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“A much improved side”: Nottingham Forest 0-0 Middlesbrough

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Dopo la tostata presa contro il Millwall, si torna subito in campo contro un altro degli in form teams della Championship, il Boro, secondo in classifica, reduce da sei vittorie di fila, e da sei vittorie in trasferta di fila, una delle quali sul campo del Sunderland in Coppa di Lega. Viene fuori un pareggio senza reti, ma la prova del Forest è — per larghi tratti — confortante. O’ Driscoll (che, a differenza di molti suoi colleghi, valuta sempre molto di più la prestazione del risultato) appare soddisfattissimo, e, in effetti, alla fine, con un po’ più di cinismo sotto porta, avremmo tranquillamente potuto far nostra la partita.

Si affaccia l’inverno, sul City Ground, dopo il dolce pomeriggio autunnale di sabato della partita contro il Millwall, e il pubblico, pure numeroso, è inizialmente un po’ ostile alla squadra, a causa proprio della sconfitta di tre giorni prima: alla fine della partita, però, i Reds sono stati salutati da un applauso convinto per la prestazione.

In effetti, se si tiene in mente che il nostro è e deve essere visto come un piano a lungo termine, vedendo partite come questa contro forse la migliore squadra del Campionato, giocando la partita aperta nel quale il Boro eccelle, con la difesa sempre improvvisata e senza il nostro miglior centrocampista, infortunatosi sabato, si può essere rincuorati. Anche se in Championship, come l’esperienza insegna, i piani a lungo termine valgono spesso molto meno della carta su cui vengono vergati, perché è una lega assurdamente difficile e incoerente, se proprio se ne deve avere uno penso che SOD sia la persona più giusta per portarla avanti.

I maggiori appunti vanno ancora alle incertezze difensive (tutto sommato giustificabili dall’assetto precario) e dall’immensa quantità di risorse sprecate davanti: Cox e Sharp sono straordinari nel creare occasioni e nello scardinare le difese avversarie, ma non sono “clinici” quanto dovrebbero. Ma il vero punto dolente continua a essere — e non è la prima volta che lo segnalo — lo stato di forma di Guedioura, straordinario protagonista della ripresa l’anno scorso, incapace di avere sulle partite l’impatto che dovrebbe avere in questa stagione, sia per motivi tecnici, sia per un nervosismo latente che troppo spesso smette di latitare e trova espressione in scorrettezze che gli arbitri hanno cominciato a curare e a colpire con attenzione particolare.

Con lui in mezzo al centrocampo, nel ruolo che nelle ultime partite era stato preso da Majewski, il gioco diventa improvvisamente più macchinoso. La fortuna è che non mancano le alternative: Jenas, Lansbury e McGugan in panchina ci offrono un parco di opportunità che nessuna squadra della Lega, dalla prima all’ultima, può vantare.

In difesa rientra Halford dalla squalifica: molti tifosi avevano chiesto che andasse a sostituire Ward in mezzo, lasciando il buon Moloney a presidiare la fascia destra, ma SOD ha scelto di giocare la carta dell’esperienza e ha messo Greg sulla destra, lasciando Ward e Collins in mezzo. Come detto, Adléne ha occupato il vertice alto del rombo al posto del lungodegente Majewski. Inamovibili Gillett davanti alla difesa, Reid (la cui forma, però, sta cominciando inevitabilmente a calare, via via, rispetto al suo pazzesco mese di ottobre, anche se oggi ha giocato bene, soprattutto nella prima parte) e Cohen sulle fasce e Sharp e Cox davanti.

Camp

Halford — Ward — Collins — Harding

Gillett

Cohen — Guedioura — Reid

Sharp — Cox

JJ ancora a riposo a causa di un problema alla caviglia.

Inizio con il Forest che sciorina un ottimo possesso, anche se la prima occasione (vabbè, diciamo il primo tiro, più che altro) capita sui piedoni di Jutkewitcz, con una specie di volée in mezza girata da fuori su suggerimento di Leadbitter, facilmente controllata da Camp.

Poi, cominciamo a macinare il nostro gioco: Reid dalla trequarti mezzadestra lancia in area Sharp di interno sinistro, la difesa del Boro disimpegna con Bikey che, però, rinvia ancora sui piedi di Reid che smista a destra a Halford, avanzato sino alla trequarti. Buon dialogo con Cohen e Cox sulla fascia destra che smarca la nostra punta, Cox fa un paio di passi verso il lato piccolo dell’area e la mette nel box dove pesca benissimo Reid: Andy controlla leggermente decentrato sulla destra, sdraia Hines e cerca l’angolo alto opposto con un tiro a rientrare, appena alto.

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So close for Andy!

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Ancora Simon Cox, partita di grande quantità la sua, lavora la sfera (Giuseppe Albertini diceva sempre “lavora la sfera”, un’espressione che mi sa sempre di calcio artigianale, sudato e quasi operaio) sulla fascia destra sulla trequarti, palla laterale a Guedioura che cerca di prima con un piatto destro rasoterra a effetto Reid in mezzo all’area, magilla di Andy che trova Sharp alle sue spalle non ho ancora capito come, Billy controlla e in spaccata mette appena fuori, sulla sinistra di Steele.

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Reidy smarca di tacco Sharp: se Billy l’avesse messa dentro, sarebbe stato l’assist dell’anno

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Grande pressione del Forest sul fraseggio difensivo del Boro: con la squadra altissima, Reid recupera una bellissima palla su Bikey al limite dell’area del Boro e la smista dietro a Cohen sulla trequarti centrale. Cohen scatta in avanti, la dà a destra a Guedioura e poi punta l’area chiedendo l’uno-due, ma Adléne ferma la palla e cerca il tiro quasi da fermo, spedendo alle stelle.

Grandissimo lavoro di fisico di Cox sulla trequarti sinistra: contrasta efficacemente Parnaby, gli strappa la palla e si dirige verso l’area di rigore, la dà in mezzo dove Sharp arriva con leggerissimo anticipo sul pallone, sulla linea dell’area di porta, e non riesce a deviarlo; la difesa del Boro allontana affannosamente come può (piuttosto male), e Guedioura irrompe quasi sul dischetto e colpisce fortissimo verso la porta di Steele, impattando, però, il culone santo di Friend, che respinge in corner.

Ma, benedetto ragazzo, potevi fare quello che volevi, controllare e andare a depositare nella porta vuota, o colpire piazzando di piatto, e che cacchio. Pensaci, la prossima volta.

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Adléne: “la tocco piano”.

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Altro tiro dalle venticinque iarde, questa volta con Cohen ben pescato da una torre di Cox in area, e ancora una volta palla nel Trent.

Gillett in posizione di regista pesca Sharp poco fuori dalla lunetta in posizione centrale, buon controllo e palla larga a destra dove si trova Cox; cross in mezzo di interno sinistro, respinta della difesa del Boro di nuovo suoi piedi di Cox, palla poco dietro a Halford che crossa sul palo lungo, Parnaby cicca il rinvio e Reid riesce a controllare nei pressi della bandierina. Andy punta Parnaby, lo salta e crossa di interno destro; la palla attraversa l’area e arriva a Cox sul lato corto opposto: cross rasoterra di prima, potente, di collo pieno, a cercare la deviazione vincente, ma Billy Sharp, contrastato dalla difesa del Boro, riesce solo a toccare appena fuori.

La ripresa comincia con la sostituzione da parte del Boro dell’incerto Parnaby con Hoyte. Hines ferma in corner con un tackle da dietro in area da vecchi tempi uno Sharp lanciatissimo a rete. Il corner viene battuto da Cohen che trova benissimo Sharp sulle otto iarde, ma il colpo di testa di Billy finisce un paio di capelli a lato del palo alla destra di Steele.

Gillett recupera un pallone sulla trequarti dopo una respinta del Boro su un altro corner del Forest, e la lancia in area per Sharp che viene anticipato di testa da Hines. La palla finisce sulla trequarti destra a Halford, corta a Cohen che la crossa in mezzo, nuova, difficoltosa respinta della retroguardia dei Teessiders e palla che finisce sulla sinistra a Elliott Ward, rimasto in avanti dopo il corner. Ward scambia con Reid, si avvicina al lato corto dell’area in posizione di ala sinistra e crossa in mezzo con buona proprietà, ma il calcio è troppo largo e il pallone va fuori dopo aver colpito la parte superiore della traversa. Un cross sbagliato che, visto come ha sorpreso Steele, se ci si fosse aperto il culo (per usare un tecnicismo) avrebbe potuto significare l’uno a zero.

Il Boro prova a uscire dall’assedio, mentre la nostra azione rallenta un pochino, e McDonald trova subito un’occasione clamorosa: un bellissimo lancio filtrante di Leadbitter (centrocampista davvero illuminante) lo mette solo davanti a Camp, ma l’attaccante del Boro si incarta e permette il recupero a Camp, ottimo nell’uno contro uno; arriva poi Collins a pulire in corner.

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Tracciante laser di Leadbitter per McDonald: se il Boro davanti avesse avuto Inzaghi o Gerd Müller sarebbe stato 0-1 fisso. Lo dico così, tanto per dire una cazzata.

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Cross di Leadbitter in area, respinta di Collins un po’ di braccio un po’ di corpo, palla a Bailey in mezzo sulla nostra tre quarti, allargata sulla sinistra a McEachran — non eccezionale la prova del talentuoso esterno del Chelesa — che cerca l’uno-due con Jutkiewicz; il giochino non riesce, la palla finisce dietro a Leadbitter che cerca il tiro da quaranta iarde, appena fuori (con Camp, però, apparso pronto all’intervento, giusto in caso…).

Cox conquista un pallone in contrasto nel cerchio di centrocampo e la lancia avanti benissimo per Sharp, che difende benissimo la sfera con il corpo dal contrasto di Hines, entra in area e tira di collo pieno colpendo il palo esterno della porta di Steele, con il portiere del Boro nettamente battuto.

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Grande difesa del pallone e grande tiro di Billy.

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Corner da sinistra di Reid, palla raccolta e lavorata da Sharp sulla destra dell’area di rigore, pallonetto in mezzo dove Cohen riesce a colpire verso la porta, Ward stoppa di petto e cerca la rovesciata dalle sei iarde, deviata miracolosamente in angolo da Amougou, a Steele ancora una volta battuto.

Nuovo corner di Reid, respinta lunga del Boro mal controllata da Harding, che favorisce il recupero di Haroun, che imposta il contropiede e lancia Jutkiewicz in area, appena anticipato da una grandissima uscita di Camp.

Ultima doppia emozione: un cross di Sharp — sontuosamente lanciato da una rimessona di Halford — dalla linea di fondo destra viene clamorosamente ciccato da Reid appostato sul vertice dell’area di porta (sarà che era il piede sbagliato…), e sulla respinta alla disperata di Hoyte la palla capita a Ledesma che, appena dentro la nostra metà campo, lancia benissimo di interno sinistro Scott McDonald che entra in area palla al piede; Camp, ancora una volta prontissimo, è già su di lui, e costringe l’attaccante del Boro a un pallonetto non proprio nelle sue corde, che finisce un paio di iarde sopra la porta di Camp.

Prestazione, insomma, di cui essere orgogliosi, e da cui trarre buone speranze.

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Momento migliore: la combinazione tra Cox e Sharp che ha portato al palo di Billy. Due gesti straordinari, che danno la cifra dell’enorme talento che abbiamo a disposizione là davanti.

Momento peggiore: difficile dirlo, dal momento che si è trattato di una partita tutto sommato molto buona. Forse, la triplice sostituzione all’88° minuto decisa da O’ Driscoll, quando un’immissione più tempestiva di forze fresche (sopratutto, direi, avevamo bisogno di un po’ più di fantasia in mezzo, al posto di Adléne) avrebbe forse permesso un finale più sicuro. Inoltre, la squadra nel finale è apparsa un po’ alla corda, e forze fresche avrebbero aiutato. Infine, sono usciti Cox, Halford e Reid, non certo i giocatori più in difficoltà. Nonostante le sue immense qualità, SOD non sembra proprio un mago dei cambi.

Hero: nonostante tutto, direi Camp. Grandissima prova del nostro portierino, che ferma con tre immense uscite tre contropiede pericolosissimi del Boro. Dimostra ancora una volta la sua classe, e dimostra una capacità nell’uno contro uno davvero rara nei portieri moderni. Hero ad honorem anche a Cohen, nominato proprio appena dopo la partita Player of the Month per il mese di ottobre. Meritatissimo riconoscimento per uno dei protagonisti del nostro ottimo mese.

Zero: zero forse è esagerato, però un tre a Guedioura lo darei. Impalpabile nel corso di tutta la partita, e al limite nella fucilazione per l’errore dal dischetto (inteso come posizione di tiro, non come calcio di rigore) del primo tempo.

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Forest: Camp, Halford, Ward, Collins (c), Harding (Moloney 88′), Gillett, Cohen, Guedioura, Reid (Lansbury 89′), Cox (Blackstock 88′), Sharp.

NE: Darlow, McGugan, Tudgay, Coppinger.

Ammonito: Guedioura 71′

Middlesbrough: Steele, McEachran, Friend, Hines, Jutkiewicz (Ledesma 80′), Parnaby (Hoyte 46′), Bailey, McDonald (Zemmama 85′), Haroun, Bikey, Leadbitter (c).

NE: Leutwiler, Williams, Smallwood, Reach.

Ammonito: Leadbitter 68′

Arbitro: S Hooper

Spettatori: 20,150 (ospiti: 1,167)

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Archiviato in stagione 2012-2013

St Valentine Day — Middlesbrough 2-1 NFFC

La piatta cronaca. Guardo insieme a voi gli extended highlights, e li commento all’impronta, come si faceva con l’Iliade al liceo, anche se il livello non è proprio lo stesso; la formazione ricalca esattamente quella messa in campo nel non pessimo — dal punto di vista del gioco — pareggio interno contro il Watford:

Camp

Wootton – Chambers – Higginbotham – Elokobi

Gunter – Guedioura – Moussi – McCleary

Harewood – Miller

Nemmeno in panca McGugan e Majewski, tanto per dire quanto il nostro manager apprezzi e voglia valorizzare i giocatori di talento. La partenza del Boro è veemente, Emmes e Jutkiewicz appaiono in palla, veloci e pungenti, la manovra a centrocampo si sviluppa veloce e piuttosto armonica, soprattutto di prima, ma i pericoli, piuttosto modesti, a dire il vero, vengono per Camp solo da tiri da lontano.

Poi, lentamente, il Forest riesce a prendere il sopravvento, sia per quanto riguarda il possesso di palla, sia per quanto riguarda l’occupazione della tre-quarti avversaria. Porta anche pericoli veri verso la porta difesa da Steele: il primo costituito da un’azione in velocità piuttosto invitante, un uno-due tra McCleary e Harewood, con il nostro centravanti che smarca benissimo di prima l’ala nell’area dei Teessiders, e anche con un bel po’ di spazio davanti che avrebbe potuto essere usato con maggiore freddezza, ma Macca opta per una conclusione al volo di esterno sinistro che sembra più il rinvio di un terzino cardiopatico che quella di un attaccante professionista, e finisce nella classica row Z  della curva del Middlesbrough. Il Boro sembra un po’ imbambolato e fragilino in mezzo al campo, forse insicuro per i risultati recenti, incapace di reagire al buon momento del Forest: dopo una percussione centrale iniziata appena dentro la nostra metà campo, Miller cerca un altro scambio di prima con l’ispiratissimo Harewood, che lo smarca al limite dell’area con un suggerimento di tacco al volo solo appena appena lungo: Miller viene anticipato da una prontissima e attenta uscita di Steele. Grande, comunque sia, l’inizio di Marlon, davvero un giocatore di classe superiore.

Il tempo per Wootton di stoppare con un bellissimo tackle un’iniziativa pericolosa di Haroun nella nostra area, e sul contropiede successivo, innescato da una buona difesa di palla di Miller sulla linea di centrocampo, seguita da un lancio molto preciso per McCleary, la nostra ala mette in mezzo una palla sulla quale il rinvenuto Wootton, molto brillante anche lui nell’inizio gara, arriva solo con un attimo di ritardo. Sull’azione appena successiva, Guedioura pesca molto bene Elokobi smarcato sulla fascia, il cross del colosso è molto preciso, ma il colpo di testa di Miller non è degno dell’impostazione: fiacco e centrale. Come al solito, si fa troppa fatica a metterla dentro.

Per noi, i pericoli continuano a venire soprattutto dai tiri di Emmes dalla distanza. Uno, in particolare, dopo una bella iniziativa sul centrosinistra, più o meno area IDV, come dice la Gialappa’s, sembra destinato a infilarsi là dove la mamma nasconde la Nutella, fuori portata dal proteso Camp, ma per momentanea fortuna la curva non si chiude abbastanza e il tiro va fuori. La partita è piacevole, ben giocata, e ricca di occasioni.

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Poi, allo scadere del tempo, come al solito, l’interruttore passa all’improvviso da ON a OFF, apparentemente senza altra ragione che l’incapacità di mantenere la concentrazione per più di venti minuti, nemmeno fossimo un branco di babbuini adolescenti nella stagione degli amori. Sugli sviluppi di un corner apparentemente innocuo, Emmes vince un contrasto portato troppo mollemente da Wootton sulla tre quarti, si infila nel lato sinistro corto della nostra area con la stessa facilità con la quale nei film porno l’attore convince la sua vicina a giacere con lui, e scocca un tiretto moscio rasoterra degno di una partitella sul prato dopo il picnic di ferragosto che però si infila incredibilmente alle spalle di un Camp attento come un ragazzino delle medie cui la compagna di banco stia toccando il pacco.

1-0 regalato proprio prima del fischio del tè: visto il nostro morale attuale e la facilità con cui la sbattiamo dentro, immagino che lo stato d’animo nello spogliatoio sarà stato più o meno lo stesso di Gwineth Paltrow che scopre il suo fidanzato a letto con un’altra tornando a casa dopo essere stata licenziata, il tutto aggravato dal mood fatalista e depressivo del nostro Gaffer.

L’atteggiamento al rientro in campo lo confermerebbe: Cotterill, con ipercinetismo insensato e disperato, cambia la coppia di attaccanti, Miller per infortunio e Harewood per scelta tecnica (?), dentro Lynch e Findley, pronti, via, due incerti fraseggi del Forest, palla persa, il Boro riparte una prima volta, recuperiamo, altro fraseggio incerto nostro, palla ripersa, lancio lungo per Jutkiewicz sulla tre quarti, Jutki si gira e si beve Higginbotham come se fosse un tè freddo in pieno luglio, il nostro centrale lascia al polacco il tempo di aggiustarsi comodamente la palla e di segnarsi sull’agenda il numero della sorella, tiro angolato, Camp, questa volta piuttosto incolpevole, si distende inutilmente, 2-0 e game over.

Il resto della partita non è altro che un lungo paralipomeno alla nostra incapacità di creare e di finalizzare gioco. Non che non ci si metta impegno, ma ce lo mettiamo con lo stesso effetto e lo stesso senso di impotenza dei cinesini che cercano di picchiare Bud Spencer nei film di Piedone, quelli che danno quaranta pugnetti a Bud che li guarda tra il perplesso e l’arrabbiato con le mani sui fianchi, e poi, quando ne ha abbastanza, tira loro un lordone tremendo sull’orecchio e i cinesini stramazzano per terra moribondi.

La nostra azione è sempre confusa, i nostri contrasti incerti e insicuri, i contropiede del Boro sempre pericolosi, Ananke aleggia sullo stadio e sui nostri destini. Entra Reid per Wootton e l’elettroencefalogramma ha un timido sussulto.

Riduciamo le distanze grazie a una spizzata di Lynch su punizione dalla destra ben battuta da Reid, il Boro rimane pure in dieci per l’espulsione di Kevin Thompson dopo due brutti falli in cinque minuti, ma il senso di impotenza trasmesso dai nostri sforzi offensivi è quasi concreto, condensato sulle parole di McGovern e Fray che escono dalla radio come ghiaccio su un vetro in una notte di gennaio.

La nostra migliore opportunità di tirar su almeno un punto è un terribile tiro dalla tre quarti di Guedioura che sbatte con ineluttabilità da tragedia greca sulla traversa biancorossa.

Poi, più nulla.

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Le notizie dagli altri campi sono altrettanto deprimenti: vittoria a sorpresa del Coventry City sul Leeds United, e skyblues che ci sorpassano in classifica lasciandoci penultimi; il Bristol City e il Millwall pareggiano 2-2 in rimonta con Palace e Brighton, ampliando il nostro gap dalla zona salvezza a 6 punti, e solo il derelitto Doncaster, tra le ultime, perde, evitandoci l’ignominia dell’ultima posizione; l’unica buona notizia, si fa per dire, è la sempre più probabile penalizzazione del Pompey (squadra che aveva ritrovato lena e morale proprio dopo la partenza di Cotterill), un evento che potrebbe portare i Blu a tiro di una squadra che riuscisse a fare qualcosa di meglio di una vittoria in tredici partite, ma non certo a tiro nostro.

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Sabato, dunque, la prima delle sfide decisive contro le nostre dirette concorrenti. Arriva proprio il Coventry City, come già anticipato su queste pagine.

Se non si vince, la retrocessione è praticamente sicura.

Io spero solo due cose: la prima è che l’assurdo contratto di Cotterill (quattro anni) sia condizionato alla salvezza, e che in caso di retrocessione il contratto venga rescisso. La seconda è che qualcuno rinsavisca e lo mandi via molto prima, il prima possibile.

Le sue dichiarazioni nel dopo partita fanno cascare le braccia. La prima è “se non avessimo subito gol, questa volta avremmo vinto”. La seconda è “potevamo essere 3-0 dopo venti minuti, e allora la partita sarebbe stata diversa”. Ora, questa mistura di banalità, rassegnazione e incapacità di vedere la vera radice dei problemi di una squadra senza gioco e senza forza morale, secondo me, è agghiacciante.

Per non parlare delle sostituzioni a casaccio e della totale incapacità di cambiare tattica e piani strategici nel corso di una partita. Sembra che tutto accada a sua insaputa o suo malgrado.

Io sono decisamente contrario all’esonero degli allenatori, ma in questo caso il nostro Gaffer, che pure è una persona carina e gentile, si sta dimostrando un così cattivo tattico, un così cattivo gestore di partite e un così cattivo motivatore che sono assolutamente convinto che l’unica possibile strada per una pur difficilissima salvezza passi attraverso l’esonero dell’allenatore.

Inoltre, i nostri due giocatori migliori, McGugan e Majewski, sono praticamente fuori rosa, e non aspettano altro che un’offerta per andarsene da Nottingham.

I sostituti possibili li stiamo già pagando: Billy Davies e Sean O’Driscoll. Oltre a tutto, come dice il solito Nffcblog, se è vero che il suo era il migliore tra i quaranta CV mandati al Forest dopo l’esonero di Steve McClaren, o Cotterill ha mandato il suo score a FM 2012, o il suo contratto potrebbe tranquillamente essere rescisso senza penali per false dichiarazioni e millantato credito.

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Middlesbrough: Steele, Williams, Thomson, Hoyte, Arca, Bates (C), Hines, Emnes (McMahon, 77′), Jutkiewicz (Main 80′), Haroun (Smallwood 54′), Bennett.

Non entrati: Ogbeche, Halliday,

Ammoniti: Bennett 65′, Thomson 67′, 74′ (esp)

Maarcatori: Emnes 45′, Jutkiewicz 46′

Nottingham Forest: Camp, Chambers (C), Wootton (Reid 60′), Higginbotham, Elokobi, Gunter, McCleary, Moussi, Guedioura, Harewood (Lynch 45′), Miller (Findley 45′)

Non entrati: Smith, Blackstock,

Ammoniti: Gunter 87min, Chambers 88min

Marcatore: Lynch 66min

Arbitro: Paul Tierney

Spettatori: 14.799 ospiti: 462

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Archiviato in stagione 2011-2012

@Middlesborough preview, 14 febbraio 2012, h 20:45

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Dopo i miglioramenti di sabato, saliamo sul Tees in cerca di qualche conferma con un pochino di fiducia in più, forse, rispetto a quanta ne avevamo pensando a questa partita venerdì scorso.

Intanto, prima della partita piccoli sommovimenti stanno minacciando di modificare ulteriormente la nostra rosa: l’allontanamento di Mick McCarthy dal WWFC mette, forse, a rischio la permanenza di Elekobi da noi. Il giocatore è al Forest in emergency loan, una forma di prestito breve che prevede, tra le altre cose, anche la possibilità di richiamare il giocatore in prestito con un preavviso di sole 24 ore. Se il nuovo allenatore pensasse di voler rinfoltire la rosa, certamente il primo sulla lista sarebbe George. Guedioura, invece, essendo venuto al Forest in temporary transfer, non dovrebbe poter essere richiamato dagli Old Goldies, nemmeno volendolo.

Io, comunque sia, ho l’impressione che i Wolves soffrano più di problemi di motivazione che di organico, e che, quindi, rinfoltire la rosa sarà per il nuovo manager del Wolverhampton, chiunque sarà, l’ultimo dei problemi.

La seconda notizia che serpeggia per la rete oggi è la richiesta di Majewski di essere ceduto. Secondo un’indiscrezione pubblicata dal Mirror, infatti, il nostro centrocampistino polacco sarebbe stanco del fatto che Cotterill, come si dice in gergo, “non lo veda”, e, in seguito a una richiesta del Reading, avrebbe chiesto di andare con i biancoblù fino al termine della stagione. Se seguite questo blog, sapete che penso che Raddi sia forse il nostro miglior centrocampista, ma non è un peso massimo, per usare un eufemismo, e il calcio possente e muscolare prediletto dal nostro manager ha poco spazio in campo per i giocatori come lui, e pare che, invece, Majewski voglia giocarsi le speranze di poter partecipare all’europeo casalingo giocando il più possibile. Majewski at Madejski potrebbe essere, in brevissimo tempo, più una realtà che un gioco di parole.

Per quanto riguarda la partita di stasera, si preannuncia piuttosto indecifrabile. Con quattro innesti di buona qualità quali quelli di cui abbiamo recentemente beneficiato, e dopo la buona partita che hanno giocato sabato, praticamente appena scesi dal treno, probabilmente le potenzialità della squadra non sono state ancora del tutto esplorate.

Ma, come sempre quando una squadra è in grave sofferenza, dal momento che il calcio, come sanno tutti, è uno sport per l’85% definito da fattori mentali che possono essere cambiati radicalmente anche da piccolissimi eventi, i classici interruttorini messi dentro la testa dei giocatori che possono scattare da ON a OFF a ON a OFF per un gol preso male o per una parola giusta da parte dell’allenatore, ogni partita del Forest sarà, d’ora in poi, una specie di gatto di Schrödinger, che non si sa se è morto o vivo finché non si apre la scatola dentro cui è chiuso.

Il che, se ci pensiamo bene, non è neanche male, visto che fino a sabato scorso il puzzo di gatto morto si sentiva anche a centocinquanta metri dalla scatola, e solo i più coraggiosi o i più masochisti, oppure quelli che avevano già pagato per lo spettacolo a luglio, avevano il coraggio di andare a assistere al settimanale scoperchiamento del cadavere.

Che altro dire.

La partita dell’andata è stata una delle migliori dell’anno, se non la migliore, e la vittoria per 2-0 al City Ground, nell’esordio di Cotterill, aveva fatto sperare i più nella possibilità che il manager di Cheltenham potesse ancora raddrizzare la stagione, e reindirizzarla verso quei play-off che a luglio sarebbero sembrati quasi deludenti. In quell’occasione, la differenza tra le due squadre apparve notevole, e i gol di Tudgay e McGugan furono premio fin striminzito per la nostra prestazione.

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Le due squadre non sono certo in forma. Se noi abbiamo fatto pena, ultimamente, i Teessiders nelle ultime sei partite hanno raccolto solo tre punti, frutto di altrettanti pareggi, e sono ancora senza vittoria nel 2012; una serie che ha un po’ ridimensionato le loro ambizioni di qualificazione ai play-off, anche se in Championship non è mai detto nulla. In pratica, sono una delle poche squadre del mondo, penso, alla quale nelle ultime sei gare siamo riusciti a rosicare un punto, visto che noi, nello stesso periodo, ne abbiamo fatti ben quattro; sarà la classica occasione, dunque, nella quale due squadre in apnea cercheranno di rubarsi a vicenda la cannula dell’ossigeno, per darsi un po’ di coraggio e di fiducia.

A questo punto, me ne rendo conto, alla prossima metafora o similitudine siete autorizzati a segnalare il blog ai ragazzi di WP per indegnità letteraria.

Le notizie dalle squadre dicono che nel Forest potrebbe ritornare Tudgay, il che, vista l’allegria con la quale i nostri avanti o chi per essi sventagliano palloni anche invitanti un po’ per tutta la curva, non sarebbe nemmeno una cattiva notizia. Dovrebbero rimanere fuori sempre Moloney e Cunningham, mentre è ancora sine die il possibile rientro di Chris Cohen.

Per quanto riguarda gli incroci, sia Greening sia Boateng hanno giocato per il Boro, nelle loro carriere. Tra i giocatori del passato, hanno vestito le due casacche sia Viv Anderson sia Mark Proctor, un vero Teessider inside, che però Brian Clough portò a Nottingham nel 1981: non uno degli acquisti più azzeccati della sua carriera.

Infine, proprio Brian Clough, come abbiamo visto qualche giorno fa nelle pagine di Wendy Dickinson, è nato a Middlesborough, e ha esordito nella squadra della sua città, una delle tre, insieme a Derby e a Nottingham, a avergli dedicato un monumento pubblico.

Nel Boro, assenti il portiere Coyne, per infortunio al polpaccio, e in forte dubbio Zemmama e McDonald per lievi infortuni. L’uomo da tenere d’occhio sarà Lucas Jutkiewicz, un altro polacco unitosi alla squadra nel mercato di gennaio, proveniente dal Coventry, con i quali, nonostante la pena abissale degli skyblues, è riuscito a mettere insieme nove reti, una cifra che ai nostri occhi ormai disabituati a tali prestazioni appare abissale: una di queste, tra l’altro, è la rete con la quale il Coventry ha battuto il Forest in ottobre alla Ricoh Arena.

E, a proposito di Coventry, naturalmente LA PARTITA è quella di sabato, quando i ragazzi in azzurro cielo verranno al City Ground. Lì sì, che se non si vince è game over.

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Scontri diretti:

Vittorie del Forest: 24 (21 League; 2 League Cup; 1 FA Cup)

Vittorie del Boro: 19 (17 League; 2 FA Cup)

Pareggi: 29 (27 League; 2 FA Cup)

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Stato di forma:

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Forest (1 punto nelle ultime 5 partite)

Forest 1-1 Watford

Forest 0-2 Burnley

West Ham 2-1 Forest

Leicester 4-0 Forest (FA Cup Replay)

Forest 0-3 Southampton

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Middlesborough (2 punti nelle ultime 5 partite)

Ipswich P-P Boro

Boro 1-2 Sunderland aet (FA Cup)

Boro 1-1 Crystal Palace

Leicester 2-2 Boro

Sunderland 1-1 Boro (FA Cup)

Coventry City 3-1 Boro

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Archiviato in stagione 2011-2012

Meeting of Minds

Comincerò la pubblicazione di qualche testimonianza riguardante l’amicizia tra Brian Clough e Peter Taylor, partendo proprio dalla biografia del secondo, For Pete’s Sake, scritta dalla figlia, Wendy Dickinson. È un libro, se non brillante (Wendy non ha grande senso dell’umorismo: le sue battute, come vedrete, non è che siano granché; per di più tende un po’ al patetismo, e è tifosa del Derby County, tanto basti), interessantissimo e molto documentato, pieno di aneddoti e di scene familiari gustosissime, per chi è interessanto anche al dietro le quinte di una vita e di un’amicizia così decisiva per le sorti del calcio inglese e europeo. In particolare, questo capitolo è anche uno spaccato della vita di un calciatore inglese degli anni ’50, tratteggiato anche nella già citata biografia di Stu Imlach, della quale daremo, naturalmente, altrettanto ampi stralci in seguito.

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Capitolo 3 (parte prima)

Incontro di spiriti

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“C’è Pete?”  —  Brian Clough

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Per la maggior parte della mia vita, ogni volta che ho visto mio padre e Brian insieme mi sono sembrati vicini quanto possono arrivare a esserlo due persone. La loro relazione è stata paragonata a un matrimonio, e in molti sensi lo fu. Finivano l’uno le frasi dell’altro, avevano una capacità quasi telepatica di capire quello che l’altro stava per dire o per fare, ridevano insieme, piangevano insieme, e litigavano. Se si è fortunati, si può trovare un amico così, nella propria vita; ma non molti di noi, credo, hanno questa fortuna. La loro amicizia, così speciale, cominciò quando giocarono insieme nel Middlesbrough.

Papà fu ingaggiato dal Coventry nell’estate del 1955, come portiere di riserva, e possibile eventuale rimpiazzo per il fantastico Rolando Ugolini (1). Brian, che era entrato nel club a 16 anni, era appena tornato dai due anni di servizio militare nella RAF. A quei tempi, i giovani giocatori venivano ingaggiati in massa dai club principali, con una paga minima di 10 sterline, e la maggior parte di loro si perdeva per strada, e non se ne sentiva più parlare. Brian fu uno dei pochi a diventare professionista, ma solo dopo che egli ebbe avuto la preveggenza di scrivere al club poco prima della fine del servizio militare, per richiedere l’ingaggio. Papà e Brian si unirono a un club che aveva una storia impressionante: fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, 16 anni prima che si incontrassero, il Boro era sempre stata una delle quadre migliori della vecchia First Division. Erano i tempi del grande Wilf Mannion e di George Hardwick, due nazionali inglesi, ora immortalati in bronzo, con lo sguardo rivolto l’uno all’altro, posti su ciascuna delle due colonne prima poste ai cancelli del vecchio Ayresome Park, ora all’entrata del Riverside Stadium, il nuovo stadio del Middlesbrough.

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Mannion e Hardwick a guardia dei cancelli del Riverside Stadium

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Il Boro era arrivato quarto in Prima Divisione nell’ultima stagione piena prima della Guerra, e sarebbe stata una delle favorite per il titolo nella stagione successiva. Ma Hitler si mise in mezzo. Quando il football ricominciò, nel 1946, il club non fu capace di ritrovare la forma delle stagioni anteguerra, e galleggiava più o meno a metà classifica, uscendo sempre ai primi turni della FA Cup.

Ma l’appassionato pubblico del nord-est amava sempre la sua squadra, e il record di presenze all’Ayresome Park fu registrato proprio il 27 dicembre del 1949, con 53.802 spettatori, giunti allo stadio per guardare il Middlesbrough pareggiare 1-1 con gli storici rivali del Newcastle United. Poi, la situazione peggiorò ulteriormente, e alla fine il Boro fu retrocesso, nella stagione 1953-54, dopo 25 anni giocati al massimo livello del calcio inglese. Fu l’inizio di un periodo di vent’anni fuori dalla massima serie. Il Boro ingaggiò un nuovo manager per questa nuova fase della sua storia, Bob Dennison, che ereditò una squadra elefantiaca, composta da trenta giocatori con un contratto professionistico.

Quando io, la mamma e papà andammo a prendere il treno da Coventry a quello strano posto al Nord, Middlesbrough, come molte altre città del Paese, stava attraversando un periodo di grandi mutamenti sociali. Il modo di vivere, alla metà degli anni ’50, sarebbe stato ancora un modo di vivere perfettamente accettabile e riconoscibile per i miei nonni, ma non lo sarebbe rimasto per molto tempo. La cittadina era stata costruita sul ferro e sull’acciaio: il profilo della città era dominato dalle acciaierie, come la Dorman Long, e dagli impianti chimici, come l’ICI ( dove Brian cominciò a lavorare come apprendista saldatore e tornitore) (2). Le componenti d’acciaio del Sydney Harbour Bridge hanno ancora il marchio “Made in Middlesbrough” stampato su di loro, e il duro lavoro in quegli stabilimenti era ancora qualcosa di cui essere fieri.

Era ancora un’epoca nella quale le donne strofinavano, lavavano e spazzavano, e preparavano un pasto da mettere in tavola ai loro uomini alla fine della giornata e si prendevano cura dei figli: i mariti, per lo più, sparivano al pub o al club dopo il lavoro e il loro tè.

Il grande musicista rock di Middlesbrough, Chris Rea, il cui padre, Camillo, gestiva un caffè che era il punto di ritrovo preferito dai giocatori del Boro, nella sua canzone “Windy Town” descrisse Middlesbrough come un posto un po’ deprimente, spazzato da venti freddi provenienti dal Mare del Nord. Le mie memorie di Middlesbrough sono fatte quasi esclusivamente di giochi per strada insieme a un gruppo di ragazzine, e di corde da bucato usate come corde da salto, e di gite in barca sul laghetto dell’Albert Park, così penso proprio che la pioggia qualche volta smettesse. Quando il tempo era davvero molto brutto, noi bambini giocavamo nei vecchi rifugi contro i bombardamenti dietro la John Collier Factory… immaginavamo perfino di poterci qualche nazista dentro, laggiù.

Papà aveva 26 anni, quando prese su la sua piccola famiglia per il viaggio verso l’ignoto. Ci raccontò degli allenamenti pre-campionato, e, anche se gli ci volle qualche giorno per notarlo, disse che non avrebbe mai dimenticato il primo sguardo che diede a un magrissimo centravanti di 19 anni. “Stavamo facendo una partita di allenamento, durante la quale Dennison volle provare tutti i giocatori. Brian non entrò che verso la fine, dopo altri tre centravanti che, ovviamente, l’allenatore teneva più in considerazione di lui. Era veramente magnetico, uno che catturava lo sguardo, o, almeno, a me fece questa impressione. Abilissimo tecnicamente, poteva girarsi palla al piede su una moneta da sei pence, e nel gioco in area era ambizioso e spietato”. Ma nessuno ascoltò mio padre, quando cominciò a dire quanto ritenesse assurdo che Brian non fosse il centravanti titolare. È difficile immaginare che Brian fosse una seconda scelta, ma a quel tempo, in effetti, era solo il quarto centravanti della squadra, dopo Charlie Wayman, Ken McPherson, e un giocatore locale, Doug Cooper, che cominciò la stagione 1955-56 nella prima squadra.

Papà e Brian giocarono la loro prima partita insieme poco dopo quel provino pre-campionato, in una partita delle riserve contro lo Spennymoor. Cominciarono a parlare, o forse dovrei dire che papà diceva quanto lui stimasse Brian, e Brian stava a ascoltare.

Fecero subito amicizia, e il maturo professionista e il suo giovane protégé divennero immediatamente inseparabili. Non è difficile vedere il motivo di questa attrazione: il giovane giocatore lusingato del fatto che qualcuno pensasse a lui come un genio, e il giocatore più maturo lusingato del fatto che ci fosse un ragazzo che pendeva dalle sue labbra. Furono attratti l’uno verso l’altro dal reciproco apprezzamento. Ciascuno ha bisogno di sentirsi necessario e apprezzato. Brian fu incoraggiato, e acquistò fiducia in sé stesso attraverso la fiducia di papà, mentre papà si sentì incoraggiato dalla fiducia che il ragazzo riponeva in lui; anche se papà diceva sempre, scherzando, che in realtà fu la straordinaria abilità di Brian a trovare il fondo del sacco che, soprattutto, aiutò la sua carriera. Brian ricorda nella sua autobiografia, Walking on water, che cosa gli disse papà la prima volta che parlarono a quattr’occhi:

Mi disse “non riesco a capire che cosa ci sia che non va in questo posto: tu sei il miglior giocatore della squadra”. Questo mi diede sicurezze che io desideravo moltissimo avere. Mi fece sentire allo stesso modo in cui mi sentii quando mi fecero capoclasse a Marton Grove, ma fu una cosa ancora più importante, perché questa volta si trattava dell’inizio del resto della mia vita. Io sapevo di essere bravo, ma le parole di Pete me ne diedero la conferma e la certezza.

Brian parla anche dell’incontro tra due spiriti: “È semplice, fummo subito amici, e i migliori amici. La sua fiducia in me come giocatore diede il via all’amicizia, certo, ma lui aveva anche qualcos’altro, almeno altrettanto importante per me quanto il suo giudizio su di me come calciatore: era il suo senso dell’umorismo, la sua abilità di farmi ridere con nulla più di una sola parola. Era anche una persona forte, una delle poche persone che potevano farmi fermare subito e rimettermi sulla retta via, quando la mia natura impetuosa e arrogante mi stava facendo cacciare in qualche guaio. La presenza di Peter e la nostra amicizia fu cruciale, per me, in quei giorni, mentre cercavo di farmi strada nel Middlesbrough.”

Mentre Brian non veniva considerato, nella stanza dei bottoni del Middlesbrough, papà, anche in quei giorni, cercava di trovarsi una sistemazione per dopo, facendosi un nome come talent scout. L’uomo che papà considerava di più tra i manager di football, Harry Storer, era stato richiamato dalla pensione nel 1955, per aiutare il Derby County, che l’anno prima era stato retrocesso nella vecchia Terza Divisione Nord [che forse in effetti è la vostra vera dimensione, NdT]. Il Derby il sabato dopo giocava a Harlepool, e papà chiamò Storer e gli disse che Brian era il miglior giovane centravanti che avesse mai visto, ma che non lo facevano giocare in prima squadra. Disse a Storer di comprarlo senza indugio. Senza alcun riguardo per le regole della Football League, Storer, papà e Brian si misero d’accordo per incontrarsi al campo dell’Hartlepool: Storer portò papà sul terreno di gioco per parlare. Papà mi raccontò come andò: “era contro le regole incontrare Storer, ma Brian non disse niente: stava lì in piedi, e lasciava che parlassi io”. Fortunatamente per il Middlesbrough, Storer non comprò Brian — e lo rimpianse per sempre — ma certamente questo episodio diede a Brian un’idea di come agisse papà, di come fosse diretto e, in un certo senso, sprezzante delle regole costituite. Stavano molto bene insieme. Anche Brian ricordò di come fosse stato presentato a Storer da mio padre, e di avessero assorbito ogni parola delle sue raccomandazioni, anche se l’affare non si chiuse.

Papà faceva fatica, anche a quei tempi, a tenere le mani lontano dalla sua voglia di essere un manager. Io possiedo una lettera, datata 8 luglio 1957, scritta su carta intestata del Derby County da Mr Storer, indirizzata a mio padre. Egli aveva raccomandato al suo mentore anche un giocatore del Middlesbrough di origini giamaicane, Lindy Delapenha, ma non ricevette una risposta incoraggiante. Mr Storer scrisse:

<i>Caro Peter,

… per quanto il giocatore [Delapenha] mi piaccia molto, sono piuttosto riluttante a prenderlo. Sembra che abbia un’indole naturalmente portata a lamentarsi e a irritarsi, sia durante il gioco, sia riguardo al modo in cui vengono trattati i giocatori. Inoltre, non sono sicuro che rimarrà in Inghilterra tanto da essere un acquisto utile. Un peccato, perché lui e sua moglie non mi dispiacciono. Lei è una ragazza simpatica e sensibile. Telefonami, se ti va. Io sono qui tutti i giorni fino all’una.

Cari saluti, Harry Storer</i>

Due settimane dopo aver quasi firmato per Harry Storer al Derby, Brian fece il suo debutto per il Middlesbrough, contro il Barnsley. Sorprendentemente, considerata la valanga di reti che egli avrebbe segnato negli anni successivi, nel corso della stagione giocò solo nove partite, segnando la miseria di tre reti. Mio padre giocò solo sei partite. Alla fine della stagione, insomma, erano ancora delle riserve.

Ma la strana coppia trovò un sacco di cose da fare per tenersi occupata, durante il periodo in cui non venivano presi in considerazione. Mia madre ricorda: “Dopo aver fatto amicizia, divennero inseparabili. Pete veniva a casa dal lavoro, prendeva il suo tè, e subito si sentiva bussare alla porta. C’era Brian sulla soglia. ‘Pete è in casa?’, diceva. E io rispondevo ‘entra pure Brian, è là di dietro’. E andavano avanti a parlare tutta la sera di football, e all’ora di cena Pete veniva a chiedermi di metter su la padella per friggere le patatine. Brian diceva sempre che le mie patatine erano le più buone che lui avesse mai assaggiato. Era un po’ timido, a quel tempo, a dire il vero. Se stava per uscire da casa nostra e c’erano delle ragazze che se ne uscivano dal loro turno alla John Collier Factory, dall’altra parte della strada, tornava indietro: ‘preferisco non uscire, con tutte quelle ragazze in giro’, diceva.”

Mia madre ricorda anche che, qualche volta, i due ragazzi non si portavano esattamente come dovrebbero fare dei calciatori professionisti. “A tutti e due piaceva un sacco giocare a carte, e Brian aveva un amico che lavorava per la Customs & Excise [più o meno, gli uffici delle finanze, NdT], che insegnava anche in una scuola di bridge, e soleva tenere a casa sua delle vere e proprie sessioni di gioco. Giocavano a bridge, e spesso giocavano davvero fino a notte fonda. Ricordo che una volta mi arrabbiai con Pete perché lui e Brian erano stati fuori tutta la notte a giocare a carte, e era venerdì, e il sabato avrebbero dovuto giocare. Be’, sai? Brian segnò tre reti, quel giorno.”

Ricordo quella casa al 25 di Saltwells Crescent molto bene. Quando papà si trasferì dal Coventry al Boro, andammo direttamente lì dentro, una casetta con tre camere da letto: era una “club house”, una casa di proprietà del club che veniva affittata ai giocatori. Non era proprio bellissima: era l’ultima casa di una terrace, e giusto voltato l’angolo c’era il campo di allenamento del Boro, e, di fronte, la fabbrica di abbigliamento John Collier. Non so se ricordate lo slogan pubblicitario “John Collier, John Collier, la vetrina da guardare”? Ecco, proprio quella. C’era una piccola cucina con un’inquietante barattolo di estratto di malto disgustoso sulla cima di un’alta madia, una cucchiaiata del quale finiva inevitabilmente nella mia gola e in quella di mio fratello Phil ogni mattina, a scopo profilattico e ricostituente, penso. Vicino alla madia c’erano un lavabo di pietra dentro il quale ci lavavamo i capelli ogni domenica, tenendoci pezzuole di flanella bagnata sugli occhi per evitare il contatto con il sapone, molto irritante (contatto che, però, avveniva regolarmente), e una porta che dava su una specie di soggiorno, che era la stanza dove tutti vivevamo quasi sempre. Non ci stava molto, un caminetto, un paio di poltrone, un grande tavolo coperto con una bella tovaglia di cotone rosso, e una piccola televisione nell’angolo. Non avevamo nessun altro mobile, dal momento che non ce lo potevamo permettere. Mi ricordo che mentivo con i miei amici, dicendo loro che avevamo anche una libreria, e questo mi impediva di invitarli, o, quanto meno, di farli passare in soggiorno, perché non volevo che scoprissero le mie bugie.

Ricordo che Brian veniva un sacco a casa nostra. Anzi, se ci penso mi sembra che fosse sempre lì. Me lo ricordo bene, perché spesso ci portava una tavoletta di cioccolato. Mamma, con il suo inimitabile modo di prendere la vita, si trovò subito bene su al nord. Andavamo con il bus, tutti i venerdì pomeriggio, al mercato di Billingham, per comprare le aringhe fresche e un dolce di mele coperto di cocco per papà: “non era facile, perché avevo due bambini piccoli, e Pete era via da casa un sacco di tempo, a causa dei viaggi della squadra, ma la gente di Middlesbrough, e, soprattutto, la famiglia di Brian, mi accolse molto bene. Non mi sono mai sentita un’estranea: i genitori di Brian erano adorabili, e potevo contare su di loro per qualsiasi cosa di cui avessi avuto bisogno”.

Anche se lo staff della squadra era convinto che Brian fosse un ottimo giocatore, e anche se a papà era stato promesso un posto in prima squadra da parte di Bob Dennison, i due avrebbero dovuto aspettare fino al campionato successivo, quello del 1955-56, per diventare titolari fissi della prima squadra del Boro. Alla fine, all’età di 33 anni e dopo 320 presenze, l’esuberante portiere italiano Ugolini andò al Wrexham e papà divenne il titolare del ruolo. Si vede che Bob Dennison aveva visto la luce, perché anche Brian guadagnò un sacrosanto posto da titolare alla guida dell’attacco del Boro. Tra i compagni di papà e di Brian, in quei giorni, c’erano alcuni nomi leggendari del calcio a Middlesbrough: le ali Billy Day e Edwin Holliday, Derek McLean, Joe Scott, e l’imponente e altissimo centrattacco Alan Peacock, che giocò poi anche nel Leeds, nazionale inglese. Tutti loro finirono per apprezzare il talento di papà, anche se lui, con i suoi standard altissimi di valutazione delle prestazioni e del talento, non pensava di essere granché. “Peter era un ottimo portiere, e, certamente, quello dotato di migliori rinvio tra tutti quelli che ho visto giocare a quei tempi”, dice Derek McClean. “Poteva calciare agevolmente molto oltre la linea di metà campo, e, soprattutto, poteva calciare con precisione il pallone proprio sui nostri piedi… a dire il vero, soprattutto su quelli di Cloughie”. Anche Alan Peacock ricorda: “Peter aveva una grande presenza in area. Era grosso, molto diverso da Rolando, che era soprattutto atletico, e si tuffava in continuazione. Peter era più razionale, lavorava molto sulla posizione. Ma quello che ricordo più di Peter era la sua abilità nei rilanci. Lanciava ben oltre la metà campo, con passaggi precisi e illuminanti degni di un grande centrocampista”.

Come ho detto prima, essere un giocatore di calcio negli anni ’50 — gli anni in cui mio padre raggiunge il culmine della sua carriera — era diverso da come è essere un giocatore di calcio ora, come lo era dalla vita su Marte, ma, nonostante tutto, anche allora i giocatori erano in qualche modo speciali. Guadagnavano bene, anche se la differenza tra la loro paga settimanale e la paga settimanale di un normale lavoratore non era così grande da renderli un mondo a parte. Nondimeno, avevano il dono, e la fortuna di poter fare un lavoro per il quale un sacco di ragazzi e di uomini avrebbero potuto uccidere. Vivevano dando calci a un pallone, invece di massacrarsi in una fabbrica o nel pozzo di una miniera, erano amati o odiati da folle enormi ogni sabato, i loro nomi e le loro fotografie erano su tutti i giornali. Certo, nonostante questo statuto speciale derivante dall’essere calciatori professionisti, i giocatori di quei tempi non erano superstar viziate come oggidì molti ragazzi di talento, e è molto interessante ascoltare da quei giocatori del Middlesbrough, un tempo famosi, come fosse, allora, la loro vita.

“Pete passava tutti i giorni da casa mia, a Manitoba Gardens, che era proprio appena girato l’angolo, rispetto a casa sua, a bussarmi alla porta per chiamarmi”, ricorda Billy Day, che ora è un arzillo 73enne, con un piccolo aneddoto da raccontare in qualsiasi occasione. “Attraversavamo Albert Park a piedi, e di solito Brian ci raggiungeva venendo da Valley Road, dalla stessa parte del parco dalla quale abitavamo noi. Poi si univa Eddie Holliday, se si preoccupava di alzarsi in orario, che veniva dall’altra parte del parco, e andavamo tutti insieme verso Ayresome Park. Io e Eddie parlavamo per lo più di snooker, di cavalli e di corse di cani, mentre Pete e Brian parlavano solo di fooball, nient’altro che di football. Erano intossicati dal calcio.”

Alan Peacock, che insieme a Brian Clough formava una coppia d’attacco letale, ricorda: “Dovunque li incontrassi, erano insieme. Quando al venerdì viaggiavamo con il treno per le trasferte, erano sempre seduti insieme. Penso che se avessero potuto, avrebbero preso uno scompartimento solo per loro due e ci si sarebbero chiusi dentro a giocare a domino e a parlare di calcio. Brian e Peter escludevano chiunque altro dalle loro conversazioni. Chiacchieravano in fretta, continuamente e intensamente di calcio. Erano diversi da noi. Certo, noi prendevamo il calcio sul serio, ma nessuno di noi prendeva il calcio seriamente come loro.”

Penso di aver capito chiaramente, dopo tutte le conversazioni che ho avuto con i loro vecchi compagni di squadra, che papà e Brian stavano per lo più per conto loro, e che nessun altro era arrivato a conoscerli bene. Un altro vecchio giocatore della squadra, Joe Scott, dice: “Erano sempre insieme. Penso che Pete stesse pianificando la sua vita futura, stesse facendo i sui calcoli e i suoi progetti. Non fui affatto sorpreso quando Brian prese Peter con lui, quando cominciò a allenare. Sapeva bene che Peter era perfettamente all’altezza.”

In quella prima stagione da titolare, Brian segnò 40 reti, e del Boro si cominciò a dire che giocava un ottimo calcio. Derek McLean ricorda la fame di gol che divorava Brian: “Brian mi diceva: ‘Non mi allargherò sulla fascia e non tornerò dietro a prendere palloni. Non sono pagato per questo. Il mio compito è segnare reti, e è per questo che vengo pagato.’ Si incazzava se qualcuno entrava in area palla al piede: ‘stai facendo confusione, mi stai togliendo lo spazio.’ Se si presentava un’occasione da rete, anche la più improbabile, lui era lì per approfittarne.”

Billy dice ancora: “Eravamo di gran lunga la squadra con il miglior gioco offensivo della divisione, e forse dell’intera Lega. La squadra giocava con due attaccanti puri, e con me e Holliday come ali offensive, e devo dire che stavamo sempre molto alti e esterni. Non sarei mai tornato per contrastare un terzino avversario, né mi sarei quasi mai accentrato per tirare. Nel nostro sistema, i difensori allargavano il gioco su una delle due ali, noi dovevamo superare i terzini avversari e crossarla dietro una volta arrivati sulla linea di fondo. Potevo scommettere che Brian era lì a aspettare, e cercavo sempre di passare la palla verso di lui. Non tirava mai indietro la gamba, anche contro contrasti molto duri. Se era marcato troppo strettamente, dovevo tagliare dentro e metterla appena fuori dall’area di porta, verso Peacock. Certo, se in questo modo Peacock metteva una doppietta, Brian mi teneva il broncio.”

Quando si parla con i giocatori di quel tempo, salta subito all’occhio, e quest’impressione torna continuamente, l’apparente mancanza di un allenamento assiduo sugli schemi, e una mancanza di profondità tattica dal gioco. Quasi tutti i giocatori di quella generazione con cui ho parlato mi dice le stesse cose: non c’erano vere e proprie tattiche, o schemi predefiniti. A quanto sembra, nelle riunioni pre-partita i giocatori si riunivano, veniva detto quello che ci si aspettava da ciascuno di loro, poi uscivano in campo e cercavano di farlo. Magari le cose non erano proprio così semplici, ma sembrerebbe di sì. Ad ogni modo, penso che la verità non si discostasse tanto dalla mia impressione: papà e Brian dicevano sempre che le decisioni su chi avrebbe giocato si prendevano davanti a un caffè caldo, nelle riunioni dopo gli allenamenti, al Rea’s Coffe Bar vicino a Ayresome Park. Probabilmente, lì si decidevano anche le tattiche per la gara.

Un altro aspetto della vita di un calciatore che è cambiato oltre ogni possibilità di riconoscimento è l’allenamento. Derek McLean ricorda la noia assoluta degli allenamenti con un’espressione che riesce ancora a essere triste: “Tutto quello che facevamo era correre intorno al campo, nella pista che circondava il terreno a Ayresome Park. Era tutto lì. Girare, girare, girare, girare, girare. Poi, il venerdì facevamo qualche sprint, giusto per migliorare la velocità. Durante la settimana, toccavamo appena la palla, per lo più per fare qualche seduta di <i>head-tennis</i>. E anche allora bisognava stare molto attenti a non far arrabbiare Wilf, il <i>groundsman</i>. Wilf stava a guardarci tutto il tempo, mentre ci allenavamo, e se qualcuno toccava appena un angolino d’erba mentre correvamo intorno al campo, cominciava a sbraitare: ‘Sta’ fuori da quel cazzo di campo, bigolo!’. Nei giorni della partita, quando si rientrava negli spogliatoi nell’intervallo, si passavano dei guai con Wilf se si erano fatti troppi interventi in scivolata, rovinando l’erba”. Bill ricorda, in particolare, un cazziatone ricevuto da Wilf: “Mi ricordo di una partita in cui il terzino mi stava facendo impazzire, mi seguiva dovunque, e portava un sacco di contrasti, ma ero in grande giornata, e i suoi tackle raramente mi fermavano. Stavo giocando un’ottima partita, e rientrai negli spogliatoi all’intervallo molto fiero di questo. Wilf mi stava aspettando nel tunnel. Mi disse: ‘ma non hai visto in che stato è l’erba della fascia? Non la puoi dar via prima che lui affondi il tackle? Guarda che l’erba la ripaghi tu!’ Mi ricordo che una volta Wilf tornò nel suo capanno per mangiare il pranzo, e scoprì che Eddie Holliday e qualcuno degli altri gli aveva inchiodato i panini al muro. Eravamo una squadra di buffoni.”

Un altro aspetto della vita dei calciatori degli anni ’50 che mi sorprende, ora che i calciatori arrivano al campo di allenamento con le loro Bentley (quando la Porsche è a fare il tagliando), è che quasi nessuno di loro aveva un’automobile. In quella squadra, solo due giocatori avevano l’auto, Lindy Delapenha e Ray Barnard. Per tutti gli altri, il mezzo di trasporto preferito era la locale azienda di trasporti. Brian diceva che lui e papà cercavano sempre di mettersi nei due posti davanti, sui bus locali, in modo da poter mettere i piedi sulla sbarra, e da potersene stare per conto loro. Derek McLean mi ha raccontato una storia che avrebbe fatto scappare un giocatore dell’attuale Premier League lontano un miglio: “Venivo da Brotton, un sobborgo appena fuori Middlesbrough. Non avevo l’auto, a quei tempi, così, per le partite interne, andavo allo stadio sullo stesso bus che prendevano i tifosi del luogo. La cosa buffa che mi ricordo è che all’andata mi facevano sempre sedere, anche se il bus era pienissimo. ‘Dai Derek, siediti, ragazzo’, mi dicevano. Al ritorno, invece, se avevamo perso, nessuno di quei tizi si alzava per farmi sedere.”

Anche Billy ricorda che tornava dallo stadio a piedi, i giorni della partita, verso casa, poche strade più in là, insieme ai tifosi. “Mi dicevano qualcosa, soprattutto se avevo giocato male o se avevamo perso, ma era una cosa che bisognava tenere in conto”.

(1) Rolando Ugolini fu uno storico portiere del Boro, titolare per dieci anni. Nato a Lucca, i suoi genitori, antifascisti, emigrarono a Glasgow quando Rolando aveva due anni, per aprire e gestire un negozio di fish & chips; cresciuto in una squadretta locale, l’Armdale Thistle, divenne un ottimo portiere; passò al Celtic, poi al Boro, dove rimase nove anni, poi al Wrexham, come ricorderà Wendy, poi al Dundee United e al Berwick Rangers, nei quali giocò solo una partita, l’ultima della sua carriera professionale, nel 1963. È ancora vivo, e partecipa tutti gli anni al torneo di golf degli ex giocatori del Middlesbrough. Di carattere molto esuberante e giocoso, diventò presto un idolo per i suoi compagni di squadra e per i tifosi. Lo stesso Brian Clough, che lo ammirava molto, disse che ogni squadra dovrebbe avere un personaggio simile, tra i giocatori, per il bene dello spogliatoio. [NdT]

(2) Brian Clough abbandonò la scuola a 15 anni, senza conseguire alcun diploma, e cominciò subito a lavorare in fabbrica, nel 1950. Una curiosità: la primissima squadra nella quale giocò Brian Clough fu proprio il Billingham Synthonia FC, che allora era la squadra aziendale dell’ICI (Imperial Chemical Industries). Il nome del club deriva dal paesino appena fuori da Middlesbrough nel quale sorge l’impianto, e dal nome di uno dei più famosi prodotti dell’ICI, un fertilizzante (SYNTHetic ammONIA), molto utilizzato anche come componente degli esplosivi bellici durante la guerra. [NdT]

La seconda parte del capitolo parla ancora del rapporto personale che si strinse tra Peter Taylor e Brian Clough in quegli anni, della comune passione politica socialista, e della fine della loro carriera comune a Middlesbrough, interrotta dal passaggio di Taylor al Port Vale e da quello di Clough all’ambiziosissimo Sunderland di quei declinanti anni ’50. Ma questo lo vedremo, come si suol dire, nella prossima puntata.

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