Forest dal '63 al '70 e, dopo un interludio all'Everton, al Derby dal '73 al '77, proprio in tempo per vincere il secondo titolo assoluto; Frank Wignall, al Forest dal 1963 al '68, e, dopo un interludio ai Wolves, al Derby County dal 1969 al '71.

Il vero e proprio esodo, come anticipavamo, avvenne però con l'avvento di BC al Forest: i fedelissimi John O' Hare e John McGovern, che avevano seguito il Gaffer anche da Derby a Leeds, per i suoi famosi 44 giorni (McGovern, che cominciò a giocare proprio con Cloughie a Hartlepool, è l'unico a aver seguito il Gaffer in tutte le sue squadre, con l'esclusione della parentesi di Brighton), si precipitarono al City Ground al primo cenno di Clough, con il Leeds ben contento di liberarsi dei due incomodi testimonial di quell'esperimento fallimentare. Il primo fu ottima punta di riserva al City Ground, con 101 presenze e 14 reti per i Reds, e il suo contributo ai trionfi del Forest fu molto inferiore a quello dato ai titoli dei Rams, dove giocò 248 partite di Lega segnando 65 reti, anche se vanta una medaglia europea vinta sul campo, dal momento che subentrò a uno stremato Mills nel finale della battaglia del Bernabeu.
Il secondo, invece, fu la vera anima dei successi del Forest di Clough, e ne fu, certamente, il giocatore più rappresentativo, anche se non il più spettacolare: grande capitano, la vera e propria incarnazione in campo dello spirito del suo allenatore.

Archie Gemmill, un altro dei Cloughie boys del Derby County, si fece l'A52 nel 1977, mentre Colin Todd, l'ultimo giocatore del Derby di BC a passare la sponda, si unì al Forest molto più tardi, nel 1982, avendo abbandonato i Bianchi già da cinque anni, passati tra Everton e Birmingham City.

Tra l'altro, Archie Gemmill tornò a Derby nel 1983, dopo un periodo passato tar Birmingham City, Wigan e una breve esperienza americana, diventando l'unico giocatore della storia a attraversare il "confine" per ben due volte.

Poi, dopo il periodo d'oro del Forest, i giocatori ricominciarono a salire. In particolare, tre campioni d'Europa finirono al Derby County: Peter Shilton, l'eroe del Bernabeu, si trasferì al Derby County nel 1987, dopo cinque anni passati al Southampton. Kenny Burns, il grande difensore scozzese, passo agli Arieti nel 1984, per rimanervi solo un anno. E, infine, il trasferimento forse più doloroso di tutti e per tutti: il passaggio di John Robertson, giocatore feticcio di Brian Clough, che fu convinto da Peter Taylor a firmare per i Bianchi nel 1983. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, l'evento che segnò la rottura definitiva tra i due amici, dopo che già la decisione di Taylor di firmare per il Derby County dopo aver spacciato l'addio al Forest per un ritiro dal calcio aveva provocato una gravissima crisi tra i due manager. Il Forest agì per vie legali contro il passaggio di Robbo dall'altra parte, accusando Taylor di aver versato sottobanco soldi allo Scozzese per convincerlo a firmare: fatto sta che, dopo quell'episodio, Clough e Taylor non si parleranno mai più, per il resto delle loro vite.

La fine degli anni d'oro del calcio nell'East Midlands segna un certo rallentamento di traffico, e i pendolari sull'A52 tornano a essere più numerosi dei giocatori.

Tra i passaggi più notevoli, quelli di Darren Wassall, difensore che giocò una trentina di partite negli ultimi Forest di Clough e che passò al Derby nel 1992, di Gary Charles, terzino destro che passò al Derby dopo la retrocessione del 1993, del grande Steve Hodge, che giocò un periodo in prestito al Derby durante il suo ultimo anno al Leeds United, nel 1994; viceversa, ricordiamo Glyn Hodges, nazionale gallese, più noto per essere stato uno dei protagonisti del "grande Wimbledon", che giocò per il Derby County nel 1996 e per il Forest nel 1998; Darryl Powell, uno dei Reggae Boyz di Francia '98, pur essendo nato a Londra: giocò 11 partite per il Forest nel 2005, dopo aver giocato per il Derby County dal 1995 al 2002. Poi, Lars Bohinen, al Forest dal 1993 al 1995 e al Derby dal 1998 al 2001, e Dean Saunders, famoso soprattutto per un anno passato al Liverpool e per il ruolo di commentatore del Galles per la BBC, al Derby dal 1988 al 1991 e al Forest nel 1996-97.

Per arrivare ai giorni nostri, con Lee Camp e Dex Blackstock, il primo nato a Derby e cresciuto nei Rams, il secondo al Derby per un breve periodo in prestito dal Southampton, e anche il neoacquisto Marcus Tudgay ha cominciato la sua carriera da pro nel Derby County, nel 2002: 92 presenze in campionato con un bottino di 17 reti.

Ma i due casi recenti più famosi sono quelli di Robbie Earnshaw e di Kris Commons, che percorsero in direzioni opposte la A52 proprio nello stesso periodo: il primo, ceduto dal Derby al Forest dopo il campionato 2007-08 (la disastrosa stagione dei Rams in PL), nel quale il gallese segnò la miseria di una rete in 22 apparizioni, dopo essere arrivato, voluto fortemente da Billy Davies, con gran squilli di tromba e un bel po' di soldi: tre milioni di sterline, allora record assoluto per i Rams; il secondo passato nella stessa estate al Derby, dopo la scadenza del contratto con il Forest, contratto che Commons non volle rinnovare, nonostante la promozione dei Reds dalla League One alla Championship: un gesto letto dalla tifoseria Rosso Garibaldi come un grave tradimento, il motivo per il quale, in assenza di Savage, le attenzioni dei tifosi, con cori come "Whats that on the A52? Its Fatty Commons, its Fatty Commons!" saranno tutti per lui.

***

Tra i manager, i passaggi sono più radi, naturalmente, ma di grandissima importanza: Peter Taylor è l'unico a aver percorso il tragitto due volte: fu assistant manager al Derby e al Forest con Clough, e manager di nuovo al Derby, questa volta da solo, a partire dal 1982.
Ma a avere diretto sia Forest che Derby come manager sono solo tre allenatori: Dave Mackay, come saprà benissimo chiunque abbia letto Damned United, prese in mano il Derby dopo l'addio di Clough, nel 1973, provenendo proprio dalla sua prima esperienza manageriale al Forest. Poi lui: Brian Clough, manager del Derby County dal 1967 al 1973, e del Nottingham Forest dal 1975 al 1993. E, infine, l'attuale manager del Forest, Billy Davies, nominato manager dei Reds nel 2008 e manager del Derby County della promozione nella stagione 2006-2007.

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Steve Hodge, addenda e paralipomena.

Proprio in questi giorni, è stata pubblicata dall'Evening Standard, in occasione dell'apertura dei mondiali, un'intervista a Hodge su quello sciagurato retropassaggio. Per festeggiare la prossima apertura dei mondiali, dedichiamo un altro post a questo argomento, riportando stralci dell'articolo.

Il giornalista, Simon Johnson, nell'introduzione, scrive:

Se qualche giocatore della Nazionale inglese dubita del fatto che un solo momento negativo in una sola partita del Mondiale potrebbe tornare a ossessionarlo per tutta la vita, deve solo chiedere a Steve Hodge.

Il buon Johnson ci dà anche una notizia terribile:

In un recente programma della BBC, Hodge è stato inserito nel peggior XI inglese di tutti i tempi, proprio per quell'errore. 

In realtà, quella classifica è stata stilata non basandosi sull'intera carriera di un giocatore, ma, per lo più, su un singolo episodio: basti pensare che sono inclusi David Seaman (sì, certo, per la papera sulla punizia di Ronaldinho) e John Terry (per le sue avventure boccaccesche).

Vabbè, ma rivediamocelo fino alla nausea, questo assist a Dio, tratto proprio dal succitato programma della BBC, con anche una breve dichiarazione di Steve sul fallo di mano proprio alla fine della partita.

 

 

Ma sentiamo anche quello che Steve ha da dirci su quella vicenda, in questo articolo:

Hodge, certamente, pensa di non aver fatto nulla di male, allora, ma questo non impedisce a una singola giocata di gettare un'ombra su tutta la sua carriera.

Egli ha detto: «Sì, è la domanda che mi viene fatta più di frequente. Stavo facendo la spessa, l'altro giorno, in uno spaccio di Nottingham, e qualcuno mi si avvicina e mi chiede se avessi ancora quella maglietta. Sono molto più conosciuto per tutto quello che avvenne in quella partita, che per tutto il resto della mia carriera di calciatore, assolutamente dignitosa».

«Vabbè, si può anche capire: quella fu la partita più importante che io abbia mai giocato. È successo quello che è successo, e, tutto sommato, se lo volete sapere, io rifarei quello che feci allora. Ho visto quel gol centinaia di volte: certo, fu un passaggio all'indietro arrischiato, ma se ritornassi lì, in quella stessa situazione, io lo rifarei».

«Lì per lì, la stampa non se la prese poi così tanto con me. La maggior parte dell'attenzione e delle critiche dei media si concentrarono su Peter Shilton. Fu molto scorretto, nei suoi confronti. L'unico responsabile di quel pasticcio è e resta il guardalinee. Ma tutte queste critiche dimostrano a chi gioca al calcio come tutto, una volta raggiunto questo livello, diventi gigantesco: nulla è più grande di una partita di Coppa del Mondo».

«Quando penso a Maradona, ora, be', certo, prima di tutto penso al fallo di mano, e a come tutto sia andato nel modo più sbagliato, ma poi non posso fare a meno di pensare al suo gigantesco talento. Al suo gol prodigioso. Un imbroglione truffatore e un artista sublime, tutto in cinque minuti. È questo il motivo per cui, in fondo, quella maglietta è così famosa. Perché contiene tutto quello che Maradona era».

«Guardandolo da calciatore, da dentro il campo, Maradona era… molte spanne sopra tutti gli altri, era davvero un'altra cosa. Io sono tuttora grato per il fatto di essere stato nello stesso campo con lui, anche se questo, probabilmente, mi è costato la possibilità di giocare in una finale di Coppa del Mondo. Ma, del resto, nel calcio sono sempre esistiti quello che hanno cercato di imbrogliare sperando di farla franca, e ce ne saranno molti anche in questo Mondiale, ne sono sicuro. Ci sono sempre stati, e ci saranno sempre».

Ora, Maradona ha la possibilità di giocarsela nuovamente sul palcoscenico più importante, questa volta come allenatore dell'Argentina.

Mentre l'ammirazione di Hodge per il giocatore è immutata, Steve ha come la sensazione che il 49enne argentino sia proprio l'ostacolo maggiore per la sua Nazionale verso il successo finale.

In un'intervista rilasciata in occasione della presentazione della programmazione di BBC5 per il Mondiale, Hodge ha detto: «Il fatto che sia stato nominato CT dell'Argentina mi ha molto sorpreso. Per lo più, gli allenatori devono trovare la loro strada facendo gavetta [up the ladder], e provare quello che valgono. Ma lui ha uno o due allenatori molto esperti, nel suo staff; penso proprio che lui si limiterà ai discorsi motivazionali, cose così. Comunque, staremo a vedere».

«Nessuno discute dell'immensa quantità di talento a disposizione dell'Argentina, eppure hanno fatto molta fatica a qualificarsi. La loro qualità difensiva è molto scarsa, e non si può essere scarsi in difesa, nei quarti, nelle semifinali e nella finale di una Coppa del Mondo».

«Ha lasciato fuori Esteban Cambiasso e Javier Zanetti, vincitori della Champions League con l'Inter, e questo non ha davvero senso [ué, ma quanto ci capisce di calcio, Harry…]. Forse non gli piacciono, o non vanno d'accordo, ma sono state davvero due decisioni pesanti da mandare giù».

Il CT inglese Fabio Capello ha qualche decisione da prendere, prima della prima partita del torneo, quella contro gli USA, ma Hodge ha la sensazione che sia giunta l'ora che gli anni di sofferenza per il Paese possano finalmente terminare.

«In tutti questi anni, gli Italiani, i Francesi, i Tedeschi hanno vinto qualcosa. Sarebbe davvero il nostro turno. Il nostro movimento calcistico è buono almeno quanto il loro».

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Legends of Nottingham Forest -€” Steve Hodge, l’uomo che crossò per Dio

Difficilmente un errore difensivo può cambiare la storia del calcio, ma può capitare; però, è ancora più difficile che ci si dimentichi così facilmente e così rapidamente, sommersi dagli eventi concorrenti, di chi sia stato l'autore di uno degli errori difensivi che ha cambiato la storia del calcio.

Steve Hodge era il classico giocatore per cui Brian Clough andava pazzo. Centrocampista tuttosinistro serio, lavoratore, eclettico e allo stesso tempo rigoroso dal punto di vista tattico: poteva giocare sia esterno, sia interno di centrocampo di sinistra.
Era un ragazzo di Nottingham, e fu al Forest in due riprese differenti, con un intermezzo — lungo e ricco — soprattutto nel Tottenham.

Oltre che per la sua serietà, divenne un vero e proprio beniamino dei tifosi del City Ground (che lo chiamavano e lo chiamano tuttora semplicemente "Harry") anche perché era, per l'appunto, un enfant du pays: Steve entrò nel Forest giovanissimo, si fece tutta la trafila nelle squadre giovanili del club, per fare il debutto in prima squadra nella stagione 1981-82, proprio nell'ultima partita del campionato, una vittoria per 3-1 in trasferta contro l'allora temibile squadra dell'Ipswich Town. Quando lasciò la squadra per la seconda volta, nove anni dopo, poté ben dire di avere preso parte a uno dei periodi migliori della storia del Forest, probabilmente il secondo migliore nella storia della società dopo quello, irripetibile, dei grandi successi europei.

Be', ma torniamo al nostro giovanotto: Clough reputò Steve degno di un posto da titolare all'inizio della campagna 1982-83, quando, ormai, la leggendaria squadra dei trionfi europei si era quasi del tutto disintegrata. Il Gaffer non dovette aspettare molto tempo prima di vedere il nome del suo pupillo iscritto nello score-sheet dall'arbitro.

"Be', i miei primi due gol da professionista arrivarono all'Anfield Road. Non male, eh? Era solo la mia quarta presenza da titolare in campionato, e segnai due reti a Bruce Grobbelaar, proprio sotto la Kop End. Mi sentivo come se avessi trovato il buco per entrare nel Paese delle Meraviglie, e all'intervallo eravamo avanti per 3-2. Ma il secondo tempo fu un secondo tempo da Liverpool: pareggiarono, e segnarono il gol della vittoria con Ian Rush proprio all'ultimo minuto".

Il Forest arrivò quinto, quell'anno, e si qualificò per la coppa Uefa per l'anno successivo. Una campagna europea molto dura, caratterizzata, al terzo turno, da un derby britannico contro il Celtic, una buona squadra che, due anni prima, era stata sul punto di eliminare la Juventus nel primo turno di Coppa dei Campioni: all'andata, i Reds, che schieravano come unici reduci dei successi di Coppa dei Campioni il terzino Anderson, il grande Bowyer e Garry Birtles, ottennero uno striminzito 0-0 al City Ground, in una partita che fu definita dai media "Battle of Britain", per l'intensità del gioco e la durezza dei contrasti, e che venne ricordata per la netta prevalenza, in termini sonori, del tifo biancoverde.
Jimmy Greaves, in un articolo di commento sul Mirror, scrisse che per venti minuti, guardando la partita, aveva creduto che la gara si tenesse in Scozia, e accusò i tifosi di Nottingham di eccessiva freddezza nei confronti della loro squadra: un tema che sarebbe diventato ricorrente, in futuro, quello del distacco dei tifosi Reds, rimasti inchiodati, secondo alcuni, al titolo di bicampioni d'Europa, e poco propensi a entusiasmarsi per qualcosa di meno.

Il ritorno fu una delle classiche partite Cloughesche del Forest formato esportazione dato per spacciato, e la preparazione seguì la stessa falsariga della preparazione della finale di Madrid, di cui abbiamo in precedenza offerto ampie testimonianze. Sentiamo come la racconta Steve:

"Non ci allenammo per nulla nei tre giorni che separavano la partita di campionato da quella di Glasgow, e la sera prima del match Clough insistette perché bevessimo tutti insieme un paio di bicchieri, giusto come aiuto per rilassarci. In quella stagione stavamo giocando piuttosto bene, in trasferta, e io, personalmente, ero abbastanza fiducioso sulle nostre possibilità; anche se, certo, avevo un po' di timore nei confronti dello stadio: già a Nottingham sembrava di giocare in trasferta, ma qui ci sarebbero stati solo 70.000 tifosi del Celtic!"

La fiducia di Steve si rivelò giustificata, e fu proprio un suo gol solitario a garantire il passaggio del turno al Forest.

"Il gol venne dopo circa 65 minuti, e una volta che fummo passati in vantaggio, naturalmente, le cose per noi diventarono molto più facili. Steve Wigley giocò la palla dentro l'area dalla fascia, Dav [Peter Davenport] la toccò dietro, e io la misi dietro Patty Bonner, nella porta del Celtic. Mi ricordo benissimo quella sensazione, una specie di mescolanza di estasi e sollievo".

Purtroppo, il cammino del Forest in quella competizione fu fermato, in maniera davvero farsesca, in semifinale, contro l'Anderlecht, come avremo modo di raccontare in maniera particolareggiata in un prossimo post.
Fu, quella, l'unica occasione, in campo europeo, in cui i dirigenti di una squadra ammisero esplicitamente di avere corrotto un arbitro, lo spagnolo Guruceta Muro, che allora, tra l'altro, godeva di una certa fama: purtroppo, lo fecero tredici anni dopo la partita, e la tardiva squalifica di due anni inflitta alla squadra belga non ripagò il Forest della mancata finale.

All'andata, il Forest si impose, comunque sia, per 2-0, con due reti proprio di Hodge, ottenute entrambe nel finale: "L'andata al City Ground fu la nostra miglior partita della stagione, proprio nel match più importante che molti di noi avessero mai giocato. Cercammo disperatamente di ottenere un buon margine per garantirci nel ritorno in Belgio: io segnai l'1-0 più o meno a sei minuti dalla fine, e proprio allo scadere segnai il raddoppio, con un tuffo di testa proprio sotto il Trent End. Rimane il gol preferito della mia carriera, e lì per lì pensai proprio che ci avrebbe garantito il passaggio del turno".

Invece, venne Muro, e un finale pazzesco a Bruxelles, con un gol regolarissimo annullato al Forest e un rigore inventato per i Belgi, che regalò ai biancomalva un immeritatissimo 3-0.

Be', per lo meno, per Steve Hodge, il disappunto seguito agli eventi che privarono il Forest di una meritatissima finale europea (sarebbe stata, tra l'altro, un derby inglese contro il Tottenham Hotspurs, l'altra squadra nel destino di Hodge, una sorta di prefigurazione della partita d'addio del centrocampista) trovò consolazione nella vittoria del Campionato europeo con l'Under 21, squadra della quale Steve era titolare inamovibile, e che schierava ottimi giocatori come il biondo portiere dello United Gary Bailey, la futura leggenda dell'Everton Dave Watson, gli altri futuri blue Steve Bracewell e Gary Stevens, e il grande Mark Hateley. Un successo al quale il giocatore del Forest contribuì grandemente, e nel quale attirò su di sé l'attenzione dei selezionatori della nazionale maggiore.

Dopo un altro anno al Forest, nell'agosto del 1985, piuttosto sorprendentemente, Clough accettò un'offerta del Villa per 450.000 sterline per il suo centrocampista preferito; solo un altro anno dopo, Steve Hodge passò al Tottenham, nel quale andò a formare uno dei centrocampo più forti che io abbia visto in una squadra inglese: una mediana a cinque, con lui a sinistra, Chris Waddle a destra, Ardiles e Hoddle interni, e Paul Allen ball-winner davanti alla difesa; una squadra fantastica, che lottò, nel 1986-87, per tutti e tre i trofei domestici fino alla fine, non riuscendo, però, a vincerne nemmeno uno.
In particolare, fu sorprendente la sconfitta contro il Conventry City nella finale della FA Cup, la prima sconfitta per gli Spurs nel massimo evento del calcio inglese, dopo undici partecipazioni alla finale, contraddistinte da tre pareggi e otto vittorie.

Il suo ritorno al Forest avvenne nella stagione 1988-89: per chi sa solo un pochino di storia del calcio, sa bene che quella fu certamente la stagione più tragica della storia del calcio inglese, e, indubbiamente, la stagione più tragica della storia del Forest.
Steve Hodge giocò molto bene, quell'anno, e arrivò a disputare la finale della Coppa di Lega contro il Luton Town, vincendola, e ottenendo, dunque, la sua prima medaglia in un torneo domestico importante; il Forest, quella stagione, vinse anche la Simod Cup contro l'Everton: la Simod Cup era una troiata di trofeo che si disputò negli anni del bando delle squadre inglesi dall'Europa, e che doveva servire a far girare un po' più di soldi tra le squadre della Lega, duramente penalizzate dall'esclusione anche sotto il profilo economico; una vera e propria marca della bruttezza e della tragicità di quegli anni.

Un derby contro i Rams del 1988

Steve Hodge in un derby contro i Rams del 1988 (foto BBC)

Ma, naturalmente, quella fu, soprattutto, per il Forest, la stagione della semifinale di FA Cup di Hillsborough contro il Liverpool, un evento al quale dedicheremo, certamente, un post apposito.

"Non vedemmo quasi nulla di quanto successe. Sapevamo solo che le cose non stavano andando per il verso giusto, che c'era stata una grande invasione di campo, una cosa così: ci fecero arrivare quasi all'ingresso del campo, da dove potevamo vedere una grande confusione, ma ci fecero tornare immediatamente negli spogliatoi".

Steve è uno dei giocatori più attivi nel sostegno alle famiglie delle vittime, e ha giocato innumerevoli partite di beneficenza e di commemorazione dell'evento.

La stagione successiva, Hodge giocò stabilmente nel mezzo del campo, e disputò una delle sue stagioni migliori con la maglia rosso Garibaldi, arrivando a essere, addirittura, il capocannoniere del club, con 14 gol.
Quell'anno, tra l'altro, il Forest riportò la Coppa di Lega a Nottingham, in una finale contro l'Oldham Athletic.

L'ultimo trofeo di Brian Clough, e l'ultimo trofeo importante dei Reds, a tutt'oggi.

La stagione 1990-1991 vide il Forest fare un ultimo viaggio a Wembley, stavolta per la finale vera, quella di FA Cup, l'unica finale di FA Cup di Brian Clough; un trofeo che il nostro Gaffer non è mai riuscito a vincere, e che era divenuto, come vedremo in seguito, una vera e propria ossessione.
Steve giocò molto meno dell'anno precedente, in quella stagione, perché a centrocampo era arrivato un giovane, talentuoso e granitico giocatore irlandese: Roy Keane. Anche in quella finale, giocata proprio contro la sua ex squadra, il Tottenham Hotspurs, Hodge partì dalla panchina.

"Fu una grande frustrazione, non poter partire titolare proprio in quella giornata, e proprio contro la mia vecchia squadra. Mi ricordo che ero molto emozionato. Entrai dopo un'ora di gioco: perdemmo, e alla fin fine quella fu anche la mia ultima partita con il Forest".

L'anno successivo passò al Leeds del grande Howard Wilkinson, pagato 900.000 sterline: visto che è la cifra più alta pagata per Hodges nel corso della sua carriera, e che Steve era, ormai, un giocatore sulla via del tramonto, possiamo ben dire che questo trasferimento ha segnato, più che altro, un capitolo importante nella storia della perdita di potere d'acquisto della divisa britannica.
Steve avrebbe dovuto essere un rincalzo per un centrocampo già strepitoso, composto da Gordon Strachan, Gary McAllister, Gary Speed e David Batty, ma Hodge, con il suo solito impegno e la sua solita dedizione, si guadagnò grande spazio, e diede un ottimo contributo alla vittoria del campionato da parte dei Bianchi dello Yorkshire: il suo primo e unico titolo di Lega.

Dopo un'altra stagione al Leeds, nel 1994 passò in prestito al Derby County (direi inevitabilmente), e poi chiuse la sua carriera giocando a Londra e dintorni, nel QPR, nel Watford e nel Leyton Orient, con una trascurabile parentesi addirittura a Hong Kong.

Anche la carriera in nazionale di Steve Hodge fu, tutto sommato, soddisfacente. Dopo l'europeo vinto con la Under, il centrocampista fu convocato da Bobby Robson per le fasi finali di due Campionati del Mondo; anche se la seconda volta, a Italia '90, un grave infortunio patito proprio prima dell'esordio lo costrinse a assistere all'avventura inglese, la migliore dal '66, sempre dalla panchina.

Questo non gli impedì di partecipare alla "replica" della famosa semifinale con la Germania, il Sir Bobby Robson Trophy match, tenutasi al St James Park il 26 luglio del 2009 — proprio cinque giorni prima che il grande tecnico morisse — per raccogliere fondi per la fondazione per la promozione della ricerca sul cancro che l'ex commissario tecnico aveva fondato a suo nome.

Ma il vero mondiale di Steve Hodge fu, indubbiamente, quello del 1986: dopo una sconfitta contro il Portogallo e un pareggio contro il Marocco nel gironcino iniziale, partite nelle quali Hodge non giocò, nella partita decisiva contro la Polonia Bobby Robson rivoluzionò la squadra, e diede fiducia al nostro centrocampista. Steve lo ripagò con una prestazione straordinaria: un cross e un passaggio che misero in porta Lineker, autore di una tripletta nel primo tempo che diede all'Inghilterra la vittoria e la qualificazione al turno successivo. Negli ottavi, il Paraguay: ancora un passaggio vincente per Lineker, e un ottimo contributo a un altro 3-0, che aprì ai Bianchi le porte dei quarti, nei quali avrebbero affrontato l'Argentina.

Una cosa su Hodge che quasi nessuno si ricorda, è che il gol di mano di Maradona venne da una sua vaccata assurda su un controllo sbagliato di Valdano: un rinvio delirante che sarebbe stato facilissimo se lui fosse stato in grado di calciare con il destro, cosa che gli era, invece, del tutto impossibile, e che invece diventò un cross perfetto per la "mano de Dios".

Steve Hodge contrasta Maradona nel quarto di finale Inghilterra-Argentina ai mondiali dell'86 (Foto Daily Mail)

Per sua fortuna, le polemiche sul fallo di mano superarono abbondantemente quelle sul suo gigantesco errore difensivo (alcuni continuano a sostenere che lui volesse proprio passare il pallone a Shilton, senza rendersi conto che Maradona aveva proseguito la sua corsa dentro l'area di rigore).  Mi ricordo perfettamente quell'incontro: l'Inghilterra stava prendendo il predominio della partita, fisicamente e tatticamente, e, senza quel gol-shock, sono convinto che non avrebbe preso nemmeno il secondo, subito dopo, il mitico coast to coast dello stesso Maradona; e, probabilmente, passato quel turno, l'Inghilterra, quel mondiale, avrebbe potuto vincerlo, e avrebbe così potuto sancire una sorta di riscatto immediato, di palingenesi, solo un anno dopo la tragedia dell'Heysel. Insomma, la storia del calcio mondiale sarebbe cambiata radicalmente.

Ma Hodge non aveva il destro, e l'Inghilterra fu eliminata ai quarti.

Durante la sua carriera, lunga e tutto sommato fortunata, Hodge, come abbiamo visto, ha vinto numerose medaglie; ma, nonostante il passaggio sbagliato che contribuì alla sconfitta dell'Inghilterra, a suo dire il suo trofeo preferito è proprio la maglietta di Maradona di quella partita: fu Steve, infatti, al termine di quel leggendario incontro, nonostante il fallo di mano, a chiedere e a ottenere la maglia del Pibe. Ci tiene tanto, che la sua godibile autobiografia si intitola, ironicamente, The man with the Maradona's shirt. Un'ulteriore dimostrazione del suo immenso spirito sportivo, e del suo amore per il beautiful game. Ora, quella maglietta, la maglietta del "gol più bello del mondo", Hodge l'ha data al National Football Museum, ma, ama dire, "solo per un prestito a lungo termine. Un giorno potrei andare a riprenderla".

La storia d'amore tra Hodge e il Forest, lunga, tormentata e cominciata in tenera età, come tutte le storie d'amore più belle, non è ancora finita: Steve lavora all'Accademia dei Reds, e dirige e allena la squadra Under 14. Speriamo che almeno uno di quei ragazzini possa prendere da Hodge un po' della sua classe, della sua dedizione, della sua modestia e del suo amore per lo sport.


Data di nascita: 25 ottobre 1962, Nottingham

Record nel Nottingham Forest

Presenze: 209 nella Lega, 19 nella FA Cup, 32 nella League Cup, 19 nelle altre competizioni
Gol: 50 nella Lega, 2 nella FA Cup, 8 nella League Cup, 6 nelle altre competizioni
Debutto: 15 maggio 1982 v Ipswich Town FC (fuori casa, vittoria per 3-1)

Altre squadre di appartenenza: Aston Villa, Tottenham Hotspurs, Leeds United, Derby County, Queen's Park Rangers, Watford, Leyton Orient, Inghilterra (24 caps)


Liberamente tratto e tradotto da
The Legends of Nottingham Forest, di Dave Bracegirdle, Breedon Books

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