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1959 Fa Cup Final: il “Players’ pool”

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Torniamo a Gary Imlach e al suo My Father and Other Working-Class Football Heroes, per occuparci questa volta del periodo immediatamente precedente alla finale; in particolare, soprattutto, del modo in cui i giocatori del Forest cercarono di arrotondare il loro magro stipendio con qualche piccola trovata imprenditoriale, come vedremo, più o meno lecita.

È un gustoso quadretto d’epoca (anche se a tratti tragico), in cui le ultime onde di povertà e di austerità provenienti direttamente dal dopoguerra andavano a morire sulle scogliere di un incipiente e generalizzato benessere: se nel 1959 i giornali si dividevano ancora tra i trasferimenti dei giocatori e la fine del razionamento del burro, i giocatori guadagnavano £15 a settimana, le squadre eliminate in semifinale licenziavano i giocatori come se fossero aziende in crisi, e il bagarinaggio era l’attività più lucrativa per chi riusciva a portare la sua squadra agli ultimi turni di FA Cup, dieci anni più tardi George Best, con i suoi ingaggi e con il suo stile di vita, metterà definitivamente fine all’appartenenza di giocatori di calcio e tifosi della working-class alla medesima comunità, e darà il via a una nuova identificazione, che prosegue tutt’ora: quella tra i calciatori e le stelle del rock e della musica pop.

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IL PLAYER’S POOL

Nell’aprile del 1959, poco dopo che il Forest ebbe battuto l’Aston Villa in semifinale, Billy Walker fu invitato come oratore ospite a un incontro di uomini d’affari di Nottingham. Sul punto di disputare la sua seconda finale di FA Cup da manager – incredibilmente, ventiquattro anni dopo la prima con lo Sheffield Wednesday – era stato invitato a parlare sui segreti del successo nella gestione del patrimonio umano, probabilmente; o sul segreto della sua longevità professionale, cose così, insomma.

Ma, soprattutto, quale che fosse il tema originario della conferenza, ebbe molto da dire, immagino, sul fatto che la Players’ Union [Allora in lotta per rivedere i massimali degli stipendi, NDT] avesse descritto i sui affiliati come degli “schiavi”. I sui giocatori, disse, erano vestiti meglio di lui, anzi, meglio vestiti dei membri del Comitato che gestiva il Club. Sedici di loro possedevano un’automobile. “Una settimana fa”, disse agli uomini di affari, “la maggior parte dei nostri ‘schiavi’ ha ricevuto 38 sterline in un’unica busta paga”.

Questa frase consegnò al Daily Express il titolo della pagina sportiva: “GLI SCHIAVI DEL FOREST VANNO IN MACCHINA A PRENDERE £38”. E può persino darsi che Billy Walker abbia sottostimato di una sterlina la sua indignazione. La stagione precedente la paga massima era passata a 20 sterline alla settimana, anche se non per tutto l’anno, come i giocatori si sarebbero aspettati [ma solo per la stagione agonistica], e il bonus per una vittoria era salito a 4 sterline. Due giorni dopo aver battuto il Villa, il Forest ne aveva messi cinque al Preston North End fuori casa, in una partita di campionato. Oltre alla paga normale e ai premi vittoria, bisognava sommare il premio per la conquista della finale di Coppa, 15 sterline, per un totale complessivo, dunque, di 39 sterline.

In ogni caso, fu un’interessante scelta di argomento per un manager la cui squadra stava a qualche settimana di distanza dalla partita più importante della sua storia. Gli esempi che, secondo lui, avrebbero dovuto dar conto della loro favolosa ricchezza dei giocatori la dicevano lunga: bei vestiti e automobili. Erano cose di cui sia lui sia i membri del Comitato avevano goduto per anni, e che davano per scontate. La sua paga era il doppio della loro.

Nell’Inghilterra classista di quegli anni, Billy Walker non stava accusando i giocatori di godere di una ricchezza al di là di ogni più bieco sogno di avarizia, ma, piuttosto, del fatto di godere di una ricchezza che andava al di là del loro status sociale. In un altro articolo dello stesso giornale, un membro dell’FA Council accusava i giocatori inglesi di “viaggiare nelle carrozze di prima classe dei treni, le stesse in cui viaggiavano gli ufficiali dell’Esercito”. E Mel Charles, fratello di John, era stato coperto di ingiurie per aver cercato di usare un agente per trattare il suo trasferimento dallo Swansea. Il Presidente della Football League, Joe Richards, aveva definito il tentativo di Charles “un affare vomitevole”, e aveva garantito che l’agente non sarebbe stato riconosciuto da nessun club.

Non ci fu nessuna risposta pubblica da parte dei giocatori del Forest alle esternazioni di Wright. Del resto, non avevano alcun bisogno di giustificare paghe perfettamente in linea con i massimali imposti dalla Lega. E, d’altra parte, sapevano benissimo le ragioni della sua irritazione. Dopo la semifinale, il manager aveva preso con sé i giocatori per qualche giorno, per una vacanza in un hotel di Blackpool. Aveva organizzato una riunione, e aveva proposto di fare loro da agente per tutte le opportunità commerciali che fossero occorse da lì alla loro partecipazione alla Finale. I giocatori avevano rifiutato.

“Voglio dire, Billy Walker era il tipo di persona che prima di arrivare alla stazione per le partite in trasferta passava a chiederti mezza corona per il facchino, e le prime due o tre volte era capace che ci cascavi anche. Poi cominciavi tu a tampinarlo per avere indietro le tue mezze corone”. Dal momento che era uno dei due giocatori della squadra con una medaglia conquistata tra i senior, l’opinione di Chic Thomson contava un sacco, da gli altri giocatori, ma pare che il No alla proposta di Wright fosse stato unanime.

“Beh, era un simpatico truffatore,” mi disse Johnny Quigley, l’interno destro di Glasgow, “un adorabile furfante, ma ti assicuro che se avessimo accettato non ci sarebbe rimasto in tasca molto”.

I giocatori misero su il loro pool, fecero delle foto con la maglia della squadra davanti al carro per le consegne della birreria locale, — The Two Popular Favourites — parteciparono a inaugurazioni, organizzarono un “ballo dei giocatori del Forest”. Jeff Whitefoot, l’unico a avere avuto esperienza in un grande club, il Manchester United, fu incaricato di andare in giro a cercare occasioni di guadagno. Jack Burkitt e Chic si occupavano della tesoreria, e distribuivano gli assegni.

“Mi ricordo ancora del ballo organizzato prima della finale. Jeff Whitefoot andava a vendere i biglietti porta a porta, una cosa mai vista, ma alla fin fine non è che abbiamo tirato su molto. Allo United, in quelle squadre lì, insomma, avrebbero fatto su molti più soldi; poi ci fu un’altra battaglia con Mr Walker, perché non gli demmo la sua parte.”

Se i giocatori avessero avuto bisogno di qualche giustificazione per i loro tentativi di guadagnare autonomamente qualche soldo in più, ne avrebbero trovate in abbondanza leggendo la cronaca sportiva dei quotidiani di quei giorni: nove giorni dopo la sconfitta in semifinale di Coppa contro il Forest, l’Aston Villa annunciò il licenziamento di sedici giocatori. Più di mezza squadra era di troppo, e sarebbe stata sfoltita alla fine della stagione, dal momento che, invece, di denaro di troppo non ne era entrato. La partecipazione a una finale di Coppa avrebbe potuto salvare la stagione del Villa, e anche il posto di lavoro almeno a alcuni giocatori.

Se il ballo dei giocatori può essere classificato come folklore, in quei giorni si accesero preoccupazioni molto più serie. Mio padre e i suoi compagni di squadra dovettero sottoporsi ai test per la polio, insieme ai membri di un’altra mezza dozzina di squadre che avevano giocato contro il Birmingham City nelle precedenti sei settimane. Il terzino destro del Birmingham e della nazionale inglese, Jeff Hall, si era ammalato gravemente, e giaceva in ospedale in fin di vita. Ci furono anche voci sul fatto che si sarebbero posticipate le partite di Pasqua. Mio padre aveva giocato tre volte in nove giorni contro Hall, che era giusto il suo avversario diretto, proprio in FA Cup: due pareggi e un 5-0 per il Forest nel secondo replay.

I test furono tutti negativi, ma le caratteristiche di brevità e di incertezza della carriera da calciatore divennero paurosamente evidenti. La polio era rarissima, ma le gambe rotte e i legamenti spezzati erano cose di ogni settimana. Jeff Hall morì due settimane dopo il suo ricovero in ospedale.

Fu proprio la morte di Hall, tra l’altro, a dare il colpo decisivo al dibattito sull’opportunità del vaccino antipolio generalizzato e obbligatorio in Gran Bretagna. Dopo la sua morte, e dopo l’appello in tal senso della sua vedova, Dawn, la richiesta di vaccinazione — che era già disponibile — aumentò in maniera esponenziale, fino a arrivare all’obbligatorietà pochi anni dopo.

Nessuno si ricorda più, ora, quanti soldi vennero dal pool organizzato dai giocatori. Quale che sia stata la somma, Billy Walker non ebbe la sua percentuale da “agente”. Il 16 aprile, tre settimane prima della finale, il manager convocò i suoi giocatori per un altro incontro, e subito dopo rilasciò una dichiarazione pubblica: “Tutte le attività di raccolta di fondi, da questo momento in poi, sono sospese. Dobbiamo tornare a pensare al football e a nient’altro che al football prima della finale. Il soccer non dovrà più essere un’attività collaterale. I giocatori sono troppo stanchi, a causa dei loro impegni estranei al gioco, bisogna finirla”. Era vero che il Forest aveva avuto un calo di forma, ma nessuno al club credeva che quello fosse il vero motivo per il nuovo divieto imposto dal manager.

Nei giornali, i giocatori cominciarono a essere descritti come un branco di imbroglioni d’alto bordo, ma non per la faccenda del pool, dei balli di raccolta fondi, e nemmeno per la pubblicità al birrificio locale. La ragione dello sdegno fu la vendita dei biglietti della partita.

Approfittarsi della scarsità di un bene per venderlo sottobanco a prezzo maggiorato era un’azione che per i tifosi di calcio appartenenti alla working-class aveva una connotazione orribile, dal momento che molti beni erano stati razionati ancora per molti anni dopo la fine della guerra. Meno di cinque anni prima dell’anno della finale, quando mio padre aveva firmato per il Derby, il suo ingaggio si era diviso le prime pagine dei giornali locali con la notizia della fine del razionamento del burro per la prima volta da quattordici anni. Molti tifosi del Forest avevano visto con simpatia il tentativo dei giocatori di fare qualche soldo extra dal raggiungimento di una finale che portava lustro a tutta la città, e molti di loro avevano perfino comprato il biglietti per le danze, ma i biglietti per la partita erano una faccenda molto più seria, che colpiva le emozioni profonde dei tifosi.

Wembley, come è noto, allora teneva 100.000 spettatori. Ora che la FA aveva accontentato i soliti noti, i privilegiati di turno, coloro che avevano diritto a un biglietto, il dotto e l’inclita, alle due squadre toccavano circa 15.000 biglietti a testa. Più o meno la metà di questi biglietti furono sorteggiati tra i 72.000 tifosi del Forest che ne avevano fatto richiesta, attraverso un sistema di sorteggio sorprendentemente trasparente, da parte del club. “Ieri tre anonimi incaricati, completamente bendati, hanno estratto da un barile da 75 galloni dipinto di rosso le lettere di richiesta di circa 8.000 fortunati tifosi…”, cominciava la cronaca dell’Evening Post. Questa procedura, però, lasciava cira 64.000 tifosi senza biglietto a litigarsi i restanti tagliandi, distribuiti tra istituzioni caritative, agenzie di viaggio e la solita consorteria di soggetti dal cappotto col risvolto di pelliccia. Per ciascuno di loro, la principale possibilità di avere un biglietto rimanevano le fonti interne al club, e subito cominciarono a circolare le voci su come la squadra avesse distribuito i restanti 7.000 biglietti.

Per esempio, ogni giocatore ricevette 12 biglietti, metà dei quali seduti, il resto in piedi, con l’opzione, per di più, di poterne acquistare ancora di tasca loro. Insieme ai biglietti, ciascun giocatore riceveva un foglietto di carta bollato dalla FA che avvertiva come ciascun tagliando fosse marcato da un numero di serie registrato; ma questo non aveva mai scoraggiato i giocatori dal rivendere i loro biglietti: anzi, la vendita dei biglietti per la Finale da parte dei giocatori era diventata una specie di tradizione della Coppa.

Dopo il quinto turno giocato dal Forest contro il Birmingham, due giocatori del City, Trevor Smith e Dick Neal, furono accusati di aver bagarinato personalmente i loro biglietti fuori dallo stadio prima della partita. Ma per piazzare i biglietti per la Finale i giocatori non avevano alcun bisogno di uscire di casa. I tifosi sapevano benissimo dove vivevano, perché abitavano accanto a loro, e cominciarono subito a impestare le soglie delle loro case come cantatori di carole natalizie fuori stagione.

I giocatori del Forest usavano trovarsi in un caffè vicino al Trent Bridge, dopo l’allenamento; i giocatori del Notts County si ritrovavano in un locale un po’ più dimesso, dall’altra parte di London Road. Nelle settimane prima della Finale sembra che qualche giocatore del Forest abbia attraversato la strada per fare due chiacchiere con il proprietario del locale del County, Bob Green, che teneva un’amplissima attività di compravendita di biglietti. A seconda delle ricostruzioni, il pollo della storia cambia sempre — per alcuni era Peter Wilson, il centromediano di riserva, per altri era Tommy Wilson, il centrattacco, per altri ancora era uno dei due Wilson che agiva per conto di mezza squadra — ma il nome del cattivo non cambia mai: Bob Green prese un numero non specificato di biglietti da un giocatore del Forest, che acconsentì ingenuamente a lasciarli giù e di tornare dopo a prendere i soldi.

Dennis Marshall, che mi ha raccontato l’episodio, è certo che sia stato Tommy Wilson: “Tommy andò all’appuntamento al momento prefissato, e quando arrivò non trovò Green, ma c’era solo una donna dietro al bancone, che disse ‘Oh, è uscito un attimo. ha detto che può lasciare i biglietti a me, le darà i soldi non appena tornerà’. Tommy acconsentì, lasciò giù i biglietti e uscì qualche minuto, andò tipo a dar da mangiare ai cazzo di cigni [bloody swans] del Trent. Quando tornò indietro, non solo non trovò né la donna, né il proprietario del pub, ma trovò tutto sbarrato e chiuso con le assi; non solo non li vide più, ma nemmeno la polizia riuscì mai a ritrovare la coppia”.

Bob Green divenne uno dei protagonisti della cronaca della stampa nazionale per settimane. Faceva apertamente pubblicità per la vendita di biglietti per la finale nella bacheca del caffè, e li vendeva apertamente sul bancone. Era la solita storia di bagarinaggio sordido, ma questa volta erano coinvolti giocatori del Forest. Una volta che fu coinvolta la polizia, soprattutto a causa dell’insistenza del segretario del club, Noel Watson, non ci fu modo di tenere nascosta la vicenda. Ancora il giorno della finale, il Daily Express pubblicò una caricatura dei giocatori del Forest tutti forniti della valigetta da business-man di ordinanza.

Mio padre non fu coinvolto nello scandalo del caffè, ma non è che non fece su i suoi bei soldini dai biglietti. Dopo averne dati un po’ a amici e familiari, tutti gli altri li diede a Jack Watson, un imprenditore edile locale, che aveva fatto dei lavori per la nostra casa. Tenne un biglietto per sé e vendette gli altri, dividendo il ricavato con mio padre.

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La vignetta satirica di cui parla Gary Imlach: Walker dice “Ho fiducia che la mia squadra di businessman ricordi abbastanza calcio da vincere”, mentre uno dei giocatori dice “Avete visto qualche proprietario di pub, di recente?”. Tutti i giocatori del Forest hanno la valigetta, come raccontato da Imlach, e sul coach della squadra ci sono annunci economici “Biglietti in vendita”, “Fotografie (costose) con la squadra”, e “Comparsate in vendita”. Stewart Imlach è l’ultimo sulla destra. Dall’altra parte, la caricatura riguarda Syd Owen, manager, capitano e giocatore della squadra.

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Giù giù lungo la catena alimentare, anche altri personaggi nel giro della squadra fecero lo stesso. Il Comitato fornì con magnanimità a chiunque fosse in qualche modo legato al club non solo i biglietti, ma anche il viaggio, per essere sicuri che potessero affrontare la trasferta. Nella settimana dopo la finale, l’agente di viaggio del club ricevette una gran quantità di richieste di rimborso per i viaggi non goduti da parte di impiegati o di altri titolari di biglietto che “non erano potuti andare” per un motivo o per l’altro. Avevano venduto i biglietti, ma non avevano potuto vendere i voucher per il viaggio, che erano nominativi.

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