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La prima follia di Sven Goran, ovvero l’eroe dimenticato dell’Inghilterra

Per Brian Clough era "titolare fisso" nella squadra ideale dei migliori tra tutti i giocatori che aveva allenato; guidò la difesa inglese — annullando, tra gli altri, Van Basten e Klinsmann — nel miglior mondiale dell'Inghilterra dopo il 1966, e fu nominato miglior difensore del torneo, oltre che considerato quasi unanimemente il miglior difensore del mondo;  è stato giudicato il miglior difensore inglese dell'era moderna in un sondaggio fatto su internet tra tifosi e appassionati; eppure, quando si parla della crisi dei difensori inglesi, della scarsa qualità che riescono a esprimere, si citano sempre Tony Adams e Terry Butcher come esempi dei "tempi d'oro", e mai lui.

Cerchiamo di rendere giustizia di questa dimenticanza dedicando un paio di articoli al più forte difensore centrale che il Forest abbia mai avuto, insieme, probabilmente, a Kenny Burns: ladies and gentlemen, from Hackney, London, Deeeeeees Walker!

Cominciamo dando conto di una singolare ma acuta analisi fatta da un giornalista inglese su Squidoo, che imputa a Sven Goran Eriksson, che impose l'acquisto del difensore alla sua squadra di allora, la Sampdoria, la rovina della carriera internazionale di Walker.

È singolare come la storia ricordi con più gentilezza certi giocatori invece di certi altri.

I nomi di Tony Adams e di Terry Butcher vengono tirati fuori continuamente nelle discussioni sulle grandi nazionali inglesi dell'età moderna, mentre Des Walker, a loro contemporaneo e di gran lunga superiore, viene generalmente ignorato da molti appassionati.

Non bisogna dimenticare che Walker, durante un cero periodo della sua carriera — certamente durante i suoi fasti a cavallo tra gli anni '80 e gli anni '90 — fu considerato il più forte centrale del mondo, una fama che nessun altro difensore inglese aveva avuto sin dai tempi di Bobby Moore, e che nessuno ha raggiunto in seguito.

Può darsi che fosse per il suo carattere riservato, restio a concedersi ai media; può darsi che fosse perché non ha mai giocato per i club più "sexy", quelli di Londra e quelli del nordovest dell'Inghilterra; può darsi, soprattutto, che sia stato perché è stato reso improvvisamente un ex giocatore dell'Inghilterra dall'insensato abuso perpetrato ai suoi danni da un viscido Dongiovanni svedese, che avrebbe, tra l'altro, causato ulteriore vasto danno, in seguito, alla nazionale dei Tre Leoni.

Qualunque sia la ragione della sua sottovalutazione, questo articolo è un tributo a Des Walker, il miglior difensore inglese dell'era moderna.


C'erano una volta, non tanto tempo fa, i difensori inglesi, che rispondevano quasi tutti allo stereotipo del giocatore "carne e patate": un piatto molto semplice e sostanzioso.

Pensate a Phil Thompson, pensate a Terry Butcher, pensate ai due Dave Watson. O pensate a Alvin Martin, a Mark Wright, a Tony Adams… sono sicuro che, a questo punto, vi sarete fatti un'idea.

Ottimi giocatori da squadra di club, tutti d'un pezzo. Forti, risoluti, possenti nel gioco aereo, e con una sorta di mantra interiore tutto "sangue e fegato" davvero ammirevole. Ma, detto tutto il bene che si possa dire di loro, va aggiunto anche che ciascuno di essi era lento, troppo "verticale" nel suo gioco, e, come conseguenza, orribilmente soggetto a figuracce quando messi a confronto con i migliori attaccanti del mondo.

L'abbiamo visto ai mondiali del 1986, quando Maradona fece sembrare il nostro duo difensivo, Butcher e Fenwick, una coppia di orrendi pezzi di legno, quando girò loro intorno senza rallentare nemmeno il passo, nella strada per andare a segnare il suo "gol del secolo" nei quarti di finale.
E l'abbiamo visto ancora più nitidamente a Euro '88, quando l'attaccante dell'Olanda, Marco Van Basten, prese in giro con una mano sola la nostra linea difensiva boscaiola formata da Tony Adams e Mark Wright, mettendo a segno senza sforzo una memorabile tripletta.

Fortunatamente per l'Inghilterra, c'era in rampa di lancio un valoroso purosangue che si sarebbe mostrato la soluzione a questo problema. Un londinese schivo, freddo, riflessivo, dal nome di Des Walker. E perfino Van Basten sarebbe incocciato in questo ostacolo insuperabile, lungo la sua strada.

Walker non è stato un ragazzo prodigio. Fu rilasciato alla fine dell'accademia dal suo club giovanile, il Tottenham Hotspurs, e fu preso in carica dal Nottingham Forest. Anche in questo club la sua strada per la prima squadra non fu rapidissima, visto che Brian Clough, suo grande mentore, lo utilizzò all'inizio come terzino di riserva, per impiegarlo come difensore centrale solo a partire dalla stagione 1985-86, quando Des aveva ormai 21 anni.

Nei successivi cinque anni, Walker si affermò come probabilmente il migliore e più popolare giocatore della storia del Forest. Un colosso difensivo dotato di corsa da gazzella e di straordinario vigore atletico, che aiutò in maniera decisiva il Forest a tornare tra i primi quattro club d'Inghilterra.

Ma Walker non era solo il suo straordinario passo: poteva leggere in maniera brillante il gioco di una partita, aveva un temperamento freddo e inscalfibile alle provocazioni, era capace di contrastare con precisione chirurgica. La sua capacità di recupero era talmente prodigiosa che, pur giocando da difensore centrale, gli veniva richiesto di coprire tutta la parte destra del campo, e di fungere da vero e proprio paracadute per i compagni in difficoltà; e, nella convinzione di stare cantando le lodi di un giocatore superiore a qualunque attaccante nel quale il Forest potesse imbattersi, "you'll never beat Des Walker" divenne il coro più frequentato dai tifosi Reds. E, più spesso che no, era un coro perfettamente rispondente al vero.

Dopo il disastro di Euro '88, l'Inghilterra si trovò nella necessità di cercare un'altra direzione, e la convocazione di Des Walker fu la naturale conseguenza della voglia di rinnovamento. Des divenne rapidamente una delle prime scelte nel team-sheet di Brian Robson, e giocò un ruolo determinante nel conquistare ai Bianchi la qualificazione al mondiale del 1990, sempre in tandem con il solido e affidabile Terry Butcher nel cuore della difesa. Butcher si sarà anche guadagnato i titoli di testa dei tabloid con la sua maschera di sangue durante la partita decisiva dell'Inghilterra giocata contro la Svezia a Stoccolma, ma fu Walker il vero eroe della serata, con una prestazione a dir poco monumentale.

È un peccato che la campagna inglese a Italia '90 sia ricordata soprattutto come l'incoronazione definitiva di Paul Gascoigne, perché — anche se Gazza indubbiamente sciorinò momenti di grande gioco — nessuno può mettere in dubbio che sia stato Des Walker la vera stella del torneo inglese.

Anche se giocò sempre patendo le conseguenze di una botta fortissima, gentile omaggio di un takle crudo e codardo di John Aldrige nell'1 a 1 di apertura contro la Repubblica d'Irlanda, Walker giocò in maniera imperiosa ogni singolo minuto delle sette partite dell'Inghilterra, alla fine delle quali ai Bianchi fu crudelmente negato l'accesso in finale dalla sconfitta ai rigori contro la Germania.

Perfino considerando il suo impeccabile standard di gioco di quel periodo, che gli consentì di annullare il centravanti tedesco Jurgen Klinsmann in semifinale, Walker probabilmente giocò la partita della sua vita nella partita del gruppo di qualificazione contro l'Olanda, quando cancellò dal campo la nemesi inglese Van Basten, come al formidabile centravanti non era mai capitato nel corso della sua carriera internazionale.

Il maestro olandese, il terrore delle difese mondiali, semplicemente non tirò un solo calcio al pallone. Non poté mai superare Walker, non poté intimidirlo, e non poté nemmeno superarlo in velocità. Fu una masterclass sull'arte di difendere, un contrasto davvero stridente con quanto era avvenuto solo due anni prima.

Walker non giocò mai meglio di quanto non fece durante quel mese d'estate del 1990, quando sembrava davvero che nessuno avrebbe mai potuto superare Des Walker. Il torneo non vide difensore migliore di lui, e Walker cominciò a essere — giustamente — considerato il miglior difensore del mondo. Fu nominato nella mitica "squadra ideale" del torneo dalla FIFA, e, per la prima volta nella storia, i migliori club della Serie A cominciarono a far lampeggiare il loro libretto degli assegni di fronte agli occhi di un difensore inglese!

Walker rimase al Forest per altre due stagioni — abbastanza per conoscere la sofferenza crudele di realizzare un auto-gol decisivo contro gli Spurs nella finale di FA Cup del 1991, e per segnare il suo unico gol in una partita ufficiale (su oltre 700 presenze) contro il Luton Town, nel New Year's Day Match del 1992.

Durante tutto questo tempo, Walker rimase la pietra angolare della difesa dell'Inghilterra sotto la disastrosa direzione di Graham Taylor, e fu uno dei pochi giocatori a salvarsi dall'ignominia durante Euro '92, tanto da essere ingaggiato proprio appena dopo la fine del torneo da una delle maggiori squadre della Serie A di allora, la Sampdoria, per un corrispettivo a prezzo di saldo, un milione e mezzo di sterline, a causa di una clausola contenuta nel suo contratto.

Aveva 25 anni, era ancora lontano dal suo picco di rendimento, e, dato che la Serie A era l'unico palcoscenico che contava davvero, allora, a livello internazionale, tutto faceva pensare che Walker avrebbe potuto cementare il suo posto tra i grandi difensori centrali di tutti i tempi. Ma no. In qualche modo, la carriera di Walker prese una direzione sbagliata, da questo punto in poi, e bisogna davvero ringraziare la follia tattica di un allenatore svedese relativamente sconosciuto, Sven Goran Eriksson, per questo.

Per ragioni che solo lui potrebbe — forse — spiegare, Eriksson decise ridicolmente di utilizzare un difensore centrale destro di piede come terzino sinistro. Un ruolo che non era assolutamente nelle sue corde, e che Walker, quando firmò per la Sampdoria, certamente non pensava di dover ricoprire; e Des divenne improvvisamente sperduto, insicuro, confuso e, soprattutto, per la prima volta nella sua carriera, inviso ai tifosi.

L'aspetto più triste dell'incubo italiano di Walker fu il suo repentino calo di forma con la maglia della nazionale inglese, e non aiutò di certo il fatto che la squadra fosse speditamente diretta verso l'abisso, in un tentativo patetico e balbettante di qualificarsi per la Coppa del Mondo del 1994. Walker soffrì anche il fatto di essere l'ultimo uomo di una squadra allo sbando, e la sua prestazione fu francamente orribile, soprattutto nelle partite decisive contro l'Olanda e la Norvegia. L'Inghilterra non riuscì a qualificarsi, e, anche se nessuno, allora, avrebbe potuto immaginarlo, la carriera internazionale di Des Walker terminò, a soli 27 anni.

Lo Sheffield Wednesday lo pagò 2,7 milioni di sterline per portarlo indetro dall'Italia, e, per otto stagioni, divenne per gli Owls quello che era stato per il Forest: il miglior difensore centrale nella storia del club. Anche se non era più così veloce, era, tuttavia, veloce più che abbastanza, e la sua lettura del gioco si era fatta via via più affilata con il passar del tempo: insomma, in un club avviato ormai inesorabilmente verso il declino era un vero e proprio gigante.

Anche se Walker non era più così forte come prima di passare per il tritacarne di Eriksson, è davvero ridicolo il fatto che non gli sia stata più concessa una possibilità con la maglia dell'Inghilterra, quando, all'epoca, Terry Venables era solito distribuire caps in maniera imbarazzante, come se fossero confetti di nozze, e quando, soprattutto, raccolse sotto i Tre Leoni una vera e propria armata Brancaleone di difensori, compresi tizi come Neil Ruddock, John Scales, Colin Cooper, David Unsworth e Steve Howey.

Continuò a prestare i suoi servigi allo Wednesday fino ai suoi trenta inoltrati, giocando più di 300 partite, e, alla fine, andò a trascorrere gli ultimi spiccioli di carriera, con grande eleganza, là dove era cominciata, nella sua casa spirituale, il City Ground: aiutò il Forest a raggiungere i play-off della Championship nel 2003, e nel 2005 gli fu garantito un meritatissimo testimonial, la partita d'addio con la quale si tributa ai grandi giocatori inglesi che si ritirano. Secondo lo stile del giocatore, l'incasso fu devoluto in beneficenza, senza alcuna fanfara.

E così, come dovremmo ricordare Des Walker?

Il test supremo, per la grandezza di un giocatore di calcio, è la Coppa del Mondo, e è un test che la maggior parte dei nostri cosiddetti grandi giocatori ha sempre fallito. Non così Des Walker. Nel 1990, fu il migliore tra i migliori, un difensore del 21° secolo che giocava alla dine del 20°, anni avanti rispetto ai suoi tempi.

Oggi Walker sarebbe un giocatore da 30 milioni di sterline, e sarebbe titolare inamovibile dell'Inghilterra. Rio Ferdinand, John Terry e il resto dei difensori attuali hanno le loro qualità, e i loro fan, ma, francamente, non c'è un altro Des Walker.

I tifosi del Forest, con i loro canti, avevano ragione: anche se solo per una sola breve stagione, you could never beat Des Walker.

Ecco. Non so a voi, ma a me i pezzi sulla storia del football, e sulla storia del Forest e dei suoi eroi in particolare, non piacciono se non hanno un sano fondo di commozione e di patetismo, e questo mi sembra che ne abbia a sfare.
A questo punto, dando appuntamento a un prossimo post nel quale tracceremo con più precisione le vicende dell'avventura di Walker al City Ground, vi lascio in compagnia delle immagini del testimonial di cui l'articolo che vi ho tradotto sopra ha parlato nella sua conclusione, con il pubblico del Trent End che canta al suo eroe "you'll never beat Des Walker".

Io non so se avremo più un difensore forte come Des: so solo che, se mai ce l'avremo, vorrà dire che saremo tornati a essere davvero grandi.

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Da Gerd Müller a Thomas Müller, i miei primi quarant’anni di eliminazioni inglesi.

Questo è un sito sulQuesto è un sito sul Forest e su Brian Clough, ma non si può ignorare i Mondiali di calcio, e la prova terribile offerta dalla nazionale di Capello, la peggiore edizione dei Bianchi che abbia visto partecipare a una fase finale di Coppa del Mondo.

Questo è un sito sul Forest e su Brian Clough, ma non si possono ignorare completamente i Mondiali di calcio, e la prova terribile offerta dalla nazionale di Capello, la peggiore edizione dei Bianchi che io abbia mai visto partecipare a una fase finale di Coppa del Mondo.
Per l’occasione, da tifoso acquisito dei Tre Leoni (e quindi, come ogni convertito che si rispetti, particolarmente integralista), vorrei provare a dare un voto alle eliminazioni dell’Inghilterra dai mondiali che ho vissuto, da una a sei stelline, a seconda della minore e o maggiore delusione che ho provato.

1970: ✩˜†
Sarò sincero, non mi ricordo nulla della partita tra Germania Ovest e Inghilterra. Tutto quello che so di quella partita l’ho imparato dopo. Avevo cinque anni e mezzo, e cara grazia che i miei mi facevano star su a vedere le partite dell’Italia, che invece mi ricordo abbastanza bene. Furono gli unici mondiali in cui il mio tifo per l’Italia fu totale e incondizionato, anche perché giocavano insieme i miei due giocatori italiani preferiti di tutti i tempi, Boninsegna e Mazzola, e dell’Inghilterra penso non mi importasse nulla.
1974: ˜†˜†
Qui già stavo formando una decisa anglofilia, ma l’eliminazione dell’Inghilterra da parte della Polonia avvenne durante le qualificazioni, che si svolgevano, come tutto allora, in maniera molto soffice, senza alcuna immagine televisiva e, dunque, senza tanta sofferenza. In più, girava la leggenda della superumana partita di Tomaszewski a Wembley, che sembrava avesse parato anche i piselli tirati dai tifosi con la cerbottana, e questa cosa faceva anche quasi simpatia.
1978: ˜†
Fu una grande sofferenza, perché si trattò di uno scontro diretto con l’Italia durante le qualificazioni, e, quindi, la Rai fece vedere tutte le partite dell’Inghilterra o in diretta o in ampia sintesi. La mia classe era divisa tra olandesisti e italianisti, e nella sfida in qualificazione tra Italia e Inghilterra solo un paio di olandesisti di confessione neo-liverpooliana appoggiavano tiepidamente la mia posizione di tifo per i Tre Leoni, ma senza esporsi apertamente. Fummo eliminati per differenza reti, perché il portiere finlandese contro di noi fece i miracoli, e contro l’Italia prese un giorno di vacanza. Di quel girone di qualificazione ricordo benissimo tutto, ma, in particolare, la partita di Keegan a Wembley, quando vidi per l’unica volta in vita mia Tardelli non sapere davvero che pesci prendere per fermarlo, e mi ricordo benissimo anche che l’ultima giornata del girone, il giorno decisivo di Italia-Lussemburgo, che mi misi davanti alla TV con la flebile speranza, naturalmente illusoria, che il Granducato riuscisse a strappare il pareggio-qualificazione. Prima della partita, in una sorta di rito sciamanico propoziatorio, avevo giocato un Italia-Lussemburgo a Subbuteo con un mio amico italianista (io tenevo il Lussemburgo, naturalmente), e avevo vinto agevolmente per 3-0; lo stesso risultato con cui vinse l’Italia, privandoci della qualificazione per l’Argentina.
1982: ˜†
Quella squadra mi piaceva molto. Ero un po’ deluso per lo scarso impiego di giocatori del Forest, ma, oggettivamente, eravamo già in via di smantellamento, Greenwood convocò diversi giocatori dei Reds campioni d’Europa, ma Trevor Francis era già finito al Birmingham, e Tony Woodcock era già al Colonia. Solo Viv Anderson, tra i giocatori ancora al City Ground, giocò titolare. Se mi dovessero chiedere, direi che il 1982 è una vera e propria occasione mancata. Nelle qualificazioni surclassammo la Francia, e nel gironcino dominammo sia con la Germania che con la Spagna, ma, con un Francis come al solito a mezzo servizio per un infortunio al solito tendine, tirammo fuori solo due 0-0 che ci condannarono a un’eliminazione da imbattuti.
1986: ˜†
Avrebbe dovuto essere il nostro mondiale, perché eravamo i più forti. Mano o non mano di Dio, perché cacchio lasciare fuori John Barnes???
1990: 
L’unica volta nella mia storia di tifoso dell’Inghilterra che ero davvero convinto che avremmo potuto farcela, ma sin dall’inizio. Inoltre, avevamo una difesa marcata Forest, con Des Walker e Stuart Psycho Pearce. Girone iniziale rognosissimo vinto contro la Repubblica, l’Olanda e l’Egitto, poi turni a eliminazione in constante crescita, Belgio Camerun e Germania, con una partita bellissima da parte nostra, persa, come tutti sanno, ai rigori, con in più l’amarezza dell’errore di Pearce. Fu la volta che Lineker coniò la mitica definizione “il calcio è un gioco che si gioca in undici e dove alla fine vincono i tedeschi”. In più, perdemmo anche il terzo posto per un gol clamorosamente in fuori-gioco dell’Italia, ma è un ricordo vago e potrei sbagliarmi.
1994: 
Mi ricordavo benissimo che non c’eravamo, ma ho dovuto andare a riguardare su internet il motivo per cui non ci eravamo qualificati per USA 94: fummo eliminati da Norvegia e Olanda. Era un periodo difficile, per me, quello; senz’altro lì per lì ci rimasi male, ma non me lo ricordo proprio, quindi anche qui metto una sola stellina.
1998: 
Quel mondiale non l’avremmo mai potuto vincere in tutta la storia del calcio, perché dopo l’Argentina avremmo dovuto giocare in fila contro l’Olanda, il Brasile e la Francia, ma la partita contro l’albiceleste è stata, a mia memoria, la più bella e appassionante partita dell’Inghilterra in una fase finale dei mondiali, e alla fine ci rimasi davvero molto male (e devo dire che anche quei mondiali, nella mia memoria, sono stati quelli più belli, tecnicamente, dal 1974 in poi).
2002: 
Un altro mondiale buttato nel cesso, ma se perdi così da pirla, un po’ viene da dire “vabbè ma allora te lo meriti”.
2006: 
La vidi al bar; praticamente, quei mondiali li vissi al bar, perché non conoscevo nessuno che aveva Sky, e nella partita contro il Portogallo rivissi il mio isolamento adolescenziale, con tutti gli italioti del bar animati da fieri sentimenti anti-inglesi. Mi ricordo Hargreaves, un po’ in ombra fino a lì, assurgere a dimensione titanica dopo l’espulsione di Rooney (per lui questo è il secondo mondiale a secco, a proposito…) e cercare di battere da solo il Portogallo, sfiorando più volte l’impresa. Uscii dal bar prima dei rigori, per evitare gli sfottò degli italioti anti-inglesi che avevano via via preso a odiarmi, perché tanto ero sicuro che avremmo perso.
2010: ✩1/2
Non l’ho ancora detto, ma io non ho una grande passione per il calcio delle nazionali: mi piacciono i mondiali e gli europei come mi piacevano Giochi senza Frontiere, anche se sono sempre stato convinto che siano, essenzialmente, una baracconata di regime in cui vengono messi in scena con grande precisione i rapporti di potere all’interno della FIFA. Insomma, non ho per le nazionali lo stesso grado di coinvolgimento acritico che nutro per le mie squadre di club preferite. Per appassionarmi, una squadra nazionale deve giocare bene, e questa Inghilterra qui è stata veramente uno schifo. Ho messo una pallina e mezzo, perché l’unica volta che ne ho messa una era quando non ero a conoscenza né dell’Inghilterra né della sua eliminazione, o quando non me la ricordavo proprio, ma, certamente, retrospettivamente mi dispiace molto di più per l’eliminazione del 1970 che per questa.
Io non ho una grande passione per il calcio delle nazionali: mi piacciono i mondiali e gli europei come mi piacevano Giochi senza Frontiere, anche se sono sempre stato convinto che siano, essenzialmente, una baracconata di regime in cui vengono messi in scena con grande precisione i rapporti di potere all’interno della FIFA. Per appassionarmi, una squadra nazionale deve giocare molto bene, e questa Inghilterra qui è stata veramente uno schifo. Ho messo una pallina e mezzo, perché l’unica volta che ne ho messa una era quando non ero a conoscenza né dell’Inghilterra né della sua eliminazione o non me la ricordavo, ma, certamente, retrospettivamente mi dispiace molto di più per l’eliminazione del 1970 che per questa. Forest e su Brian Clough, ma non si può ignorare i Mondiali di calcio, e la prova terribile offerta dalla nazionale di Capello, la peggiore edizione dei Bianchi che abbia visto partecipare a una fase finale di Coppa del Mondo.
Per l’occasione, vorrei provare a dare un voto alle eliminazioni dell’Inghilterra dai mondiali che ho vissuto, da una a sei stelline, a seconda della minore e o maggiore delusione che ho provato.
1970: ☆
Sarò sincero, non mi ricordo nulla della partita tra Germania Ovest e Inghilterra. Tutto quello che so di quella partita l’ho imparato dopo. Avevo cinque anni e mezzo, e cara grazia che i miei mi facevano star su a vedere le partite dell’Italia, che invece mi ricordo abbastanza bene. Furono gli unici mondiali in cui il mio tifo per l’Italia fu totale e incondizionato, anche perché giocavano insieme i miei due giocatori italiani preferiti di tutti i tempi, Boninsegna e Mazzola, e dell’Inghilterra penso non mi importasse nulla.
1974: ☆☆
Qui già stavo formando una decisa anglofilia, ma l’eliminazione dell’Inghilterra da parte della Polonia avvenne durante le qualificazioni, che si svolgevano, come tutto allora, in maniera molto soffice, senza alcuna immagine televisiva e, dunque, senza tanta sofferenza. In più, girava la leggenda della superumana partita di Tomaszewski a Wembley, che sembrava avesse parato anche i piselli tirati dai tifosi con la cerbottana, che faceva anche quasi simpatia.
1978: ☆☆☆☆☆
Fu una grande sofferenza, perché si trattò di uno scontro diretto con l’Italia durante le qualificazioni, e, quindi, la Rai fece vedere tutte le partite dell’Inghilterra o in diretta o in ampia sintesi. La mia classe era divisa tra olandesisti e italianisti, e nella sfida in qualificazione tra Italia e Inghilterra solo un paio di olandesisti di confessione neo-liverpooliana appoggiavano tiepidamente la mia posizione di tifo per i Tre Leoni, ma senza esporsi apertamente. Fummo eliminati per differenza reti, perché il portiere finlandese contro di noi fece i miracoli, e contro l’Italia prese un giorno di vacanza. Nonostante questo, mi ricordo benissimo che mi misi davanti alla TV il giorno decisivo di Italia-Lussemburgo ancora con la speranza, naturalmente illusoria, che il Granducato riuscisse a strappare il pareggio-qualificazione, dopo aver giocato un Italia-Lussemburgo a Subbuteo con un mio amico italianista (io tenevo il Lussemburgo, naturalmente), e averlo vinto agevolmente per 3-0.
1982: ☆☆☆☆
Quella squadra mi piaceva molto. Ero delusissimo per lo scarso impiego di giocatori del Forest, ma, oggettivamente, eravamo già in calo, Francis era già al Birmingham e Woodcock già al Colonia. Solo Anderson giocò titolare. Se mi dovessero chiedere, direi che il 1982 è una vera e propria occasione mancata. Nelle qualificazioni surclassammo la Francia, e nel gironcino dominammo sia con la Germania che con la Spagna, ma, con un Francis come al solito a mezzo servizio per un infortunio al solito tendine, tirammo fuori solo due 0-0 che ci condannarono a un’eliminazione da imbattuti.
1986: ☆☆☆☆☆
Avrebbe dovuto essere il nostro mondiale, perché eravamo i più forti. Mano o non mano di Dio, perché cacchio lasciare fuori John Barnes???
1990: ☆☆☆☆☆☆
L’unica volta nella mia storia di tifoso dell’Inghilterra che ero davvero convinto che avremmo potuto farcela, ma sin dall’inizio. Inoltre, avevamo una difesa marcata Forest, con Des Walker e Psycho Pearce. Girone iniziale rognosissimo, poi turni a eliminazione in constante crescita, Belgio Camerun e Germania, con una partita bellissima da parte nostra, persa, come tutti sanno, ai rigori, con in più l’amarezza dell’errore di Pearce. Fu la volta che Lineker coniò la mitica definizione “il calcio è un gioco che si gioca in undici e dove alla fine vincono i tedeschi”. In più, perdemmo anche il terzo posto per un gol clamorosamente in fuori-gioco dell’Italia, ma è un ricordo vago e potrei sbagliarmi.
1994: ☆
Mi ricordavo benissimo che non c’eravamo, ma ho dovuto andare a riguardare su internet il motivo per cui non ci eravamo qualificati per USA 94: fummo eliminati da Norvegia e Olanda. Era un periodo difficile, per me, quello; senz’altro lì per lì ci rimasi male, ma non me lo ricordo proprio, quindi anche qui metto una sola stellina.
1998: ☆☆☆☆☆
Quel mondiale non l’avremmo mai potuto vincere in tutta la storia del calcio, perché dopo l’Argentina avremmo dovuto giocare in fila contro l’Olanda, il Brasile e la Francia, ma la partita contro l’albiceleste è stata, a mia memoria, la più bella e appassionante partita dell’Inghilterra in una fase finale dei mondiali, e alla fine ci rimasi davvero molto male (e devo dire che anche quei mondiali, nella mia memoria, sono stati quelli più belli, tecnicamente, dal 1974 in poi).
2002: ☆☆☆
Un altro mondiale buttato nel cesso, ma se perdi così da pirla, un po’ viene da dire “vabbè ma allora te lo meriti”.
2006: ☆☆☆☆
La vidi al bar, praticamente quei mondiali li vissi al bar perché non conoscevo nessuno che aveva Sky, e nella partita contro il Portogallo rivissi il mio isolamento adolescenziale, con tutti gli italioti del bar animati da fieri sentimenti anti-inglesi. Mi ricordo Hargreaves, un po’ in ombra fino a lì, assurgere a dimensione titanica dopo l’espulsione di Rooney (per lui questo è il secondo mondiale a secco, a proposito…) e cercare di battere da solo il Portogallo, sfiorando più volte l’impresa. Uscii dal bar prima dei rigori, per evitare gli sfottò degli italioti anti-inglesi che avevano via via preso a odiarmi, perché tanto ero sicuro che avremmo perso.
2010: ☆½
Io non ho una grande passione per il calcio delle nazionali: mi piacciono i mondiali e gli europei come mi piacevano Giochi senza Frontiere, anche se sono sempre stato convinto che siano, essenzialmente, una baracconata di regime in cui vengono messi in scena con grande precisione i rapporti di potere all’interno della FIFA. Per appassionarmi, una squadra nazionale deve giocare molto bene, e questa Inghilterra qui è stata veramente uno schifo. Ho messo una pallina e mezzo, perché l’unica volta che ne ho messa una era quando non ero a conoscenza né dell’Inghilterra né della sua eliminazione o non me la ricordavo, ma, certamente, retrospettivamente mi dispiace molto di più per l’eliminazione del 1970 che per questa.

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