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Verso Elland Road.

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Elland Road
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Diciamo subito che ieri sera il Boro ha sbancato Blackburn, stoppando la fuga dei Rovers e rendendo, potenzialmente, ancora più corta la classifica. I Teessiders sono passati al sesto posto provvisorio in classifica, facendoci scivolare, dunque, al nono posto.

Torniamo sul luogo del misfatto dopo qualche mese, e quel 3-7 del 20 marzo, la più grave sconfitta interna mai patita dai Bianchi dello Yorkshire nella loro storia, incomberà su entrambi: per noi come una pietra di paragone difficilmente replicabile (anche perché i due maggiori fautori di quella impresa, McCleary e Guedioura, non saranno in campo), per loro come un’offesa da lavare il più sanguinosamente possibile.

Le squadre arrivano alla partita con problemi di gioco in parte analoghi (la fragilità della difesa), ma con stati d’animo differenti: noi imbattuti dopo sei gare, con le ultime due tirate su dalla canna del cesso con la forza della disperazione (e, nel secondo caso, con molto culo), loro reduci da due sconfitte, una esterna a Cardiff, e ci può stare, e una interna contro Hull City, molto più dura da digerire per una squadra che a inizio stagione vantava sia pur blandi propositi di play-off.

Guedioura sarà fuori per la prima delle sue tre giornate di squalifica: questo permetterà a O’Driscoll di schierare o Lansbury, nella molto improbabile eventualità che sia giudicato “fit” per la partita, o Coppinger, ala destra pura che, però, potrebbe trovarsi a suo agio sulla destra del rombo con il quale, probabilmente, scenderà in campo il Forest.

Anche Hutchinson, dopo il lieve infortunio di martedì, pare in dubbio.

Il Leeds sarà senza McCormack (buon per noi…) mentre Drury e Becchio sono in dubbio, ma più sì che no: insomma, problemi in attacco per una squadra che già non brilla per efficacia offensiva.

Si scontrano due squadre con cammini molto diversi: il Leeds ha pareggiato solo una volta, mentre noi siamo gli specialisti del pareggio della Lega (4 su 6 partite); inoltre, mentre noi abbiamo recuperato molti punti partendo da uno svantaggio (3 dei nostri 4 pareggi sono stati ottenuti in rimonta, con la ferale eccezione di Huddersfield), il Leeds ha buttato via otto punti nei recuperi subiti quando era in vantaggio.

Noi abbiamo marcato, finora, 2998 reti in seconda divisione. Se ne segnassimo altri due, faremmo cifra tonda, e penso proprio che faremmo anche punti.

Veniamo a dar conto di alcune dichiarazioni del Gaffer, riportate dal sito della squadra, sia sulla ricchezza di organico di cui gode il nostro reparto offensivo, sia sulla necessità di non fare inopportuni voli pindarici:

Ho tre attaccanti molto forti, e mi piacerebbe molto schierarli tutti insieme sul campo; tutti e tre hanno avuto grande impatto sulle partite, quando sono subentrati, e sarebbe bello vederli giocare insieme. Certo, sulla carta è difficile farli convivere, ma se si giocasse sulla carta il calcio sarebbe uno sport molto diverso.

Schierarli occasionalmente insieme potrebbe darci un’ulteriore opportunità tattica, soprattutto giocando in casa, contro la quale gli avversari potrebbero non avere una risposta pronta.

Tutto dipende dall’atteggiamento con cui gli attaccanti scendono in campo: una cosa così potrebbe funzionare se loro fossero pronti a lavorare molto quando la palla la hanno gli altri. Tipo andare a chiudere l’avanzata di un terzino avversario.

Tutti i giocatori hanno mostrato un’ottima disponibilità, e non penso che sarebbe un problema. Ripeto, potrebbe essere magari un’opzione per gli ultimi 20 minuti; inoltre, spesso la migliore forma di difesa è attaccare tenendo il possesso palla.

Inoltre, parlando della partita di marzo, O’Driscoll ha invitato a non guardare a quel risultato come a una misura efficiente delle forze in campo:

È chiaro che non c’è alcuna speranza di ripetere la prestazione dell’anno scorso. Non sono uno scommettitore, ma se lo fossi non scommetterei su un 7-3 per noi.

Questa è una divisione in cui la cosa più importante è non subire reti. È una follia scendere in campo pensando di poter segnare un gol più dell’avversario. Non puoi dire ‘se ne fanno due, noi ne faremo tre’: in Championship, questa è la ricetta per il disastro. La domanda principale che dobbiamo farci, prima di scendere in campo, è ‘quanto bene siamo in grado di difendere?’.

Sono molto soddisfatto del lavoro che stiamo facendo sui corner avversari: abbiamo subito 37 corner, e solo una rete. In queste circostanze, solo in nove occasioni gli avversari sono riusciti a concludere in qualche modo a rete. Anche martedì abbiamo difeso bene, anche se il Palace aveva un solo giocatore meno alto di sei piedi [1,83 m].

L’anno scorso è stata una partita assurda. Mi ricordo benissimo che quando eravamo sopra 4-1 avevo ancora paura di perdere, perché era una partita così.

Infine, vediamo qualche parola di Garry Birtles, soprattutto sulla partita di martedì:

Non è quando guardo all’inizio della stagione del Forest, alla striscia di imbattibilità di sei partite, che provo il più grande senso di speranza: quello che mi incoraggia di più è vedere che i giocatori del Forest, semplicemente, rifiutano di accettare di essere battuti. Non si danno mai per vinti. Questo è un atteggiamento incredibile.

La scorsa stagione, se il Forest si fosse trovato un gol sotto e con un uomo in meno a Crystal Palace, avrebbe perso senz’altro, e anche pesantemente. Se avessero preso due reti di fila in casa contro il Birmingham City, avrebbero perso senz’altro. Dopo aver subito una mezz’ora come quella subita a Bolton, l’anno scorso avrebbero perso senz’altro.

Ora le cose sono cambiate. Sean O’Driscoll ha messo nuova fiducia e forza di carattere nello spogliatoio.

Non fraintendetemi: prima o poi perderemo. Ma è la reazione la cosa importante. Dopo la partita interna con Wigan in Coppa di Lega, avevo paura che la squadra perdesse fiducia: questo non è successo. Sono ripartiti con un calcio ancora più fluido e propositivo in Championship. La questione non è tanto mantenere la striscia di imbattibilità, è mantenere lo stesso livello di fiducia nelle nostre capacità. Certo, non dobbiamo nasconderci il fatto che il Forest, ora, è una squadra migliore. Abbiamo più qualità, e segniamo più facilmente. La fiducia deriva anche dal sapere che, se le cose vanno male, c’è qualcuno là davanti che potrà mettere le cose a posto.

A Palace, abbiamo giocato la peggiore partita della stagione. Semplicemente, non funzionavamo. In parte, perché giocavamo contro una squadra che ha un’ottimo record casalingo, soprattutto nelle sere infrasettimanali, ma la cosa importante è che, lo stesso, abbiamo cercato di grattar via qualcosa dalla partita.

Magari non abbiamo giocato come possiamo, ma abbiamo fatto lo stesso il possibile per portare nel difficile viaggio verso casa un pezzo di bottino. Questa è la chiave per avere una squadra di successo.

Le scorse stagioni, quando avevamo qualcuno che ci tirasse fuori dal buco, quando avevamo bisogno di un’iniezione di creatività, di solito ci pensava Lewis McGugan. Ora il peso di questa responsabilità non grava più sopra le sue spalle.

Simon Cox, un Dex Blackstock di nuovo in forma, Billy Sharp, un apparentemente scattante Reid e Adlene Guedioura, sono tutti uomini che possono provvedere ispirazione, che possono trovare un guizzo vincente tirandolo fuori da nulla.

Se fossi nei loro panni, comincerei ogni partita convinto di poterla vincere, grazie proprio a questi giocatori, grazie alla quantità di talento che possiede la squadra; oggi, però, sto con in piedi per terra. Non andiamo a Leeds per dar loro un’altra martellata. Non lo dico perché penso che il Forest non possa vincere, perché possono. Fatto sta che mi accontenterei di un punto, fedele al vecchio principio della media inglese, la chiave per il successo in ogni campagna vittoriosa.|

Detto che Robbie Findley si è unito a Gillingham in prestito mensile, ricordiamo che il bilancio tra Nottingham Forest e Leeds United è perfettamente in equilibrio (28-29-28), e che la partita comincerà, come al solito, alle 16, con diretta sul Forest Player.

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Archiviato in garry birtles column, stagione 2012-2013

18 febbraio 2012 – NFFC 2-0 CCFC, un tiro da nove punti

Wow. Venerdì scorso eravamo a sei punti dalla salvezza, ora siamo tre punti sopra, grazie alla penalizzazione di dieci punti del Portsmouth e alla vittoria netta ma faticosissima contro il Coventry City. Un progresso di nove punti in ventiquattrore non è male. Ma non illudiamoci. Il Pompey è una squadra molto più forte della nostra, anche se la nuova situazione di classifica e la botta dell’amministrazione controllata potrà influire sulle successive prestazioni dei Blu, che già ieri hanno compiuto un mezzo passo falso perdendo nettamente sul campo del non irresistibile Barnsley.

Giornata strana, quella di sabato, con vittorie dilaganti delle squadre di casa in partite che si sarebbero potute immaginare più equilibrate, come quella tra Petersborough e Bristol City, o quella tra Ipswich Town e Cardiff City.

Un’ulteriore dimostrazione del fatto che in Championship nessuna partita è scritta, e che non possiamo confidare nei passi falsi dei nostri diretti concorrenti per salvarsi, ma dovremo cercare noi, non so dove la convinzione, le energie e la capacità di trovare tutti i punti che ci serviranno per salvarci, che non saranno pochi; e, certo, non avremo più di fronte un avversario come il Coventry City, capace di raggranellare solo tre punti, quest’anno, fuori casa, e paralizzato dalla tensione; eppure, in grado, a tratti, di metterci in grave difficoltà, e piegato solo a un quarto d’ora dalla fine, quando lo zero a zero (o peggio, o peggio…) sembrava il risultato scolpito nel marmo da qualche dio bizzoso.

* * *

Allora, innanzi tutto una notazione di carattere generale: la differenza principale tra fare il tifo per una grande squadra e fare il tifo per una piccola squadra la si coglie proprio in queste occasioni. Quando il gioco si fa duro, le partite si fanno decisive, e la vittoria si fa indispensabile. Le grandi squadre, in queste occasioni, di solito danno il meglio di sé. Sono composte da giocatori pagati tanto proprio perché sono, per lo più, tetragoni alla tensione, perché riescono a dare il meglio in situazioni in cui i normali esseri umani sarebbero paralizzati dal terrore; inoltre, le grandi squadre sono guidate da allenatori che sono pagati tanto soprattutto perché riescono a incanalare la tensione in energie positive, e a isolare la squadra dalle pressioni esterne.

Le piccole squadre sono composte, per lo più, da giocatori che giocano lì non perché abbiano una tecnica inferiore, o capacità di vedere il gioco inadatta a una grande squadra, ma perché hanno una testa molto più vicina a quella di una persona normale che a quella di un superman che al novantesimo di una finale di coppa di fronte a ottantamila persone che urlano mette un rigore nel sette spiazzando il portiere. La qualità, come quasi tutto nella vita, si paga.

(Come sa chiunque abbia praticato uno sport di squadra a un livello appena più che amatoriale, essere forti a calcio, infatti, è una questione soprattutto mentale. Anche il talento più straordinario è inutile, se non si ha un cervello metà rettile e metà killer ninja.)

La conseguenza di questa banale notazione è che le partite decisive tra due squadre scarse (che, di solito, come in questo caso, siccome le squadre sono scarse, sono partite decisive in chiave retrocessione) sembrano, per lo più, il blind date tra due quattordicenni timidi e sociopatici che si sono conosciuti su un sito emo: traccheggiano in preda a uno sconfinato terrore di sbagliare sperando che qualche evento imponderabile sblocchi una situazione che se fosse per loro consisterebbe nel guardarsi i piedi in silenzio fino al treno di ritorno.

Il primo tempo di Forest-Coventry è stato proprio così. Sportitalia non l’ha trasmetto per “problemi tecnici” (nell’attesa, mi sono sorbito la vista di mezz’ora di Conte che si lamentava di qualcosa che non saprò mai, visto che il volume era abbassato perché sentivo la partita alla radio), ma dal commento di McGovern-Fray si intuiva la paralisi nervosa che ha bloccato ventidue ragazzi all’ultima spiaggia in preda al terrore di perdere, impressione confermata poi dagli highlights della partita.

Che andiamo a vedere subito.

Il Forest parte con uno schieramento che assomiglia a un 4-4-1-1 con Reid nel ruolo un po’ di all around cestistico, o a un 4-2-3-1 con gli esterni offensivi bassi (che è esattamente la stessa cosa del 4-4-1-1, ma mi piace confondere le acque facendo passare l’idea che io me ne intenda).

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Camp

Wootton – Chambers – Higginbotham – Elokobi

Gunter – Moussi – Guedioura – McCleary

<— Reid —>

Tudgay

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Nel primo tempo, dunque, il puzzo di taffa in campo si sente fin dal centro di Nottingham. Il pubblico è caloroso e numeroso, la bandiera del Forest sulla Brian Clough Stand ancora a mezz’asta, il cielo grigiastro, un grigio-retrocessione, diciamo. Il Forest marca una certa prevalenza territoriale, ma si tratta di passeggini laterali appena oltre la metà campo; la prima vera occasione è per gli Skyblues, in azione di rottura: durante una delle serie di passeggini laterali di cui sopra, il Coventry recupera un bel pallone che viene immediatamente verticalizzato per il loanee Alex Nimley, from Manchester City, che si invola incontrastato verso l’area di Camp e fortunatamente, tira con troppa fretta dalle 25 iarde un siluro di interno appena troppo chiuso che si spegne di poco alla sinistra del nostro portiere. Avrebbe potuto percorrere ancora due o tre passi, e allora la conclusione sarebbe stata, probabilmente, molto più pericolosa.

Appena dopo, un’azione del vivace McCleary (l’unico che non sembra in preda degli strizzoni di pancia) sulla sinistra, lanciato dall’ottimo Elokobi: la nostra ala si accentra e offre un pallone invitante a Tudgay un paio di iarde fuori dalla lunetta; Marcus mostra anche lui di volersi liberare al più presto del pallone, e ciabatta di interno destro un metro e mezzo alla destra della porta difesa da Murphy. Anche in questo caso, una bella azione che avrebbe meritato una finalizzazione più fredda. Qualche minuto dopo un’azione analoga: solo che, questa volta, Macca decide di fare tutto da solo e arrivato sul vertice sinistro dell’area azzarda una delpierata di interno destro che si infrange sui cartelloni non lontanissimo dal palo lungo di Murphy. Vabbè, un paio di metri, va’, vedendo il replay. Tutto qui. Partita davvero inguardabile, finora.

Nell’intervallo, Cotterill opta per un più tradizionale 4-4-2, inserendo Findley al posto di Wootton e Blackstock al posto dell’impalpabile Tudgay, retrocedendo Gunter al suo ruolo naturale (in cui è molto più efficace), e spostando Reid sulla sinistra.

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Camp

Gunter – Chambers – Higginbotham – Elokobi

McCleary – Moussi – Guedioura – Reid

Blackstock – Findley

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La formazione appare immediatamente più equilibrata, e lo spirito e l’impegno molto migliorati. Moussi recupera un ottimo pallone sulla destra della nostra tre quarti, palla a Gunter, uno-due con Blackstock sulla tre quarti celeste, Guntie arriva sul lato corto destro della loro area, palla dentro, rinvio sporco del Coventry sul quale si produce una palla a campanile al limite dell’area di porta, Murphy esce per raccogliere la palla, Blackstock salta con lui, forse commette fallo ma riesce a colpire di testa la sfera, che ballonzola fino al palo per varcare la linea di fondo dalla parte sbagliata. Proteste degli Skyblues, azione sporchissima, ma finalmente un’azione da gol, ben preparata sulla fascia da un Gunter molto più a suo agio quando parte da dietro.

Il Coventry, invece, appare quello impaurito e timido del primo tempo. D’altronde, non si fanno tre punti fuori casa in una stagione se si è dei cuor di leone. I nostri avversari si fanno vedere verso il ventesimo, grazie a un corner concesso in maniera un po’ troppo molle da Elokobi, ma Camp neutralizza con una bella uscita plastica il cross tagliato di Deegan. Sul rilancio del portiere sulla nostra fascia destra nuovo duetto in uno due tra il terzino destro gallese e Macca (ottima la cooperazione tra Gunter e McCleary), lo scambio lancia nuovamente Guntie sul lato corto della loro area, questa volta il terzino decide di penetrare, arriva sul vertice dell’area di porta, tira ma viene arginato solo da una disperata uscita di Murphy. Anche questa un’azione costruita benissimo, ma Gunter si dimostra un finalizzatore davvero troppo ansioso, anche perché arriva al tiro con il sinistro, il piede sbagliato: un morbido esterno destro da sotto un passo prima avrebbe mandato la palla inesorabilmente in porta; ma, naturalmente, dalla poltrona siamo tutti Gerd Müller.

Sulla ripartenza dell’azione, la seconda occasione più grossa di tutta la partita degli Skyblues: fraseggio sulla loro tre quarti tra Keogh e Cranie conclusa da una zoccolata lunga verso la nostra area a occhi chiusi sulla quale qualsiasi bambino di sette anni avrebbe potuto benissimo scrivere con un pennarello indelebile “Bar Sport-Dopolavoro FS” senza timore di essere redarguito dal vigile di turno; sulla palla spiovente nella nostra lunetta, però, arriva di testa — sempre a occhi chiusi — il gigantesco Clive Platt che più che altro respinge, ma, del tutto involontariamente, produce un assist al bacio per l’accorrente Gary Deegan, il quale — ancora una volta a occhi chiusi, visto che evidentemente avevano deciso che portava buono — saracca una cannonata d’esterno con effetto a uscire che finisce a una distanza misurabile solo dal Cern (vabbè…) dal palo sinistro di Camp.

Se fosse entrata, sarebbe stato un ottimo spot per il football da oratorio ma una pessima notizia per il Forest.

Ricomincia il non convintissimo assedio dei Reds, che produce una punizione nei pressi del corner sinistro per un fallo su Reid, che lo stesso paffuto esterno si incarica di battere. Cross preciso che Blackstock indirizza di testa appena alto più meno dal dischetto. Anche qui si poteva fare meglio.

Sull’ulteriore ripartenza, l’occasione in assoluto più grossa per il Coventry, con tre cross consecutivi in area rossa: il primo di Nimley dalla estrema destra, che percorre tutta l’area di rigore; il secondo di McSheffrey che lo raccoglie, approfitta di un’incertezza di Higginbotham, e traversa dal limite sinistro dell’area di porta un pallone che percorre pericolosamente tutto lo specchio, e il terzo ancora di Nimley dal limite destro dell’area di rigore verso il dischetto, che viene concluso da Baker con un tiro da esagitato mentale: a freddo, l’avrebbe messa dentro affettandosi il salame; la palla era comunque indirizzata nello specchio, ma per fortuna Chambers ci mette il gambone e riesce a deviare fuori.

Risposta pronta del Forest: rimessa sulla destra, tre quarti del Coventry, palla dentro a Blackstock che la difende bene e la sponda appena fuori dal vertice corto dell’area per l’accorrente Gunter, cross perfetto e zampata di Reid sul limite dell’area di porta, purtroppo anche lui taglia molto il passo per non arrivare al tiro con il piede sbagliato, il destro, quello sul quale durante le partite potrebbe anche mettere un mocassino o una superga rotta, visto che gli serve solo per stare in piedi: il tiro è sporco, colpisce Murphy in faccia e il portiere irlandese riesce a respingere in corner. Anche qui, più facile metterla che no, la partita sembra stregata, come molte altre quest’anno. Già comincio a prefigurarmi il gol del Coventry allo scadere, per soffrire meno quando avverrà.

Guedioura riesce a interrompere una fitta trama di passaggi nel Coventry sulla nostra tre quarti, palla a Blackstock nel cerchio di centrocampo, passaggio a Findley che lo riceve appena fuori dell’area, Findley penetra molto bene nel box azzurro, salta uno zozzone, ne salta un altro che forse lo tocca forse no, fatto sta che l’americanino casca giù proprio sul dischetto, con l’arbitro (ben piazzato) impassibile e la Trent End quasi in campo compattamente a protestare. A me non sembra che Findley si sia buttato, ma ormai sono convinto che la partita sia stregata, forse l’avevo già detto, e quindi non è che mi sorprenda tanto per questi eventi del tutto marginali rispetto all’immanenza della predestinazione che trasuda da tutto lo svolgimento della partita.

A un quarto d’ora dalla fine, la svolta. McCleary riceve il rinvio azzurro sulla fascia destra all’altezza del limite della nostra area, si volta, e invece di passarla in mezzo a Guedioura, l’ala innesta un metafisico turbocompressore psicofisico e comincia a correre in una specie di estasi derviscia dritto verso la porta di Murphy saltando gli avversari come in un cartone animato giapponese, ma più che saltarli li attraversa, visto che non devia mai dal sentiero additatogli da qualche demone interiore, e appena arrivato al limite dell’area del Coventry lascia partire un sinistro non forte ma velenosissimo che bacia il palo prima di colpire il sacco difeso da Murphy inutilmente proteso. “WHAT A MAGNIFICENT GOAL”, urla Fray, e in effetti, wow, what a magnificent goal!

Grande Garath, ma difesa del Coventry francamente sconcertante. Mi difenderei con più convinzione io da ubriaco dalle avances di Miss Nottinghamshire 2012 a un pijiama party di quanto non abbiano fatto loro sulla discesa di Macca. Vabbè, meglio così. Le partite deliranti spesso vengono sbloccate da eventi deliranti.

Poco dopo, McCleary, che sta diventando il nostro vero e proprio uomo salvezza, esce sostituito dal redivivo Greening, che si segnala per alcuni tackle efficaci e al limite della ferocia (uno anche oltre il limite della ferocia, ma l’arbitro benevolmente risparmia un giallo che sarebbe già stato indulgente).

I ragazzi di Coventry cominciano a pensare che forse è il caso di cominciare a giocare a occhi aperti e cercano di intensificare l’azione offensiva, ma non riescono a creare occasioni notevoli.

A cinque minuti dalla fine, il sigillo finale sulla partita: Reid riceve una rimessa laterale appena dentro la metà campo azzurra, si aggiusta la palla, si mette la maglietta dentro i calzoncini, chiama a casa per dire di buttare la pasta, sorride a quattro o cinque spettatori, si guarda intorno (non è vero, naturalmente: tutto questo è solo per dire che non è che il Coventry pressi su di lui proprio come faceva il Milan di Sacchi), poi, probabilmente, si chiede che effetto fa essere Platini, e lancia un pallone meraviglioso in area verso Findley, inseritosi molto bene; un passaggio tanto bello che nemmeno l’americano se la sente di sciuparlo: con stile stavolta impeccabile lo stoppa di petto e lo accompagna in rete con una zampata di destro. Game over, ma stavolta per noi, e anche il sole calante se ne esce fuori a indorare un City Ground in festa.

Squadra sbagliata nel primo tempo ma graziata dall’inconsistenza degli Skyblues; Reds molto più quadrati nel secondo tempo, tre punti d’oro, e siamo fuori dalla zona retrocessione (cosa che potrebbe, più che altro, togliere un po’ di pressione ai ragazzi in rosso); ma la strada verso casa è ancora molto lunga e impervia.

* * *

La sintesi della partita.

* * *

Nottingham Forest: Camp, Chambers(C), Wootton (Blackstock 45′), Higginbotham, Elokobi, Gunter, Moussi, Guedioura, McCleary (Greening 78′), Reid, Tudgay (Findley 45′)

Non entrati: Smith, Lynch,

Marcatori: McCleary 74′, Findley 86′

Coventry City: Murphy, Keogh (C), Christie, Clarke, Norwood, McSheffrey, Deegan (Eastwood 89′), Nimely, Cranie, Platt, Baker (Bell 77′)

Non entrati: Dunn, Willis, Thomas,

Arbitro: M Clattenburg

Spettatori: 21.588 di cui, ospiti: 2.663

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Archiviato in stagione 2011-2012

Breaking new, tanto per rirompere il ghiaccio

Periodo faticoso per il Forest, ma anche per chi scrive.

Ma vediamo di tornare a parlare della stagione dei True Reds, che sta piano piano volgendo al bello, pur con molte incognite e dubbi (prima di tutti, la scomparsa del nostro terzino sinistro, esattamente come l’anno scorso: Bertrand è tornato tra i Blues di Londra, e, ancora, non si vede all’orizzonte chi possa sostituirlo; molto probabile che ci si adatti con le soluzioni interne, Lynch e il rientrante Bennett, autore di un inizio di stagione discreto con il Crystal Palace).

Per cominciare, è notizia di oggi che la domanda del Nottingham Forest per il permesso di lavoro a Robby Findley è stata accolta, dopo un’audizione di Bily Davies e di Mark Arthur di fronte alla FA: ora, perché Robby cominci a lavor… voglio dire, a giocare per il Forest, occore solo l’autorizzazione delle Autorità statunitensi.

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Archiviato in stagione 2010-2011, trasferimenti giocatori

La mossa decisiva per l’American Soccer: in pratica, nel Forest gioca il nuovo Messia del calcio a Stellestrisce.

L’acquisto di Robbie Findley, stellina del calcio USA strappata — pare — ai Wolverhampton Wanderers presso i quali stava svolgendo un camp, non è che abbia proprio acceso la fantasia dei tifosi del Forest.

Sarà lo snobismo britannico nei confronti delle ex colonie (non so voi, ma a me, grande cultore della storia dello sport, ha sempre fatto impressione leggere, per quasi ogni sport inventato dagli Inglesi, il fatto che a un certo punto i Bianchi d’Albione abbiano messo in campo una coppa per prendere per il culo i neofiti anglofoni un po’ dappertutto in giro per il mondo, e le abbiano quasi sempre regolarmente buscate: avevano messo in palio la prima coppa Davis per dileggiare i tennisti americani, e hanno perso. Hanno messo in palio la coppa America per svillaneggiare e bullarsi con i velisti americani, e hanno perso. Hanno messo in palio le Ashes per ridicolizzare la squadra di cricket australiana, e hanno perso).

Sarà lo snobismo che un po’ tutto il calcio europeo ha nei confronti dei calciatori a stelle e strisce; sarà che il curriculum di Findley non è proprio di quelli strabilianti: dopo l’esperienza giovanile con Oregon State, ha totalizzato 18 presenze con 16 reti nelle riserve dei Boulder Rapids, una squadra dell’USL, una lega minore, 9 con 2 nei Galaxy e 91 con 29 nel Real.

Real Salt Lake, però.

Le sue presenze nella nazionale USA sono 11, tuttora in virgola, come si dice in gergo cestistico di un giocatore che non ha segnato in una partita.

Sarà che non è nemmeno precisamente un prospect, visto che è dell’85. Insomma, quel che sia, ma non è che sui blog e sui forum si siano spesi fiumi di parole, per questo ingaggio.

Invece, su un blog sportivo americano, bleacherreport.com, Michael Thomas saluta il passaggio del ragazzo al Forest con grande entusiasmo e con grande ottimismo, e lo considera, potenzialmente, un momento molto importante nella crescita del giocatore in particolare e di tutto il movimento calcistico americano in generale:

Il passaggio di Robbie Findley al Nottingham Forest può essere un grande colpo per l’American Soccer

Durante il periodo natalizio, i media che si occupano di football sembrano interessati, più che altro, sul tendone del Monday Night Football di oggi. No, non sto parlando della partita tra i Saints e i Falcons, ma dell’altrettanto interessante sfida al vertice dell’English Premier League tra Arsenal e Chelsea.

Una partita che coinvolge due pesi massimi mondiali, grazie alla quale stavo per perdermi una delle notizie più interessanti per i fan dell’American Soccer in questa stagione: il passaggio di Robbie Findley al Nottingham Forest.

A prima vista, Findley sembra essere solo un altro Americano a cercare il successo in un club europeo dopo qualche buona annata nell’MSL. Tuttavia, al contrario dei suoi immediati predecessori, Stuart Holden e Landon Donovan, che si sono guadagnati posti da titolari in alcune squadre di metà classifica della Premier League inglese, Findley dovrà lottare per un posto in squadra in una squadra di Football Championship, la seconda divisione.

Apparentemente destinato a spendere il resto della sua carriera lottando per avere una remota possibilità di giocare contro gente come Holden, Donovan, Clint Dempsey e Tim Howard nell’EPL, ho cominciato a chiedermi se, invece, questo trasferimento apparentemente insignificante non potrebbe, invece, beneficiare grandemente l’USMNT [United States Men’s National Team].

Io, grande tifoso Yank, ho spesso paragonato Landon Donovan al personaggio biblico Giovanni Battista, che preparò il mondo all’arrivo di Gesù Cristo. Anche se non era il messia del calcio americano, Donovan ha dato statuto di rispettabilità sia all’USMNT, sia alla MSL. Come risultato, grandi manager hanno cominciato a cercare talenti attraverso l’America, e hanno cominciato a ingaggiarli, sia a livello amatoriale, sia a livello professionistico.

Dopo una campagna di Coppa del Mondo tutto sommato soddisfacente, mi aspettavo che uno dei ragazzi della squadra emergesse come il Messia a lungo atteso. Il figlio del Coach, l’erede designato della fascia di capitano dell’USMNT, il ventitreenne Michael Bradley, sembrava il candidato più serio.

Dopo aver dimostrato una capacità di controllare la palla di livello mondiale, grande velocità e ottimo istinto offensivo, sembrava destinato a catturare l’interesse di un Arsene Wenger, o di un Alex Ferguson. Tuttavia, Bradley continua a rimanere confinato, sorprendentemente, in una squadra di bassa classifica tedesca, il Borussia Moenchengladbach, mentre Findley ottiene una chance nel grande calcio inglese.

Anche se Bradley conserva l’opportunità di giocare per un grande club, in futuro, Findley ha la possibilità davvero unica di aiutare una squadra un tempo grandissima a recuperare immediatamente la sua passata gloria. Con il leggendario manager Brian Clough, il Nottingham Forest vinse due Coppe dei Campioni consecutive, nel 1979 e nel 1980.

Il Forest si comportò benissimo anche durante tutti gli anni ’80, poi, negli anni ’90, cominciò a andare e venire dalla PL, e ora manca da 11 anni dalla massima serie.

Se il Forest riesce a recuperare tre posti in classifica, fino alla sesta piazza, da qui alla fine della stagione, si qualificherà per il play-off con le squadre piazzate al terzo, al quarto e al quinto posto in classifica. Il vincitore di questo mini-torneo si unirà alla prima e alla seconda nella promozione alla PL. Proprio cercando di aumentare la pericolosità del suo potenziale offensivo, il manager del Forest Billy Davies ha individuato in Findley il giocatore con il passo e le caratteristiche giuste per mettere in difficoltà gli avversari.

“È una grande sfida per lui, e una grande sfida per noi, ma non c’è dubbio che lui possa segnare gol e, cosa ancora più importante, essere di grande aiuto a tutto l’attacco con la sua straordinaria velocità”.

Proviamo a immaginare che Findley sfrutti l’opportunità, e che segni tipo 10 reti, portando il Forest al sesto posto in classifica [wow, Michael, speriamo anche di più!]. Ribaltando il destino beffardo che nella stagione 2009-10 li ha visti arrivare terzi ma perdere i play-off, proviamo a immaginare che Findley usi la sua velocità incontrastabile [minchia, a questo punto sono proprio curioso di vederlo] per segnare gol decisivi in tutte le partite dei play-off, e garantire al Forest una promozione in PL.

Dopo essersi guadagnato fama immortale tra i fan del Forest, e aver catturato l’attenzione dei media inglesi, Findley comincerà finalmente a avere fiducia in sé stesso, cosa che gli è sempre mancata quando ha giocato con la maglia dell’USMNT: combinando la fiducia di sé e il suo straordinario atletismo, Findley esploderà nella stagione 2011-12, segnando dalle 15 alle 20 reti in PL [ma quanto bevono questi a natale?].

Potreste tacciare la mia previsione di ottimismo sensazionalistico [ma no Michael, che dici mai. Vorrei solo avere in cantina la metà di quello che tu hai utilizzato per mandare giù il tacchino], e magari avrete ragione. Comunque sia, non dobbiamo dimenticare che durante l’inizio di questa stagione di PL, i media inglesi avevano predestinato il piccolo Blackpool come la candidata sicura per un immediato ritorno in seconda divisione [eh, vabbè, ho capito, ma non è che allora tutte le stronzate che passano per la testa a chiunque sono buone previsioni].

Tuttavia, con un roster sostanzialmente identico a quello che aveva la squadra arrivata sesta in seconda divisione, i Tangerines hanno segnato incredibilmente 24 reti in 16 partite, e galleggiano in un confortevole 11° posto, proprio a metà classifica. Se attaccanti modesti come Luke Varney e Maron Harewood possono metter su 10 reti in meno di metà stagione, allora uno con le doti atletiche di Findley potrebbe sicuramente segnarne altrettante da solo.

Solo il tempo potrà dirci se Findley potrà diventare l’attaccante di classe mondiale di cui l’USMNT ha disperatamente bisogno, ma, se il mio istinto è corretto, questo trasferimento è un regalo di Natale che i tifosi della squadra americana di calcio si coccoleranno per bene, in futuro.

Vabbè. Non che non lo speri, ma mi sembra che il buon blogger americano pecchi un pochino di ottimismo, anche se Robbie2 è davvero un giocatore con dei numerilli.

Ad ogni modo, per concludere questo post sul nostro nuovo acquisto, metto la sintesi della finale del campionato MSL 2009, 22 novembre, tra i Galaxy di Beckham e il RSL di Findley. Con una delle partite più sorprendenti della storia del calcio USA, i Mormoni hanno battuto i californiani per 5-4 ai rigori, dopo una partita memorabile finita 1-1, nella quale Findley fu il vero e proprio eroe, avendo segnato il gol del pareggio, e avendo realizzato con buona freddezza e ottima precisione uno dei rigori.
Dalle immagini si intuisce un giocatore fisicamente straripante, con un buon tiro e con una tecnica non proprio sopraffina, uno di quelli che rischiano di andare più veloci del pallone, ma, certamente, un giocatore che, se correttamente instradato, può essere utilissimo alla causa Rossa.

Speriamo che sia di buon auspicio.

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