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“Il modo più veloce che c’è per fare un milione di sterline”, ovvero le vicende finanziarie del Forest durante l’era Doughty (1999-2012)

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It has often been said that the quickest way to have a million is to start with a hundred million, buy a football club and wait.

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Mentre pare (pare…) in dirittura d’arrivo l’acquisizione del Forest da parte della famiglia Al Hasawi — proprietari di un gruppo kuwaitiano dedito non all’estrazione del petrolio ma alla commercializzazione di apparecchi elettronici — è ora, forse di fare un bilancio oggettivo, freddo e accurato della gestione del Forest da parte di Nigel Doughty, l’ex presidente recentemente scomparso (ma che, indipendentemente dalla sua morte, aveva già deciso di cedere la squadra immediatamente dopo che fu apparso evidente il fallimento del “piano Brollie” di rilancio della squadra).

È, naturalmente, un’impresa titanica, della quale io non sarei mai stato in grado, ma che il bravissimo gestore del blog My Life in Football ha compiuto in un post pubblicato il 25 maggio scorso. Presento qui una traduzione del testo, per fare, dopo, alcune considerazioni personali sulla cosiddetta “era Doughty”.

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Introduzione

Ci si chiede spesso, tra tifosi di calcio, viste le cifre dei deficit di gran parte delle squadre, dove diamine finiscano tutti i soldi. I biglietti costano una follia, le squadre ricevono somme assurde dalle televisioni, gli stessi proprietari buttano nelle squadre somme enormi, eppure la domanda rimane. Si sa di ogni penny che entra, i fatturati delle squadre sono sotto gli occhi di tutti, ma, in fondo, si sa poco di molte delle spese che comporta la gestione di un club, e raramente sono presentate in modo chiaro, in prospetti con le cifre indicate in modo analitico.

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Ci sono, è vero, analisi finanziarie molto accurate: le migliori, forse, sono quelle pubblicate dall’ottimo sito svizzero Swiss Ramble, che ha rivolto la sua attenzione anche al Nottingham Forest, in passato; ma, con la fine dell’era Doughty al City Ground, provo il bisogno di guardare complessivamente al periodo della sua gestione, e di vedere che cosa sia realmente accaduto nel corso di questa, per confermare o smentire i luoghi comuni che la riguardano.

Di conseguenza, sono andato indietro fino all’ultima stagione nella quale il Bridgford Consortium ebbe il controllo del club, con esiti piuttosto controversi: era il 1997, e il Forest stava fronteggiando la seconda retrocessione dalla Premier League in cinque anni.

E poi, in quali condizioni il Bridgford Consortium aveva lasciato il Forest dietro di sé? Davvero Nigel Doughty salvò il club dal dissesto? Quanto denaro ha davvero messo di suo dentro la squadra, quali manager sono stati davvero appoggiati e quali sono stati lasciati a sé stessi, a pagare il prezzo della loro solitudine?

Quello che io intendo fare in questo articolo è spiegare quanto e quale denaro è entrato e dove è andato a finire in ciascuno dei periodi nei quali si è suddivisa la cosiddetta “era Doughty”. Voglio documentare con dei dati il mio pensiero su come Doughty ha amministrato il club, e voglio capire che cosa possiamo imparare per il futuro dalla sua gestione. Spero che questo articolo rappresenterà correttamente questo periodo della nostra storia, raccogliendo in un unico scritto tutto quello che può essere raccolto su di esso, e spero che questo tentativo porterà a conclusioni significative.

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Approccio finanziario

Per dare un senso alla gestione finanziaria delle 12 stagioni che hanno portato il Forest al maggio del 2012 ho esaminato i bilanci ufficiali del club, e ho usato i conti economici ufficiali e le note utilizzate dai Revisori dei conti, ho esaminato soprattutto i flussi di cassa e la situazione della liquidità. Credo che questa sia la strada migliore per analizzare le attività finanziarie di un club, dal momento che questi documenti mostrano in che modo il denaro è entrato e è uscito dalle casse, senza introdurre elementi che confondono l’analisi finanziaria pura, come gli ammortamenti e le svalutazioni.

Il Nottingham Forest, infatti, come tutti i club, capitalizza il costo dei giocatori, e lo imputa al Conto economico pro-quota, suddividendolo tra diversi esercizi per tutta la durata del contratto del giocatore stesso: questo modo di trattare questa voce di spesa può avere senso in modelli di azienda più tradizionali, ma introduce un fattore di scarsissima trasparenza nella lettura dei flussi finanziari delle squadre di calcio, e rende difficile un approccio all’analisi esclusivamente finanziaria dei processi di compra-vendita dei giocatori.

I report finanziari integrali riportati in fondo al post saranno citati nel corso del post, nel quale dividerò l’analisi della situazione finanziaria del club tra momenti significativamente diversi di questo dodicennio, sia per quel che riguarda la situazione sportiva, sia per quel che riguarda la situazione economica del club. Cercherò di guardare alla gestione Doughty, dunque, dividendola in periodi più corti: da un lato, più gestibili dal punto di vista analitico e, dall’altro, più efficaci dal punto di vista argomentativo, perché caratterizzati ciascuno da aspetti specifici che potranno portare a conclusioni più significative.

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La situazione finanziaria nel maggio 1999

Nell’estate del 1999 il club era appena retrocesso, e le figure principali del Brigford Consortium [che aveva acquisito il club il 25 di maggio del 1997, come detto sopra nel post; Nigel Doughty faceva parte del consorzio, ma non ne era una figura chiave, NDT] avevano lasciato il board della squadra. In quel momento, il Nottingham Forest PLC [la società detenuta dal Consorzio che deteneva la partecipazione di maggioranza del NFFC. NDT] esisteva ancora, ma Nigel Wray si era dimesso da Direttore operativo nell’aprile del 1999, e sia Irving Scholar, sia Julian Markham lo avevano seguito nel giugno dello stesso anno. Phil Soar era rimasto come Amministratore delegato.

Eric Barnes, Sir David White e John Pelling si erano aggiunti al Consiglio di Amministrazione nel corso dell’anno, e erano tutti in carica nell’aprile del 1999, al momento del famoso tentativo di “restituire il Nottingham Forest a Nottingham”. Il club che il Consorzio si era lasciato alle spalle, malgrado la sensazione di disfacimento che i proprietari avevano contribuito a indurre negli appassionati, non era in una situazione finanziaria così cattiva come si pensa; anche se, certo, la situazione sportiva della squadra era molto peggiore di quella degli anni anche di poco precedenti.

Un anno passato in Premier League nella stagione 1998-99 aveva generato un profitto operativo di 1,4 milioni di sterline (certo, da allora le cose sono molto cambiate, in termini di quanto valga per una squadra partecipare alla EPL!). Questo utile operativo fu utilizzato, in gran parte, per pagare gli interessi passivi e altri investimenti in conto capitale; nonostante questo, il il saldo positivo del mercato-giocatori produsse un aumento netto di liquidità di 1,97 milioni di sterline, nel corso della stagione.

Questo surplus finanziario fu totalmente usato per la riduzione del debito bancario della squadra, che fu ridotto dai 3,03 milioni di sterline dell’inizio della stagione al milione e 60.000 sterline della sua fine. L’unico altro debito in capo al club in quel momento era un’esposizione obbligazionaria, il famoso Trent Ent Bond, imputata a bilancio per un valore di 4,3 milioni di sterline, la stessa cifra per la quale era stato presente in bilancio sin dalla sua emissione, avvenuta nel 1994. Il debito totale del Nottingham Forest, dunque, al 31 maggio 1999, era di 5,36 milioni di sterline.

Apparentemente, è una situazione abbastanza rassicurante, soprattutto alla luce del fatto che il Trent End Bond (emesso per pagare la ristrutturazione dell’omonima tribuna) era un prestito a lunghissima scadenza, anche se comportava un esborso per interessi di 401.000 sterline l’anno, interamente addebitato al Conto economico e senza effetti per lo Stato patrimoniale.

Anche se la situazione economica era condizionata in positivo dall’anno passato in PL, dal punto di vista finanziario le uscite rappresentate dagli stipendi dei giocatori erano stato solo il 60% delle entrate: un livello assolutamente sostenibile, che avrebbe potuto benissimo sopportare sia un incremento del monte ingaggi nel caso di una permanenza nella massima serie, sia una riduzione delle entrate in caso di retrocessione.

La retrocessione rappresentò certamente un problema, e la squadra aveva bisogno di investimenti per tentare di tornare nella massima serie, ma è importante notare come — al di là di concetti astratti come “aspettative” o “ambizioni” che possono certamente condizionare il giudizio sul Consorzio — in assoluto la situazione finanziaria del club non era cattiva quando subentrò Nigel Doughty.

Le cose avrebbero certamente potuto andare meglio, e il CDA dimissionario era stato ben lungi dall’essersi comportato in modo impeccabile — la cessione di giocatori chiave come Cooper e Campbell quando il club era stato promosso, che produsse la protesta di Pierre Van Hooijdonk, fece capire a tutti che quella dirigenza aveva poco a cuore la costruzione di una squadra competitiva, una volta che la quotazione in borsa del club non era riuscita a produrre i capitali sperati — ma quando Nigel Doughty fece il suo ingresso nel club non fu certo per salvarlo dal crac finanziario, come si pensa talvolta.

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Dal 1999 al 2001 – Il take-over di Doughty

Nel luglio del 1999, dunque, il board del Nottingham Forest PLC [Il NFPLC, come detto, era la società per azioni creata dal Consorzio per controllare il NFFC. Mentre il NFFC non era direttamente quotato in borsa, la NFPLC lo era. NDT] votò a favore di un investimento diretto di 6 milioni di sterline nella società controllata Nottingham Forest FC da parte di Nigel Doughty. Questo permise a Doughty di evitare di negoziare l’acquisto delle azioni della PLC con i frustratissimi membri dimissionari del Consiglio, e di immettere il suo denaro direttamente nelle casse del Club: un modello di comportamento che il suo asse ereditario dovrebbe considerare, mentre sta trattando, proprio adesso, la cessione della squadra.

Doughty nominò Tim Farr e Neil Candleland come suoi rappresentanti nel CDA del Club, e si occupò personalmente della nomina del nuovo manager, che individuò nella figura di David Platt, un ex nazionale inglese che, però, non aveva alcuna esperienza precedente da allenatore.

Con gli incassi in netta diminuzione, a causa del nuovo status di club di Seconda Divisione, il club si impegnò molto per sostenere Platt nel suo tentativo di riguadagnare la PL, mantenendo il livello degli stipendi dell’anno precedente e investendo nel mercato una cifra di 6,5 milioni di sterline, al netto tra vendite e acquisti.

Nella sua prima stagione, Platt portò in squadra tre Italiani, oggi tristemente famosi tra i tifosi del Forest: Moreno Mannini, Salvatore Matrecano e Gianluca Petrachi, e utilizzando parte consistente del monte stipendi a disposizione per ingaggiare Ricardo Scimeca dal Villa, Jim Brennan dal Bristol City e Stern John dal Columbus Crew, compensando in parte le uscite vendendo l’attaccante olandese Pierre Van Hooijdonk.

Cifre minori furono utilizzate per ottenere i servigi di Jack Lester e di Tony Vaughan più avanti nel corso della stagione; tutto questo, prima della decisione più impegnativa e più decisiva, dal punto di vista finanziario, presa l’estate successiva: quella di ingaggiare David Johnson dall’Ipswich Town usando uno strumento finanziario piuttosto nuovo, allora, nel mondo del calcio: il leasing. Anche se produsse risultati certamente deludenti — il 14° posto nella stagione 1999-00, e l’11° nella stagione 2000-01 — questa politica di spesa produsse effetti devastanti sugli equilibri finanziari del club.

Alla fine della stagione 2000-01, la pura esposizione bancaria era salita a 8,5 milioni di sterline, era stato acceso un nuovo prestito che prevedeva un interesse annuo di altri 0,4 milioni di sterline e, in più, il debito del Club era appesantito dal massiccio debito costituito dal leasing acceso per acquistare David Johnson, ammontante a 4,8 milioni di sterline. Quindi, in soli due anni, il passivo del NFFC era passato da 5,4 a 17,9 milioni di sterline. David Platt, vista la mala parata, non si fece pregare due volte per passare armi e bagagli a guidare la U21 inglese, nel bel mezzo del pre-campionato 2001-02, e il Club cercò affannosamente di darsi un brusco cambio di direzione.

Il periodo dal 1999 al 2001 è uno dei momenti che Doughty sembrava sempre dimenticare quando ripercorreva gli anni della sua dirigenza. Cercava sempre di far passare l’idea di essere piombato a prendere il controllo di un club affossato dai debiti, e, anche se, in effetti, egli non aveva conquistato la proprietà totale prima della situazione di dissesto, il debito era esploso proprio durante il suo periodo iniziale di controllo.

In due anni, sotto il management di David Platt, il club aveva prodotto una perdita operativa netta di 9,34 milioni di sterline, come differenza tra incassi e uscite, da sommare a un’ulteriore passivo proveniente dal mercato dei trasferimenti di 6,45 milioni di sterline; il totale delle sole perdite provenienti dalla gestione calcistica, dunque, al netto degli interessi passivi, fu di 15,8 milioni di dollari: la gestione di Platt produsse perdite per 152.000 sterline a settimana.

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Dal 2001 al 2005 – Il ritorno al controllo finanziario

Il direttore dell’Accademia Paul Hart fu scelto come nuovo manager, con l’imperativo di concentrarsi sulla valorizzazione dei giovani talenti e di tagliare i costi. Il suo primo anno di gestione fu il classico anno di transizione, con la cessione di diversi giocatori di alto profilo e a alto mantenimento, inclusi i gioielli della corona: ragazzi di sicuro talento e futuro come Jermaine Jenas, che lasciò il Forest per il Newcastle United nel febbraio del 2002 per 5 milioni, dopo aver vestito per 33 volte la rossa casacca del Club.

Hart riuscì a ridurre il monte stipendi a 8 milioni di sterline (il 73% del fatturato), e con la prima tranche del pagamento derivante dalla vendita di Jenas riuscì a ottenere il primo profitto netto sull’attività di trasferimento giocatori dell’era Doughty, che sarà seguito da diversi altri; nonostante questo cambio di rotta, la situazione finanziaria della società era talmente dissestata (per il solo 2001, il totale degli interessi passivi che il Forest dovette corrispondere raggiunse la cifra di 1,3 milioni di sterline, un totale ampiamente foraggiato dalla modalità di finanziamento dell’acquisto di Johnson), mentre il fatturato, data la qualità della squadra, continuava a scendere. Nel maggio del 2002, il debito netto del Club raggiunse i 18,7 milioni di sterline, costituito soprattutto intorno agli oltre 10 milioni di rosso bancario e all’ormai famigerato Johnson-leasing.

A questo punto, Nigel Doughty compie l’affondo finale della sua operazione di acquisizione, investendo 2,75 milioni di sterline in azioni della PLC nel 2000-01, e altri 2,25 milioni nel 2001-02: il denaro effettivamente investito nell’acquisto del Club, dunque, passo a ammontare a 11 milioni di sterline, cui vanno aggiunti i 5,3 milioni di passivo netto che, come detto, Doughy si trovò a ereditare.

Quindi, Doughty pagò 11 milioni di sterline, e assunse il debito di 5,3 milioni, subentrando alla PLC, nella quale, anche se era controllata a larghissima maggioranza dal Bridgford Consortium, erano presenti anche, con piccole quote, gruppi di tifosi che avevano deciso di investire direttamente nel Club.

Anche se nel momento del suo definitivo ingresso come proprietario assoluto il Club presentava una situazione finanziaria davvero critica, in effetti, come abbiamo visto, all’inizio della sua direzione aveva ereditato una squadra sostanzialmente sana; era stata la politica di rafforzamento che aveva deciso lui che aveva portato il Club a dover drasticamente tagliare le spese, sotto Paul Hart.

A onor del vero, i tentativi di rimettere le finanze del Club su binari di sostenibilità furono un discreto successo, anche se dovuto, soprattutto, alle somme riscosse per la vendita di un discreto numero di buoni talenti sviluppati dall’Accademia. Nella stagione 2002-03, il club registrò un passivo di cassa di 2,65 milioni di sterline, un buon successo se pensiamo ai 10,5 e 7,8 milioni di sterline registrati nelle due stagioni sotto David Platt: un passivo lenito dal drastico abbassamento del monte stipendi, dalla rata spettante all’esercizio per la cessione di Jenas, ma appesantito ancora dagli interessi, ammontanti, anche in quella stagione, a 1,3 milioni di sterline. Il debito del club stava ancora rodendo la stabilità della squadra, rimanendo responsabile del 50% del passivo di cassa per quell’anno.

In quella stagione, il Forest riuscì a ottenere un posto nei playoff della Championship, dimostrando che si poteva ottenere una squadra competitiva anche senza l’ormai tradizionale sperpero di denaro che aveva caratterizzato le ultime stagioni della squadra.

La carenza di fondi fu riempita dall’acquisizione, da parte di Doughty, dell’ultima parte della quota della PLC nel NFFC; così, nonostante il passivo finanziario li debito complessivo del Club salì solo fino a 19,1 milioni di sterline. Così, dopo quattro anni al timone, Doughty aveva visto sparire dal suo portafogli 11 milioni di sterline, e aveva aggiunto 13,8 milioni di sterline al debito complessivo del Club nei confronti dei terzi. 25 milioni in totale e la partenza di Jenas: in cambio, il nulla.

La cessione di altri tredici membri della prima squadra, che produssero cassa per otto milioni di sterline, e la loro sostituzione con un pungo di giocatori a parametro zero, costrinsero Hart a combattere duramente nella stagione successiva, nella quale, invece, le aspettative dei tifosi, stuzzicate dai playoff dell’anno precedente, erano piuttosto alte. Solo a stagione in corso, la dirigenza permise al manager un po’ più di spazio per portare in squadra qualche opzione ulteriore, soprattutto per l’attacco.

Gareth Taylor fu ingaggiato per 500.000 sterline dal Burnley alla fine di agosto, e alla fine di novembre, dopo aver venduto Marlon Harewood al West Ham Utd per 500.000 sterline, fu acquistato Marlon King dal Gillingham per 950.000 sterline. Alla fin fine, Hart non riuscì a organizzare il pranzo di matrimonio con i fichi secchi, e, incombente lo spettro della retrocessione, fu sostituito dal John Kinnear, che fu capace di raggiungere la salvezza estraendo dalla squadra l’ultima stilla di energia, anche con l’aiuto di giocatori ottenuti in prestito in tutta fretta.

Tutto ciò, però, significò che, nonostante la rigida politica degli ingaggi portata avanti da Hart, le perdite finanziarie del Club, in quella stagione, balzarono nuovamente a 5,5 milioni, soprattutto a causa del saldo del calciomercato, passato dall’attivo di 2,8 milioni della stagione precedente a un passivo di 1 milione di sterline. La retrocessione fu evitata per il rotto della cuffia, ma la salvezza significò solo rimandare di un anno il destino: nel 2004-05 Kinnear fu esonerato dopo una brutta partenza, e fu rimpiazzato da Gary Megson, che, però, non poté fare nulla per fermare una discesa in League One apparentemente inevitabile.

I quattro anni che hanno portato alla relegazione furono caratterizzati, dunque, da passivi finanziari molto più contenuti rispetto all’era Platt: un totale di 1,6 milioni di sterline di maggiori uscite, spalmato su quattro anni: 31.000 serline perse alla settimana, meno della metà di quanto perdeva il Forest sotto la gestione di Platt. Questo miglioramento fu dovuto, in parte, come detto, alla vendita di giocatori chiave della prima squadra e dell’Accademia, in particolare quelli di Jenas, quello di Prutton, passato al Southampton per 2,5 milioni di sterline nel gennaio del 2003, e quello di Dawson e Reid, passati al Tottenham per 8 milioni di sterline nel gennaio del 2005.

I miglioramenti non furono dovuto solo al calciomercato: le perdite del Club, considerando solo la gestione corrente e escludendo i trasferimenti, ammontarono a 2,75 milioni di sterline, 53.000 sterline a settimana, circa la metà delle cifre prodotte dalla gestione di Platt. Questo fu dovuto, in gran parte, al modo in cui Hart ristrutturò la squadra riducendone i costi, un’operazione i cui frutti furono in parte inficiati da quello che Kinnear e Megson fecero dopo di lui.

Alla fin fine, probabilmente Hart non era — e non intendeva esserlo — un manager da prima squadra a quel livello, il suo record al Forest non è del tutto convincente, ma ci si può ben chiedere se la squadra ci abbia davvero guadagnato dai cambiamenti successivi alla sua partenza. Il tutto sembrò il frutto di operazioni affrettate e arruffate, prive di pianificazione, e il risultato di questo periodo fu una nuova retrocessione. Hart, se non altro, aveva fatto passi avanti considerevoli verso la sostenibilità finanziaria, ma il suo lavoro, per quanto opinabile, fu disfatto in tutta fretta, anche nei suoi aspetti positivi.

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Dal 2005 al 2009 – Il prezzo della retrocessione

Gary Megson non era mai stato una scelta popolare, per il posto di manager del Forest. Probabilmente, fu scelto perché rappresentava l’opposto dell’allegria tattica e gestionale di Kinnear, ma il suo stile di management e di football non si confece mai davvero al Forest. Nonostante questo, gli fu permesso di fare un tentativo per riportare il Forest in Championship dalla Terza Divisione, un livello della piramide del calcio inglese che il NFFC non conosceva dagli anni ’50.

La seconda rata proveniente dalla cessione di Dawson e Reid rese più morbido l’impatto sulle finanze del Club di un monte ingaggi rimasto praticamente invariato, nonostante la diminuzione del fatturato derivante dal livello inferiore in cui la squadra si trovò a giocare. Megson ingaggiò alcuni esperti giocatori di categoria, molti dei quali, probabilmente, avevano già alle spalle il momento migliore della loro carriera; poi, in gennaio, aprì di nuovo abbondantemente il registratore di cassa del Club per ingaggiare, questa volta, giovani provenienti dalle serie inferiori, come Nathan Tyson, Grant Holt, Sammy Clingan e Julian Bennett.

A meno di un mese da questo ulteriore sforzo finanziario, però, Megson fu esonerato e rimpiazzato dal duo di “traghettatori” Frank Barlow e Charlie McParland, che resero evidenti i problemi generati dalla gestione di Megson sui giocatori riuscendo a riportare la squadra a un passo dai playoff.

In estate arrivò un nuovo manager, questa volta un giovane emergente, Colin Calderwood, che aveva avuto discreti successi al Northamtpon. Calderwood organizzò nuovamente la squadra riducendo il monte ingaggi rimpiazzando i giocatori più anziani e esigenti, quelli con esperienza nelle categorie superiori, con giovani di categoria.

Con il fatturato a picco, il club continuava a perdere, ma la situazione finanziaria complessiva appariva, tutto sommato, molto più sana. Le perdite della gestione tipica nei due anni che Calderwood impiegò per riportare il Forest in Championship — perdendo un playoff nel primo anno e assicurandosi una promozione diretta nel secondo — furono le stesse accumulate da Megson in un solo anno di gestione nella stessa divisione, e i risultati, naturalmente, furono molto migliori.

Dal punto di vista della composizione del debito del Forest, le cose stavano cambiando radicalmente, grazie al lavoro di ristrutturazione iniziato da Doughty. A partire dal 2003, Doughty aveva cominciato a prestare personalmente denaro al club, riducendo contestualmente il debito esterno e l’esposizione bancaria. Nel 2006, le esposizioni bancarie erano state colmate, e il Forest era tornato a avere un attivo bancario. Doughty riuscì anche a negoziare l’uscita dal leasing acceso al tempo dell’acquisto di David Johnson, e a ripagare completamente il debito costituito dall’emissione di Trent End Bond.

Al tempo della promozione in Championship, nel 2008, il club aveva un attivo di 700.000 sterline in banca, ma aveva ricevuto un prestito di denaro liquido di 34 milioni di sterline da Doughty, al quale aggiungere un ulteriore carico di 6,2 milioni di sterline di interessi passivi accumulati nei confronti del nuovo creditore, il proprietario: la grande differenza rispetto alla situazione precedente, però, era che gli interessi passivi venivano solo imputati in bilancio e accumulati, ma non venivano pagati effettualmente: quindi non producevano esborso di denaro liquido. In questo modo, l’esborso di cassa fu ridotto di oltre un milione di sterline a stagione. L’interesse fu semplicemente aggiunto al credito complessivo di Nigel Doughty, un debito che, affermava ND, non ci sarebbe mai stato bisogno di ripagare.

A questo punto, la strategia sembrò mutare nuovamente. Dopo aver costruito una squadra di League One molto competitiva raccogliendo giovani talenti dalle serie inferiori con stipendi inferiori, il portafogli si aprì ancora per un ingaggio abbastanza clamoroso: quasi 3 milioni di sterline furono impiegati per l’attaccante gallese del Derby County Robert Earnshaw.

Anche se il Forest fece molta fatica nell’impatto con la Championship, e Calderwood fu esonerato nel gennaio del 2009 per essere sostituito da Billy Davies, la situazione non era malvagia: il Club aveva recuperato un posto in Seconda Divisione spendendo abbastanza, ma riuscendo a mantenere una struttura di costi tutto sommato sotto controllo. Ma tutto questo stava decisamente per cambiare, dal momento che Davies cominciò a chiedere “acquisti stellari” per costruire una squadra competitiva, e il monte ingaggi cominciò a salire nuovamente, per raggiungere livelli mai visti prima.

Per riassumere, i quattro anni dal 2005 sl 2009 furono più impegnativi, dal punto di vista finanziario, dei precedenti quattro, soprattuto a causa del fatturato decisamente inferiore garantito dalla League One. Calderwood aveva ridotto il monte stipendi a 7,6 milioni di sterline nell’anno della promozione, un monte ancora molto alto rispetto alla media della categoria — lo Swansea fu promosso nello stesso anno con un monte stipendi di 4,5 milioni di sterline — ma, dal punto di vista della sostenibilità finanziaria della gestione, si registrò un buon miglioramento rispetto agli anni precedenti.

Calderwood, per molti aspetti, sembrava essere un interprete naturale della linea di management tipica di Paul Hart, e ci si può ben chiedere che cosa sarebbe successo — in particolare, se davvero sarebbe potuto nascere un Forest diverso e con una più forte eredità da trasmettere a quello attuale — se negli otto anni seguiti al tragico periodo di Platt si fosse cercato di concentrarsi sullo sviluppo dei giovani dell’Accademia e su un più attento contenimento delle spese. Così, invece, riguardando tutta la storia di quel periodo, mi sembra proprio che l’attenzione di Hart per la limitazione dei costi fosse più il prodotto della sfiducia di Doughty nelle sue capacità di management che da un’attenta pianificazione del futuro; e anche tutti gli investimenti di Doughty, quando vennero, appaiono a posteriori molto più una reazione agli eventi sfavorevoli che il frutto di un piano a lungo termine.

Come che sia, quando Billy Davies attraversò la porta del board del Club, nonostante un rapporto non certo facile con il proprietario e con il CDA, ogni idea di sostenibilità finanziaria fu nuovamente gettata via, e le barriere poste in precedenza alle voci di uscita furono abbattute, producendo, per il Club, perdite senza precedenti.

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Dal 2009 al 2011 – Rivivere il sogno

Il sostegno al progetto di Billy Davies cominciò con una serie di ingaggi di alto profilo, seppure solo in prestito, nella stagione successiva a quella in cui l’allenatore scozzese aveva portato il Forest a guadagnarsi la permanenza nella Seconda Divisione. Molti di questi prestiti furono commutati in acquisti definitivi: la strategia di Davies, come ha sempre affermato il manager di Glasgow, era quella quella di ottenere la promozione il più presto possibile, concentrandosi, quindi, sull’acquisto di giocatori già in grado di esprimersi al meglio in prima squadra invece che su quello di giovani di talento da sviluppare.

Nelle due stagioni di regno di Davies, il bilancio netto del calciomercato del Forest registrò una perdita di 7,3 milioni di sterline, e il monte ingaggi schizzò a 16,3 milioni di sterline, più del doppio degli ingaggi della squadra che aveva conquistato la promozione dalla League One, e 6 milioni più del più alto monte ingaggi registrato in tutte le stagioni fin qui analizzate.

Le perdite della gestione tipica nei due anni di BD ammontarono a 12,7 milioni di sterline, che, aggiunte al già citato deficit della campagna acquisti, produssero un esborso finanziario netto di 193.000 sterline a settimana. Inoltre, nei due anni in oggetto il Club spese 2,5 milioni di sterline per l’acquisto e lo sviluppo del campo di allenamento di Wilford Lane. Come risultato di queste politiche, il debito della squadra nei confronti di Doughty crebbe dai 48 milioni del maggio 2009 ai 75 del maggio 2011: un aumento del 58% prodotto solo negli ultimi due anni dei dodici passati dall’acquisizione del Club da parte di Doughty a quella data.

Il ritorno sul piano dei risultati sportivi di questa politica di spesa fu il raggiungimento di due playoff consecutivi, entrambi conclusi ingloriosamente, senza nemmeno una vittoria. Il Club aveva scommesso forti somme per due anni sotto la guida di Billy Davies, ma entrambe le volte aveva perso la scommessa: anche se questo insuccesso non portò a un cambiamento di strategia — c’era, infatti, spazio ancora per enormi cazzate [lett.: ‘blunder’, ‘errore stupido e clamoroso, NDT] nel prossimo futuro — preparò, però, il set per mettere in scena l’attuale crisi finanziaria.

Dopo il secondo fallimento consecutivo nei playoff, Billy Davies fu esonerato, suscitando diverse controversie nella squadra e tra i tifosi. Il senso di tale mossa apparve essere la disponibilità del precedente manager della nazionale Steve McClaren, che Doughty, probabilmente, identificò come l’upgrade necessario e decisivo alla qualità del management, proprio quello necessario per garantire alla squadra, finalmente, il ritorno in Premier League. Certamente, McClaren la pensava in questo modo, e si unì al Club aspettandosi sostanziosi investimenti in nuovi giocatori.

Per diverse ragioni, i sorrisi stampati sulla faccia del nuovo manager e dei membri del Board al momento della firma del contratto svaporarono velocemente dalle loro facce, e il Forest cominciò a concentrarsi, invece, sul raggiungimento del Financial Fair Play e sulla necessità di controllare maggiormente la gestione dell’aspetto finanziario. Questo, però, purtroppo, non prima di aver convinto il nuovo manager che ci sarebbero state ampie risorse a disposizione per investire in nuovi giocatori da attrarre con lucrosi contratti. Ancora una volta, la strategia apparve essere totalmente improvvisata, per non dire inesistente. Il Club, ancora una volta, si stava precipitando con i freni rotti verso il disastro.

McClaren andò via quasi subito, completamente disilluso nei confronti delle ambizioni del Club, e con il Forest in piena zona retrocessione. Doughty colse la palla al balzo per abbandonare la presidenza della squadra, lasciandola a Frank Clark. All’improvviso, quello che sembrava un totale disastro cominciò a lasciar intravedere un’ombra di speranza, dal momento che Doughty promise che avverrebbe continuato a sostenere finanziariamente la squadra durante la necessaria ristrutturazione. Sembrava quasi che, dovendo fronteggiare un enorme problema finanziario, si fosse aperta una strada verso un futuro il cui obiettivo era diventato un Club “sostenibile”, basato sul controllo dei costi e sullo sviluppo dei giovani.

La strada, però, si diresse solo verso un incubo fin troppo reale, costituito dalla morte di Nigel Doughty. Una tragedia enorme e del tutto privata per la famiglia, ma anche un evento di grande destabilizzazione per un Club che già brancolava sull’orlo di un precipizio. In un batter d’occhio, la copertura finanziaria per il Club non era più garantita, il Club stesso si trovò messo in vendita, e il futuro si riempì di nuovo di incertezze.

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Dopo il 2011 – La nebbia dell’incertezza

Dunque, dove è stato portato da tutta questa storia il Nottingham Forest? Nessuno di noi lo sa. Sappiamo solo che i rappresentanti dell’asse ereditario di Nigel Doughty stanno negoziando la vendita del Club con i rappresentanti di alcune parti interessate, ma sono discussioni totalmente private, e il Club non è in alcun modo coinvolto. La sicurezza sulla quale il club si era tranquillamente adagiato quando era vivo il suo proprietario, tifoso devoto, se ne è andata con la sua morte, e i tifosi di un Club orgogliosamente definito “debt free” si sono improvvisamente resi conto che nel Conto Patrimoniale c’è una voce passiva di 75 milioni di sterline dovute alla famiglia del defunto proprietario, voce passiva il cui fato è inestricabilmente e minacciosamente legato a quello dello stesso Forest.

Garath McCleary, l’eroe della salvezza, se n’è già andato verso il neopromosso Reading, il capo allenatore Sean O’ Driscoll se ne è andato per prendere le redini del neopromosso e ambizioso Crawley. I giocatori presi in prestito, decisivi per la salvezza, sono tornati alle loro squadre di appartenenza. Diversi altri giocatori del Forest sono in scadenza di contratto, e stanno prendendo decisioni difficili cercando di scrutare un futuro incerto.

L’assenza di proprietari significa che ogni tentativo di pianificazione, per quanto di breve periodo, è del tutto impossibile. L’eventuale nuovo padrone, infatti, potrebbe avere una visione delle cose totalmente diversa dall’attuale CDA, potrebbero esserci fondi a disposizione e potrebbero non essercene, l’attuale team manager potrebbe essere confermato, o potrebbe essere allontanato. Nulla è dato di sapere, e quello che accadrà quest’estate è impossibile da prevedere.

Sembra che, dopo 12 anni passati alla guida del club, la decisione di Doughty di fare un passo indietro fosse stata una buona idea. Aveva costretto il Club a pensare al proprio futuro, a cercare di realizzare una strategia senza più fare totale affidamento sulla capacità del suo proprietario di affondarsi le mani in tasca e di trovare un piccolo extra in più quando si rendeva necessaria un’iniezione di cassa. La sua morte, però, ha fatto deragliare dai suoi binari questo positivo percorso. Il passo indietro di Doughty era stato, a mio avviso, il riconoscimento di quanto povero e insoddisfacente fosse stato il risultato sportivo del suo impegno finanziario, e di come fosse necessario garantire al Forest un futuro con meno aspettative e con più possibilità; ma la sua morte ha gettato, per essere sinceri, un ombra molto negativa sul suo intero periodo di proprietà del Club.

Ha abbandonato il Forest allo stesso modo in cui l’ha raccolto, scommettendo una quantità assurda di soldi su un manager probabilmente inadeguato e sulla possibilità di raggiungere la PL, solo per fallire e per lasciare il Club a contemplare da vicino un abisso finanziario.

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Alcune conclusioni personali

Ho affermato all’inizio che non voglio essere catturato dalle spire dell’emotività e delle opinioni personali, soprattutto perché voglio evitare il tono aggressivo e insultante cui possono portare a volte questi elementi, soprattutto nei forum su internet; tanto più alla luce della tragica fine di Doughty. Io penso, tuttavia, che sia opportuno e appropriato aggiungere alcuni commenti e qualche mio pensiero.

Penso che Doughty abbia agito con le migliori intenzioni e con la convinzione assoluta di fare il bene del Nottingham Forest; penso che fosse un appassionato genuino che davvero voleva aiutare meglio che poteva il club per il quale faceva il tifo. Ha speso un sacco di denaro cercando di inseguire il suo sogno, riportare il Nottingham Forest in Premier League, e, con tutta evidenza, ha seguito il Club con vera passione; personaggi molto importanti della politica e del business hanno raccontato spesso aneddoti riguardanti le sue fughe dalle riunioni per seguire i match almeno su internet, quando non poteva assistervi di persona.

Tenendo conto di tutto ciò, egli non è riuscito a ottenere i risultati che lui sperava, ma, fino alla sua tragica morte, si sarebbe potuto argomentare, se non altro, che egli era riuscito a costruire un Club finanziariamente al sicuro, e sulla strada di una transizione assistita verso un modello di sostenibilità di gestione.

Ironicamente, è stato proprio poco prima della sua morte che Doughty ha cominciato a fare per il Forest le cose più giuste. La scommessa su Billy Davies era fallita, e era stata seguita dal disastro economico e sportivo dell’assunzione di McClaren; ma con l’arrivo di Frank Clark come Presidente e con un percorso finalmente chiaro e condiviso verso il FFP e la sostenibilità finanziaria c’era più di una ragione di speranza sul fatto che il Forest avrebbe potuto liberarsi dal debito e dirigersi verso un futuro più roseo.

L’attuale incertezza sul passaggio di proprietà, però, ha gettato tutto all’aria una volta di più, e, ora, sono i rappresentanti dell’asse ereditario a avere in mano l’intero futuro del Club. Se hanno l’intenzione di recuperare a tutti i costi il denaro che Nigel ha gettato dentro il suo sogno, sarà difficile trovare compratori, e la transizione verso il futuro sarà assurdamente difficile. Viceversa, chiunque alla fine prenderà in mano i destini della squadra, e comunque deciderà di gestirla, dovrà cercare di indirizzarci verso un futuro completamente diverso.

Io ricorderò sempre Doughty con affetto, per la sua calma eccentricità e il suo così evidente amore per il Club che anch’io amo, ma, guardando indietro al suo operato come proprietario, mi riesce difficile pensare che sia stata un’esperienza di successo. Lo sviluppo dell’accademia è stato, forse, il suo più grande contributo al club, ma, d’altra parte, la sua strategia — o, per meglio dire, la sua mancanza di strategia — ha spesso messo a rischio ogni cosa, e ci ha lasciati qui a guardare al futuro con un senso profondo di timorosa apprensione.

Personalmente, spero che qualsiasi nuovo proprietario imparerà dall’ultimo viaggio di Nigel, e che continuerà sulla strada della costruzione della sostenibilità finanziaria affidandosi alla leadership di Frank Clark e, possibilmente, a quella di altri come lui, facendo leva sulla forza maggiore ancora a disposizione del Club: la sua ancora rinomata Accademia. La via giusta da seguire è concentrarsi sullo sviluppo dei giocatori a livello giovanile, e su una politica di trasferimenti basata sulla pianificazione del futuro invece che sulla pura scommessa.

Se proprio non vogliamo imparare null’altro dagli anni di Doughty, dovremmo esserci per lo meno accorti che, persino con un padrone benevolente, scommettere con il futuro del club spendendo oltre i propri mezzi è intrinsecamente pericoloso. La morte di Doughty ha dimostrato come sia precaria ogni sicurezza basata esclusivamente sulla benevolenza del proprietario.

Una volta ancora, sono stato lasciato con la sensazione che noi abbiamo bisogno di riscoprire i valori grazie ai quali questo Club, nel corso della sua storia, è stato in grado di andare oltre — e, spesso, ben oltre — le cifre che eravamo in grado di scrivere sui nostri assegni. L’obiettivo, nel calcio, è  e sempre sarà quello di vincere, ma non sono i risultati l’aspetto sul quale ora dovremmo concentrarci. Il risultato rimane l’ultimo obiettivo, ma ora, paradossalmente, la cosa più importante è il cammino che intraprenderemo per raggiungerlo.

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I dati

Riporto, di seguito, tabelle e grafici che dovrebbero spadellare i dati sui quali si basa la mia analisi.

[Per brevità, e per rispetto nei confronti del grande lavoro dell’estensore del post originario riporto solo i link a ciascuna tabella e a ciascun grafico; per una visione di insieme dei dati, invito a visitare la pagina del post su My Life in Football il cui link è presente nella mia introduzione. NDT]

Per prima cosa, riporto le tabelle con i dati relativi ai flussi di cassa stagione per stagione:

Flussi finanziari per le stagioni dal 1998-99 al 2004-05

Flussi finanziari per le stagioni dal 2005-06 al 2010-11

Stagione per stagione, analizzando i movimenti della Situazione patrimoniale, si può vedere come cresca la partecipazione di Doughty nel Club, sia attraverso l’acquisto di nuove azioni, sia, più avanti, con l’introduzione e l’aumento progressivo del prestito concesso dallo stesso Doughty al Club. Subito sotto lo Stato patrimoniale, le tabelle che mostrano i costi relativi ai giocatori, con il totale dei giocatori in rosa, lo stipendio medio e la percentuale degli stipendi sul fatturato.

Stato patrimoniale e costo dei giocatori dal dal 1998-99 al 2004-05

Stato patrimoniale e costo dei giocatori dal dal 2005-06 al 2010-11

Il grafico successivo mostra l’andamento delle perdite anno per anno, suddivise tra perdite della gestione tipica e perdite causate dal cash flow negativo. La linea verde rappresenta la perdita di 5 milioni di sterline, che sarebbe quella massima possibile, in questa situazione, permessa dalle regole del FFP. Si può vedere, in effetti, come il raggiungimento del FFP sarebbe stato un problema serio solo sotto il management di David Platt e quello di Billy Davies: le due occasioni nelle quali il Forest provò seriamente a raggiungere la promozione.

Andamento delle perdite di cassa prodotte dalla gestione tipica e dai flussi finanziari

Il grafico sotto rappresenta l’andamento del debito complessivo, suddiviso tra debito “esterno” e debito nei confronti della proprietà. All’inizio della gestione Doughty il debito complessivo della società era di 5,3 milioni di sterline, per lo più costituiti dai Trent End Bond. Il debito nei confronti dei finanziatori esterni crebbe rapidamente fino a raggiungere quasi i 20 milioni di sterline, per fermarsi improvvisamente e cominciare a decrescere con l’aumentare del debito nei confronti dello stesso Nigel Doughty, salito fino ai 75 milioni di sterline dell’ultimo esercizio. Doughty aveva sempre dichiarato che non avrebbe mai voluto indietro questa somma, ma la sua morte pone una gravissima incertezza sulle sorti di questo cespite.

Andamento del debito consolidato, diviso tra “debito esterno” e debito nei confronti del proprietario

I due grafici successivi rappresentano l’andamento degli stipendi (incluso quello dello staff “non giocante”) stagione per stagione: il primo grafico lo rappresenta in percentuale sul totale del fatturato, mostrando che, a parte gli ultimi due anni, la gestione di Billy Davies, la struttura delle paghe era sostanzialmente sotto controllo. Il secondo grafico rappresenta l’andamento dello stipendio medio (anche in questo caso, compresi gli stipendi dello staff): anche questo mostra un aumento notevolissimo avvenuto nel corso della gestione di Billy Davies. Questo aumento, probabilmente, è in parte esogeno (dovuto all’inflazione propagatasi dalla PL alle altre serie maggiori del calcio inglese), in parte endogena (la determinazione mostrata dal Forest nel perseguire l’obiettivo promozione). [Gli stipendi medi, come d’uso in Inghilterra, sono dati su base settimanale, in migliaia di sterline. NDT]

Andamento degli stipendi stagione per stagione (percentuale del fatturato)

Andamento degli stipendi stagione per stagione (stipendi medi)

Il prossimo grafico rappresenta il risultato netto della gestione del mercato dei giocatori. Si puà vedere chiaramente come, sotto Platt e sotto Davies, la politica sia stata quella di comprare, mentre sotto Hart, più che altro si sia venduto. Il successo, a livello di Championship, richiede sia una politica di sviluppo di giocatori giovani, sia l’abilità di vendere i pezzi pregiati quando è più alto il rapporto tra potenziale prezzo di cessione e utilità per la squadra del giocatore. Il Forest, probabilmente, ha seguito questa politica con Jenas, Prutton, Reid e Dawson: nonostante il fatto che queste cessioni siano state un duro colpo per i tifosi, va ricordato come il Reading, per esempio, promosso quest’anno dalla Championship, non si sia mai trattenuto dal vendere i suoi giocatori più costosi per investire in giocatori di più basso profilo ma utilissimi al raggiungimento degli obiettivi del club: Shane Long nel 2011, Gylfi Sigurdsson nel 2010, Kevin Doyle nel 2009, Dave Kitson nel 2008.

Grafico del risultato netto del mercato trasferimenti stagione per stagione

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Non so a voi, ma a me pare un pezzo bellissimo e ben scritto, dal quale si possono trarre, soprattutto, i seguenti insegnamenti:

  1. Scommettere sulla promozione somme al di fuori della portata della naturale sostenibilità finanziaria di un club è una follia. Anche nel caso in cui l’overspending abbia successo, e penso al Manchester City e al Chelsea, questo modo di gestione incatena una squadra al suo proprietario in maniera del tutto insopportabile. Se Mansour morisse domani, Dio scampi, e i suoi eredi si sminchiassero del Man City, i Blues rotolerebbero dentro la canna del cesso della storia a velocità inimmaginabile, perché quello che stanno spendendo non c’entra nulla con la naturale struttura dei costi e dei ricavi che caratterizza il Club.
  2. L’analisi finanziaria del management di Platt giustifica tutto il male che ho sempre pensato di lui come manager.
  3. La venerazione che quasi tutti i tifosi manifestano per la figura di Billy Davies, forse, è un tantino esagerata. Nessuno come lui, dopo Platt, ha avuto l’appoggio di Doughty, e quando è stato allontanato lo fu, anche, perché pretendeva di poter competere alla pari, sul piano dell’impegno finanziario, con il West Ham United. È vero anche che nessuno come lui si è avvicinato alla PL, ma, d’altronde, l’unico allenatore che ha ottenuto qualcosa di tangibile durante i 12 anni di Dougthy è stato il misconosciuto, se non bistrattato, Calderwood, costretto, invece, a una politica di grandi ristrettezze.
  4. ND amava VERAMENTE il Forest. Però, ora, il destino della squadra è in mano a persone totalmente slegate dal Club, il cui maggiore impegno è quello di fare il più possibile gli interessi degli eredi, non sappiamo ancora a quale prezzo per il NFFC. Comunque vada il processo di trasferimento, non avremo mai più un Presidente tifoso, e, forse, non avremo mai più un proprietario inglese. Comunque sia, la nostra storia è a una svolta epocale, e nulla sarà mai più come prima.

Nonostante ciò, in questi momenti di grande incertezza, nei quali si sentono voci assurde come quelle dell’interessamento della famiglia Al Hasawi a Benitez, a Forlán e a Michael Owen (senza neanche aspettare che il passaggio di proprietà sia sancito da un atto ufficiale: qui non è che si vende la pelle dell’orso prima di averlo ucciso: si sta acquistando una Ferrari ipotecando la casa che si vorrebbe comprare con le pelli che vorremmo ottenere nelle prossime venticinque stagioni di caccia), penso che la grande lezione che viene da questa bellissima sintesi sia chiara: non importa chi comprerà il Forest: l’importante è che lo gestisca con cura, pazienza e moderazione, facendo in modo che, quando se ne andrà via, per qualsiasi motivo, naturale o preternaturale che sia, noi si possa insieme benedirne il momento dell’arrivo e guardare con trepidante fiducia al futuro che ci si aprirà davanti.

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Nigel Doughty 1957-2012: un presidente suo malgrado.

“Vivit post funera virtus”

Motto della Coat of Arms della Città di Nottingham

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Diciamocelo: nel 1999 il Forest era nella merda. Non riusciva a strutturare il lutto della perdita di Clough e faceva un poco glorioso yo-yo tra prima e seconda divisione. Più che l’imbarazzo che veniva dall’essere diventati un club mediocre, con il popò storia che avevamo avuto negli ultimi vent’anni, la vera nuvola nera che si addensava sopra i cieli del City Ground era il rischio di bancarotta, resa ancora più minacciosa e immanente dalla dichiarazione di amministrazione controllata cui la società fu sottoposta, e dalla crisi di ITV Digital, la rete che deteneva i diritti per la seconda divisione inglese, fallita poi nel 2002.

C’era il serio rischio che il club che aveva vinto per due volte il campionato d’Europa cessasse di esistere.

Quindi, in un certo senso, la presenza del Nottingham Forest nel calcio professionistico inglese, e tutte le sue fin più modeste conseguenze, compreso questo blog, possiamo considerarle un po’ come il più significativo monumento funebre alla persona che ha evitato che la nostra squadra del cuore sparisse di scena.

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Leggendo gli obituary dedicati all’ex presidente del Forest, si possono cogliere degli aspetti comuni:

  • tutti sono concordi nell’affermare che la sua più grande eredità, il suo lascito maggiore, come ho detto, è proprio l’esistenza del Forest come lo conosciamo noi. Senza di lui, il fallimento del 1999 sarebbe andato avanti, e oggi chissà dove saremmo. Chissà SE saremmo. Già questo non è poco. Non è vero che ci ha lasciato dove ci ha trovato. Ci ha trovati mezzi falliti, e ci ha tirato fuori da quella situazione tirando fuori subito £11M di tasca sua e in contanti per permettere alla squadra di sopravvivere. Possiamo sempre lavorare di immaginazione su come avrebbe potuto essere il Forest senza di lui, ma ce ne vuole davvero tanta per pensare che sarebbe stato più forte e più grande di quanto non lo sia ora, mentre ce ne vuole pochissima per immaginarlo evoluire contro il Mansfield o l’Ilkeston.
  • Il suo interesse per il nostro settore giovanile ha portato il Forest a avere una delle migliori accademie d’Inghilterra. Gli ottimi risultati della squadra giovanile e l’interesse dei grandi club per Bamford e Lascelles sta lì a dimostrarlo. Tra l’altro, è attiva una petizione per mutare il nome dell’accademia del Forest in “Nigel Doughty Nottingham Forest Academy”, proprio per onorare e ricordare l’impegno dell’ex Chairman nel vivaio e nella crescita dei giovani. Sarebbe molto bello.
  • Era di Newark-on-Trent: questo per dire che era un vero tifoso del Forest, cresciuto al City Ground, che era uno veniva dalla comunità di Nottingham e viveva (anche) per la comunità di Nottingham, all’interno della quale era impegnato politicamente (era un attivista del Partito laburista), socialmente, economicamente e sportivamente. Questo, in un mondo come quello del calcio inglese in cui il radicamento delle proprietà delle società di calcio è sempre minore, e dove lo scollamento tra tifosi e presidenti e proprietari marziani che, abbandonati al centro della città, non saprebbero trovare lo stadio della loro squadra senza Google Maps, è (era) una cosa molto importante. Doughty era un uomo che, comprando la sua squadra del cuore, aveva realizzato la sua ossessione giovanile; era uno passato dal mettere cinque pence nel tornello della Trent End a mettere 100 milioni di euro direttamente nelle case del club. Non ce ne saranno più molti di presidenti così, in Inghilterra.
  • Veniva dalla working class, e alla working class era affezionato. In un bel ricordo che ho letto in rete, un tifoso rammenta come quasi tutti i giorni arrivasse al lavoro con la radio dell’auto a palla che suonava Bela Lugosi’s dead dei Bauhaus. Non credo che molti presidenti di squadre di calcio inglesi delle due serie maggiori abbiano questo legame con la cultura popolare della loro terra e dei sui tifosi.
  • I risultati ottenuti dal Forest non sono stati pari all’impegno profuso e alle speranze di Nigel, indubbiamente. Chi lo nega. Certamente, mentre staccava un assegno dopo l’altro, anche lui, uomo di popolo cresciuto imparando sul campo l’etica del lavoro e il valore del denaro, si sarà chiesto moltissime volte se ne valesse la pena, e se le persone che aveva scelto per collaborare con lui fossero quelle giuste; si sarà chiesto un sacco di volte se i suoi quattrini avevano un ritorno decente e commisurato alla sua passione. Nondimeno, quegli assegni continuava a staccarli, e ha continuato a staccarli fino alla fine, fino all’ultimo grande progetto di rilancio affidato, una volta di più, a una persona molto probabilmente non degna dell’investimento emotivo e economico fatto in lei. Non a caso, come diremo poi, dopo le dimissioni di McClaren e le sue da presidente non ha più messo piede al City Ground.
  • Era un uomo d’affari acuminato, ma, appunto, mai dimentico della responsabilità sociale cui convocano le grandi ricchezze. Ha finanziato un corso di studi alla sua vecchia università, Cranfield, formando il Doughty Centre for Corporate Responsibility; è sempre rimasto un attivista laburista, appunto, prestando la sua opera come tesoriere del Partito per il Nottinghamshire e assistente alla tesoreria nazionale, il tutto, naturalmente, trattandosi dell’Inghilterra, a titolo completamente gratuito.
  • La sua creazione più discussa e, forse, più discutibile è stata il Transfer Acquisition Panel, il meccanismo di controllo sugli acquisti presieduta da Mark Arthur, malfamata figura di CEO del Forest: Arthur passerà probabilmente alla storia come il creatore dello slogan “We’re serious about promotion, are you?”, per la campagna abbonamenti dell’anno della retrocessione in League One. Ma bisogna ricordare che questa struttura e questa strategia decisionale fu imposta da Doughty dopo che si fu scottato le dita (e, soprattutto, il portafoglio) per le follie dell’era Platt, il suo primo allenatore, con decine di milioni spesi in zozzoni pagati assolutamente troppo, compresi i tre italiani (Matrecano, Petrachi e Mannini), caratterizzati dall’essere amici del peggior tecnico della storia recente del Forest. Come dargli torto, in fondo, se voleva che casi come questi, di totale arbitrio da parte del manager, non si ripetessero…
  • Bisogna ricordare che, se il grande sogno più volte dichiarato da Doughty era il ritorno del Forest in PL, in effetti ci andò vicino tre volte, con i due manager migliori della sua gestione: Paul Hart e Billy Davies. I tifosi l’hanno spesso accusato di non aver fatto 31 dopo esser riuscito spesso a cogliere il 30 dei play-off, ma va detto che la lotta per la salita in PL è sempre durissima, e che sono passati molti anni da quanto la massima serie sembrava dover essere per noi un diritto acquisito: non lo è, è un traguardo per il quale ogni anno lottano colossi come il Newcastle United, il West Ham United, il West Bromwich Albion e il Cardiff City. Di fronte alle richieste di Hart e, soprattutto, di Davies (che, a dire il vero, chiedeva, ogni domenica storta, gente tipo Gareth Bale per la fascia sinistra, Rooney per finalizzare meglio il suo gioco offensivo e Lampard per dare ordine al centrocampo, possibilmente in prestito gratuito), Doughty opponeva il suo freddo pragmatismo, a tratti duro da sopportare, per i tifosi. Sapeva benissimo che una promozione casuale, frutto magari di due prestiti azzeccati, avrebbe significato una stagione in massima serie frustrante e inadeguata alla grandezza e al blasone del club, il terzo più titolato di Inghilterra a livello europeo dopo i due inarrivabili colossi rossi del Nordovest. Voleva che il Forest tornasse in PL da par suo, e sapeva che per far questo ci voleva una struttura adeguata. Per questo, come detto, il suo primo pensiero di investimento è sempre stato il settore giovanile.
  • Non si fece mai incantare dal progetto dello stadio per 50.000 spettatori che la FA aveva previsto nel caso in cui l’Inghilterra avesse ottenuto l’organizzazione dei mondiali del 2018. Uno stadio più grande era anche un suo sogno, ma anche in questo caso non riteneva che si dovesse fare il passo più grande della gamba, e ritenne sempre che le strutture più importanti fossero quelle per lo sviluppo dei giovani e dei giocatori.
  • Fece numerosi errori. Questo è indubitabile, e sarebbe scorretto non ricordarlo, anche in un necrologio. Se si investe in una squadra di seconda divisione qualcosa come 100 milioni di sterline in 12 anni e si riesce a retrocedere, qualcosa che non è andato per il verso giusto ci dev’essere stato per forza. Ma ogni decisione che ha preso, fino all’allontanamento di Davies e all’ingaggio di McClaren, “l’ultimo errore”, catastrofico, probabilmente, per il futuro dei True Reds, fu presa, ne sono sicuro, pensando molto più al bene del Forest che a qualsiasi altra cosa. E anche dopo il fallimento del suo ultimo grande progetto, riconobbe pienamente le sue responsabilità (pensiamo a quanto fanno, invece, presidenti come Moratti, e alla totale assenza di presa in carico di responsabilità che ha fatto seguito al fallimento dei quattro allenatori post-mourinhani). In seguito all’allontanamento di McClaren, Doughty rilasciò un’intervista emozionata e piena di tensione e di amore a BBC Nottingham: “per dodici anni ho cercato di restituire a Nottingham il Nottingham Forest, e ho fallito, e ho fatto molti errori, e il fallimento mi ferisce sopra ogni altra cosa”. Nonostante questa disillusione, disse subito che sarebbe rimasto come proprietario della squadra, e che avrebbe onorato tutti gli impegni economici e finanziari causati dalla sua gestione.

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Dopo la bruttissima sconfitta contro il Birmingham City, a ottobre, il manager e il presidente si dimisero insieme: Doughty affermò che la decisione di sostituire Davies con McClaren era stata solo sua, e che lui si sarebbe assunto tutta la responsabilità del gesto, rendendo effettivo, una volta tanto, l’aforisma di Brian Clough, che era solito dire “se un presidente chiede le dimissioni a un manager che ha scelto lui, dovrebbe dimettersi immediatamente a sua volta”. Le dimissioni furono di poco precedute dalla protesta di un paio di centinaia di tifosi raccolti fuori dal City Ground. Probabilmente, anche queste, pur messe in scena da una minoranza di tifosi, hanno avuto la loro importanza; probabilmente, se non fosse morto, alla fine dell’anno avrebbe cercato qualcuno cui vendere il Forest. Non perché fosse finita la sua passione, che era e sarebbe stata sempre enorme, ma perché, probabilmente, aveva capito che non era e non sarebbe stato in grado di realizzare il suo secondo sogno, dopo quello di essere diventato proprietario del Forest, e questa coscienza lo stava dilaniando.

Come detto, Nigel non mise più piede al City Ground, preferendo seguire il figlio Michael, grandissimo amico, tra l’altro, di Pat Bamford, e giocatore — in prestito dal QPR — dell’ottimo Crawley dei miracoli; squadra che, non improbabilmente, l’anno prossimo sarà avversario dei True Reds in League One.

Vedere il suo amore ripagato con quelle proteste, probabilmente, lo colpì più che per l’ingratitudine del gesto, per il fatto che era un segno tangibile dell’inadeguatezza dei risultati ottenuti rispetto ai suoi sforzi.

Ma possiamo stare sicuri che, qualsiasi sarebbe stata la sua sorte, anche il suo ultimo gesto da proprietario sarebbe stato compiuto cercando, più che altro, di fare soprattutto il bene della squadra.

Ora, il futuro del nostro amato Forest è più incerto di quanto non lo sia stato dall’abbandono di Brian Clough in poi, e chissà che cosa succederà. Non nascondo la mia paura e il mio pessimismo, ma non è questo il momento per pensarci.

La prima cosa certa è che, sabato prossimo, quando al minuto 13° la Trent End comincerà a cantare “Nigel Doughty’s Red and white army”, l’unica persona cui davvero importava quello che il City Ground pensava di quello che stava facendo per il Forest non sarà lì a ascoltare.

La seconda cosa certa è che, anche a Nottingham, si è probabilmente chiuso per sempre lo stretto legame tra squadra e comunità civica che ha sempre distinto la storia del Forest, ultima società professionistica inglese a abbandonare lo status di associazione sportiva per abbracciare quello di limited company. Il futuro, se ci sarà, sarà un futuro di finanziarie indiane, mediorientali o est-europee i cui responsabili dovranno cercare il City Ground con Google Maps.

E l’ultima cosa certa è che se, almeno sabato, i ragazzi in rosso non giocheranno come se in panchina ci fossero Satana e Brian Clough (soprattutto il secondo) a minacciare di prenderli a fucilate nel culo se non torneranno negli spogliatoi strisciando sui gomiti per l’intensità dell’impegno, e se dopo di ciò se non faranno lo stesso fino all’ultima fibra muscolare attaccata all’ultimo tendine rosicato, e fino all’ultimo secondo dell’ultima partita dell’ultima giornata per evitare la retrocessione, vorrà dire che avremo visto giocatori che dovrebbero giocare con la maglia gialla da qui a finché l’ultimo di loro non abbandonerà con somma ignominia il City Ground, lasciando il Garibaldi Red in serbo per giocatori, e, soprattutto, per esseri umani migliori di loro.

Grazie, e God bless you, Mr Doughty

“I don’t understand why of all the people in the world, the ones who do the most good, have the best intentions and set a good example are taken from us

Patrick Bamford

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@Derby County 4 febbraio 2012 – La voce del “nemico”

Anzitutto, la notizia del giorno, tremenda e sconvolgente, è che Nigel Doughty, l’ex presidente del Forest e l’attuale proprietario, è stato trovato senza vita nella sua abitazione. Ci sarà tempo, anche su queste pagine, per un più degno commiato e per una più serena valutazione del periodo che l’ha visto protagonista della vita della nostra squadra, e per altre valutazioni sul futuro della squadra, che potrebbe essere ancora più cupo di quanto non sembrasse; per ora, basti l’espressione del nostro grande dispiacere.

* * *

E così, domani ci sarà la partita, il vero derby delle East Midlands, con tanti saluti al Leicester City, una delle rivalità più sentite di tutta l’Inghilterra. Come sanno tutti coloro che conoscono un po’ la storia del Nottingham Forest, infatti, anche se il Nottingham Forest ha una squadra concittadina, il Notts County, la più vecchia squadra professionistica del mondo, il cui stadio è diviso dal City Ground solo dalla larghezza del fiume Trent, la vera rivalità, per tutti i tifosi Reds, è quella con i Bianchi di Derby. Le Gazze sono un po’ visti come i parenti poveri, e non è raro che chi fa il tifo per il Forest abbia una certa simpatia anche per il Notts County (mentre non è vero il contrario).

In questo blog, si possono trovare diversi articoli su questa rivalità, e anche facilmente, dal momento che proprio al derby è dedicata una categoria di post. Quindi, presenterei la partita ascoltando “la voce del nemico”, che poi nemico proprio non è, dal momento che Nigel Clough, il figlio di Brian, per chi non lo sapesse, l’allenatore del Derby County, per chi non lo sapesse, è stato una bandiera del Forest, con il quale ha giocato 311 partite di lega segnando 101 reti, prima di passare al Liverpool, e altre 13 presenze, con una rete, in prestito dal Manchester City, nella fase calante della sua carriera.

L’intervista è di David Broome, e è apparsa sul Burton Mail.

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Clough sostiene il Forest nella lotta per non retrocedere

Nigel Clough crede che il Forest riuscirà a salvarsi questa stagione, e che ai tifosi del Derby County mancherebbe troppo il derby, se dovesse retrocedere

Gli arieti accoglieranno i loro rivali dell’East Midlands al Pride Park, domani, calcio d’inizio alle 12:15, e cercheranno di completare un League double contro i Reds che manca dal 1972.

Dopo una buona partenza con il nuovo manager Cotterill, con quattro vittorie su sei partite, il Forest ha disputato sette partite senza segnare un gol, hanno vinto una sola volta in 13 partite, e hanno raccolto 4 punti sui 39 a disposizione, da metà novembre, un ruolino di marcia che li hanno affondati al penultimo posto della Championship, a cinque punti dalla salvezza.

Comunque sia, Clough dice: “Sono ancora una squadra forte, se si guarda alla loro rosa, specialmente per la grande scelta in attacco. Ma, e lo sappiamo bene anche noi, quando si entra in un ciclo perdente, è molto difficile uscirne”.

“Quando è arrivato Steve Cotterill, la prima cosa che si poteva pensare è che fossero lì lì per ricominciare la corsa, e invece si sono impigliati nella lotta per non retrocedere. Ma penso ancora che siano abbastanza forti per salvarsi”.

“Questa, però, è l’incertezza della Championship, hai la stessa squadra, magari anche più forte dell’anno scorso, ma se vanno male un paio di cose ti ritrovi nel baratro”.

Clough ha legami con entrambi i club, dal momento che ha giocato al City Ground per nove anni, sotto il padre Brian, che allenò i Reds per 18 anni.

Dice ancora: “Quando tuo padre è stato manager lì per 18 anni, è difficile giocarci contro, ma non penso che nessuno si possa aspettare altro da me che la massima lealtà verso coloro per cui lavoro. Io sono consapevole che, data la rivalità tra le due squadre, i nostri tifosi si aspettino il peggio possibile, per i “nemici”, ma questa non è la mia opinione”.

“La persona nei confronti della quale mi sento più spiacente è Nigel Doughty, che ha pompato nelle casse del club una quantità incredibile di denaro, negli ultimi 10 anni. Provo per lui la massima simpatia”.

“È anche bello essere insieme in Championship, anche se, naturalmente, sarebbe meglio essere tutti e due là di sopra; sarebbe l’ideale, per la nostra regione, e sono sicuro che tutti e tre i club dell’East Midlands, anche il Leicester City, siano in grado di salire, prima o poi. Se non fossimo nella stessa Lega, non ci sarebbe questa partita, non ci sarebbe questa aspettativa, non ci sarebbe la data che tutti all’inizio della stagione segnano con un circolino rosso sul calendario”.

I tifosi hanno visto partite mozzafiato, negli ultimi anni, compresa l’andata disputata in settembre, con il Forest andato in vantaggio e il Derby ridotto in dieci dopo appena cinque minuti, e con la rimonta e la vittoria dei bianchi.

E anche se Clough afferma che domani si aspetta la solita battaglia, ammette che gli piacerebbe, però, una partita più tranquilla rispetto all’andata.

Dice: “Sarebbe bello giocare una partita senza scomodare il Giurì della FA per qualche altra rissa. La rivalità aggiunge pepe alle partite, ma non vorrei che questo portasse all’uscita anticipata dal campo di qualcuno”.

“Vogliamo mantenere il sangue freddo, tenere la testa sulle spalle e giocare il nostro football, quello che riusciamo a giocare quando siamo al massimo”.

“Vogliamo lottare, ma non vogliamo rendere la partita una schifezza senza dentro nemmeno un po’ di gioco dentro”.

“Il nostro primo obiettivo è attraversare i primi cinque minuti senza subire reti, e sarebbe una novità interessante, rispetto alle ultime partite, non prenderne una direttamente dall’azione del calcio d’inizio”.

Theo Robinson (polpaccio) non dovrebbe giocare, ma Paul Green torna dopo aver saltato la partita di martedì persa dal Derby County contro il Barnsley per 3-2 per le trattative che avrebbero potuto portarlo via dal club.

Invece, il Forest potrà contare sui tre nuovi arrivi: Scott Wootton, Danny Higginbotham e Adiene Guedioura, tutti arrivati in prestito al termine della finestra di mercato.

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Ecco. Per il resto, che dire. Il mio pronostico è, quasi inevitabilmente, una sconfitta piuttosto netta. Se dovessi scommettere razionalmente, scommetterei per un 3-1 per i bianchi, e, tutto sommato, anche se la maggior parte dei tifosi, naturalmente, vedono questa come la partita del “last pride”, dell’ultimo scatto di orgoglio prima di una retrocessione che vedono come inevitabile (e, probabilmente, lo è), io penso che, nonostante il fatto che questo sia un derby, non è nemmeno lontanamente una partita importante.

Come diceva Lee Camp l’anno scorso, in circostanze completamente diverse, “biogna battere le squadre intorno a noi in classifica”; ecco, il Derby County non è, quest’anno, per usare un’espressione inglese, la nostra coppa di tè. Io guardo con molta più paura e molta più ansia alle vere e proprie cinque finali di Coppa dei Campioni che abbiamo davanti, tutte da disputarsi al City Ground, e mi aspetto che sarà in quelle partite che Cotterill (se sarà ancora lui a guidare la squadra dopo domani, il che non è neanche detto) e i ragazzi in rosso dovranno veramente sputare e sudare sangue per vincere: le partite contro Watford, Coventry City, Doncaster Rovers, Millwall e Bristol City saranno il vero crocevia per la salvezza, e ci vorranno 15 punti.

Certo, vincere domani sarebbe bellissimo, ma non se sarà davvero l’ultimo scatto di orgoglio.

Ce ne vorranno altri cinque, e tutti molto più importanti, se si ha una visione minimamente lucida e a lungo termine del futuro della squadra.

I dati della vendita dei biglietti per la trasferta, in qualche modo, confermano questa mia idea: ne sono stati venduti molti meno dell’anno scorso, quando avevamo vinto sei gare di fila, eravamo secondi a sette punti dal QPR ma con due partite in meno, e vantavamo una striscia di imbattibilità interna di 34 partite.

Un po’ perché c’è, in effetti, un po’ di disamore; un po’ perché c’è la diretta TV; ma un po’, penso, perché c’è la sensazione, tra il popolo del Trent End, che questo non sia l’appuntamento decisivo e salva-stagione che il derby dell’East Midlands ha rappresentato per anni, quando le due squadre giocavano questa partita senza obiettivi e senza timori.

Inoltre, una sconfitta domani potrebbe portare alla fine del rapporto con Cotterill, cosa che io, anche se sono decisamente contrario, in genere, al cambio di allenatore in corsa, vedo come unica seria possibilità di lontanamente cominciare a provare speranze di salvezza.

La sua inadeguatezza tattica, la sua sfiducia e la sua insicurezza nella guida della squadra sono troppo palesi per non pensare che un cambio non sarebbe salutare.

Più che aver perso lo spogliatoio, sembra che non riesca nemmeno più a trovarlo; inoltre, sembra che abbia perso completamente il rapporto con i due giocatori più tecnici del nostro centrocampo, McGugan e Majewski.

Per cui, domani tutti davanti al televisiore, naturalmente, ma essendo ben consci che il destino della stagione del Forest non passa di certo per il Pride Park.

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La situazione del Forest

Dove eravamo rimasti.

Prima del passaggio di questo blog alla nuova piattaforma, molto più laborioso del previsto, e riuscito solo grazie alla grande gentilezza e perizia dell’assistenza dei ragazzi di WP, l’ultimo post trattava della possibilità che il Forest raggiungesse la promozione diretta in Premier League, e, persino, dell’ipotesi che potesse fregiarsi del titolo di Lega, il primo trofeo da tempo immemorabile.

Bei vecchi tempi. In mezzo, c’è stata la nuova delusione della sconfitta ai play-off, e una stagione totalmente farneticante. Durante l’estate, la dirigenza della squadra ha deciso un improvviso e ambizioso “cambio di marcia”, nel tentativo di migliorare le prospettive della squadra e le sue possibilità di promozione: è stato assunto un manager nuovo, di grande prestigio nazionale e internazionale, mentre quello vecchio, Billy Davies, colpevole — non solo secondo la dirigenza, ma anche secondo parte della critica e della tifoseria — di non aver saputo compiere l’ultimo passo verso la Premier League, è rimasto, pur disoccupato, a libro paga (e lo è tuttora).

La severissima politica del contenimento degli ingaggi che aveva caratterizzato le stagioni precedenti è stata allentata, e è arrivato un buon numero di nuovi giocatori, con salari molto più alti di quelli che erano stati precedentemente permessi dal rigore contabile del Forest.

Sfortunatamente, questo “piano di rilancio” si è rivelato un fallimento totale. I nuovi giocatori (quasi tutti molto in là con gli anni, quindi di nessuna prospettiva nel medio termine) hanno generalmente molto deluso, il nuovo allenatore non è mai stato in grado di parlare alla squadra e alla sua tifoseria, e è stato sostituito non con quello vecchio, già a libro paga (per un malinteso senso di orgoglio, probabilmente, visto che Billy Davies ha più volte manifestato il suo affetto nei confronti della squadra), ma con un allenatore generoso e volenteroso, ma oggettivamente mediocre, che, per di più, ha sottoscritto un contratto che lo vede legato alla squadra per altri tre anni e mezzo; l’esplosione dei costi si sta rivelando una zavorra insostenibile, per colpa della quale la diligenza sta seriamente pensando di vendere un paio di pezzi pregiati, in particolare Morgan e McGugan.

Infine, la situazione di classifica è disastrosa: il Forest è in piena zona retrocessione, a quattro punti dal quartultimo posto.

Per riallacciare il filo, propongo qui la traduzione di un articolo di Simon Burnton, approfondito, anche se piuttosto controverso e criticato nei commenti, apparso sul blog che il Guardian dedica alla Championship.

* * *

I tifosi del Nottingham Forest e i vecchi giocatori temono un ritorno in League One

Secondo i bookmaker, il Forest avrebbe dovuto essere un candidato per il titolo, ma si trova in zona retrocessione, e la rabbia sta montando

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Steve Cotterill mostra la sua frustrazione durante la sconfitta del Nottingham Forest a Leicester City nel replay del terzo turno della FA Cup. Fotografia di Andrew Boyers/Action Images

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“Amo le sfide”, aveva detto a giugno Steve McClaren, nel primo incontro con i media dopo la sua nomina a manager del Nottingham Forest. “Mi piace prendere dei rischi, è per questo che, a volte, mi capita di prendere delle badilate in faccia”.

Allora sembrava solo una battuta fatta per strappare un sorriso indulgente alla platea. Il successo dell’operazione, alla fin fine, sembrava inevitabile. Il Forest era finito sesto nella stagione precedente, e terzo la stagione prima ancora. Billy Davies aveva ottenuto quei risultati lamentandosi continuamente per la scarsezza dei fondi a disposizione, ma ora Mark Arthur, il Chief Executive della squadra, stava promettendo al suo nuovo uomo “briglie sciolte per portare tutti i giocatori che il nuovo allenatore avesse giudicato necessari”.

Ma McLaren si è preso davvero una bella badilata in faccia, e il Forest le sta ancora prendendo. È in zona retrocessone dalla fine di novembre, ha segnato solo una volta nelle ultime 11 partite di campionato [questo, al momento della stesura dell’articolo: attualmente, dopo la sconfitta per due a uno @West Ham UFC, siamo a 2 volte nelle ultime 12 partite, ndr], e martedì scorso è stato eliminato dalla FA Cup dopo aver perso per 40 @ Leicester City. Nel 2005, il Forest è stata la prima squadra a aver vinto la Coppa dei Campioni o la Champions’ League a giocare in terza divisione [Thanks for the memory, Simon], e un ritorno in League One sembra sempre più probabile.

“Io penso che il Forest abbia una strada lunga e grigia davanti a sé”, dice Kenny Burns, che totalizzò 137 presenze nei giorni di gloria del club, ispirati dalla presenza di Brian Clough in panchina, e che ora scrive per il Nottingham Post. “Non riusciamo a segnare, e non riusciamo a non prendere gol tutte le partite, e questa non è la miglior ricetta per il successo. Contro il Leicester non c’è stata nemmeno lotta, non c’è stata nessuna passione, nessun impegno, nessuna dedizione. Si sono semplicemente sdraiati per terra aspettando di morire”.

La retrocessione non era nei pensieri di nessuno, a giugno, quando McClaren annunciò che egli “era stato conquistato dai sogni e dalla visione di Doughty [l’ex presidente del Forest] e di Arthur”, e i bookmaker avevano quotato il club al terzo posto tra i favoriti per la vittoria della Lega. “Conosco la Premier League, so come arrivare alla Premier League, so quello che occorre”, diceva McClaren. “Tutti dobbiamo lavorare insieme, scrivere sulla stessa pagina, salire sull’autobus che va nella giusta direzione”.

L’autobus ha cominciato a sbandare e a andare nella parte opposta sin da subito, e a andarci a rotta di collo. Il prolifico [vabbè… ndr] goleador Robert Earnshaw è andato via a parametro zero, McClaren, dicendo che la squadra “era troppo giovane”, ha portato i centrocampisti Jonathan Greening, George Boateng e Andy Reid, e gli attaccanti Ishmael Miller e Matt Derbyshire, mentre le maggiori difficoltà della squadra si sono verificate in difesa, un fatto messo subito in evidenza dalla sconfitta per 4-1 patita in casa contro il West Ham United FC alla fine di agosto. “Chiarirò subito quello di cui abbiamo bisogno”, disse McClaren dopo la sconfitta, domandando, evidentemente, più fondi per il mercato. “Se non avremo più risorse, sarà una stagione molto lunga. Nei prossimi giorni sarà possibile valutare le ambizioni del club”.

Invece, non ci fu più nessun acquisto, e all’inizio di ottobre, 111 giorni, 10 partite e 8 punti dopo il suo arrivo, McClaren è stato esonerato. Dopo poche ore, sono arrivate le dimissioni di Doughty da presidente. Tra parentesi, il suo interesse nei confronti della squadra è diminuito a tal punto che il sabato preferisce seguire il figlio Michael, un discreto promettente giovane calciatore, in prestito al Crawley Town dal QPR, piuttosto che la squadra che possiede e ha gestito.

Il successivo ingaggio di Steve Cotterill, i cui risultati al Cheltenham Town, al Burnley, al Notts County e al Portsmouth gli hanno guadagnato la reputazione di grande combattente, mostrò che la politica del club, improntata inizialmente verso un ambizioso ottimismo si era rintanata verso un più pragmatico realismo, ma il miglioramento sperato non si è realizzato.

“La gente guarda la nostra squadra e dice che ha una delle migliori rose della Lega”, dice ancora Kenny Burns, “ma i risultati sono ben lontani da questa impressione. Contro il Southampton [0-3, nda] pensavo che avessero avuto un po’ di sfortuna; contro il Leeds United [0-4, nda] ho pensato che avessero fatto schifo. Alcuni giocatori non dovrebbero più vedere il campo, ma abbiamo una rosa talmente corta che non ci sarebbe più nessuno da far giocare. Contro il Leicester sono stati semplicemente al di là del bene e del male, una squadra che faceva finta di giocare al calcio. Ma nessun giocatore ha reso quanto può rendere, durante questa stagione”.

E, in effetti, la scorsa stagione il portiere Lee Camp e il centrocampista Lewis McGugan hanno giocato in maniera tale da attrarre l’interesse di più di un club di Premier League, e, con queste premesse, non è strano che l’unico giocatore del Forest la cui valutazione continua a aumentare, il difensore diciottenne Jamaal Lascelles, obiettivo dichiarato dell’Arsenal, che ha già offerto cinque milioni di sterline per il ragazzo, sia un giocatore che non ha mai giocato in prima squadra.

L’arrivo di rinforzi a gennaio è molto improbabile, con l’imminente disimpegno di Doughty dal club e la prospettiva di una retrocessione che renderebbe la situazione delle finanze del club ancora più preoccupante. Il Forest ha perso £10.8 milioni la scorsa stagione, e, dal momento che quest’anno il monte ingaggi è molto cresciuto e la media spettatori è calata rispetto all’anno scorso di almeno mille spettatori a partita (da 23.062 nel 2010-11 a 22.081 quest’anno) la situazione peggiorerà di certo. E il Forest, al 31 maggio 2011, doveva già £75.6 milioni al suo proprietario.

Pochi mesi fa al City Ground si facevano discorsi di promozione e di acquisti stellari. Ora Cotterill ammette che perfino la salvezza richiederebbe “un po’ di fortuna”, e le partite vengono giocate di fronte a un pubblico che sempre più spesso intona cori come “non siete degni di portare la maglia” e “vogliamo che torni il nostro Billy”.

“Non c’è altro che cupa depressione da parte dei tifosi, e tutto parte da allora”, scrive Burns, che è stato licenziato dal ruolo di “ambasciatore del club” che svolgeva al City Ground nei giorni della partita a causa delle critiche rivolte alla proprietà dalle colonne del Nottingham Evening Post. “La gente parla sempre dei giorni di quando giocavamo in Europa, ma è inutile illudersi, il Forest non tornerà mai più a quei livelli. Siamo una squadra di Championship, e anche solo essere questo, ora, sembra al di là delle nostre capacità”.

* * *

Ecco, un articolo che riassume quanto è avvenuto dai nostri ultimi post a ora, usando come cupo bordone alcune delle cose che Kenny ha scritto sulle pagine della cronaca locale.

Va aggiunto, per amor del vero, che le prime partite sotto Steve Cotterill avevano mostrato qualche miglioramento. La prima, per esempio, giocata @ Middlesbrough contro una squadra in grande forma e in grande striscia, fu letteralmente dominata dai True Reds, che vinsero 2-0 mettendo in scena di gran lunga il miglior calcio della loro stagione. Ma, evidentemente, le qualità manageriali di Cotterill non sono state sufficienti per dare alla squadra la stessa motivazione e la stessa voglia di vincere in tutte le partite successive, e ora il Forest sembra entrato in una spirale di depressione e cattivi risultati che si alimentano a vicenda e dalla quale è difficilissimo uscire.

Va detto, come ho già anticipato, che molti dei commenti accusano l’articolo di essere troppo negativo.

Un tifoso, che si firma NottinghamFlower, per esempio, scrive che:

Burns mi sembra molto più un idiota depresso che l’espressione di quello che pensa il tifoso medio che si esprime attraverso Twitter, e questo articolo mi sembra che manchi di profondità di analisi.

Certo, la fiducia in sé dei giocatori è distrutta. La Championship è un campionato molto competitivo, e non c’è una squadra molto migliore delle altre. Soprattutto, non c’è una squadra molto peggiore delle altre. Il Leicester non ha una rosa migliore del Forest, e nemmeno Hull, o Middlesbrough, o Derby, ma loro hanno più fiducia. Sto guardando la partita tra Wolves e Birmingham, e davvero c’è pochissima differenza tra le squadre della Championship e le squadre “normali” della Premier League.

I tifosi del Forest hanno mostrato molta pazienza, sopportando su Twitter i profeti di sventura che sembrano sessualmente attratti dalla depressione e dal lamento cronico. Certamente la gestione di Doughty è stata cattiva, e per lungo tempo, ma molti club hanno una gestione discutibile, anzi, sono dei veri e propri bordelli, eppure vanno bene.

Ora, a un sacco di noi tifosi piacerebbe tagliarsi i coglioni per far dispetto alla moglie [cut off their noses to spite their faces right, per dire che vorrebbero essere retrocessi per dimostrare quanto fosse giusto il loro giudizio negativo su Doughty], e la perdita di fede è diventata endemica. Se pensate che andremo giù, andrete giù. Abbiamo bisogno soprattutto di cominciare a pensare positivamente.

Io penso che, di recente, Stan Collymore abbia fatto osservazioni molto giuste sulla gestione del club, e sulla necessità che il “Forest people” sia coinvolto nella gestione, e sul fatto che la crisi della squadra è molto più “esistenziale” e “di identità”, che “economica” o “relativa agli investimenti”.

* * *

Altri osservano anche, con molto buon senso, che il Forest, storicamente, fino al 1977, È STATA una squadra di Seconda divisione, con occasionali puntate in Terza e ancora più occasionali puntate in Prima, e che solo gli irripetibili e indimenticabili anni di Clough danno ai tifosi dei Reds la falsa prospettiva che la loro squadra “meriti altro”.

Ma non tutto è ombra. Le imprese della squadra Under 18 nella Youth FA Cup, e, soprattutto, le meraviglie messe in mostra dal giovanissimo Bamford in quelle occasioni danno un pochino di speranza, soprattutto in prospettiva.

Ma, di ciò, in un molto prossimo post.

Rimane il fatto che, se è vero che un anno in Terza divisione non è un dramma (anche il Manchester City ha conosciuto quest’onta), lo è avere una squadra senza un progetto di management e senza dirigenza credibile (da maggio in poi, saremo senza dirigenza tout court), e è questa, ora come ora, la preoccupazione maggiore di chi scrive.

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Il secondo posto e lo sconcertante boardroom del Nottingham Forest.

Vabbè, ormai lo sapete: siamo secondi, con due partite “in mano”, come dicono gli Inglesi quando si hanno dei recuperi da fare. Quella di sabato è stata la sesta vittoria di fila in campionato, una prestazione che al City Ground non si vedeva dal 2005-06, con sei vittorie di fila in League One ai danni di Doncaster, MK Dons, Chesterfield, Colchester, Tranmere Rovers e Yeovil, proprio in chiusura di stagione: una striscia che, però, non ci valse la qualificazione ai play-off, visto che i due punti ottenuti nelle ultime tre partite, quelle successive alla striscia, ci condannarono al settimo posto e a vedere gli spareggi alla tele: ce ne sarebbero voluti quattro.

Ricordiamo che, in campionato, nemmeno Brian Clough è mai stato in grado di ottenere sei vittorie di fila.

La partita, dopo il subitaneo vantaggio di Tudgay su manovra Konchesky-Cohen-Earnshaw è stata combattuta, con occasioni da una parte e dall’altra, come si suol dire: il Forest ha messo in mostra una manovra davvero piacevole, un gioco a terra con palla veloce e filtrante degno davvero dei Tricky Trees, orchestarta da un Majewski in calze francesine davvero da sollucchero, poi un’occasione di Earnie che era più facile mandare fuori che dentro, e anche un grandissimo Camp, soprattutto in occasione di uno svarione di Chambers che ha liberato solo in area Marvin Sordell e di un gran tiro d’incontro da fuori di Doyley: qui Lee è stato davvero gigantesco, e, secondo me, è indubbiamente uno dei tre migliori portieri inglesi; e ci sono state anche diverse proteste nei confronti dell’operato dell’arbitro: il Watford lamenta un paio di rigori non assegnati (il primo più sì che no, il secondo più no che sì, a vedere le immagini), mentre il Forest lamenta un rigore non assegnato e due farseschi fuori gioco fischiati contro Tyson: e, questa volta, il guardialinee era sicuramente un maschio.

Anche la partita di McKenna, il giocatore su cui c’erano più dubbi alla vigilia, visto che non partiva titolare da molto tempo, è stata molto buona. Una bella notizia, in attesa che torni Moussi a accatastare legname a centrocampo.

La prova di Konch, il nostro conchiglione, è stata buona, forse appena caratterizzata da un po’ di timidezza, come quando si è tirato indietro lasciando a Earnshaw un calcio di punizione dal limite per fallo su Raddy dalla D dell’area di rigore che sarebbe stato l’ideale per un sinistro come il suo: un 3 del Forest che sa tirare le punizie come le tira Konchesky non lo si vede al City Ground da voisapetechi.

Bene. Il secondo posto. Naturalmente, l’ingresso in zona pregiata ha sollevato un vespaio di commenti anche da parte di giornalisti e appassionati estranei al solito giro del Forest telematico; in particolare, oggi vorrei proporvi un’analisi pubblicata da Pan Riddle su Seventy-Two Blog, un blog specializzato in League Football (Championship, Lega 1 e Lega 2), che dedica un articolo al complesso rapporto tra Billy Wee Davies, il Board e i fan della squadra più assurda del mondo.

Molti tifosi del Nottingham vi diranno che gli piacerebbe un sacco avere il loro Abramovich o il loro Mansour. Ma lo dicono seriamente, voglio dire, per loro non è un sogno campato per aria, ma la descrizione della realtà come dovrebbe essere: sono convinti che, se ci si provasse un pochino, ci sarebbe la fila di miliardari (e, nel calcio attuale, per fare davvero la differenza a alto livello è indispensabile investire dieci cifre) disposti a comprare il loro club.

Date un’occhiata a Liverpool, West Ham, Blackburn, Everton, e perfino al Manchester United, e ditemi se l’intervento dei ricconi con zaini pieni di sterline è servito a qualcosa, o è stato controproducente. Poi, date un’occhiata alla situazione in cui sono venuti a trovarsi Leicester, Leeds, Hull City, Charlton, Southampton e Newcastle United, e sappiatemi dire. E il QPR, posseduto dal quinto uomo più ricco del mondo, Lakshmi Mittal: vabbè, sono primi in Championship, ma non è che la loro strada verso la gloria se la siano ancora comprata, a dire il vero.

Nigel Doughty, il presidente del Nottingham Forest dal 2002, e il suo maggiore azionista e finanziatore dal 1999, ha fatto certamente errori nei suoi 12 anni di partecipazione alle sorti del club, ma io sono ancora d’accordo con il vecchio detto, tra tanti diavoli, meglio quello che conosci. Io davvero non vorrei gentaglia come Peter Ridsdale, Sam Hammam o Milan Mandaric, intorno al club. Boughty si scottò brutalmente le dita durante gli infami due anni di David Platt come manager — ho i miei dubbi sul fatto che qualche tifoso del Forest possa mai perdonare Platt per quello che ha combinato durante il suo periodo al City Ground — e, certamente, la sua è stata ben lontana dall’essere una “decade d’oro” per il club, nonostante le ripetute promesse di PL football. Ma nessuno può negare che sia stata una decade di grande rigore e prudenza finanziaria.

Non mi addentrerò in profondità nelle cifre della situazione del club: prima di tutto, non le conosco bene, né conosco bene chi le conosce bene. Si dicono tante cose: Doughty ha investito milioni, ha prestato al club altri milioni, è senza un soldo, sta facendo un sacco di soldi con il club,… voglio dire, non lo so. Quello che so è che, secondo l’amministratore delegato Mark Arthur, “Doughty ha messo nel club cinque milioni di sterline all’anno negli ultimi anni”, e che “nella stagione 2009-10, l’impegno di Doughty nel club è stato di 13,4 milioni di sterline”.

E dovrebbe essere vero anche che Doughty ha investito “più di sessanta milioni di sterline in azioni e prestiti durante l’ultima decade”, e che, dunque, tutti i debiti del Forest sono nei confronti del suo proprietario. Ma, finché non ha intenzione di farsi da parte — cosa che egli non mostra assolutamente di voler fare — è un modello di sviluppo perfettamente normale e sostenibile, per un club di calcio, essere sostenuto finanziariamente da prestiti del presidente. Dove Doughty, invece, non segue il modello main-stream di gestione di un club è nel fatto che lui sceglie un manager e lo sostiene fin dove è possibile. Non lo cambia al primo volger di vento. Di quanti presidenti potete dire la stessa cosa? La pazienza è una virtù rara nel football, e rarissima nei presidenti di football, e, per un manager, la possibilità di esser lasciato in pace mentre costruisce un club dalle fondamenta è ancora più rara. Non ci sono formule magiche, nel calcio, anche se molti sembrano pensare che nominare un buon manager disponibile sulla piazza e spendere una vagonata di soldi porterà sicuramente al successo. Ancora una volta, vi invito a guardare al passato recente del Leeds United.

Qui e ora lo dico, Billy Davies è uno dei migliori manager del Paese, ma è anche uno dei più irrequieti, impulsivi e volitivi. Questo è sempre stato il suo maggiore ostacolo, più alto di quanto non siano stati i suoi successi finora. Ora, sembra che ci sia una specie di tregua fra Davies e Doughty, in particolare da quando è uscito il famoso articolo di Daniel Taylor sul blog del Guardian, lo scorso settembre, un pezzo che sembrava aver tirato fuori tutto il fango dall’acqua. Io pensavo seriamente che Davies se ne sarebbe andato entro Natale, e sembrava altrettanto chiaro che segnali in tal senso venivano da entrambe le parti in causa. La mancanza di ingaggi nella scorsa estate, il fiasco completo della campagna acquisti, fu un momento davvero imbrazzante per la squadra. E io sono convinto che se Davies fosse stato un po’ più discreto nelle sue uscite, la campagna acquisti sarebbe stata migliore: un manager in bilico, infatti, non è certo il miglior stimolo per aprire i cordoni della borsa.

La campagna acquisti ci porta dritti a parlare del terzo incomodo, Mark Arthur: l’inutile caccia estiva a Peter Whittingham del Cardiff e a Darren Pratley dello Swansea, le sue dichiarazioni alla BBC relative al fatto che i due sbavavano per venire a vestire il Garibaldi Red, furono davvero il punto più basso del 2010 del Forest. Come poteva non venire in mente, allora, la campagna abbonamenti del 2004, e il famoso slogan “noi ci crediamo seriamente nella promozione: e tu?” [penultimo posto e retrocessione in Coca1, NDT].

Il club ha seriamente messo alla prova la qualità della sua relazione con i tifosi nel corso delle ultime stagioni. Arthur è il responsabile della conduzione del club giorno per giorno, dal momento che è il braccio destro operativo di Doughty, e, bisogna dirlo, se esistesse davvero un responsabile principale per i fallimenti del club in tutti questi anni, questi non potrebbe essere altri che Arthur.

Detto ciò, questo è senz’altro il miglior Forest della decade di Doughty. Questa è la migliore chance di tornare in PL che il Forest ha avuto in questo decennio. E l’ingaggio all’ultimo secondo di Paul Konchesky come prestito d’emergenza per risolvere il famigerato “left back problem” è, indubbiamente, una grande dichiarazione di intenti. Questa squadra è abbastanza buona per essere promossa, in una maniera o nell’altra. Se avrà la profondità di rosa necessaria, quella chiesta sempre a gran voce da Davies, dipenderà anche da infortuni, squalifiche e condizione fisica. Ma sembra esserci davvero una ferma determinazione, una mentalità finalmente vincente e un’unità di intenti [il termine inglese togetherness è bellissimo e intraducibile] nel club che è davvero straordinaria, se si guarda alla storia recente del Forest: quello che andava un gol sotto e chinava la testa. Le reti in extremis contro Barnsley e Pompey sono la prova che questa è una squadra che non pensa mai di essere battuta.

Non sono ancora davvero eccitato: c’è ancora molta strada da fare: ma, prima di dare un giudizio definitivo sul modo in cui Doughty ha investito e Arthur ha gestito, aspettiamo l’estate.

Dai, c’è un altro clima. Anche l’anno scorso, anche dopo il 5-1 a West Bromwich Albion, non mi pareva che ci fosse questo clima di ottimismo, per quanto sempre cauto e pronto a prendere le distanze da sé stesso.

E la cosa davvero bella è che, per una volta, è la squadra, manager e giocatori, con il suo atteggiamento in campo e fuori, a dare coraggio ai tifosi, e non viceversa.
Nottingham Forest: Camp, Gunter, Morgan, Chambers, Konchesky, McKenna (C), Anderson (Tyson 63′), Cohen, Majewski (McGugan 79′),Tudgay, Earnshaw (Adebola 79′)

NE: Smith, Lynch, McCleary, McGoldrick, 

Ammoniti: Majewski 58′, Konchesky 75′, Tudgay 88′

Marcatore: Tudgay 1′



Watford: Loach, Hodson, Eustace (C), Taylor, Mariappa, Graham, Buckley, Doyley (Bennett 79′), McGinn, Sordell (Weimann 66′), Drinkwater (Whichelow 53′)

NE: Deeney, Gilmartin, Jenkins, Townsend

Ammoniti: Drinkwater 28′, Eustace 30′



Arbitro: G D Scott

Spettatori: 23.393 di cui ospiti: 1.592

Posizione-Squadra-Giocate-DR-Punti

1 QPR 30 31 59
2 Nott’m Forest 28 16 52
3 Cardiff 29 13 51
4 Norwich 30 9 51
5 Swansea 30 10 50
6 Leeds 30 8 49
7 Millwall 30 9 45
8 Leicester 30 -1 45
9 Watford 28 12 43
10 Burnley 29 7 43
11 Reading 29 12 42
12 Hull 30 3 42
13 Barnsley 30 -8 40
14 Ipswich 28 -2 37
15 Doncaster 28 -5 37
16 Coventry 30 -4 36
17 Derby 29 -1 35
18 Bristol City 30 -9 35
19 Middlesbrough 29 -4 33
20 Portsmouth 29 -7 32
21 Crystal Palace 30 -20 31
22 Sheff Utd 29 -21 27
23 Scunthorpe 27 -24 24
24 Preston 28 -24 21

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