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“Clough’s views devastated Fashanu”

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Justin Fashanu

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Nel 51° anniversario della sua nascita, pubblichiamo un breve ricordo di Justin Fashanu scritto da Roger Haywood, il suo manager, per il Mail. Abbiamo già raccontato da diversi punti di vista la storia di Justin, e abbiamo già avuto occasione di esprimere, nei commenti e nel testo di quei post, la nostra posizione su questa vicenda molto triste. Brian Clough era un tipico esponente della working class inglese che si era formato in politica negli anni ’50, era sinceramente socialista, ma era, indubbiamente, come la stragrande maggioranza dei suoi compagni, quello che in psicologia politica si chiama un “bicognitivo”: molto progressista per quanto riguarda le idee economiche e sociali, molto conservatore per quanto riguarda le idee sulla famiglia e la sessualità.

Era completamente impreparato, come tutti gli Inglesi della sua generazione, a affrontare l’omosessualità, e, soprattutto, l’omosessualità di uno dei suoi ragazzi con altri mezzi che con la sua rudezza di minatore.

Questo non toglie che Justin fosse un essere umano dalla personalità delicatissima, e che anche lui fosse completamente impreparato a affrontare il mondo ostile con altri mezzi che non fosse la sua fragilissima sensibilità. Brian Clough, un uomo nato, cresciuto e vissuto per quasi tutta la sua vita in un mondo nel quale l’omosessualità in Inghilterra non solo era socialmente biasimata, ma era un vero e proprio reato, era solo una parte di quell’ambiente ostile che lo rifiutò e che lo espulse da sé, e Jus, semplicemente, non era in grado di reggere un confronto così impari.

Da questo punto di vista, dunque, le osservazioni di Haywood possono apparire ingiuste, o, meglio, inique nei confronti del nostro manager preferito. Ma, indubbiamente, potrete farvi un’idea migliore della vicenda leggendo i post che abbiamo già dedicato a questo argomento, qui, qui e qui.

Sono ormai 14 anni da che Justin si è tolto la vita, ma continuo a ritenermi, in qualche modo, responsabile della sua fine.

Mi parlò della sua sessualità quando era ancora al Norwich City, e lo fece con quel suo caratteristico modo di fare, discreto e confidenziale.

Non era apertamente gay, ma, come molti teenager, era piuttosto incerto sui suoi orientamenti sessuali. Io non sapevo abbastanza per aiutarlo a attraversare queste difficoltà.

Brian Clough
 Fashanu fu distrutto dai commenti di Brian Clough 

Jus era un ragazzo notevole. Era famoso, bello, si vedeva con un sacco di ragazze durante l’ascesa della sua fama. Ma era confuso perché non era sicuro di sé, era incerto su tantissime cose, ma era una persona amabile.

Dopo che Brian Cl0ugh l’ebbe criticato, al Nottingham Forest, dopo aver saputo che frequentava un gay club, Justin fu devastato, la sua autostima andò davvero in pezzi. Non si preoccupò mai del razzismo, lo accettava e rispondeva mostrando alla gente e ai tifosi che ottimo giocatore di calcio fosse. Ma i commenti di Clough su un altro aspetto della sua esistenza lo privarono completamente di voglia di vivere.

Quando Justin fece outing, nessuno, nel mondo del football, gli fece sentire il suo sostegno, nessuno si alzò per schierarsi con lui spalla contro spalla. Gli spettatori, allora, erano per la stragrande maggioranza maschi bianchi adulti, mentre ora le platee del football sono multiculturali, pieni di uomini, donne e bambini.

Se un giocatore avesse il coraggio di parlare della sua omosessualità, al giorno d’oggi, sono sicuro che creerebbe lo stesso un moderato scandalo, ma sono anche sicuro che, alla lunga, la sua condizione sarebbe accettata socialmente. È triste dirlo senza che Justin sia qui, ma egli non avrebbe mai potuto immaginare come la sua differenza sessuale potesse preoccupare così tanto le altre persone.

Articolo gentilmente segnalato da Muttley74

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“Avrei dovuto cercare di capire”: Justin Fashanu, la versione di Brian Clough

Dopo qualche tempo, concludiamo l’analisi del rapporto molto conflittuale che Brian Clough ebbe con Justin Fashanu, dando conto di un’altra testimonianza diretta dello stesso Cloughie, tratta dalla sua ultima autobiografia.

Brian Clough scrisse due autobiografie: la prima nel 1994, nel momento del suo ritiro, dedicata a Peter Taylor, intitolata semplicemente Autobiography: un testo piuttosto convenzionale, interessante, brillante, ma con molte cose (tra le quali il suo difficile rapporto con l’alcol) lasciate a margine, o completamente ignorate; la seconda, scritta successivamente al trapianto di fegato cui fu sottoposto nel 2002, Walking on water, nella quale, invece, traccia un autoritratto a tratti impietoso, ma, proprio per questo, molto utile a apprezzare le vere qualità del più grande manager che il calcio moderno abbia avuto.

Curiosamente, la prima autobiografia è ancora correntemente pubblicata, e agevolmente reperibile su siti quali Amazon.co.uk, mentre la seconda autobiografia è fuori commercio, e può essere trovata solo su eBay, se si ha un po’ di fortuna, o su siti specializzati in libri usati, quali Abebooks.co.uk, a prezzi tuttora convenienti.

(Invece, il bellissimo libro di Peter Taylor, With Clough, pubblicato nel 1980, è quasi introvabile. Io sono riuscito a procurarmelo su eBay, pagandolo un prezzo inverosimile, di cui mi vergogno di me stesso: quasi 45 euro; anche di quest’ultimo libro, naturalmente, pubblicheremo su questo blog ampi stralci, per ricostruire nel modo più completo possibile, e accampando il maggior numero di voci possibile, la storia eccezionale di quegli anni irripetibili).

Nella sua seconda autobiografia, Clough dedica diverse pagine al caso Fashanu, inserite, significativamente, nel capitolo 15, intitolato I should have tried to understand, “avrei dovuto cercare di capire”, nel quale Brian ripercorre alcuni episodi della sua avventura al City Ground che, in seguito, lo hanno fatto ripensare con un po’ di rammarico al modo in cui le aveva gestite. Riproduciamo integralmente, di seguito, questo capitolo.


Capitolo XV — Avrei dovuto cercare di capire

L’indipendenza e la sicurezza economica che la mia esperienza al Leeds mi lasciò, insieme all’esonero, fu uno dei fattori più importanti delle mie vittorie nel corso dei diciotto anni come manager del Nottingham Forest, vittorie tra le quali annoverare, non ultime, il titolo inglese e le due coppe europee. Quell’esonero significò che io potevo scegliere ogni lavoro volessi, senza alcuna preoccupazione di carattere economico. Potevo seguire il mio istinto, le mie intuizioni, le sensazioni provenienti dal mio stomaco, e fanculo alle conseguenze, se qualcosa fosse dovuta andare male.

[Brian Clough non si dimise, ma fu esonerato dal board del Leeds United dopo 44 giorni di conduzione tecnica; per facilitare il cambio di allenatore, il Leeds riconobbe a Clough un bonus di buonuscita davvero molto alto, per quell’epoca.]

Ma, in effetti, andarono male pochissime cose, naturalmente. Fu un successo in tutti i sensi, una volta che io mi fui insediato, ebbi sistemato le cose, e dato una rinfrescatina a un club in grave decadenza; un club che stava letteralmente morendo in piedi, quando io entrai, come una brezzolina di primavera, nel gennaio del 1975. Il Forest stava annaspando troppo vicino alla parte sbagliata della seconda divisione, con pochi giocatori in rosa che sapessero trattare un pallone con la necessaria proprietà, o colpire la palla di testa adeguatamente; e, vabbè, stendiamo un velo pietoso sulla loro capacità di leggere e interpretare il gioco. È abbastanza significativo, per cercare di capire la situazione in cui si trovava la squadra al mio arrivo, il fatto che John Robertson e Martin O’Neill fossero fuori rosa, messi nella lista di trasferimento. E guardate ora dove sono: stanno facendo grandi cose, insieme, al Celtic. Come cambiano le cose, con il passar del tempo.

[Martin O’Neill guidò il Celtic dal 2000 al 2005, con Robertson come secondo. Portò il Celtic alla finale di Coppa Uefa del 2003, nella quale perse dal Porto di Mourinho per 3-2. Nelle sue cinque stagioni al Celtic Park, O’Neill vinse tre titoli di Lega, tre Coppe di Scozia e una coppa di Lega. Martin e John, dunque, all’epoca della scrittura del libro, erano in carica al Celtic Park.]

L’esperienza al Leeds, insieme a tutti i benefici che portò al mio conto in banca e alla mia pace mentale, diede, però, un colpo feroce al mio ego. L’esonero brucia, non importa quanto sia alta la buonuscita, che serve solo a rendere un po’ più morbida la caduta. Ci volle un po’, prima che io fossi di nuovo capace di camminare sull’acqua, anche se la mia prima partita al Forest fu un replay di FA Cup che disputammo a Tottenham, che vincemmo contro ogni pronostico. Seguì subito una vittoria a Fulham in campionato; ma se il popolo di Nottingham e i tifosi del Forest cominciarono a nutrire, in seguito a questi risultati, la speranza di un miracolo immediato, dovettero subire un rude risveglio. Dal mio insediamento fino alla fine della stagione vincemmo solo tre partite su diciassette, compreso quel replay a White Hart Lane. Fummo maledettamente fortunati a non finire in terza divisione.

Urgeva un processo di ristrutturazione drastico, gente fuori e gente dentro. Non si può bonificare uno stagno rimanendo sul bordo a guardare l’acqua fangosa. Devi disturbarlo, entrarci dentro, eliminare le cause dell’inquinamento e metterci dentro le cose che possano renderlo di nuovo fresco e pulito. Sbattei fuori la merda, e presi dei giocatori che sapessero davvero giocare al calcio al livello di Tony WoodcockIan BowyerO’Neill e Robertson, e del terzino destro Ian Anderson, che erano i nostri giocatori migliori.

Sono le piccole cose, il ricordo di uno o due momenti notevoli che tornano in mente, a dare un senso di calore e di soddisfazione durante i giorni di pioggia quando si è in pensione, quando c’è poco altro da fare che stare seduti a pensare.
Quello di quando tornai a Leeds per ingaggiare di nuovo John O’Hare e John McGovern è un ricordo che ancora riesce a scaldarmi quando il riscaldamento centrale di casa è rotto. I direttori del Leeds non si rendevano conto di che cosa avevano in mano, con quei due. Questo fu il motivo per cui riuscii a prenderli a molto meno di quanto non li avessi pagati quando li avevo comprati per conto del Leeds. Erano facce familiari, e avevano abilità indubitabili. Un manager, soprattutto al Forest, non può permettersi di circondarsi di troppe persone di genuino talento, e questo fu il motivo per cui Jimmy Gordon, allontanato dal Leeds quando fui esonerato io, fu ingaggiato dal Nottingham Forest. Allenatore? Preparatore atletico? Non mi hanno mai interessato molto i titoli. Diciamo pure che era il mio preparatore atletico. Comunque fosse, chiamai Jimmy perché era una persona onesta quanto è lungo il giorno, aveva una profonda conoscenza del gioco, e capiva bene i giocatori. Avevo visto tutte queste cose, quando ero al Middlesborough da ragazzo, dove Jimmy era uno dei leader della prima squadra.

Pensavo che tipo l’ottavo posto non sarebbe stato male, per la mia prima stagione completa di lavoro, ma c’era ancora un importante elemento che mancava. Peter Taylor era rimato a Brighton, scommettendo tutto sulla promozione, ma aveva fallito. Sia per la sua capacità di farmi ridere, sia per la sua mostruosa abilità di individuare un talento, per tutte queste ragioni, per qualsiasi ragione vi venga in mente, in nessun modo il ruolo di Taylor nella rinascita del Nottingham Forest può essere sopravvalutato. Il volo che presi per andarlo a trovare a Maiorca fu certamente il volo più utile che io abbia mai fatto. La sua ritrosia era solo di facciata: io sapevo benissimo che, nonostante tutte le sue pretese di volersi ritirare al mare, sarebbe saltato alla proposta di aiutarmi a guidare il Nottingham Forest, la squadra della sua città, anche se sarebbe rimasto piuttosto lontano dalla spiaggia. E, ancora una volta, non ebbi torto.

I miei ricordi al City Ground sono molti e meravigliosi, a parte quell’orrenda, evitabile ultima stagione. È facile confinare i pensieri dentro i bei tempi, i successi, le sensazioni gratificanti che vengono dai momenti di trionfo. Ma sarebbe disonesto ignorare i momenti che si vorrebbero, invece, dimenticare. Le occasioni in cui, potendo, si agirebbe in modo differente se si potesse ricominciare da capo, quando si guarda indietro e si pensa, tra sé e sé, “vorrei non aver agito in quel modo, in quella situazione”.

Sto pensando a Justin Fashanu. Ho pensato un sacco a Justin Fashanu, negli ultimi quattro anni. Prima, ero solito pensare a lui con rabbia. Ero arrabbiato di aver permesso a Peter Taylor di convincermi che il ragazzo valeva davvero un milione delle sterline del Nottingham Forest, un milione pagato credendo che egli avrebbe potuto essere parte di un’altra grande squadra, dopo quella che aveva vinto le due Coppe europee. Ci eravamo sbagliati: non era la prima volta, non sarebbe stata l’ultima. Avemmo torto a credere che l’attaccante che si fece un nome con il gol dell’anno di “Match of the Day” contro il Liverpool potesse essere parte della nostra squadra, qualunque fosse quella che noi avevamo in mente. Venne fuori che il giocatore era assolutamente senza speranza, ma nel momento in cui divenne assolutamente chiaro, Taylor se n’era andato. Mi aveva chiesto di negoziare il suo ritiro, e uscì dal gioco con una stretta di mano davvero dorata, più di 25.000 sterline, solo per tornare indietro immediatamente, quell’estate dell’82, come manager del Derby, tra tutti i posti possibili proprio il nostro club più speciale, che aveva fatto diversi tentativi senza successo di riprenderci indietro tutti e due, in precedenza.

Pete mi lasciò con un paio di sui protégés davvero scarsi, ma Fashanu era il caso peggiore. Non poteva darci un gol che fosse uno, di qualsiasi forma e in qualsiasi maniera, non parliamo poi di uno che potesse essere considerato il gol della stagione. Non solo mi contrariava: mi faceva proprio incazzare, ogni volta: le incredibili occasioni sbagliate, le scarpette buttate tra il pubblico, tutte le volte che si faceva espellere, per non parlare di tutte le volte che lasciava la sua Jeep in divieto di sosta così tante volte, e aveva così tante multe, che penso che la polizia municipale di Nottingham stesse considerando la possibilità di assegnargli un vigile personale.

Sapete già, probabilmente, la storia del giorno che venne a parlarmi, e che mi confidò: “Ho trovato Dio”. Io gli risposi: “Oh, bene, dovresti andare da lui anche a farti firmare i tuoi assegni”. Era un giovane uomo molto confuso, che probabilmente pensava che unirsi ai Born Again Christians lo avrebbe aiutato a mettere ordine nella sua vita. Io, certamente, non gli fui d’aiuto in questo, non mentre egli non riusciva a fare il lavoro che io volevo che lui facesse dopo aver investito così tanto denaro del Club, e non mentre egli sembrava essere trascinato da un problema evitabilissimo a un altro, spergiurando di essere sincero mentre, invece, diceva bugie dopo bugie.

Io non gli fui d’aiuto quando cominciai a sentire voci a proposito delle sue frequentazioni  regolari di un club che era un noto ritrovo di omosessuali. Non era il fatto che Fashanu fosse gay a preoccuparmi; la sua sessualità in sé non era una preoccupazione. Io fui brutalmente diretto con lui, tuttavia: troppo diretto in una occasione. Gli chiesi dove andasse a comprare un filone di pane, o un taglio di carne, e quando lui mi diede le ovvie risposte, io lo investii con questa domanda: “E allora, perché ti vedono sempre in quel club per culattoni a Nottingham?”. La sua alzata di spalle non fu una risposta, e continuò a essere irritante, assumendo un istruttore religioso e pretendendo l’uso di un massaggiatore personale.

Era un ex puglile, Fash, un ragazzo molto complesso, con un modo di fare affascinante e una personalità gradevole. Se solo fosse stato sincero più spesso, e avesse imparato a guardare in faccia la verità su sé stesso e la sua vita. Sembrava sempre uno che porti troppo bagaglio; nulla poteva mai essere semplice o diretto, con lui, soprattutto quando si trattava di spedire la palla in fondo alla rete. Penso di ricordarmi bene se dico che segnò tre reti in trentun partite di lega, un bel ritorno per un investimento di un milione di sterline.

Il giorno che non gli diedi più una possibilità fu quando arrivò all’allenamento con uno dei suoi amici, il consulente religioso o il massaggiatore. Gli dissi di andarsene. Gi dissi di andarsene dal mio campo di allenamento, e di andarsene dal mio club. Il fatto che io abbia telefonato alla polizia e gli abbia chiesto di venire e di arrestare il mio centravanti è diventata una delle leggende d’ambito calcistico meglio conosciute d’Inghilterra. In verità, io volevo solo che fosse portato via: vennero due poliziotti, e fecero quello che avevo chiesto.
Non sono sicuro che la perdita per il Forest si sia trasformata in un gran guadagno per i nostri vicini del Notts Conty, ma se lo presero loro. Non stette a lungo nemmeno lì. Ma noi l’avremmo guardato dall’altra parte del Trent, e questo era tutto quello che mi importava.
Certo, non se ne andò in maniera così spettacolare come fece una volta in Spagna: divideva la sua stanza con Viv Anderson, e, svegliandosi di soprassalto da un incubo, si precipitò come un missile fuori dalla stanza, dimenticandosi di aprire la porta, lasciandola come una di quelle che si vedono nei cartoni di Tom e Jerry. Solo che non era il mondo delle favole, successe davvero.

Nulla di ciò — il modo di vita non ortodosso, il talento sprecato, se poi davvero c’era talento, da qualche parte, o la sessualità che cercò di nascondere così a lungo — mi aveva tuttavia preparato a quello che lessi nei titoli di cronaca nell’estate del 1998, che davano conto della terribile solitaria morte di Justin Fashanu. Fu trovato impiccato in un garage chiuso a chiave nell’East End di Londra. La notizia mi sconvolse. Quando senti di un ragazzo che si toglie la vita in circostanze squallide come questa, un ragazzo con il quale un tempo avevi lavorato, e del quale eri responsabile, devi per forza guardare indietro e chiederti se non avresti potuto fare in modo che le cose andassero diversamente. Io ora so che avrei dovuto cercare di di trattare con Fashanu in modo differente, certo con più compassione e comprensione.

Non ne mostrai molta, il giorno che lo feci portar via dal campo di allenamento da due dei più esili ufficiali di polizia in forza a Nottingham. Erano così piccoli, che mi sorpresi che si fossero offerti per entrare in polizia. Quando Fashanu, all’inizio, si rifiutò di andar via, ricorsi a una tattica che era stata usata infinite volte contro di me, quando ero un giocatore: gli diedi un calcio nel polpaccio. Ora, dovete sapere che quando vi danno un calcio nel polpaccio, la gamba vi si piega un po’. “Se non te ne vai da questo campo di allenamento”, gli gridai, “ti do un calcio anche sull’altro polpaccio, e ti faccio diventare alto come questi due poliziotti”.

Era tipico di me, a quel tempo, ma ne avevo più che abbastanza di un tizio che aveva negato la verità su sé stesso fino al punto di dichiarare che stava per sposarsi. Aveva persino portato una ragazza da Londra. Era davvero sconvolgente.

“Mi piacerebbe che lei conoscesse la mia ragazza”, mi disse, e aggiunse: “le ho chiesto di sposarmi”.

Andai a incontrarla perché farlo era un elemento essenziale del mio lavoro di manager — ero solito incoraggiare le ragazze che stavano intorno al campo di gioco a relazioni stabili, perché non ho mai trovato niente di più benefico per un calciatore che una vita domestica soddisfacente e stabile. Lo dicevo sempre, e incoraggiavo i giovani giocatori a sposarsi, a sistemarsi, e li avvertivo sempre: “non lasciate passare troppo tempo prima di fare dei figli”.

La presunta fidanzata di Fashanu era piccolina, con zigomi alti, una vera bellezza. Avrebbe fatto sembrare Elizabeth Taylor una specie di Dracula, messa accanto a lei. Capii che era tutto un imbroglio, un trucco, o almeno, lo pensai allora, e lo penso tuttora. Era il modo in cui Fashanu cercava di convincermi che non era gay. Ecco il punto fino al quale era arrivato a prendermi in giro.

A meno che gli esseri umani non vengano a patti con quello che sono, sono destinati a soffrire periodi molto lunghi di solitudine e di frustrazione. Non osano distruggere la loro immagine pubblica, quella che vogliono trasmettere di sé. Cominciano a diventare due persone. Sono quello che sono dentro di sé, ma quando aprono la porta di casa e fanno il primo passo fuori diventano quello che vogliono che gli altri credano che siano.

Pensandoci bene, non credo di aver fatto male a parlare con lui della sua sessualità, ma avrei dovuto affrontare il tema più discretamente. Lo feci di fronte agli altri giocatori, di fronte a tutti quelli che erano al campo quel giorno, e questo fu davvero scortese, nei suoi confronti. Barbara [la moglie di Cloughie] mi criticò aspramente per questo, dicendomi a muso duro che se queste erano le sue inclinazioni, be’, quelli erano affari suoi, era la sua vita. Che aveva tutto il diritto di essere ciò e chi volesse. Barbara non poteva accettare che io avessi fatto della sua vita privata una materia di pubblica discussione.

Non fui sorpreso che lui, alla fin fine, sia andato negli Stati Uniti. Non posso dire di essere rimasto particolarmente sorpreso nemmeno del fatto che il suo nome fosse stato collegato con un processo per molestie sessuali a un ragazzo di diciassette anni. Io non so se egli fosse ricercato dalla polizia americana, ma sono sicuro che Justin avrebbe potuto dover passare un lungo perido dietro le sbarre, se fosse stato riconosciuto colpevole, laggiù, di violenza sessuale. A quanto ho capito, la sua nota di suicidio comprendeva anche la proclamazione della sua innocenza. Non sapremo mai la verità su questo caso: solo che tornò in tutta fretta in Inghilterra e si tolse la vita.

Se n’era andato dalla mia moltissimi anni prima, naturalmente. E era uscito anche dai miei pensieri, perché io dovevo occuparmi di cercare di mandare avanti un club di calcio, e questo è un compito più che sufficiente per assorbire i pensieri di un essere umano. Ma, voglio dire, togliersi la vita; a portarlo a questo dev’essere stata una combinazione terribile tra disperazione, paura e solitudine. Qualunque cosa fosse, era una cosa con la quale lui non poteva più convivere. Forse non era abbastanza coraggioso. Forse avrebbe dovuto dichiararsi molto tempo prima, fare “coming out”, come si dice ora; facile per me dirlo, ma capisco come sarebbe potuto essere maledettamente difficile per lui farlo, soprattutto per il fatto che era un calciatore professionista, e un calciatore professionista a quei tempi.

Quando io vengo rimproverato dalla mia cara moglie a proposito del trattamento che inflissi a Fashanu, mi trovo a essere d’accordo con la maggior parte delle cose che dice, ma mi sento anche di aver avuto un piccolo pezzetto di ragione, non fosse altro che per il fatto che lui aveva cercato di prendermi in giro, e che io avevo visto attraverso la sua finzione. Dopo la sua morte, la mia tristezza nacque dal fatto che io avrei potuto capire meglio di quanto non abbia cercato di farlo quando lui era con me al Forest, e dal fatto che forse avrei potuto aiutarlo. Avevo delle responsabilità nei suoi confronti, perché era sotto la mia giurisdizione, ero il manager del suo club, e, invece, non gli diedi nulla.


A me queste pagine paiono un bel ritratto di Brian Clough, piuttosto che di Justin Fashanu. Certamente un uomo d’altri tempi (per esempio, il fatto di rinfacciare a Fashanu le sue frequentazioni di “locali da culattoni” di fronte a tutti gli altri appaiono oggi difficili da accettare, e, probabilmente, lo erano anche allora, a giudicare dalla reazione di Barbara), ma, essenzialmente, un uomo leale che cercava lealtà, che aveva per la trasparenza nei rapporti una venerazione quasi feticistica.
Non poteva accettare di essere preso in giro, perché non poteva lavorare con una persona della quale non si poteva fidare ciecamente.
Nel corso di questo capitolo, sono continui i riferimenti alle bugie, ai make-believe costruiti da Fashanu per distogliere il Gaffer del Forest dalla vera natura dei suoi problemi e della sua infelicità. E una tale architettura di sfiducia e di diffidenza Clough non la poteva accettare da nessuno.

Questo non valse solo per Fashanu, naturalmente: valse anche, e soprattutto, per il suo più grande amico e collaboratore. Anche con Peter Taylor il rapporto si ruppe perché venne a mancare la fiducia in lui, nella sua dedizione e nella sua amicizia incondizionata. Proprio alla rottura del rapporto con Taylor, con letture tratte dalle biografie e dalle autobiografie migliori a nostra disposizione (aspettando, nel frattempo, anche quella della figlia del grande talent scout di Nottingham), dedicheremo le prossime puntate di questa saga straordinaria.

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Provided you don’t kiss me — Brian Clough e Justin Fashanu

Torniamo al bellissimo libro di Duncan Hamilton, Provided you don’t kiss me (Provided you don’t kiss me – Twenty years with Brian Cloug, Fourth Estate, London 2009).

Non so se l’ho già detto, ma questo libro non è una “biografia lineare” di Brian Clough. Piuttosto, è una raccolta di saggi monografici, ognuno dedicato a un aspetto della personalità del Gaffer, scritta da un giornalista che seguì il Forest per tutti gli anni del management di Brian, per conto del Nottingham Evening Post.

Hamilton dedica un intero capitolo al rapporto tra Brian Clough e i suoi giocatori: un capitolo intitolato, significativamente, Wrestling Sigmund Freud. Hamilton aveva uno sguardo privilegiato, per quanto riguarda il sistema di interazioni tra i giocatori dei Reds e il loro manager, dal momento che aveva accesso sl secondo più importante “spazio privato” all’interno del quale  vengono messe in scena le dinamiche relazionali che governano l’andamento di una squadra, dopo lo spogliatoio: il pullman della squadra.

Duncan Hamilton non ha mai preso la patente, e avrebbe dovuto, di conseguenza, seguire la squadra in trasferta utilizzando i mezzi pubblici. Ma, proprio nella sua prima stagione di cronista al seguito del Forest, in occasione di un August Bank Holiday, ricorrenza in occasione della quale la frequenza dei mezzi pubblici è molto ridotta, Hamilton chiese a Clough il grande favore di poter sfruttare il “coach” del Forest per la trasferta.

(“Coach”, la parola inglese per “pullman”, o anche “carrozza ferroviaria”, ha la stessa radice — una parola ungherese — dell’italiano “cocchio”, e dello spagnolo “coche”: come verbo fu subito utilizzato nel significato di “condurre”, e poi anche “preparare”, e, di conseguenza, utilizzato nuovamente come sostantivo nel senso di “preparatore”).

Duncan Hamilton era molto titubante, nel fare questa richiesta, perché sapeva come Clough (al pari di tutti gli allenatori) fosse gelosissimo degli spazi privati della propria squadra, e, soprattutto, come fosse timoroso che un giornalista potesse vedere — e pubblicare — cose che, invece, non dovrebbero uscire da tali spazi. Nondimeno, Hamilton sapeva che Clough da una parte lo stava prendendo in simpatia (anche Duncan era figlio di un minatore, e orgoglioso di tale origine), dall’altra provava nei suoi confronti una specie di istinto protettivo, causato dalla sua giovane età e dalla forte balbuzie dalla quale Hamilton è affetto, e dall’altra ancora che sarebbe stato impietosito dal fatto che non possedesse una patente, e che al giovane reporter sarebbe stato ben difficile, in quel giorno di vacanza, seguire la squadra altrimenti.

Ci pensò su per un momento, poi acconsentì alla mia richiesta, ma a una condizione: «Devi venire con noi sul pullman in tutte le trasferte. Ne perdi una, sei fuori. Questo mi sembra un patto leale».

Naturalmente, Duncan accettò ben volentieri. Questa, appunto, fu un’ottima occasione per guardare Brian al lavoro (“allenare una squadra significa, anche, sapere gestire i tempi morti. Non si può credere quanto del tempo di un giocatore professionista sia passato sulla strada, o a aspettare qualcosa”) e, soprattutto, per vedere come trattava i “casi” dei suoi giocatori.

Clough era molto fiero della sua capacità di cogliere, nei suoi giocatori, soprattutto nei loro atteggiamenti e in quello che ora si definirebbe “linguaggio del corpo” problemi, difficoltà, o, all’inverso, la disponibilità a dare tutto in una particolare partita o in un particolare periodo. Era un teorico del rapporto individuale con il giocatore, tanto quanto, invece, odiava e trovava inutili i discorsi motivazionali rivolti a tutto il gruppo. Secondo Hamilton, il maggiore dei “segreti” del successo di Clough stava proprio nel rapporto con i giocatori, nel misto di paura e di rispetto che incuteva anche nei giocatori con una buona carriera internazionale.

Nel primo colloquio con i nuovi arrivati, come prima cosa il manager del Forest chiedeva quale fosse il loro vizio principale: in genere, uno delle tre “B” che affliggevano, ai tempi d’oro, la maggior parte dei giocatori professionisti britannici: “birds, booze, betting”, ragazze, alcol o scommesse.

Tanto lo scoprirei lo stesso, prima o poi. Una volta che lo so, posso cominciare a lavorare. Se a uno piace scommettere, sto attento a quanti soldi ha, se comincia a chiederne in giro. Se gli piacciono troppo le ragazze, posso passare la notte tardi davanti a casa sua per vedere cosa succede, se gli piace bere, durante gli allenamenti gli parlo molto da vicino in modo da sentire il suo alito… la gestione di una squadra è anche questo.

Appunto: vizi da anni cinquanta per un allenatore con una testa da anni cinquanta, come abbiamo avuto modo di dire nel post precedente. Ma vediamo, ora, che cosa ci dice Duncan Hamilton, in questo capitolo fondamentale del suo libro, a proposito del rapporto di Brian Clough con Justin Fashanu.

Clough aveva molta difficoltà avere a che fare con chiunque non rientrasse nel profilo stereotipico di un tipico giocatore di calcio. Questo fu, certamente, il caso di Justin Fashanu, il primo [e unico] giocatore professionista di calcio apertamente gay della Gran Bretagna; un ragazzo la cui facciata di strafottente autostima nascondeva un carattere incerto e vulnerabile, bisognoso molto più di supporto che di critiche e di conflitti.

Fuori dal campo, Fashanu vestiva in un modo che Clough riteneva intollerabilmente stravagante, con abiti e gioielli molto vistosi. “Se vuole mettersi in mostra”, diceva Clough, “perché non lo fa su un campo di gioco?”.

Fashanu era affascinante, molto educato, dotato di una intelligenza lucida e brillante, anche se per nulla accademica; partecipava alle sfilate di moda, e aveva anche inciso un disco.

“È uno svitato del cazzo [he’s got a fucking screw loose], è un pazzo, e dice un sacco di palle”, fu il verdetto definitivo di Clough, amareggiato per il fatto che Peter Taylor non avesse fatto abbastanza bene i compiti a casa, prima di pensare di acquistarlo. Egli fu sempre assolutamente categorico, in proposito: “Ogni volta che qualcuno nomina Justin Fashanu in mia presenza, io dico solo una cosa: non l’ho comprato io. Il suo acquisto non ha nulla a che fare con me. La persona che lo comprò non fece bene il suo lavoro. Abbiamo ingaggiato un idiota”.

Fashanu era talmente terrorizzato da Clough, che gli si spezzava il respiro e sudava come una fontana ogni volta che il Gaffer gli rivolgeva la parola: “È il modo in cui mi guarda”, mi avrebbe confidato una volta. “Come se ogni volta stesse per farmi un cazziatone terrificante. Non gli piaccio, e non gli piacerò mai”. Cominciò a andarsene in giro per Nottingham fin quasi al mattino. Una volta suonò a casa mia alle 2:30 del mattino, e quasi mi scongiurò: “Non è che il vostro giornale può farmi passare in qualche modo al Notts County? A me piace Nottingham, ma non voglio stare al Forest, non con lui”.

Clough aveva già avuto a che fare con giocatori pieni di problemi matrimoniali, o di problemi di coppia di ogni tipo, dall’infedeltà ai litigi cruenti. Aveva fatto passare innumerevoli sbronze a un sacco di uomini già cresciuti. Aveva aiutato molti giocatori a uscire dalla spirale senza fine dei debiti di gioco: Colin Todd lo ringraziò pubblicamente, per questo. Ma non era abituato a giocatori che andassero in quelli che lui definiva “ritrovi per culattoni”. Il fatto che Fashanu fosse gay, e poi anche un Born-again Christian, rese la sua situazione al Forest insostenibile, almeno finché c’era Clough. Clough non aveva soluzioni pratiche alle questioni sollevate dalla sessualità e dalla fede religiosa di Fashanu. Non sapeva letteralmente come gestire nessuna delle due. 

Negli anni successivi, Clough avrebbe pensato spesso alla notte di maggio in cui il Forest divenne campione d’Europa per la seconda volta consecutiva, e ai possibili motivi per i quali il club, in seguito, cominciò a declinare. Al momento esatto in cui ciò era avvenuto. Dopo il suo ritiro, arrivò alla conclusione, parlando una volta con me, che il periodo decisivo per le successive fortune del club fosse stato quello tra l’estate e l’autunno del 1980, e la pubblicazione del libro di Peter Taylor sulla loro esperienza insieme. Da quel momento in poi, disse, il rapporto di fiducia che li legava andò in pezzi.
Ma l’ingaggio di Fashanu, dodici mesi più tardi, ebbe anch’esso un effetto profondo. Finì quello che il libro aveva cominciato a fare. Clough si trovò in grave imbarazzo di fronte a quel trasferimento, e, soprattutto, di fronte alla necessità di difenderlo: cosa che, alla fine, non si preoccupò più di fare.

Quando il Forest, con grande sollievo di Clough, alla fine trasferì Fashanu al Notts County per 100.000 sterline, un membro del board chiese al manager se si rendesse conto di quanto fosse costato al Forest tutto quell’affare. “Sono affranto, e mi assumo ogni responsabilità”, rispose. Clough era abituato a “discussioni uomo a uomo, a avere a che fare sinceramente a carte scoperte sul cazzo di tavolo su ogni cosa”. Aveva avuto a che fare con Burns, con Lloyd, con Gemmill, ciascuno dei quali si sarebbe azzuffato come un cane cui si cerchi di togliere l’osso, pur di  avere la meglio in una discussione. “Ma”, disse, “io non ho potuto far nulla di questo, con Fashanu. Se gli dicevo ‘buongiorno’ si metteva a piangere. Era uno scricciolino di ventun anni, che aveva così tanti problemi personali che un intero plotone di agony aunts* non avrebbe potuto cominciare a lavorare a un decimo di essi. Ehi, sono un manager di calcio, non uno strizzacervelli. Non potevo parlargli, perché non avevo la minima idea di che cosa avrei potuto dirgli che facesse la minima differenza. Magari lì per lì sarà potuto sembrare a qualcuno che valesse un milione di sterline, ma certo non valeva un milione di sterline”.

Con Fashanu terrorizzato da Clough, e con Clough privo di alcuna fiducia nel talento di Fahanu, e sempre ansioso e imbarazzato, i due non poterono mai nemmeno cominciare a comunicare. La relazione tra il manager e il giocatore degradò in un conflitto latente ma potenzialmente esplosivo. Lo stato di confunsione emotiva di Fashanu peggiorò rapidamente. Quando si chiamò fuori da una partita tre quarti d’ora prima del fischio di inizio, adducendo come scusa di non essere abbastanza pronto fisicamente, Clough gli diede una specie di schiaffo sul lato della testa.
Chi sa che cosa sarebbe potuto succedere se Fashanu avesse reagito? Quando si fece di nuovo vivo all’allenamento, dopo che Clough gli aveva detto esplicitamente di starsene alla larga, fu chiamata la polizia, e Fashanu fu scortato fuori dal City Ground. “È un piagnone assurdo”, disse Clough. “Non riesco a immaginare come avrebbe potuto fare a cavarsela a Middlesbrough negli anni ’50”.

La cosa più triste è che, alla fin fine, Fashanu non se la cavò neanche nei rilassati anni ’90. Si impiccò in un garage chiuso a chiave dall’interno a Shoreditch, nel maggio del 1998. Nel suo messaggio di suicidio si poteva leggere: “Io spero che il Gesù che amo mi accolga in un posto dove io possa finalmente trovare pace”. Un diciassettenne, in Maryland, aveva accusato Fashanu di violenza sessuale. Fashanu aveva creduto che la polizia in America avesse un mandato di cattura per lui.
Nell’udienza sul suo caso, istruita quattro mesi più tardi, fu chiaro che non esisteva nulla di simile, e l’accusa si rivelò infondata. Ricordo di aver ascoltato la notizia del suo suicidio alla radio. L’ultima volta che l’avevo visto era stato a Brighton, quando, dopo un match, lui passò al press-box, elegante come sempre, e sorridente. Chiacchierammo per un quarto d’ora. Era quasi esuberante, quella sera, e sembrava veramente, genuinamente contento. E è questa l’immagine di lui che mi piace conservare per quando penso a lui.

* Le agony aunts sono, nel parlare colloquiale, le persone che rispondono alla posta del cuore nelle riviste o nei giornali.

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The dark side of BC.

Prima o poi bisognerà pur parlarne. Meglio prima, che così poi ci dedichiamo solo alle coppe che ha vinto, e a tutte le cose meravigliose che ha fatto al beautiful game.

La carriera di Brian Clough non è stata tutta rose e fiori. Non solo per il fatto dell’alcolismo, ma anche, e direi soprattutto, per alcune sue durezze, che appaiono intollerabili ai nostri occhi abituati a una placida e tollerante post-modernità. In questo e nei prossimi post, parleremo di quella forse più grave, certo di quella più celebre, quella che, forse, ha cominciato a distruggere la vita di un altro essere umano.

Clough era, in tutto e per tutto, un uomo della working class, con la testa di un minatore socialista degli anni ’50: questo voleva dire un grande tensione verso la giustizia sociale (nell’84, durante le marce dei minatori contro la Thatcher, si univa spessissimo ai figli e ai nipoti dei compagni di lavoro del padre), un grande amore per la schiettezza dei modi, una grande generosità, il convinto antirazzismo, la consapevolezza di essere un privilegiato (anche se i suoi stipendi furono sempre un paio di ordini di grandezza inferiori a quelli di certi deficienti arruffoni che allenano squadre di prestigio in prime divisioni europee) e di dovere, quindi, aiutare come possibile il proprio prossimo; voleva dire un grande amore verso il proprio mondo, la coscienza di non doverlo mai tradire, e la volontà che non lo tradissero nemmeno i propri giocatori.

Ma una testa così significava, anche, per essere benevoli, una grande rigidità di pensiero nei confronti di certi temi che la modernità cominciò a sottoporgli a partire dagli anni ottanta.

Poteva un minatore degli anni ’50 concepire l’idea che un calciatore fosse apertamente (o nascostamente, se è per quello) omosessuale? Ve lo immaginate uno con la testa da minatore degli anni ’50 che dica a uno dei ragazzi della sua squadra “ah, sei gay? Ah, ok, perfetto, potevi dirlo prima… mi sarei risparmiato quelle velate battute vagamente sessiste o, Dio non voglia, apparentemente omofobe che ogni tanto, purtroppo, mi sfuggono… Cribbio, mi dispiace proprio, a volte sono un elefante in una cristalleria… Gesù, dai, perdonami. Ehi, perché non porti il tuo ragazzo, al pub, la prossima volta? Ci facciamo una partita a freccette tutti insieme”.

No, eh? No, infatti.

Gli appassionati di calcio inglese che hanno più o meno la mia età (anche qualche anno meno, ma senza esagerare), quelli che sono passati, insomma, attraverso l’esperienza mistica di Football Please condotto da Michele Plastino, lo conoscono benissimo. Era il ragazzo nero della sigla iniziale, quello con la maglietta gialla e i calzoncini verdi che segnava un gol assurdamente bello al Liverpool, e poi camminava verso il centrocampo alzando il ditino con la stessa aria di chi abbia centrato il cestino con la palletta di carta in una sfida con la collega di stanza, in una giornata particolarmente noiosa in ufficio. Fu il BBC Goal of the Season per il 1980:

Justin Fashanu sarebbe potuto, probabilmente, diventare un ottimo calciatore, se la cattiveria e l’incomprensione degli uomini non si fossero messe di traverso, o se lui avesse avuto un carattere differente, simile a quello di molti suoi colleghi calciatori, che hanno attraversato e attraversano quel mondo in silenzio, senza farsi notare, come si conviene tra persone dabbene.

Una storia — non certo insolita nel calcio — di infanzia difficile alle spalle: nato in una famiglia di origine nigeriana, fu affidato a una istituzione caritatevole alla separazione dei genitori, la mitica casa del dottor Barnardo, e poi, all’età di sei anni, affidato a una famiglia di Norfolk.

Una gioventù piena di sport: calcio, naturalmente, ma, soprattutto, pugilato, lo sport che amava di più, e nel quale, forse, era più forte.

Però, cominciò a giocare al calcio, nel Norwich City, la squadra con la maglietta gialla e i pantaloncini verdi del filmato, nel 1978.

Nell’estate del 1981, il Forest vende Trevor Francis al Manchester City per un milione e duecentomila sterline, per diversi motivi, come vedremo poi: il più importante di essi, i continui infortuni che afflissero la permanenza di Trevor fra i Reds. Quando Peter Taylor pensò al suo sostituto, probabilmente gli tornò in mente quel gol fantastico, e fece arrivare Justin al Forest: Fashanu fu il primo giocatore nero pagato un milione di sterline.

“Jus, quando vuoi una forma di pane, dove vai?”.
“Dal panettiere, coach”.
“Ok. E quando vuoi un cosciotto d’agnello?”.
“Dal macellaio”.
“Perfetto. Allora mi sapresti dire quale altro motivo c’è per continuare a andare in quei cazzo di club per culattoni
[bloody poofs’ club]?”.

Certo, il motivo era quello, e era un motivo che Brian Clough non poteva tollerare. Essere la città più piccola a aver mai vinto la Coppa dei Campioni può essere affascinante come aneddoto, ma per un nero londinese gay che non desidera nascondere le sue preferenze sessuali, la piccolezza e la provincialità mineraria della città possono diventare un inferno, se hai un allenatore come Brian Clough.

Justin era letteralmente terrorizzato dal Gaffer: incrociare il suo sguardo era diventato un incubo, riusciva a sentire il suo disprezzo anche (soprattutto) dal silenzio, e il suo rendimento divenne scandaloso.
Non finì nemmeno il suo primo al Forest: finì in prestito al Southampton, e alla fine della stagione fu venduto al Notts County (Justin aveva espresso il desiderio di rimanere a Nottingham, nonostante tutto), per poco più di centomila sterline.

Una catastrofe esistenziale per Fashanu. La sua sensibilità e la sua fragilità di carattere fecero sì che l’ostilità di Clough spezzasse per sempre la sua capacità di giocare a alto livello, anche se Justin era un ottimo giocatore, allo stesso modo in cui la guida di Clough era stata capace di portare Birtles a vincere la Coppa dei Campioni, anche se Garry era un piastrellista. In nessun caso si rimane indenni, se un simile schiacciasassi emotivo decide di fare qualcosa di noi.

E quell’episodio fu anche una catastrofe finanziaria per il Forest: aver buttato nel cesso in quel modo i soldi di Francis, senza avere più le entrate delle competizioni europee, segnò, indubbiamente, l’inizio del vero declino.

Fashanu continuò a giocare cambiando innumerevoli squadre, tra Inghilterra e Stati Uniti, due partite qua, dieci là, e si suicidò nel marzo del 1998, in seguito a un’accusa rivoltagli per violenza sessuale nei confronti di un ragazzo ancora minorenne, nel Maryland, dove gli atti di omosessualità erano ancora un reato. Nel suo messaggio di morte, rivendicò la sua innocenza, e ribadì di non aver mai avuto rapporti sessuali se non con partner completamente consenzienti. Dopo il suicidio, la polizia affermò che non avrebbe portato avanti l’accusa, per l’assoluta mancanza di evidenti elementi di colpevolezza.

A dire il vero, se le responsabilità di Clough nella parabola esistenziale di Fashanu sono grandi, non dobbiamo sottovalutare il ruolo che probabilmente ha avuto, nella sua rovina, l’ostilità di un mondo profondamente omofobo come quello del calcio professionistico, che si trovò, per la prima e unica volta nella sua storia, di fronte a un gay dichiarato: un’ostilità meno ruspante e meno esplicita di quella di Clough, ma che dev’essere stata ugualmente terribile.

A tutt’oggi, infatti, Justin Fashanu è l’unico giocatore professionista di calcio europeo della storia a avere fatto outing, e è, per questo, uno dei 500 eroi del movimento Gay contenuti nel Pink Paper: e questo, Clough o non Clough, vorrà pur dire qualcosa.

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