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Il senso di Brian per gli sbarbi.

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Lo so, abbiamo battuto il Cardiff City, e martedì giocheremo contro il Blackpool, quindi l’attualità dovrebbe prevalere sulla nostalgia. Ma è un po’ che non pubblico un articolo sui vecchi tempi, e le domeniche di ottobre sono molto adatte al ricordo. Domani commenterò la bella prova contro i Bluebirds, ma prima beccatevi questo.

Io lo devo dire: del periodo di Clough al Forest amo soprattutto le storie del periodo di mezzo. Perché sono quelle che conosco meno: erano i tempi in cui il calcio inglese era quasi completamente oscurato dalla già scarna informazione sportiva italiana, per via del rancore post-Heysel e del bando che privava delle squadre inglesi l’unico palcoscenico allora minimamente fruibile per televisione, le coppe europee.

E anche perché dalla metà degli anni ’80 alla fine del decennio è stato il periodo in cui, forse, ho seguito meno il calcio in vita mia. Erano anni di altre scoperte, di altre esplorazioni, della sopravvenente maturità: guardavo qualche partita alla tele, ma senza tanta passione. Anche la mia passione per il Forest — così come quella per l’Inter — si era molto indebolita. Se capitava, guardavo i risultati, ma nulla di più.

Per questo motivo, quasi tutte le storie che parlano di quel periodo sono nuove anche per me. È un po’ come guardare delle puntate che non si sono mai viste di una serie televisiva o di un cartone che ci piaceva quando eravamo piccoli: si riconoscono alcuni personaggi, si vede che qualche altro personaggio a cui ci si era affezionati non c’è più, e si rimpiange anche, un po’, l’ingenuità di quegli anni, di quelle narrazioni, e della meraviglia che provavano quei noi stessi di allora di fronte a quei racconti.

Da questo punto di vista, una fonte inesauribile di meravigliati rimpianti è il bellissimo All life’s a game, di Trevor Frecknall, il libro di un altro giornalista sportivo del Nottingham Evening Post. È forse meno bello di quel vero e proprio capolavoro che è Provided you don’t kiss me, di Duncan Hamilton, suo collega, ma è più ricco di fatti, e, soprattutto, riesce a raccontare il Nottingham Forest e Brian Clough inserendo le vicende del manager e della società nel contesto sociale e economico del Nottinghamshire di quegli anni, gli anni della de-industrializzazione e della crisi che cominciava a colpire le due più importanti industrie della città delle Midlands, la Raleigh e la John Player Special. Voglio dire, ora chi se ne frega del contesto sociale e economico, arriva uno zozzone pieno di soldi da qualche buco di culo del mondo in qualche altro buco di culo del mondo (calcisticamente o anche non calcisticamente parlando) ancora peggiore e ci impianta su una squadra della madonna in quattro e quattr’otto: ma allora, prima degli agenti e dei PR, una squadra era diretta emanazione della sua comunità di appartenenza, e ne accompagnava spesso, a volte precedendole, a volte essendone preceduta, le fortune sociali e commerciali.

Frecknall era meno intimo di Clough di quanto non lo fosse Hamilton, anche se ci parlava spesso, pare anche con una certa confidenza; proprio per questo il suo libro si sofferma più di quanto non faccia quello del suo collega su personaggi secondari, anche marginali, della storia del club.

Quella che volevo raccontarvi oggi viene proprio da quel periodo “oscuro”, la fine degli anni ’80. È una delle stagioni più tristi della storia del Forest, se non la più triste in assoluto, e è la storia di tre di questi “personaggi secondari”: si tratta di tre ragazzi delle giovanili e delle loro alterne fortune. È un racconto che mostra quale fosse il rapporto di Brian Clough con i ragazzi del Forest: il Gaffer era un misto tra un insegnante, un sergente maggiore e un padre, e aveva con i ragazzini che bazzicavano la squadra un rapporto molto più stretto e profondo di quanto — immagino — non abbiano adesso con loro i manager dei grandi club della EPL (perché sì, allora il Forest era un grande club della Prima Divisione inglese). Ecco, posso immaginare, forse, che Ferguson tratti — a volte — con i ragazzi dell’accademia nel modo in cui lo faceva Clough, ma le dimensioni del Man U di adesso e quelle del Forest di allora non sono paragonabili, e non penso che sir Alex abbia tutto il tempo che aveva sir Brian per guardare ai vivai; e, comunque sia, si tratta sempre di un manager della vecchia scuola, che incontrò Clough sul campo, che lo conosceva e che lo rispettava.

Il titolo del capitolo è Is the non-shaver strong enough?, ovvero, Lo sbarbatello è abbastanza forte?

È la domanda che si è fatto, prima o poi, qualsiasi allenatore di prima squadra assistendo alle imprese di qualche sgallettato delle giovanili di fronte ai pari grado, e immaginandoselo affrontare qualche terzino pelato ultratrentenne assetato di sangue che sa che il rinnovo del suo magro contratto e gli ultimi spiccioli che riuscirà a spremere dalla sua faticosa carriera passano anche da quanto poco riuscirà a far giocare l’esuberante esordiente. Il brutto e il meraviglioso, del calcio così come della sua meno articolata metafora, la vita, è che nessuno può dirlo, prima. La differenza tra Brian Clough, anche di un Brian Clough in quella che alcuni identificano già come la sua fase calante, e un allenatore normale è che, di solito, Brian Clough riusciva a indovinarlo prima, e che quando pensava di sì, non aveva paura di mettere alla prova le sue convinzioni.

Ladies and Gentlemen, from Nottingham, East Midlands, Trevor Frecknall!

Per trascinarmi fuori dall’ufficio durante gli inverni nei quali era Hamilton [Duncan Hamilton, l’autore di Provided… del quale abbiamo parlato sopra, che era subentrato a Frecknall nel seguire le partite del NFFC] a seguire fedelmente le sorti del Forest, andavo spesso a seguire le partite di qualche A-team dei dintorni al sabato mattina, per scriverne uno scarno report da pubblicare il giorno dopo. Gli A-team, in sostanza, erano le squadre giovanili, la parata delle speranze dei club della lega; gli apprendisti diciottenni che durante una partita lottavano per trasformare i loro sogni adolescenziali in adulte realtà con molta più forza e passione di quante non ne avessi messe io in una vita passata sul bordo del campo.

I ragazzi del Mansfield Town, per esempio, giocavano su un campetto esposto e battuto dal vento di una scuola del villaggio di Edwinstowe il cui groundsman, venni poi a sapere, era Johnny Franks, che era stato l’opening bowler sinistro per la squadra di cricket delle scuole del Nottinghamshire Under 15 nella quale avevo giocato anch’io nel 1960. Lui andò avanti con il cricket, tanto da ottenere un provino al Trent Bridge per un posto della squadra della Contea per il Championship, ma, incredibilmente, fu scartato dal comitato quando i commissari si resero conto che era balbuziente. Immaginatevi, dunque, la sua gioia quando poi, molti anni dopo, nel 1996, suo figlio Paul si guadagnò un posto nella stessa squadra della Contea.

Il Notts County, invece, non aveva un luogo fisso per le sue partite nella Midland Intermediate League. A proposito, mi ricordo che una volta il grande manager del County, Jimmy Sirrell, mi raccontò che la parte più difficile del suo lavoro era proprio mettersi seduto accanto a un ragazzino alla fine di una stagione agonistica, guardarlo negli occhi e dirgli “ragazzo, mi dispiace molto…”. Il manager-che-non-parlava-mai mi spiegò: “È come dire a un ragazzo che ha una malattia mortale, perché se un ragazzo è arrivato fin lì è perché il suo unico sogno è quello di giocare al calcio e di essere un calciatore. E tu stai per uccidere quello che ha di più caro: la sua ambizione”.

E, anche se Brian Clough non mi disse mai nulla di simile, condivideva questo sentimento. Steve Stone è la prova tangibile di ciò.
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Steve Stone Nottingham Forest
Difficile riconoscere in questo signore precocemente invecchiato Steve Stone, il ragazzino di cui si parla nell’articolo.

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Nonostante i suoi difficilmente dissimulabili doposbornia, e nonostante il mantra che ripeteva continuamente, “voglio controllare tutto al club, da chi lava le magliette in su”, se il Forest giocava in casa il sabato pomeriggio, Clough, alla mattina, non si perdeva una partita dell’A-team. Compariva invariabilmente a un certo punto a bordo campo con il suo golden labrador, Del Boy, alle calcagna, per veder giocare i teen-ager. In quelle occasioni, anche il genitore più orgoglioso del frutto dei propri lombi distoglieva l’attenzione dal campo di gioco per guardare il Gaffer pattugliare il bordocampo guardando tranquillamente quello che succedeva sul terreno di gioco.

Per quanto riguarda Stone, gli vide solo calciare qualche pallone, nelle giovanili, prima dell’incidente. Stone era nato in Scozia nel 1971, in un paesino chiamato Knockentiber, ma era cresciuto nel Nordest dell’Inghilterra. Si era rotto malamente una gamba prima di riuscire a entrare stabilmente nella routine dell’A-team e dell’Accademia: allenamento alla mattina, pranzo al Jubilee Club (il bar convenzionato con la squadra, quello dei supporter), in modo da poter dare un occhio alla dieta, rifinitura con la prima squadra al pomeriggio, e vita nelle terrace-house di proprietà della squadra che sul dietro davano sulla parte di Bridgford End che finisce al City Ground.

Fu mandato a casa per recuperare dall’infortunio, ma scoprì con orrore, durante una visita, che l’osso si era saldato male, e che, quindi, la parte inferiore della gamba, una volta guarita, avrebbe formato una specie di arco che gli avrebbe reso impossibile giocare a calcio. Questo volle significare un’altra operazione per ri-rompere l’osso, e, per il ragazzo, un duplice dubbio: (a) se l’osso questa volta si sarebbe saldato giusto, e (b) se avrebbe recuperato la straordinaria mobilità e velocità che avevano contribuito a garantirgli l’agognato posto nell’Accademia del Forest. La seconda convalescenza la passò a Nottingham, questa volta, di modo che i medici potessero seguirne meglio il recupero.

A poco a poco cominciai a conoscerlo, a metà di quell’inverno, nella stagione 1988-89, mentre faceva esercizi di recupero con un’ala destra di quel tempo, Gary Crosby, anche lui in convalescenza. Li conobbi mentre facevano un’esercizio piuttosto strano, per rinforzare i muscoli delle gambe indeboliti da un grave infortunio. Crosby, che era stato tirato su per 15.000 sterline dall’oscurità della Beazer Homes League [la Southern League, come si chiamò per qualche anno: il settimo e l’ottavo livello del calcio inglese, appena sotto le due Conference], per la precisione dal Gratham, quando si era ormai rassegnato a fare del calcio il suo secondo lavoro, dopo quello di carpentiere, e che aveva sofferto un grave infortunio al ginocchio in una partita di campionato contro il Coventry City, a metà del novembre del 1988; una campana a morto per le sue ambizioni calcistiche, almeno a guardare quello che Clough aveva patito nella sua carriera.

[Allenatore del Gratham, allora, era Martin O’Neill: non è escluso, anche se le fonti non lo riportano, che fosse stato proprio Martin a segnalare a Clough il giocatore.]

Era appena passato Natale, e a turno spingevano la berlinetta di Crosby su per una leggera salita, in una viuzza a fondo chiuso accanto al Jubilee Club. Uno spingeva, l’altro sedeva al volante e guidava. Poi si scambiavano di posto. Ogni tanto, il fisioterapista del Forest, Lyas, veniva fuori e controllava quello che stavano facendo. L’unica cosa che Lyas non riuscì mai a sentire da parte dei due ragazzi è un lamento. Circondati da tre lati da alti muri in mattoni, l’unica cosa che i due riuscivano a vedere ogni giorno attraverso occhi socchiusi dal sudore era la possibilità di poter giocare di nuovo.

Io parlavo loro abbastanza spesso, le poche volte che si prendevano qualche minuto di riposo, non solo perché ero pieno di ammirazione per la loro determinazione, ma anche perché mi era venuta voglia di scrivere un articolo su di loro. Purtroppo, mi avevano detto chiaramente che non avrebbero più parlato con me se avessi osato far e una cosa del genere. Insomma, non credo proprio che sarebbe piaciuto loro che io pubblicassi una foto di loro che spingevano un’auto…

La spiegazione che mi davano? “Il Gaffer non vuole leggere articoli sui giocatori infortunati”.

Una volta o due, mentre chiacchieravo con Clough, misi alla prova questa loro affermazione. Invariabilmente, ogni volta che finivamo un’intervista, il Gaffer mi chiedeva: “Qualcos’altro da chiedere, prima che torni al lavoro?”. Così, gli chiesi se pensava che Crosby avrebbe potuto tornare a giocare, e gli parlai anche di “quell’altro ragazzo così determinato che sta lavorando con lui per il recupero”.

Gli occhi di Clough si rabbuiarono; cercava sempre di dare una risposta alle mie domande, in quel caso, però, mi disse: “non appena lo saprò con certezza, te lo farò sapere”.

E, in effetti, verso la fine della stagione 1988-89, terminando una chiacchierata mi disse la formazione che avrebbe schierato il sabato seguente: “Oh, a proposito, hai una piccola storia da pubblicare per sabato: ho deciso di proporre al giovane Stone un contratto da professionista. Non ho idea se davvero lo valga o no, ma da quello che mi hai detto tu, e da quello che ho visto, merita una possibilità. E i miei allenatori, la cui opinione del resto vale molto più della tua, mi hanno detto la stessa cosa. Non ha avuto una sola possibilità di far vedere il suo valore da apprentice, qui, così vedremo come si comporta in prima squadra nei prossimi 12 mesi.

“Bellissimo, Brian!”, dissi.

“No.” disse quasi con irritazione. “Sarà bellissimo solo se ce la farà. Se non ce la farà, avrò buttato via un altro anno della sua vita , e io avrò segnato sulla lavagna della mia, di vite, un’altra decisione sbagliata”.

“Beh, il tempo impiegato inseguendo un sogno non è mai buttato via, no?”, risposi.

“Piantala. Le frasette a effetto sono il mio lavoro. Però, ammetto che questa non è male. Smetti di ridere e scrivila. Ora togliti dalle palle [now fuck off] e lasciami lavorare”.

“Niente altro?”

“Stai diventando avido. FUORI DALLE PALLE!”

Stavo uscendo dal corridoio che portava al suo ufficio il posto in cui parlavamo e in cui mi rilasciava le sue interviste — per tornare nel foyer pubblico, quando lo sentii urlare “Ehi, aspetta un attimo!”.

Mi girai, e, con mia sorpresa, mi fece entrare nel suo ufficio, il sancta sanctorum, come lo chiamavano tutti con reverenza. Mi fece sedere, mi allungò un ginger scotch, si versò una vodka (un compito che, di solito, chiedeva a Carol — la sua segretaria — di adempiere) e si sedette alla scrivania, sempre indossando il berretto piatto che era diventato uno dei suoi marchi di fabbrica.

“Sto anche per offrire un contratto di un anno al giovane Scot Gemmill“, mi disse a bassa voce.
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Scot Gemmill con la Zenith Data System Cup
Scot Gemmill (a sinistra) e Kingsley Black con la Zenith Data System Cup (o Full Members Cup) conquistata dal Forest nel 1992 grazie alle loro reti, ben tre anni dopo gli eventi narrati nell’articolo. Non stupisce che tre anni prima Clough lo giudicasse un “bairn”.

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“Bene”, dissi segnando anche questo sul taccuino.

“Non perché suo padre lavora per me. Bada bene. Quel piccolo bastardo [Archie Gemmill, formidabile giocatore scozzese del Derby County e del Forest di Clough, quello che giocava i palloni conquistati a centrocampo da McGovern] sta puntando il mio lavoro, ma non lo avrà mai, puoi starne sicuro.”

Stava sorridendo, con le guance accese dall’arietta che saliva dal Trent, e da un ritorno della sua naturale e quasi infantile malizia.

“Posso scriverlo?”

“Meglio di no”, mi disse. “Ma il giovane Gemmill ha fatto abbastanza da far pensare che potrebbe farcela. L’unica mia preoccupazione è se sia abbastanza forte.”

“Si infortuna?”

“Non è tanto questo.” La voce di Clough era diventata poco più di un sussurro cospirazionista, anche se eravamo soli e la porta era chiusa. “È ancora un ragazzino [Clough dice “bairn”, che è la parola scozzese per indicare un bambino]. Ha diciott’anni, ma penso che non si faccia nemmeno la barba. Avrà tipo un paio di peletti in tutto su tutto il corpo. È ancora un ragazzo, e questo è un gioco da uomini. Ma le altre qualità che dovrebbe avere un giovane calciatore le ha tutte. Così gli darò un anno. Lui e il giovane Stone sono molto amici, e si faranno coraggio l’un l’altro. E non farmi fare la figura del vecchio rincoglionito sentimentale nell’articolo, mi raccomando. Ora finisci di bere e fuori dai coglioni. Fai di quel che ti ho detto quel che meglio credi.”

Naturalmente, la cosa importante non è quello che avrei o non avrei fatto io con questa storia, ma quello che Steve Stone e Scot Gemmill avrebbero fatto della doppia scommessa di Clough.

Sono diventati tutti e due nazionali. Altri due giocatori che debbono a Clough quel po’ di tempo in più per far diventare realtà i loro sogni… e tutto questo nel tempo in cui il maestro dei manager avrebbe dovuto essere in parabola discendente.

Stone, diventato meno veloce ma più potente dopo l’incidente, grazie a tutto il tempo passato a spingere l’auto di Crosby, giocò 229 partite per il Forest nei dieci anni a partire dal 1989, soprattutto all’ala destra, il posto occupato prima di lui da luminari del ruolo quali Martin O’Neill e Trevor Francis. Fece nove apparizioni con la maglia bianca dell’Inghilterra, e fece parte della squadra selezionata per Euro ’96.

Il giovane Gemmill (sarà sempre “il giovane Gemmill”, a causa dell’impressionante traccia lasciata dal suo battagliero padre) giocò 245 partite per il Forest negli anni ’90, e si guadagnò 26 cap con la Scozia. Seguì le orme di suo padre anche dopo il ritiro, diventando allenatore; ora lavora per la Federazione scozzese, nello staff della nazionale Under 19.

* * *

Purtroppo, Gary Charles, che aveva esordito nella stessa partita contro il Coventry nella quale Cosby si era fatto male, non era atteso da un destino simile. Era diciottenne anche lui, un terzino non possente ma velocissimo, nato a Newham, nella West London. Fece un debutto sensazionale, addirittura fuori dal suo ruolo preferito, messo all’ala sinistra in una squadra devastata dagli infortuni.

Ancora più sorprendente è il modo in cui Clough decise di rischiare la carta del suo debutto, in quel mercoledì notte: da quello che aveva visto nel corso di una partita della Derby Sunday League quattro giorni prima. Il figlio maggiore di Clough, Simon, che di giorno gestiva una grossa edicola a mezzo miglio dal campo del Forest, a West Bridgford, allietava le sue domeniche allenando una squadretta locale di dilettanti. Brian, assecondando il suo istinto paterno, incoraggiva gli apprentice del Forest — e anche qualche giocatore un poco più vecchio, se viveva ancora nel lodge del club — a prendere parte a queste partite. C’erano due ragioni per le quali lo faceva: la prima era tenerli d’occhio nell’unico momento della settimana in cui avrebbero potuto sfuggire al suo controllo, in modo che non si mettessero nei guai. Il secondo è che era un ottimo modo per insegnare loro il comportamento che lui si aspettava che un giocatore tenesse sul campo.

In quella particolare domenica del novembre del 1988, a Simon mancava un giocatore, e Brian propose di usare uno dei ragazzi dell’Accademia. Ci fu una breve discussione sulle norme che regolavano l’eleggibilità dei giocatori in quella lega, ma il verdetto unanime che scaturì dal dibattito — cioè, il parere di Brian — fu che “quei tizi (gli avversari) non protesteranno per il semplice motivo che non sapranno che è un abusivo, perché non l’hanno mai visto prima d’ora, e perché probabilmente passeranno anni prima che possano vederlo ancora. Si camufferà perfettamente nel tuo branco di cagnacci.”

Con somma sorpresa del ragazzino, il maestro del manager vide in quei 90 minuti giocati su un campetto spazzato dal vento abbastanza da selezionare Charles per la partita contro il Coventry. Charles rispose segnando una rete, portando scompiglio tra le fila avversarie, e sollevando tanto scalpore da far scattare immediatamente una denuncia nei confronti del club del povero Simon per aver schierato un giocatore non registrato e ineleggibile. Un’accusa che nelle Football Association di contea viene spesso punita tipo con la condanna a morte.

Sembrava che il mondo fosse ai piedi di Charles, anche se avrebbe dovuto superare la competizione dei suoi rivali per il ruolo di terzino sinistro in squadra: e questi erano nientemeno che Brian Laws e Stuart Pearce.

Ma da quel novembre del 1988, ogni volta che il Forest doveva giocare una partita nelle vicinanze dell’East End di Londra, Clough diceva a Albert di portare il bus attraverso le case di Newham dove Charles era cresciuto. Albert rallentava — un po’ per il traffico, un po’ perché glielo diceva Clough — e il manager guardava fuori dal finestrino, ai casermoni di cemento, e si chiedeva “dove caspero ha imparato a giocare a calcio il ragazzino? Dove ha trovato un’aiuola d’erba per cominciare?”

Cercai di chiedere a Charles un sacco di volte la stessa cosa. La sua risposta, sempre la stessa, fu stringersi le spalle e ignorare ogni proposta di fare una storia fotografica su dove avesse mosso i primi passi da calciatore, in una carriera che lo portò a giocare otto anni nel Forest, e a vestire due volte la maglia della Nazionale inglese.

A parte un brusco contatto con la legge venuto da un incidente stradale occorsogli nel tempo del suo debutto, i suoi progressi furono tali da farlo entrare a vele spiegate nella prima squadra. Giocò anche la finale di FA Cup: Charles era lo sfortunato giocatore che fu quasi spezzato in due (naturalmente, per puro caso…) [l’ironia di Frecknall si riferisce al fatto che Gascoigne, infortunatosi al pari di Charles in quell’intervento e portato fuori in barella, non venne espulso dall’arbitro, come avrebbe dovuto essere tutta la vita; fatto che falsò quella partita, vinta poi dagli Spurs ai supplementari] dall’intervento omicida del famosissimo Gascoigne. Strano e triste il fatto che Charles abbia preso, via via, la stessa china di Gazza verso l’oblio. Dopo sole 56 partite nel Forest in quegli otto anni passati al City Ground, girovagò per Derby County, Aston Villa, Benfica, West Ham United e Birmingham City senza mai realizzare le possibilità che Clough aveva intravisto in lui una domenica pomeriggio sul campetto di un parco di Derby. E, mentre cercava di venire a patti con quello che la sua vita era diventata al di fuori del football, cominciò a avere tanti problemi con l’alcol da farsi anche un po’ di dentro e fuori nelle galere di Sua Maestà.
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Il fallo di Gascoigne su Gary Charles

Il fallo di Gascoigne su Charles.

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Stone, il giovane Gemmill e Charles. La vivida esemplificazione di che razza di lotteria sia il calcio, anche per i suoi interpreti più dotati.

E Gary Crosby, chiederete? Il ragazzo che possedeva la berlinetta con la quale lui e Stone cercavano di recuperare? Anche lui ce la fece, anche se la sua carriera fu meno brillante di quella del giovane Gemmill e di Stone: giocò per sette anni nel Forest, scese in campo 152 volte segnando 12 reti. Poi, dopo un periodo in prestito al Grimsby Town, girovagò per le serie minori inglesi fino al 1998, quando fu chiamato a assisterlo dal nuovo manager dei gialloneri, un suo caro amico dei tempi del Forest, il figlio di colui che l’aveva lanciato nel calcio professionistico: Nigel Clough. Giocò e allenò con Clough il Burton Albion fino al 2005, dopodiché divenne l’assistente di Nigel. Insieme, abbandonarono il Burton Albion per il Derby County nel 2009, e Gary è tuttora il secondo di Clough sulla panchina dei Rams.
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Nigel Clough e Gary Crosby

Nigel e Gary accolgono due nuovi acquisti al Derby County: James Bailey (sinistra) e John Brayford. È evidente, visto lo stato in cui versano Crosby e Stone, che la macchina di Gary aveva qualche problemino di emissioni tossiche.

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Ormai lo sapete: a Nottingham Forest Italia piacciono molto le storie collaterali, quelle piccole, quelle che, soprattutto da noi, non conosce quasi nessuno, quelle che vengono fuori come per troppa pressione da quelle relativamente più grandi, come l’epopea di Brian Clough.

Perché il calcio, soprattutto quello inglese, è un patrimonio di storie, e, ancor più, di mitologie, che nella storia dell’umanità ha paragoni solo con quello greco e con quello indiano; e non lo dico affatto pensando di esagerare.

Oltre che a Scot Gemmill, Steve Stone e Gary Charles, l’articolo cita di sfuggita un altro personaggio meraviglioso.

Jimmy Sirrell è stato un manager grandissimo e sottovalutato.

Scozzese di Glasgow, portò il Notts County dalla quarta alla prima divisione, e viene universalmente ricordato come il miglior allenatore che le Gazze d’oltre Trent abbiano mai avuto. Calciatore modesto, il suo massimo risultato fu di giocare qualche partita nel Celtic da riserva, giocò soprattutto nelle serie minori inglesi, e cominciò a allenare il Brentford, per passare al Notts County nel 1969, prendendoli in quarta divisione.

Allenò i bianconeri per dieci anni, portandoli in seconda divisione, li abbandonò un paio d’anni, dal ’75 al ’77, per lo Sheffield United, e poi li riprese dove li aveva lasciati, in Seconda Divisione, in piena lotta per la retrocessione; li risollevò, e li portò in Prima divisione nel 1981, per la prima volta dal 1926, sancendo l’impresa con una vittoria per 2-0 a Stanford Bridge, e abbandonò l’allenamento attivo, diventando general manager, l’anno dopo, dopo aver conquistato un onorevolissimo quindicesimo posto, senza mai correre nessun pericolo di retrocessione.

Tra l’altro, lasciò il posto in panchina a un’altra gloria locale, il nostro Larry Lloyd.

Tornò in panchina tre anni dopo, con il Notts County di nuovo retrocesso e in piena crisi finanziaria, per evitare la retrocessione in terza serie, ma fallì l’ennesima impresa; dopo altri due anni vissuti in panchina, senza gloria e senza infamia, in Terza Divisione, abbandonò definitivamente il calcio.

È uno dei tre manager, nell’intero secolo e mezzo di storia del calcio inglese, a aver portato una squadra dalla quarta alla prima serie. La tribuna principale del Meadow Lane, la County Road Stand, gli fu intestata nel 1993, quando era ancora ben vivo e vegeto, un riconoscimento rarissimo, credo, ma ben meritato. Quando il Chairman gli telefonò per chiedergli il permesso, Jimmy rispose: “’T would be a bloody honour, sir”.

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Jimmy Sirrel tribute gate

Il 25 settembre 2008, dopo aver saputo della morte di Sirrell, i tifosi del Notts County portano fiori e sciarpe di fronte alla tribuna che ha preso il suo nome.

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È un grande misconosciuto del calcio inglese; un grande non altrettanto misconosciuto del football britannico trovò queste parole, per ricordarlo il giorno suo funerale, cui volle a tutti i costi partecipare:

Quello che posso dire è che Jimmy è il manager che avrei voluto per la squadra di cui fossi stato tifoso, e che tutti i manager che l’hanno conosciuto la pensano allo stesso modo.

I manager davvero fantastici, quelli che tutti dovrebbero ricordare davvero, sono le persone come Jimmy, quelle che lavorano senza soldi, o con pochi soldi, e con giocatori tutto sommato modesti, ma che fanno nella loro carriera le cose straordinarie che ha fatto lui al Notts County e allo Sheffield United.

Alex Ferguson

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Archiviato in forest legends, La storia di Brian Clough

Il Brian Clough Trophy e la Coffee Cup.

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Brian Clough Way
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E così, siamo al primo incontro stagionale tra Forest e Derby County, le squadre divise forse dalla più accesa rivalità dell’intero calcio inglese. Le due città distano 14 miglia l’una dall’altra, una ventina di chilometri, con due comunità piuttosto mescolate (molti cittadini di Nottingham lavorano a Derby, e viceversa, senza contare il territorio intermedio, con tifoserie molto intersecate), cosa che aggiunge ulteriore pepe alla faccenda.

Come tutto quello che riguarda il calcio inglese, anche la rivalità tra NFFC e DCFC è ricca di storie, di aneddoti, di protagonisti luminosi e oscuri. Vediamo di ripercorrne frettolosamente qualcuno, che tra meno di un’ora comincia la partita.

L’inimicizia tra le due squadre e le due tifoserie non è quella che si potrebbe definire una rivalità storica: nonostante una finale di FA Cup che le vide opposte nel 1898, con una sorprendente vittoria del Forest per 3-1 (i Reds erano stati sconfitti per 5-0 pochi giorni prima nella partita di lega), fino agli anni ’60 le alterne vicende delle squadre avevano fatto sì che tra di esse si siano registrate, tutto sommato, poche partite.

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La prima si disputò nel 1892, al Racecourse Ground di Derby, partita che vide la vittoria dei True Reds per 3-2: il Forest era alla sua prima partecipazione al massimo campionato inglese, anche se è un club molto più vecchio dei Bianchi di Derby. Fino al 1906, con le due squadre entrambe impegnate nel massimo campionato, le partite si svolsero regolarmente, due per stagione, ma in quell’anno il Forest fu retrocesso; tra guerre e alterne vicende delle squadre, fino a tutti gli anni ’60 il derby delle East Midlands si tenne solo altre 12 volte, tutte in seconda divisione, con l’aggiunta di quattro sfide in FA Cup.

Nel 1969-70 la partita tornò a far capolino nella massima serie, dopo 64 anni di attesa, e da quel momento i Reds e i Rams hanno disputato altri 17 campionati insieme (questo è il diciottesimo), 12 nella massima serie e 5 nella seconda divisione. Fu proprio negli anni ’70, con il passaggio di Brian Clough al Forest, che la rivalità si accese arrivando ai livelli parossistici di oggi. Esattamente come succede tra figli gelosi, l’animosità tra i tifosi di Forest e Derby County aveva molto più a che fare con la reciproca convinzione di essere stati la squadra della vita del Gaffer che con la vicinanza geografica (che, certo, però, fornì e fornisce, come detto, abbondante carburante all’inimicizia). Questo, insieme al fatto che nessuno dei due club aveva veri e propri rivali storici (Derby è una one team city, mentre il Notts County non è mai stato preso molto seriamente, come avversario, dai tifosi del Forest, molti dei quali, anzi, guardano con simpatia (non ricambiata) alle sorti delle Gazze del Trent.

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A mettere uno dei chiodi più robusti alla palizzata d’odio che divide le due tifoserie fu un altro personaggio mitico: Peter Taylor. Dopo aver annunciato il suo ritiro alla fine del campionato 1981-82, e avere conseguentemente abbandonato l’amico di sempre Brian Clough e il Nottingham Forest, accettò, invece, la proposta di diventare manager del Derby County, dove rimase fino alla fine della stagione 1983-84. Per soprammercato, convinse John Robertson, ala sinistra decisiva nei successi del Forest e molto cara a Brian Clough, a abbandonare a sua volta il City Ground per seguirlo nell’avventura. Oltre che i tifosi del Forest — il cui amore nei confronti di Taylor fu macchiato da questo gesto, tanto che nulla al City Ground, oggi, ricorda la figura del vice di Clough — questo gesto offese mortalmente anche Brian Clough, e segnò la fine dell’amicizia pluridecennale tra i due.

Dopo una fase in cui molti tifosi del Forest ponevano il Liverpool come più acerrimo rivale, a causa degli scontri degli anni ’70 e ’80, e a causa del ricordo di Hillsborough, il divaricarsi dei destini delle due squadre rosse e la pacificazione avvenuta sui tremendi fatti dell’89 ha restituito ai Bianchi il ruolo di nemico pubblico numero uno: al giorno d’oggi, 96 tifosi del Forest su cento e 100 tifosi del Derby su 100 indicano nella squadra posta all’altro capo dell’A52 la squadra contro la quale dà più soddisfazione vincere, una delle percentuali più alte di antipatia reciproca dell’intera Football League.

Una rivalità punteggiata da episodi anche molto cruenti: negli anni ’80 i tifosi del Derby e del Leicester, dopo le partite contro il Forest organizzavano spesso vere e proprie cacce all’uomo nei confronti dei tifosi Rossi nel centro di Nottingham, e nel 2009 i tifosi del Forest fecero graziosamente trovare teste di pecora mozzate fuori da alcuni pub di Derby.

Recentemente, la rivalità è stata rinfocolata da un paio di clamorosi nuovi “voltafaccia” manageriali: il passaggio di Billy Davies dal Derby al Forest nel dicembre del 2009, che portò a attraversare la A52 anche giocatori molto amati a Derby, come l’enfant du pays Lee Camp, Rob Earnshaw e Dex Blackstock, e l’arrivo a Derby della leggenda rossa Nigel Clough, il figlio di Brian, che ingaggiò subito un altro (ormai ex) idolo dei tifosi del City Ground, Kris Commons.

Certo, l’atteggiamento un po’ immaturo dei giocatori non ha sempre contribuito a raffreddare gli animi: nel 2008, Commons, alla fine di un match vittorioso, sventolò la sciarpa bianconera in faccia ai tifosi del Forest, e l’anno dopo, per ripicca, Nathan Tyson (ora, tra l’altro, in forza proprio ai Rams) fece lo stesso con una bandierina del corner rossa con l’albero dopo una rimonta da 0-2 a 3-2 del Forest al City Ground: gesto che scatenò una rissa piuttosto violenta e serie conseguenze disciplinari: per Tyson soprattutto, e, in secondo luogo, per le società e per tutti i giocatori coinvolti nello scontro.
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Nathan Tyson sventola la bandierina del corner
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Dal 2007, in ogni incontro tra le due squadre viene messo in palio il Brian Clough Trophy, una coppa nata per iniziativa del Brian Clough Memorial Fund e della vedova di Brian, Barbara, e ha carattere ufficiale. Solo la prima edizione del trofeo fu una partita organizzata appositamente, un’amichevole di beneficenza; in tutte le altre occasioni, il trofeo è stato messo in palio in ogni incontro ufficiale tra le due squadre, di coppa o di campionato. In caso di pareggio, il trofeo rimane alla squadra che lo detiene all’inizio della partita. Dopo le due vittorie dei Rams nello scorso campionato, dunque, il trofeo è in mani bianche, e ci vorrà una vittoria piena per strapparlo al Pride Park.

La coppa messa in palio è d’argento, e è molto vecchia: si tratta di una loving cup (una coppa per bevute in comune, di quelle che si passano da commensale a commensale dopo averle riempite di qualche bevanda) della fine dell’800, alla quale è stata aggiunta la figurina di Clough in cima al coperchio, ma non è mai stata usata come trofeo sportivo fino al 2007.
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Il Brian Clough Trophy
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Una curiosità per finire, a proposito di trofei: tanto per dare un’idea della rivalità tra le due squadre, il trofeo più bizzarro conservato nella bacheca del Derby County è uno di quei grossi bicchieri di plastica nei quali in Inghilterra si usa mettere il caffè e il cappuccino da asporto. È un trofeo “conquistato” nel corso di una partita tenutasi nel marzo del 2004, in una situazione piuttosto drammatica, dato che entrambe le squadre stavano lottando per rimanere in seconda divisione; la gara, disputatasi al Pride Park e finita 4-2 per i Bianchi, fu decisa anche dal fatto che il portiere del Forest, allora Barry Roche, in un momento decisivo scivolò proprio su questo bicchierone, gettato in campo da un tifoso dei Rams, mentre stava raccogliendo un pallone in area, e mancò clamorosamente la presa; questo finì a Peschisolido che, a porta completamente sguarnita, siglò il 2-0. Non certo un comportamento da gentleman: il gesto suscitò discrete polemiche; fatto sta che, archiviata la proposta iniziale di vendere all’asta la “Coffee Cup” per raccogliere fondi per una statua in memoria di Bloomer, il board del Derby County decise, invece, di inserire la Coppa di plastica tra i trofei d’argento, un gesto che misura bene la qualità dei rapporti tra le due squadre.
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Coffee Cup Derby County-NFFC
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Per fortuna, la Coffe Cup è l’ultimo trofeo vinto dai Rams, e, detto tra noi, speriamo che lo rimanga a lungo.

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Il saluto a un grande avversario: Leslie Green.

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Oggi è morto Leslie “Les” Green, il portiere del Derby County dell’anno della promozione dei Rams in Prima Divisione sotto la guida di Brian Clough e Pete Taylor.

Les era nato nel 1941, e, oltre che per i Rams, aveva giocato con Hull City, Burton Albion (dove conobbe Peter Taylor), Hartlepool Utd (dove fu portato sempre da Peter Taylor) e Rochdale.

Un pensiero a un ottimo giocatore, fedele alla nostra coppia di allenatori preferita, e esponente di un’epoca irripetibile del calcio inglese.

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Brian Clough e l’alcol

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Ieri sono arrivate a questo blog numerose ricerche basate sul rapporto tra Brian Clough e l’alcol, tipo “l’alcolismo brian clough e peter taylor”, “brian clough era alcolizzato” (sì) e “l’alcolismo brian clough”.

È un tema, naturalmente, molto delicato, ma è anche decisivo per la carriera del Gaffer. Visto che è, anche, un tema di interesse generale, mi impegno a scriverci un paio di post, prendendo spunto dal bellissimo capitolo dedicato proprio al problema dell’alcolismo contenuto nella biografia di Duncan Hamilton, e a quanto lo stesso Brian Clough “confessa” nelle sue autobiografie: nella prima in modo molto soffuso e sottotraccia, nella seconda, dopo l’operazione al fegato, in modo molto più franco e drammatico.

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La leggenda del Forest – Parte prima: Da Eastville a Madrid – Capitolo primo: il 1974-75

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Per festeggiare il “nuovo corso” e, insieme, dare radici solide al nostro futuro, che oggi appare un po’ meno fosco di ieri, per non parlare di come si poteva pensarlo dopo la morte di Nigel Doughty, comincerò una serie di post che traccino la storia del Forest dall’anno in cui Brian Clough prese in mano la squadra ai giorni nostri. Terrò come base per la narrazione l’ottimo Nottingham Forest: Brian Clough and His Legacy – A Complete Record 1975 – 2010, di Pete Attaway, una vera e propria bibbia di dati e di date, con tutte le partite del trentacinquennio con formazioni e reti, ma integrerò il suo racconto con divagazioni e ricordi personali. Voglio dire, cercherò di integrarlo, naturalmente.
Partiamo dalla stagione 1974-75: annus horribilis della vita di Brian Clough, cominciato con la prospettiva di una straordinaria avventura nazionale e europea alla guida del Leeds United, e finito nella palude della parte bassa della seconda divisione, alla guida del Nottingham Forest. Ma, come dicono i saggi, la qualità di un giorno va giudicata alla sera: e, in questo primo post, potremo solo e a malapena scrutare i primi chiarori dell’aurora.

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Il Forest cominciò la stagione 1974-75 con una qual certa fiducia, dopo aver chiuso la precedente stagione al sesto posto della allora Seconda Divisione, e il manager, Allan Brown, si sentì di promettere solennemente che, dopo tre anni, l’esilio della squadra dalla massima serie sarebbe terminato.

La stagione estiva aveva visto la cessione del talismanico cecchino Duncan McKenzie, una mossa forse inevitabile, alla luce dei 28 gol messi a segno nella stagione precedente; inevitabile e inaspettatamente lucrosa, visto che lo spatascio di £240.000 mollate per un giocatore che aveva avuto solo una brevissima esperienza di calcio di vertice quando era ancora un U20 sorprese non pochi operatori.

Una spiegazione della generosità degli acquirenti poteva essere ritrovata nel fatto che il manager che l’aveva fortemente voluto era stato proprio Brian Clough, il manager della più potente squadra d’Inghilterra, l’uomo che stava tentando di riforgiare il Leeds United a sua immagine e somiglianza.

Voglio dire, non so quanto voi conosciate della storia del Forest, ma non penso di rovinarvi la sorpresa anticipandovi che Brian Clough avrà poi modo di farsi perdonare dai tifosi Reds per questo sgarbo.

McKenzie, prodotto della fertile accademia del Forest — un giocatore che sapeva essere alternativamente o anche contemporaneamente un problema insolubile e ingestibile per le difese avversarie (non spessissimo, a dire il vero) e per i suoi compagni di squadra (molto più di sovente) — fu presentato ai giornalisti e ai tifosi dello Yorkshire insieme agli altri due acquisti del nuovo gaffer: John McGovern e John O’ Hare.

Caso più unico che raro nella storia del calcio, penso, fu il fatto che lo stesso manager avrebbe ricomprato questo stesso duo e l’avrebbe presentato a altri giornalisti e a altri tifosi ben prima che la stagione 74-75 fosse terminata.

Voglio dire, quando uno spettacolo funziona…

Al Leeds, McKenzie, una volta che si fu liberato dalla palla al piede costituita dal fatto di essere un “acquisto di Clough”, cosa che lo aveva automaticamente reso, dopo i famosi 44 giorni e la burrascosa separazione, una specie di vassoio di porchetta al banchetto di Bar Mitzvà per chiunque fosse solo lontanamente interessato o appassionato al Leeds Utd, fece, tutto sommato, abbastanza bene con i Bianchi dello Yorkshire: vi passò, infatti, due degli anni più fruttuosi e felici della sua molto altalenante carriera e si vide anche una finale di Coppa dei Campioni, seppur solo dalla panchina.

Allan Brown decise che forse non era il caso di precipitarsi a sostituire McKenzie al centro dell’attacco, e preferì concentrarsi su quello che gli pareva il vero problema della squadra: la fragilità della difesa.

Questo settore che poteva vantare, tra i Reds (anche se pochi, a dire il vero, andavano in giro a bullarsene con gli amici, soprattutto se tifosi del Derby, visto che i Rams erano troppo occupati, quell’anno, a vincere il campionato di prima divisione), Bob “Sammy” Chapman, difensore scarno di tecnica e di fronzoli, una vera e propria bandiera del club, visto che aveva esordito in prima squadra nel 1964, a 17 anni e 5 mesi, cosa che faceva di lui il più giovane esordiente del Forest di tutti i tempi, e due altri giocatori certo meno affidabili del Chap: John Cottam, un mezzo zozzone molto soggetto a infortuni, che dopo aver lasciato il calcio diventò sergente di Scotland Yard e, per un certo periodo, allenatore della squadra di calcio della Metropolitan Police, e Dave Serella, non più che discreto difensore, che ora, tra l’altro, fa il lattaio. Serella è passato alla storia per due motivi: per essere stato votato dai tifosi come l’autore del più bell’autogol della storia della squadra, e per essere stato uno dei due giocatori che, durante una partita di coppa a St James Park, proprio nella stagione precedente rispetto a quella che stiamo raccontando ora, dovette riparare negli spogliatoi un po’ malmesso, perché il pubblico di casa, inferocito per vari motivi, invase il campo quasi appositamente per picchiarlo.

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Anzi, questo, forse, è un episodio che merita di essere ricordato con più di un accenno, visto che anche quella partita fa parte del folklore riguardante la nostra squadra; facciamolo andando a pescare il racconto che di quella partita ha John Tudor, un magpie purosangue, che si confessa in un blog dedicato alle Gazze:

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Tuffiamoci nel racconto del folle turno di coppa contro il Forest, nel 1974. John Tudor aveva segnato il destino del “match that never was”, una partita che fu cancellata totalmente dagli annali della FA, perché i tifosi Geordie, invasero, inferociti, il campo di gioco St James Park. La distanza temporale e geografica non ha ottuso la memoria di Tudor riguardo all’episodio più controverso della galoppata del Newcastle Utd verso la finale di coppa del 1974.

Accadde nel sesto turno, quando al Nottingham Forest fu sorteggiato un viaggio al St James, dove trovò a aspettarlo 54.500 spettatori.

Ma la partita si mise subito piuttosto male: era già il secondo tempo, il Forest stava già vincendo 2-1, quando l’arbitro assegnò un rigore ai Reds per un fallo di David Craig sul sempre pericoloso Duncan McKenzie, e mandò pure il difensore a farsi una doccia anticipata. Ci furono gigantesche proteste da parte delle Gazze, e, quando gli animi si furono un po’ calmati, George Lyall segnò dal dischetto. Il destino del Newcastle apparve segnato. In quel momento, i tifosi della Leazes End [l’attuale Sir John Hall Stand] invasero il campo, dando la caccia soprattutto a Serella e a McKenzie, che furono colpiti anche da qualche pugno e da qualche calcio; l’arbitro decise di far rientrare le squadre negli spogliatoi per un ulteriore intervallo, per medicare i giocatori e per permettere ai poliziotti di liberare totalmente il terreno di gioco .

John Tudor: “Beh, inutile nascondercelo… non avremmo mai vinto la partita se i tifosi non fossero entrati in campo, e se l’arbitro, Gordon Kew, non ci avesse in tutta fretta fatto rientrare negli spogliatoi. Eravamo sotto 1-3, e in 10 contro 11. Ma, peggio di tutto, proprio non riuscivamo a giocare, perché Bob Chapman e David Serella stavano facendo una partita mostruosa, là dietro. Io e Mal [Malcom Macdonald, uno dei più forti e discontinui centravanti del calcio inglese degli anni ’70] non avevamo tirato manco un calcio al pallone, perché non ce ne avevano fatto arrivare nemmeno uno. Terry Hibbitt, che era il nostro miglior passatore, stava passando una giornata di merda, e, inoltre, il duo difensivo del Forest chiudeva gli spazi con una velocità tale che non c’era proprio campo con il quale lavorare.

Nel tunnel i giocatori del Forest ci presero per il culo, e anche durante l’intervallo forzato potevamo sentire dall’altra parte del muro la loro esultanza, che pensavano di aver già vinto la partita; mentre nel nostro spogliatoio si potevano sentire le gocce di sudore che cadevano per terra. Finché Joe Harvey non si scosse e non ci chiese che cazzo avessimo intenzione di fare. Decidemmo di giocarci il tutto per tutto, e di buttarci in avanti come forsennati, tanto, non c’era nulla da perdere.

L’esultanza che sentivamo dal loro spogliatoio significava che la loro concentrazione era andata a farsi benedire, pensavano che il lavoro fosse finito, e, in effetti, dopo quell’intervallo l’intensità di gioco del loro centrocampo calò di brutto.

Lo United ruppe quasi subito l’inerzia della partita: il portiere del Forest affondò in maniera assurda SuperMac sulla battuta di un corner, e Terry McDermott segnò il rigore. Pochi minuti dopo, Hibby tirò un cross basso e teso dalla fascia sinistra, io mi tuffai parallelo al terreno, a un paio di piedi da terra, e segnai di testa il pareggio. Poi, nel recupero, fui io a crossare, Mal fece da torre, e Bob Mercur era lì a segnare il più assurdo dei 4-3″ [Era in fuorigioco, bastardo. Dillo].

La FA, però, annullò la partita, e ordinò la ripetizione del match in campo neutro. Fu scelto il Goodison Park, dove la partita finì 0-0. Il Newcastle vinse 1-0 nei supplementari il terzo replay, giocato sempre a Everton, grazie a un gol del solito Macdonald, che stabilì in quella stagione un record per aver segnato in ogni round della FA Cup, dal terzo turno alla finale, e i bianconeri arrivarono in semifinale.

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In quell’ormai mitico pomeriggio, 23 tifosi furono trasportati in ospedale con ferite serie, 103 furono medicati nell’infermeria dello stadio, e una quarantina furono tratti in arresto. Bisogna sottolineare il fatto che entrambi i manager, richiesti dall’arbitro durante l’intervallo forzato, furono d’accordo nel riprendere la partita al termine degli scontri, cosa che impedì al Committee speciale della FA che esaminò la vicenda di dare partita vinta al Forest, e che avrebbe impedito anche la sua ripetizione, ottenuta dal Forest, che poi aveva fatto ricorso, solo grazie a una deroga speciale della FA: un esempio di calcio di altri tempi, più rude e violento di quello attuale, ma anche più aperto e leale.

Va ricordato, infine, che uno dei protagonisti della partita fu Frank Clark, nostro attuale presidente, allora difensore in forza alle gazze di Newcastle (che, tra parentesi, in finale furono letteralmente massacrate dal Liverpool).

Prima o poi, racconteremo più approfonditamente il mitico Newcastle Outrage.

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Ma torniamo a noi, e al nostro 1974-75, che se no, di storia in storia, si fa notte.

Dicevamo, appunto, che il buon Allan Brown, dopo aver venduto McKenzie a Cloughie, pensò bene di rinforzare la difesa, prima di pensare a un sostituto per Minis, come Duncan McKenzie era chiamato dai tifosi Reds. Allie ruppe il salvadanaio per portare al City Ground David Jones dal Bournemouth, un centrale-laterale sinistro che non doveva essere proprio un fenomenillo, visto che la rete non ne porta traccia, e la voce di Wiki a lui relativa è solo un link che langue intonso da anni.

Per quanto riguarda l’attacco, la stagione cominciò con i compiti offensivi divisi tra due punte giramondo e non proprio fenomenali, Neil Martin (uno scozzese coraggiosissimo che aveva contribuito, due anni prima, a portare il Coventry in Coppa UEFA) e John Galley (che aveva fatto molto bene nei cinque anni passati al Bristol City), che si alternavano là davanti con Ian Bowyer, il futuro eroe di Colonia, una vera e propria leggenda del Forest cui dedicheremo preso un post apposito.

In ottobre, Brown aggiunse al pacchetto offensivo Barry Butlin, scuola Derby County, una specie di centroboa proveniente dal Luton Town, che aveva un record, con gli Hatter, di un gol ogni due partite; inoltre, il manager scozzese rinforzò ulteriormente la difesa con il terzino sinistro Paddy Greenwood, da Barnsley, un bravo e, come vedremo, sfortunato difensore.

Così, con la fine di ottobre, tutto il denaro proveniente dalla vendita di McKenzie era stato speso.

Via via che il Forest scivolava verso la cosiddetta parte destra della classifica, appariva sempre più chiaro, con matematica e cristallina precisione, il fatto che il Forest con McKenzie era più forte del Forest senza McKenzie e con Jones, Butlin e Greenwood. Anche Bowyer, venuto da Orient nella stagione precedente e reduce da un bellissimo campionato, senza McKenzie appariva l’ombra di sé stesso; inoltre, per complicare le cose, il tipo di gioco messo in atto dal Forest sembrava non poter tirar fuori da Butlin il meglio di sé, un meglio consistente quasi esclusivamente in un buon gioco aereo.

La chicca di quella prima parte della stagione fu, forse, il bel pareggio per 2-2 a Old Trafford, ottenuto a settembre: ebbene sì, anche il Man United si fece un passaggio in seconda divisione, quell’anno lì, anche se risalì immediatamente. Ma la squadra non riusciva a trovare alcuna continuità di risultati e di gioco: vittoria, pareggio, sconfitta, pareggio, vittoria, sconfitta, sconfitta, pareggio, eccetera eccetera. Le iniziali speranze di promozione cominciarono a sembrare prima forse esagerate, poi sempre più pura farneticante fantasia (quousque tandem abutere, Catilina…), visto che ogni classifica di lega pubblicata dai giornali della domenica vedeva il Forest sempre più schiaffato in posizioni mediobasse. I tifosi e la critica cominciarono a mormorare nei confronti del manager espressioni, diciamo così, di disappunto, visto che, allora, 240.000 sterline erano un sacco di soldi, per una squadra di Seconda Divisione, e che, a giudizio di tutti, quel sacco di soldi lì avrebbe potuto essere speso molto meglio.

Via via che la situazione peggiorava, Brown cominciò pure a andare un po’ via di boccino, nel senso che non sapendo più che pesci prendere per invertire la rotta cominciò a mettere in campo formazioni che sembravano fatte scuotendo dei bussolotti con su i nomi dei giocatori della rosa in un cappello e poi rovesciandoli sul panno del Subbuteo, tanto che le differenze clamorose tra la squadra annunciata nel programma ufficiale e quella effettivamente messa in campo al sabato pomeriggio erano diventate, ormai, l’unico motivo di vera, sincera e sana ilarità per coloro che si ostinavano a recarsi al City Ground.

La qualità della rosa sembrava buona, accanto a giocatori medi di categoria c’erano giocatori di talento, come John Robertson e Martin O’ Neill, che faranno la storia del calcio europeo; ma anche i migliori sembrava che non riuscissero a andar di là da un compitino svolto di malavoglia.

Le uniche sorprese davvero positive vennero da due ragazzi delle giovanili: un portierino, John Middleton, cui fu data un’occasione in prima squadra dopo l’ennesima cazzata del titolare, Dennis Peacock; e un terzino destro con le gambette da ragno, Viv Anderson, il primo giocatore nero a vestire la maglia del Forest, le cui irresistibili discese sulla fascia producevano nei tifosi alterazioni fisiologiche di varia natura, ma sempre associabili a sensazioni positive.

Vabbè, com’è come non è, nella partita del 28 dicembre il Forest perde 2-0 in casa il derby con il Notts County, e Allan Brown viene esonerato. A onor del vero il Forest, pur con una stagione deludente alle spalle, non era in pericolo di vita, visto che galleggiava in tredicesima posizione, e , in questo senso, in un periodo della storia del calcio inglese in cui l’esonero del manager era certo meno frequente di ora, l’allontanamento del tecnico scozzese poteva apparire in qualche modo sorprendente; soprattutto a poche ore dal terzo turno di FA che aveva destinato i Reds a una partita difficile contro il Tottenham Hotspurs in casa; ma tant’è.

La partita di coppa fu condotta dalla panchina da Bill Anderson, coach della prima squadra di lungo corso e traghettatore abituale, in queste circostanze, e fu condotta bene, visto che il Forest impattò 1-1, con un gol di Jones.

Più che alle vicende della partita, però, in quella occasione, i cori dei tifosi furono dedicati alle vicende societarie; in particolare, tra tutti li più gettonato era “We Want Clough”; un coro stimolato anche, evidentemente, dalla memoria di quello che il Maestro di Middlesbrough aveva saputo fare quattordici miglia più a est.

E, incredibilmente, Clough fu quello che ebbero. Tipo come se Benitez, nell’anno del precipitoso esonero patito all’Inter, avesse accettato a febbraio una chiamata dalla Triestina.

Nonostante le molte voci sul fatto che, dopo il molto lucroso esonero dal Leeds, Clough si stesse godendo i suoi ozi tra spiagge e ospitate televisive, il richiamo di un’altra sfida difficile, evidentemente, fu irresistibile, e due giorni dopo la sfida interna con gli Hotspurs Clough si insediò in maniera relativamente tranquilla — per gli standard clougheschi — sulla panchina del Nottingham Forest.

L’effetto fu istantaneo, dal momento che il Forest andò a vincere il replay al White Hart Lane per uno a zero, grazie a un sontuoso colpo di testa di Neil Martin.

Però, l’effetto fu tanto istantaneo quanto di breve durata; questa vittoria rappresentò, infatti, una falsa aurora, dal momento che, nel primo periodo della gestione di Clough, il Forest fece fatica a trovare la vittoria allo stesso modo in cui la faceva durante l’ultima gestione Brown, se non di più.

Il Forest, spo il successo con il THFC, vinse anche la prima partita di Lega giocata sotto il nuovo gaffer, un 1-0 strappato al Craven Cottage; ma poi i Rossi non vinsero più fino a aprile, circa tre mesi più tardi, e poi di nuovo solo un’altra partita nel corso di tutta la stagione, l’ultima giornata in casa contro il WBA.

Aggiungiamoci un’eliminazione in coppa dopo un estenuante quarto turno sempre contro il Fulham: quattro partite al termine delle quali i Cottagers emersero vittoriosi (fu la mitica edizione della FA Cup in cui il Fulham, guidato da un Bobby Moore a fine carriera, arrivò in finale proprio contro il West Ham United, per cui, evidentemente, questo stress, per i bianchi, fu meno deleterio che per noi; tra parentesi, quella fu anche la prima finale di Coppa d’Inghilterra che io vidi).

Il secondo replay di quella sfida infinita, tra l’altro, privò il Forest di Paddy Greenwood, uno dei titolari più efficaci e regolari fino a quel momento, per una gamba rotta. Fu un infortunio terribile, dal quale Greenwood non si riprese mai, e che segnò la fine della sua carriera a alto livello.

Quindi, se i tifosi del Forest si aspettavano una rivoluzione immediata, furono indubbiamente delusi; forse, così come era già avvenuto a Leeds, il rifiuto del suo braccio destro, Peter Taylor, di abbandonare la promettente squadretta che stava costruendo a Brighton (quasi la stessa che poi Alan Mullery portò fino alla prima divisione e alla finale di FA Cup) per unirsi a lui ebbe qualcosa, o molto, a che fare con questo iniziale insuccesso.

Gli unici ingaggi di Clough, in questo periodo, furono Bert Bowery, di cui abbiamo già parlato in questo blog, un grosso e macchinoso attaccante prelevato dalla squadretta locale del Worksop Town, che, però, fece solo un pugno di apparizioni in prima squadra, e la fidatissima coppia di cui abbiamo parlato prima, John McGovern e John O’ Hare, provenienti da un Leeds Utd nel quale, dopo la partenza del loro mentore, erano diventati reietti.

Lo stentato inizio di Clough al Forest diede voce a tutti coloro che non lo volevano alla guida del Forest: in primo luogo, per la sua lunga e gloriosa militanza tra i rivali del Derby Countuy; in secondo luogo per la sua storia di rapporti difficilissimi proprio con la dirigenza del Rams, che gli aveva appioppato la nomea, non del tutto immeritata, di allenatore polemico e irritante. A questo si aggiungevano il suo fallimento nella brevissima esperienza a Brighton, che si era conclusa con le sue dimissioni dopo una sconfitta per 8-2 patita al cospetto del Bristol Rovers, e, infine, tutta la non proprio commendevolevicenda di Leeds: insomma, il partito contrario al nuovo allenatore prese voce, e la velata convinzione che Clough pensasse di valere molto più di quanto in realtà non valeva si fece strada anche tra i tifosi inizialmente più ben disposti, quelli che avevano cantato durante la partita contro gli Hotspurs.

Per fortuna, come detto, il profilo tenuto da Clough nel suo primo anno al Forest fu bassissimo, tanto tranquillo quanto inefficace, senza nessuna delle sue debordanti comparsate televisive, e senza nessuna delle polemiche che sembravano fatte apposta per riempire innumerevoli polliciate di tabloid.

Clough combatteva per tirar fuori il meglio da quello che aveva ereditato, anche se McGovern aveva aggiunto indubbiamente sapienza tattica e tecnica in mezzo al campo, e O’ Hare maggior movimento davanti.

Certi giocatori, come Anderson e Robertson, utilizzati poco e male da Brown, diventarono titolari quasi fissi, mentre altri, come l’ala irlandese Jeremiah Miah Dennehy e il suo compagno di nazionale Martin O’ Neill lo furono meno, e, a un certo punto della stagione, sembrarono quasi di troppo.

A altri ragazzi dell’accademia, come a Jimmy McCann e Tony Woodcock, fu data qualche opportunità in prima squadra verso la fine della stagione per mettersi alla prova, anche se, nel caso del secondo, doveva passare ancora quasi una stagione e mezza prima della sua definitiva consacrazione tra i titolari.

E, in effetti, la cosa più notevole dell’inizio dell’avventura di Clough al Forest è che la squadra non avrebbe subito, nell’immediato, tanti ritocchi: quasi tutti i giocatori che si sarebbero guadagnati la promozione di lì a due anni erano già presenti in squadra; ci voleva solo qualche altro colpo della straordinaria capacità di Clough di gestire gli uomini per far capire a molti dei depressi giocatori del Forest di allora ciò di cui erano davvero capaci.

Clough cominciò il suo regno raccogliendo il Forest al tredicesimo posto, e concluse la sua prima stagione in sedicesima posizione. I tifosi più impazienti protestarono, quelli più avveduti si ricordarono che era successa esattamente la stessa cosa nel primo anno di Clough al Derby County, anch’esso preso in seconda divisione. Poi, era venuta la promozione, la vittoria del campionato inglese e la semifinale di Coppa dei Campioni. I tifosi più scettici obiettarono che sì, che era vero, ma che i successi di Derby erano stati ottenuti da Clough e da Taylor, e che il secondo stava ancora lì, in Terza Divisione, a accudire la nidiata del Brighton.

Diamo, di seguito, la classifica finale di quell’anno; le colonne dopo quella con il nome ella squadra rappresentano, da sinistra a destra, le partite giocate, il coefficiente reti, i punti (2 punti per la vittoria), il risultato di quella squadra contro il Forest al City Ground e il risultato di quella squadra contro il Forest in casa..

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P GA Pt Res Res
1 Manchester United 42 2.20 61 L0-1 D2-2
2 Aston Villa 42 2.47 58 L2-3 L0-3
3 Norwich City 42 1.57 53 L1-3 L0-3
4 Sunderland 42 1.86 51 D1-1 D0-0
5 Bristol City 42 1.42 50 D0-0 L0-1
6 West Bromwich Albion 42 1.29 45 W2-1 W1-0
7 Blackpool 42 1.15 45 D0-0 D0-0
8 Hull City 42 0.76 44 W4-0 W3-1
9 Fulham 42 1.13 42 D1-1 W1-0
10 Bolton Wanderers 42 1.10 42 L2-3 L0-2
11 Oxford United 42 0.80 42 L1-2 D1-1
12 Leyton Orient 42 0.72 42 D2-2 D1-1
13 Southampton 42 0.98 41 D0-0 W1-0
14 Notts County 42 0.83 40 L0-2 D2-2
15 York City 42 0.93 38 W2-1 D1-1
16 Nottingham Forest 42 0.78 38
17 Portsmouth 42 0.81 37 L1-2 L0-2
18 Oldham Athletic 42 0.83 35 W1-0 L0-2
19 Bristol Rovers 42 0.66 35 W1-0 L2-4
20 Millwall 42 0.79 32 W2-1 L0-3
21 Cardiff City 42 0.58 32 D0-0 L1-2
22 Sheffield Wednesday 42 0.45 21 W1-0 W3-2

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Meeting of Minds

Comincerò la pubblicazione di qualche testimonianza riguardante l’amicizia tra Brian Clough e Peter Taylor, partendo proprio dalla biografia del secondo, For Pete’s Sake, scritta dalla figlia, Wendy Dickinson. È un libro, se non brillante (Wendy non ha grande senso dell’umorismo: le sue battute, come vedrete, non è che siano granché; per di più tende un po’ al patetismo, e è tifosa del Derby County, tanto basti), interessantissimo e molto documentato, pieno di aneddoti e di scene familiari gustosissime, per chi è interessanto anche al dietro le quinte di una vita e di un’amicizia così decisiva per le sorti del calcio inglese e europeo. In particolare, questo capitolo è anche uno spaccato della vita di un calciatore inglese degli anni ’50, tratteggiato anche nella già citata biografia di Stu Imlach, della quale daremo, naturalmente, altrettanto ampi stralci in seguito.

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Capitolo 3 (parte prima)

Incontro di spiriti

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“C’è Pete?”  —  Brian Clough

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Per la maggior parte della mia vita, ogni volta che ho visto mio padre e Brian insieme mi sono sembrati vicini quanto possono arrivare a esserlo due persone. La loro relazione è stata paragonata a un matrimonio, e in molti sensi lo fu. Finivano l’uno le frasi dell’altro, avevano una capacità quasi telepatica di capire quello che l’altro stava per dire o per fare, ridevano insieme, piangevano insieme, e litigavano. Se si è fortunati, si può trovare un amico così, nella propria vita; ma non molti di noi, credo, hanno questa fortuna. La loro amicizia, così speciale, cominciò quando giocarono insieme nel Middlesbrough.

Papà fu ingaggiato dal Coventry nell’estate del 1955, come portiere di riserva, e possibile eventuale rimpiazzo per il fantastico Rolando Ugolini (1). Brian, che era entrato nel club a 16 anni, era appena tornato dai due anni di servizio militare nella RAF. A quei tempi, i giovani giocatori venivano ingaggiati in massa dai club principali, con una paga minima di 10 sterline, e la maggior parte di loro si perdeva per strada, e non se ne sentiva più parlare. Brian fu uno dei pochi a diventare professionista, ma solo dopo che egli ebbe avuto la preveggenza di scrivere al club poco prima della fine del servizio militare, per richiedere l’ingaggio. Papà e Brian si unirono a un club che aveva una storia impressionante: fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, 16 anni prima che si incontrassero, il Boro era sempre stata una delle quadre migliori della vecchia First Division. Erano i tempi del grande Wilf Mannion e di George Hardwick, due nazionali inglesi, ora immortalati in bronzo, con lo sguardo rivolto l’uno all’altro, posti su ciascuna delle due colonne prima poste ai cancelli del vecchio Ayresome Park, ora all’entrata del Riverside Stadium, il nuovo stadio del Middlesbrough.

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Mannion e Hardwick a guardia dei cancelli del Riverside Stadium

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Il Boro era arrivato quarto in Prima Divisione nell’ultima stagione piena prima della Guerra, e sarebbe stata una delle favorite per il titolo nella stagione successiva. Ma Hitler si mise in mezzo. Quando il football ricominciò, nel 1946, il club non fu capace di ritrovare la forma delle stagioni anteguerra, e galleggiava più o meno a metà classifica, uscendo sempre ai primi turni della FA Cup.

Ma l’appassionato pubblico del nord-est amava sempre la sua squadra, e il record di presenze all’Ayresome Park fu registrato proprio il 27 dicembre del 1949, con 53.802 spettatori, giunti allo stadio per guardare il Middlesbrough pareggiare 1-1 con gli storici rivali del Newcastle United. Poi, la situazione peggiorò ulteriormente, e alla fine il Boro fu retrocesso, nella stagione 1953-54, dopo 25 anni giocati al massimo livello del calcio inglese. Fu l’inizio di un periodo di vent’anni fuori dalla massima serie. Il Boro ingaggiò un nuovo manager per questa nuova fase della sua storia, Bob Dennison, che ereditò una squadra elefantiaca, composta da trenta giocatori con un contratto professionistico.

Quando io, la mamma e papà andammo a prendere il treno da Coventry a quello strano posto al Nord, Middlesbrough, come molte altre città del Paese, stava attraversando un periodo di grandi mutamenti sociali. Il modo di vivere, alla metà degli anni ’50, sarebbe stato ancora un modo di vivere perfettamente accettabile e riconoscibile per i miei nonni, ma non lo sarebbe rimasto per molto tempo. La cittadina era stata costruita sul ferro e sull’acciaio: il profilo della città era dominato dalle acciaierie, come la Dorman Long, e dagli impianti chimici, come l’ICI ( dove Brian cominciò a lavorare come apprendista saldatore e tornitore) (2). Le componenti d’acciaio del Sydney Harbour Bridge hanno ancora il marchio “Made in Middlesbrough” stampato su di loro, e il duro lavoro in quegli stabilimenti era ancora qualcosa di cui essere fieri.

Era ancora un’epoca nella quale le donne strofinavano, lavavano e spazzavano, e preparavano un pasto da mettere in tavola ai loro uomini alla fine della giornata e si prendevano cura dei figli: i mariti, per lo più, sparivano al pub o al club dopo il lavoro e il loro tè.

Il grande musicista rock di Middlesbrough, Chris Rea, il cui padre, Camillo, gestiva un caffè che era il punto di ritrovo preferito dai giocatori del Boro, nella sua canzone “Windy Town” descrisse Middlesbrough come un posto un po’ deprimente, spazzato da venti freddi provenienti dal Mare del Nord. Le mie memorie di Middlesbrough sono fatte quasi esclusivamente di giochi per strada insieme a un gruppo di ragazzine, e di corde da bucato usate come corde da salto, e di gite in barca sul laghetto dell’Albert Park, così penso proprio che la pioggia qualche volta smettesse. Quando il tempo era davvero molto brutto, noi bambini giocavamo nei vecchi rifugi contro i bombardamenti dietro la John Collier Factory… immaginavamo perfino di poterci qualche nazista dentro, laggiù.

Papà aveva 26 anni, quando prese su la sua piccola famiglia per il viaggio verso l’ignoto. Ci raccontò degli allenamenti pre-campionato, e, anche se gli ci volle qualche giorno per notarlo, disse che non avrebbe mai dimenticato il primo sguardo che diede a un magrissimo centravanti di 19 anni. “Stavamo facendo una partita di allenamento, durante la quale Dennison volle provare tutti i giocatori. Brian non entrò che verso la fine, dopo altri tre centravanti che, ovviamente, l’allenatore teneva più in considerazione di lui. Era veramente magnetico, uno che catturava lo sguardo, o, almeno, a me fece questa impressione. Abilissimo tecnicamente, poteva girarsi palla al piede su una moneta da sei pence, e nel gioco in area era ambizioso e spietato”. Ma nessuno ascoltò mio padre, quando cominciò a dire quanto ritenesse assurdo che Brian non fosse il centravanti titolare. È difficile immaginare che Brian fosse una seconda scelta, ma a quel tempo, in effetti, era solo il quarto centravanti della squadra, dopo Charlie Wayman, Ken McPherson, e un giocatore locale, Doug Cooper, che cominciò la stagione 1955-56 nella prima squadra.

Papà e Brian giocarono la loro prima partita insieme poco dopo quel provino pre-campionato, in una partita delle riserve contro lo Spennymoor. Cominciarono a parlare, o forse dovrei dire che papà diceva quanto lui stimasse Brian, e Brian stava a ascoltare.

Fecero subito amicizia, e il maturo professionista e il suo giovane protégé divennero immediatamente inseparabili. Non è difficile vedere il motivo di questa attrazione: il giovane giocatore lusingato del fatto che qualcuno pensasse a lui come un genio, e il giocatore più maturo lusingato del fatto che ci fosse un ragazzo che pendeva dalle sue labbra. Furono attratti l’uno verso l’altro dal reciproco apprezzamento. Ciascuno ha bisogno di sentirsi necessario e apprezzato. Brian fu incoraggiato, e acquistò fiducia in sé stesso attraverso la fiducia di papà, mentre papà si sentì incoraggiato dalla fiducia che il ragazzo riponeva in lui; anche se papà diceva sempre, scherzando, che in realtà fu la straordinaria abilità di Brian a trovare il fondo del sacco che, soprattutto, aiutò la sua carriera. Brian ricorda nella sua autobiografia, Walking on water, che cosa gli disse papà la prima volta che parlarono a quattr’occhi:

Mi disse “non riesco a capire che cosa ci sia che non va in questo posto: tu sei il miglior giocatore della squadra”. Questo mi diede sicurezze che io desideravo moltissimo avere. Mi fece sentire allo stesso modo in cui mi sentii quando mi fecero capoclasse a Marton Grove, ma fu una cosa ancora più importante, perché questa volta si trattava dell’inizio del resto della mia vita. Io sapevo di essere bravo, ma le parole di Pete me ne diedero la conferma e la certezza.

Brian parla anche dell’incontro tra due spiriti: “È semplice, fummo subito amici, e i migliori amici. La sua fiducia in me come giocatore diede il via all’amicizia, certo, ma lui aveva anche qualcos’altro, almeno altrettanto importante per me quanto il suo giudizio su di me come calciatore: era il suo senso dell’umorismo, la sua abilità di farmi ridere con nulla più di una sola parola. Era anche una persona forte, una delle poche persone che potevano farmi fermare subito e rimettermi sulla retta via, quando la mia natura impetuosa e arrogante mi stava facendo cacciare in qualche guaio. La presenza di Peter e la nostra amicizia fu cruciale, per me, in quei giorni, mentre cercavo di farmi strada nel Middlesbrough.”

Mentre Brian non veniva considerato, nella stanza dei bottoni del Middlesbrough, papà, anche in quei giorni, cercava di trovarsi una sistemazione per dopo, facendosi un nome come talent scout. L’uomo che papà considerava di più tra i manager di football, Harry Storer, era stato richiamato dalla pensione nel 1955, per aiutare il Derby County, che l’anno prima era stato retrocesso nella vecchia Terza Divisione Nord [che forse in effetti è la vostra vera dimensione, NdT]. Il Derby il sabato dopo giocava a Harlepool, e papà chiamò Storer e gli disse che Brian era il miglior giovane centravanti che avesse mai visto, ma che non lo facevano giocare in prima squadra. Disse a Storer di comprarlo senza indugio. Senza alcun riguardo per le regole della Football League, Storer, papà e Brian si misero d’accordo per incontrarsi al campo dell’Hartlepool: Storer portò papà sul terreno di gioco per parlare. Papà mi raccontò come andò: “era contro le regole incontrare Storer, ma Brian non disse niente: stava lì in piedi, e lasciava che parlassi io”. Fortunatamente per il Middlesbrough, Storer non comprò Brian — e lo rimpianse per sempre — ma certamente questo episodio diede a Brian un’idea di come agisse papà, di come fosse diretto e, in un certo senso, sprezzante delle regole costituite. Stavano molto bene insieme. Anche Brian ricordò di come fosse stato presentato a Storer da mio padre, e di avessero assorbito ogni parola delle sue raccomandazioni, anche se l’affare non si chiuse.

Papà faceva fatica, anche a quei tempi, a tenere le mani lontano dalla sua voglia di essere un manager. Io possiedo una lettera, datata 8 luglio 1957, scritta su carta intestata del Derby County da Mr Storer, indirizzata a mio padre. Egli aveva raccomandato al suo mentore anche un giocatore del Middlesbrough di origini giamaicane, Lindy Delapenha, ma non ricevette una risposta incoraggiante. Mr Storer scrisse:

<i>Caro Peter,

… per quanto il giocatore [Delapenha] mi piaccia molto, sono piuttosto riluttante a prenderlo. Sembra che abbia un’indole naturalmente portata a lamentarsi e a irritarsi, sia durante il gioco, sia riguardo al modo in cui vengono trattati i giocatori. Inoltre, non sono sicuro che rimarrà in Inghilterra tanto da essere un acquisto utile. Un peccato, perché lui e sua moglie non mi dispiacciono. Lei è una ragazza simpatica e sensibile. Telefonami, se ti va. Io sono qui tutti i giorni fino all’una.

Cari saluti, Harry Storer</i>

Due settimane dopo aver quasi firmato per Harry Storer al Derby, Brian fece il suo debutto per il Middlesbrough, contro il Barnsley. Sorprendentemente, considerata la valanga di reti che egli avrebbe segnato negli anni successivi, nel corso della stagione giocò solo nove partite, segnando la miseria di tre reti. Mio padre giocò solo sei partite. Alla fine della stagione, insomma, erano ancora delle riserve.

Ma la strana coppia trovò un sacco di cose da fare per tenersi occupata, durante il periodo in cui non venivano presi in considerazione. Mia madre ricorda: “Dopo aver fatto amicizia, divennero inseparabili. Pete veniva a casa dal lavoro, prendeva il suo tè, e subito si sentiva bussare alla porta. C’era Brian sulla soglia. ‘Pete è in casa?’, diceva. E io rispondevo ‘entra pure Brian, è là di dietro’. E andavano avanti a parlare tutta la sera di football, e all’ora di cena Pete veniva a chiedermi di metter su la padella per friggere le patatine. Brian diceva sempre che le mie patatine erano le più buone che lui avesse mai assaggiato. Era un po’ timido, a quel tempo, a dire il vero. Se stava per uscire da casa nostra e c’erano delle ragazze che se ne uscivano dal loro turno alla John Collier Factory, dall’altra parte della strada, tornava indietro: ‘preferisco non uscire, con tutte quelle ragazze in giro’, diceva.”

Mia madre ricorda anche che, qualche volta, i due ragazzi non si portavano esattamente come dovrebbero fare dei calciatori professionisti. “A tutti e due piaceva un sacco giocare a carte, e Brian aveva un amico che lavorava per la Customs & Excise [più o meno, gli uffici delle finanze, NdT], che insegnava anche in una scuola di bridge, e soleva tenere a casa sua delle vere e proprie sessioni di gioco. Giocavano a bridge, e spesso giocavano davvero fino a notte fonda. Ricordo che una volta mi arrabbiai con Pete perché lui e Brian erano stati fuori tutta la notte a giocare a carte, e era venerdì, e il sabato avrebbero dovuto giocare. Be’, sai? Brian segnò tre reti, quel giorno.”

Ricordo quella casa al 25 di Saltwells Crescent molto bene. Quando papà si trasferì dal Coventry al Boro, andammo direttamente lì dentro, una casetta con tre camere da letto: era una “club house”, una casa di proprietà del club che veniva affittata ai giocatori. Non era proprio bellissima: era l’ultima casa di una terrace, e giusto voltato l’angolo c’era il campo di allenamento del Boro, e, di fronte, la fabbrica di abbigliamento John Collier. Non so se ricordate lo slogan pubblicitario “John Collier, John Collier, la vetrina da guardare”? Ecco, proprio quella. C’era una piccola cucina con un’inquietante barattolo di estratto di malto disgustoso sulla cima di un’alta madia, una cucchiaiata del quale finiva inevitabilmente nella mia gola e in quella di mio fratello Phil ogni mattina, a scopo profilattico e ricostituente, penso. Vicino alla madia c’erano un lavabo di pietra dentro il quale ci lavavamo i capelli ogni domenica, tenendoci pezzuole di flanella bagnata sugli occhi per evitare il contatto con il sapone, molto irritante (contatto che, però, avveniva regolarmente), e una porta che dava su una specie di soggiorno, che era la stanza dove tutti vivevamo quasi sempre. Non ci stava molto, un caminetto, un paio di poltrone, un grande tavolo coperto con una bella tovaglia di cotone rosso, e una piccola televisione nell’angolo. Non avevamo nessun altro mobile, dal momento che non ce lo potevamo permettere. Mi ricordo che mentivo con i miei amici, dicendo loro che avevamo anche una libreria, e questo mi impediva di invitarli, o, quanto meno, di farli passare in soggiorno, perché non volevo che scoprissero le mie bugie.

Ricordo che Brian veniva un sacco a casa nostra. Anzi, se ci penso mi sembra che fosse sempre lì. Me lo ricordo bene, perché spesso ci portava una tavoletta di cioccolato. Mamma, con il suo inimitabile modo di prendere la vita, si trovò subito bene su al nord. Andavamo con il bus, tutti i venerdì pomeriggio, al mercato di Billingham, per comprare le aringhe fresche e un dolce di mele coperto di cocco per papà: “non era facile, perché avevo due bambini piccoli, e Pete era via da casa un sacco di tempo, a causa dei viaggi della squadra, ma la gente di Middlesbrough, e, soprattutto, la famiglia di Brian, mi accolse molto bene. Non mi sono mai sentita un’estranea: i genitori di Brian erano adorabili, e potevo contare su di loro per qualsiasi cosa di cui avessi avuto bisogno”.

Anche se lo staff della squadra era convinto che Brian fosse un ottimo giocatore, e anche se a papà era stato promesso un posto in prima squadra da parte di Bob Dennison, i due avrebbero dovuto aspettare fino al campionato successivo, quello del 1955-56, per diventare titolari fissi della prima squadra del Boro. Alla fine, all’età di 33 anni e dopo 320 presenze, l’esuberante portiere italiano Ugolini andò al Wrexham e papà divenne il titolare del ruolo. Si vede che Bob Dennison aveva visto la luce, perché anche Brian guadagnò un sacrosanto posto da titolare alla guida dell’attacco del Boro. Tra i compagni di papà e di Brian, in quei giorni, c’erano alcuni nomi leggendari del calcio a Middlesbrough: le ali Billy Day e Edwin Holliday, Derek McLean, Joe Scott, e l’imponente e altissimo centrattacco Alan Peacock, che giocò poi anche nel Leeds, nazionale inglese. Tutti loro finirono per apprezzare il talento di papà, anche se lui, con i suoi standard altissimi di valutazione delle prestazioni e del talento, non pensava di essere granché. “Peter era un ottimo portiere, e, certamente, quello dotato di migliori rinvio tra tutti quelli che ho visto giocare a quei tempi”, dice Derek McClean. “Poteva calciare agevolmente molto oltre la linea di metà campo, e, soprattutto, poteva calciare con precisione il pallone proprio sui nostri piedi… a dire il vero, soprattutto su quelli di Cloughie”. Anche Alan Peacock ricorda: “Peter aveva una grande presenza in area. Era grosso, molto diverso da Rolando, che era soprattutto atletico, e si tuffava in continuazione. Peter era più razionale, lavorava molto sulla posizione. Ma quello che ricordo più di Peter era la sua abilità nei rilanci. Lanciava ben oltre la metà campo, con passaggi precisi e illuminanti degni di un grande centrocampista”.

Come ho detto prima, essere un giocatore di calcio negli anni ’50 — gli anni in cui mio padre raggiunge il culmine della sua carriera — era diverso da come è essere un giocatore di calcio ora, come lo era dalla vita su Marte, ma, nonostante tutto, anche allora i giocatori erano in qualche modo speciali. Guadagnavano bene, anche se la differenza tra la loro paga settimanale e la paga settimanale di un normale lavoratore non era così grande da renderli un mondo a parte. Nondimeno, avevano il dono, e la fortuna di poter fare un lavoro per il quale un sacco di ragazzi e di uomini avrebbero potuto uccidere. Vivevano dando calci a un pallone, invece di massacrarsi in una fabbrica o nel pozzo di una miniera, erano amati o odiati da folle enormi ogni sabato, i loro nomi e le loro fotografie erano su tutti i giornali. Certo, nonostante questo statuto speciale derivante dall’essere calciatori professionisti, i giocatori di quei tempi non erano superstar viziate come oggidì molti ragazzi di talento, e è molto interessante ascoltare da quei giocatori del Middlesbrough, un tempo famosi, come fosse, allora, la loro vita.

“Pete passava tutti i giorni da casa mia, a Manitoba Gardens, che era proprio appena girato l’angolo, rispetto a casa sua, a bussarmi alla porta per chiamarmi”, ricorda Billy Day, che ora è un arzillo 73enne, con un piccolo aneddoto da raccontare in qualsiasi occasione. “Attraversavamo Albert Park a piedi, e di solito Brian ci raggiungeva venendo da Valley Road, dalla stessa parte del parco dalla quale abitavamo noi. Poi si univa Eddie Holliday, se si preoccupava di alzarsi in orario, che veniva dall’altra parte del parco, e andavamo tutti insieme verso Ayresome Park. Io e Eddie parlavamo per lo più di snooker, di cavalli e di corse di cani, mentre Pete e Brian parlavano solo di fooball, nient’altro che di football. Erano intossicati dal calcio.”

Alan Peacock, che insieme a Brian Clough formava una coppia d’attacco letale, ricorda: “Dovunque li incontrassi, erano insieme. Quando al venerdì viaggiavamo con il treno per le trasferte, erano sempre seduti insieme. Penso che se avessero potuto, avrebbero preso uno scompartimento solo per loro due e ci si sarebbero chiusi dentro a giocare a domino e a parlare di calcio. Brian e Peter escludevano chiunque altro dalle loro conversazioni. Chiacchieravano in fretta, continuamente e intensamente di calcio. Erano diversi da noi. Certo, noi prendevamo il calcio sul serio, ma nessuno di noi prendeva il calcio seriamente come loro.”

Penso di aver capito chiaramente, dopo tutte le conversazioni che ho avuto con i loro vecchi compagni di squadra, che papà e Brian stavano per lo più per conto loro, e che nessun altro era arrivato a conoscerli bene. Un altro vecchio giocatore della squadra, Joe Scott, dice: “Erano sempre insieme. Penso che Pete stesse pianificando la sua vita futura, stesse facendo i sui calcoli e i suoi progetti. Non fui affatto sorpreso quando Brian prese Peter con lui, quando cominciò a allenare. Sapeva bene che Peter era perfettamente all’altezza.”

In quella prima stagione da titolare, Brian segnò 40 reti, e del Boro si cominciò a dire che giocava un ottimo calcio. Derek McLean ricorda la fame di gol che divorava Brian: “Brian mi diceva: ‘Non mi allargherò sulla fascia e non tornerò dietro a prendere palloni. Non sono pagato per questo. Il mio compito è segnare reti, e è per questo che vengo pagato.’ Si incazzava se qualcuno entrava in area palla al piede: ‘stai facendo confusione, mi stai togliendo lo spazio.’ Se si presentava un’occasione da rete, anche la più improbabile, lui era lì per approfittarne.”

Billy dice ancora: “Eravamo di gran lunga la squadra con il miglior gioco offensivo della divisione, e forse dell’intera Lega. La squadra giocava con due attaccanti puri, e con me e Holliday come ali offensive, e devo dire che stavamo sempre molto alti e esterni. Non sarei mai tornato per contrastare un terzino avversario, né mi sarei quasi mai accentrato per tirare. Nel nostro sistema, i difensori allargavano il gioco su una delle due ali, noi dovevamo superare i terzini avversari e crossarla dietro una volta arrivati sulla linea di fondo. Potevo scommettere che Brian era lì a aspettare, e cercavo sempre di passare la palla verso di lui. Non tirava mai indietro la gamba, anche contro contrasti molto duri. Se era marcato troppo strettamente, dovevo tagliare dentro e metterla appena fuori dall’area di porta, verso Peacock. Certo, se in questo modo Peacock metteva una doppietta, Brian mi teneva il broncio.”

Quando si parla con i giocatori di quel tempo, salta subito all’occhio, e quest’impressione torna continuamente, l’apparente mancanza di un allenamento assiduo sugli schemi, e una mancanza di profondità tattica dal gioco. Quasi tutti i giocatori di quella generazione con cui ho parlato mi dice le stesse cose: non c’erano vere e proprie tattiche, o schemi predefiniti. A quanto sembra, nelle riunioni pre-partita i giocatori si riunivano, veniva detto quello che ci si aspettava da ciascuno di loro, poi uscivano in campo e cercavano di farlo. Magari le cose non erano proprio così semplici, ma sembrerebbe di sì. Ad ogni modo, penso che la verità non si discostasse tanto dalla mia impressione: papà e Brian dicevano sempre che le decisioni su chi avrebbe giocato si prendevano davanti a un caffè caldo, nelle riunioni dopo gli allenamenti, al Rea’s Coffe Bar vicino a Ayresome Park. Probabilmente, lì si decidevano anche le tattiche per la gara.

Un altro aspetto della vita di un calciatore che è cambiato oltre ogni possibilità di riconoscimento è l’allenamento. Derek McLean ricorda la noia assoluta degli allenamenti con un’espressione che riesce ancora a essere triste: “Tutto quello che facevamo era correre intorno al campo, nella pista che circondava il terreno a Ayresome Park. Era tutto lì. Girare, girare, girare, girare, girare. Poi, il venerdì facevamo qualche sprint, giusto per migliorare la velocità. Durante la settimana, toccavamo appena la palla, per lo più per fare qualche seduta di <i>head-tennis</i>. E anche allora bisognava stare molto attenti a non far arrabbiare Wilf, il <i>groundsman</i>. Wilf stava a guardarci tutto il tempo, mentre ci allenavamo, e se qualcuno toccava appena un angolino d’erba mentre correvamo intorno al campo, cominciava a sbraitare: ‘Sta’ fuori da quel cazzo di campo, bigolo!’. Nei giorni della partita, quando si rientrava negli spogliatoi nell’intervallo, si passavano dei guai con Wilf se si erano fatti troppi interventi in scivolata, rovinando l’erba”. Bill ricorda, in particolare, un cazziatone ricevuto da Wilf: “Mi ricordo di una partita in cui il terzino mi stava facendo impazzire, mi seguiva dovunque, e portava un sacco di contrasti, ma ero in grande giornata, e i suoi tackle raramente mi fermavano. Stavo giocando un’ottima partita, e rientrai negli spogliatoi all’intervallo molto fiero di questo. Wilf mi stava aspettando nel tunnel. Mi disse: ‘ma non hai visto in che stato è l’erba della fascia? Non la puoi dar via prima che lui affondi il tackle? Guarda che l’erba la ripaghi tu!’ Mi ricordo che una volta Wilf tornò nel suo capanno per mangiare il pranzo, e scoprì che Eddie Holliday e qualcuno degli altri gli aveva inchiodato i panini al muro. Eravamo una squadra di buffoni.”

Un altro aspetto della vita dei calciatori degli anni ’50 che mi sorprende, ora che i calciatori arrivano al campo di allenamento con le loro Bentley (quando la Porsche è a fare il tagliando), è che quasi nessuno di loro aveva un’automobile. In quella squadra, solo due giocatori avevano l’auto, Lindy Delapenha e Ray Barnard. Per tutti gli altri, il mezzo di trasporto preferito era la locale azienda di trasporti. Brian diceva che lui e papà cercavano sempre di mettersi nei due posti davanti, sui bus locali, in modo da poter mettere i piedi sulla sbarra, e da potersene stare per conto loro. Derek McLean mi ha raccontato una storia che avrebbe fatto scappare un giocatore dell’attuale Premier League lontano un miglio: “Venivo da Brotton, un sobborgo appena fuori Middlesbrough. Non avevo l’auto, a quei tempi, così, per le partite interne, andavo allo stadio sullo stesso bus che prendevano i tifosi del luogo. La cosa buffa che mi ricordo è che all’andata mi facevano sempre sedere, anche se il bus era pienissimo. ‘Dai Derek, siediti, ragazzo’, mi dicevano. Al ritorno, invece, se avevamo perso, nessuno di quei tizi si alzava per farmi sedere.”

Anche Billy ricorda che tornava dallo stadio a piedi, i giorni della partita, verso casa, poche strade più in là, insieme ai tifosi. “Mi dicevano qualcosa, soprattutto se avevo giocato male o se avevamo perso, ma era una cosa che bisognava tenere in conto”.

(1) Rolando Ugolini fu uno storico portiere del Boro, titolare per dieci anni. Nato a Lucca, i suoi genitori, antifascisti, emigrarono a Glasgow quando Rolando aveva due anni, per aprire e gestire un negozio di fish & chips; cresciuto in una squadretta locale, l’Armdale Thistle, divenne un ottimo portiere; passò al Celtic, poi al Boro, dove rimase nove anni, poi al Wrexham, come ricorderà Wendy, poi al Dundee United e al Berwick Rangers, nei quali giocò solo una partita, l’ultima della sua carriera professionale, nel 1963. È ancora vivo, e partecipa tutti gli anni al torneo di golf degli ex giocatori del Middlesbrough. Di carattere molto esuberante e giocoso, diventò presto un idolo per i suoi compagni di squadra e per i tifosi. Lo stesso Brian Clough, che lo ammirava molto, disse che ogni squadra dovrebbe avere un personaggio simile, tra i giocatori, per il bene dello spogliatoio. [NdT]

(2) Brian Clough abbandonò la scuola a 15 anni, senza conseguire alcun diploma, e cominciò subito a lavorare in fabbrica, nel 1950. Una curiosità: la primissima squadra nella quale giocò Brian Clough fu proprio il Billingham Synthonia FC, che allora era la squadra aziendale dell’ICI (Imperial Chemical Industries). Il nome del club deriva dal paesino appena fuori da Middlesbrough nel quale sorge l’impianto, e dal nome di uno dei più famosi prodotti dell’ICI, un fertilizzante (SYNTHetic ammONIA), molto utilizzato anche come componente degli esplosivi bellici durante la guerra. [NdT]

La seconda parte del capitolo parla ancora del rapporto personale che si strinse tra Peter Taylor e Brian Clough in quegli anni, della comune passione politica socialista, e della fine della loro carriera comune a Middlesbrough, interrotta dal passaggio di Taylor al Port Vale e da quello di Clough all’ambiziosissimo Sunderland di quei declinanti anni ’50. Ma questo lo vedremo, come si suol dire, nella prossima puntata.

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Buon compleanno!

Ragazzi, le traversie del Forest e di questo blog, impantanatosi nel passaggio a WordPress, non può farci dimenticare che oggi è il compleanno di Brian Clough! Avrebbe compiuto 76 anni. Tanti auguri, papà Clough. Dai un occhio alla squadra, potendo, da dovunque tu sia.

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