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Il Brian Clough Trophy e la Coffee Cup.

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Brian Clough Way
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E così, siamo al primo incontro stagionale tra Forest e Derby County, le squadre divise forse dalla più accesa rivalità dell’intero calcio inglese. Le due città distano 14 miglia l’una dall’altra, una ventina di chilometri, con due comunità piuttosto mescolate (molti cittadini di Nottingham lavorano a Derby, e viceversa, senza contare il territorio intermedio, con tifoserie molto intersecate), cosa che aggiunge ulteriore pepe alla faccenda.

Come tutto quello che riguarda il calcio inglese, anche la rivalità tra NFFC e DCFC è ricca di storie, di aneddoti, di protagonisti luminosi e oscuri. Vediamo di ripercorrne frettolosamente qualcuno, che tra meno di un’ora comincia la partita.

L’inimicizia tra le due squadre e le due tifoserie non è quella che si potrebbe definire una rivalità storica: nonostante una finale di FA Cup che le vide opposte nel 1898, con una sorprendente vittoria del Forest per 3-1 (i Reds erano stati sconfitti per 5-0 pochi giorni prima nella partita di lega), fino agli anni ’60 le alterne vicende delle squadre avevano fatto sì che tra di esse si siano registrate, tutto sommato, poche partite.

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La prima si disputò nel 1892, al Racecourse Ground di Derby, partita che vide la vittoria dei True Reds per 3-2: il Forest era alla sua prima partecipazione al massimo campionato inglese, anche se è un club molto più vecchio dei Bianchi di Derby. Fino al 1906, con le due squadre entrambe impegnate nel massimo campionato, le partite si svolsero regolarmente, due per stagione, ma in quell’anno il Forest fu retrocesso; tra guerre e alterne vicende delle squadre, fino a tutti gli anni ’60 il derby delle East Midlands si tenne solo altre 12 volte, tutte in seconda divisione, con l’aggiunta di quattro sfide in FA Cup.

Nel 1969-70 la partita tornò a far capolino nella massima serie, dopo 64 anni di attesa, e da quel momento i Reds e i Rams hanno disputato altri 17 campionati insieme (questo è il diciottesimo), 12 nella massima serie e 5 nella seconda divisione. Fu proprio negli anni ’70, con il passaggio di Brian Clough al Forest, che la rivalità si accese arrivando ai livelli parossistici di oggi. Esattamente come succede tra figli gelosi, l’animosità tra i tifosi di Forest e Derby County aveva molto più a che fare con la reciproca convinzione di essere stati la squadra della vita del Gaffer che con la vicinanza geografica (che, certo, però, fornì e fornisce, come detto, abbondante carburante all’inimicizia). Questo, insieme al fatto che nessuno dei due club aveva veri e propri rivali storici (Derby è una one team city, mentre il Notts County non è mai stato preso molto seriamente, come avversario, dai tifosi del Forest, molti dei quali, anzi, guardano con simpatia (non ricambiata) alle sorti delle Gazze del Trent.

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A mettere uno dei chiodi più robusti alla palizzata d’odio che divide le due tifoserie fu un altro personaggio mitico: Peter Taylor. Dopo aver annunciato il suo ritiro alla fine del campionato 1981-82, e avere conseguentemente abbandonato l’amico di sempre Brian Clough e il Nottingham Forest, accettò, invece, la proposta di diventare manager del Derby County, dove rimase fino alla fine della stagione 1983-84. Per soprammercato, convinse John Robertson, ala sinistra decisiva nei successi del Forest e molto cara a Brian Clough, a abbandonare a sua volta il City Ground per seguirlo nell’avventura. Oltre che i tifosi del Forest — il cui amore nei confronti di Taylor fu macchiato da questo gesto, tanto che nulla al City Ground, oggi, ricorda la figura del vice di Clough — questo gesto offese mortalmente anche Brian Clough, e segnò la fine dell’amicizia pluridecennale tra i due.

Dopo una fase in cui molti tifosi del Forest ponevano il Liverpool come più acerrimo rivale, a causa degli scontri degli anni ’70 e ’80, e a causa del ricordo di Hillsborough, il divaricarsi dei destini delle due squadre rosse e la pacificazione avvenuta sui tremendi fatti dell’89 ha restituito ai Bianchi il ruolo di nemico pubblico numero uno: al giorno d’oggi, 96 tifosi del Forest su cento e 100 tifosi del Derby su 100 indicano nella squadra posta all’altro capo dell’A52 la squadra contro la quale dà più soddisfazione vincere, una delle percentuali più alte di antipatia reciproca dell’intera Football League.

Una rivalità punteggiata da episodi anche molto cruenti: negli anni ’80 i tifosi del Derby e del Leicester, dopo le partite contro il Forest organizzavano spesso vere e proprie cacce all’uomo nei confronti dei tifosi Rossi nel centro di Nottingham, e nel 2009 i tifosi del Forest fecero graziosamente trovare teste di pecora mozzate fuori da alcuni pub di Derby.

Recentemente, la rivalità è stata rinfocolata da un paio di clamorosi nuovi “voltafaccia” manageriali: il passaggio di Billy Davies dal Derby al Forest nel dicembre del 2009, che portò a attraversare la A52 anche giocatori molto amati a Derby, come l’enfant du pays Lee Camp, Rob Earnshaw e Dex Blackstock, e l’arrivo a Derby della leggenda rossa Nigel Clough, il figlio di Brian, che ingaggiò subito un altro (ormai ex) idolo dei tifosi del City Ground, Kris Commons.

Certo, l’atteggiamento un po’ immaturo dei giocatori non ha sempre contribuito a raffreddare gli animi: nel 2008, Commons, alla fine di un match vittorioso, sventolò la sciarpa bianconera in faccia ai tifosi del Forest, e l’anno dopo, per ripicca, Nathan Tyson (ora, tra l’altro, in forza proprio ai Rams) fece lo stesso con una bandierina del corner rossa con l’albero dopo una rimonta da 0-2 a 3-2 del Forest al City Ground: gesto che scatenò una rissa piuttosto violenta e serie conseguenze disciplinari: per Tyson soprattutto, e, in secondo luogo, per le società e per tutti i giocatori coinvolti nello scontro.
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Nathan Tyson sventola la bandierina del corner
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Dal 2007, in ogni incontro tra le due squadre viene messo in palio il Brian Clough Trophy, una coppa nata per iniziativa del Brian Clough Memorial Fund e della vedova di Brian, Barbara, e ha carattere ufficiale. Solo la prima edizione del trofeo fu una partita organizzata appositamente, un’amichevole di beneficenza; in tutte le altre occasioni, il trofeo è stato messo in palio in ogni incontro ufficiale tra le due squadre, di coppa o di campionato. In caso di pareggio, il trofeo rimane alla squadra che lo detiene all’inizio della partita. Dopo le due vittorie dei Rams nello scorso campionato, dunque, il trofeo è in mani bianche, e ci vorrà una vittoria piena per strapparlo al Pride Park.

La coppa messa in palio è d’argento, e è molto vecchia: si tratta di una loving cup (una coppa per bevute in comune, di quelle che si passano da commensale a commensale dopo averle riempite di qualche bevanda) della fine dell’800, alla quale è stata aggiunta la figurina di Clough in cima al coperchio, ma non è mai stata usata come trofeo sportivo fino al 2007.
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Il Brian Clough Trophy
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Una curiosità per finire, a proposito di trofei: tanto per dare un’idea della rivalità tra le due squadre, il trofeo più bizzarro conservato nella bacheca del Derby County è uno di quei grossi bicchieri di plastica nei quali in Inghilterra si usa mettere il caffè e il cappuccino da asporto. È un trofeo “conquistato” nel corso di una partita tenutasi nel marzo del 2004, in una situazione piuttosto drammatica, dato che entrambe le squadre stavano lottando per rimanere in seconda divisione; la gara, disputatasi al Pride Park e finita 4-2 per i Bianchi, fu decisa anche dal fatto che il portiere del Forest, allora Barry Roche, in un momento decisivo scivolò proprio su questo bicchierone, gettato in campo da un tifoso dei Rams, mentre stava raccogliendo un pallone in area, e mancò clamorosamente la presa; questo finì a Peschisolido che, a porta completamente sguarnita, siglò il 2-0. Non certo un comportamento da gentleman: il gesto suscitò discrete polemiche; fatto sta che, archiviata la proposta iniziale di vendere all’asta la “Coffee Cup” per raccogliere fondi per una statua in memoria di Bloomer, il board del Derby County decise, invece, di inserire la Coppa di plastica tra i trofei d’argento, un gesto che misura bene la qualità dei rapporti tra le due squadre.
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Coffee Cup Derby County-NFFC
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Per fortuna, la Coffe Cup è l’ultimo trofeo vinto dai Rams, e, detto tra noi, speriamo che lo rimanga a lungo.

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Il saluto a un grande avversario: Leslie Green.

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Oggi è morto Leslie “Les” Green, il portiere del Derby County dell’anno della promozione dei Rams in Prima Divisione sotto la guida di Brian Clough e Pete Taylor.

Les era nato nel 1941, e, oltre che per i Rams, aveva giocato con Hull City, Burton Albion (dove conobbe Peter Taylor), Hartlepool Utd (dove fu portato sempre da Peter Taylor) e Rochdale.

Un pensiero a un ottimo giocatore, fedele alla nostra coppia di allenatori preferita, e esponente di un’epoca irripetibile del calcio inglese.

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“To Peter. Still miss you badly.”

Mi rendo conto di non aver onorato una promessa fatta qui, in occasione del ventesimo anniversario della morte di Peter Taylor, avvenuta quando il coach del Forest dei miracoli aveva solo 62 anni, BBC Nottingham ha mandato in onda un breve servizio, focalizzato su un intervista a Wendy Dickinson, figlia di Peter e grande tifosa del Derby County, la squadra che il padre dirigeva insieme a Brian Clough quando Wendy raggiunse la “maturità calcistica” e fu in grado di scegliere una squadra. Dickinson ha sempre avuto parole non proprio gentili per il Forest, reo, a suo dire, e non del tutto a torto, di non aver mai valorizzato l’opera di Taylor nella direzione del club Campione d’Europa.

Questo, al contrario di quanto ha fatto il Derby County: come ricorderete, forse, visto che qui se ne diede conto, di fronte al Pride Park l’anno scorso fu inaugurata una statua dedicata proprio alla coppia manager-coach più famosa d’Inghilterra.

Wendy si dice un po’ dispiaciuta del fatto che il ruolo di Taylor nella coppia sia stato sempre sottovalutato, “anche se”, ammette, “queste cose accadono”, e si dice amareggiata per il fatto che il Forest non abbia mani onorato, e nemmeno riconosciuto, l’opera prestata da padre a Nottingham, e rimpiange il fatto che al City Ground non ci sia nemmeno una fotografia del padre con la tuta rossa.

Su Pete & Brian sto anche traducendo il capitolo della biografia di Taylor, della stessa Dickinson, che parla del loro incontro, e conto di presentarvelo a breve.

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East Midlands derby: Crossing the Divide.

Come più volte ripetuto, i giocatori che hanno vestito sia il rosso del Forest sia il bianco dei Rams sono moltissimi. Solo dalla Seconda Guerra mondiale in poi, i giocatori che hanno giocato ad entrambi i lati dell'A52 sono più di trenta.

Il primo, e uno dei più illustri, è Stewart Imlach, più volte citato in questo blog, uno degli eroi della Coppa del 1959. Prima di arrivare al Forest nell'estate del 1955, infatti, Stew giocò nel Derby County una stagione per lui non proprio brillantissima nel 1954-55. In questo caso si trattò proprio di un trasferimento diretto, visto che i Reds pagarono i Rams 5.000 sterline per l'ottima ala sinistra scozzese.

Gran parte dei trasferimenti tra le due sides dell'East Midlands avvennero, però, nell'epoca di Brian Clough: sia verso ovest, quando BC guidava i Bianchi, sia, in maniera molto più massiccia, verso est, quando BC cominciò il suo regno al City Ground e richiamò molti giocatori del suo periodo al Baseball Ground.

Clough, nel 1967, prelevò dal Forest per 30.000 sterline Alan Hinton, giocatore sottovalutatissimo da tutti i manager che il Forest ebbe durante il periodo trascorso dal forte giocatore di Wednesbury al City Ground, il cui addio fu salutato dal board Garibaldi con grande soddisfazione, dal momento che la cifra pagata dal DCFC per il suo acquisto venne giudicata folle; quanto si sbagliassero, Hinton lo dimostrò al Derby County, dove giocò 253 partite di lega segnando 63 reti, e vincendo due titoli inglesi.

Nel grande Derby County del periodo 1969-75 giocavano altri giocatori che avevano vestito la maglia rossa: Terry Hennessey, forte difensore, nazionale gallese, giocò nel Forest dal '65 al '70 diventandone il capitano, e nel Derby County dal '70 al '73; Henry Newton, centrocampista nato proprio a Nottingham, al Forest dal '63 al '70 e, dopo un interludio all'Everton, al Derby dal '73 al '77, proprio in tempo per vincere il secondo titolo assoluto; Frank Wignall, al Forest dal 1963 al '68, e, dopo un interludio ai Wolves, al Derby County dal 1969 al '71.

Il vero e proprio esodo, come anticipavamo, avvenne però con l'avvento di BC al Forest: i fedelissimi John O' Hare e John McGovern, che avevano seguito il Gaffer anche da Derby a Leeds, per i suoi famosi 44 giorni (McGovern, che cominciò a giocare proprio con Cloughie a Hartlepool, è l'unico a aver seguito il Gaffer in tutte le sue squadre, con l'esclusione della parentesi di Brighton), si precipitarono al City Ground al primo cenno di Clough, con il Leeds ben contento di liberarsi dei due incomodi testimonial di quell'esperimento fallimentare. Il primo fu ottima punta di riserva al City Ground, con 101 presenze e 14 reti per i Reds, e il suo contributo ai trionfi del Forest fu molto inferiore a quello dato ai titoli dei Rams, dove giocò 248 partite di Lega segnando 65 reti, anche se vanta una medaglia europea vinta sul campo, dal momento che subentrò a uno stremato Mills nel finale della battaglia del Bernabeu.
Il secondo, invece, fu la vera anima dei successi del Forest di Clough, e ne fu, certamente, il giocatore più rappresentativo, anche se non il più spettacolare: grande capitano, la vera e propria incarnazione in campo dello spirito del suo allenatore.

Archie Gemmill, un altro dei Cloughie boys del Derby County, si fece l'A52 nel 1977, mentre Colin Todd, l'ultimo giocatore del Derby di BC a passare la sponda, si unì al Forest molto più tardi, nel 1982, avendo abbandonato i Bianchi già da cinque anni, passati tra Everton e Birmingham City.

Tra l'altro, Archie Gemmill tornò a Derby nel 1983, dopo un periodo passato tar Birmingham City, Wigan e una breve esperienza americana, diventando l'unico giocatore della storia a attraversare il "confine" per ben due volte.

Poi, dopo il periodo d'oro del Forest, i giocatori ricominciarono a salire. In particolare, tre campioni d'Europa finirono al Derby County: Peter Shilton, l'eroe del Bernabeu, si trasferì al Derby County nel 1987, dopo cinque anni passati al Southampton. Kenny Burns, il grande difensore scozzese, passo agli Arieti nel 1984, per rimanervi solo un anno. E, infine, il trasferimento forse più doloroso di tutti e per tutti: il passaggio di John Robertson, giocatore feticcio di Brian Clough, che fu convinto da Peter Taylor a firmare per i Bianchi nel 1983. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, l'evento che segnò la rottura definitiva tra i due amici, dopo che già la decisione di Taylor di firmare per il Derby County dopo aver spacciato l'addio al Forest per un ritiro dal calcio aveva provocato una gravissima crisi tra i due manager. Il Forest agì per vie legali contro il passaggio di Robbo dall'altra parte, accusando Taylor di aver versato sottobanco soldi allo Scozzese per convincerlo a firmare: fatto sta che, dopo quell'episodio, Clough e Taylor non si parleranno mai più, per il resto delle loro vite.

La fine degli anni d'oro del calcio nell'East Midlands segna un certo rallentamento di traffico, e i pendolari sull'A52 tornano a essere più numerosi dei giocatori.

Tra i passaggi più notevoli, quelli di Darren Wassall, difensore che giocò una trentina di partite negli ultimi Forest di Clough e che passò al Derby nel 1992, di Gary Charles, terzino destro che passò al Derby dopo la retrocessione del 1993, del grande Steve Hodge, che giocò un periodo in prestito al Derby durante il suo ultimo anno al Leeds United, nel 1994; viceversa, ricordiamo Glyn Hodges, nazionale gallese, più noto per essere stato uno dei protagonisti del "grande Wimbledon", che giocò per il Derby County nel 1996 e per il Forest nel 1998; Darryl Powell, uno dei Reggae Boyz di Francia '98, pur essendo nato a Londra: giocò 11 partite per il Forest nel 2005, dopo aver giocato per il Derby County dal 1995 al 2002. Poi, Lars Bohinen, al Forest dal 1993 al 1995 e al Derby dal 1998 al 2001, e Dean Saunders, famoso soprattutto per un anno passato al Liverpool e per il ruolo di commentatore del Galles per la BBC, al Derby dal 1988 al 1991 e al Forest nel 1996-97.

Per arrivare ai giorni nostri, con Lee Camp e Dex Blackstock, il primo nato a Derby e cresciuto nei Rams, il secondo al Derby per un breve periodo in prestito dal Southampton, e anche il neoacquisto Marcus Tudgay ha cominciato la sua carriera da pro nel Derby County, nel 2002: 92 presenze in campionato con un bottino di 17 reti.

Ma i due casi recenti più famosi sono quelli di Robbie Earnshaw e di Kris Commons, che percorsero in direzioni opposte la A52 proprio nello stesso periodo: il primo, ceduto dal Derby al Forest dopo il campionato 2007-08 (la disastrosa stagione dei Rams in PL), nel quale il gallese segnò la miseria di una rete in 22 apparizioni, dopo essere arrivato, voluto fortemente da Billy Davies, con gran squilli di tromba e un bel po' di soldi: tre milioni di sterline, allora record assoluto per i Rams; il secondo passato nella stessa estate al Derby, dopo la scadenza del contratto con il Forest, contratto che Commons non volle rinnovare, nonostante la promozione dei Reds dalla League One alla Championship: un gesto letto dalla tifoseria Rosso Garibaldi come un grave tradimento, il motivo per il quale, in assenza di Savage, le attenzioni dei tifosi, con cori come "Whats that on the A52? Its Fatty Commons, its Fatty Commons!" saranno tutti per lui.

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Tra i manager, i passaggi sono più radi, naturalmente, ma di grandissima importanza: Peter Taylor è l'unico a aver percorso il tragitto due volte: fu assistant manager al Derby e al Forest con Clough, e manager di nuovo al Derby, questa volta da solo, a partire dal 1982.
Ma a avere diretto sia Forest che Derby come manager sono solo tre allenatori: Dave Mackay, come saprà benissimo chiunque abbia letto Damned United, prese in mano il Derby dopo l'addio di Clough, nel 1973, provenendo proprio dalla sua prima esperienza manageriale al Forest. Poi lui: Brian Clough, manager del Derby County dal 1967 al 1973, e del Nottingham Forest dal 1975 al 1993. E, infine, l'attuale manager del Forest, Billy Davies, nominato manager dei Reds nel 2008 e manager del Derby County della promozione nella stagione 2006-2007.

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In ricordo di Peter Taylor: For Pete’s sake, Introduzione

Come preannunciato, anche se con un po' di ritardo, pubblichiamo un po' di materiale su Peter Taylor, per commemorare i vent'anni dalla sua scomparsa. Cominciamo con l'introduzione della sua bella biografia, For Pete's Sake, scritta dalla figlia, Wendy Dickinson, di cui è uscito recentemente il primo volume, The Backstreets to Baseball Ground.
Tra le altre cose, in occasione del ventennale della morte del padre, che ha quasi coinciso con l'inaugurazione della statua dedicata a Brian e Pete di fronte al Pride Park, Wendy ha avuto parole non proprio tenerissime nei confronti del nostro club preferito, dei suoi tifosi e dei suoi dirigenti, accusandoli di avere completamente dimenticato la figura del padre, sia nella toponomastica dello stadio, sia nel racconto popolare delle imprese del Grande Forest, sia nei luoghi, invece numerosi, dedicati — dentro lo stadio e nelle vie cittadine — al ricordo di Brian Clough. Non hai tutti i torti, Wendy.

For Pete's Sake prese vita in un umido e ventoso giorno di aprile del 2009, in un cinema semideserto di Derby. Mio marito John e io eravamo seduti con mia madre, Lilian, nell'ultima fila. C'erano solo altre due persone in tutto il cinema, una giovane coppia. Erano tifosi del Derby County, e abbiamo chiacchierato con loro, dopo lo spettacolo; spero che se lo ricordino.

Eravamo tutti lì per vedere The Damned United, un film basato sul libro, molto controverso, su Brian Clough, il leggendario manager. Mio padre, Peter Taylor, fu amico e partner di Brian per 25 anni. Insieme, trasformarono il modo in cui i club calcistici erano gestiti, e vinsero ogni cosa, dal campionato a due Coppe dei Campioni. Clough & Taylor furono i migliori.

Tutti i miei amici mi avevano consigliato di vedere il film. "C'è anche il tuo papà, dentro", mi dicevano. Io nicchiavo, perché il libro aveva ritratto in modo molto spiacevole la figura di Brian, ma le recensioni del film erano buone. Le mie figlie, Laura e Alex, erano piuttosto preoccupate. "Chissà se il film sarà corretto nei confronti del nonno?", chiedevano. Dissi loro di non preoccuparsi: il film raccontava i terribili 44 giorni di Brian al Leeds United, quando lui e papà non stavano insieme. "Sarà a malapena nominato", le rassicurai. Be', mi sbagliavo di grosso. The Damned United, in realtà, è un tentativo di raccontare l'amicizia tra papà e Brian. Mentre la loro così unica storia d'amore si srotolava sullo schermo, potevamo a malapena credere a quanto stavamo vedendo. Papà, interpretato dal meraviglioso Timothy Spall, era quasi in ogni scena, dall'inizio alla fine. Be', era davvero strano vedere un tizio grasso e basso con un accento Brummy [accento di Birmingham] interpretare il mio bellissimo papà, che era alto un metro e novanta, ma era un attore talmente bravo che gli perdonammo immediatamente tutto. Fu anche una specie di choc, perché nei vent'anni dalla prematura morte di papà, nel 1990, avevamo imparato a convivere con la svalutazione del suo contributo alla coppia più famosa e vittoriosa della storia del calcio a una particina da comprimario. Ora era di nuovo nel posto che gli competeva: un ruolo da protagonista.

Ma lo avevano ritratto bene? No, a mio modo di vedere. Del resto, come avrebbero potuto. La relazione tra papà e Brian era così complessa che nessuno riuscì mai a capirla bene, a parte i due protagonisti; e può darsi che nemmeno loro ci fossero riusciti. Il film era divertente, e funzionava bene dal punto di vista drammatico, ma io non ho riconosciuto i veri caratteri di mio padre e Brian
nella descrizione dei personaggi. Non ci ho riconosciuto il modo in cui si comportavano, o il loro modo di agire. Molte persone mi hanno chiesto da allora se scene come quella in cui Brian si mette in ginocchio di fronte a mio padre per pregarlo di tornare insieme dopo la loro rottura fossero vere. Be', se pensate una cosa del genere, siete pronti per credere davvero a qualsiasi cosa. Ma capisco bene i motivi di carattere drammatico per i quali hanno messo una scena così nel film, che ha anche, se non altro, qualche vago riscontro nella realtà: una volta Brian chiamò papà, a notte fonda, dopo un paio di settimane passate a Leeds United, per pregarlo di tornare con lui.

C'erano, però, due aspetti nel film totalmente sbagliati, aggiunti per motivi puramente drammatici. Uno, è la raffigurazione di papà come di un uomo molto più vecchio di Brian, quasi una figura paterna o ziesca per lui. Davvero sbagliato. Erano coetanei, c'erano solo sei anni di differenza tra di loro, e avevano giocato insieme nella stessa squadra di calcio. L'altro è il fatto che veniva ancora una volta avvalorata la raffiugurazione, molto semplicistica, di Clough come motivatore della squadra, e di papà come un talent scout. Questa rappresentazione non fa giustizia a nessuno dei due. Papà non andava semplicemente in giro a comperare giocatori tenendo in mano la lista della spesa di Brian: costruire una squadra dalle fondamenta, sapere di quali giocatori si ha bisogno, trovare questi giocatori, capire la loro personalità e la loro mentalità era in gran parte responsabilità esclusiva di papà. Dal canto suo, la parte di Brian nel gestire un club era molto più che quella di un puro motivatore. Non oserei mai mettere in dubbio il ruolo di icona del calcio mondiale che ha ora Brian, il suo gigantesco carisma nei confronti dei giocatori, e la sua incredibile abilità di agire su un palcoscenico pubblico, ma per favore non dimentichiamo l'enorme contributo di mio padre ai successi delle squadre che Clough & Taylor costruirono.

Così, uscimmo dal cinema, e io ero sicura di una cosa, che dovevo usare lo slancio inerziale del film come trampolino di lancio per raccontare la mia versione della storia di papà, e rimetterlo là dove doveva stare, a fianco di Brian. Era un progetto che avrei voluto cominciare quando papà era ancora con noi, prma della sua morte, avvenuta l 4 di ottobre 1990, all'età di 62 anni. Sapeva che la sua malattia non sarebbe durata molto, e nell'anno prima della sua morte sedevo spesso con lui a farmi raccontare le memorie di una lunga carriera. Aiutava a passare giorni troppo lunghi. Io sono una giornalista, così, quando mi parlava, mi comportavo in maniera professionale, e chiedevo aiuto a Stafford Hildred, un giornalista egli stesso, e autore di molte biografie sportive. Era amico di papà da molti anni, e insieme ripercorremmo con lui la sua vita. Stafford registrò molte interviste con papà, seduto nella veranda luminosa a casa di mamma e papà, nel villaggio di Widmerpool, nel Nottinghamshire.

Tutto ciò, nonostante la nostra volontà, non portò a nulla, perché fummo travolti dall'impatto della morte di mio padre. Il pensiero di scrivere la storia della sua vita divenne inconcepibile, e i taccuini e i nastri con le interviste finirono in uno scatolone nell'archivio del mio studio.

In verità, non ho avuto molto coraggio, negli anni seguenti, mentre guardavo sfumar via, nell'opinione generale, l'importanza del contributo di papà alla coppia Clough & Taylor. Non biasimo Brian per questo, né biasimo nessun altro. Certe cose accadono e basta. Brian era una figura talmente gigantesca nel mondo del calcio che la sua stella avrebbe sempre continuato a brillare, e sempre più forte. Ma per papà non sarebbe stato così, e io mi sentivo di dover fare qualcosa.

Così, la visione di The Damned United fu il punto di partenza di questo libro, ma non fu l'unico stimolo; più o meno nello stesso periodo, vidi su Facebook una petizione che chiedeva una statua dedicata a Clough & Taylor davanti allo stadio del Derby County, il Pride Park. Aggiunsi il mio nome a quello di duemila altri firmatari, e poco dopo ricevetti una email dal più tenace sostenitore dell'iniziativa, il tifoso dei Rams Kalwinder Singh Dhindsa (Kal). Un suo compagno di tifo, Ashley Wilkinson, aveva dato il via all'iniziativa, inizialmente dedicata alla richiesta di una statua dedicata a Brian Clough. Kal, un vero ciclone, si unì a Ashley, così come fece l'altro tifoso del Derby County Adrian Pacey, e  chiese di aggiungere il nome di mio padre all'iniziativa, proprio dopo che fu inaugurata la statua dedicata a Brian Clough a Nottingham, criticando il fatto che quest'ultima non avesse alcun riferimento a papà. Seppi dal gentilissimo John Vicars, vicepresidente operativo al Derby County, che il club aveva annunciato, nel corso di un incontro con i tifosi al Pride Park, la decisione di commissionare una statua di papà e di Brian da porre fuori dallo stadio. Mi disse, soprattutto, che i tifosi avevano insistito perché fosse una statua dedicata a Clough e a Taylor o niente. Tutti pezzi si misero insieme perfettamente, tifosi e club, con grande armonia. Gli appassionati avevano a cuore la sua memoria, e provavano interesse per la sua vita e la sua biografia.

L'ultima ispirazione per questo libro viene dalla persona che, letteralmente, ha messo di nuovo fianco a fianco papà e Brian: Andy Edwards, lo scultore cui fu commissionato il monumento a Clough e Taylor. Andy ha una vera passione per i dettagli, e quando l'abbiamo incontrato per la prima volta chiese un sacco di cose sull'aspetto e sul portamento di papà, il mondo in cui stava in piedi, il tipo di scarpe che portava, il taglio della sua giacca, il tipo di sorriso. Notò che mia madre indossava la fede di papà, quella che gli aveva dato il giorno che si erano sposati. L'anello aveva le sue iniziali, ormai sbiadite, incise da una parte, e era un po' ammaccata, il risultato di una tacchettata di un centravanti troppo esuberante ai tempi in cui giocava. Edwards fece perfino una foto dell'anello. Andy provava un grande amore per questo progetto, dal momento che la coppia Clough & Taylor aveva segnato profondamente la sua vita di tifoso. Sapemmo subito che papà e Brian erano in buone mani. Andy mi disse: «la mia è una famiglia di vasai, di minatori e di gente impegnata nel sindacato, e così avevamo un grandissimo rispetto e ammirazione per il modo di pensare, i valori e i successi della partnership tra Clough e Taylor. Peter e Brian furono i più grandi. I migliori ambasciatori che il nostro meraviglioso gioco abbia mai avuto. John Vicars e i ragazzi del Derby County stanno facendo una cosa meravigliosa. Il loro grande entusiasmo e la loro voglia di affrontare ogni passo del progetto con una cura così profonda è il miglior appoggio e il miglior modo di gestire una scultura così importante che io abbia mai conosciuto.

Così, per tutti questi motivi, decisi di uscire allo scoperto, di smetterla di nascondermi dietro il cliché della figlia addolorata e di trasformare la storia di Peter Taylor in un libro. Decidere fu la parte facile. Ascoltare tutti quei nastri in cui papà parlava della sua vita fu la parte difficile. Avevo sentito la sua voce alla televisione un sacco di volte, dalla sua morte, ma quel materiale mi sembrava in un certo senso molto più intimo. Uno choc di questo tipo lo ebbi poche settimane dopo la sua morte: ero andata di sopra a fare il letto, accesi la radio, come faccio sempre, e sentii mio padre parlare. Fu strano e inquietante; ma ora, quello che stavamo facendo con tutti i suoi nastri oltre che strano e inquietante sembrava soprattutto la cosa giusta da fare. Stafford e io cominciammo a contattare i membri della nostra famiglia, gli amici, i suoi colleghi giocatori del Middlesbrough e i giocatori che avevano fatto parte della storia di Clough e Taylor, in tutti i club con i quali ebbero a che fare. Fu un viaggio di scoperta. Naturalmente, avevo sempre saputo che mio padre aveva il football che scorreva nelle vene al posto del sangue; da ragazzo, da giovane uomo, e da adulto il calcio fu sempre l'unica cosa alla quale pensava e che sapeva fare. Ma quello che non avevo capito bene era come fosse ambizioso e determinato, e in alcuni casi spietato, certamente più spietato nel perseguimento dei suoi obiettivi di quanto non fosse Brian.

La carriera di papà nel mondo del calcio ebbe inizio nelle stradine secondarie di Nottingham, quando giocava con la sua banda di amici come facevano un sacco di ragazzini negli anni '30. Ma lui riuscì a realizzare l'aspirazione che aveva ogni ragazzo della working clas, e divenne un portiere professionista con il Nottingham Forest, il Coventry City e il Middlesbrough. Fu nel Boro, nel 1955, che papà incontrò un ragazzo magro magro destinato a diventare il personaggio più bizzarro e eccessivo della storia del football, Brian Clough. Fu l'inizio di un'amicizia decisiva per le loro vite.

Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, nel 1961, papà affilò taglienti artigli manageriali allenando per tre anni il Burton Albion, con notevole successo, creando una squadra che molti appassionati considerano tuttora la migliore squadra che l'Albion abbia avuto in tutta la sua storia. Poi, si mise insieme al suo vecchio amico e compagno di squadra, Brian, la cui carriera di giocatoreera stata interrotta prematuramente da un'infortunio, e cominciarono a mettere in pratica le loro idee sul management di una squada di calcio. Cominciarono nell'umile Hartlepool United, nei bassifondi della quarta divisione, e poi andarono a elettrificare il Derby County, con sei anni di successi emozionanti e straordinari. Dopo un breve e interlocutorio interludio al Brighton  & Hove Albion e al Leeds United, unirono nuovamente le forze per alzare, in mezzo a numerosi altri trofei, due Coppe dei Campioni con il Nottingham Forest. Il dramma finale d 25 anni spettacolosi passati insieme fu quando litigarono definitivamente, arrivando a morire senza più rivolgersi la parola. Una rottura inconciliabile.

Questi, naturalmente, sono i nudi fatti. La parte divertente fu scoprire com'erano papà e Brian quando erano dei giovani giocatori, com'erano quando si incontrarono per la prima volta, scoprire che cosa davvero pensassero di mio padre i giocatori che riuscì a ingaggiare, e ascoltare gli aneddoti e i ricordi personali che sono in grado di trasformare in vita i puri fatti. Conoscevo molto bene tutti e due quegli uomini. Sono la più grande di tutti i figli di Clough e Taylor, e ricordo bene Brian venire a casa nostra sera dopo sera per parlare con papà, a Middlesbrough. Ricordo molto bene i giorni di Hertlepool. Quando erano al Derby County, io ero addirittura una giovane reporter al Derby Telegraph, ero una giornalista al Brighton Argus quando si trasferirono — dapprima entrambi, poi rimase mio padre da solo — al Brighton & Hove Albion, e ero una reporter di Radio Nottingham quando raggiunsero il picco della loro carriera al Forest. Vissi quei giorni non solo da tifosa (anche se lo sono sempre stata), ma anche come una figlia, e un'amica. I miei ricordi e il mio sguardo dal di dentro, e quelli di mio fratello Philip e di mia madre, Lilian, aggiungeranno, spero, un tocco speciale di vividezza e di verità alla storia di mio padre e a quella di Brian.

Abbiamo cominciato a raccontare proprio dall'inizio, con i primi giorni di papà da ragazzino dei Meadows a Nottingham [lett.: "Meadows' lad in Nottingham": i Meadows sono una vecchia zona popolare di Nottingham, ora demolita, come sono venuto a sapere grazie alla sempre preziosa consulenza di Nicola Taylor, un'amica di Nottingham grande tifosa del Forest]. È quello che fece di lui quello che diventò. Proprio come avvenne con Brian, fu crescere in una famiglia molto grande e molto unita a dargli i valori che segnarono la sua esistenza. Il secondo volume della storia di mio padre, che sarà pubblicato tra qualche tempo, coprirà il suo periodo a Brighton, la decisione di mio padre di rimanere da solo nel club della costa del sud quando Brian andò a Leeds, i loro meravigliosi anni da campioni d'Europa e la loro separazione finale.

I Meadows in una stampa d'epoca


Ma, inevitabilmente, la metà di questo primo volume è dedicato alla storia di mio padre al Derby County. Dico "inevitabilmente", perché, a mio modo di vedere, fu quello il periodo delle loro vite in cui riuscirono a esprimere il meglio di sé. Entrambi giovani, pieni d'energia, totalmente convinti di essere sempre nel giusto, entrambi al vertice delle loro possibilità. E fu anche un periodo di intrighi e di controversie incredibili. Sui sei anni di Clough & Taylor al Derby County sono state scritte più parole di quanti non siano stati i palloni calciati sui campi di Gran Bretagna; io ho cercato di documentarmi e di guardare questo periodo da ogni angolo, ma sempre da un punto di vista personale. Ho cercato di guardare gli eventi pubblici attraverso gli occhi con cui li osservava la nostra famiglia, non solo attraverso le cronache dei giornali. Ho scoperto cose affascinanti e commoventi: che mio padre e Brian tendevano a escludere dalla loro amicizia speciale tutti gli altri giocatori, a Middlesbrough; che i giorni di Hartepool, ricordati spesso con l'immagine comica di Brian che guidava l'autobus della squadra, avrebbero potuto por fine alla coppia Clough & Taylor prima ancora che cominciasse a lavorare davvero. Ho scoperto che mio fratello si ricordava di che cosa stesse cucinando mia madre quarant'anni fa, quando venne a sapere che mio padre aveva avuto un attacco cardiaco, all'età di 42 anni. Io ora posso capire come l'orgoglio e la natura sensibile di mio padre spesso l'abbiano portato a azioni impulsive e rabbiose, e che, nonostante il fatto che The Damned United mostri Timothy Spall criticare aspramente Brian per aver perso il loro lavoro a Derby, in realtà sono arrivata a pensare che sia stato mio padre, non Brian, quello che spinse con più forza verso le loro dimissioni.

Più di tutto, sono arrivata a scoprire come fosse bravo nel suo lavoro.

Capisco che in tutte le parole che ho scritto per la sua biografia non ho mai detto come fosse veramente papà come padre. Tutti coloro che mi conoscono sanno come io veneravo mio padre, e che quando lui morì il colpo fu durissimo per tutti noi. Era meraviglioso. amabile, generoso, divertente da stare con lui, e mi faceva sempre sentire in grado di poter raggiungere qualsiasi cosa. Lui e mia madre hanno avuto un matrimonio lungo e pieno d'amore, e nulla piaceva loro più di passare il tempo insieme. Amava anche stare insieme alle sue quattro nipotine, Lucy, Laura, Alex e Beth, e sarebbe stato fiero di quanto hanno ottenuto, anche se non ha vissuto abbastanza per vederle giovani donne. E sarebbe anche stato molto fiero di mia madre, che ha perso l'uomo che amava sin da quando aveva 14 anni, ma che in vent'anni dalla sua morte ha mostrato un carattere incredibile.

Negli anni da quando l'abbiamo perso, l'ho visto sempre di più come un uomo, oltre che come un padre, e ho capito che, come tutti noi, non era perfetto. Nel guardare alla sua vita ho cercato di essere realista com'era lui nel valutare il lavoro della sua vita, e la sua relazione con Brian. Spero di esserci riuscita.

Persino ora, ogni volta che qualcuno mi chiede di quei giorni, la prima domanda è sempre "perché Clough e Taylor ruppero?"; la mia risposta è sempre: "come hanno fatto a rimanere insieme così a lungo?". 

Spero che For Pete's Sake dia una risposta soddisfacente a questa domanda.

E lo spero anch'io. Be', come si può intuire dall'introduzione, il libro è bello succoso: una lettura davvero raccomandabile, per chiunque ami il calcio inglese dei bei vecchi tempi. Se non lo volete comprare, con il tempo che ci vorrà pubblicherò su questo blog i passi che mi parranno più interessanti. Abbiate pazienza.

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Peter Thomas Taylor (2 luglio 1928 –€“ 4 ottobre 1990)

Stasera cercherò di commemorare il ventennale della scomparsa dell’immenso Peter Taylor con qualche bel ricordo. May your memory be a blessing, uncle Pete.

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“The pigeons in Derby will welcome the news. There’ll be more room on my head to shit on than anyone else”

Con questo commento Brian Clough accolse la notizia del progetto di erigere una statua in suo onore fuori dal Pride Park.

Dopo tanti anni e tanti appelli da parte di tifosi e appassionati, il progetto si è realizzato, come anticipato nel post di ieri, e la statua dedicata alla coppia più vincente della storia del calcio inglese (mondiale?) è stata disvelata, alla presenza delle famiglie dei due grandi manager e dei dirigenti e dei giocatori di quel grande Derby County campione d'Inghilterra e semifinalista di Coppa dei Campioni. Le foto sono tratte dalla pagina Facebook dedicata all'iniziativa.

Nel corso della cerimonia, e, in particolare, dello svelamento, il telo è rimasto per lunghi minuti impigliato nel crapone di Brian Clough. Inutile dire quanto questo episodio abbia divertito il pubblico.


La signora Clough e la signora Taylor posano con lo scultore di fronte alla statua.


Alla base della statua, inserite tutto intorno, in una sorta di rosa dei venti, sono poste dodici placche che fanno riferimento a dodici luoghi decisivi per la carriera del grande duo. Insieme al Bernabeu di Madrid e allo Stadio Olimpico di Monaco, naturalmente c'è anche la placca che fa riferimento al vicinissimo City Ground. Tredici miglia di rivalità e, a volte, di odio che, per una volta, sono percorse dal ricordo comune di due grandi uomini.


La famiglia di Brian Clough, con la moglie Barbara e Nigel, secondo cannoniere di tutti i tempi per il Nottingham Forest e attuale allenatore del Derby County.


La famiglia di Peter Taylor, con la figlia, Wendy Dickinson, autrice di una monumentale biografia sul padre e, come avemmo modo di dire, grande tifosa del Derby County.


Insomma, una cerimonia bella e toccante, per un'iniziativa davvero meritoria, e per una statua che il Forest, probabilmente, avrebbe dovuto già provvedere a erigere per conto suo, con i due manager un po' più vecchi, e con la coppa dalle grandi orecchie tra i due.

Dio vi benedica, Pete e Brian. Possa la vostra memoria illuminare chi si occupa del nostro amato e meraviglioso club.

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E ora, qualcosa di completamente diverso.

Rieccomi, dopo gli ozi inglesi. Ma, prima di tornare a occuparci della stretta attualità, con le tre partite disputate dal Forest in mia assenza (i due pareggi con Leeds e Reading e la brutta sconfitta con il Bradford City in Coppa di Lega), vorrei fermare la vostra attenzione su tre oggetti che riguardano, invece, la nostra storia.

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Oggi, a Derby, verrà inaugurata la prima statua al mondo dedicata a Peter Taylor. Sarà collocata al Pride Park, e ritrarrà insieme Pete e Brian. Non appena avremo a disposizione la fotografia del monumento, la pubblicheremo.

In fondo, dispiace un po' che un'iniziativa simile sia stata presa dalle Pecorelle, mentre il City Ground rimane tuttora privo di qualsiasi segno di riconoscimento per questo grande manager e talent scout. Ma, evidentemente, il sentimento di rabbia e di ostilità di molti tifosi del Forest per Peter, che si manifesta anche ora, nei commenti che leggo su blog e forum da parte dei tifosi più anziani, e che deriva dall'improvviso addio di Taylor ai Reds, per tornare agli odiati Rams, è ancora una ferita aperta.
Come lo fu, del resto, anche per Brian Clough, che non rivolse mai più la parola al suo più grande amico, nemmeno in occasione dell'unico incontro tra i due in campo, durante un derby tra Forest e Derby County.

Però, non può essere nemmeno sottovalutato il contributo di Taylor nella creazione del grande Forest campione d'Europa, e un segno di gratitudine e di riconciliazione, soprattutto in occasione del ventennale della morte del grande Pete, sarebbe un gesto molto opportuno.

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È uscito un nuovo libro che parla di quegli anni, e che si preannuncia molto interessante: My Magic Carper Ride, l'autobiografia di Garry Birtles, il cui passaggio repentino dalla militanza nella Midlands League con il Long Eaton United e dal lavoro come posatore di moquette ai fasti della Coppa Europa (il suo trasferimento costò al Forest £2.000…) è una delle ultime autentiche leggende del calcio mondiale, prima dell'avvento degli eroi di plastica tutti procuratori e wags, meno umani dei decoder che ne trasmettono le immagini.

Il libro, uscito all'inizio di agosto, è già esaurito, e i miei tentativi per procurarmelo sono andati finora delusi, ma molti siti hanno già pubblicato degli stralci di questo testo apparentemente fondamentale. Vediamo, per esempio, come Garry racconta il suo ritorno al City Ground dopo il periodo di due anni passato al Manchester United, nelle stagioni che vanno dal 1980 al 1982. Birtles fu acquistato dai Red Devils alla fine del settembre del 1980, dopo che ebbe cominciato il campionato con il Forest segnando ben sei reti in nove partite, uno dei migliori inizi della sua carriera. Lo United pagò per il nostro tappezziere un milione duecenticinquantamila sterline, una delle somme più alte mai pagate per un giocatore inglese: Birtles segnò il suo primo gol per lo United la stagione successiva, a settembre del 1981, dopo trenta partite in bianco, anche se nella stagione 1981-82 il suo rendimento migliorò, e terminò il campionato con 11 reti, contribuendo a portare i Diavoli al quarto posto. Ma di Garry parleremo molto presto, in una puntata delle Leggende dedicata tutta al nostro tappezziere preferito. Lasciamogli la parola.

Il ritorno al Nottingham Forest

L'Evening Post pubblicò una mia fotografia: indossavo un abito scaroso e una cravatta ancora più scarosa, avevo una penna in mano e stavo sospeso sopra un foglio di carta.

Era una foto che voleva simboleggiare il mio ritorno al Forest, e al mio fianco c'era voi-sapete-chi: aveva un gigantesco ghigno sul volto, e la sua solita maglietta da rugby. Era come se non fossi mai andato via.

Dopo un tiramolla estenuante, con continui bluff e contro-bluff, con BC che continuava a tirare sul prezzo, il Man U fu trascinato per sfinimento a accettare un trasferimento per 250.000 sterline, dopo una richiesta iniziale di 300.000, e il Gaffer provava uno smisurato senso di compiacimento per quell'affare.

Non era tanto il fatto che fosse riuscito a trovare la strada per convincere Martin Edwards, e per ridurre le richieste dello United; era piuttosto per il fatto che aveva dimostrato di avere ragione sul mio conto, e sui grandi dubbi espressi sulla mia richiesta di lasciare il Forest un paio di anni prima, e sulle mie possibilità di giocare per lo United.

Nel percorso che portò al mio ritorno, aveva sprecato poco tempo per parlare dell'affare con lo United e dei miei problemi di ambientamento, dicendo solo che lui pensava che "Birtles sarebbe stato contento di tornare al City Ground".

Quando lasciai lo United, il mio salario era di 800 sterline a settimana; non solo il Gaffer mi prese a prezzo di saldo: mi convinse anche a firmare un contratto quinquennale, con un salario iniziale di 400 sterline a settimana, e un aumento di cento sterline alla settimana all'anno.

Derubò lo United e derubò anche me, ma, in verità, a me non importava nulla. Certo, per me la pacchia era finita, e una botta simile al mio portafoglio non era piacevole, ma accettai senza battere ciglio.

Mia figlia era appena nata, e quando seppi di avere la possibilità di tornare saltai di gioia. Sandra e io celebrammo con il Gaffer nel suo ufficio mangiando fish and chips e bevendo champagne.

Fu bello, anche se il sale e l'aceto [sale e aceto sono il tradizionale condimento per le patatine fritte nel fish and chips] resero la ferita aperta nel mio portafoglio un po' più dolorosa, e divenne subito chiaro il motivo per cui BC aveva contrattato come un pezzente il prezzo del trasferimento e il mio ingaggio.

Sopra la mia fotografia con l'abito scaruso, urlava un titolo con lettere alte almeno due pollici: "SIAMO PELATI".

Certo, se uno pensa, 400 sterline alla settimana erano tre volte la paga media nazionale; e perifino le ottocento sterline che Birtles prendeva allo United non erano una cifra mostruosa: corrispondono, più o meno, a £2700 in moneta attuale. Altri tempi, appunto: erano cifre che permettevano a un genio di portare il Forest a vincere la Coppa dei Campioni, impresa che oggi sarebbe del tutto impossibile, anche con un board composto da Brian Clough, Mourinho, Bismark e Gesù Cristo. Altri uomini, e altre storie. Continuare a rimpiangerli è probabilmente patetico, ma ricordarle, e leggere le memorie di chi ha vissuto questi tempi, soprattutto per chi li ha vissuti, è un piacere sempre vivido, anche se tinto di un po' di rimpianto e di nostalgia.

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Cercando su YouTube materiali da sottoporre all'attenzione di chi frequenta questo blog, mi sono imbattuto in una vera e propria chicca: la canzone ufficiale del Forest Campione d'Europa, Whole World in Our Hands, o anche Nottingham Forest March, una parodia del gospel He's got the whole world in His hands, frutto della collaborazione tra il gruppo dei Paper Lace e i giocatori del Nottingham Forest, che, come era tradizione allora per le canzoni celebrative, parteciparono all'incisione insieme a un gruppo di tifosi che provvedettero ai cori.

I Paper Lace erano un gruppo pop di Nottingham, e passarono alla storia, per così dire, essenzialmente per due canzoni: Billy don't Be a Hero, e The Night Chicago Died, che raggiunsero la top five della UK Single Chart. Erano entrambe canzoni che facevano riferimento alla storia americana, la prima ambientata ai tempi della Guerra Civile, la seconda ai tempi del Proibizionismo, e ebbero, dunque, un buon successo anche negli USA.

Il singolo da 7" che conteneva la Nottingham Forest March nella B-side e che aveva una registrazione a voce singola e tradizionalmente pop della canzone nel lato A raggiunse il 24° posto nelle classifiche britanniche, e, incomprensibilmente, raggiunse la Top Ten in Olanda. È una canzone ironica e spiritosa (a me "Peter the keeper  with nothing to do" fa sempre molto ridere), e è davvero un bel ricordo di quella squadra.
Il verso "Yarwood, follow that!" è pronunciato da Brian Clough in persona. Si riferisce a Mike Yarwood, un attore inglese diventato notissimo come imitatore televisivo: tra le sue imitazioni più riuscite, anche quella di Brian Clough, che approfitta del disco per fare un riferimento un po' piccato proprio a quegli sketch.

Come dicevo prima, il calcio è, tuttora, uno sport meraviglioso, ma si ha come l'impressione che le storie che l'hanno reso così meraviglioso, come il miracolo del Forest, siano diventate impossibili; che il calcio viva un po' di rendita anche di quei tempi.

Buona visione, e fuori i fazzoletti.

We all agree Nottingham Forest are magic
We all agree Nottingham Forest are magic, are magic, are magic,…

Coro
We've got the whole world in our hands
We've got the whole wide world in our hands
We've got the whole world in our hands
We've got the whole world in our hands.

We've got the best team in the land
We've got the best damn team in the land
We've got the best team in the land
We've got the whole world in our hands.

There's Tony and Robbo and Martin O'Neil
There's Spider and Needham they'll never yield
There's Archie the Gemmill all over the field
We've got the best team in the land.

(Coro)

There's Colin and Withe(y) and Larry Lloyd too
McGovern and Burns(y) their pushing them through
And Peter the keeper with nothing to do
We've got the best team in the land.

We're gonna win
We're gonna win everything
So stand up and and sing for Clough(y) the king
(Cloughy, Cloughy, Cloughy…)

(Coro)

Peter Taylor and Ian and Johnny O'Hare
Jimmy the trainer he's taking good care
Know one can stop us they wouldn't dare
We've got the best team in the land

(Coro)

We've got the best team in the land
We've got the best damn team in the land
We've got the best team in the land
We've got the whole world in our hands.
"Yarwood, follow that!" 

(Coro)

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“Avrei dovuto cercare di capire”: Justin Fashanu, la versione di Brian Clough

Dopo qualche tempo, concludiamo l’analisi del rapporto molto conflittuale che Brian Clough ebbe con Justin Fashanu, dando conto di un’altra testimonianza diretta dello stesso Cloughie, tratta dalla sua ultima autobiografia.

Brian Clough scrisse due autobiografie: la prima nel 1994, nel momento del suo ritiro, dedicata a Peter Taylor, intitolata semplicemente Autobiography: un testo piuttosto convenzionale, interessante, brillante, ma con molte cose (tra le quali il suo difficile rapporto con l’alcol) lasciate a margine, o completamente ignorate; la seconda, scritta successivamente al trapianto di fegato cui fu sottoposto nel 2002, Walking on water, nella quale, invece, traccia un autoritratto a tratti impietoso, ma, proprio per questo, molto utile a apprezzare le vere qualità del più grande manager che il calcio moderno abbia avuto.

Curiosamente, la prima autobiografia è ancora correntemente pubblicata, e agevolmente reperibile su siti quali Amazon.co.uk, mentre la seconda autobiografia è fuori commercio, e può essere trovata solo su eBay, se si ha un po’ di fortuna, o su siti specializzati in libri usati, quali Abebooks.co.uk, a prezzi tuttora convenienti.

(Invece, il bellissimo libro di Peter Taylor, With Clough, pubblicato nel 1980, è quasi introvabile. Io sono riuscito a procurarmelo su eBay, pagandolo un prezzo inverosimile, di cui mi vergogno di me stesso: quasi 45 euro; anche di quest’ultimo libro, naturalmente, pubblicheremo su questo blog ampi stralci, per ricostruire nel modo più completo possibile, e accampando il maggior numero di voci possibile, la storia eccezionale di quegli anni irripetibili).

Nella sua seconda autobiografia, Clough dedica diverse pagine al caso Fashanu, inserite, significativamente, nel capitolo 15, intitolato I should have tried to understand, “avrei dovuto cercare di capire”, nel quale Brian ripercorre alcuni episodi della sua avventura al City Ground che, in seguito, lo hanno fatto ripensare con un po’ di rammarico al modo in cui le aveva gestite. Riproduciamo integralmente, di seguito, questo capitolo.


Capitolo XV — Avrei dovuto cercare di capire

L’indipendenza e la sicurezza economica che la mia esperienza al Leeds mi lasciò, insieme all’esonero, fu uno dei fattori più importanti delle mie vittorie nel corso dei diciotto anni come manager del Nottingham Forest, vittorie tra le quali annoverare, non ultime, il titolo inglese e le due coppe europee. Quell’esonero significò che io potevo scegliere ogni lavoro volessi, senza alcuna preoccupazione di carattere economico. Potevo seguire il mio istinto, le mie intuizioni, le sensazioni provenienti dal mio stomaco, e fanculo alle conseguenze, se qualcosa fosse dovuta andare male.

[Brian Clough non si dimise, ma fu esonerato dal board del Leeds United dopo 44 giorni di conduzione tecnica; per facilitare il cambio di allenatore, il Leeds riconobbe a Clough un bonus di buonuscita davvero molto alto, per quell’epoca.]

Ma, in effetti, andarono male pochissime cose, naturalmente. Fu un successo in tutti i sensi, una volta che io mi fui insediato, ebbi sistemato le cose, e dato una rinfrescatina a un club in grave decadenza; un club che stava letteralmente morendo in piedi, quando io entrai, come una brezzolina di primavera, nel gennaio del 1975. Il Forest stava annaspando troppo vicino alla parte sbagliata della seconda divisione, con pochi giocatori in rosa che sapessero trattare un pallone con la necessaria proprietà, o colpire la palla di testa adeguatamente; e, vabbè, stendiamo un velo pietoso sulla loro capacità di leggere e interpretare il gioco. È abbastanza significativo, per cercare di capire la situazione in cui si trovava la squadra al mio arrivo, il fatto che John Robertson e Martin O’Neill fossero fuori rosa, messi nella lista di trasferimento. E guardate ora dove sono: stanno facendo grandi cose, insieme, al Celtic. Come cambiano le cose, con il passar del tempo.

[Martin O’Neill guidò il Celtic dal 2000 al 2005, con Robertson come secondo. Portò il Celtic alla finale di Coppa Uefa del 2003, nella quale perse dal Porto di Mourinho per 3-2. Nelle sue cinque stagioni al Celtic Park, O’Neill vinse tre titoli di Lega, tre Coppe di Scozia e una coppa di Lega. Martin e John, dunque, all’epoca della scrittura del libro, erano in carica al Celtic Park.]

L’esperienza al Leeds, insieme a tutti i benefici che portò al mio conto in banca e alla mia pace mentale, diede, però, un colpo feroce al mio ego. L’esonero brucia, non importa quanto sia alta la buonuscita, che serve solo a rendere un po’ più morbida la caduta. Ci volle un po’, prima che io fossi di nuovo capace di camminare sull’acqua, anche se la mia prima partita al Forest fu un replay di FA Cup che disputammo a Tottenham, che vincemmo contro ogni pronostico. Seguì subito una vittoria a Fulham in campionato; ma se il popolo di Nottingham e i tifosi del Forest cominciarono a nutrire, in seguito a questi risultati, la speranza di un miracolo immediato, dovettero subire un rude risveglio. Dal mio insediamento fino alla fine della stagione vincemmo solo tre partite su diciassette, compreso quel replay a White Hart Lane. Fummo maledettamente fortunati a non finire in terza divisione.

Urgeva un processo di ristrutturazione drastico, gente fuori e gente dentro. Non si può bonificare uno stagno rimanendo sul bordo a guardare l’acqua fangosa. Devi disturbarlo, entrarci dentro, eliminare le cause dell’inquinamento e metterci dentro le cose che possano renderlo di nuovo fresco e pulito. Sbattei fuori la merda, e presi dei giocatori che sapessero davvero giocare al calcio al livello di Tony WoodcockIan BowyerO’Neill e Robertson, e del terzino destro Ian Anderson, che erano i nostri giocatori migliori.

Sono le piccole cose, il ricordo di uno o due momenti notevoli che tornano in mente, a dare un senso di calore e di soddisfazione durante i giorni di pioggia quando si è in pensione, quando c’è poco altro da fare che stare seduti a pensare.
Quello di quando tornai a Leeds per ingaggiare di nuovo John O’Hare e John McGovern è un ricordo che ancora riesce a scaldarmi quando il riscaldamento centrale di casa è rotto. I direttori del Leeds non si rendevano conto di che cosa avevano in mano, con quei due. Questo fu il motivo per cui riuscii a prenderli a molto meno di quanto non li avessi pagati quando li avevo comprati per conto del Leeds. Erano facce familiari, e avevano abilità indubitabili. Un manager, soprattutto al Forest, non può permettersi di circondarsi di troppe persone di genuino talento, e questo fu il motivo per cui Jimmy Gordon, allontanato dal Leeds quando fui esonerato io, fu ingaggiato dal Nottingham Forest. Allenatore? Preparatore atletico? Non mi hanno mai interessato molto i titoli. Diciamo pure che era il mio preparatore atletico. Comunque fosse, chiamai Jimmy perché era una persona onesta quanto è lungo il giorno, aveva una profonda conoscenza del gioco, e capiva bene i giocatori. Avevo visto tutte queste cose, quando ero al Middlesborough da ragazzo, dove Jimmy era uno dei leader della prima squadra.

Pensavo che tipo l’ottavo posto non sarebbe stato male, per la mia prima stagione completa di lavoro, ma c’era ancora un importante elemento che mancava. Peter Taylor era rimato a Brighton, scommettendo tutto sulla promozione, ma aveva fallito. Sia per la sua capacità di farmi ridere, sia per la sua mostruosa abilità di individuare un talento, per tutte queste ragioni, per qualsiasi ragione vi venga in mente, in nessun modo il ruolo di Taylor nella rinascita del Nottingham Forest può essere sopravvalutato. Il volo che presi per andarlo a trovare a Maiorca fu certamente il volo più utile che io abbia mai fatto. La sua ritrosia era solo di facciata: io sapevo benissimo che, nonostante tutte le sue pretese di volersi ritirare al mare, sarebbe saltato alla proposta di aiutarmi a guidare il Nottingham Forest, la squadra della sua città, anche se sarebbe rimasto piuttosto lontano dalla spiaggia. E, ancora una volta, non ebbi torto.

I miei ricordi al City Ground sono molti e meravigliosi, a parte quell’orrenda, evitabile ultima stagione. È facile confinare i pensieri dentro i bei tempi, i successi, le sensazioni gratificanti che vengono dai momenti di trionfo. Ma sarebbe disonesto ignorare i momenti che si vorrebbero, invece, dimenticare. Le occasioni in cui, potendo, si agirebbe in modo differente se si potesse ricominciare da capo, quando si guarda indietro e si pensa, tra sé e sé, “vorrei non aver agito in quel modo, in quella situazione”.

Sto pensando a Justin Fashanu. Ho pensato un sacco a Justin Fashanu, negli ultimi quattro anni. Prima, ero solito pensare a lui con rabbia. Ero arrabbiato di aver permesso a Peter Taylor di convincermi che il ragazzo valeva davvero un milione delle sterline del Nottingham Forest, un milione pagato credendo che egli avrebbe potuto essere parte di un’altra grande squadra, dopo quella che aveva vinto le due Coppe europee. Ci eravamo sbagliati: non era la prima volta, non sarebbe stata l’ultima. Avemmo torto a credere che l’attaccante che si fece un nome con il gol dell’anno di “Match of the Day” contro il Liverpool potesse essere parte della nostra squadra, qualunque fosse quella che noi avevamo in mente. Venne fuori che il giocatore era assolutamente senza speranza, ma nel momento in cui divenne assolutamente chiaro, Taylor se n’era andato. Mi aveva chiesto di negoziare il suo ritiro, e uscì dal gioco con una stretta di mano davvero dorata, più di 25.000 sterline, solo per tornare indietro immediatamente, quell’estate dell’82, come manager del Derby, tra tutti i posti possibili proprio il nostro club più speciale, che aveva fatto diversi tentativi senza successo di riprenderci indietro tutti e due, in precedenza.

Pete mi lasciò con un paio di sui protégés davvero scarsi, ma Fashanu era il caso peggiore. Non poteva darci un gol che fosse uno, di qualsiasi forma e in qualsiasi maniera, non parliamo poi di uno che potesse essere considerato il gol della stagione. Non solo mi contrariava: mi faceva proprio incazzare, ogni volta: le incredibili occasioni sbagliate, le scarpette buttate tra il pubblico, tutte le volte che si faceva espellere, per non parlare di tutte le volte che lasciava la sua Jeep in divieto di sosta così tante volte, e aveva così tante multe, che penso che la polizia municipale di Nottingham stesse considerando la possibilità di assegnargli un vigile personale.

Sapete già, probabilmente, la storia del giorno che venne a parlarmi, e che mi confidò: “Ho trovato Dio”. Io gli risposi: “Oh, bene, dovresti andare da lui anche a farti firmare i tuoi assegni”. Era un giovane uomo molto confuso, che probabilmente pensava che unirsi ai Born Again Christians lo avrebbe aiutato a mettere ordine nella sua vita. Io, certamente, non gli fui d’aiuto in questo, non mentre egli non riusciva a fare il lavoro che io volevo che lui facesse dopo aver investito così tanto denaro del Club, e non mentre egli sembrava essere trascinato da un problema evitabilissimo a un altro, spergiurando di essere sincero mentre, invece, diceva bugie dopo bugie.

Io non gli fui d’aiuto quando cominciai a sentire voci a proposito delle sue frequentazioni  regolari di un club che era un noto ritrovo di omosessuali. Non era il fatto che Fashanu fosse gay a preoccuparmi; la sua sessualità in sé non era una preoccupazione. Io fui brutalmente diretto con lui, tuttavia: troppo diretto in una occasione. Gli chiesi dove andasse a comprare un filone di pane, o un taglio di carne, e quando lui mi diede le ovvie risposte, io lo investii con questa domanda: “E allora, perché ti vedono sempre in quel club per culattoni a Nottingham?”. La sua alzata di spalle non fu una risposta, e continuò a essere irritante, assumendo un istruttore religioso e pretendendo l’uso di un massaggiatore personale.

Era un ex puglile, Fash, un ragazzo molto complesso, con un modo di fare affascinante e una personalità gradevole. Se solo fosse stato sincero più spesso, e avesse imparato a guardare in faccia la verità su sé stesso e la sua vita. Sembrava sempre uno che porti troppo bagaglio; nulla poteva mai essere semplice o diretto, con lui, soprattutto quando si trattava di spedire la palla in fondo alla rete. Penso di ricordarmi bene se dico che segnò tre reti in trentun partite di lega, un bel ritorno per un investimento di un milione di sterline.

Il giorno che non gli diedi più una possibilità fu quando arrivò all’allenamento con uno dei suoi amici, il consulente religioso o il massaggiatore. Gli dissi di andarsene. Gi dissi di andarsene dal mio campo di allenamento, e di andarsene dal mio club. Il fatto che io abbia telefonato alla polizia e gli abbia chiesto di venire e di arrestare il mio centravanti è diventata una delle leggende d’ambito calcistico meglio conosciute d’Inghilterra. In verità, io volevo solo che fosse portato via: vennero due poliziotti, e fecero quello che avevo chiesto.
Non sono sicuro che la perdita per il Forest si sia trasformata in un gran guadagno per i nostri vicini del Notts Conty, ma se lo presero loro. Non stette a lungo nemmeno lì. Ma noi l’avremmo guardato dall’altra parte del Trent, e questo era tutto quello che mi importava.
Certo, non se ne andò in maniera così spettacolare come fece una volta in Spagna: divideva la sua stanza con Viv Anderson, e, svegliandosi di soprassalto da un incubo, si precipitò come un missile fuori dalla stanza, dimenticandosi di aprire la porta, lasciandola come una di quelle che si vedono nei cartoni di Tom e Jerry. Solo che non era il mondo delle favole, successe davvero.

Nulla di ciò — il modo di vita non ortodosso, il talento sprecato, se poi davvero c’era talento, da qualche parte, o la sessualità che cercò di nascondere così a lungo — mi aveva tuttavia preparato a quello che lessi nei titoli di cronaca nell’estate del 1998, che davano conto della terribile solitaria morte di Justin Fashanu. Fu trovato impiccato in un garage chiuso a chiave nell’East End di Londra. La notizia mi sconvolse. Quando senti di un ragazzo che si toglie la vita in circostanze squallide come questa, un ragazzo con il quale un tempo avevi lavorato, e del quale eri responsabile, devi per forza guardare indietro e chiederti se non avresti potuto fare in modo che le cose andassero diversamente. Io ora so che avrei dovuto cercare di di trattare con Fashanu in modo differente, certo con più compassione e comprensione.

Non ne mostrai molta, il giorno che lo feci portar via dal campo di allenamento da due dei più esili ufficiali di polizia in forza a Nottingham. Erano così piccoli, che mi sorpresi che si fossero offerti per entrare in polizia. Quando Fashanu, all’inizio, si rifiutò di andar via, ricorsi a una tattica che era stata usata infinite volte contro di me, quando ero un giocatore: gli diedi un calcio nel polpaccio. Ora, dovete sapere che quando vi danno un calcio nel polpaccio, la gamba vi si piega un po’. “Se non te ne vai da questo campo di allenamento”, gli gridai, “ti do un calcio anche sull’altro polpaccio, e ti faccio diventare alto come questi due poliziotti”.

Era tipico di me, a quel tempo, ma ne avevo più che abbastanza di un tizio che aveva negato la verità su sé stesso fino al punto di dichiarare che stava per sposarsi. Aveva persino portato una ragazza da Londra. Era davvero sconvolgente.

“Mi piacerebbe che lei conoscesse la mia ragazza”, mi disse, e aggiunse: “le ho chiesto di sposarmi”.

Andai a incontrarla perché farlo era un elemento essenziale del mio lavoro di manager — ero solito incoraggiare le ragazze che stavano intorno al campo di gioco a relazioni stabili, perché non ho mai trovato niente di più benefico per un calciatore che una vita domestica soddisfacente e stabile. Lo dicevo sempre, e incoraggiavo i giovani giocatori a sposarsi, a sistemarsi, e li avvertivo sempre: “non lasciate passare troppo tempo prima di fare dei figli”.

La presunta fidanzata di Fashanu era piccolina, con zigomi alti, una vera bellezza. Avrebbe fatto sembrare Elizabeth Taylor una specie di Dracula, messa accanto a lei. Capii che era tutto un imbroglio, un trucco, o almeno, lo pensai allora, e lo penso tuttora. Era il modo in cui Fashanu cercava di convincermi che non era gay. Ecco il punto fino al quale era arrivato a prendermi in giro.

A meno che gli esseri umani non vengano a patti con quello che sono, sono destinati a soffrire periodi molto lunghi di solitudine e di frustrazione. Non osano distruggere la loro immagine pubblica, quella che vogliono trasmettere di sé. Cominciano a diventare due persone. Sono quello che sono dentro di sé, ma quando aprono la porta di casa e fanno il primo passo fuori diventano quello che vogliono che gli altri credano che siano.

Pensandoci bene, non credo di aver fatto male a parlare con lui della sua sessualità, ma avrei dovuto affrontare il tema più discretamente. Lo feci di fronte agli altri giocatori, di fronte a tutti quelli che erano al campo quel giorno, e questo fu davvero scortese, nei suoi confronti. Barbara [la moglie di Cloughie] mi criticò aspramente per questo, dicendomi a muso duro che se queste erano le sue inclinazioni, be’, quelli erano affari suoi, era la sua vita. Che aveva tutto il diritto di essere ciò e chi volesse. Barbara non poteva accettare che io avessi fatto della sua vita privata una materia di pubblica discussione.

Non fui sorpreso che lui, alla fin fine, sia andato negli Stati Uniti. Non posso dire di essere rimasto particolarmente sorpreso nemmeno del fatto che il suo nome fosse stato collegato con un processo per molestie sessuali a un ragazzo di diciassette anni. Io non so se egli fosse ricercato dalla polizia americana, ma sono sicuro che Justin avrebbe potuto dover passare un lungo perido dietro le sbarre, se fosse stato riconosciuto colpevole, laggiù, di violenza sessuale. A quanto ho capito, la sua nota di suicidio comprendeva anche la proclamazione della sua innocenza. Non sapremo mai la verità su questo caso: solo che tornò in tutta fretta in Inghilterra e si tolse la vita.

Se n’era andato dalla mia moltissimi anni prima, naturalmente. E era uscito anche dai miei pensieri, perché io dovevo occuparmi di cercare di mandare avanti un club di calcio, e questo è un compito più che sufficiente per assorbire i pensieri di un essere umano. Ma, voglio dire, togliersi la vita; a portarlo a questo dev’essere stata una combinazione terribile tra disperazione, paura e solitudine. Qualunque cosa fosse, era una cosa con la quale lui non poteva più convivere. Forse non era abbastanza coraggioso. Forse avrebbe dovuto dichiararsi molto tempo prima, fare “coming out”, come si dice ora; facile per me dirlo, ma capisco come sarebbe potuto essere maledettamente difficile per lui farlo, soprattutto per il fatto che era un calciatore professionista, e un calciatore professionista a quei tempi.

Quando io vengo rimproverato dalla mia cara moglie a proposito del trattamento che inflissi a Fashanu, mi trovo a essere d’accordo con la maggior parte delle cose che dice, ma mi sento anche di aver avuto un piccolo pezzetto di ragione, non fosse altro che per il fatto che lui aveva cercato di prendermi in giro, e che io avevo visto attraverso la sua finzione. Dopo la sua morte, la mia tristezza nacque dal fatto che io avrei potuto capire meglio di quanto non abbia cercato di farlo quando lui era con me al Forest, e dal fatto che forse avrei potuto aiutarlo. Avevo delle responsabilità nei suoi confronti, perché era sotto la mia giurisdizione, ero il manager del suo club, e, invece, non gli diedi nulla.


A me queste pagine paiono un bel ritratto di Brian Clough, piuttosto che di Justin Fashanu. Certamente un uomo d’altri tempi (per esempio, il fatto di rinfacciare a Fashanu le sue frequentazioni di “locali da culattoni” di fronte a tutti gli altri appaiono oggi difficili da accettare, e, probabilmente, lo erano anche allora, a giudicare dalla reazione di Barbara), ma, essenzialmente, un uomo leale che cercava lealtà, che aveva per la trasparenza nei rapporti una venerazione quasi feticistica.
Non poteva accettare di essere preso in giro, perché non poteva lavorare con una persona della quale non si poteva fidare ciecamente.
Nel corso di questo capitolo, sono continui i riferimenti alle bugie, ai make-believe costruiti da Fashanu per distogliere il Gaffer del Forest dalla vera natura dei suoi problemi e della sua infelicità. E una tale architettura di sfiducia e di diffidenza Clough non la poteva accettare da nessuno.

Questo non valse solo per Fashanu, naturalmente: valse anche, e soprattutto, per il suo più grande amico e collaboratore. Anche con Peter Taylor il rapporto si ruppe perché venne a mancare la fiducia in lui, nella sua dedizione e nella sua amicizia incondizionata. Proprio alla rottura del rapporto con Taylor, con letture tratte dalle biografie e dalle autobiografie migliori a nostra disposizione (aspettando, nel frattempo, anche quella della figlia del grande talent scout di Nottingham), dedicheremo le prossime puntate di questa saga straordinaria.

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For Pete’s sake.

Per alcuni il genio misconosciuto cui si devono gran parte dei successi del Forest, per altri il più grande traditore della storia dei Reds, con la sua decisione di abbandonare la squadra per tornare all’odiato Derby County. Per tutti, una figura centrale del calcio inglese degli anni 60-80.

Dopo una sterminata produzione di letteratura (e filmografia) su Brian Clough, l’attenzione della storiografia comincia a soffermarsi anche su Peter Taylor: Wendy Dickinson, giornalista sportiva e, soprattutto, figlia del grande manager di Nottingham, dopo un lunghissimo lavoro di documentazione, ha scritto una monumentale biografia in due volumi dell’altra metà della coppia più vincente del calcio mondiale, Clough e Taylor, che per Wendy sono sempre stati Dad e Brian. Il primo volume sarà in uscita a agosto, ma è già in prevendita: coprirà il periodo che va dall’infanzia di Peter (non tutti sanno, per esempio, che giocò per il Forest negli anni di guerra, quando lui era un ragazzino — Taylor nacque nel 1928 — proprio per il fatto che tutti gli uomini erano impegnati nelle operazioni belliche) agli anni delle imprese con il Derby County, quando nacque la leggenda della coppia.

Nel sito dedicato al libro, ci sono alcune succulente anticipazioni: per esempio, il racconto di quel leggendario giorno in cui Liverpool e Leeds avevano una partita da recuperare, mentre il Derby aveva già finito la sua campagna, e era provvisoriamente in testa alla classifica, con due punti di vantaggio sulle due squadre, ma con una differenza reti nettamente peggiore: mentre i due manager decisero di andare a Majorca con la squadra a aspettare da lontano il verdetto del campo, Wendy, con la madre, andò a vedere la partita del Leeds, in quello che descrive come “il pomeriggio più ansioso della mia vita”.

Non so voi, ma io me lo leggerò di certo, per darvi conto delle parti più succulente, soprattutto per noi tifosi Reds (anche se, bisogna preavvertire, Wendy, cresciuta e appassionatasi di football mentre il padre era al Derby, è un’accesa tifosa dei Rams. Nobody’s perfect…).

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