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“Il modo più veloce che c’è per fare un milione di sterline”, ovvero le vicende finanziarie del Forest durante l’era Doughty (1999-2012)

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It has often been said that the quickest way to have a million is to start with a hundred million, buy a football club and wait.

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Mentre pare (pare…) in dirittura d’arrivo l’acquisizione del Forest da parte della famiglia Al Hasawi — proprietari di un gruppo kuwaitiano dedito non all’estrazione del petrolio ma alla commercializzazione di apparecchi elettronici — è ora, forse di fare un bilancio oggettivo, freddo e accurato della gestione del Forest da parte di Nigel Doughty, l’ex presidente recentemente scomparso (ma che, indipendentemente dalla sua morte, aveva già deciso di cedere la squadra immediatamente dopo che fu apparso evidente il fallimento del “piano Brollie” di rilancio della squadra).

È, naturalmente, un’impresa titanica, della quale io non sarei mai stato in grado, ma che il bravissimo gestore del blog My Life in Football ha compiuto in un post pubblicato il 25 maggio scorso. Presento qui una traduzione del testo, per fare, dopo, alcune considerazioni personali sulla cosiddetta “era Doughty”.

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Introduzione

Ci si chiede spesso, tra tifosi di calcio, viste le cifre dei deficit di gran parte delle squadre, dove diamine finiscano tutti i soldi. I biglietti costano una follia, le squadre ricevono somme assurde dalle televisioni, gli stessi proprietari buttano nelle squadre somme enormi, eppure la domanda rimane. Si sa di ogni penny che entra, i fatturati delle squadre sono sotto gli occhi di tutti, ma, in fondo, si sa poco di molte delle spese che comporta la gestione di un club, e raramente sono presentate in modo chiaro, in prospetti con le cifre indicate in modo analitico.

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Ci sono, è vero, analisi finanziarie molto accurate: le migliori, forse, sono quelle pubblicate dall’ottimo sito svizzero Swiss Ramble, che ha rivolto la sua attenzione anche al Nottingham Forest, in passato; ma, con la fine dell’era Doughty al City Ground, provo il bisogno di guardare complessivamente al periodo della sua gestione, e di vedere che cosa sia realmente accaduto nel corso di questa, per confermare o smentire i luoghi comuni che la riguardano.

Di conseguenza, sono andato indietro fino all’ultima stagione nella quale il Bridgford Consortium ebbe il controllo del club, con esiti piuttosto controversi: era il 1997, e il Forest stava fronteggiando la seconda retrocessione dalla Premier League in cinque anni.

E poi, in quali condizioni il Bridgford Consortium aveva lasciato il Forest dietro di sé? Davvero Nigel Doughty salvò il club dal dissesto? Quanto denaro ha davvero messo di suo dentro la squadra, quali manager sono stati davvero appoggiati e quali sono stati lasciati a sé stessi, a pagare il prezzo della loro solitudine?

Quello che io intendo fare in questo articolo è spiegare quanto e quale denaro è entrato e dove è andato a finire in ciascuno dei periodi nei quali si è suddivisa la cosiddetta “era Doughty”. Voglio documentare con dei dati il mio pensiero su come Doughty ha amministrato il club, e voglio capire che cosa possiamo imparare per il futuro dalla sua gestione. Spero che questo articolo rappresenterà correttamente questo periodo della nostra storia, raccogliendo in un unico scritto tutto quello che può essere raccolto su di esso, e spero che questo tentativo porterà a conclusioni significative.

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Approccio finanziario

Per dare un senso alla gestione finanziaria delle 12 stagioni che hanno portato il Forest al maggio del 2012 ho esaminato i bilanci ufficiali del club, e ho usato i conti economici ufficiali e le note utilizzate dai Revisori dei conti, ho esaminato soprattutto i flussi di cassa e la situazione della liquidità. Credo che questa sia la strada migliore per analizzare le attività finanziarie di un club, dal momento che questi documenti mostrano in che modo il denaro è entrato e è uscito dalle casse, senza introdurre elementi che confondono l’analisi finanziaria pura, come gli ammortamenti e le svalutazioni.

Il Nottingham Forest, infatti, come tutti i club, capitalizza il costo dei giocatori, e lo imputa al Conto economico pro-quota, suddividendolo tra diversi esercizi per tutta la durata del contratto del giocatore stesso: questo modo di trattare questa voce di spesa può avere senso in modelli di azienda più tradizionali, ma introduce un fattore di scarsissima trasparenza nella lettura dei flussi finanziari delle squadre di calcio, e rende difficile un approccio all’analisi esclusivamente finanziaria dei processi di compra-vendita dei giocatori.

I report finanziari integrali riportati in fondo al post saranno citati nel corso del post, nel quale dividerò l’analisi della situazione finanziaria del club tra momenti significativamente diversi di questo dodicennio, sia per quel che riguarda la situazione sportiva, sia per quel che riguarda la situazione economica del club. Cercherò di guardare alla gestione Doughty, dunque, dividendola in periodi più corti: da un lato, più gestibili dal punto di vista analitico e, dall’altro, più efficaci dal punto di vista argomentativo, perché caratterizzati ciascuno da aspetti specifici che potranno portare a conclusioni più significative.

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La situazione finanziaria nel maggio 1999

Nell’estate del 1999 il club era appena retrocesso, e le figure principali del Brigford Consortium [che aveva acquisito il club il 25 di maggio del 1997, come detto sopra nel post; Nigel Doughty faceva parte del consorzio, ma non ne era una figura chiave, NDT] avevano lasciato il board della squadra. In quel momento, il Nottingham Forest PLC [la società detenuta dal Consorzio che deteneva la partecipazione di maggioranza del NFFC. NDT] esisteva ancora, ma Nigel Wray si era dimesso da Direttore operativo nell’aprile del 1999, e sia Irving Scholar, sia Julian Markham lo avevano seguito nel giugno dello stesso anno. Phil Soar era rimasto come Amministratore delegato.

Eric Barnes, Sir David White e John Pelling si erano aggiunti al Consiglio di Amministrazione nel corso dell’anno, e erano tutti in carica nell’aprile del 1999, al momento del famoso tentativo di “restituire il Nottingham Forest a Nottingham”. Il club che il Consorzio si era lasciato alle spalle, malgrado la sensazione di disfacimento che i proprietari avevano contribuito a indurre negli appassionati, non era in una situazione finanziaria così cattiva come si pensa; anche se, certo, la situazione sportiva della squadra era molto peggiore di quella degli anni anche di poco precedenti.

Un anno passato in Premier League nella stagione 1998-99 aveva generato un profitto operativo di 1,4 milioni di sterline (certo, da allora le cose sono molto cambiate, in termini di quanto valga per una squadra partecipare alla EPL!). Questo utile operativo fu utilizzato, in gran parte, per pagare gli interessi passivi e altri investimenti in conto capitale; nonostante questo, il il saldo positivo del mercato-giocatori produsse un aumento netto di liquidità di 1,97 milioni di sterline, nel corso della stagione.

Questo surplus finanziario fu totalmente usato per la riduzione del debito bancario della squadra, che fu ridotto dai 3,03 milioni di sterline dell’inizio della stagione al milione e 60.000 sterline della sua fine. L’unico altro debito in capo al club in quel momento era un’esposizione obbligazionaria, il famoso Trent Ent Bond, imputata a bilancio per un valore di 4,3 milioni di sterline, la stessa cifra per la quale era stato presente in bilancio sin dalla sua emissione, avvenuta nel 1994. Il debito totale del Nottingham Forest, dunque, al 31 maggio 1999, era di 5,36 milioni di sterline.

Apparentemente, è una situazione abbastanza rassicurante, soprattutto alla luce del fatto che il Trent End Bond (emesso per pagare la ristrutturazione dell’omonima tribuna) era un prestito a lunghissima scadenza, anche se comportava un esborso per interessi di 401.000 sterline l’anno, interamente addebitato al Conto economico e senza effetti per lo Stato patrimoniale.

Anche se la situazione economica era condizionata in positivo dall’anno passato in PL, dal punto di vista finanziario le uscite rappresentate dagli stipendi dei giocatori erano stato solo il 60% delle entrate: un livello assolutamente sostenibile, che avrebbe potuto benissimo sopportare sia un incremento del monte ingaggi nel caso di una permanenza nella massima serie, sia una riduzione delle entrate in caso di retrocessione.

La retrocessione rappresentò certamente un problema, e la squadra aveva bisogno di investimenti per tentare di tornare nella massima serie, ma è importante notare come — al di là di concetti astratti come “aspettative” o “ambizioni” che possono certamente condizionare il giudizio sul Consorzio — in assoluto la situazione finanziaria del club non era cattiva quando subentrò Nigel Doughty.

Le cose avrebbero certamente potuto andare meglio, e il CDA dimissionario era stato ben lungi dall’essersi comportato in modo impeccabile — la cessione di giocatori chiave come Cooper e Campbell quando il club era stato promosso, che produsse la protesta di Pierre Van Hooijdonk, fece capire a tutti che quella dirigenza aveva poco a cuore la costruzione di una squadra competitiva, una volta che la quotazione in borsa del club non era riuscita a produrre i capitali sperati — ma quando Nigel Doughty fece il suo ingresso nel club non fu certo per salvarlo dal crac finanziario, come si pensa talvolta.

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Dal 1999 al 2001 – Il take-over di Doughty

Nel luglio del 1999, dunque, il board del Nottingham Forest PLC [Il NFPLC, come detto, era la società per azioni creata dal Consorzio per controllare il NFFC. Mentre il NFFC non era direttamente quotato in borsa, la NFPLC lo era. NDT] votò a favore di un investimento diretto di 6 milioni di sterline nella società controllata Nottingham Forest FC da parte di Nigel Doughty. Questo permise a Doughty di evitare di negoziare l’acquisto delle azioni della PLC con i frustratissimi membri dimissionari del Consiglio, e di immettere il suo denaro direttamente nelle casse del Club: un modello di comportamento che il suo asse ereditario dovrebbe considerare, mentre sta trattando, proprio adesso, la cessione della squadra.

Doughty nominò Tim Farr e Neil Candleland come suoi rappresentanti nel CDA del Club, e si occupò personalmente della nomina del nuovo manager, che individuò nella figura di David Platt, un ex nazionale inglese che, però, non aveva alcuna esperienza precedente da allenatore.

Con gli incassi in netta diminuzione, a causa del nuovo status di club di Seconda Divisione, il club si impegnò molto per sostenere Platt nel suo tentativo di riguadagnare la PL, mantenendo il livello degli stipendi dell’anno precedente e investendo nel mercato una cifra di 6,5 milioni di sterline, al netto tra vendite e acquisti.

Nella sua prima stagione, Platt portò in squadra tre Italiani, oggi tristemente famosi tra i tifosi del Forest: Moreno Mannini, Salvatore Matrecano e Gianluca Petrachi, e utilizzando parte consistente del monte stipendi a disposizione per ingaggiare Ricardo Scimeca dal Villa, Jim Brennan dal Bristol City e Stern John dal Columbus Crew, compensando in parte le uscite vendendo l’attaccante olandese Pierre Van Hooijdonk.

Cifre minori furono utilizzate per ottenere i servigi di Jack Lester e di Tony Vaughan più avanti nel corso della stagione; tutto questo, prima della decisione più impegnativa e più decisiva, dal punto di vista finanziario, presa l’estate successiva: quella di ingaggiare David Johnson dall’Ipswich Town usando uno strumento finanziario piuttosto nuovo, allora, nel mondo del calcio: il leasing. Anche se produsse risultati certamente deludenti — il 14° posto nella stagione 1999-00, e l’11° nella stagione 2000-01 — questa politica di spesa produsse effetti devastanti sugli equilibri finanziari del club.

Alla fine della stagione 2000-01, la pura esposizione bancaria era salita a 8,5 milioni di sterline, era stato acceso un nuovo prestito che prevedeva un interesse annuo di altri 0,4 milioni di sterline e, in più, il debito del Club era appesantito dal massiccio debito costituito dal leasing acceso per acquistare David Johnson, ammontante a 4,8 milioni di sterline. Quindi, in soli due anni, il passivo del NFFC era passato da 5,4 a 17,9 milioni di sterline. David Platt, vista la mala parata, non si fece pregare due volte per passare armi e bagagli a guidare la U21 inglese, nel bel mezzo del pre-campionato 2001-02, e il Club cercò affannosamente di darsi un brusco cambio di direzione.

Il periodo dal 1999 al 2001 è uno dei momenti che Doughty sembrava sempre dimenticare quando ripercorreva gli anni della sua dirigenza. Cercava sempre di far passare l’idea di essere piombato a prendere il controllo di un club affossato dai debiti, e, anche se, in effetti, egli non aveva conquistato la proprietà totale prima della situazione di dissesto, il debito era esploso proprio durante il suo periodo iniziale di controllo.

In due anni, sotto il management di David Platt, il club aveva prodotto una perdita operativa netta di 9,34 milioni di sterline, come differenza tra incassi e uscite, da sommare a un’ulteriore passivo proveniente dal mercato dei trasferimenti di 6,45 milioni di sterline; il totale delle sole perdite provenienti dalla gestione calcistica, dunque, al netto degli interessi passivi, fu di 15,8 milioni di dollari: la gestione di Platt produsse perdite per 152.000 sterline a settimana.

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Dal 2001 al 2005 – Il ritorno al controllo finanziario

Il direttore dell’Accademia Paul Hart fu scelto come nuovo manager, con l’imperativo di concentrarsi sulla valorizzazione dei giovani talenti e di tagliare i costi. Il suo primo anno di gestione fu il classico anno di transizione, con la cessione di diversi giocatori di alto profilo e a alto mantenimento, inclusi i gioielli della corona: ragazzi di sicuro talento e futuro come Jermaine Jenas, che lasciò il Forest per il Newcastle United nel febbraio del 2002 per 5 milioni, dopo aver vestito per 33 volte la rossa casacca del Club.

Hart riuscì a ridurre il monte stipendi a 8 milioni di sterline (il 73% del fatturato), e con la prima tranche del pagamento derivante dalla vendita di Jenas riuscì a ottenere il primo profitto netto sull’attività di trasferimento giocatori dell’era Doughty, che sarà seguito da diversi altri; nonostante questo cambio di rotta, la situazione finanziaria della società era talmente dissestata (per il solo 2001, il totale degli interessi passivi che il Forest dovette corrispondere raggiunse la cifra di 1,3 milioni di sterline, un totale ampiamente foraggiato dalla modalità di finanziamento dell’acquisto di Johnson), mentre il fatturato, data la qualità della squadra, continuava a scendere. Nel maggio del 2002, il debito netto del Club raggiunse i 18,7 milioni di sterline, costituito soprattutto intorno agli oltre 10 milioni di rosso bancario e all’ormai famigerato Johnson-leasing.

A questo punto, Nigel Doughty compie l’affondo finale della sua operazione di acquisizione, investendo 2,75 milioni di sterline in azioni della PLC nel 2000-01, e altri 2,25 milioni nel 2001-02: il denaro effettivamente investito nell’acquisto del Club, dunque, passo a ammontare a 11 milioni di sterline, cui vanno aggiunti i 5,3 milioni di passivo netto che, come detto, Doughy si trovò a ereditare.

Quindi, Doughty pagò 11 milioni di sterline, e assunse il debito di 5,3 milioni, subentrando alla PLC, nella quale, anche se era controllata a larghissima maggioranza dal Bridgford Consortium, erano presenti anche, con piccole quote, gruppi di tifosi che avevano deciso di investire direttamente nel Club.

Anche se nel momento del suo definitivo ingresso come proprietario assoluto il Club presentava una situazione finanziaria davvero critica, in effetti, come abbiamo visto, all’inizio della sua direzione aveva ereditato una squadra sostanzialmente sana; era stata la politica di rafforzamento che aveva deciso lui che aveva portato il Club a dover drasticamente tagliare le spese, sotto Paul Hart.

A onor del vero, i tentativi di rimettere le finanze del Club su binari di sostenibilità furono un discreto successo, anche se dovuto, soprattutto, alle somme riscosse per la vendita di un discreto numero di buoni talenti sviluppati dall’Accademia. Nella stagione 2002-03, il club registrò un passivo di cassa di 2,65 milioni di sterline, un buon successo se pensiamo ai 10,5 e 7,8 milioni di sterline registrati nelle due stagioni sotto David Platt: un passivo lenito dal drastico abbassamento del monte stipendi, dalla rata spettante all’esercizio per la cessione di Jenas, ma appesantito ancora dagli interessi, ammontanti, anche in quella stagione, a 1,3 milioni di sterline. Il debito del club stava ancora rodendo la stabilità della squadra, rimanendo responsabile del 50% del passivo di cassa per quell’anno.

In quella stagione, il Forest riuscì a ottenere un posto nei playoff della Championship, dimostrando che si poteva ottenere una squadra competitiva anche senza l’ormai tradizionale sperpero di denaro che aveva caratterizzato le ultime stagioni della squadra.

La carenza di fondi fu riempita dall’acquisizione, da parte di Doughty, dell’ultima parte della quota della PLC nel NFFC; così, nonostante il passivo finanziario li debito complessivo del Club salì solo fino a 19,1 milioni di sterline. Così, dopo quattro anni al timone, Doughty aveva visto sparire dal suo portafogli 11 milioni di sterline, e aveva aggiunto 13,8 milioni di sterline al debito complessivo del Club nei confronti dei terzi. 25 milioni in totale e la partenza di Jenas: in cambio, il nulla.

La cessione di altri tredici membri della prima squadra, che produssero cassa per otto milioni di sterline, e la loro sostituzione con un pungo di giocatori a parametro zero, costrinsero Hart a combattere duramente nella stagione successiva, nella quale, invece, le aspettative dei tifosi, stuzzicate dai playoff dell’anno precedente, erano piuttosto alte. Solo a stagione in corso, la dirigenza permise al manager un po’ più di spazio per portare in squadra qualche opzione ulteriore, soprattutto per l’attacco.

Gareth Taylor fu ingaggiato per 500.000 sterline dal Burnley alla fine di agosto, e alla fine di novembre, dopo aver venduto Marlon Harewood al West Ham Utd per 500.000 sterline, fu acquistato Marlon King dal Gillingham per 950.000 sterline. Alla fin fine, Hart non riuscì a organizzare il pranzo di matrimonio con i fichi secchi, e, incombente lo spettro della retrocessione, fu sostituito dal John Kinnear, che fu capace di raggiungere la salvezza estraendo dalla squadra l’ultima stilla di energia, anche con l’aiuto di giocatori ottenuti in prestito in tutta fretta.

Tutto ciò, però, significò che, nonostante la rigida politica degli ingaggi portata avanti da Hart, le perdite finanziarie del Club, in quella stagione, balzarono nuovamente a 5,5 milioni, soprattutto a causa del saldo del calciomercato, passato dall’attivo di 2,8 milioni della stagione precedente a un passivo di 1 milione di sterline. La retrocessione fu evitata per il rotto della cuffia, ma la salvezza significò solo rimandare di un anno il destino: nel 2004-05 Kinnear fu esonerato dopo una brutta partenza, e fu rimpiazzato da Gary Megson, che, però, non poté fare nulla per fermare una discesa in League One apparentemente inevitabile.

I quattro anni che hanno portato alla relegazione furono caratterizzati, dunque, da passivi finanziari molto più contenuti rispetto all’era Platt: un totale di 1,6 milioni di sterline di maggiori uscite, spalmato su quattro anni: 31.000 serline perse alla settimana, meno della metà di quanto perdeva il Forest sotto la gestione di Platt. Questo miglioramento fu dovuto, in parte, come detto, alla vendita di giocatori chiave della prima squadra e dell’Accademia, in particolare quelli di Jenas, quello di Prutton, passato al Southampton per 2,5 milioni di sterline nel gennaio del 2003, e quello di Dawson e Reid, passati al Tottenham per 8 milioni di sterline nel gennaio del 2005.

I miglioramenti non furono dovuto solo al calciomercato: le perdite del Club, considerando solo la gestione corrente e escludendo i trasferimenti, ammontarono a 2,75 milioni di sterline, 53.000 sterline a settimana, circa la metà delle cifre prodotte dalla gestione di Platt. Questo fu dovuto, in gran parte, al modo in cui Hart ristrutturò la squadra riducendone i costi, un’operazione i cui frutti furono in parte inficiati da quello che Kinnear e Megson fecero dopo di lui.

Alla fin fine, probabilmente Hart non era — e non intendeva esserlo — un manager da prima squadra a quel livello, il suo record al Forest non è del tutto convincente, ma ci si può ben chiedere se la squadra ci abbia davvero guadagnato dai cambiamenti successivi alla sua partenza. Il tutto sembrò il frutto di operazioni affrettate e arruffate, prive di pianificazione, e il risultato di questo periodo fu una nuova retrocessione. Hart, se non altro, aveva fatto passi avanti considerevoli verso la sostenibilità finanziaria, ma il suo lavoro, per quanto opinabile, fu disfatto in tutta fretta, anche nei suoi aspetti positivi.

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Dal 2005 al 2009 – Il prezzo della retrocessione

Gary Megson non era mai stato una scelta popolare, per il posto di manager del Forest. Probabilmente, fu scelto perché rappresentava l’opposto dell’allegria tattica e gestionale di Kinnear, ma il suo stile di management e di football non si confece mai davvero al Forest. Nonostante questo, gli fu permesso di fare un tentativo per riportare il Forest in Championship dalla Terza Divisione, un livello della piramide del calcio inglese che il NFFC non conosceva dagli anni ’50.

La seconda rata proveniente dalla cessione di Dawson e Reid rese più morbido l’impatto sulle finanze del Club di un monte ingaggi rimasto praticamente invariato, nonostante la diminuzione del fatturato derivante dal livello inferiore in cui la squadra si trovò a giocare. Megson ingaggiò alcuni esperti giocatori di categoria, molti dei quali, probabilmente, avevano già alle spalle il momento migliore della loro carriera; poi, in gennaio, aprì di nuovo abbondantemente il registratore di cassa del Club per ingaggiare, questa volta, giovani provenienti dalle serie inferiori, come Nathan Tyson, Grant Holt, Sammy Clingan e Julian Bennett.

A meno di un mese da questo ulteriore sforzo finanziario, però, Megson fu esonerato e rimpiazzato dal duo di “traghettatori” Frank Barlow e Charlie McParland, che resero evidenti i problemi generati dalla gestione di Megson sui giocatori riuscendo a riportare la squadra a un passo dai playoff.

In estate arrivò un nuovo manager, questa volta un giovane emergente, Colin Calderwood, che aveva avuto discreti successi al Northamtpon. Calderwood organizzò nuovamente la squadra riducendo il monte ingaggi rimpiazzando i giocatori più anziani e esigenti, quelli con esperienza nelle categorie superiori, con giovani di categoria.

Con il fatturato a picco, il club continuava a perdere, ma la situazione finanziaria complessiva appariva, tutto sommato, molto più sana. Le perdite della gestione tipica nei due anni che Calderwood impiegò per riportare il Forest in Championship — perdendo un playoff nel primo anno e assicurandosi una promozione diretta nel secondo — furono le stesse accumulate da Megson in un solo anno di gestione nella stessa divisione, e i risultati, naturalmente, furono molto migliori.

Dal punto di vista della composizione del debito del Forest, le cose stavano cambiando radicalmente, grazie al lavoro di ristrutturazione iniziato da Doughty. A partire dal 2003, Doughty aveva cominciato a prestare personalmente denaro al club, riducendo contestualmente il debito esterno e l’esposizione bancaria. Nel 2006, le esposizioni bancarie erano state colmate, e il Forest era tornato a avere un attivo bancario. Doughty riuscì anche a negoziare l’uscita dal leasing acceso al tempo dell’acquisto di David Johnson, e a ripagare completamente il debito costituito dall’emissione di Trent End Bond.

Al tempo della promozione in Championship, nel 2008, il club aveva un attivo di 700.000 sterline in banca, ma aveva ricevuto un prestito di denaro liquido di 34 milioni di sterline da Doughty, al quale aggiungere un ulteriore carico di 6,2 milioni di sterline di interessi passivi accumulati nei confronti del nuovo creditore, il proprietario: la grande differenza rispetto alla situazione precedente, però, era che gli interessi passivi venivano solo imputati in bilancio e accumulati, ma non venivano pagati effettualmente: quindi non producevano esborso di denaro liquido. In questo modo, l’esborso di cassa fu ridotto di oltre un milione di sterline a stagione. L’interesse fu semplicemente aggiunto al credito complessivo di Nigel Doughty, un debito che, affermava ND, non ci sarebbe mai stato bisogno di ripagare.

A questo punto, la strategia sembrò mutare nuovamente. Dopo aver costruito una squadra di League One molto competitiva raccogliendo giovani talenti dalle serie inferiori con stipendi inferiori, il portafogli si aprì ancora per un ingaggio abbastanza clamoroso: quasi 3 milioni di sterline furono impiegati per l’attaccante gallese del Derby County Robert Earnshaw.

Anche se il Forest fece molta fatica nell’impatto con la Championship, e Calderwood fu esonerato nel gennaio del 2009 per essere sostituito da Billy Davies, la situazione non era malvagia: il Club aveva recuperato un posto in Seconda Divisione spendendo abbastanza, ma riuscendo a mantenere una struttura di costi tutto sommato sotto controllo. Ma tutto questo stava decisamente per cambiare, dal momento che Davies cominciò a chiedere “acquisti stellari” per costruire una squadra competitiva, e il monte ingaggi cominciò a salire nuovamente, per raggiungere livelli mai visti prima.

Per riassumere, i quattro anni dal 2005 sl 2009 furono più impegnativi, dal punto di vista finanziario, dei precedenti quattro, soprattuto a causa del fatturato decisamente inferiore garantito dalla League One. Calderwood aveva ridotto il monte stipendi a 7,6 milioni di sterline nell’anno della promozione, un monte ancora molto alto rispetto alla media della categoria — lo Swansea fu promosso nello stesso anno con un monte stipendi di 4,5 milioni di sterline — ma, dal punto di vista della sostenibilità finanziaria della gestione, si registrò un buon miglioramento rispetto agli anni precedenti.

Calderwood, per molti aspetti, sembrava essere un interprete naturale della linea di management tipica di Paul Hart, e ci si può ben chiedere che cosa sarebbe successo — in particolare, se davvero sarebbe potuto nascere un Forest diverso e con una più forte eredità da trasmettere a quello attuale — se negli otto anni seguiti al tragico periodo di Platt si fosse cercato di concentrarsi sullo sviluppo dei giovani dell’Accademia e su un più attento contenimento delle spese. Così, invece, riguardando tutta la storia di quel periodo, mi sembra proprio che l’attenzione di Hart per la limitazione dei costi fosse più il prodotto della sfiducia di Doughty nelle sue capacità di management che da un’attenta pianificazione del futuro; e anche tutti gli investimenti di Doughty, quando vennero, appaiono a posteriori molto più una reazione agli eventi sfavorevoli che il frutto di un piano a lungo termine.

Come che sia, quando Billy Davies attraversò la porta del board del Club, nonostante un rapporto non certo facile con il proprietario e con il CDA, ogni idea di sostenibilità finanziaria fu nuovamente gettata via, e le barriere poste in precedenza alle voci di uscita furono abbattute, producendo, per il Club, perdite senza precedenti.

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Dal 2009 al 2011 – Rivivere il sogno

Il sostegno al progetto di Billy Davies cominciò con una serie di ingaggi di alto profilo, seppure solo in prestito, nella stagione successiva a quella in cui l’allenatore scozzese aveva portato il Forest a guadagnarsi la permanenza nella Seconda Divisione. Molti di questi prestiti furono commutati in acquisti definitivi: la strategia di Davies, come ha sempre affermato il manager di Glasgow, era quella quella di ottenere la promozione il più presto possibile, concentrandosi, quindi, sull’acquisto di giocatori già in grado di esprimersi al meglio in prima squadra invece che su quello di giovani di talento da sviluppare.

Nelle due stagioni di regno di Davies, il bilancio netto del calciomercato del Forest registrò una perdita di 7,3 milioni di sterline, e il monte ingaggi schizzò a 16,3 milioni di sterline, più del doppio degli ingaggi della squadra che aveva conquistato la promozione dalla League One, e 6 milioni più del più alto monte ingaggi registrato in tutte le stagioni fin qui analizzate.

Le perdite della gestione tipica nei due anni di BD ammontarono a 12,7 milioni di sterline, che, aggiunte al già citato deficit della campagna acquisti, produssero un esborso finanziario netto di 193.000 sterline a settimana. Inoltre, nei due anni in oggetto il Club spese 2,5 milioni di sterline per l’acquisto e lo sviluppo del campo di allenamento di Wilford Lane. Come risultato di queste politiche, il debito della squadra nei confronti di Doughty crebbe dai 48 milioni del maggio 2009 ai 75 del maggio 2011: un aumento del 58% prodotto solo negli ultimi due anni dei dodici passati dall’acquisizione del Club da parte di Doughty a quella data.

Il ritorno sul piano dei risultati sportivi di questa politica di spesa fu il raggiungimento di due playoff consecutivi, entrambi conclusi ingloriosamente, senza nemmeno una vittoria. Il Club aveva scommesso forti somme per due anni sotto la guida di Billy Davies, ma entrambe le volte aveva perso la scommessa: anche se questo insuccesso non portò a un cambiamento di strategia — c’era, infatti, spazio ancora per enormi cazzate [lett.: ‘blunder’, ‘errore stupido e clamoroso, NDT] nel prossimo futuro — preparò, però, il set per mettere in scena l’attuale crisi finanziaria.

Dopo il secondo fallimento consecutivo nei playoff, Billy Davies fu esonerato, suscitando diverse controversie nella squadra e tra i tifosi. Il senso di tale mossa apparve essere la disponibilità del precedente manager della nazionale Steve McClaren, che Doughty, probabilmente, identificò come l’upgrade necessario e decisivo alla qualità del management, proprio quello necessario per garantire alla squadra, finalmente, il ritorno in Premier League. Certamente, McClaren la pensava in questo modo, e si unì al Club aspettandosi sostanziosi investimenti in nuovi giocatori.

Per diverse ragioni, i sorrisi stampati sulla faccia del nuovo manager e dei membri del Board al momento della firma del contratto svaporarono velocemente dalle loro facce, e il Forest cominciò a concentrarsi, invece, sul raggiungimento del Financial Fair Play e sulla necessità di controllare maggiormente la gestione dell’aspetto finanziario. Questo, però, purtroppo, non prima di aver convinto il nuovo manager che ci sarebbero state ampie risorse a disposizione per investire in nuovi giocatori da attrarre con lucrosi contratti. Ancora una volta, la strategia apparve essere totalmente improvvisata, per non dire inesistente. Il Club, ancora una volta, si stava precipitando con i freni rotti verso il disastro.

McClaren andò via quasi subito, completamente disilluso nei confronti delle ambizioni del Club, e con il Forest in piena zona retrocessione. Doughty colse la palla al balzo per abbandonare la presidenza della squadra, lasciandola a Frank Clark. All’improvviso, quello che sembrava un totale disastro cominciò a lasciar intravedere un’ombra di speranza, dal momento che Doughty promise che avverrebbe continuato a sostenere finanziariamente la squadra durante la necessaria ristrutturazione. Sembrava quasi che, dovendo fronteggiare un enorme problema finanziario, si fosse aperta una strada verso un futuro il cui obiettivo era diventato un Club “sostenibile”, basato sul controllo dei costi e sullo sviluppo dei giovani.

La strada, però, si diresse solo verso un incubo fin troppo reale, costituito dalla morte di Nigel Doughty. Una tragedia enorme e del tutto privata per la famiglia, ma anche un evento di grande destabilizzazione per un Club che già brancolava sull’orlo di un precipizio. In un batter d’occhio, la copertura finanziaria per il Club non era più garantita, il Club stesso si trovò messo in vendita, e il futuro si riempì di nuovo di incertezze.

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Dopo il 2011 – La nebbia dell’incertezza

Dunque, dove è stato portato da tutta questa storia il Nottingham Forest? Nessuno di noi lo sa. Sappiamo solo che i rappresentanti dell’asse ereditario di Nigel Doughty stanno negoziando la vendita del Club con i rappresentanti di alcune parti interessate, ma sono discussioni totalmente private, e il Club non è in alcun modo coinvolto. La sicurezza sulla quale il club si era tranquillamente adagiato quando era vivo il suo proprietario, tifoso devoto, se ne è andata con la sua morte, e i tifosi di un Club orgogliosamente definito “debt free” si sono improvvisamente resi conto che nel Conto Patrimoniale c’è una voce passiva di 75 milioni di sterline dovute alla famiglia del defunto proprietario, voce passiva il cui fato è inestricabilmente e minacciosamente legato a quello dello stesso Forest.

Garath McCleary, l’eroe della salvezza, se n’è già andato verso il neopromosso Reading, il capo allenatore Sean O’ Driscoll se ne è andato per prendere le redini del neopromosso e ambizioso Crawley. I giocatori presi in prestito, decisivi per la salvezza, sono tornati alle loro squadre di appartenenza. Diversi altri giocatori del Forest sono in scadenza di contratto, e stanno prendendo decisioni difficili cercando di scrutare un futuro incerto.

L’assenza di proprietari significa che ogni tentativo di pianificazione, per quanto di breve periodo, è del tutto impossibile. L’eventuale nuovo padrone, infatti, potrebbe avere una visione delle cose totalmente diversa dall’attuale CDA, potrebbero esserci fondi a disposizione e potrebbero non essercene, l’attuale team manager potrebbe essere confermato, o potrebbe essere allontanato. Nulla è dato di sapere, e quello che accadrà quest’estate è impossibile da prevedere.

Sembra che, dopo 12 anni passati alla guida del club, la decisione di Doughty di fare un passo indietro fosse stata una buona idea. Aveva costretto il Club a pensare al proprio futuro, a cercare di realizzare una strategia senza più fare totale affidamento sulla capacità del suo proprietario di affondarsi le mani in tasca e di trovare un piccolo extra in più quando si rendeva necessaria un’iniezione di cassa. La sua morte, però, ha fatto deragliare dai suoi binari questo positivo percorso. Il passo indietro di Doughty era stato, a mio avviso, il riconoscimento di quanto povero e insoddisfacente fosse stato il risultato sportivo del suo impegno finanziario, e di come fosse necessario garantire al Forest un futuro con meno aspettative e con più possibilità; ma la sua morte ha gettato, per essere sinceri, un ombra molto negativa sul suo intero periodo di proprietà del Club.

Ha abbandonato il Forest allo stesso modo in cui l’ha raccolto, scommettendo una quantità assurda di soldi su un manager probabilmente inadeguato e sulla possibilità di raggiungere la PL, solo per fallire e per lasciare il Club a contemplare da vicino un abisso finanziario.

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Alcune conclusioni personali

Ho affermato all’inizio che non voglio essere catturato dalle spire dell’emotività e delle opinioni personali, soprattutto perché voglio evitare il tono aggressivo e insultante cui possono portare a volte questi elementi, soprattutto nei forum su internet; tanto più alla luce della tragica fine di Doughty. Io penso, tuttavia, che sia opportuno e appropriato aggiungere alcuni commenti e qualche mio pensiero.

Penso che Doughty abbia agito con le migliori intenzioni e con la convinzione assoluta di fare il bene del Nottingham Forest; penso che fosse un appassionato genuino che davvero voleva aiutare meglio che poteva il club per il quale faceva il tifo. Ha speso un sacco di denaro cercando di inseguire il suo sogno, riportare il Nottingham Forest in Premier League, e, con tutta evidenza, ha seguito il Club con vera passione; personaggi molto importanti della politica e del business hanno raccontato spesso aneddoti riguardanti le sue fughe dalle riunioni per seguire i match almeno su internet, quando non poteva assistervi di persona.

Tenendo conto di tutto ciò, egli non è riuscito a ottenere i risultati che lui sperava, ma, fino alla sua tragica morte, si sarebbe potuto argomentare, se non altro, che egli era riuscito a costruire un Club finanziariamente al sicuro, e sulla strada di una transizione assistita verso un modello di sostenibilità di gestione.

Ironicamente, è stato proprio poco prima della sua morte che Doughty ha cominciato a fare per il Forest le cose più giuste. La scommessa su Billy Davies era fallita, e era stata seguita dal disastro economico e sportivo dell’assunzione di McClaren; ma con l’arrivo di Frank Clark come Presidente e con un percorso finalmente chiaro e condiviso verso il FFP e la sostenibilità finanziaria c’era più di una ragione di speranza sul fatto che il Forest avrebbe potuto liberarsi dal debito e dirigersi verso un futuro più roseo.

L’attuale incertezza sul passaggio di proprietà, però, ha gettato tutto all’aria una volta di più, e, ora, sono i rappresentanti dell’asse ereditario a avere in mano l’intero futuro del Club. Se hanno l’intenzione di recuperare a tutti i costi il denaro che Nigel ha gettato dentro il suo sogno, sarà difficile trovare compratori, e la transizione verso il futuro sarà assurdamente difficile. Viceversa, chiunque alla fine prenderà in mano i destini della squadra, e comunque deciderà di gestirla, dovrà cercare di indirizzarci verso un futuro completamente diverso.

Io ricorderò sempre Doughty con affetto, per la sua calma eccentricità e il suo così evidente amore per il Club che anch’io amo, ma, guardando indietro al suo operato come proprietario, mi riesce difficile pensare che sia stata un’esperienza di successo. Lo sviluppo dell’accademia è stato, forse, il suo più grande contributo al club, ma, d’altra parte, la sua strategia — o, per meglio dire, la sua mancanza di strategia — ha spesso messo a rischio ogni cosa, e ci ha lasciati qui a guardare al futuro con un senso profondo di timorosa apprensione.

Personalmente, spero che qualsiasi nuovo proprietario imparerà dall’ultimo viaggio di Nigel, e che continuerà sulla strada della costruzione della sostenibilità finanziaria affidandosi alla leadership di Frank Clark e, possibilmente, a quella di altri come lui, facendo leva sulla forza maggiore ancora a disposizione del Club: la sua ancora rinomata Accademia. La via giusta da seguire è concentrarsi sullo sviluppo dei giocatori a livello giovanile, e su una politica di trasferimenti basata sulla pianificazione del futuro invece che sulla pura scommessa.

Se proprio non vogliamo imparare null’altro dagli anni di Doughty, dovremmo esserci per lo meno accorti che, persino con un padrone benevolente, scommettere con il futuro del club spendendo oltre i propri mezzi è intrinsecamente pericoloso. La morte di Doughty ha dimostrato come sia precaria ogni sicurezza basata esclusivamente sulla benevolenza del proprietario.

Una volta ancora, sono stato lasciato con la sensazione che noi abbiamo bisogno di riscoprire i valori grazie ai quali questo Club, nel corso della sua storia, è stato in grado di andare oltre — e, spesso, ben oltre — le cifre che eravamo in grado di scrivere sui nostri assegni. L’obiettivo, nel calcio, è  e sempre sarà quello di vincere, ma non sono i risultati l’aspetto sul quale ora dovremmo concentrarci. Il risultato rimane l’ultimo obiettivo, ma ora, paradossalmente, la cosa più importante è il cammino che intraprenderemo per raggiungerlo.

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I dati

Riporto, di seguito, tabelle e grafici che dovrebbero spadellare i dati sui quali si basa la mia analisi.

[Per brevità, e per rispetto nei confronti del grande lavoro dell’estensore del post originario riporto solo i link a ciascuna tabella e a ciascun grafico; per una visione di insieme dei dati, invito a visitare la pagina del post su My Life in Football il cui link è presente nella mia introduzione. NDT]

Per prima cosa, riporto le tabelle con i dati relativi ai flussi di cassa stagione per stagione:

Flussi finanziari per le stagioni dal 1998-99 al 2004-05

Flussi finanziari per le stagioni dal 2005-06 al 2010-11

Stagione per stagione, analizzando i movimenti della Situazione patrimoniale, si può vedere come cresca la partecipazione di Doughty nel Club, sia attraverso l’acquisto di nuove azioni, sia, più avanti, con l’introduzione e l’aumento progressivo del prestito concesso dallo stesso Doughty al Club. Subito sotto lo Stato patrimoniale, le tabelle che mostrano i costi relativi ai giocatori, con il totale dei giocatori in rosa, lo stipendio medio e la percentuale degli stipendi sul fatturato.

Stato patrimoniale e costo dei giocatori dal dal 1998-99 al 2004-05

Stato patrimoniale e costo dei giocatori dal dal 2005-06 al 2010-11

Il grafico successivo mostra l’andamento delle perdite anno per anno, suddivise tra perdite della gestione tipica e perdite causate dal cash flow negativo. La linea verde rappresenta la perdita di 5 milioni di sterline, che sarebbe quella massima possibile, in questa situazione, permessa dalle regole del FFP. Si può vedere, in effetti, come il raggiungimento del FFP sarebbe stato un problema serio solo sotto il management di David Platt e quello di Billy Davies: le due occasioni nelle quali il Forest provò seriamente a raggiungere la promozione.

Andamento delle perdite di cassa prodotte dalla gestione tipica e dai flussi finanziari

Il grafico sotto rappresenta l’andamento del debito complessivo, suddiviso tra debito “esterno” e debito nei confronti della proprietà. All’inizio della gestione Doughty il debito complessivo della società era di 5,3 milioni di sterline, per lo più costituiti dai Trent End Bond. Il debito nei confronti dei finanziatori esterni crebbe rapidamente fino a raggiungere quasi i 20 milioni di sterline, per fermarsi improvvisamente e cominciare a decrescere con l’aumentare del debito nei confronti dello stesso Nigel Doughty, salito fino ai 75 milioni di sterline dell’ultimo esercizio. Doughty aveva sempre dichiarato che non avrebbe mai voluto indietro questa somma, ma la sua morte pone una gravissima incertezza sulle sorti di questo cespite.

Andamento del debito consolidato, diviso tra “debito esterno” e debito nei confronti del proprietario

I due grafici successivi rappresentano l’andamento degli stipendi (incluso quello dello staff “non giocante”) stagione per stagione: il primo grafico lo rappresenta in percentuale sul totale del fatturato, mostrando che, a parte gli ultimi due anni, la gestione di Billy Davies, la struttura delle paghe era sostanzialmente sotto controllo. Il secondo grafico rappresenta l’andamento dello stipendio medio (anche in questo caso, compresi gli stipendi dello staff): anche questo mostra un aumento notevolissimo avvenuto nel corso della gestione di Billy Davies. Questo aumento, probabilmente, è in parte esogeno (dovuto all’inflazione propagatasi dalla PL alle altre serie maggiori del calcio inglese), in parte endogena (la determinazione mostrata dal Forest nel perseguire l’obiettivo promozione). [Gli stipendi medi, come d’uso in Inghilterra, sono dati su base settimanale, in migliaia di sterline. NDT]

Andamento degli stipendi stagione per stagione (percentuale del fatturato)

Andamento degli stipendi stagione per stagione (stipendi medi)

Il prossimo grafico rappresenta il risultato netto della gestione del mercato dei giocatori. Si puà vedere chiaramente come, sotto Platt e sotto Davies, la politica sia stata quella di comprare, mentre sotto Hart, più che altro si sia venduto. Il successo, a livello di Championship, richiede sia una politica di sviluppo di giocatori giovani, sia l’abilità di vendere i pezzi pregiati quando è più alto il rapporto tra potenziale prezzo di cessione e utilità per la squadra del giocatore. Il Forest, probabilmente, ha seguito questa politica con Jenas, Prutton, Reid e Dawson: nonostante il fatto che queste cessioni siano state un duro colpo per i tifosi, va ricordato come il Reading, per esempio, promosso quest’anno dalla Championship, non si sia mai trattenuto dal vendere i suoi giocatori più costosi per investire in giocatori di più basso profilo ma utilissimi al raggiungimento degli obiettivi del club: Shane Long nel 2011, Gylfi Sigurdsson nel 2010, Kevin Doyle nel 2009, Dave Kitson nel 2008.

Grafico del risultato netto del mercato trasferimenti stagione per stagione

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Non so a voi, ma a me pare un pezzo bellissimo e ben scritto, dal quale si possono trarre, soprattutto, i seguenti insegnamenti:

  1. Scommettere sulla promozione somme al di fuori della portata della naturale sostenibilità finanziaria di un club è una follia. Anche nel caso in cui l’overspending abbia successo, e penso al Manchester City e al Chelsea, questo modo di gestione incatena una squadra al suo proprietario in maniera del tutto insopportabile. Se Mansour morisse domani, Dio scampi, e i suoi eredi si sminchiassero del Man City, i Blues rotolerebbero dentro la canna del cesso della storia a velocità inimmaginabile, perché quello che stanno spendendo non c’entra nulla con la naturale struttura dei costi e dei ricavi che caratterizza il Club.
  2. L’analisi finanziaria del management di Platt giustifica tutto il male che ho sempre pensato di lui come manager.
  3. La venerazione che quasi tutti i tifosi manifestano per la figura di Billy Davies, forse, è un tantino esagerata. Nessuno come lui, dopo Platt, ha avuto l’appoggio di Doughty, e quando è stato allontanato lo fu, anche, perché pretendeva di poter competere alla pari, sul piano dell’impegno finanziario, con il West Ham United. È vero anche che nessuno come lui si è avvicinato alla PL, ma, d’altronde, l’unico allenatore che ha ottenuto qualcosa di tangibile durante i 12 anni di Dougthy è stato il misconosciuto, se non bistrattato, Calderwood, costretto, invece, a una politica di grandi ristrettezze.
  4. ND amava VERAMENTE il Forest. Però, ora, il destino della squadra è in mano a persone totalmente slegate dal Club, il cui maggiore impegno è quello di fare il più possibile gli interessi degli eredi, non sappiamo ancora a quale prezzo per il NFFC. Comunque vada il processo di trasferimento, non avremo mai più un Presidente tifoso, e, forse, non avremo mai più un proprietario inglese. Comunque sia, la nostra storia è a una svolta epocale, e nulla sarà mai più come prima.

Nonostante ciò, in questi momenti di grande incertezza, nei quali si sentono voci assurde come quelle dell’interessamento della famiglia Al Hasawi a Benitez, a Forlán e a Michael Owen (senza neanche aspettare che il passaggio di proprietà sia sancito da un atto ufficiale: qui non è che si vende la pelle dell’orso prima di averlo ucciso: si sta acquistando una Ferrari ipotecando la casa che si vorrebbe comprare con le pelli che vorremmo ottenere nelle prossime venticinque stagioni di caccia), penso che la grande lezione che viene da questa bellissima sintesi sia chiara: non importa chi comprerà il Forest: l’importante è che lo gestisca con cura, pazienza e moderazione, facendo in modo che, quando se ne andrà via, per qualsiasi motivo, naturale o preternaturale che sia, noi si possa insieme benedirne il momento dell’arrivo e guardare con trepidante fiducia al futuro che ci si aprirà davanti.

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Billy Davies Manager of the Month per gennaio 2011

Grazie alle quattro vittorie in campionato e a quella in FA Cup contro il Preston North End, Billy Davies è stato nominato dai giudici del premio Manager of the Month, presieduti da Alan Curbishley.

Alan ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Gennaio, per il Forest, è stato un mese fantastico, che li ha portati dritti a un posto utile per la promozione diretta. La loro striscia di imbattibilità, condita da una superba vittoria a Derby County, ha marcato un mese davvero da ricordare per gli uomini di Davies».

Emma Collins, la delegata di npower per le sponsorizzazioni, ha detto: «Billy Davies ha condotto il Forest attraverso un mese davvero impressionante. Si merita appieno il premio».

Gli altri candidati erano Sven Göran Eriksson del Leicester City, Kenny Jackett del Millwall e Brian McDermott del Reading.

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Il secondo posto e lo sconcertante boardroom del Nottingham Forest.

Vabbè, ormai lo sapete: siamo secondi, con due partite “in mano”, come dicono gli Inglesi quando si hanno dei recuperi da fare. Quella di sabato è stata la sesta vittoria di fila in campionato, una prestazione che al City Ground non si vedeva dal 2005-06, con sei vittorie di fila in League One ai danni di Doncaster, MK Dons, Chesterfield, Colchester, Tranmere Rovers e Yeovil, proprio in chiusura di stagione: una striscia che, però, non ci valse la qualificazione ai play-off, visto che i due punti ottenuti nelle ultime tre partite, quelle successive alla striscia, ci condannarono al settimo posto e a vedere gli spareggi alla tele: ce ne sarebbero voluti quattro.

Ricordiamo che, in campionato, nemmeno Brian Clough è mai stato in grado di ottenere sei vittorie di fila.

La partita, dopo il subitaneo vantaggio di Tudgay su manovra Konchesky-Cohen-Earnshaw è stata combattuta, con occasioni da una parte e dall’altra, come si suol dire: il Forest ha messo in mostra una manovra davvero piacevole, un gioco a terra con palla veloce e filtrante degno davvero dei Tricky Trees, orchestarta da un Majewski in calze francesine davvero da sollucchero, poi un’occasione di Earnie che era più facile mandare fuori che dentro, e anche un grandissimo Camp, soprattutto in occasione di uno svarione di Chambers che ha liberato solo in area Marvin Sordell e di un gran tiro d’incontro da fuori di Doyley: qui Lee è stato davvero gigantesco, e, secondo me, è indubbiamente uno dei tre migliori portieri inglesi; e ci sono state anche diverse proteste nei confronti dell’operato dell’arbitro: il Watford lamenta un paio di rigori non assegnati (il primo più sì che no, il secondo più no che sì, a vedere le immagini), mentre il Forest lamenta un rigore non assegnato e due farseschi fuori gioco fischiati contro Tyson: e, questa volta, il guardialinee era sicuramente un maschio.

Anche la partita di McKenna, il giocatore su cui c’erano più dubbi alla vigilia, visto che non partiva titolare da molto tempo, è stata molto buona. Una bella notizia, in attesa che torni Moussi a accatastare legname a centrocampo.

La prova di Konch, il nostro conchiglione, è stata buona, forse appena caratterizzata da un po’ di timidezza, come quando si è tirato indietro lasciando a Earnshaw un calcio di punizione dal limite per fallo su Raddy dalla D dell’area di rigore che sarebbe stato l’ideale per un sinistro come il suo: un 3 del Forest che sa tirare le punizie come le tira Konchesky non lo si vede al City Ground da voisapetechi.

Bene. Il secondo posto. Naturalmente, l’ingresso in zona pregiata ha sollevato un vespaio di commenti anche da parte di giornalisti e appassionati estranei al solito giro del Forest telematico; in particolare, oggi vorrei proporvi un’analisi pubblicata da Pan Riddle su Seventy-Two Blog, un blog specializzato in League Football (Championship, Lega 1 e Lega 2), che dedica un articolo al complesso rapporto tra Billy Wee Davies, il Board e i fan della squadra più assurda del mondo.

Molti tifosi del Nottingham vi diranno che gli piacerebbe un sacco avere il loro Abramovich o il loro Mansour. Ma lo dicono seriamente, voglio dire, per loro non è un sogno campato per aria, ma la descrizione della realtà come dovrebbe essere: sono convinti che, se ci si provasse un pochino, ci sarebbe la fila di miliardari (e, nel calcio attuale, per fare davvero la differenza a alto livello è indispensabile investire dieci cifre) disposti a comprare il loro club.

Date un’occhiata a Liverpool, West Ham, Blackburn, Everton, e perfino al Manchester United, e ditemi se l’intervento dei ricconi con zaini pieni di sterline è servito a qualcosa, o è stato controproducente. Poi, date un’occhiata alla situazione in cui sono venuti a trovarsi Leicester, Leeds, Hull City, Charlton, Southampton e Newcastle United, e sappiatemi dire. E il QPR, posseduto dal quinto uomo più ricco del mondo, Lakshmi Mittal: vabbè, sono primi in Championship, ma non è che la loro strada verso la gloria se la siano ancora comprata, a dire il vero.

Nigel Doughty, il presidente del Nottingham Forest dal 2002, e il suo maggiore azionista e finanziatore dal 1999, ha fatto certamente errori nei suoi 12 anni di partecipazione alle sorti del club, ma io sono ancora d’accordo con il vecchio detto, tra tanti diavoli, meglio quello che conosci. Io davvero non vorrei gentaglia come Peter Ridsdale, Sam Hammam o Milan Mandaric, intorno al club. Boughty si scottò brutalmente le dita durante gli infami due anni di David Platt come manager — ho i miei dubbi sul fatto che qualche tifoso del Forest possa mai perdonare Platt per quello che ha combinato durante il suo periodo al City Ground — e, certamente, la sua è stata ben lontana dall’essere una “decade d’oro” per il club, nonostante le ripetute promesse di PL football. Ma nessuno può negare che sia stata una decade di grande rigore e prudenza finanziaria.

Non mi addentrerò in profondità nelle cifre della situazione del club: prima di tutto, non le conosco bene, né conosco bene chi le conosce bene. Si dicono tante cose: Doughty ha investito milioni, ha prestato al club altri milioni, è senza un soldo, sta facendo un sacco di soldi con il club,… voglio dire, non lo so. Quello che so è che, secondo l’amministratore delegato Mark Arthur, “Doughty ha messo nel club cinque milioni di sterline all’anno negli ultimi anni”, e che “nella stagione 2009-10, l’impegno di Doughty nel club è stato di 13,4 milioni di sterline”.

E dovrebbe essere vero anche che Doughty ha investito “più di sessanta milioni di sterline in azioni e prestiti durante l’ultima decade”, e che, dunque, tutti i debiti del Forest sono nei confronti del suo proprietario. Ma, finché non ha intenzione di farsi da parte — cosa che egli non mostra assolutamente di voler fare — è un modello di sviluppo perfettamente normale e sostenibile, per un club di calcio, essere sostenuto finanziariamente da prestiti del presidente. Dove Doughty, invece, non segue il modello main-stream di gestione di un club è nel fatto che lui sceglie un manager e lo sostiene fin dove è possibile. Non lo cambia al primo volger di vento. Di quanti presidenti potete dire la stessa cosa? La pazienza è una virtù rara nel football, e rarissima nei presidenti di football, e, per un manager, la possibilità di esser lasciato in pace mentre costruisce un club dalle fondamenta è ancora più rara. Non ci sono formule magiche, nel calcio, anche se molti sembrano pensare che nominare un buon manager disponibile sulla piazza e spendere una vagonata di soldi porterà sicuramente al successo. Ancora una volta, vi invito a guardare al passato recente del Leeds United.

Qui e ora lo dico, Billy Davies è uno dei migliori manager del Paese, ma è anche uno dei più irrequieti, impulsivi e volitivi. Questo è sempre stato il suo maggiore ostacolo, più alto di quanto non siano stati i suoi successi finora. Ora, sembra che ci sia una specie di tregua fra Davies e Doughty, in particolare da quando è uscito il famoso articolo di Daniel Taylor sul blog del Guardian, lo scorso settembre, un pezzo che sembrava aver tirato fuori tutto il fango dall’acqua. Io pensavo seriamente che Davies se ne sarebbe andato entro Natale, e sembrava altrettanto chiaro che segnali in tal senso venivano da entrambe le parti in causa. La mancanza di ingaggi nella scorsa estate, il fiasco completo della campagna acquisti, fu un momento davvero imbrazzante per la squadra. E io sono convinto che se Davies fosse stato un po’ più discreto nelle sue uscite, la campagna acquisti sarebbe stata migliore: un manager in bilico, infatti, non è certo il miglior stimolo per aprire i cordoni della borsa.

La campagna acquisti ci porta dritti a parlare del terzo incomodo, Mark Arthur: l’inutile caccia estiva a Peter Whittingham del Cardiff e a Darren Pratley dello Swansea, le sue dichiarazioni alla BBC relative al fatto che i due sbavavano per venire a vestire il Garibaldi Red, furono davvero il punto più basso del 2010 del Forest. Come poteva non venire in mente, allora, la campagna abbonamenti del 2004, e il famoso slogan “noi ci crediamo seriamente nella promozione: e tu?” [penultimo posto e retrocessione in Coca1, NDT].

Il club ha seriamente messo alla prova la qualità della sua relazione con i tifosi nel corso delle ultime stagioni. Arthur è il responsabile della conduzione del club giorno per giorno, dal momento che è il braccio destro operativo di Doughty, e, bisogna dirlo, se esistesse davvero un responsabile principale per i fallimenti del club in tutti questi anni, questi non potrebbe essere altri che Arthur.

Detto ciò, questo è senz’altro il miglior Forest della decade di Doughty. Questa è la migliore chance di tornare in PL che il Forest ha avuto in questo decennio. E l’ingaggio all’ultimo secondo di Paul Konchesky come prestito d’emergenza per risolvere il famigerato “left back problem” è, indubbiamente, una grande dichiarazione di intenti. Questa squadra è abbastanza buona per essere promossa, in una maniera o nell’altra. Se avrà la profondità di rosa necessaria, quella chiesta sempre a gran voce da Davies, dipenderà anche da infortuni, squalifiche e condizione fisica. Ma sembra esserci davvero una ferma determinazione, una mentalità finalmente vincente e un’unità di intenti [il termine inglese togetherness è bellissimo e intraducibile] nel club che è davvero straordinaria, se si guarda alla storia recente del Forest: quello che andava un gol sotto e chinava la testa. Le reti in extremis contro Barnsley e Pompey sono la prova che questa è una squadra che non pensa mai di essere battuta.

Non sono ancora davvero eccitato: c’è ancora molta strada da fare: ma, prima di dare un giudizio definitivo sul modo in cui Doughty ha investito e Arthur ha gestito, aspettiamo l’estate.

Dai, c’è un altro clima. Anche l’anno scorso, anche dopo il 5-1 a West Bromwich Albion, non mi pareva che ci fosse questo clima di ottimismo, per quanto sempre cauto e pronto a prendere le distanze da sé stesso.

E la cosa davvero bella è che, per una volta, è la squadra, manager e giocatori, con il suo atteggiamento in campo e fuori, a dare coraggio ai tifosi, e non viceversa.
Nottingham Forest: Camp, Gunter, Morgan, Chambers, Konchesky, McKenna (C), Anderson (Tyson 63′), Cohen, Majewski (McGugan 79′),Tudgay, Earnshaw (Adebola 79′)

NE: Smith, Lynch, McCleary, McGoldrick, 

Ammoniti: Majewski 58′, Konchesky 75′, Tudgay 88′

Marcatore: Tudgay 1′



Watford: Loach, Hodson, Eustace (C), Taylor, Mariappa, Graham, Buckley, Doyley (Bennett 79′), McGinn, Sordell (Weimann 66′), Drinkwater (Whichelow 53′)

NE: Deeney, Gilmartin, Jenkins, Townsend

Ammoniti: Drinkwater 28′, Eustace 30′



Arbitro: G D Scott

Spettatori: 23.393 di cui ospiti: 1.592

Posizione-Squadra-Giocate-DR-Punti

1 QPR 30 31 59
2 Nott’m Forest 28 16 52
3 Cardiff 29 13 51
4 Norwich 30 9 51
5 Swansea 30 10 50
6 Leeds 30 8 49
7 Millwall 30 9 45
8 Leicester 30 -1 45
9 Watford 28 12 43
10 Burnley 29 7 43
11 Reading 29 12 42
12 Hull 30 3 42
13 Barnsley 30 -8 40
14 Ipswich 28 -2 37
15 Doncaster 28 -5 37
16 Coventry 30 -4 36
17 Derby 29 -1 35
18 Bristol City 30 -9 35
19 Middlesbrough 29 -4 33
20 Portsmouth 29 -7 32
21 Crystal Palace 30 -20 31
22 Sheff Utd 29 -21 27
23 Scunthorpe 27 -24 24
24 Preston 28 -24 21

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Archiviato in stagione 2010-2011

East Midlands derby: Crossing the Divide.

Come più volte ripetuto, i giocatori che hanno vestito sia il rosso del Forest sia il bianco dei Rams sono moltissimi. Solo dalla Seconda Guerra mondiale in poi, i giocatori che hanno giocato ad entrambi i lati dell'A52 sono più di trenta.

Il primo, e uno dei più illustri, è Stewart Imlach, più volte citato in questo blog, uno degli eroi della Coppa del 1959. Prima di arrivare al Forest nell'estate del 1955, infatti, Stew giocò nel Derby County una stagione per lui non proprio brillantissima nel 1954-55. In questo caso si trattò proprio di un trasferimento diretto, visto che i Reds pagarono i Rams 5.000 sterline per l'ottima ala sinistra scozzese.

Gran parte dei trasferimenti tra le due sides dell'East Midlands avvennero, però, nell'epoca di Brian Clough: sia verso ovest, quando BC guidava i Bianchi, sia, in maniera molto più massiccia, verso est, quando BC cominciò il suo regno al City Ground e richiamò molti giocatori del suo periodo al Baseball Ground.

Clough, nel 1967, prelevò dal Forest per 30.000 sterline Alan Hinton, giocatore sottovalutatissimo da tutti i manager che il Forest ebbe durante il periodo trascorso dal forte giocatore di Wednesbury al City Ground, il cui addio fu salutato dal board Garibaldi con grande soddisfazione, dal momento che la cifra pagata dal DCFC per il suo acquisto venne giudicata folle; quanto si sbagliassero, Hinton lo dimostrò al Derby County, dove giocò 253 partite di lega segnando 63 reti, e vincendo due titoli inglesi.

Nel grande Derby County del periodo 1969-75 giocavano altri giocatori che avevano vestito la maglia rossa: Terry Hennessey, forte difensore, nazionale gallese, giocò nel Forest dal '65 al '70 diventandone il capitano, e nel Derby County dal '70 al '73; Henry Newton, centrocampista nato proprio a Nottingham, al Forest dal '63 al '70 e, dopo un interludio all'Everton, al Derby dal '73 al '77, proprio in tempo per vincere il secondo titolo assoluto; Frank Wignall, al Forest dal 1963 al '68, e, dopo un interludio ai Wolves, al Derby County dal 1969 al '71.

Il vero e proprio esodo, come anticipavamo, avvenne però con l'avvento di BC al Forest: i fedelissimi John O' Hare e John McGovern, che avevano seguito il Gaffer anche da Derby a Leeds, per i suoi famosi 44 giorni (McGovern, che cominciò a giocare proprio con Cloughie a Hartlepool, è l'unico a aver seguito il Gaffer in tutte le sue squadre, con l'esclusione della parentesi di Brighton), si precipitarono al City Ground al primo cenno di Clough, con il Leeds ben contento di liberarsi dei due incomodi testimonial di quell'esperimento fallimentare. Il primo fu ottima punta di riserva al City Ground, con 101 presenze e 14 reti per i Reds, e il suo contributo ai trionfi del Forest fu molto inferiore a quello dato ai titoli dei Rams, dove giocò 248 partite di Lega segnando 65 reti, anche se vanta una medaglia europea vinta sul campo, dal momento che subentrò a uno stremato Mills nel finale della battaglia del Bernabeu.
Il secondo, invece, fu la vera anima dei successi del Forest di Clough, e ne fu, certamente, il giocatore più rappresentativo, anche se non il più spettacolare: grande capitano, la vera e propria incarnazione in campo dello spirito del suo allenatore.

Archie Gemmill, un altro dei Cloughie boys del Derby County, si fece l'A52 nel 1977, mentre Colin Todd, l'ultimo giocatore del Derby di BC a passare la sponda, si unì al Forest molto più tardi, nel 1982, avendo abbandonato i Bianchi già da cinque anni, passati tra Everton e Birmingham City.

Tra l'altro, Archie Gemmill tornò a Derby nel 1983, dopo un periodo passato tar Birmingham City, Wigan e una breve esperienza americana, diventando l'unico giocatore della storia a attraversare il "confine" per ben due volte.

Poi, dopo il periodo d'oro del Forest, i giocatori ricominciarono a salire. In particolare, tre campioni d'Europa finirono al Derby County: Peter Shilton, l'eroe del Bernabeu, si trasferì al Derby County nel 1987, dopo cinque anni passati al Southampton. Kenny Burns, il grande difensore scozzese, passo agli Arieti nel 1984, per rimanervi solo un anno. E, infine, il trasferimento forse più doloroso di tutti e per tutti: il passaggio di John Robertson, giocatore feticcio di Brian Clough, che fu convinto da Peter Taylor a firmare per i Bianchi nel 1983. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, l'evento che segnò la rottura definitiva tra i due amici, dopo che già la decisione di Taylor di firmare per il Derby County dopo aver spacciato l'addio al Forest per un ritiro dal calcio aveva provocato una gravissima crisi tra i due manager. Il Forest agì per vie legali contro il passaggio di Robbo dall'altra parte, accusando Taylor di aver versato sottobanco soldi allo Scozzese per convincerlo a firmare: fatto sta che, dopo quell'episodio, Clough e Taylor non si parleranno mai più, per il resto delle loro vite.

La fine degli anni d'oro del calcio nell'East Midlands segna un certo rallentamento di traffico, e i pendolari sull'A52 tornano a essere più numerosi dei giocatori.

Tra i passaggi più notevoli, quelli di Darren Wassall, difensore che giocò una trentina di partite negli ultimi Forest di Clough e che passò al Derby nel 1992, di Gary Charles, terzino destro che passò al Derby dopo la retrocessione del 1993, del grande Steve Hodge, che giocò un periodo in prestito al Derby durante il suo ultimo anno al Leeds United, nel 1994; viceversa, ricordiamo Glyn Hodges, nazionale gallese, più noto per essere stato uno dei protagonisti del "grande Wimbledon", che giocò per il Derby County nel 1996 e per il Forest nel 1998; Darryl Powell, uno dei Reggae Boyz di Francia '98, pur essendo nato a Londra: giocò 11 partite per il Forest nel 2005, dopo aver giocato per il Derby County dal 1995 al 2002. Poi, Lars Bohinen, al Forest dal 1993 al 1995 e al Derby dal 1998 al 2001, e Dean Saunders, famoso soprattutto per un anno passato al Liverpool e per il ruolo di commentatore del Galles per la BBC, al Derby dal 1988 al 1991 e al Forest nel 1996-97.

Per arrivare ai giorni nostri, con Lee Camp e Dex Blackstock, il primo nato a Derby e cresciuto nei Rams, il secondo al Derby per un breve periodo in prestito dal Southampton, e anche il neoacquisto Marcus Tudgay ha cominciato la sua carriera da pro nel Derby County, nel 2002: 92 presenze in campionato con un bottino di 17 reti.

Ma i due casi recenti più famosi sono quelli di Robbie Earnshaw e di Kris Commons, che percorsero in direzioni opposte la A52 proprio nello stesso periodo: il primo, ceduto dal Derby al Forest dopo il campionato 2007-08 (la disastrosa stagione dei Rams in PL), nel quale il gallese segnò la miseria di una rete in 22 apparizioni, dopo essere arrivato, voluto fortemente da Billy Davies, con gran squilli di tromba e un bel po' di soldi: tre milioni di sterline, allora record assoluto per i Rams; il secondo passato nella stessa estate al Derby, dopo la scadenza del contratto con il Forest, contratto che Commons non volle rinnovare, nonostante la promozione dei Reds dalla League One alla Championship: un gesto letto dalla tifoseria Rosso Garibaldi come un grave tradimento, il motivo per il quale, in assenza di Savage, le attenzioni dei tifosi, con cori come "Whats that on the A52? Its Fatty Commons, its Fatty Commons!" saranno tutti per lui.

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Tra i manager, i passaggi sono più radi, naturalmente, ma di grandissima importanza: Peter Taylor è l'unico a aver percorso il tragitto due volte: fu assistant manager al Derby e al Forest con Clough, e manager di nuovo al Derby, questa volta da solo, a partire dal 1982.
Ma a avere diretto sia Forest che Derby come manager sono solo tre allenatori: Dave Mackay, come saprà benissimo chiunque abbia letto Damned United, prese in mano il Derby dopo l'addio di Clough, nel 1973, provenendo proprio dalla sua prima esperienza manageriale al Forest. Poi lui: Brian Clough, manager del Derby County dal 1967 al 1973, e del Nottingham Forest dal 1975 al 1993. E, infine, l'attuale manager del Forest, Billy Davies, nominato manager dei Reds nel 2008 e manager del Derby County della promozione nella stagione 2006-2007.

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Il punto della situazione.

Eastwood TownIn questo periodo di sosta forzata, mi sto dedicando a diversi progetti (in realtà, si tratta essenzialmente di traduzioni), che spero verranno alla luce quanto prima:

  • Innanzi tutto, una selezione antologica di scritti relativi al rapporto tra Brian Clough e Pete Taylor, cominciando proprio dalla bella biografia del secondo scritta dalla figlia, che sto leggendo in questo periodo.
  • Poi, una storia del Forest anno per anno dalla stagione 1974-75 a oggi, sulla falsariga di un altro libro che sto leggendo in questo periodo, Nottingham Forest, Brian Clough and his Legacy; una vera e propria bibbia rosso garibaldi sulla quale rileggere l'avventura dei True Reds dall'avvento di BC ai giorni nostri, e sulla quale ritrovare un apparato informativo assurdamente dettagliato, con tutti i risultati e tutte le formazioni che hanno giocato tutte le partite in questi ultimi 35 anni.
  • Infine, la traduzione di un bellissimo sito che fa una sorta di classifica dei venti migliori e più influenti manager di tutti i tempi. Naturalmente, il nostro Brian Clough è incluso nella classifica, e questo rende la faccenda in qualche modo inerente all'argomento del nostro blog; gli articoli sui venti genii del calcio prescelti sono molto belli, e, soprattutto, lo è quello relativo alla molto sorprendente prima posizione; un allenatore sconosciuto ai più, ma che ha davvero rivoluzionato il modo di giocare, e ha posto le radici di una delle stagioni calcistiche più leggendarie di tutti i tempi.


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Ai fan e alle fan del Nottingham Forest che immagino popoleranno numerosi questo sito, e, soprattutto, ai loro congiunti e relativi, segnalo una strenna davvero imperdibile da mettere sotto il loro albero di natale (che immagino rosso e decorato solo da due enormi stelle d'argento): il DVD con la cronaca integrale della mitica finale di FA Cup del 1959, con il bellissimo commento originale del grande Kenneth Wolstenhome, la voce del calcio BBC negli anni '50 e '60, e della mitica finale di Wembley del '66.
Wolstenhome commentò tutte le finali di coppa dal 1949 al 1971, le partite di Match of the Day dello stesso periodo, e tutti i più grandi appuntamenti calcistici internazionali, compresi i mondiali inglesi e le prime due vittorie britanniche della Coppa dei Campioni, quella del Celtic nel 1967 e quella dello United nel 1968. Proprio la partita tra Ajax e Panathinaikos del 1971 rappresentò la sua ultima fatica lavorativa alla BBC, dopo la quale passò a commentare il football per varie emittenti private.

Quella finale, l'unico successo del Forest nel '900 prima dell'avvento dell'era Clough, fu storica per diversi motivi, e per alcuni primati assoluti (tutti sanno che il Forest è un po' il campione mondiale dei "first of", delle squadre che hanno fatto una cosa per la prima volta, ivi incluso l'uso di una maglia rossa, e anche questa partita non fece eccezione): il Forest fu la prima squadra a vincere il trofeo in inferiorità numerica, in quanto, nel corso della partita, Roy Dwight, autore della prima rete, si ruppe una gamba, e allora, come tutti saprete, non erano consentite sostituzioni. Inoltre, fu la prima squadra a fare il giro di campo d'onore con il trofeo in mano; infine, in occasione della finale, i tifosi del Forest furono i primi a mettere in atto un'operazione di link tra due delle forme di espressione più importanti della cultura popolare dei nostri giorni,  football e televisione: infatti, la curva del Forest festeggiò la vittoria cantando in coro la sigla di Robin Hood, uno sceneggiato televisivo che allora era molto in voga in Inghilterra, e nel DVD si può intrasentire questo coro.

Jack Burkitt, il capitano del Forest, alza al cielo la coppa d'argento

Una cosa importante: i tifosi del Forest hanno diritto di acquistare il DVD con un forte sconto: basta inserire nello spazio relativo al codice promozionale la parola FOREST20DEC per ottenere il 20% di decurtazione del prezzo.

Se il tifoso o la tifosa del Forest è la persona della vostra vita, io se fossi in voi sul DVD ci picchierei sopra anche un libro meraviglioso su quell'avventura, il cui titolo prende spunto dal nome dell'arbitro di quella finale: Jack Clough. Nessuna parentela con il Nostro; Clough fu un grande arbitro, l'unico nella storia, penso, a avere arbitrato due finali di coppa di due Paesi diversi: infatti, arbitrò anche la finale di Coppa di Francia del 1957, la prima disputata secondo la formula della FA Cup, formula alla quale la FFF intese rendere omaggio invitando, appunto, un arbitro inglese per la finale del Parco dei Principi.
Si tratta di un libro molto bello, che ripercorre la storia della nostra ultima FA Cup, dal faticosissimo esordio contro il Tooting and Mitchum, del quale abbiamo parlato nella scheda dedicata a Stewart Imlach, uno degli eroi di quella coppa, fino alla foto di cui sopra, nella migliore e più bella tradizione di ogni Road to Wembley che si rispetti.

Insomma, se metterete in un unico pacchetto il DVD e il libro And the ref was called Clough, dotato di un apparato iconografico straordinario, renderete il Natale di ogni Forest fan del mondo davvero speciale.
Di seguito, metto alcuni filmati relativi a quell'impresa: anzitutto, il promo del DVD, piuttosto emozionante (in particolare, mi piacciono moltissimo le immagini nelle quali Burkitt, in primo piano, riorganizza e rincuora la squadra, mentre Roy viene soccorso sullo sfondo: grandissimo capitano, soprattutto pensando al morale del Forest in quel momento; nei sette anni precedenti, infatti, ben quattro volte lo Wembley Hoodoo aveva colpito, come già detto in un'altra occasione, con una delle due squadre ridotta in dieci da un grave infortunio, e sconfitta alla fine; e mi piacciono anche le immagini finali, con i giocatori del Luton che si congratualano immediatamente con i True Reds. Immagini di fair play davvero d'altri tempi, quando il calcio era il beautiful game e i giocatori erano duri, schietti e leali membri della working class).

Poi, le immagini dei festeggiamenti in cui si gettò Nottingham all'arrivo della squadra, in Market Place, dove ora sorge la statua dedicata a Brian Clough; nel filmato si può anche leggere sul volto del già ingessato Dwight la grande emozione che doveva, deve e sempre dovrà suscitare in un giocatore di calcio un evento del genere:

 

Bei tempi.

(Tra l'altro, il ritmo e la velocità del gioco che si possono vedere nel DVD della partita appaiono incredibilmente più veloci rispetto a quelli espressi nella finale del 1953, la mitica finale di Stanley Matthews, che pure ho visto. Evidentemente, lo shock per le disastrose partite con l'Ungheria del '53 e del '54, e le amarezze dei mondiali disputati dall'Inghilterra dal dopoguerra in poi, avevano provocato un fecondo movimento di rinnovamento nel fin lì immobile panorama del calcio inglese post-Chapman; una rivoluzione dei metodi di gioco e di allenamento che già nel 1959 mostravano frutti assolutamente apprezzabili).

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Per venire a più stretta attualità, tutto tace sul fronte dei trasferimenti, naturalmente. Le voci su Steven Morrison (un prospect che mi piacerebbe moltissimo) continuano a rimanere tali, e, anzi, voci ulteriori darebbero per già rifiutata una prima offerta di due milioni di sterline (i soliti due milioni di sterline che offriamo sempre per qualsiasi giocatore interessante e che vengono puntualmente schifati da ogni controparte).
Sono sempre più insistenti altre voci, quelle riguardanti un possibile allungamento del prestito di Aaron Ramsey; in effetti, se il ragazzo gallese ha davvero bisogno di metter su minuti, tanto vale che rimanga con noi un altro paio di mesi: ricordiamo, infatti, che il prestito originario dovrebbe scadere il 3 gennaio — giusto in tempo per perdersi un altro paio di partite — e che Aaron, fin'ora, ha giocato solo una mezz'oretta marcia nel derby contro le Volpi.

Poi: Billy Davies ha concesso una lunga intervista a Radio 5live, nel quale ha detto un sacco di cose più o meno note ai più: la necessità di allungare la squadra, il fatto che la sua permanenza al Nottingham non dipende, però, dal mercato di gennaio, la smentita del fatto che non si impegna come dovrebbe per la preparazione della squadra, e che, anzi, si impegna moltissimo, anche la sera a casa, dove, ha detto, usa moltissimo il computer per montare filmati da far vedere nelle sedute tattiche, e prepara un sacco di file in Power Point per le stesse occasioni. Mi piacerebbe vederne qualcuno, in realtà.

Tra le cose meno universalmente conosciute che ha detto, Wee Bill ha parlato di un "rapporto privilegiato" tra lui e Arséne Wenger, grazie al quale avrebbe strappato il prestito di Ramsey, e grazie al quale si sta trattando, pare, anche il prestito di Jay Emmanuel-Thomas, un attaccante molto promettente di 19 anni che ha già vissuto periodi in prestito a Blackpool e a Doncaster.
Una mossa che dimostra ulteriormente la preoccupazione di Davies per la fase offensiva: con 21 reti all'attivo, quello del Forest è, infatti, il quartultimo attacco più debole delle prime tre serie professionistiche inglesi: difficile ambire alla promozione, se si rimane su questi livelli.

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Infine, una notizia molto brutta. Per motivi non resi noti dalla famiglia, Dale Roberts, portiere del Rushden & Diamonds di 24 anni, arrivato nella squadra del Northamptonshire dal Forest nel gennaio del 2009, è morto nella serata di ieri.

Dopo una carriera giovanile nelle accademie del Sunderland e del Boro, arrivò da noi nel 2004, e rimase al Nottingham fino al 2009, passando, però, la maggior parte del tempo in prestito (Eastwood Town, Alfreton Town e R&D).

Non ha mai giocato in prima squadra, da noi, ma era un portiere molto considerato, tecnicamente e umanamente, e era stato anche convocato diverse volte per l'Inghilterra C.

La terra ti sia lieve peso, caro Dale, e possa tu essere convocato da Brian Clough quanto prima nel Forest Celeste.

(a proposito, chissà se il vecchio Brian si sarà convertito al gioco aereo, ora).
   

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90 minutes of head tennis and aimless hoofing. Il non brillantissimo spettacolo di Watford

"90 minutes of head tennis and aimless hoofing", novanta minuti di tamburello a colpi di testa e di insensato zoccolame (inteso in senso calcistico, non politico): la definizione, piuttosto azzeccata, utilizzata dal brillante giornalista di Nottingham Kevin Sinclair per descrivere la partita tra Watford e Nottingham Forest di sabato, più simile a una di quelle robe che vi porta in casa il gatto la sera che a una seria vera partita di calcio inglese; "with one moment of utter genius to enliven it", con un unico momento di genio assoluto a renderla più interessante: e, in effetti, il gol del solito McGugan è veramente un altro gesto di assoluta bellezza. Ma di McGugie parleremo dopo.

Davies ha scelto di giocare con un 442, abbandonando il triangolo in mezzo al campo, sfruttando il fatto che, passo passo, tutta la squadra è tornata a disposizione, con il solo Kelvin Wilson ancora sul lettino del massaggiatore.

Dopo tre minuti, abbiamo preso il solito gol da pirla che sta diventando la cifra stilistica della nostra campagna di quest'anno. Solito cross che ha trovato il solito attaccante solissimo in mezzo all'area, che ha avuto tutto il tempo di piazzarsi meglio di un fotografo giapponese a Piazza di Spagna, e di battere Camp con una testata dai nove metri. Il pareggio lo vedete qua sopra: una magia di Lewis imbeccato da Blackstock, otto reti in nove partite una più bella dell'altra. Poi, lo zoccolamento a alta velocità cui abbiamo accennato prima, con qualche tentativo da tipo settanta metri di un McGugie in pieno delirio di onnipotenza, con le migliori occasioni per i Reds (con Anderson e il subentrato Tyson), con un comportamento forse troppo prudente del Gaffer (che ha lasciato in panchina Raddy e McGoldrick, che avrebbero potuto dire la loro, o dare un po' più di ordine in campo nel momento terminale del match) e con un finale al cardiopalmo, con occasioni da una parte e dall'altra, non sfruttate da squadre evidentemente non al meglio, alla fine ha prodotto un classico pareggio tra classiche squadre di metà classifica: il Watford, oltre a tutto, in cattiva striscia domestica, e il Forest, oltre a tutto, in cattiva striscia viaggiante.

http://soccerportal.org/play/player.swf

Il confronto precedente, quello con il Pompey, era andato peggio dal punto di vista del punteggio ma un po' meglio da quello del gioco, contro una delle squadre davvero più forti del campionato (anche se sono stati fermati tre giorni dopo per 0-2 dal Derby di Niggio, davvero in gran spolvero): Davies aveva riconfermato l'undici che aveva battuto l'Ipswich Town, anche se Bertrand era tornato disponibile, e aveva "ridisegnato" il centrocampo con Anderson e McGugan sulle esterne, Cohen e Majewski al centro e lo Skipper McKenna a protezione della difesa. Le solite imprecisioni in attacco, le solite mollezze in difesa — abbiamo sofferto molto Nugent, davvero un giocatore in gran spolvero, e anche la velocità di Utaka — e una sconfitta che, con un po' più di vigore nelle zone nevralgiche del campo, avrebbe potuto essere anche pareggiata. Positivo il ritorno al gol di Anderson, segnato da una rete su ottimo cross del solito McGugan, e l'atteggiamento del pubblico: 2.300 tifosi in trasferta che alla fine della partita hanno tributato ai True Reds un lungo e caloroso applauso, molto gradito dai giocatori.

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Ma veniamo alle cose serie. Il vero pepe sulla settimana appena trascorsa ha cominciato a spargerlo Billy Davies, con una lunga lamentazione in conferenza stampa, dopo la partita con il Watford (l'Watford? lo Watford?) sulla mancanza di rinforzi goduti dalla squadra durante la sessione estiva. Giusto, ma direi che potremmo finire qua, di parlarne. Continuare a ritornare su questo argomento dopo ogni serie negativa mi sembra stucchevole e controproducente.

Non per nulla, è arrivata a stretto giro posta la risposta della dirigenza, che ha criticato fortemente l'allenatore non tanto per le dichiarazioni del dopogara, quanto per la presunta mancanza di dedizione alla causa. Leggiamo l'articolo del Guardian in proposito.

La posizione di Billy Davies al Nottingham Forest appare via via più precaria [bleak], dopo che è venuto fuori il fatto che è stato aspramente criticato, perché lavorerebbe al club solo per tre giorni alla settimana.

Nigel Doughty, il proprietario del Forest, avrebbe telefonato a Davies la scorsa settimana per lamentarsi per lo scarso impegno con cui il manager lavorerebbe con la squadra. Doughty è molto scontento del fatto che Davies voli a Glasgow per vedere la sua famiglia dopo le partite del sabato, e non torni a Nottingham mai prima del giovedì mattina.

Davies ha anche mancato due partite, recentemente, per una malattia, e una fonte autorevole dentro il City Ground avrebbe affermato che la dirigenza ha chiesto conto duramente al manager sulla quantità di tempo passata al club.

Dopo essere finiti al terzo posto nello scorso campionato, l'1-1 contro lo (il – l') Watford di ieri lascia il Forest al quattordicesimo posto in classifica, e Doughty ha chiarito a Davies che non ritiene accettabile il fatto che lavori così poco con la squadra.

Il Forest ha vinto solo due partite esterne nel 2010, e c'è preoccupazione anche sulla frequenza con la quale la squadra concede reti su calci piazzati, indice, secondo la dirigenza, di una scarsa preparazione. Doughty, che di solito preferisce non interferire con il modo in cui la squadra viene condotta, ha fatto presente a Davies che questo difetto potrebbe essere eliminato attraverso un migliore allenamento specifico.

Davies è stato un critico spesso molto esplicito della dirigenza del Forest, specialmente dello scarso supporto che ha ricevuto nel corso delle campagne acquisti, e ha sottolineato la sua frustrazione durante un'intervista radiofonica rilasciata ieri [il giorno della partita con lo Watford], nel quale ha lasciato trapelare più di un moto di irritazione nei confronti della presidenza Doughty.

Il suo rapporto con il club è diventato una delle maggiori preoccupazioni al City Ground, e lo Scozzese era già stato convocato dal Board per un meeting di fine stagione, dopo voci insistite sul fatto che Davies fosse alla ricerca di un altro lavoro e di una via di uscita dal club.

Quell'incontro terminò con una generale stretta di mano, ma Davies manifestò in seguito il suo forte disappunto per il fatto che il club non aveva acquistato nessuno dei rinforzi che egli aveva indicato durante l'estate, e aveva continuato a allenare la squadra in mezzo a uno scenario di sotterranei scontri politici e di sobbollenti tensioni.

Ecco. La situazione nella squadra è tutt'altro che tranquilla. Anche il più attento (e il migliore) tra i blogger Garibaldi, Through the seasons before us, ha tracciato, in un bellissimo post, un elenco dei punti di maggiore preoccupazione riguardo alla situazione della squadra:

Le geremiadi di Billy. Non mi permetto di prendere posizione, cerco piuttosto di guardare ai fatti: sfortunatamente, siamo venuti a conoscenza di quasi tutti i retroscena. Comunque sia, le scenate di Billy con i media locali, spesso contraddittorie e — soprattutto quando è sulla graticola — sbottanti fuori dalla sua ansia di scontro, stanno diventando un po' troppo ripetitive e noiose.

Se si applica un briciolo di senso comune a queste dichiarazioni, delle due l'una: o si fida tantissimo del suo rapporto con la dirigenza, o non vede l'ora di farla finita con il Forest. Un peccato, perché, come molti altri fan, io ho un debole per il wee fella, ma questo non rende le sue sfuriate deliberatamente vaghe e profondamente non professionali altro che un po' noiose.

Naturalmente, ci sono un mucchio di spandimerda, là fuori, che esigono di essere messi al corrente di tutto quello che accade dentro il nostro club, ma molte volte queste voci si rivelano aria calda fatta su da orecchiamenti da uno o due procacciatori professionali di pettegolezzi che dovrebbero imparare a far meglio il loro mestiere. Io — come tutti quelli che non ne fanno parte — non so veramente come funzioni questo benedetto Transfer Acquisition Panel. So solo che, evidentemente, c'è qualcosa che non va nel modo in cui funziona.

Billy stesso afferma di aver raccomandato 60 giocatori diversi nell'ultimo incontro con il Panel, altri affermano che, invece, Billy pone il veto su un sacco di giocatori che non ha richiesto esplicitamente: in un suo sfogo recente, Davies ha affermato che Bertrand non è stato altro che un gesto di disperazione; ora, per prima cosa, Billy, devi ricordarti di essere un buon manager di uomini, e queste non sono cose belle da sentirsi dire, per un giocatore. In secondo luogo, avercene di giocatori di quel calibro: affidiamoci più spesso alla disperazione!

Proprio perché non mi permetto di sposare la causa di nessuna delle due parti, così come invece fanno molti fan, mi riesce molto difficile razionalizzare l'evidente malumore che si respira dietro le quinte del club. Sono per natura un carattere che tende a evitare i conflitti, e assisto con dolore a questi sfoghi, e tutto quello che non si sa della vera natura dei rapporti tra Davies e la dirigenza viene riempito dal nulla prodotto da gente che cerca disperatamente di apparire "in the know", o, peggio, da tifosi giocherelloni del Derby… davvero noioso.


Naturalmente, la finestra dei trasferimenti di gennaio si avvicina minacciosa, e sarà il punto in cui, penso, questa situazione arriverà a una soluzione definitiva, quale che sia. Badate bene: pensavo lo stesso a proposito del mercato estivo, via via che diventava sempre più evidente che si sarebbe dimostrato un periodo di delusione, nel quale non abbiamo ingaggiato i giocatori che ci sarebbero in effetti davvero serviti. C'è qualcun altro che fa fatica soprattutto a accettare queste cose, o sono tutti impegnati a prender parte nella contesa Billy vs the Board?

Più di tutto, io sono spaventato dal fatto che davvero non so se c'è davvero qualcosa di cui essere spaventati. Anzi, dopo aver riletto la frase precedente, più che altro sono spaventato dal fatto che potrei essere lì lì per perdere le mie facoltà mentali.

Alla fin fine, ora come ora c'è bisogno che Billy la pianti di produrre scuse su scuse. Sono solidale con lui per le difficoltà con le quali gli tocca convivere, ma non riesco a capire quante di queste difficoltà e di questi vincoli siano prodotti proprio dal suo modo di fare e di agire. Come che sia, Davies ha una squadra, e non sono proprio convintissimo che egli riesca a trarne fuori il meglio possibile. Ci sono un sacco di manager, nella nostra divisione, cui piacerebbe allenare una squadra forte come la nostra, e alcuni di loro ci stanno guardando dall'alto in basso…

I giocatori a fine contratto. Il fatto che Chris Gunter abbia firmato un allungamento di contratto, anche se solo per un anno, è una grande notizia, ma, dopo un "oh, bene!" di prammatica, va considerato il fatto che questo allungamento rappresenta semplicemente l'applicazione di una clausola che già era presente nel suo contratto. È bellissimo che egli abbia accettato di applicarla, ma quella di Gunter non era esattamente la preoccupazione più pressante, per quanto riguarda i contratti.

Robbie Earnshaw ha fatto finalmente cenno a un possibile rinnovo, in un'intervista, e si spera che la discussione sia avviata, e che possa portare a un accordo che possa prolungare il soggiorno dell'attaccante al Forest. Anche se questa sua si sta rivelando una stagione faticosa, per i suoi problemi fisici, egli rimane pur sempre un giocatore chiave per la nostra squadra, e un talento assoluto, per questi livelli.

Bene, se le notizie per questi due giocatori sono rassicuranti, che dire per gli altri in scadenza di contratto a giugno? Kelvin WIlson, apertamente corteggiato dal Celtic quest'estate, non ha mai parlato di rinnovo contrattuale. Ha 25 anni, e da gennaio sarà libero di trattare con gli altri club, e noi non vedremo un penny, nel caso in cui decidesse di accasarsi altrove.

Anche il contratto di Lewis McGugan, l'uomo del momento, l'uomo senza il cui straordinario ritorno in prima squadra saremmo in piena zona retrocessione più o meno nella stessa situazione in cui versa il Palace, scade quest'estate. È stato comprensibilmente infelice per la sua situazione al Forest, prima della recente rinascita, e non mi sorprenderebbe se tenesse un occhio puntato su una possibile partenza a gennaio.

Lewis è ancora abbastanza giovane da poter permettere al Forest di ottenere un bonus, nel caso in cui decidesse di andar via alla scadenza del contratto, ma sappiamo bene come i bonus garantiti per il passaggio dei giovani giocatori, in questi casi, siano ridicoli rispetto al loro reale valore. Comunque sia, mi sorprenderebbe molto che i suoi gol non avessero attratto l'attenzione di qualche club di Championship, o persino di Premier League: è triste dirlo, ma sarei ancora più sorpreso se McGugan fosse ancora con noi a febbraio.

Se mettiamo insieme una campagna di trasferimenti già poverissima in termini di incassi con la perdita a parametro zero di due talenti di questa fatta, guardiamo a qualcosa di molto simile a un disastro. Dovesse accadere davvero, potrebbe focalizzare la mia mente sulla necessità di cominciare seriamente a prendere a calci qualcosa o qualcuno di specifico, invece di essere il tizio che se ne sta sempre alla finestra a guardare che mi sembra di essere sempre stato.

I compagni tifosi. È difficile giudicare i tifosi dall'istantanea di qualche mugugno allo stadio, o attraverso la navigazione causale nei forum di internet o nelle pagine di Facebook, ma — non saprei come descrivere meglio questi atteggiamenti — ho l'impressione che ci si trovi di fronte a un branco di ultra-reazionari che agiscono unicamente sulla base di qualche credenza para-religiosa, o sulla base di qualche fumoso pettegolezzo.

Come qualsiasi altro gruppo di esseri umani di questa dimensione, tra i tifosi del Forest ci sono le posizioni più diverse, oltre a tutte le sfumature di grigio che ci sono in mezzo, ma la ferocia di alcune delle opinioni che mi capita di leggere (anche se, certo, tutti hanno diritto a un'opinione), espresse basandosi su nulla più che il più sottile dei rumori e dei sentito dire, è davvero stupefacente. Questo è il mio favorito tra gli esempi recenti, tratto dalla pagina dei fan di Billy Davies su Facebook: una serie di veri e propri sbocchi di bile, sfoghi partoriti da menti malate.

David Pleat è il bersaglio preferito per il lancio del vetriolo: la gente penserà sempre in maniera pavloviana che è pagato troppo, che si impiccia troppo, e, fondamentalmente, che ogni cosa che va male sia colpa sua. L'unico piccolo problema è che i critici non hanno la minima idea di quanto prenda Pleat di stipendio, di come lavori né, soprattutto, di quale sia il suo ruolo attuale nella società. Mi sembra giusto criticare il fatto che colà dove si puote ciò che si vuole non si chiariscano tutti questi aspetti della struttura societaria (con l'eccezione, forse, dello stipendio).

È una cosa incredibile, e io mi demoralizzo a far parte dello stesso gruppo di persone che rimane costantemente esposto a questo tipo di manifestazioni, online e, sempre più spesso, sugli spalti. Grazie a dio, è un fenomeno per ora limitato, tra coloro che commentano i miei post, il che aiuta la mia sanità mentale. Ma può darsi che si tratti di un problema mio… non lo so.

Per concludere. Non sono sicuro su come concludere, a dire il vero, ma più di quello che succede sul campo sono le cose come queste che distruggono la mia gioia e il mio divertimento nel seguire il Forest, e sempre di più mi fanno chiedere perché spendere tanto tempo e tanto denaro per continuare a farlo, e per scrivere su di loro! Davvero, non è tanto il livello di gioco: ho passato il nostro tempo in League One di buona grazia, e in verità mi sono anche divertito un sacco.

Sono l'incertezza e la mancanza di professionalità che mi irritano, è la clamorosa mancanza di chiarezza, e, dato questo vuoto di informazione, a irritarmi ancora di più sono la prontezza con la quale i miei compagni tifosi riempiono il vuoto con vane sciocchezze, o con la quale credono così prontamente alle vane sciocchezze prodotte da altri…

Naturalmente, non mi sento ancora pronto a riconsegnare il mio abbonamento, ma sempre di più sento sempre di più la tentazione di saltare le partite in trasferta, elemento maggiormente "opzionale" delle sfide al City Ground, il che è un peccato. E così termina la mia sega mentale: mi piacerebbe moltissimo sentire la posizione dei lettori su questi punti, perché, come avviene sempre con i tifosi su internet io non sono sicuro che arrivino all'attenzione generale le voci maggioritarie, ma solo quelle più rumorose.

 

Ecco qua. Mi sembra una disamina molto lucida di quanto di cattivo sta capitando intorno al Forest e, se la questione dei tifosi psicopatici non tocca i fan italiani dei Garibaldi reds, le altre questioni, invece, soprattutto quella relativa alla scadenza dei contratti, mi paiono davvero centrali. Ma, intanto, abbiamo battuto il Coventry, nettamente favorito alla vigilia, e ci siamo portati, pur con tutto 'sto popò di bordello, a un solo punto dagli stessi Sky Blues che occupano il sesto posto, l'ultimo utile per l'accesso ai play off. Ma la classifica è talmente corta e fluida che un altro paio di pareggi di fila ci riporterebbero immediatamente nella parte bassa del tabellone.

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La risposta di Billy Davies.

Non si fa attendere la risposta di Billy Davies all'intervista rilasciata da Mark Arthur alla fanzine del Forest. Secondo il suo solito stile, il Gaffer scozzese alterna affermazioni di cauto ottimismo a dichiarazioni di profondo pessimismo, senza un filo logico apparente, assecondando la sua tendenza all'outspeaking che aveva provocato una rottura con il Board alla fine della precedente stagione, difficilmente sanata nel corso dell'estate.

A parziale difesa del tecnico del Forest va detto che l'intervista a Arthur ha rivelato una pecca strategica fondamentale del mercato estivo dei Reds: l'apparente mancanza di un "piano B", l'investimento di tutte le risorse societarie e di tutte le capacità manageriali (magari non elevatissime) nella rincorsa a soli due giocatori, il fallimento del cui ingaggio ha portato, in sostanza, al fallimento dell'intero mercato estivo. I temi principali dell'intervista sono stati la manifestazione del timore di essere il primo, se non il solo, a pagare per l'eventuale fallimento della campagna di lega di quest'anno, e — dopo che gli è stato chiesto se non stesse solo mettendo le mani avanti — l'affermazione che queste dichiarazioni vengono semplicemente dal suo desiderio di "essere onesto" nei confronti di chi crede nel club.

«Conoscete la situazione. Sapete che, nel football, il manager è il capro espiatorio [Davies usa l'espressione "managers carry the can", un modo per dire che sopporta l'onore e, soprattutto, l'onere maggiore per i successi e i fallimenti della squadra]. Non sono diverso dagli altri manager del passato, o di quelli che verranno nel futuro. Sappiamo che il nostro ruolo è questo, e sappiamo benissimo come funzionano le cose. Sappiamo che l'esonero è sempre dietro l'angolo, quando le cose vanno male. Io avevo la speranza di poter lavorare con la promozione come obiettivo, in questa o nella prossima stagione, ma abbiamo fatto il nostro ultimo ingaggio a titolo definitivo 14 mesi fa, e questa politica non è sufficiente per ottenere i risultati che tutti speriamo.
Noi la scorsa stagione abbiamo ottenuto molto di più di quanto non sperassimo, e di quanto non ci si aspettasse da noi, e il nostro inizio di stagione dimostra che gli "ingaggi stellari" di cui io avevo parlato sarebbero stati necessari. Non abbiamo risorse sufficienti per finire il nostro lavoro. Questo club non è pronto per competere contro le squadre che vengono dalla Premier League, contro i "big spenders" della Championship, e contro diverse altre squadre della nostra divisione.

Ora, queste dichiarazioni prima di una partita non dico decisiva ma certamente importantissima, come quella contro il Millwall, con un clima che già la scorsa partita giocata al City Ground contro il Norwich aveva mostrato non essere proprio sereno, la prima partita dopo la conclusione di un mercato così criticato dai tifosi, a me non paiono proprio opportune. Domani allo stadio, in caso di un altro risultato negativo contro la terza neopromossa di fila che si presenta al City Gound, la contestazione potrebbe assumere dimensioni preoccupanti, portando il club a prendere decisioni affrettate, improvvise e non meditate.

Qui i commenti dei tifosi alle dichiarazioni di Davies.

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