La terza più importante partita della loro storia.

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Se chiedeste a un esperto mitologo del Tooting and Mitcham United Football Club — squadra che si trova attualmente al 16° posto della Isthmian Football League Division One South, il cui soprannome è “the Terrors” — quale sia la partita più importante mai disputata dalla sua squadra in tutta la sua storia, vi risponderà, con tutta probabilità, di essere indeciso: o la vittoria interna nel replay del 3rd proper round della FA Cup del 1976 contro lo Swindon Town (una squadra che aveva vinto da poco una Coppa di Lega a Wembley battendo l’Arsenal, anche se aveva già mosso ben più di qualche passo verso un’irredimibile declino), dopo un pareggio ottenuto rimontando due reti di svantaggio a Swindon; oppure, il 4th proper round dello stesso anno contro il Bradford City, perso per 3-1: l’unico 4th proper round disputato dai Terrors bianconeri nella loro storia.

Solo al terzo posto nell’ideale classifica delle più grandi partite giocate nella sua storia dal Tooting & Mitcham, probabilmente, il succitato astratto mitologo metterebbe il 3rd proper round della FA Cup del 1959: una partita giocata in casa, su un terreno — lo stadio si chiama, molto indicativamente, Sandy Lane — reso terribile dal gelo di un inverno rigidissimo, nella quale i Terrors si trovarono sopra per 2-0 contro una squadra di Prima Divisione, prima di essere raggiunti sul pari da un generosissimo rigore concesso agli ospiti allo scadere.

Se la finale di FA Cup, la più antica competizione di football association del mondo, è la cerimonia annuale di celebrazione ufficiale del gioco del calcio, giocata in una vera e propria cattedrale, alla presenza di qualche membro della Famiglia reale, quando non della stessa Regina, il terzo turno della stessa è la più grande sagra popolare che festeggi il nostro sport preferito. Il terzo turno è quello nel quale entrano le 44 squadre più forti del Paese, e è quello dove arrivano a trovare posto venti superstiti dei turni preliminari, tra i quali, spesso, anche club da fuori la Football League: in questa occasione (si gioca, tradizionalmente, in un sabato nella prima metà del mese di gennaio), l’Inghilterra calcistica si ferma per l’evento, e e per moltissime piccole squadre di paese il fatto di avere raggiunto una volta il Terzo turno di FA Cup rimane scolpito nell’albo d’oro come il fatto più notevole della sua storia. Trentadue stadi ospitano l’evento, dall’Old Trafford allo Scholar Ground, posto nella Church Street, lo stadio della più piccola squadra mai giunta a questo stadio della competizione: il Chasetown, squadra di ottava serie, che riuscì nell’impresa nel 2005: un esempio unico al mondo di democrazia calcistica (anche se la Coppa di Francia, che ha deciso di ricalcare la formula della sorella inglese, conosce un evento simile, il fascino assolutamente diverso delle due competizioni fa la differenza).

Per una squadra di dilettanti o di semidilettanti, il raggiungimento del terzo turno di FA Cup, dunque, è una possibilità che passa, quando passa, una volta sola nella vita: durante il sorteggio, rigorosamente senza teste di serie, i minnows sono messi nella stessa urna con il Liverpool, l’Arsenal, il Manchester United; una mano fortunata potrebbe portare il postino o il macellaio del paese a giocare a Old Trafford, a Anfield o a Highbury. Per il Tooting, in quella occasione, il sorteggio non fu così prestigioso, ma non fu poi male: pescarono, comunque sia, una squadra di Prima Divisione, anche se non una di quelle squadre londinesi per i quali i ragazzi dei Terrors, cittadina posta nella cintura della Capitale, facevano certamente il tifo. Non fu affatto male: basti pensare che nella partita di ritorno (o meglio, nel replay resosi necessario dopo il pareggio) i simpatici negozianti e i simpatici operai di Tooting e di Mitcham si trovarono a giocare di fronte a 42.362 persone: questo sì, di gran lunga, è il record assoluto di affluenza a una partita dei Terrors.

Per la prima volta nella sua storia, al Sandy Lane arrivò la BBC, con due telecamere, e per la prima volta il Tooting finì in un servizio trasmesso a livello nazionale, quello dedicato al terzo turno di Coppa.

In questo post, il primo di quattro dedicati alla FA Cup del 1959, tratti dal meraviglioso e già citato libro di Gary Imlach My Father and Other Working-Class Football Heroes, si parlerà proprio di quella partita, la terza più importante della storia del Tooting & Mitcham, e, più in generale, del fascino del giant-killing, effettivi o solo potenziali, che sono un po’ il sale della Coppa più bella del mondo.

Giant killing

Gennaio 2004, sto seguendo alla tele il terzo turno di FA Cup, e sto pensando al terzo turno della FA Cup del 1959.

Guardo i risultati scorrere in sovrimpressione, e penso a quanto lontano dal gioco io sia via via scivolato. Non saprei dire in che serie gioca almeno la metà delle squadre il cui nome vedo passare, e di almeno la metà delle partite non saprei distinguere gli underdog dai favoriti. Ipswich 2 Derby 0, è una sorpresa o è una tranquilla vittoria interna, assolutamente prevedibile? Giocano nella stessa divisione? E Man City e Leicester? sulla parte inferiore dello schermo comincia a scorrere “Gillingham 3 Charlton 1”. Questa volta sono quasi certo che sia una sorpresa, ma non saprei dire quanto grande: in che divisione gioca il Gillingham?

Una volta le sapevo tutte, queste cose. Per un paio d’anni, l’avevo addirittura giocata tutta da solo, la Coppa. Dal terzo turno alla finale, l’intero dramma veniva messo in scena sul tappeto della mia cameretta in una maratona ininterrotta, utilizzando delle biglie e una scatola da scarpe rovesciata, nella quale avevo ritagliato cinque o sei buchi rettangolari, come piccole tane di topi, ognuna delle quali contrassegnata da differente punteggio, scritto sopra ogni tana con un pennarello. La scatola da scarpe contro un battiscopa, io appoggiato con la schiena contro il muro opposto, la più importante Coppa nazionale del mondo poteva cominciare.

Ero scrupolosamente imparziale. Semplicemente, rigiocavo le partite chiave finché non ottenevo il risultato “corretto”, quando mi sembrava, per esempio, di aver lasciato andare la biglia prima del giusto, o di aver tirato inavvertitamente più forte per una squadra piuttosto che per l’altra. Insomma, tutte le volte che mi sembrava in qualche modo di avere sfavorito la squadra per cui tenevo (inevitabilmente), rigiocavo la partita. Non ammettevo mai con me stesso di essere parziale: avevo installato come un firewall mentale nei confronti di questa possibilità, nell’interesse superiore del mantenimento dell’assoluta onestà intellettuale. Semplicemente, pensavo, volevo che le mie squadre avessero esattamente la stessa possibilità delle altre. Dal momento che non avevo le palline numerate che si usano per il sorteggio, usavo foglietti su cui avevo scritto i nomi delle squadre, piegati in quattro e messi dentro un sacchetto di stoffa. Non truccavo mai i sorteggi, confidando nella capacità metafisica delle biglie di produrre, comunque sia, i risultati giusti.

Tradizionalmente, il sorteggio veniva effettuato pescando le palline numerate da un sacco di velluto rosso: ora, le norme FIFA vietano che in una competizione omologata il sorteggio avvenga utilizzando urne non trasparenti, per cui anche la FA Cup utilizza un contenitore di plexiglass. Il sacchetto di velluto è ancora in uso, ma solo per portare sul palco le palline numerate, e per versarle nell’urna trasparente.

Di certo allora non avevo bisogno di guardare il giornale per sapere in quale serie giocasse ciascuna delle squadre che sorteggiavo, o perfino per sapere la lista delle squadre qualificate al terzo turno. Conoscevo benissimo tutte e novantadue le squadre della Football League, divisione per divisione. Non è che le avessi mai studiate in qualche modo, quelle cose: semplicemente, le sapevo, allo stesso modo in cui immagino che le conoscesse ciascun ragazzino di sette anni.

Oggi, naturalmente, non c’è tutto questo bisogno di conoscenze innate: la televisione del sabato pomeriggio è un ottimo servizio sociale per chiunque non abbia anche gravi deficit nozionistici sul contesto: una mezza dozzina di badanti ti fanno visita a casa, con tanto di abiti eleganti e cuffie in testa. Il pomeriggio passa attraversato da un giocoso, ininterrotto e gigantesco flusso di informazioni su gol, quasi gol, soffiate, ammonizioni, cattive decisioni e diaboliche libertà, Jeff [Gary Imlach, come mi suggerisce l’ottimo Pier Luigi Giganti, si riferisce a Jeff Sterling, anchorman per Sky Sport Gillette Soccer Saturday]! Ogni incidente non viene solo riportato in cronaca, viene sezionato, viene ripassato clinicamente, ben prima del fischio finale, e anche ben dopo. È uno spettacolo che crea dipendenza, indipendentemente dal vostro interesse per il gioco.

Le possibili conseguenze del fatto che i Wolves siano sotto di un gol a Kidderminster all’intervallo sono discusse con piglio serio e allarmato. Ora, voglio dire, lasciamo perdere il fatto che nessun risultato maturato all’intervallo può produrre conseguenze di nessun genere, perché nessun board si riunisce per prendere decisioni nell’intervallo delle partite, né nessun board decide di mandar via un manager per il suo insoddisfacente record a metà partita, io ebbi in quell’occasione la precisa impressione che tutto il casino che fecero in studio per quel risultato dipendesse esclusivamente dalla loro voglia disperata di avere una buona storia da raccontare. Forse, invece, è solo la necessità moderna e editoriale di metter su immediatamente una storia del tipo “che disastro per i Wolves!” ogni volta che ci sia la minima possibilità di una sorpresa, per estrarre ogni oncia di valore da ogni minima situazione, indipendentemente da come poi vada a finire effettivamente. Come che sia, tutte le nefaste conseguenze di una sconfitta erano ormai state abbondantemente sciorinate e analizzate, quando il Wolverhampton segnò il gol del pareggio in injury time.

Che zuppa ci farebbero, al giorno d’oggi, con il terzo turno del Nottingham Forest contro il Tooting & Mitcham United, l’unico club di dilettanti rimasto nella competizione del 1958-59? C’erano tutti gli ingredienti classici: il campetto di periferia, il terreno gelato, i salumieri, i panettieri e gli operai della fabbrica di candele schierati a affrontare l’aristocrazia della Prima Divisione.

Visti più da vicino, però, i contrasti cominciano a sfumare. Ciascuno dei giocatori del Tooting con un lavoro decente aveva uno standard di vita non molto differente rispetto a quello di cui godevano i loro avversari professionisti. Anzi, se il club passava loro un piccolo compenso, fatto passare come rimborso spese, i ragazzi del Tooting avrebbero potuto guadagnare più o meno la stessa cifra, se non di più, rispetto ai giocatori del Forest. Davvero, le foto pubblicate nei servizi giornalistici di presentazione della partita, o i filmati televisivi pre-match che oggi mostrano gli eroi locali dietro il bancone del negozio o piazzati in catena di montaggio non avrebbero fatto alcuna impressione nello spogliatoio dei Reds, e non l’avrebbero fatto nemmeno ai compagni di lavoro di lavoro di mio padre, nella Co-op dove lui lavorava fuori dalla stagione calcistica.

In realtà, si trattava di una partita tra due squadre composte da lavoratori: la differenza di classe tra di loro era solo di natura calcistica, e questa differenza era compensata dalle condizioni ambientali. Se mi fossi limitato a ascoltare i ricordi dei giocatori di quella giornata di gennaio, ai racconti che descrivevano il terreno di gioco come una specie di campo appena arato completamente gelato, avrei anche potuto pensare che il tempo trascorso e il rischio della figuraccia scampata per un capello avesse insinuato in queste ricostruzioni le spire sottili dell’esagerazione. Ma ho visto i filmati di Pathé News sulla partita, che mostrano una superficie impossibilmente ondulata, che vista dall’alto sembra una gigantesca impronta digitale tracciata nella neve e nel ghiaccio. Billy Walker [il manager del Forest di quegli anni] aveva già detto ai giocatori che non si sarebbe giocato, e questi stavano già mangiando il pranzo alla stazione aspettando il treno che li avrebbe riportati a casa, quando furono raggiunti dalla notizia che la partita si sarebbe disputata, comunque sia.

Oggi, tutto questo sarebbe diventato semente ideale per la messa in scena di un gigantesco capitolo televisivo del Romanzo della FA Cup: due o tre inquadrature dell’ispezione del campo… Carrellata sul cielo che minaccia ulteriori nevicate… Le immagini delle confabulazioni con l’arbitro… Se si è fortunati, qualche veloce dichiarazione dei manager, se no un’altra inquadratura del campo e poi di nuovo in studio per il dibattito tra i pundit dal titolo Si Dovrebbe Giocare O No? Mandateci Un Sms

Allora, invece, i tifosi del Forest che non avevano fatto il viaggio verso sud che cosa avrebbero potuto sapere di tutto questo? Poco, ma, in effetti, più di quanto io mi sarei aspettato: a quanto sembra, grazie a Dennis Marshall, il commentatore del Forest per la BBC, che riuscì a dare la copertura della maggior parte del match facendola trasmettere dal sistema di altoparlanti del City Ground, durante la partita delle riserve che si disputava in quello stesso pomeriggio. “Uno dei membri del Committee mi aveva chiesto ‘passeremo dei guai per questo, Dennis, non è vero?’, e io gli risposi ‘oh no, ho parlato con la FA e ho parlato con la BBC, sono d’accordo tutte e due’. A dire il vero, in effetti avevo chiesto il permesso a entrambi, ma mi avevano detto tutte due di no. Ma avevo pensato, che vadano al diavolo. C’erano un sacco di partite, quel giorno, alla radio, non c’era solo il Forest, così negli intervalli tra i miei interventi ufficiali stavo in contatto telefonico con gli addetti ai nostri altoparlanti, che ritrasmettevano agli spettatori il risultato e le informazioni più importanti. All’intervallo, gli altoparlanti diedero il seguente annuncio: ‘non vorremmo dirvelo, ma le cose vanno molto male, stiamo per essere eliminati'”.

Il Forest era sotto e due a zero. Un rinvio di Chic Thomson aveva preso in pieno un attaccante del Tooting, che aveva poi accompagnato la palla dentro la rete, poi un calcio di puro alleggerimento da quarantacinque iarde aveva colpito la parte inferiore della traversa e era finito dentro. Il Forest si avviava già a uscire dalla FA Cup, e a entrare come storia del giorno nelle ultime pagine dei giornali della domenica. A casa, mia madre stava nella dispensa, nascosta dalla radio.

“Mamma, perché non la spegni?”; quella domanda la ripetei anni più tardi, nel corso di un incidente simile, questa volta con la televisione. Incapace di reggere la tensione di una conclusione ai rigori di una partita di Coppa del Mondo dell’Inghilterra, mia madre era uscita in giardino, dove se ne stava in piedi senza fare nulla. Questo sarebbe stato comprensibile se fosse stato ancora vivo mio padre, quando lei non aveva il possesso del telecomando, ma allora in casa c’erano solo lei e il gatto. Lei disse che preferiva capire quello che stava succedendo dai rumori della folla che arrivavano ancora dalla televisione, attraverso i muri. In realtà, penso che volesse stare il più possibile lontano dalla fonte di sofferenza, senza però eliminarla completamente. Beh, nel 1959, in quanto moglie di un giocatore, non ne sarebbe potuta stare lontano per molto, comunque sia.

In realtà, in una relazione che coinvolge un essere umano che fa sport, sono i compagni o le compagne che non giocano a soffrire di più. Siedono sugli spalti, impotenti e incapaci di aiutare in qualsiasi modo, separati dal resto del pubblico dalla marca particolare della loro ansia. Mia madre fu sempre una spettatrice nervosa, incapace di divertirsi veramente alle partite di mio padre, sia quando era giocatore, sia quando era coach. “Mi emoziono troppo”, diceva.

Lui giocava, lei si preoccupava. Qualche tempo dopo, tutti noi avremmo giocato, e lei si sarebbe sempre preoccupata. Soverchiata da quattro maschi giocatori di calcio nella sua stessa casa, mia madre era un po’ il ricettacolo domestico della preoccupazione. Non era solo la paura che mio padre si facesse male, o che uscisse di squadra, o che fosse esonerato, anche se erano anche queste paure sempre presenti. Era piuttosto il peso di tutte le altre cose che avrebbe dovuto fare e cui avrebbe dovuto badare mentre era costretta a concentrarsi sul football che la schiacciava.

“Non mi preoccuperei così tanto di cose sulle quali non possiamo farci niente”, avrebbe detto mio padre alle ultime notizie portate da mia madre sulla nostra situazione finanziaria, o su qualche preoccupazione riguardante noi bambini, e sarebbe piombato in un sonno profondo e immediato. Per di più, mio padre prese letteralmente a calci mia madre per ogni notte della loro vita matrimoniale. Succedeva qualcosa mentre lui era incosciente, e questo qualcosa si manifestava nella forma di un’onirica partita di calcio. Un replay interiore della partita del sabato precedente, o un’anticipazione di quella del sabato successivo. Forse era il suo modo di avere a che fare con le questioni sulle quali non poteva far niente. Forse sognava dei sogni dei cani, con un pallone al posto dei conigli.

Non so quanto tempo mia madre avesse passato nella dispensa, ma alla fine il Forest riuscì a rimontare nel secondo tempo, e a strappare un pareggio. Uno dei solchi ghiacciati del loro campo li tradì, deviando un passaggio indietro dalle braccia del portiere e destinandolo in fondo alla rete; poi l’arbitro concesse un rigore per un fallo che solo lui aveva visto. 2-2.

Il replay al City Ground cominciò — pessimisticamente — prestissimo, in modo da consentire la disputa degli eventuali supplementari con la luce naturale, ma su un prato sul quale si sarebbe potuto giocare a biliardo il Forest vinse facilmente per 3-0, e mio padre realizzò il terzo gol.

È diventato un luogo comune, il precoce ostacolo di ogni avventura di successo nella FA Cup: la paura per un eliminazione anticipata, la partita che si sarebbe dovuta perdere e che diventa, con il senno di poi, il punto di svolta dell’intera campagna. Anche se ora, forse, non c’è più spazio per il senno di poi. Nel 1959 le sorprese, in FA Cup, avvenivano, o non avvenivano. Ora ci sono troppi soldi in ballo per non spremere tutto il valore possibile da qualsiasi più piccolo evento. Le storie di giant-killing sono raccontate in anticipo, per proteggeresti dall’eventualità che sul campo le cose vadano poi diversamente. In questo modo, possiamo goderci tutta la bellezza del “romanzo della FA Cup”, prima che la realtà venga a reclamarne le spoglie. Naturalmente, una volta che tutta la macchina narrativa di stampa, radio e televisione è stata messa in moto per costruire la vicenda, ogni conclusione diversa da quella pre-costruita dai media costituisce una delusione.

Per esempio, la sorpresa più grande, in prospettiva, del terzo turno della Coppa del 2004 sembrava poter essere l’eliminazione del Liverpool da parte dello Yeovil Town, la squadra che detiene il record assoluto di “leagued team scalps”. Vennero evocate tradizioni gloriose e il precedente del 1949; nello studio cominciò il solito business dell’analisi delle possibili conseguenze di un tale miracolo. Mezz’ora prima della partita il Liverpool aveva già perso, Gerard Houiller era già stato esonerato e già si teneva un fervente dibattito su da dove il club avrebbe dovuto ripartire, e su chi l’avrebbe preso in mano. All’intervallo il Liverpool conduce per uno a zero, piuttosto comodamente, ma il giornalista piazzato nel tunnel ha l’ordine di non mollare il fantasma dei giant-killing del passato. Riesce a catturare il manager dello Yeovil per una piccola seduta spiritica, proprio prima del secondo tempo: “C’è un po’ di nebbia, proprio come nel 1949…”, suggerisce allo stupefatto allenatore.

La quasi eliminazione del Forest al terzo turno avvenne, e se ne parlò nei report, tutto qui. Ora i meccanismi dell’attenzione mediatica non permettono alle partite semplicemente di svolgersi: quelle più importanti devono essere avvolte in schemi narrativi già preparati. Le storie sono già lì, in attesa che i fatti vi si conformino. “Ooooh, se la palla fosse entrata sarebbe stato il gol più veloce della storia della Coppa del Mondo!”, “Se Roy Keane avesse segnato proprio nella sua sesta partecipazione alla finale riebbe stata davvero una bella storia, ma anche quella di Andy Marshall non è male, a dire il vero.”

Naturalmente, il gioco non è mai stato avaro di storie da raccontare: ne è stracolmo, e spesso sono proprio quelle a costituire la sua maggiore attrattiva. Nessuno di noi, in effetti, guarda una partita di calcio solo per ammirarne i puri gesti tecnici. Ma ora sono le storie a condurre per mano il gioco, è la costruzione degli eventi a imporci di pensare a essi in un certo modo. La metà dei vecchi professionisti con i quali ho parlato mi ha detto di divertirsi sempre molto a guardare il calcio, ma che lo guarda con l’audio abbassato.

Il Forest andò avanti, batté il Grimsby, il Birmingham, i detentori del Bolton Wanderers e l’Aston Villa, e il clamore del rischio corso nel terzo turno sul campo del Tooting & Mitcham rimpicciolì quietamente negli specchietti retrovisori, turno dopo turno.

FA CUP 3RD ROUND – TOOTING & MITCHAM V NOTTS FOREST

È un libro, tutto sommato — come si può vedere da questi brevi stralci — melanconico, triste, tale da spingere alla nostalgia anche chi quegli anni lì non li ha mai vissuti. Gary Imlach, tifoso dell’Everton (la squadra della quale suo padre era coach quando Gary era abbastanza grande per diventare un tifoso vero, ha ammesso più volte di non essere più tanto appassionato al calcio.

Imlach segue il ciclismo da giornalista, in rete si possono vedere diverse foto sue con Cavendish, e, in una intervista rilasciata qualche anno fa alla BBC, in occasione dell’uscita del libro, ebbe modo di dichiarare la sua poetica, quella che permea, come si è potuto leggere bene anche in queste poche pagine: “forse è stato crescere, forse è stato il vivere all’estero per un po’, forse è stato il cominciare a nutrire altri interessi che portano via un sacco di tempo, sono tutte cose che hanno contribuito alla diminuzione del mio interesse. Però — e qui è necessaria una generalizzazione — è molto più difficile ora per un tifoso immedesimarsi nei giocatori di quanto non lo fosse un tempo, quando i giocatori erano parte integrata della comunità che rappresentavano, e vivevano nella casa accanto a quella di coloro che li venivano a vedere: spesso, anche in Prima divisione, facevano la strada insieme, al ritorno dalla partita. Date tutte queste cose, penso che il mio distacco sia stato inevitabile”.

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Archiviato in 1959 fa cup victory

Sulla ricostruzione della squadra – 2: la situazione attuale.

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Ieri, parlando di Keith Burt, abbiamo visto come il Forest sia riuscito a mettere una toppa alla difficilissima situazione che si era presentata a luglio, quando il Forest era, praticamente, senza un proprietario, e tutti i giocatori in scadenza se ne sono andati: ci siamo trovati con nove giocatori senior, come detto ieri, e nemmeno in grado di schierare una squadra per un’amichevole, a meno di non andare a saccheggiare qualche scuola media di Nottingham, o a meno di non schierare qualche season ticket holder.

Ora, apparentemente, l’emergenza è passata: ma, appunto, solo apparentemente. Approfitto di un’acuta analisi pubblicata ieri da Paul Taylor — uno dei maggiori commentatori delle vicende del Forest, giornalista e blogger per la BBC — sulle colonne del Nottingham Evening Post, per fare il punto sulla situazione del nostro parco giocatori; vedremo, alla fin fine, che a giugno potremmo essere punto e accapo: anzi, la situazione potrebbe essere perfino peggiore di quanto non fosse al termine della passata stagione. Unico e non disprezzabile vantaggio della presente sulla passata stagione, la presenza di una proprietà stabile e apparentemente motivata.

Perché, si chiede Taylor, con la nostra situazione in difesa (Hutchinson fuori ancora per un bel po’, Ayala e Harding in precarie condizioni fisiche a causa di ricorrenti problemi con gli adduttori), O’ Driscoll, oltre che Ward, non ramazza, nell’ultima settimana utile, qualche giocatore sul mercato dei prestiti? Quella che segue è la sua non insensata risposta.

Eppure, nonostante il fatto che i quattro difensori schierati a Leicester lo scorso sabato fossero gli unici disponibili, per stato fisico e stato di forma, il Manager non ha in programma altre acquisizioni in prestito.

A prima vista, questo ritegno sembra del tutto folle. Ma, analizzando la situazione un po’ più in profondità, è una scelta molto più che logica.

Perché, se la tentazione di risolvere problemi di corto termine ricorrendo ai prestiti è molto forte, se il Forest prendesse altri giocatori in prestito per superare queste difficoltà non farebbe che aggravare i potenziali problemi di lungo termine che stanno tramando all’orizzonte.

Quando lo si sente parlare, il modo lento e sommesso nel quale O’Driscoll porge le sue opinioni può anche far dimenticare che quasi tutto quello che dice ha un grande senso.

L’importanza, il vero colore e il vero significato delle cose che egli ha detto da quando è al Forest si rivela solo quando le si scrive, e le si rilegge nere sulla pagina bianca. E, di tutte le sensatissime osservazioni che il Manager ha fatto nelle settimane precedenti, forse la più rilevate è questa: “Siamo pieni di giocatori in prestito, e non vogliamo che diventino troppi”, ha detto.

“È già difficile tenere i giocatori motivati quando sono i tuoi, quando sono sotto pieno contratto. Se sono in prestito e non giocano regolarmente, può diventare un problema immenso per l’ambiente nel quale ci si trova a lavorare”.

La preoccupazione di O’Driscoll non è che i giocatori in prestito non si impegnino, o non mostrino dedizione alla squadra; le prestazioni di Billy Sharp e di Danny Ayala, in particolare, dimostrano il contrario.

Ma avere uno spogliatoio pieno di giocatori in prestito, giocatori che potrebbero non essere più al club la prossima estate, o addirittura che potrebbero non essere più al club a febbraio, non è una ricetta salutare per la stabilità della squadra nel lungo termine, o per cementare l’unità di intenti della squadra. Il Forest ha già sei giocatori in prestito di questo tipo: giocatori senza un’opzione di acquisto, la cui permanenza futura in squadra è sommamente incerta.

I prestiti di Jermaine Jenas, di James Coppinger e di Elliot Ward scadono tutti in gennaio, o prima, e Hutchinson, se non si chiarirà in breve la natura dei suoi problemi di salute, tornerà al Chelsea.

In più, abbiamo altri sette giocatori i cui destini sono sommamente incerti: quelli di nostra proprietà, i cui contratti, però, scadono alla fine della stagione. Il Forest è riuscito recentemente a convincere Chris Cohen a firmare un nuovo contratto, ma rimane una grande incertezza sui destini di Lee Camp, Andy Reid, Radi Majewski, Dex Blackstock, Lewis McGugan e Brendan Moloney [hai detto nulla…].

Camp e Blackstock stanno entrambi negoziando il rinnovo, ma sembrano tutt’altro che vicini a raggiungere una conclusione positiva alle trattative.

Inoltre, il futuro di Marcus Tudgay porta certamente via dal City Ground: si è unito al Barnsley in prestito proprio ieri, in vista di un passaggio permanente ai Tykes.

Matt Derbyshire e Ishmael Miller sono già partiti in prestito, e anche per loro è difficilissimo pensare a un futuro in maglia rossa, anche se, oltre a questo, hanno un altro anno di contratto con il Forest: facendo due calcoli, tolti tutti loro, si vede che i giocatori che, ora come ora, vestiranno certamente la maglia rossa la prossima stagione sono undici. Ben tredici giocatori della squadra, infatti, non si sa se giocheranno nel Forest la prossima stagione.

Per alcuni di essi (soprattutto Sharp, Ayala e Ward) è probabile che il club cerchi di rendere il loro trasferimento permanente, ma gli esiti di questo tentativo sono tutt’altro che scontati.

E sarebbe la riproduzione di una situazione molto grave se alcuni dei giocatori in scadenza se ne andassero via a parametro zero, come già hanno fatto Lynch, Chambers e McCleary quest’estate, e nessuno dei migliori giocatori che abbiamo preso in prestito decidesse di fermarsi al Forest.

Certo, la prospettiva di dividere il proprio destino con il Forest degli Al-Hasawi è più attraente di quanto non fosse quella di rimanere in una squadra destinata a un più che probabile fallimento, ma avere già più della metà dei giocatori senior in cammino su un sentiero pieno di incertezza è un motivo più che sufficiente per giustificare la ritrosia di O’Driscoll nei confronti di ulteriori acquisti a breve termine. Le sue priorità, probabilmente, sono molto differenti.

Date le circostanze; dato il pochissimo tempo che sia la nuova proprietà, sia il nuovo manager hanno avuto per preparare la stagione dopo il loro insediamento, entrambi hanno adempiuto più che bene al compito di metter su una squadra decente, quale che fosse. Con sole quattro settimane a disposizione prima dell’inizio della stagione, il Forest non aveva nemmeno quattro difensori da mettere dietro. Le acquisizioni in prestito quest’estate non sono state una scelta, ma una necessità assoluta.

Ma ora è arrivato il momento di smettere di agire sotto l’impulso della necessità, e gennaio darà l’occasione per cominciare a pensare a soluzioni permanenti. Quest’estate, O’Driscoll trovò un modo per tappare alla bell’e meglio il buco nel secchio ; in gennaio, sarà bene che il Forest cominci a pensare a investire in un secchio nuovo.

Ecco, quando si parla della qualità del lavoro di O’Driscoll, a me sembra che si dimentichi quello che ha fatto in così poco tempo, e il compito immane che aeva davanti: non si trattava di dare un gioco alla squadra, si è trattato di costruirla da zero, assemblando giocatori la maggior parte dei quali, forse, non vede nemmeno nel Forest una prospettiva attraente di vita futura. Dovrebbero pensarci bene, a queste cose, gli imbecillotti che, ogni volta che prendiamo uno sloppy goal, dalla tribuna Brian Clough cominciano a urlare “we want Billy back”.

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Archiviato in stagione 2012-2013, trasferimenti giocatori

Keith Burt, l’uomo che sta ricostruendo il Forest.

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C’è un’eminenza grigia, un “unsung hero” dietro al tentativo degli Al-Hasawi e di O’Driscoll di riportare il Forest ai fasti della Prima divisione. Se ora abbiamo una squadra decente, mentre al momento dell’entrata in carica del nostro nuovo Manager — a quattro settimane dall’inizio della Championship! — non avremmo nemmeno avuto i giocatori per riempire a metà il team-sheet di una squadra dei giardinetti, lo dobbiamo anche all’uomo che ha aiutato SOD a scegliere e a trovare i giocatori. Eravamo rimasti con nove giocatori, dei quali un solo difensore, e l’impresa di ricostruire una compagine decente sembrava del tutto disperata: Lynch, Chambers, Gunter e McCleary avevano salutato il City Ground, e le prospettive del nuovo anno sembravano già agghiaccianti.

Questo, quando si valuta l’operato di O’ Driscoll non viene mai ricordato, ma mettere su una squadra competitiva in sole quattro settimane, partendo praticamente dal nulla, è stata un’operazione di straordinaria difficoltà e, diciamolo, riuscita passabilmente bene.

Ha aiutato il fatto che O’ Driscoll avesse idee molto chiare sul tipo di giocatori di cui aveva bisogno, e aveva anche le idee molto chiare su chi avrebbe potuto aiutarlo a metterle in atto.

Keith Burt, director of recruitment al Nottingham Forest da sette anni, insieme al suo staff di osservatori e consiglieri, ha costruito un database di giocatori davvero sterminato, tipo quello che ha a disposizione un giocatore di Football Manager, e, in questa occasione, è riuscito a usarlo al meglio: all’interno di esso, O’ Driscoll ha potuto scegliere un’intera squadra, praticamente, se guardiamo al numero di nuovi arrivi a Nottingham.

Burt ha rilasciato recentemente un’intervista a BBC Radio Nottingham, nella quale ha svelato qualche retroscena del modo in cui è stata risolta l’emergenza di organico:

Ci ha aiutato molto avere a disposizione così tante informazioni, nel recruitment department, quest’estate. Sapevamo benissimo quali fossero i giocatori dai quali saremmo potuti andare e che avrebbero potuto scegliere di venire, anche con poco tempo a disposizione. L’unico punto interrogativo riguardava il supporto che i nuovi proprietari avrebbero dato alle operazioni che via via immaginavamo, ma loro ci sono venuti incontro tutte le volte che abbiamo espresso il desiderio di andare a prendere un giocatore che ci interessava.

Con così poco tempo a disposizione, potevamo fare affidamento solo al lavoro di scouting pregresso. L’unico punto interrogativo riguardava il supporto che i nuovi proprietari avrebbero dato alle operazioni che via via immaginavamo, ma loro ci sono venuti incontro tutte le volte che abbiamo espresso il desiderio di andare a prendere un giocatore che ci interessava. Davvero, dobbiamo ringraziarli: ogni volta che siamo andati da loro a chiedere qualcosa, si sono messi la mano in tasca e ce l’hanno data.

È “pazienza” la parola-feticcio del dipartimento diretto da Burt: molti dei giocatori che sono arrivati quest’estate erano già da tempo nel mirino della rete di osservatori della società, e O’ Driscoll ha deciso di autorizzare molte di queste operazioni.

Sean vuole giocatori con un buon carattere e facilmente adattabili al tipo di gioco che si pratica in Championship, oltre che buoni giocatori: è per questo che ci siamo rivolti soprattutto al mercato inglese.

Quando Sean è venuto a parlarci di alcuni acquisti che pensava di fare, come Danny Collins, Danny Ayala, Sam Hutchison o Dan Harding, noi potemmo già fornirgli un sacco di informazioni su di loro.

O come Simon Cox: avevamo già cercato di ingaggiarlo tre anni fa, quando era allo Swindon Town, ma il West Bromwich Albion fu più veloce o più bravo di noi. È davvero bellissimo, poi, quando si fanno tante osservazioni e si raccoglie tanto materiale su un giocatore, e poi, all’improvviso, lo si riesce a ingaggiare.

La stessa cosa è successa con Henri Lansbury. È un giocatore che abbiamo seguito per quattro anni, e siamo felicissimi di essere riusciti a prendere un giocatore della sua classe.

Abbiamo battuto anche la concorrenza di club di PL, per aggiudicarci il ragazzo.

Burt è fiero quando tutto il lavoro di osservazione e di raccolta di dati sfocia in un ingaggio, e sceglie appositamente di evitare fonti esterne per scoprire talenti, e preferisce basarsi sull’osservazione personale.

In sette anni, non abbiamo mai ingaggiato un giocatore solo sulla base delle raccomandazioni degli agenti, o solo guardando un DVD prodotto dallo stesso staff del giocatore. Tutti i giocatori che abbiamo preso sono stati visionari a lungo e accuratamente.

Quando finisce una stagione, non finisce per tutti: abbiamo una vacanza di due settimane, ma io la passo sempre girando per i piccoli tornei giovanili che si organizzano in Francia.

Speriamo sempre che non ci sia sfuggito nulla, naturalmente, quando osserviamo un giocatore, ma, in realtà, alla fine c’è sempre qualcosa che non hai studiato accuratamente, o qualche dettaglio che sfugge.

Anche se ora è di nuovo in Championship, e con qualche speranza di organizzare un assalto vincente alla promozione, le vicende del Forest nell’ultimo decennio hanno posto molte sfide importanti allo staff di osservatori.

I tempi dell’ingaggio multimilionario di Stan Collymore, Pierre Van Hooijdonk e di David Johnson sono andati, e la retrocessione in Terza Divisione ha costretto a un altro tipo di approccio.

Garath McCleary è stato un buon esempio della bontà del nostro lavoro: eravamo in League One, quando lo ingaggiammo, e potevamo prendere solo giocatori delle leghe inferiori.

Chris Cohen è un altro giocatore che siamo andati a vedere una dozzina di volte, prima a West Ham e poi a Yeovil, e quando divenne disponibile a un prezzo che più o meno potevamo permetterci potemmo agire in fretta come dovevamo. E guardate che prezioso servitore del nostro club è diventato ora.

Il ruolo di Burt al Forest è cresciuto. Prima era capo scout, andava a osservare e raccomandava i giocatori nel modo tradizionale, proprio al malfamato Acquisition Group criticato così aspramente dal precedente manager Billy Davies; ora come direttore del “reparto di reclutamento”.

Curo ogni aspetto, dall’inizio alla fine, incontro gli agenti, mi metto d’accordo con il prezzo di trasferimento con gli altri club, e cerco in tutte queste fasi di fare il miglior interesse possibile per il Nottingham Forest.

Le trattative possono durare giorni, ma nella maggior parte delle occasioni vanno avanti per settimane: se siamo interessati a un giocatore, o ne vogliamo vendere un altro, è molto probabile che le cose vadano avanti molto per le lunghe. Ci sono un sacco di persone coinvolte nella compravendita di un giocatore, oggi: anni fa, bastava telefonare al manager dell’altro club e tutto si risolveva al massimo in 48 ore. Ora si tratta di settimane, quando va bene, salvo casi eccezionali.

Il football sarà cambiato, da quando Burt ha cominciato a lavorare, ma è e rimane sostanzialmente un entusiasta della scoperta di talenti, e, soprattutto, della possibilità di portarli al Forest.

* * *

Già che ci siamo, una notizia dell’ultima ora: Marcus Tudgay, proprio nell’ultima settimana di apertura del mercato dei prestiti, parte destinazione Barnsley, con un opzione per i Tykes di acquistare il giocatore a gennaio a titolo definitivo. Pare proprio che l’avventura di Tudgay ai Reds sia finita.

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“A big piece of luck for us”. Leicester City 2-2 Nottingham Forest

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“Per la prima volta da quando siedo sulla panchina del Forest, esco dal campo con la precisa sensazione che non avremmo meritato nulla”. Piuttosto indicativo il commento a caldo di SOD alla partita, decisa da un rigore controverso (anche se, a mio avviso, non scandaloso) assegnatoci a 25 dal termine per un fallo di Zak Whitebread su Billy Sharp. È il primo rigore in 14 mesi, d’altronde, e eravamo rimasta l’unica squadra ancora senza rigore a favore delle 92 della vecchia Football League: un fischio un po’ soft, come dicono gli Inglesi, non è certo il malvenuto. Ma lo vedremo poi meglio nel commento delle azioni.

Viaggio nella vicina Leicester contro Volpi non proprio in splendida forma, ma pieni di talento in ogni reparto, e grandi favoriti della vigilia per un posto nei play-off di maggio; inoltre, la nostra difesa già martoriata subisce l’ulteriore infortunio di Harding, il che vuol dire Halford spostato a sinistra, con un ulteriore sbilanciamento, e Moloney dentro a destra. In mezzo, Collins e Ward. In mezzo e davanti la squadra di martedì, con Guedioura confermato al vertice alto del rombo. Siamo in anticipo televisivo, su Sky, e, con un po’ di accorgimenti, la partita è ottimamente visibile anche qui da noi; meglio così, anche se le dirette televisive non ci portano benissimo.

Mi manca però troppo la radiocronaca di Fray-McGovern, per cui accrocchio il Player in modo che si sincronizzi, più o meno, con il video; starò ciucciando tutta la banda della via, così a occhio, ma almeno mi vedo una partita come dio comanda.

Le sensazioni della vigilia non sono positive. Abbiamo giocato bene contro il Boro, ma non abbiamo vinto; abbiamo giocato male contro il Millwall, e siamo stati piallati. A parte il Cardiff City, abbiamo vinto solo contro squadre al di sotto della quindicesima posizione, e mi sembra che stiamo facendo, in questa fase, un po’ più di fatica del previsto; inoltre, appunto, la difesa così improvvisata mette paura: loro sulle ali sono forti, e noi difendiamo sulle fasce con una riserva e un piede sbagliato.

Vabbè, per farla breve, partiamo così:

Camp

Moloney — Ward — Collins — Halford

Gillett

Cohen — Guedioura — Reid

Sharp — Cox

Solita panchina di stralusso: insieme a Coppinger e a Darlow siedono, infatti, Blackstock, Lansbury, McGugan, Tudgay e il rientrante JJ, al rientro dall’infortunio alla caviglia dopo un solo giorno di allenamento. Qualche problemino anche per le volpi in difesa: accanto al nostro Wes Morgan, capitano, al forte belga De Laet e all’americano di scuola Liverpool Whitbread, a sinistra gioca il talentino germano-gahanese Schlupp, diciannovenne, che però è una punta esterna di ruolo.

Pronti, via: remissione di Schmeichel che spiove nella nostra trequarti, mezza controllata da King, Nugent anticipa Gillett e la dà a Dyer ai venti metri, poco spostato a sinistra. Dyer punta Moloney, accelera saltandolo come una merda di cane e, giunto ai sei metri dalla linea di fondo, sette o otto metri spostato sulla sinistra della porta di Camp, tira una saracca allucinante in mezzo sul quale Ward si esibisce nella più classica delle autoreti alla Niccolai, in plastica spaccata.
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Cross di Dyer e deviazione “vincente” di Ward.

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La sensazione che ci avrebbero fatto molto male sulle fasce diventa in qualche modo ancora più forte, chissà come mai.

Comunque sia, non perdiamo ancora il bandolo. Punizione di Cohen dalla fascia destra, battuta di interno sinistro a uscire, e deviazione di pugno di Schmeichel in angolo. Sul corner, ancora di Cohen, testata scoordinata di Guedioura che manda la palla altissima sulla porta dei Blu.

Sharp controlla una palla sulla loro trequarti e la allarga a destra per Cohen proiettato sulla fascia; arrivato ai dieci metri, la tocca benissimo di esterno sinistro in area per Cox, lasciato inspiegabilmente libero dalla difesa delle Volpi. Bel controllo di Cox, cross molto intelligente all’indietro che taglia fuori tutta la difesa del Leicester e trova Guedioura, il quale, esattamente nella stessa situazione del tiro clamorosamente sbagliato martedì contro il Boro, trova questa volta la freddezza per piazzare di piatto alle spalle del portiere danese.
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Più che il tiro di Guedioura, preferisco farvi apprezzare la bellezza del passaggio di Cohen (sulla fascia sinistra) per Cox: un esterno sinistro che taglia completamente fuori Schlupp da ogni possibilità di intervento: Cox prosegue dentro l’area e la offrirà indietro per l’accorrente Guedioura, ancora sul bordo sinistro dell’immagine.

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Passaggio indietro sbagliato di Drinkwater del quale si impossessa Sharp attardatosi sulla trequarti avversaria: Sharp si invola verso l’area di rigore, si ferma sulla lunetta, evita il rinvenuto centrocampista dei Blues e lancia Cox sul limite dell’area piccola con un bel pallonetto. Cox cerca l’intervento in spaccata, la palla finisce fuori, ma il guardalinee aveva già segnalato il fuori gioco di Simon, molto dubbio.

Non è un cattivo Forest, per ora, nel complesso. Ma il peggio, che fino a adesso ha frugato la partita solo con dita discrete, deve ancora arrivare.

Rilancio della difesa del Leicester dalla propria area: palla da Schmeichel a Schlupp (se avete la “s” vendoliana non potete dire agevolmente la formazione dei Foxes), che dalla propria trequarti appoggia di piatto a Knockaert, appostato sulla linea centrale. L’esterno blu cerca il filtrante per Waghorn, Guedioura rimpalla ma non va al recupero del pallone né al pressing, Knockaert si reimpossessa della sfera, completamente indisturbato, si guarda intorno, chiama i parenti dicendo “oh sono su Sky sto per fare un passaggio in area a Nugent, accendete la televisione!”, poi si ricorda di non aver chiamato la sorella, la chiama, fa cenno ai difensori del Forest di aspettare un attimo, loro non se lo fanno dire due volte, poi prende bene la mira, lancia Nugent con un bello spiovente, Nugent dice “dai ragazzi siamo in tele, fatemi fare bella figura!”, l’invito viene raccolto e David va a colpire d’esterno in perfetta solitudine, producendo un pallonetto bellissimo che si infila a fil di palo immobilizzando l’incolpevole Camp.
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Knockaert, completamente solo, prende la mira per servire Nugent, che sta partendo sul filo del fuori gioco, ma in posizione regolare: anche lui è completamente solo. Dall’immagine larga si vede come l’unico che cerchi di andare su Knockaert sia Cox, che corre verso di lui dalla linea di centrocampo per andare a pressarlo. In pratica, siamo in otto dietro la palla, ma nessuno fa nulla. Davvero una pessima difesa dello spazio, in questa occasione.

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Buttiamo una pallazza verso la loro area, Morgan pulisce agevolmente e la rimette verso il centrocampo, King controlla e dal cerchio centrale lancia nello spazio Dyer che sulla corsa si beve ancora Moloney con imbarazzante facilità, si presenta solo davanti a Camp, uscito fino al limite dell’area, e cerca di aggirarlo toccando la palla da una parte e passando dall’altra. Il giochino riesce, ma, fortunatamente, il tocco aggirante di Dyer non è stato portato con la dovuta leggerezza e la pur fulminea ala delle Volpi non riesce a recuperarla prima che questa termini sul fondo. Ancora una volta la prontezza e l’abilità di Camp nell’uscita e nell’uno contro uno ha salvato un gol pressoché sicuro.

Secondo tempo: Guedioura si gingilla con la palla sulla nostra trequarti non sapendo bene che cosa fare, poi tra tutte le opportunità possibili sceglie la più farneticante, dandola indietro a Nugent, tre o quattro metri fuori dal vertice dell’area di rigore. Nugent si accentra, calamita su di sé l’intera difesa del Forest, penetra in area e scarica al liberissimo Waghorn, che batte a colpo sicuro: supera lo spiazzatissimo Camp, ma, fortunatamente, trova a respingere sulla linea un disperato e preziosissimo intervento di Elliott Ward, che si fa, in parte, perdonare l’erroraccio sull’uno a zero.
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Waghorn, con il 14, sta già esultando, ma Ward trova, questa volta, la coordinazione per respingere, tenendoci a galla.

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Il Gaffer decide di averne abbastanza della sloppitudine di Guedioura, e lo sostituisce, appena dopo l’errore che ha provocato l’azione che ci ha quasi affondato. Magari non un capolavoro di psicologia, ma, come diceva giustamente Brian Clough, “io non credo nella psicologia, credo nei tiri all’incrocio”. Quando uno è in stato confusionale, psicologia o no, vale la pena toglierlo.

Lancio lungo di Collins, appena dentro la nostra metà campo, verso Cox, al limite dell’area avversaria: Coxie tocca di prima, appoggiandola al volo dietro verso l’accorrente Sharp
che dalle 25 iarde bolla il culo dell’omino dei gelati che si sta arrampicando verso la row Z. Cattiva scelta di Billy, questa volta: forse cercare lo scambio nuovamente con Cox avrebbe portato un pericolo maggiore alla porta Blu.

Grande discesa di De Laet sulla destra, arrivato a una decina di metri dalla linea di fondo crossa benissimo in mezzo, dove Waghorn colpisce altrettanto bene di testa, dal vertice destro dell’area piccola, mirando il secondo palo. Straordinario riflesso di Camp, che vola a respingere; Moloney spazza via definitivamente il pericolo.

Mettiamo ancora una volta la testa fuori dalla nostra metà campo con un’azione in velocità MoloneySharp, che porta al tiro Cox da limite: l’omino dei gelati si era rifugiato nella row W, ma la pallonata lo colpisce in piena faccia.

Dyer si beve ancora Moloney, crossa in area, Collins respinge alla bell’e meglio, quasi di tacco, palla recuperata da Dyer poco fuori il vertice sinistro della nostra area, controllo e tiro rasoterra di interno sinistro molto insidioso ben bloccato in due tempi da Camp.

Questa volta è il Leicester che perde banalmente una palla, grazie a un passaggio sbagliato di Schlupp recuperato da Jenas sulla nostra trequarti e rilanciato immediatamente in avanti per Cox, che la dà indietro a Reid — in ombra oggi — sulla linea centrale: qualche passo in avanti con piglio registico, e palla messa nella lunetta per Sharp: la nostra punta si volta, punta Zak Whitbread, entra nell’area, l’Americano lo contrasta, la palla si ferma e Sharp cade a terra; l’arbitro fischia il rigore senza alcuna esitazione. Rivedendo l’azione, si può ammirare la delirante scompostezza dell’intervento di Whitbread, che sulla percussione di Sharp si siede e cerca di colpire la palla sforbiciando le gambe del nostro attaccante.

Ora, io ho un’idea ben precisa: se il difensore compie in area un intervento assurdo dal punto di vista tecnico, pericoloso, scomposto e scoordinato, anche se insieme a tutto il resto tocca il pallone l’arbitro fischia, nove volte su dieci, il rigore. Se avete visto il fallo di Silvestre che ha originato il fallo per l’Atalanta, la situazione era molto simile. Follia calcistica pura, a rischio 1000. Un arbitro, a velocità normale, su questi interventi calcisticamente insensati di solito fischia, e, secondo me, fa bene. D’altronde, sono interventi che se vengono fatti a centrocampo vengono sanzionati regolarmente, senza che nessuno protesti granché. Poi, ripeto, dopo 14 mesi senza rigori, uno non proprio nettissimo ci può anche stare.
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Se entri così, anche se sfiori il pallone, non ti puoi lamentare se l’arbitro fischia.

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Grandi proteste dei giocatori Blu e del loro manager, Nigel Pearson, ma l’arbitro, naturalmente, è irremovibile.

Cox va sulla palla, aspetta il tuffo di Schmeichel e la mette un paio di metri dall’altra parte, assolutamente imparabile.

Altro pallone buttato nel cesso per colpa di un rinvio corto di Collins: King si impossessa della palla una decina di metri dentro la nostra area, e lancia di prima Lingard, da Lingard a Knockaert nella lunetta, Knockaert riesce a girarsi e a darla all’accorrente Waghorn sulla sinistra, sul lato corto dell’area. Waghorn fa un paio di passi dentro l’area e cerca il cross in mezzo, ma Jenas riesce a respingere. Purtroppo, lo fa proprio sui piedi di IraDiDDyer, che tira al volo, Gillett sporca il tiro prendendolo tra corpo e braccio, spiazzando completamente Camp, ma il più improbabile degli estremi difensori improvvisati, Andy Reid, si guadagna anche lui la pagnotta respingendo di testa di fronte alla porta totalmente indifesa.

Riguardando l’azione, il tocco di Gillett era più braccio che corpo, e, diciamocelo, un rigore non sarebbe stato scandaloso.

Dyer, nettamente migliore in campo, tira giù l’ennesimo pallone sulla sinistra della nostra trequarti, serve avanti King che vince un contrasto con Cohen e lancia nuovamente Dyer sul lato corto sinistro della nostra area. Jenas respinge, Schlupp raccoglie al limite dell’area e dimostra di essere un’ala coi fiocchi evita Gillett riuscendo a arrivare sul fondo, ma Moloney in spasmodica ispirata la tocca sul fondo.

Il corner vine battuto dal neo-entrato Marshall, trova Waghorn sul primo vertice dell’area di porta, ma il colpo di testa in solitudine, da ottima posizione, finisce abbondantemente fuori. Un po’ scoraggiato, probabilmente, dagli errori precedenti, Waghorn non è andato con tranquillità su questo pallone non impossibile.

È l’ultima azione pericolosa del Leicester: da segnalare solo un altro capitolo della lotta personale tra Sharp e l’omino dei gelati in Row Z, con un tiro altissimo della nostra punta sugli sviluppi della solita rimessona di Halford in area, e poi tutti negli spogliatoi a goderci la refurt… ehm, volevo dire, l’ottimo punto esterno su un campo e in una giornata davvero difficili.

Nel complesso, dunque, un passo indietro rispetto a martedì: forse, dare un po’ di respiro a Cohen e a Reid non sarebbe neanche male, a questo punto.

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Hero: dividerei la palma tra Camp, ottimo in almeno due occasioni, e Cox, un assist e un rigore tirato benissimo nel suo carniere odierno.

Zero: senza il salvataggio sulla linea, avrei detto Ward fisso. Con il salvataggio, fermo restando che tutta la linea mediana è stata insufficiente, assegnerei nuovamente il poco ambito premio a Guedioura, la cui anticipata sostituzione è stata conseguenza diretta della sua prestazione.

Miglior momento: l’azione del primo gol è stata un gioiello. Vedere e rivedere, come tagliare il campo con geometrie armoniche come le linee di Mondrian.

Peggior momento: di tutte le volte che ci siamo fatti trovare con le mutande a mezz’asta, la peggiore è stata quella che ha originato il loro secondo gol. Due giocatori completamente liberi con la squadra a assistere inerte, a parte il povero Cox che si precipitava dietro a tentare un disperato pressing sul portatore di palla.

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Forest: Camp, Moloney, Ward, Collins (c), Halford, Cohen, Guedioura (Jenas 54′), Gillett (Blackstock 87′), Reid (Lansbury 80′), Sharp, Cox.
NE: Darlow, McGugan, Tudgay, Coppinger.
Marcatori: Guedioura 22′, Cox (pen) 67′

Leicester: Schmeichel, De Laet, Drinkwater, Morgan (c), Whitbread, King, Dyer, Waghorn, Schlupp, Knockaert (Marshall 77′), Nugent (Lingard 59′).
NE: Logan, Danns, James, Moore, Futacs.
Marcatori: Ward (og) 6′, Nugent 32′

Arbitro: Anthony Taylor
Spettatori: 24.793 (ospiti: 1.895)
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Archiviato in stagione 2012-2013

“A much improved side”: Nottingham Forest 0-0 Middlesbrough

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Dopo la tostata presa contro il Millwall, si torna subito in campo contro un altro degli in form teams della Championship, il Boro, secondo in classifica, reduce da sei vittorie di fila, e da sei vittorie in trasferta di fila, una delle quali sul campo del Sunderland in Coppa di Lega. Viene fuori un pareggio senza reti, ma la prova del Forest è — per larghi tratti — confortante. O’ Driscoll (che, a differenza di molti suoi colleghi, valuta sempre molto di più la prestazione del risultato) appare soddisfattissimo, e, in effetti, alla fine, con un po’ più di cinismo sotto porta, avremmo tranquillamente potuto far nostra la partita.

Si affaccia l’inverno, sul City Ground, dopo il dolce pomeriggio autunnale di sabato della partita contro il Millwall, e il pubblico, pure numeroso, è inizialmente un po’ ostile alla squadra, a causa proprio della sconfitta di tre giorni prima: alla fine della partita, però, i Reds sono stati salutati da un applauso convinto per la prestazione.

In effetti, se si tiene in mente che il nostro è e deve essere visto come un piano a lungo termine, vedendo partite come questa contro forse la migliore squadra del Campionato, giocando la partita aperta nel quale il Boro eccelle, con la difesa sempre improvvisata e senza il nostro miglior centrocampista, infortunatosi sabato, si può essere rincuorati. Anche se in Championship, come l’esperienza insegna, i piani a lungo termine valgono spesso molto meno della carta su cui vengono vergati, perché è una lega assurdamente difficile e incoerente, se proprio se ne deve avere uno penso che SOD sia la persona più giusta per portarla avanti.

I maggiori appunti vanno ancora alle incertezze difensive (tutto sommato giustificabili dall’assetto precario) e dall’immensa quantità di risorse sprecate davanti: Cox e Sharp sono straordinari nel creare occasioni e nello scardinare le difese avversarie, ma non sono “clinici” quanto dovrebbero. Ma il vero punto dolente continua a essere — e non è la prima volta che lo segnalo — lo stato di forma di Guedioura, straordinario protagonista della ripresa l’anno scorso, incapace di avere sulle partite l’impatto che dovrebbe avere in questa stagione, sia per motivi tecnici, sia per un nervosismo latente che troppo spesso smette di latitare e trova espressione in scorrettezze che gli arbitri hanno cominciato a curare e a colpire con attenzione particolare.

Con lui in mezzo al centrocampo, nel ruolo che nelle ultime partite era stato preso da Majewski, il gioco diventa improvvisamente più macchinoso. La fortuna è che non mancano le alternative: Jenas, Lansbury e McGugan in panchina ci offrono un parco di opportunità che nessuna squadra della Lega, dalla prima all’ultima, può vantare.

In difesa rientra Halford dalla squalifica: molti tifosi avevano chiesto che andasse a sostituire Ward in mezzo, lasciando il buon Moloney a presidiare la fascia destra, ma SOD ha scelto di giocare la carta dell’esperienza e ha messo Greg sulla destra, lasciando Ward e Collins in mezzo. Come detto, Adléne ha occupato il vertice alto del rombo al posto del lungodegente Majewski. Inamovibili Gillett davanti alla difesa, Reid (la cui forma, però, sta cominciando inevitabilmente a calare, via via, rispetto al suo pazzesco mese di ottobre, anche se oggi ha giocato bene, soprattutto nella prima parte) e Cohen sulle fasce e Sharp e Cox davanti.

Camp

Halford — Ward — Collins — Harding

Gillett

Cohen — Guedioura — Reid

Sharp — Cox

JJ ancora a riposo a causa di un problema alla caviglia.

Inizio con il Forest che sciorina un ottimo possesso, anche se la prima occasione (vabbè, diciamo il primo tiro, più che altro) capita sui piedoni di Jutkewitcz, con una specie di volée in mezza girata da fuori su suggerimento di Leadbitter, facilmente controllata da Camp.

Poi, cominciamo a macinare il nostro gioco: Reid dalla trequarti mezzadestra lancia in area Sharp di interno sinistro, la difesa del Boro disimpegna con Bikey che, però, rinvia ancora sui piedi di Reid che smista a destra a Halford, avanzato sino alla trequarti. Buon dialogo con Cohen e Cox sulla fascia destra che smarca la nostra punta, Cox fa un paio di passi verso il lato piccolo dell’area e la mette nel box dove pesca benissimo Reid: Andy controlla leggermente decentrato sulla destra, sdraia Hines e cerca l’angolo alto opposto con un tiro a rientrare, appena alto.

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So close for Andy!

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Ancora Simon Cox, partita di grande quantità la sua, lavora la sfera (Giuseppe Albertini diceva sempre “lavora la sfera”, un’espressione che mi sa sempre di calcio artigianale, sudato e quasi operaio) sulla fascia destra sulla trequarti, palla laterale a Guedioura che cerca di prima con un piatto destro rasoterra a effetto Reid in mezzo all’area, magilla di Andy che trova Sharp alle sue spalle non ho ancora capito come, Billy controlla e in spaccata mette appena fuori, sulla sinistra di Steele.

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Reidy smarca di tacco Sharp: se Billy l’avesse messa dentro, sarebbe stato l’assist dell’anno

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Grande pressione del Forest sul fraseggio difensivo del Boro: con la squadra altissima, Reid recupera una bellissima palla su Bikey al limite dell’area del Boro e la smista dietro a Cohen sulla trequarti centrale. Cohen scatta in avanti, la dà a destra a Guedioura e poi punta l’area chiedendo l’uno-due, ma Adléne ferma la palla e cerca il tiro quasi da fermo, spedendo alle stelle.

Grandissimo lavoro di fisico di Cox sulla trequarti sinistra: contrasta efficacemente Parnaby, gli strappa la palla e si dirige verso l’area di rigore, la dà in mezzo dove Sharp arriva con leggerissimo anticipo sul pallone, sulla linea dell’area di porta, e non riesce a deviarlo; la difesa del Boro allontana affannosamente come può (piuttosto male), e Guedioura irrompe quasi sul dischetto e colpisce fortissimo verso la porta di Steele, impattando, però, il culone santo di Friend, che respinge in corner.

Ma, benedetto ragazzo, potevi fare quello che volevi, controllare e andare a depositare nella porta vuota, o colpire piazzando di piatto, e che cacchio. Pensaci, la prossima volta.

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Adléne: “la tocco piano”.

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Altro tiro dalle venticinque iarde, questa volta con Cohen ben pescato da una torre di Cox in area, e ancora una volta palla nel Trent.

Gillett in posizione di regista pesca Sharp poco fuori dalla lunetta in posizione centrale, buon controllo e palla larga a destra dove si trova Cox; cross in mezzo di interno sinistro, respinta della difesa del Boro di nuovo suoi piedi di Cox, palla poco dietro a Halford che crossa sul palo lungo, Parnaby cicca il rinvio e Reid riesce a controllare nei pressi della bandierina. Andy punta Parnaby, lo salta e crossa di interno destro; la palla attraversa l’area e arriva a Cox sul lato corto opposto: cross rasoterra di prima, potente, di collo pieno, a cercare la deviazione vincente, ma Billy Sharp, contrastato dalla difesa del Boro, riesce solo a toccare appena fuori.

La ripresa comincia con la sostituzione da parte del Boro dell’incerto Parnaby con Hoyte. Hines ferma in corner con un tackle da dietro in area da vecchi tempi uno Sharp lanciatissimo a rete. Il corner viene battuto da Cohen che trova benissimo Sharp sulle otto iarde, ma il colpo di testa di Billy finisce un paio di capelli a lato del palo alla destra di Steele.

Gillett recupera un pallone sulla trequarti dopo una respinta del Boro su un altro corner del Forest, e la lancia in area per Sharp che viene anticipato di testa da Hines. La palla finisce sulla trequarti destra a Halford, corta a Cohen che la crossa in mezzo, nuova, difficoltosa respinta della retroguardia dei Teessiders e palla che finisce sulla sinistra a Elliott Ward, rimasto in avanti dopo il corner. Ward scambia con Reid, si avvicina al lato corto dell’area in posizione di ala sinistra e crossa in mezzo con buona proprietà, ma il calcio è troppo largo e il pallone va fuori dopo aver colpito la parte superiore della traversa. Un cross sbagliato che, visto come ha sorpreso Steele, se ci si fosse aperto il culo (per usare un tecnicismo) avrebbe potuto significare l’uno a zero.

Il Boro prova a uscire dall’assedio, mentre la nostra azione rallenta un pochino, e McDonald trova subito un’occasione clamorosa: un bellissimo lancio filtrante di Leadbitter (centrocampista davvero illuminante) lo mette solo davanti a Camp, ma l’attaccante del Boro si incarta e permette il recupero a Camp, ottimo nell’uno contro uno; arriva poi Collins a pulire in corner.

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Tracciante laser di Leadbitter per McDonald: se il Boro davanti avesse avuto Inzaghi o Gerd Müller sarebbe stato 0-1 fisso. Lo dico così, tanto per dire una cazzata.

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Cross di Leadbitter in area, respinta di Collins un po’ di braccio un po’ di corpo, palla a Bailey in mezzo sulla nostra tre quarti, allargata sulla sinistra a McEachran — non eccezionale la prova del talentuoso esterno del Chelesa — che cerca l’uno-due con Jutkiewicz; il giochino non riesce, la palla finisce dietro a Leadbitter che cerca il tiro da quaranta iarde, appena fuori (con Camp, però, apparso pronto all’intervento, giusto in caso…).

Cox conquista un pallone in contrasto nel cerchio di centrocampo e la lancia avanti benissimo per Sharp, che difende benissimo la sfera con il corpo dal contrasto di Hines, entra in area e tira di collo pieno colpendo il palo esterno della porta di Steele, con il portiere del Boro nettamente battuto.

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Grande difesa del pallone e grande tiro di Billy.

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Corner da sinistra di Reid, palla raccolta e lavorata da Sharp sulla destra dell’area di rigore, pallonetto in mezzo dove Cohen riesce a colpire verso la porta, Ward stoppa di petto e cerca la rovesciata dalle sei iarde, deviata miracolosamente in angolo da Amougou, a Steele ancora una volta battuto.

Nuovo corner di Reid, respinta lunga del Boro mal controllata da Harding, che favorisce il recupero di Haroun, che imposta il contropiede e lancia Jutkiewicz in area, appena anticipato da una grandissima uscita di Camp.

Ultima doppia emozione: un cross di Sharp — sontuosamente lanciato da una rimessona di Halford — dalla linea di fondo destra viene clamorosamente ciccato da Reid appostato sul vertice dell’area di porta (sarà che era il piede sbagliato…), e sulla respinta alla disperata di Hoyte la palla capita a Ledesma che, appena dentro la nostra metà campo, lancia benissimo di interno sinistro Scott McDonald che entra in area palla al piede; Camp, ancora una volta prontissimo, è già su di lui, e costringe l’attaccante del Boro a un pallonetto non proprio nelle sue corde, che finisce un paio di iarde sopra la porta di Camp.

Prestazione, insomma, di cui essere orgogliosi, e da cui trarre buone speranze.

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Momento migliore: la combinazione tra Cox e Sharp che ha portato al palo di Billy. Due gesti straordinari, che danno la cifra dell’enorme talento che abbiamo a disposizione là davanti.

Momento peggiore: difficile dirlo, dal momento che si è trattato di una partita tutto sommato molto buona. Forse, la triplice sostituzione all’88° minuto decisa da O’ Driscoll, quando un’immissione più tempestiva di forze fresche (sopratutto, direi, avevamo bisogno di un po’ più di fantasia in mezzo, al posto di Adléne) avrebbe forse permesso un finale più sicuro. Inoltre, la squadra nel finale è apparsa un po’ alla corda, e forze fresche avrebbero aiutato. Infine, sono usciti Cox, Halford e Reid, non certo i giocatori più in difficoltà. Nonostante le sue immense qualità, SOD non sembra proprio un mago dei cambi.

Hero: nonostante tutto, direi Camp. Grandissima prova del nostro portierino, che ferma con tre immense uscite tre contropiede pericolosissimi del Boro. Dimostra ancora una volta la sua classe, e dimostra una capacità nell’uno contro uno davvero rara nei portieri moderni. Hero ad honorem anche a Cohen, nominato proprio appena dopo la partita Player of the Month per il mese di ottobre. Meritatissimo riconoscimento per uno dei protagonisti del nostro ottimo mese.

Zero: zero forse è esagerato, però un tre a Guedioura lo darei. Impalpabile nel corso di tutta la partita, e al limite nella fucilazione per l’errore dal dischetto (inteso come posizione di tiro, non come calcio di rigore) del primo tempo.

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Forest: Camp, Halford, Ward, Collins (c), Harding (Moloney 88′), Gillett, Cohen, Guedioura, Reid (Lansbury 89′), Cox (Blackstock 88′), Sharp.

NE: Darlow, McGugan, Tudgay, Coppinger.

Ammonito: Guedioura 71′

Middlesbrough: Steele, McEachran, Friend, Hines, Jutkiewicz (Ledesma 80′), Parnaby (Hoyte 46′), Bailey, McDonald (Zemmama 85′), Haroun, Bikey, Leadbitter (c).

NE: Leutwiler, Williams, Smallwood, Reach.

Ammonito: Leadbitter 68′

Arbitro: S Hooper

Spettatori: 20,150 (ospiti: 1,167)

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Leoni re nella Foresta. Nottingham Forest 1-4 Millwall

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“We weren’t good enough”. Non c’è un commento migliore alla lapidaria affermazione che Collins ha scolpito sul servizio di Forest Player alla disastrosa partita di sabato contro i londinesi. Per la prima volta in questa stagione, il Forest è apparso nettamente inadeguato rispetto alla concorrenza. Intendiamoci, la Championship si sta rivelando un campionato sempre più pazzo e inintelligibile, però il Forest, finora, ci aveva abituato a prestazioni tutto sommato equilibrate: magari non brillantissime, magari; qualche sconfitta di troppo, magari; ma mai dando l’impressione di essere nettamente surclassato dagli avversari. l’1-4 avrebbe potuto benissimo essere 1-6 o 1-7, se al Millwall fossero andate bene un paio di occasioni, e se avesse continuato a giocare fino alla fine della partita con la stessa intensità messa in campo fin dall’inizio.

La cosa apparsa più evidente è la mostruosa differenza di concretezza. È tutto l’anno che là davanti manchiamo di “clinicità”, come si dice in Inglese, ma mai come in questo caso il confronto contro una squadra certo non eccezionale (la classifica parla chiaro) ma in grande forma e molto cinica è apparso impietoso. Va detto, però, che la prova ancora una volta poco concreta dell’attacco non può far passare in secondo piano la prova disastrosa della difesa: lo schieramento improvvisato derivante dall’emergenza infortuni è una scusa solo parziale alla prestazione da colabrodo sfondati che il nostro sestetto difensivo (ci metto anche Gillett) ha messo su al City Ground. Qualche piccola recriminazione arbitrale (un mezzo rigore — voglio dire, non ce ne danno uno da 14 mesi, non ci daranno certo un mezzo rigore in una partita giocata ridicolmente — e un mezzo fallo di reazione di Henderson su Collins sul secondo gol del Millwall) non può giustificare in alcun modo una prestazione così scarsa e un punteggio giustamente così netto.

Così come non può essere una scusa soddisfacente il brutto infortunio patito da Raddi dopo un quarto d’ora, a causa di un brutto intervento della difesa del Millwall: certo Majewski, insieme a Cohen, è stato il protagonista del nostro piccolo ciclo positivo insieme a Cohen, ma al suo posto non è entrato Frappampina, è entrato un nazionale algerino come Guedioura.

Insomma, non è stata una partita, è stata una resa senza condizioni, s si esclude una piccola reazione alla fine del primo tempo.

Il Forest all’inizio adotta il rombo messo in campo nella bella trasferta di Barnsley, con una difesa rivoluzionata a causa dell’indisponibilità di Halford e di Ayala, oltre a quella ormai di lungo corso di Hutchinson. Come centrocampista centrale viene scelto ancora Majewski, mentre McGugan, Guedioura e Lansbury si accomodano in una panchina che non ospita nemmeno un difensore di riserva.

Camp

Moloney — Ward — Collins — Harding

Gillett

Cohen — Majewski — Reid

Sharp — Cox

Inizio veemente del Millwall, che impegna subito Camp con un tiro forte e centrale da fuori area di Chris Wood, una vera iradiddio, l’altro pomeriggio, seguente a un’azione concitata a centrocampo nella quale i Londinesi hanno messo subito impeto e veemenza con la stessa intensità con la quale io metto aggettivi in questi commenti.

Subito un brutto fallo di Harding su Smith lanciato sulla fascia dieci iarde dentro la nostra metà campo: ammonizione inevitabile, punizione battuta dallo stesso Smith, palla in area malamente respinta di testa da Gillett, recuperata al limite dell’area da Trotter dopo un blandissimo contrasto di Reid, il forte centrocampista centrale si incunea nel nostro box, si beve Gillett e Moloney come se fossero un bel bicchiere d’acqua fresca in un pomeriggio estivo e batte Camp con un tiro di interno destro a rientrare sul palo lungo (alla Del Piero, tanto per capirsi). Settimo gol stagionale per Trotter.
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Lions early growling at the City Ground, commenta Fray, e ha ragione.

La prima risposta viene da Majewksi, il quale, dopo uno scambio sulla sinistra con Harding si avvicina al vertice sinistro dell’area di rigore del Millwall e scaglia un bel tiro teso di collo destro che si spegne sul lato esterno della porta difesa da Forde.

Al quarto d’ora, l’infortunio del nostro Polacco volante: Raddi esce in barella, e viene sostituito da Guedioura.

Appena dopo la sostituzione, una bella manovra avvolgente del Millwall nella nostra trequarti porta Taylor al tiro di sinistro dalle trenta iarde: ne viene fuori un bel rasoterra robusto sul quale Camp si tuffa a respingere sulla propria sinistra. Il nostro portiere, però, non trattiene, e con un balzo felino riesce a anticipare di un soffio Henderson, precipitatosi sulla respinta per ribadire in rete il rimpallo.

Collins e Reid dialogano sulla fascia centrale del campo, Reid sale sulla fascia fino alla trequarti del Millwall, palla a Sharp appostato anche lui a pochi passi, sulla fascia sinistra, Sharp si accentra, cerca l’uno-due con Cox che gli restituisce un meraviglioso pallone smarcante sul limite dell’area, Billy entra in area completamente smarcato e batte Forde in uscita con un tocco preciso a fil di palo. Gol meraviglioso, soprattutto per il geniale passaggio smarcante di Cox, un giocatore che si dimostra grandissimo assist-man, per la sua visione di gioco e per la capacità di pensare e agire a velocità davvero straordinarie.

Sulle ali dell’entusiasmo per il bellissimo pareggio, entriamo nel nostro miglior periodo di partita, segnato da una maggiore convinzione e da un maggior numero di palloni recuperati nei contrasti 50-50 a centrocampo: Harding lanciato sulla sinistra da una bella intuizione di Reid, a sua volta lanciato da un bel recupero di testa di Gillett, entra in area, crossa di sinistro dal limite corto dentro la linea di porta, ma una straordinaria estensione di Beevers toglie dalla testa di Sharp un pallone sul quale la nostra punta si stava avventando a colpo sicuro.

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Grande anticipo di Beevers su Sharp

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Sharp lanciato ancora sulla fascia sinistra, trequarti del Millwall, pesca Cohen dall’altra parte, Cohen si accentra, la dà dietro a Gillett, palla in avanti a Reid che cerca ancora l’uno-due con Cox, ancora una volta la nostra punta è bravissimo a smarcare Reid, che entra in area un po’ decentrato e tira non benissimo, proprio tra le accoglienti braccia di Forde.

Prima della pausa, uno degli episodi contestati: Sharp, lanciato brillantemente da un passaggio lungo di Harding, si beve il suo marcatore con un bellissimo sombrero al volo e si dirige in area, Forde esce sulla nostra punta che lo salta facendogli passare il pallone sulla sinistra, e poi casca a terra proprio come se il portiere l’avesse agganciato con una mano. L’arbitro arriva a grandi falcate con la mano tesa, ingannando anche Fray illuso del rigore, ma Mathieson voleva solo indicare la rimessa dal fondo. L’immagine non consente di capire se Forde abbia toccato Sharp o no, per cui non ci resta che fidarci del fischietto, anche perché la caduta di Sharp, un po’ ritardata, desta in effetti qualche sospetto.

Manovra avvolgente del Forest avviata da un bel recupero di Cohen sulla loro tre quarti, la palla arriva sulla sinistra a Harding che la porge a Guedioura tipo dieci iarde dentro la metà campo del Millwall, Adléne si porta in avanti, prende velocità e circa venti iarde fuori dall’area blu scaglia un tiro di collo destro che finisce di poco sopra la traversa.

Comincia il secondo tempo, che non rispetta affatto le timide promesse porte dalla fase finale del primo: è un monologo dei Leoni. Subito all’inizio, Collins anticipa Henderson di testa e mette a lato, al limite della nostra area; mentre indietreggia a prendere posizione, Henderson gli tira una gomitata al petto. Collins non fa alcuna scena, ma protesta contro l’arbitro, che fa cenno di proseguire. Certo, Guedioura è stato buttato fuori spesso per molto meno, ma tant’è.

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La gomitata di Henderson. Se l’arbitro l’avesse vista, la partita avrebbe potuto cambiare, ma non è obbligatorio subire tre pere dopo un errore dell’arbitro

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Una punizione di Reid dalle trenta iarde, centrale e piuttosto telefonata, facilmente controllata da Forde, è il nostro biglietto di commiato alla partita.

Su un pallone spiovente dalle retrovie del Millwall, Collins commette un fallo in elevazione su Wood, a circa trentacinque iarde dalla porta difesa da Camp. Lancio di Henry sulla linea dell’area piccola e incornata vincente di Henderson, libero come i costumi di un consigliere regionale.

Timida reazione del Forest, ma con esiti disastrosi: cross dalla destra di Moloney, respinta della difesa del Millwall, Cohen raccoglie sul limite dell’area, tentativo di tiro subito respinto dall’attento Smith, la palla finisce piuttosto fortunosamente a Henry, spostato sulla fascia destra, proprio sulla linea di centrocampo; l’ala londinese salta facilmente Collins e si dirige verso la nostra area, assistito di Wood sulla sinistra. Henry coagula su di sé la difesa del Forest arrivando al limite dell’area, passa a Wood che converge verso la lunetta e tira battendo nuovamente Camp, anche grazie a una deviazione — probabilmente decisiva — di Collins, disperatamente rientrato a protezione della propria porta.

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Situazione di vantaggio per il Millwall: Henry e Wood non si fanno sfuggire l’occasione.

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Nuovo break del Millwall con il solito straordinario Henry che si invola sulla destra e elude con grande facilità l’opposizione di Collins e Guedioura. Arrivato all’altezza della nostra area la passa in mezzo all’accorrente Keogh, entrato da pochi minuti; Keogh prolunga sulla sua sinistra per Taylor, piazzato dentro la lunetta. Taylor tira, Ward respinge, ma Taylor recupera fraseggiando sulla trequarti con Lowry. Taylor, tornato sulla sua fascia di competenza, quella sinistra, si dirige nuovamente verso la nostra area completamente indisturbato, giunto al limite dell’area crossa comodamente verso la nostra area di porta, Moloney cerca la deviazione ma sporca appena il pallone, e Keogh irrompe battendo di piatto alle spalle di Camp.

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Taylor si dirige verso la nostra area prima di assistere Keogh per il 4-1: “Prego, si accomodi, vuole anche il numero di telefono di mia sorella?”

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Il tempo per Wood di buttare nel cesso un’altra clamorosa occasione ispirata da un’altra azione sulla sinistra di TaylorLowry e da un cross del bravo terzino del Millwall, con un tiro da due iarde calciato addosso a Camp, e l’arbitro fischia la fine del peggior pomeriggio della stagione.

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Momento migliore: non è difficile individuarlo, è il gol di Sharp. Anche perché è l’unico buono.

Momento peggiore: l’infortunio di Majewski, il nostro in form player insieme a Cohen. L’infortunio si rivelerà poi molto grave, si parla di qualche mese di stop.

Hero: nessuno.

Zero: Collins, come sineddoche dell’intera difesa, che è sineddoche dell’intera squadra: l’inutile tackle a Smith in occasione del terzo gol, seguito, nella stessa azione, alla deviazione decisiva alle spalle di Camp è il segno del nostro pomeriggio.

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Forest: Camp, Moloney, Collins (c), Ward, Harding, Gillett (McGugan 77′), Cohen, Majewski (Guedioura 15′), Reid (Blackstock 70′), Sharp, Cox.

NE: Darlow, Tudgay, Coppinger, Lansbury.

Marcatore: Sharp 22′

Ammonito: Harding 3′

Millwall: Forde, Shittu (c), Trotter, Henderson (Keogh 81′), Lowry, Henry, Beevers, Taylor, Abdou, Wood, Smith.

NE: Taylor, Wright, Feeney, Smith, Osborne, Malone.

Marcatori: Trotter 4′, Henderson 60′, Wood 76′, Keogh 85′

Ammonito: Abdou 65′

Arbitro: Scott Mathieson

Spettatori: 24,160 (ospiti: 707)

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“Going behind brought us to life”: Barnsley 1-4 Nottingham Forest

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A dire il vero, non sono d’accordissimo con l’analisi di Cox, riportata nel titolo del post: in realtà, avevamo giocato molto bene anche prima e, anzi, forse il nostro peggior momento l’abbiamo avuto proprio appena dopo il gol di Harewood, dal momento che abbiamo rischiato seriamente di prendere un altro gol che magari non sarebbe stato il KO, ma certo un knock down abbastanza duro da rimontare.

Fatto sta che, finalmente, proprio in quella che era stata presentata come “la settimana di fuoco”, abbiamo cominciato a far fruttare la qualità del gioco, convertendo in rete molte più occasioni di quanto non abbiamo fatto fino alla partita di Peterboro. Non che Cox e Sharp non abbiano sbagliato anche sabato i loro bei golletti, beninteso, ma è proprio la pressione complessiva esercitata dall’armonia e dalla fluidità del nostro gioco che sta cominciando a trovare ottimi sfoghi offensivi, anche se le nostre punte continuano a segnare un po’ con il contagocce.

Va detta una cosa, eh: non penso che la nostra squadra vada proprio valutata esclusivamente alla luce della partita di ieri sera. La difesa del Barnsley è stata a dir poco grottesca. Il primo gol di Halford è stato surreale, l’immobilità dei quattro difensori che hanno assistito al put in di Cox in occasione del secondo gol è stata degna di una rappresentazione di teatro dell’assurdo, il tiro di Cohen è stato bellissimo, ma la retroguardia del Barnsley gli ha fatto largo come se fosse uno che chiede i soldi nella metropolitana, e a quel punto la partita è finita. Noi abbiamo preso fiducia, abbiamo giocato benissimo, e loro giocavano con lo stesso entusiasmo di un bambino che va a fare le analisi del sangue.

La nostra formazione ricalca esattamente quella schierata martedì a Blackpool, con l’eccezione dell’inserimento di Moloney al posto dell’infortunato Ayala: il giovane irlandese si piazza sulla fascia destra, mentre Halford si sposta in mezzo. Non so voi, ma quando Halford si sposta in mezzo io sono sempre un po’ nervoso, e le mani corrono spesso a evocare scongiuri.

In panchina esordisce il nuovo arrivato Ward, il prestito da Norwich numero due in difesa. È un buon giocatore, protagonista nella promozione dei Canarini due anni fa, anche lui al rientro da una serie di infortuni che l’hanno tenuto lontano dai campi da gioco per quasi un anno e mezzo. È un’altra scommessa della coppia SOD-Burt (in questi giorni, posterò un articolo su Keith Burt, l’uomo che aiuta O’ Driscoll nella ricerca dei giocatori, perché, secondo me, sta facendo davvero un bel lavoro). Anche il portiere di riserva cambia: con Evtimov infortunato, Darlow è stato richiamato in tutta fretta dal prestito a Walsall e spedito subito in panchina.

Una panchina davvero sontuosa, visto che accanto al portierino di scuola Aston Villa siedono Ward, Jenas, McGugan, Blackstock, Coppinger e Greening. Non credo che questi giocatori (a parte, forse Greening) starebbero in panchina in molte squadre di Championship.

Camp

Moloney — Halford — Collins — Harding

Cohen — Majewski — Gillett — Reid

Sharp — Cox

Dall’altra parte, notevole, naturalmente, la presenza di Marlon Harewood, accolto in maniera festante dalla nostra tifoseria, e visibilmente emozionato (prima del bel gol ha dato un paio di zappate al turf che, probabilmente, nei tifosi ospiti ha fatto decisamente superare la contentezza per averlo ritrovato dalla contentezza per averlo dato via. Giocatore di scuola Forest, esordì con noi nel 1996, giocando sette anni al City Ground, 181 partite per 51 reti, e l’anno scorso tornò con un contratto di quattro mesi, giocando sei volte senza vincere mai e senza segnare mai. Era letale in League One, la categoria che rappresenta, probabilmente, la sua vera dimensione, più che sportiva, esistenziale.

Come il Blackpool martedì, anche il Barnsley rinforza il la fascia mediana lasciando Marlon da solo in avanti: centrocampo a 5, con Dawson davanti alla difesa, e Cywka, Perkins, Mellis e Done in linea.

Inizio arrembante del Forest oggi in maglia lightblue, ma la prima azione notevole è dei Tykes: Golbourne avanza fino alla trequarti e scambia sulla fascia destra con Done, il terzino cerca di accentrarsi all’altezza del limite della nostra area grande, la da in mezzo a Marlon sul limite dell’area, il nostro ex cerca di accentrarsi cercando la battuta di destro contrastato da Halford che è uscito dalla linea per marcare il centravanti, e, arrivato nella lunetta, calcia il pallone spedendolo dritto sul furgoncino degli hotdog.

Rimessone di Camp prolungato da Cohen che colpisce di testa sulla loro trequarti, Stones colpisce cercando il controllo ma tipo inciampa sulla stringa oppure vede qualcosa di interessante sul prato, fatto sta si ferma abbandonando la sfera a sé stessa; Reid si impadronisce della palla e si precipita verso l’area di rigore; arrivato nel punto preciso dell’incontro tra la lunetta e il vertice dell’area si ferma, fa una veronica e cerca la conclusione di precisione di interno destro a rientrare sul palo lontano, un po’ alla Del Piero, ma viene fuori un tiro debole e centralissimo ben controllato da Alnwick. Peccato perché Reidy si era liberato bene.

Lavoro di Cox con il pallone sulla fascia destra, riesce a liberarsi indietreggiando della marcatura di Golbourne arretrando, si volta e crossa molto in area; Billy Sharp e Foster si gettano a ariete sulla sfera, l’uno o l’altro la sfiorano soltanto e Alnwick se ne può impadronire agevolmente.

Stones avanza fino a metà campo e serve Dowson, di prima per Mellis che lancia Harewood sul centrodestra, Marlon entra in area completamente libero ma poco dentro il vertice destro cerca di colpire non si sa se per tirare in porta o per servire Perkins che si era smarcato in mezzo, fatto sta che colpisce il terreno, la palla ballonzola fuori e un paio di spettatori si precipitano dentro a piantare le patate dentro l’abbondante e invitante aratura.

Punizione per noi da circa trenta metri, posizione centrale, con Halford e Reid sulla palla. Tira Halford che colpisce la barriera, Gillett recupera sulla trequarti, dialogano Reid e Collins sulla sinistra, la palla finisce al nostro centrale che, in posizione da ala sinistra, crossa in mezzo; Foster respinge con la grazia di una balena spiaggiata e il cross si trasforma in un campanile che scende più o meno sul dischetto, dove c’è Cohen che sceglie la battuta a rete di prima: viene rimpallato dal muro umano che era rimasto davanti alla porta di Alnwick, la palla finisce a Reid nella lunetta, tira anche lui di prima ma il tiro è scoordinato, rimbalza davanti all’Irlandese e poi si perde fuori.

Halford avanza fino alla trequarti, la dà sulla sinistra a Reid che crossa di prima benissimo verso Sharp che perfettamente solo, poco oltre la linea dell’area piccola non trova di meglio da fare che spedire fuori.

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“Clamoroso errore di Sharp” sta diventando uno dei commenti più gettonati di Colin Fray.

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Gol sbagliato gol subito: azione tutta in verticale del Barnsley, Foster per Dawson per Mellis poco oltre la metà campo, Mellis vede lo scatto di Harewood e lo serve con un bellissimo lancio verticale: la palla passa in mezzo a Collins e a Halford, arriva a Marlon completamente libero sulla trequarti, Harewood avanza, si beve Camp e deposita nella porta incustodita.

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Come promesso ai suoi ex tifosi, Marlon non esulta dopo il gol.

Subiamo un po’ il colpo, il Barnsley continua a attaccare; Foster in proiezione offensiva porge a Dawson poco fuori area, Dawson allarga sulla destra a Harewood che fa un paio di passi sul lato corto e poi centra un pallone pericolosissimo che percorre tutto il lato dell’area di porta difesa da Camp senza trovare, per fortuna, il piedone di un ragazzo in maglia rossa per la deviazione decisiva: Moloney in ottima diagonale interviene alla fine —quasi sulla linea di porta — a spazzare in out dall’altra parte.

Comincia, però, la nostra reazione: Cohen alla rimessa sulla destra, all’altezza del limite dell’area; palla a Halford che prova l’accentramento, supera Perkins sul vertice destro dell’area grande, prosegue lungo il lato lungo dell’area stessa verso la lunetta, e a metà strada tira un esterno destro un po’ goffo, che, però, incoccia sullo stinco di Wiseman e batte un Alnwick non certo impeccabile, nonostante l’attenuante della deviazione.

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Il tiraccio di Halford: sbatte sullo stinco del 14 del Barnsley (la maglia rossa tra lui e la porta) e si infila, piuttosto imprevedibilmente, viste la modalità del tiro, la posizione di Halford, e lo specchio di porta che aveva a disposizione. Ma tant’è, a caval donato

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Mellis dalla trequarti trova Harewood sul limite dell’area, Reid in pressing difensivo (mai avrei pensato di poter usare questa locuzione) gli strappa la palla come se fosse un bambino di due anni (come se lo fosse Harewood, non Reid) e la serve a Cohen sulla nostra trequarti destra; Cohen la dà di prima a Sharp sulla linea centrale che gli restituisce un bellissimo uno-due. Cohen lanciato la raggiunge poco fuori dal vertice destro della loro area, la stoppa di esterno sinistro e poi, con l’interno dello stesso piede, la offre sul limite dell’area a Sharp che ne aveva seguito l’azione. Sharp tira di prima, Alnwick smanaccia via in qualche modo, arriva Cox mentre i difensori del Barnsley discutono su chi deve guidare di ritorno dal pub e la mette dentro a porta vuota. Come dice Fray, grandissima costruzione dell’azione sull’asse ReidCohenSharp.

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Il tiro di Sharp, con Cox pronto alla ribattuta in rete. La posizione di Simon sembra regolare. L’immobilità dei difensori del Barnsley è commendevole.

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Siamo ormai quasi allo scadere del primo tempo: punizione per i Tykes sulla loro sinistra, appena fuori dal lato corto della nostra area; tira Mellis direttamente in porta, verso l’incrocio del palo vicino, Camp respinge a pugni uniti anticipando Harewood.

Reid riconquista un pallone sulla linea centrale, lo dà indietro a Harding che lo batte lungo di prima intenzione verso Cox in posizione di ala sinistra, Cox lo alza in pallonetto per far proseguire Reid lanciato lungo l’out, Foster cerca di opporsi ma Reid lo supera di forza e punta l’area di rigore, supera anche Stones, entra dal lato corto e cerca di darla corta a Majewski che arriva con un istante di ritardo. Dall’altra parte dell’area, però, è appostato Sharp che fa sua la palla sul limite, la offre indietro all’accorrente Cohen sui venticinque metri, Cohen controlla, si ferma quasi a pensare per un attimo, e poi tira di interno destro una sabongia allucinante nel sette, che si infila nonostante la smanacciata di un non certo irreprensibile Alnwick.

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Secondo tempo: Sharp lavora un bel pallone una decina di metri fuori dall’area, sul centrosinistra, e poi lo offre dentro a Raddi che si inserisce da centrocampo; Majewski viene fermato da Perkins che cerca il rinvio, ma Majewski gli morde le caviglie e gli spora cil calcio, che finisce ancora a Sharp circa sei metri fuori dall’area. Uno-due con Cox, poi Sharp scende lungo il lato corto dell’area di rigore, Perkins lo spinge fuori fin quasi alla bandierina dove subentra Reid che arriva alla bandierina e crossa benissimo, pur pressato. Cox riceve di petto sul lato corto dell’area di porta, se la alza e cerca la rovesciata acrobatica, ma il pallone si alza troppo e passa sopra la traversa di Alnwick.

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Il bel tentativo di Cox.

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Halford pesca benissimo Cox con un lancio di cinquanta metri alla Krol. Cox controlla sul vertice destro dell’area di rigore, la dà corta a Majewski che si beve con un tunnel Perkins, entra in aera, ma poi non riesce a concludere, anticipato da Wiseman.

Cohen recupera palla sulla nostra trequarti (preziosissimo il lavoro in copertura dei centrocampisti, oggi), la dà a Reid, Andy vince un contrasto e la dà benissimo di esterno a Majewski nel cerchio centrale del campo, Raddi per l’accorrente Reid, che avanza fino alla trequarti avversaria e la allarga di esterno sinistro a Sharp. Sharp controlla di esterno destro sul limite dell’area, centrosinistra, si volta per cercare l’interno destro a rientare verso la porta, ma perde un contrasto con Perkins. Ottima azione di contropiede!

Harewood punta Collins, penetra in area, arriva sul fondo, poco fuori l’area di porta, cerca il cross, respinta della nostra difesa, recupera Etuhu, poco fuori area, dietro a Stones salito a supporto, cross con Reid che salta davanti a lui e colpisce di mano, punizione netta.

Kennedy batte la punizia, rasoterra di interno sinistro a uscire, e Camp devia in angolo la palla indirizzata proprio a fil di palo. Ancora Kennedy alla battuta del corner, Cohen respinge di testa verso l’out, Kennedy scende a recuperare il pallone, dietro a Wiseman sulla linea centrale, campanile in area, Collins respinge, Mellis batte al volo da fuori area, un paio di metri alla destra della porta difesa da Camp.

Wiseman in avanzamento sulla nostra tre quarti perde palla, Harding recupera il pallone e di prima serve con un passaggio meraviglioso di almeno sessanta metri Sharp sul limite dell’area, centrodestra; la nostra punta avanza e tira ma la conclusione finisce un paio di metri larga. Davvero sublime l’apertura di Harding: anche in questo caso scomodare il paragone con Krol non è una bestemmia.

Corner di Reid dalla destra, Sharp, in precario equilibrio, riesce a colpire verso la porta di Alnwick che respinge.

Collins interrompe un fraseggio del Barnsley sul limite della nostra area e lancia di prima Cox sulla sinsitra della linea di centrocampo. Cox si gira e vede l’inserimento di Jenas, lo serve con un bellissimo passaggio filtrante, Jenas s’invola verso l’area avversaria, entra un paio di metri e batte con un bellissimo pallonetto Alnwick in uscita.

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Un tiro da poco fuori area di Gillett, appena alto, conclude una partita ottimamente giocata dai Garibaldi Reds. Inoltre, quando è entrato Jenas, ha fatto vedere di essere davvero di un’altra classe. La precisione nei passaggi, il senso di calma e di sicurezza che (pure in condizioni assolutamente privilegiate) ha trasmesso alla squadra, tutto condito da un gol bellissimo, hanno fatto capire perché SOD abbia voluto a tutti i costi prenderlo un mese, e perché sia speranzoso di trattenerlo un altro po’ al City Ground. Come che vada, la sua rete è stata il momento più bello della settimana, secondo me.

* * *

Finisce, dunque, un ottimo mese di ottobre (11 punti su 15) che potrebbe forse FORSE dare a SOD il primo Manager of the Month della sua avventura a Nottingham, anche se il lavoro di Dougie Freeman (ormai ex manager delle Aquile) e di Lennie Lawrence al Palace è stato straordinario.

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Momento migliore: secondo me, come ho detto prima, il gol di Jenas, proprio nello stadio in cui ha segnato, in Garibaldi Red, il suo primo gol da professionista. Straordinario, però, nel prepartita, anche il pezzo di Through the season before us nel quale l’Autore dice che il crest del Barnsley gli ha sempre ricordato i Village People. E, guardandolo bene, non ha tutti i torti.

Momento peggiore: per trovare un “momento peggiore” in una vittoria in trasferta per 4-1 bisogna proprio essere pessimisti come il sottoscritto; vorrei dare di nuovo il premio alla nostra difesa, per la deferenza con la quale Halford e Collins si sono spostati per far passare Harewood, ma, per non essere noioso, potrei anche dire l’errore di testa di Cox. Ma no, va’, scelgo la deferenza di Collins e Halford.

Hero: mi ripeto ancora. Reid. Ogni palla che tocca è oro puro, mette anche la gamba nei contrasti, è veloce nelle ripartenze, si vede che si sta allenando bene perché al settantesimo scatta ancora palla al piede.

Zero: anche al pessimismo c’è un limite; come si fa a dare uno “zero” quando si vince 4-1 fuori casa?

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Forest: Camp, Halford (Ward 78′), Moloney, Collins (c), Harding, Gillett, Cohen, Majewski (Jenas 69′), Reid (Coppinger 80′), Cox, Sharp

NE: Darlow, McGugan, Greening, Blackstock.

Marcatori: Halford 35′, Cox 42′, Cohen 45′, Jenas 77′

Ammonito: Halford 66′

Barnsley: Alnwick, Stones, Foster, Wiseman, Golbourne, Dawson (Dagnall 54′), Perkins, Done (Kennedy 51′), Cywka (Etuhu 51′), Harewood, Mellis

NE: Steele, Hassell, McNulty, Rose

Marcatore: Harewood 24′

Arbitro: Kevin Friend

Spettatori: 10.186 (di cui, ospiti 2.217 (!!))

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