Archivi categoria: Senza categoria

“A massive three points”: Nottingham Forest 1-0 Sheffield Wed

|

A volte capita che una partita in cui entrambe le squadre sprecano tonnellate di buone occasioni, per errori di mira o per scelte sconsiderate in fase di conclusione, venga decisa, invece, da un’unica rete provocata da un unico evento del tutto fortuito e occasionale. Quando questo capita a favore della propria squadra, in campo in casa contro un’avversaria ritenuta alla vigilia “facie”, i commenti possono essere di due tipi: o del tipo “bicchiere mezzo pieno”, come quello di Blackstock che ho messo nel titolo, che puntano sul puro esito della partita, sulla difficoltà del campionato, sul clean sheet e sulla necessità di mostrare pazienza per una squadra, comunque sia, in costruzione; o del tipo “bicchiere mezzo vuoto”, che puntano, invece, sulla modestia della prestazione, sulla fatica fatta a battere un avversario che si dibatte in fondo alla lega e sulla difficoltà che patiamo nel trovare un gioco finalmente realmente efficace.

Dopo aver visto gli highlits estesi, devo dire che propendo più per la prima interpretazione. È vero che la Championship è un campionato bastardo, e che a ogni giornata clamorose sorprese vengono a ricordarcelo, e è vero che, nonostante le difficoltà patite sabato, tutto sommato la difesa — pure sempre in grave emergenza, ha retto all’urto di una squadra migliore di quanto non dica la classifica, e protagonista, nella ripresa, di dieci minuti davvero di ottimo calcio, durante i quali avrebbe potuto, se non meritato, di chiudere la gara.

Atmosfera delle grandi occasioni al City Ground: ottima la presenza locale, ma, soprattutto, straordinaria quella ospite, con quasi 5.000 tifosi al seguito, una delle più alte registrate negli ultimi tempi a Nottingham e, in ogni caso, la più massiccia rappresentanza di tifosi ospiti in Inghilterra in questa giornata, al di fuori della EPL. I tifosi degli Owls hanno celebrato, prima e durante la partita, Jose Semedo, il forte giocatore di scuola Sporting Lisbona, con qualche presenza anche a Cagliari, giocatore dell’anno la scorsa stagione in League One. Un sacco di bandiere portoghesi sugli spalti occupati dagli ospiti, e persino numerosi fan con la maschera rappresentante le fattezze del centrocampista portoghese. Una simpatica carnevalata, ideata da un giovane tifoso degli Owls che ha preso ispirazione da un’analoga iniziativa presa a Dortmund: ha postato la proposta sul forum ufficiale dei tifosi biancoblù, l’iniziativa ha raccolto grande successo, e la partita di Nottingham è stata scelta per la celebrazione, contribuendo a rendere l’atmosfera ancora più piacevole.

Ancora problemi in difesa per noi, con Harding fuori e Ayala, convalescente, ancora in panchina: confermati, dunque, sulle due fasce Moloney e Halford, e in mezzo Ward. Davanti Cox è stato lasciato precauzionalmente in panchina dopo l’infortunio al piede patito in settimana nella partita con la Repubblica, mentre a centrocampo fa la sua comparsa per la prima volta dal primo minuto Jermaine Jenas, preferito a McGugan e a Guedioura come elemento avanzato del rombo di centrocampo.

Camp

Moloney — Ward — Collins — Halford

Gillett

Cohen — Jenas — Reid

Sharp — Blackstock

Anche se la prima azione è nostra, con un colpo di testa di Sharp su cross di Halford dopo una quarantina di secondi di nostro possesso palla, la partenza è color civetta: un cattivo passaggio di Collins dalla nostra trequarti è troppo lungo per Reid, che non riesce a controllare. Barkley recupera palla sulla linea centrale, e lancia immediatamente per Madine sulla nostra trequarti. Il centravanti biancoblù avanza una quindicina di metri, e poi lascia partire un tiro di interno destro molto insidioso, respinto in corner da Camp in tuffo alla sua destra per il primo corner della partita. Oltre al passaggio impreciso che ha iniziato l’azione, da segnalare la libertà goduta dal massiccio Madine nell’avanzamento e nel tiro.

Su un rilancio da centrocampo del Wednseday va di testa al rinvio Ward, al limite della nostra area, ma colpisce male e la palla finisce all’indietro, dove Antonio è più veloce di Moloney a impossessarsene, sul lato corto dell’area di rigore, alla destra di Camp. Antonio riesce a darla dietro all’accorrente Madine sul vertice dell’area: Madine entra un paio di passi nell’area e scocca un tiro diagonale molto potente che Camp devia nuovamente in angolo.

|

wpid-schermata2012-11-24alle14-06-51-2012-11-22-12-29.png

Antonio la dà dietro per l’inserimento di Madine, completamente libero: ancora una volta, come spesso succede in questa prima parte del torneo, il centrocampo fa un cattivo lavoro di protezione della nostra linea difensiva, e un inserimento da dietro ci coglie di sorpresa.

|

Primo serio pericolo per la porta dello Sheffield: rilancio lungo quasi dal limite della nostra area di Halford, Blackstock cerca il controllo di petto sul limite dell’area opposta, la palla arriva dietro a Reid in avanzamento, anche lui lasciato colpevolmente solo dalla difesa degli Owls, Reid la dà di prima a Sharp, posizionato esattamente all’incrocio tra la lunetta e il limite dell’area; Sharpie riesce a ridarla a Reid con un bellissimo esterno, Reid la controlla con un po’ di difficoltà all’altezza del dischetto, spostato sulla sinistra della porta di Kirkland, il quale esce benissimo chiudendo lo specchio alla nostra ala sinistra, e riesce a mettere in angolo.

|

wpid-schermata2012-11-24alle18-45-37-2012-11-22-12-29.png

Magia di Sharp che riesce a restituire la palla a Reid in piena area. Purtroppo, il passaggio è appena largo, e Kirkland riesce bravamente a arginare la conclusione di Reidy.

|

Corner di Bothroyd, con due conclusioni di Madine e di Pecnik respinte dal muro umano posto di fronte alla porta di Camp.

Lancio filtrante di Semedo per Antonio che si invola da solo sulla destra, e arriva sul lato piccolo della nostra area di rigore. Si ferma, prende la mira e crossa sul limite della nostra area piccola, per fortuna arriva Moloney in ottima diagonale a spazzare via.

Bruttissimo passaggio indietro di Gillett, che, dopo aver ricevuto una rimessa laterale all’altezza dell’area dei nostri avversari, dalla trequarti biancoblù, che lancia Madine una ventina di metri dentro la nostra metà campo. Madine arriva sulla nostra tre quarti e la offre a Barkley, una decina di metri fuori dalla nostra area di rigore; Barkley fa viaggiare di prima Pecnik sul vertice destro della nostra area di rigore. Pecnik cerca il cross di prima ma colpisce male, e ne viene fuori un tiro sporco ben controllato a terra da Camp. Disastroso sviluppo di una rimessa in gioco per noi in fase offensiva, assolutamente dilettantesca.

Bellissima rimessa laterale di Reid a una trentina di iarde dalla loro linea di fondo, che trova Blackstock lanciato in area: Dex arriva sul fondo e mette una palla indietro rasoterra che per una questione di centimetri non trova il piegone vincente di Sharp a deviare in rete. Halford recupera il pallone sulla nostra fascia sinistra, cambia fronte servendo Cohen allargato sulla fascia destra, Cohen controlla, rientra e crossa di interno destro un pallone pericolosissimo verso la porta di Kirkland, ancora una volta mancato per una questione di centimetri da Jenas in proiezione offensiva, Sharp e Dex.

|

wpid-schermata2012-11-24alle19-04-08-2012-11-22-12-29.png

JJ, Dex e Sharp mancano di un soffio la deviazione vincente sul cross di Cohen. Solo rimandata la gioia dell’assist per Chris.

|

Corner di Bothroyd, mucchio umano davanti a Camp che respinge corto, Pecnik raccoglie la respinta e da una decina di iarde la spara appena alta.

Secondo tempo: rinvio sbagliato di Buxton raccolto da Gillett nel cerchio di centrocampo, il suo tentativo di discesa, però, si scontra sul contrasto di Barkley che gli strappa la palla e lancia Bothroyd nel cerchio di centrocampo. il giocatore del QPR avanza a ampie falcate e, giunto un paio di iarde fuori dalla nostra area cerca il tiro di collo sinistro, ma il tiro è un po’ strozzato e Camp blocca sicuro a terra.

Lansbury, entrato al 50°, conquista un pallone nel traffico sulla trequarti avversaria, fascia sinistra, si accentra e cerca un tiro potente più o meno a quattro iarde dal vertice dell’area biancoblù; Kirkland è bravo a respingere in angolo.

Entra anche Guedioura, che mette subito tutto il suo peso per riconquistare un bellissimo pallone sulla nostra tre quarti, offerto poi a Sharp una decina di iarde dentro la metà campo biancoblù. Sharp cerca Cohen sulla fascia destra, Chris si accentra e da un paio di iarde fuori area, spostato sulla destra, trova un buon tiro di collo interno sinistro a aggirare, che Kirkland però blocca a terra.

Antonio, ottimo sabato sulla sua fascia destra, elude la sorveglianza di Guedioura e di Halford e, dal limite della nostra area, leggermente spostato sulla destra, cerca un tiro rasoterra; Camp respinge ma non trattiene, ma, per fortuna, nel traffico della nostra area di rigore, Danny Collins riesce a allontanare alla disperata, in spaccata. Bothroyd recupera il pallone, spostato questa volta sulla fascia sinistra, centra nuovamente, Collins respinge corto, Antonio recupera dentro l’area di rigore, leggermente spostato sulla destra all’altezza del dischetto, e tira quasi a botta sicura. Per fortuna, sbuccia il pallone che ballonzola davanti alla nostra area di porta, e Collins spazza nuovamente via alla disperata. Sharp e Semedo si contendono il campanile sulla nostra tre quarti, ma il Portoghese mette tutto il suo fisico nel contrasto, e ne esce vincitore. Avanza possentemente fino al limite dell’area, vede con l’occhio laterale tipico del grande centrocampista l’inserimento di Jones sulla sinistra, e lo serve con un bellissimo pallone filtrante. Jones avanza fino alla linea di fondo, un metro dentro la nostra area di porta, supera in scivolata Camp in uscita su di lui e la dà indietro a Bothroyd che impatta di prima a porta vuota ma trova, miracolosamente per noi, il testone santo di Collins a respingere in angolo.

|

wpid-schermata2012-11-24alle19-29-18-2012-11-22-12-29.png

Il tiro di Bothroyd respinto da un tuffo disperato dal testone di Collins, retrocesso a estremo difensore della nostra porta sguarnita. “Forest living dangerously”, commenta giustamente Fray.

|

Guedioura lavora un pallone sulla nostra fascia destra, una decina di metri dentro la loro metà campo, la dà in avanti a Gillett, avanzato fino alla trequarti. Gillett vince un bel contrasto in scivolata e la offre in mezzo all’accorrente Lansbury, che cerca l’uno due con Dex, appostato sul limite dell’area. Ottimo il pallone di ritorno del nazionale antiguano che trova con precisione l’inserimento in area dell’ex Arsenal, ma Lansbury, a tu per tu con Kirkland, la spara clamorosamente alta. Davvero un’occasione buttata nel cesso, almeno quanto quella sbagliata da Bothroyd qualche minuto prima.

|

wpid-schermata2012-11-24alle19-36-07-2012-11-22-12-29.png

Spettacolare l’uno-due tra Lansbury, il giocatore in avanzamento che appare al limite dell’area, e Dex, in possesso di palla. Evidentemente, O’Driscoll sta lavorando moltissimo su questo movimento, perché lo proviamo spesso, e con ottimo successo.

|

Fallo di Antonio su Guedioura dieci metri dentro la loro area. Batte Cohen che cerca la verticalizzazione in area, Dex arriva un centesimo di secondo in ritardo per l’impatto con il pallone, e Kirkland può controllare il rimbalzo.

Gillett conquista un bel pallone a centrocampo e lo verticalizza immediatamente per Sharp al limite dell’area. Sharp si divincola da un paio di marcature e la offre dietro a Cohen, spostato sulla destra, due metri fuori dal vertice dell’area di rigore biancoblù. Cohen stoppa di esterno sinistro, controlla e crossa con un interno sinistro a uscire verso l’area di rigore. Llera riesce a anticipare l’intervento di Blackstock e di Sharp, ma la mette alle spalle dell’incolpevole Kirkland. Dopo che tanti errori hanno impedito il gol, da una parte e dall’altra, un altro errore lo provoca, per fortuna a nostro vantaggio.

|

wpid-schermata2012-11-24alle19-43-39-2012-11-22-12-29.png

Llera irrompe sul cross di Cohen e la mette dentro. Probabilmente, il pallone sarebbe uscito dall’altra parte.

|

Una girata di Lansbury in perfetta solitudine da centroarea su corner dalla destra di Cohen, finita alta, e un tiro di Cohen — lanciato da un bel passaggio laterale di Dex — dal limite dell’area, un bel piatto sinistro a cercare l’aggiramento di Kirkland finito un capello fuori, concludono una partita nella quale, dopo il gol, abbiamo preso decisamente coraggio, e le redini della partita.

* * *

Momento migliore: gli ottimi movimenti offensivi, soprattutto i dialoghi tra i centrocampisti in inserimento e gli attaccanti che fanno da perno al limite dell’area. Reid e Lansbury hanno avuto meravigliose occasioni, in seguito a questo tipo di manovra.

Momento peggiore: i cinque minuti della ripresa culminati con l’occasionassima di Bothroyd. Abbiamo davvero sbandato, e loro entravano da tutte le parti. La cosa bella è che abbiamo resistito, per cui direi che si tratta di uno dei momenti peggiori migliori degli ultimi tempi.

Hero: ottimo il lavoro in appoggio di Sharp e Dex, ottimo l’impatto sulla gara di Lansbury e di Guedioura, meglio di Reid e Jenas, ma l’eroe del giorno direi che è Cohen: una spina nel fianco sinistro della difesa del Wednesday, sempre pericolosissimo nel tiro da fuori, sui suoi suggerimenti i nostri sono sempre arrivati con un millimetro di ritardo, ma, per fortuna, Llera no.

Zero: Nessuno, anche se le prove di Reid e di Jenas non sono state all’altezza della loro fama.

* * *

Forest: Camp, Halford, Collins (c), Moloney, Ward; Gillett, Reid (Lansbury 50′), Cohen, Jenas (Guedioura 55′); Sharp, Blackstock.

NE: Darlow, McGugan, Cox, Coppinger, Ayala.

Marcatore: Llera (og) 75′

Sheffield Wednesday: Kirkland, Buxton, Jones (Mayor 82′), Llera, Gardner (c), Barkley, Semedo, Madine, Antonio, Bothroyd, Pecnik (Johnson 52′).

NE: Bywater, Taylor, Mattock, McCabe, Rodri.

Ammonito: Llera 90′

Arbitro: Andy Woolmer

Spettatori: 24.584 (di cui ospiti: 4.405, record di giornata al di fuori della EPL)

|

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

Pausa (non) internazionale.

Pausa internazionale anche per Nottingham Forest Italia. Il vostro cronista ha avuto un altro periodo piuttosto accanito, e non ha potuto nemmeno postare il commento alla vittoriosa e preziosissima trasferta di Petersboro, che spero di postare domani, prima del succosissimo clash contro i Redbirds capolista al City Ground.

Andamento altalenante per i nostri ragazzi impegnati a difendere i colori dei loro Paesi: dolceamara (molto più amara che dolce, a dire il vero) la settimana in verdesmeraldo di Simon Cox, protagonista sia della clamorosa disfatta di Dublino (1-6 contro la Germania, con il Nostro impiegato da esterno destro: una delle “follie” rimproverate a Trapattoni dalla stampa irlandese), sia del successo per 4-1 nelle Faroe, con Cox impiegato ancora da esterno nel secondo tempo al posto dell’ottimo prospect del Man U Robbie Brady, a sprazzi identificato come un possibile obiettivo di O’Driscoll per un prestito a gennaio.

Tutta amara la trasferta di Dexter Blackstock a Antigua: dopo una sconfitta per 1-2 in casa con gli USA, nella quale, però, Dex ha segnato la rete del provvisorio pareggio, la nazionale caraibica ha subito un pesante 4-1 a Kingston nel derby anglofono contro i Reggae Boyz. Approfittando della sospensione, che ne avrebbe comunque sia impedito l’utilizzo sabato prossimo, Dex ha ritardato il rientro nell’East Midlands per concedersi un po’ di aviti Caraibi, e come dargli torto.

Dolce, invece, il viaggio di Aldéne Guedioura in Algeria: al Moustapha Tchaker le volpi del deserto hanno ribadito la loro superiorità sulla nazionale libica vincendo 2-0, dopo la vittoria per 1-0 ottenuta sul neutro di Rabat, e si sono così qualificati per la fase finale della Coppa d’Africa, torneo a causa del quale, dunque, perderemo Guedé per circa un mese.

Non convocato, invece, Camp, che non ha potuto, dunque, partecipare all’impresona degli Irlandesi del Nord, protagonisti di uno storico 1-1 sul terreno del Da Luz di Lisbona.

* * *

Tra parentesi, oggi ho visto una delle più bizzarre chiavi di ricerca attraverso le quali qualcuno sia mai arrivato qui sopra: “operato ai tendini di achille può fare karate?”. Non so perché google abbia indirizzato qui il gentile lettore, e temo proprio che non abbia trovato qui sopra la risposta che cercava, ma posso dirgli che mia sorella è stata operata al tendine d’Achille e continua a fare attività sportiva, anche piuttosto pesante, tranquillamente.

Spero che magari qualche volta tornerà a trovarci lo stesso, e che, magari, si faccia prendere dalla passione per la nostra meravigliosa squadra.

Lascia un commento

18 ottobre 2012 · 7:25 pm

Nottingham Forest 0–1 Derby County

|wpid-schermata2012-10-05alle17-59-06-2012-10-2-17-52.png

|

Vabbè, dai, togliamoci il pensiero. La fixture che tutti i tifosi vanno a cercare quando esce il campionato diventa tutto d’un tratto il result che nessun tifoso vuole più vedere una volta che la partita è passata, se passa male come è passata questa.

Ho già detto nel commento come la prestazione del Forest sia stata insufficiente, al pari di quella dell’arbitro, ma la fossa ce la siamo scavata, più che altro, da soli. In una partita chiusa e molto dura, abbiamo tirato in porta una volta sola, al 93′, con un tiro di incontro di Gillett miracolosamente respinto in corner da Fielding: difficilmente si potrebbe spiegare una prestazione così SOLO con l’operato dell’arbitro (l’inespertissimo e inadatto Madley, pure, ripeto, assolutamente disastroso): quando si fa così poco per vincere una partita, accusare qualcun altro per averla persa non sembra un atteggiamento molto maturo.

Veniamo alla cronaca: scendiamo in campo con l’ormai solito rombo, ma con novità di peso: Cohen rientra dall’inizio per la prima volta dall’infortunio patito ai legamenti del ginocchio la scorsa stagione, e, rispetto alla partita persa contro il Leeds torna dall’inizio anche McGugan. I bocciati dell’Elland Road sono, dunque, Coppinger e Moussi. La difesa, pure incerta nella trasferta infrasettimanale nello Yorkshire, è, invece, confermatissima. Jenas, invece, contrariamente alle aspettative della vigilia, non è nemmeno in panchina.

Camp

Halford — Ayala — Collins — Harding

Cohen — McGugan — Gillett — Reid

Blackstock — Cox

Ci sono due tipi di partite molto sentite, quelle che vengono fuori bellissime e quelle che vengono fuori bruttissime. Bastano i primi due minuti e un paio di sguardi all’approccio ipermuscolare del Derby e a quello ipertimoroso dei Reds per capire a quale tipologia appartiene questa edizione della Brian Clough Cup, il quale, se avesse visto la partita, non dubito che avrebbe intimato agli organizzatori di togliere il suo nome dal trofeo, quantomeno da questa edizione. È un po’ come se a me venisse in mente di chiamare Premio Paderewski una gara organizzata tra i bambini di quattro anni della mia via a chi riesce a suonare meglio dopo cinque minuti di allenamento la sigla di Holly e Benji su un organo bontempi con due tasti scassati.

Prima azione notevole di Halford sulla destra, lanciato da un grande curled pass di McGugan dalla nostra trequarti. Halford si scapicolla e dalla fascia laterale la offre di piatto destro a Cox sull’angolo della loro area, Cox si avvicina alla linea di fondo lungo il bordo dell’area stessa, crossa, e la palla incoccia sul braccio di Buxton e finisce in corner. Proteste di Simon nei confronti del guardalinee, l’arbitro, per non fare torto a nessuno, concede la rimessa dal fondo ai Rams. Ottimo inizio.

Halford offre dalle retrovie una difficile palla a Blackstock sulla tre quarti, Dex cerca il controllo ma viene cozzonato da dietro da Buxton che sembra voglia fargli sentire la varra, mentre Bryson gli entra con un colpo di karatè sulle balle. L’arbitro ride di gusto allo spettacolo di tanta maschia esuberanza, però non ammonisce Dex per simulazione mentre si contorce per terra con le mani sulle gonadi, il che gli rende in qualche modo onore.

|

wpid-schermata2012-10-05alle18-28-54-2012-10-2-17-52.png

|

Su palla recuperata dalla nostra difesa, grande lancio di Reid per Simon Cox sempre sul vertice destro della loro area, Cox stoppa a seguire, arriva sulla linea di fondo, rientra evitando Hendricks retrocesso a protezione dell’area, penetra e scarica dietro a Cohen appostato dentro la lunetta e piuttosto libero: Chris cerca il tiro a giro di sinistro, ma viene fuori un robo con un prefisso teleselettivo lungo un chilometro, facilmente controllato da Fielding (ah, ok, allora abbiamo fatto due tiri in porta).

Su una palla contrastata lungo la fascia laterale, poco dentro la nostra metà campo, bruttissima entrata di Cox su Bryson, con gamba a martello a schiacciare la caviglia dell’Ariete numero 4. L’arbitro ci ha preso gusto, evidentemente, e non fischia nemmeno la punizione. In una partita normale con un arbitro meno rincoglionito avrebbe potuto benissimo essere rosso diretto.

(Lo so che questa cronaca è una palla, e che racconto solo falli, ma il primo tempo è stato così: sarei un pessimo cronista se cercassi di rendere divertente una schifezza simile).

Rilancio di Camp verso Dex sulla loro tre quarti, Buxton si ricorda della maglietta che indossa e interpreta meravigliosamente il ruolo di ariete in amore, prendendo la rincorsa e andando a dare una testata a Blackstock in elevazione. L’arbitro questa volta concede il fallo, Dex si incazza come una iena perché ogni volta che salta a ricevere il rilancio il bue con la maglia 5 lo stira, ma si vede che l’arbitro è molto dispiaciuto che il nostro attaccante non gradisca il tipico sapore del ruvido gioco inglese; Madley ha la tipica faccia di sorpreso disappunto, da “ora gli faccio vedere io a questa checchetta negra” che i suoi antenati dovevano avere quando qualche schiavo protestava per i vermi dentro il pane mentre veniva trasportato in Alabama; e infatti.

Harding lancia lungo dalla nostra tre quarti (come forse si capirà, il passing flair game con il quale il Forest aveva cominciato il campionato domenica si è trasformato nel più classico hoofball da campetto di provincia britannico: i reparti del Forest, in particolare il blocco difensivo + Gillett e i due attaccanti + i tre centrocampisti offensivi appaiono molto più scollati di quanto non sembrassero qualche tempo fa), Blackstock riceve, riesce a girarsi e a andare via a Buxton, il quale pensa bene di sdraiarlo con un intervento da dietro in spaccata. L’arbitro concede il fallo e, direte voi, questa volta lo ammonirà, ‘sto cazzo di Buxton, e infatti, con aria avvilita, finalmente l’arbitro estrae un cartellino, tipo al quindicesimo fallo del ruvido difensore del DC, un personaggio che sembra ricalcato sull’immaginario difensore britannico tratteggiato nelle sue telecronache da Nando Martellini (“il ruvido e lento difensore inglese”, diceva di chiunque provenisse vagamente dai pressi delle isole britanniche e avesse un numero inferiore a 7 sulla schiena, anche quando si trattava di un difensore meraviglioso come Lawrenson, tanto per dire; ma con Buxton ci avrebbe preso).

Non vedete l’ora che finisca la cronaca del primo tempo? Anch’io.

Blackstock cerca di impadronirsi di una palla vagante all’altezza della loro tre quarti, e allora arrivano tre energumeni vestiti di bianco che lo buttano per terra e cominciano a prenderlo a calci. L’arbitro arriva di corsa urlando “con i cappucci in testa e le croci infuocate però è più divertente”, e invita i tre a farsi una birra dopo la partita per sparar due cazzate e farsi quattro risate.

|

wpid-schermata2012-10-05alle19-00-00-2012-10-2-17-52.png

“Hey ref, we’re just having a few laughs”

|

Rimessa di Halford dalla loro tre quarti destra: come tutti ormai sanno, le rimesse di Halford dalla trequarti destra degli avversari producono, ormai, le nostre più ghiotte occasioni da rete: in questo caso, però, Danny esagera e vuole fare tutto da solo: la sua rimessa colpisce la traversa della porta di Fielding e finisce in fallo di fondo, tra l’ilarità generale (anche dello stesso Halford, a dire il vero).

Infine, la più ghiotta occasione del primo tempo: una punizione sulla destra della loro area, all’altezza dell’area di rigore, la piastrella di Woan, tanto per intendersi con i tifosi più attempati: se ne incarica Reid, che cerca il cross ma trova le manone aperte di Fielding pronte alla respinta. Non impeccabile nelle uscite il portiere bianco, una debolezza che, forse, non abbiamo sfruttato a sufficienza (non che si sia sfruttato a sufficienza qualcosa, domenica, intendiamoci).

Harding recupera un pallone bel cerchio centrale del campo e Henrdicks, senza pensarci due volte, gli riverbera un possente calcione sulla tibia.

A questo punto si incazza pure il di solito inappuntabile Fray, che comincia a dire “unbelievable, unbelievable from Derby, every time that Forest get the ball they are clattered into“.

(Visto che la partita fa schifo, impariamo almeno un bel phrasal verb con il quale fare bella figura con i vostri amici inglesi quando andate allo stadio insieme: il clatter è il rumore che fanno gli zoccoli sull’acciottolato, ma clatter into someone, nell’inglese britannico, è un termine gergale calcistico, e vuol dire “fare un fallo duro su qualcuno”).

Altra rimessa di Halford dalla tre quarti, Collins salta al limite dell’area di porta, colpisce bene di testa e manda la palla sulla parte superiore della traversa, approfittando anche dell’orrenda uscita di Fielding; ma l’arbitro, divenuto improvvisamente un sensibilissimo cultore del gioco di fino, punisce un incomprensibile e invisibile scorrettezza del nostro difensore assegnandoci un fallo in attacco.

Su un rilancio della difesa del Derby, Ayala fa una mezza cazzata e consegna il pallone a Sammon, che avanza un paio di passi e dalle trenta iarde fucila un esterno destro a uscire che passa non molto lontano dall’incrocio alla sinistra di Camp.

Sul finire del primo tempo, il Forest, se non altro, guadagna campo, come si suol dire, riuscendo a manovrare più spesso sulla tre quarti avversaria: bellissima apertura di Cohen su Harding scaraventatosi in avanti sulla fascia sinistra; il nostro terzino avanza fino alla tre quarti avversaria e accentra di piatto verso Cox appostato appena fuori area, sul centrosinistra. Cox controlla, si accentra di qualche passo e tira di collo esterno destro, anche lui dalle trenta iarde: un tiro non pericoloso come quello di Sammon, ma piuttosto ben eseguito.

Il secondo tempo comincia con la mazzata decisiva.

Lancio dalle retrovie per Blackstock, impegnato in un nuovo corpo a corpo aereo con Keogh. Dex alza il braccio, in effetti, e non è chiaro se colpisca il suo avversario, ma lo stopper avversario si dimentica all’improvviso di essere un ruvido difensore britannico, e si abbandona al suolo rantolando come un Busquets qualsiasi. L’arbitro approfitta volentieri dell’occasione e caccia dal campo Dex. Al rallentatore si capisce che il colpo c’è stato: è stato lieve, ma il movimento del braccio è stato molto scomposto.

Come ho scritto subito guardando la partita, un giocatore professionista guadagna in una settimana quello che i suoi tifosi guadagnano in un anno proprio perché si presume che abbia un controllo completo del proprio corpo e della propria mente in situazioni di stress estremo, soprattutto, in questo caso, quando ha abbondantemente intravisto i sintomi di un arbitro ostile. Probabilmente la sbracciata di Blackstock era più da ammonizione che da espulsione, perché era evidentemente priva di cattiveria (braccio completamente teso e corsa molto corta), ma servire su un piatto d’argento in questo modo l’occasione per la propria espulsione, spiace dirlo, è stato davvero da pollo.

Non reagiamo all’espulsione, e per qualche minuto siamo apparentemente in balia dell’avversario.

Brayfod accelera sulla destra fino alla nostra tre quarti e la dà in mezzo a Hendricks che la ritorna al terzino bianco con un bell’uno-due, Brayfod si dirige verso la nostra area: giunto al suo vertice invece di accentrare il pallone lo allarga intelligentemente di nuovo sulla destra per l’accorrente Coutts che, inefficacemente contrastato da un Reid nettamente in ritardo nella sua chiusura, mette in mezzo un pallone sul quale lisciano Collins e Sammon ma non Bryson, che infila di piatto da una iarda.

Non ho contato i gol che abbiamo preso dalla nostra fascia sinistra, ma sono indubbiamente molti. L’inefficacia di Reid nella chiusura sta diventando un problema piuttosto serio, secondo me.

Sugli sviluppi di un corner battuto dalla nostra destra, ancora Bryson arriva al tiro dal limite dell’area, ma Camp controlla in due tempi: a dire il vero, la palla gli era sfuggita a un paio di iarde, ma nessuna maglia bianca era appostata a approfittare dell’imprecisione del nostro estremo difensore.

Cohen batte una punizione dal centrodestra della loro tre quarti cercando la testa di un compagno in un’area molto trafficata: in realtà la palla non la devia nessuno, e arriva a rimbalzare a mezza iarda da Fielding che controlla anche lui in due tempi con qualche difficoltà, anticipando di un soffio la testa di Collins protesa al rebound.

Su un rilancio della nostra difesa, Cox appostato sulla linea mediana lancia benissimo di interno destro al volo il subentrato Sharp sulla sinistra, Sharp controlla, arriva fin quasi al vertice sinistro dell’area e scarica indietro ancora a Cox; Simon punta deciso l’area di rigore, viene circondato da un nugolo di avversari tipo Boromir a Parth Galen, caracolla cercando uno spiraglio ma è contrato da Keogh che respinge alla bell’e meglio, Sharp cerca il tiro sulla respinta ma viene ancora una volta contrastato efficacemente dalla difesa avversaria, e Brayfod riesce a allontanare definitivamente in tocuhe.

Col passare dei minuti la nostra offensiva, anche se sempre disordinata, diventa più continua, e il Derby County si raccoglie completamente nella sua metà campo. Camp rinvia lunghissimo per Danny Collins, avanzato fin sulla tre quarti avversaria per fare da centroboa; Collins riesce a conquistare il pallone e lo allarga sulla fascia destra per Cohen, che avanza fino all’altezza dell’area di rigore avversaria, affronta il proprio avversario e con un paio di finte lo sbilancia tanto da trovare lo spazio per il cross, Buxton anticipa Cox di testa nell’area piccola, ma il suo rinvio è molto corto e arriva ballonzolando sul limite dell’area di rigore, dove irrompe Gillett con ottimo tempo: tiro d’incontro, di collo destro esterno, quasi a botta sicura, ma Frankie Fielding si guadagna la pagnotta parando miracolosamente con un tuffo sulla sua sinistra.

È la nostra occasione più chiara e clamorosa, e capita al 93′.

Dopo la parata si crea una mischia tra l’area di rigore e l’out destro, che origina una punizione per noi, della quale si incarica Cohen. È l’ultima occasione, Collins sfiora appena di testa sul vertice dell’area piccola, ma non tanto da imprimere la decisiva rifrazione alla traiettoria, e la difesa del Derby pulisce l’area, stavolta con definitiva decisione.

Fischio finale, e bianchi che vanno sotto la loro tribuna a raccogliere gli applausi dei tifosi prima di andare a sollevare di nuovo la Coppa d’argento messa in palio per la sfida.

Il Derby è venuto a giocare la partita che una squadra nettamente inferiore tecnicamente doveva giocare fuori casa in una partita così importante, magari aiutata da un arbitro compiacente, ma noi non siamo stati in grado di trovare contromisure a un’impostazione così chiusa e pastosa. Dobbiamo fare tesoro di questa esperienza, crescere, imparare a far fronte a queste situazioni, imparare che non esistono solo le situazioni di gioco aperto che apparentemente gradiamo (o meglio, gradivamo, visto che siamo a una vittoria nelle ultime sette partite) tanto.

* * *

Forest: Camp; Halford (Moloney 78′), Ayala, Collins(c), Harding; Gillett, Cohen, McGugan (Lansbury 75′), Reid (Sharp 75′); Blackstock, Cox

NE: Evtimov (GK), Moussi, Coppinger, Majewski

Ammoniti: Reid 21′, Gillett 69′, Cox 90′, Lansbury 90′

Espulso: Blackstock 46′

Derby: Fielding, Brayford, Roberts (O’Connor 79′), Bryson, Buxton, Keogh (c), Coutts, Hendrick, Hughes, Sammon (Robinson 82′), Ward (Jacobs 66′)

NE: Legzdins (GK), Tyson, Gjokaj, Freeman

Marcatore: Bryson 55′

Ammoniti: Buxton 23′, Roberts 38′

Arbitro (vabbè…): Robert Madley
M
Spettatori: 28.707 (di cui ospiti: 4.389)

Lascia un commento

Archiviato in east midlands derby, Senza categoria, stagione 2012-2013

A presto!

Un breve periodo di vacanza, tra voci di mercato, una bella vittoria contro l’Aston Villa e il derby amichevole contro il Notts County di stasera. Cercherò di dare qualche aggiornamento, e scriverò un post di riassunto al mio ritorno, quando saremo nell’imminenza della stagione.

2 commenti

Archiviato in Senza categoria

Potrebbe andare peggio?

Bizzarramente, le due partite più importanti e sentite della stagione delle mie due squadre del cuore, disputate nelle stesse ore, si sono concluse entrambe con reti dei nostri avversari nel recupero che hanno azzerato il pur magro bottino raccolto fino a quel momento: un punto salvezza e la possibilità di giocarsi i supplementari.

Direi che è stata una delle serate più deludenti della mia storia recente di tifoso.

Tanto che, alla fine, mi è venuto in mente che, almeno, non potrebbe andare peggio di così.

Poi, a freddo, invece, ho pensato che potrebbe benissimo.

1 Commento

Archiviato in east midlands derby, Senza categoria

Le radici di Dexter.

Un altro international si è aggiunta alla non foltissima schiera di nazionali del Forest (Gunter è nazionale gallese, Camp nazionale nordirlandese un po’ de sfroos, Guedioura è nel giro della nazionale algerina e Elokobi in quella della nazionale camerunese).

Dexter Blackstock, infatti, l’eroe di Birmingham, ha ottenuto la licenza per poter giocare con la nazionale del Paese di cui era originario suo nonno, Antigua & Barbuda.

Dex aveva giocato, a livello giovanile, per la nazionale inglese, totalizzando sette presenze tra U19, U20 e U21.

Ha ricevuto la sua prima convocazione proprio ieri, nella partita amichevole tra A&B e Trinidad & Tobago, nella quale gli antiguani sono stati sconfitti per 4-0 in casa. Purtroppo, non sono riuscito a trovare nessun tabellino della partita, e non sono in grado di dire se Blackstock abbia o meno esordito con la sua nuova maglia. Certo, non credo che A&B abbia molte punte più forti di Blackstock, perché, da quello che vedo girellando per la rete, la nazionale è composta da ragazzi che giocano nei campionati locali, o in quello di Portorico, o, il più forte, Tamorley Thomas, in una lega minore americana.

CARIBBEAN ADVENTURE ... Dexter Blackstock

Il Paese caraibico non ha alcuna tradizione calcistica, dal momento che lo sport nazionale delle Isole, come quello di tutti i Caraibi anglofoni, è il cricket. Lo stadio della nazionale, infatti, è un perfetto ovale da cricket, è intitolato a un grande giocatore delle West Indies cricket team, sir Vivian Richards, e viene frettolosamente riadattato al calcio in occasione delle partite della Nazionale.

Nonostante la netta sconfitta di ieri, che farebbe pensare a un movimento non proprio di punta, A&B si è qualificata per la seconda fase delle qualificazioni CONCACAF per i mondiali brasiliani, e affronterà, in un impossibile girone a quattro che porterà le prime due alle finali, USA, Giamaica e Guatemala. Forse, proprio per questo la federazione si è preoccupata di chiedere e ottenere l’eleggibilità di Dex, e il suo consenso a partecipare alle gare. L’ottimo girone di qualificazione ha proiettato i giallo-neri antiguani a un ragguardevole 90° posto delle classifiche FIFA (per dire, appena sotto Irlanda del Nord, Bulgaria, Arabia Saudita e Uganda), poco dentro la “parte sinistra” del tabellone, composto da 205 nazionali.
Ora, penso che sia molto bello che Blackstock giochi per il Paese dei suoi padri: certo, nessuno lo potrebbe tacciare di opportunismo per aver risposto con entusiasmo alla convocazione. Poi, indubbiamente, un viaggio ai Caraibi tutto pagato ogni tanto, anche con i non proprio miserabili stipendi della Championship, non fa certo schifo; però non è che io sia tranquillissimo a sapere che il nostro attaccante più forte una volta al mese si dovrà sorbire un trasferimento simile, per giocare partite impegnative in cui sarà il principale punto di riferimento per le non certo raffinatissime difese avversarie.
Ma tant’è: al cuore e alle radici non si comanda.
E, allora, buona fortuna, Dex!

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

Birmingham City 1-2 Nottingham Forest

Grandissima vittoria sul campo dell’unica squadra imbattuta in casa della Lega.

14 commenti

Archiviato in Senza categoria, stagione 2011-2012

Classifica della Championship

npower Championship – Updated 13/02/2012 HOME AWAY
Pos Name P W D L F A W D L F A GD PTS
1 West Ham Utd 29 9 2 3 24 14 8 3 4 22 16 +16 56
2 Southampton 30 12 2 2 33 12 4 5 5 20 19 +22 55
3 Birmingham 29 10 5 0 23 6 4 3 7 24 21 +20 50
4 Cardiff City 30 9 2 3 28 19 4 9 3 19 16 +12 50
5 Blackpool 30 9 4 2 25 11 4 6 5 24 26 +12 49
6 Hull City 29 9 1 5 19 13 6 3 5 12 12 +6 49
7 Reading 29 8 4 4 23 14 6 2 5 14 13 +10 48
8 Brighton 30 8 3 3 21 12 6 3 7 13 19 +3 48
9 Middlesbrough 29 5 8 2 15 12 7 3 4 18 18 +3 47
10 Leeds United 30 7 2 6 22 23 6 4 5 26 21 +4 45
11 Burnley 30 5 5 5 23 16 8 0 7 19 20 +6 44
12 Leicester City 30 7 4 5 24 18 4 5 5 16 16 +6 42
13 Derby County 29 8 2 4 20 14 4 4 7 13 22 -3 42
14 Crystal Palace 29 4 8 2 13 10 6 1 8 14 18 -1 39
15 Barnsley 29 7 2 6 26 24 4 4 6 16 22 -4 39
16 Watford 30 6 4 5 21 21 3 6 6 12 20 -8 37
17 Portsmouth 29 7 3 3 19 10 2 5 9 14 21 +2 35
18 Peterborough 29 6 2 6 28 25 3 5 7 18 23 -2 34
19 Ipswich Town 29 6 1 7 25 23 4 3 8 21 34 -11 34
20 Millwall 30 5 6 5 17 18 2 3 9 11 21 -11 30
21 Bristol City 30 4 3 7 12 18 4 3 9 13 26 -19 30
22 Nottm Forest 29 3 3 10 12 27 4 1 8 11 20 -24 25
23 Doncaster 28 4 5 4 10 12 2 1 12 13 33 -22 24
24 Coventry City 30 5 4 6 19 18 0 3 12 7 25 -17 22

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

Meeting of Minds

Comincerò la pubblicazione di qualche testimonianza riguardante l’amicizia tra Brian Clough e Peter Taylor, partendo proprio dalla biografia del secondo, For Pete’s Sake, scritta dalla figlia, Wendy Dickinson. È un libro, se non brillante (Wendy non ha grande senso dell’umorismo: le sue battute, come vedrete, non è che siano granché; per di più tende un po’ al patetismo, e è tifosa del Derby County, tanto basti), interessantissimo e molto documentato, pieno di aneddoti e di scene familiari gustosissime, per chi è interessanto anche al dietro le quinte di una vita e di un’amicizia così decisiva per le sorti del calcio inglese e europeo. In particolare, questo capitolo è anche uno spaccato della vita di un calciatore inglese degli anni ’50, tratteggiato anche nella già citata biografia di Stu Imlach, della quale daremo, naturalmente, altrettanto ampi stralci in seguito.

§

Capitolo 3 (parte prima)

Incontro di spiriti

§

“C’è Pete?”  —  Brian Clough

§

Per la maggior parte della mia vita, ogni volta che ho visto mio padre e Brian insieme mi sono sembrati vicini quanto possono arrivare a esserlo due persone. La loro relazione è stata paragonata a un matrimonio, e in molti sensi lo fu. Finivano l’uno le frasi dell’altro, avevano una capacità quasi telepatica di capire quello che l’altro stava per dire o per fare, ridevano insieme, piangevano insieme, e litigavano. Se si è fortunati, si può trovare un amico così, nella propria vita; ma non molti di noi, credo, hanno questa fortuna. La loro amicizia, così speciale, cominciò quando giocarono insieme nel Middlesbrough.

Papà fu ingaggiato dal Coventry nell’estate del 1955, come portiere di riserva, e possibile eventuale rimpiazzo per il fantastico Rolando Ugolini (1). Brian, che era entrato nel club a 16 anni, era appena tornato dai due anni di servizio militare nella RAF. A quei tempi, i giovani giocatori venivano ingaggiati in massa dai club principali, con una paga minima di 10 sterline, e la maggior parte di loro si perdeva per strada, e non se ne sentiva più parlare. Brian fu uno dei pochi a diventare professionista, ma solo dopo che egli ebbe avuto la preveggenza di scrivere al club poco prima della fine del servizio militare, per richiedere l’ingaggio. Papà e Brian si unirono a un club che aveva una storia impressionante: fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, 16 anni prima che si incontrassero, il Boro era sempre stata una delle quadre migliori della vecchia First Division. Erano i tempi del grande Wilf Mannion e di George Hardwick, due nazionali inglesi, ora immortalati in bronzo, con lo sguardo rivolto l’uno all’altro, posti su ciascuna delle due colonne prima poste ai cancelli del vecchio Ayresome Park, ora all’entrata del Riverside Stadium, il nuovo stadio del Middlesbrough.

§

Mannion e Hardwick a guardia dei cancelli del Riverside Stadium

§

Il Boro era arrivato quarto in Prima Divisione nell’ultima stagione piena prima della Guerra, e sarebbe stata una delle favorite per il titolo nella stagione successiva. Ma Hitler si mise in mezzo. Quando il football ricominciò, nel 1946, il club non fu capace di ritrovare la forma delle stagioni anteguerra, e galleggiava più o meno a metà classifica, uscendo sempre ai primi turni della FA Cup.

Ma l’appassionato pubblico del nord-est amava sempre la sua squadra, e il record di presenze all’Ayresome Park fu registrato proprio il 27 dicembre del 1949, con 53.802 spettatori, giunti allo stadio per guardare il Middlesbrough pareggiare 1-1 con gli storici rivali del Newcastle United. Poi, la situazione peggiorò ulteriormente, e alla fine il Boro fu retrocesso, nella stagione 1953-54, dopo 25 anni giocati al massimo livello del calcio inglese. Fu l’inizio di un periodo di vent’anni fuori dalla massima serie. Il Boro ingaggiò un nuovo manager per questa nuova fase della sua storia, Bob Dennison, che ereditò una squadra elefantiaca, composta da trenta giocatori con un contratto professionistico.

Quando io, la mamma e papà andammo a prendere il treno da Coventry a quello strano posto al Nord, Middlesbrough, come molte altre città del Paese, stava attraversando un periodo di grandi mutamenti sociali. Il modo di vivere, alla metà degli anni ’50, sarebbe stato ancora un modo di vivere perfettamente accettabile e riconoscibile per i miei nonni, ma non lo sarebbe rimasto per molto tempo. La cittadina era stata costruita sul ferro e sull’acciaio: il profilo della città era dominato dalle acciaierie, come la Dorman Long, e dagli impianti chimici, come l’ICI ( dove Brian cominciò a lavorare come apprendista saldatore e tornitore) (2). Le componenti d’acciaio del Sydney Harbour Bridge hanno ancora il marchio “Made in Middlesbrough” stampato su di loro, e il duro lavoro in quegli stabilimenti era ancora qualcosa di cui essere fieri.

Era ancora un’epoca nella quale le donne strofinavano, lavavano e spazzavano, e preparavano un pasto da mettere in tavola ai loro uomini alla fine della giornata e si prendevano cura dei figli: i mariti, per lo più, sparivano al pub o al club dopo il lavoro e il loro tè.

Il grande musicista rock di Middlesbrough, Chris Rea, il cui padre, Camillo, gestiva un caffè che era il punto di ritrovo preferito dai giocatori del Boro, nella sua canzone “Windy Town” descrisse Middlesbrough come un posto un po’ deprimente, spazzato da venti freddi provenienti dal Mare del Nord. Le mie memorie di Middlesbrough sono fatte quasi esclusivamente di giochi per strada insieme a un gruppo di ragazzine, e di corde da bucato usate come corde da salto, e di gite in barca sul laghetto dell’Albert Park, così penso proprio che la pioggia qualche volta smettesse. Quando il tempo era davvero molto brutto, noi bambini giocavamo nei vecchi rifugi contro i bombardamenti dietro la John Collier Factory… immaginavamo perfino di poterci qualche nazista dentro, laggiù.

Papà aveva 26 anni, quando prese su la sua piccola famiglia per il viaggio verso l’ignoto. Ci raccontò degli allenamenti pre-campionato, e, anche se gli ci volle qualche giorno per notarlo, disse che non avrebbe mai dimenticato il primo sguardo che diede a un magrissimo centravanti di 19 anni. “Stavamo facendo una partita di allenamento, durante la quale Dennison volle provare tutti i giocatori. Brian non entrò che verso la fine, dopo altri tre centravanti che, ovviamente, l’allenatore teneva più in considerazione di lui. Era veramente magnetico, uno che catturava lo sguardo, o, almeno, a me fece questa impressione. Abilissimo tecnicamente, poteva girarsi palla al piede su una moneta da sei pence, e nel gioco in area era ambizioso e spietato”. Ma nessuno ascoltò mio padre, quando cominciò a dire quanto ritenesse assurdo che Brian non fosse il centravanti titolare. È difficile immaginare che Brian fosse una seconda scelta, ma a quel tempo, in effetti, era solo il quarto centravanti della squadra, dopo Charlie Wayman, Ken McPherson, e un giocatore locale, Doug Cooper, che cominciò la stagione 1955-56 nella prima squadra.

Papà e Brian giocarono la loro prima partita insieme poco dopo quel provino pre-campionato, in una partita delle riserve contro lo Spennymoor. Cominciarono a parlare, o forse dovrei dire che papà diceva quanto lui stimasse Brian, e Brian stava a ascoltare.

Fecero subito amicizia, e il maturo professionista e il suo giovane protégé divennero immediatamente inseparabili. Non è difficile vedere il motivo di questa attrazione: il giovane giocatore lusingato del fatto che qualcuno pensasse a lui come un genio, e il giocatore più maturo lusingato del fatto che ci fosse un ragazzo che pendeva dalle sue labbra. Furono attratti l’uno verso l’altro dal reciproco apprezzamento. Ciascuno ha bisogno di sentirsi necessario e apprezzato. Brian fu incoraggiato, e acquistò fiducia in sé stesso attraverso la fiducia di papà, mentre papà si sentì incoraggiato dalla fiducia che il ragazzo riponeva in lui; anche se papà diceva sempre, scherzando, che in realtà fu la straordinaria abilità di Brian a trovare il fondo del sacco che, soprattutto, aiutò la sua carriera. Brian ricorda nella sua autobiografia, Walking on water, che cosa gli disse papà la prima volta che parlarono a quattr’occhi:

Mi disse “non riesco a capire che cosa ci sia che non va in questo posto: tu sei il miglior giocatore della squadra”. Questo mi diede sicurezze che io desideravo moltissimo avere. Mi fece sentire allo stesso modo in cui mi sentii quando mi fecero capoclasse a Marton Grove, ma fu una cosa ancora più importante, perché questa volta si trattava dell’inizio del resto della mia vita. Io sapevo di essere bravo, ma le parole di Pete me ne diedero la conferma e la certezza.

Brian parla anche dell’incontro tra due spiriti: “È semplice, fummo subito amici, e i migliori amici. La sua fiducia in me come giocatore diede il via all’amicizia, certo, ma lui aveva anche qualcos’altro, almeno altrettanto importante per me quanto il suo giudizio su di me come calciatore: era il suo senso dell’umorismo, la sua abilità di farmi ridere con nulla più di una sola parola. Era anche una persona forte, una delle poche persone che potevano farmi fermare subito e rimettermi sulla retta via, quando la mia natura impetuosa e arrogante mi stava facendo cacciare in qualche guaio. La presenza di Peter e la nostra amicizia fu cruciale, per me, in quei giorni, mentre cercavo di farmi strada nel Middlesbrough.”

Mentre Brian non veniva considerato, nella stanza dei bottoni del Middlesbrough, papà, anche in quei giorni, cercava di trovarsi una sistemazione per dopo, facendosi un nome come talent scout. L’uomo che papà considerava di più tra i manager di football, Harry Storer, era stato richiamato dalla pensione nel 1955, per aiutare il Derby County, che l’anno prima era stato retrocesso nella vecchia Terza Divisione Nord [che forse in effetti è la vostra vera dimensione, NdT]. Il Derby il sabato dopo giocava a Harlepool, e papà chiamò Storer e gli disse che Brian era il miglior giovane centravanti che avesse mai visto, ma che non lo facevano giocare in prima squadra. Disse a Storer di comprarlo senza indugio. Senza alcun riguardo per le regole della Football League, Storer, papà e Brian si misero d’accordo per incontrarsi al campo dell’Hartlepool: Storer portò papà sul terreno di gioco per parlare. Papà mi raccontò come andò: “era contro le regole incontrare Storer, ma Brian non disse niente: stava lì in piedi, e lasciava che parlassi io”. Fortunatamente per il Middlesbrough, Storer non comprò Brian — e lo rimpianse per sempre — ma certamente questo episodio diede a Brian un’idea di come agisse papà, di come fosse diretto e, in un certo senso, sprezzante delle regole costituite. Stavano molto bene insieme. Anche Brian ricordò di come fosse stato presentato a Storer da mio padre, e di avessero assorbito ogni parola delle sue raccomandazioni, anche se l’affare non si chiuse.

Papà faceva fatica, anche a quei tempi, a tenere le mani lontano dalla sua voglia di essere un manager. Io possiedo una lettera, datata 8 luglio 1957, scritta su carta intestata del Derby County da Mr Storer, indirizzata a mio padre. Egli aveva raccomandato al suo mentore anche un giocatore del Middlesbrough di origini giamaicane, Lindy Delapenha, ma non ricevette una risposta incoraggiante. Mr Storer scrisse:

<i>Caro Peter,

… per quanto il giocatore [Delapenha] mi piaccia molto, sono piuttosto riluttante a prenderlo. Sembra che abbia un’indole naturalmente portata a lamentarsi e a irritarsi, sia durante il gioco, sia riguardo al modo in cui vengono trattati i giocatori. Inoltre, non sono sicuro che rimarrà in Inghilterra tanto da essere un acquisto utile. Un peccato, perché lui e sua moglie non mi dispiacciono. Lei è una ragazza simpatica e sensibile. Telefonami, se ti va. Io sono qui tutti i giorni fino all’una.

Cari saluti, Harry Storer</i>

Due settimane dopo aver quasi firmato per Harry Storer al Derby, Brian fece il suo debutto per il Middlesbrough, contro il Barnsley. Sorprendentemente, considerata la valanga di reti che egli avrebbe segnato negli anni successivi, nel corso della stagione giocò solo nove partite, segnando la miseria di tre reti. Mio padre giocò solo sei partite. Alla fine della stagione, insomma, erano ancora delle riserve.

Ma la strana coppia trovò un sacco di cose da fare per tenersi occupata, durante il periodo in cui non venivano presi in considerazione. Mia madre ricorda: “Dopo aver fatto amicizia, divennero inseparabili. Pete veniva a casa dal lavoro, prendeva il suo tè, e subito si sentiva bussare alla porta. C’era Brian sulla soglia. ‘Pete è in casa?’, diceva. E io rispondevo ‘entra pure Brian, è là di dietro’. E andavano avanti a parlare tutta la sera di football, e all’ora di cena Pete veniva a chiedermi di metter su la padella per friggere le patatine. Brian diceva sempre che le mie patatine erano le più buone che lui avesse mai assaggiato. Era un po’ timido, a quel tempo, a dire il vero. Se stava per uscire da casa nostra e c’erano delle ragazze che se ne uscivano dal loro turno alla John Collier Factory, dall’altra parte della strada, tornava indietro: ‘preferisco non uscire, con tutte quelle ragazze in giro’, diceva.”

Mia madre ricorda anche che, qualche volta, i due ragazzi non si portavano esattamente come dovrebbero fare dei calciatori professionisti. “A tutti e due piaceva un sacco giocare a carte, e Brian aveva un amico che lavorava per la Customs & Excise [più o meno, gli uffici delle finanze, NdT], che insegnava anche in una scuola di bridge, e soleva tenere a casa sua delle vere e proprie sessioni di gioco. Giocavano a bridge, e spesso giocavano davvero fino a notte fonda. Ricordo che una volta mi arrabbiai con Pete perché lui e Brian erano stati fuori tutta la notte a giocare a carte, e era venerdì, e il sabato avrebbero dovuto giocare. Be’, sai? Brian segnò tre reti, quel giorno.”

Ricordo quella casa al 25 di Saltwells Crescent molto bene. Quando papà si trasferì dal Coventry al Boro, andammo direttamente lì dentro, una casetta con tre camere da letto: era una “club house”, una casa di proprietà del club che veniva affittata ai giocatori. Non era proprio bellissima: era l’ultima casa di una terrace, e giusto voltato l’angolo c’era il campo di allenamento del Boro, e, di fronte, la fabbrica di abbigliamento John Collier. Non so se ricordate lo slogan pubblicitario “John Collier, John Collier, la vetrina da guardare”? Ecco, proprio quella. C’era una piccola cucina con un’inquietante barattolo di estratto di malto disgustoso sulla cima di un’alta madia, una cucchiaiata del quale finiva inevitabilmente nella mia gola e in quella di mio fratello Phil ogni mattina, a scopo profilattico e ricostituente, penso. Vicino alla madia c’erano un lavabo di pietra dentro il quale ci lavavamo i capelli ogni domenica, tenendoci pezzuole di flanella bagnata sugli occhi per evitare il contatto con il sapone, molto irritante (contatto che, però, avveniva regolarmente), e una porta che dava su una specie di soggiorno, che era la stanza dove tutti vivevamo quasi sempre. Non ci stava molto, un caminetto, un paio di poltrone, un grande tavolo coperto con una bella tovaglia di cotone rosso, e una piccola televisione nell’angolo. Non avevamo nessun altro mobile, dal momento che non ce lo potevamo permettere. Mi ricordo che mentivo con i miei amici, dicendo loro che avevamo anche una libreria, e questo mi impediva di invitarli, o, quanto meno, di farli passare in soggiorno, perché non volevo che scoprissero le mie bugie.

Ricordo che Brian veniva un sacco a casa nostra. Anzi, se ci penso mi sembra che fosse sempre lì. Me lo ricordo bene, perché spesso ci portava una tavoletta di cioccolato. Mamma, con il suo inimitabile modo di prendere la vita, si trovò subito bene su al nord. Andavamo con il bus, tutti i venerdì pomeriggio, al mercato di Billingham, per comprare le aringhe fresche e un dolce di mele coperto di cocco per papà: “non era facile, perché avevo due bambini piccoli, e Pete era via da casa un sacco di tempo, a causa dei viaggi della squadra, ma la gente di Middlesbrough, e, soprattutto, la famiglia di Brian, mi accolse molto bene. Non mi sono mai sentita un’estranea: i genitori di Brian erano adorabili, e potevo contare su di loro per qualsiasi cosa di cui avessi avuto bisogno”.

Anche se lo staff della squadra era convinto che Brian fosse un ottimo giocatore, e anche se a papà era stato promesso un posto in prima squadra da parte di Bob Dennison, i due avrebbero dovuto aspettare fino al campionato successivo, quello del 1955-56, per diventare titolari fissi della prima squadra del Boro. Alla fine, all’età di 33 anni e dopo 320 presenze, l’esuberante portiere italiano Ugolini andò al Wrexham e papà divenne il titolare del ruolo. Si vede che Bob Dennison aveva visto la luce, perché anche Brian guadagnò un sacrosanto posto da titolare alla guida dell’attacco del Boro. Tra i compagni di papà e di Brian, in quei giorni, c’erano alcuni nomi leggendari del calcio a Middlesbrough: le ali Billy Day e Edwin Holliday, Derek McLean, Joe Scott, e l’imponente e altissimo centrattacco Alan Peacock, che giocò poi anche nel Leeds, nazionale inglese. Tutti loro finirono per apprezzare il talento di papà, anche se lui, con i suoi standard altissimi di valutazione delle prestazioni e del talento, non pensava di essere granché. “Peter era un ottimo portiere, e, certamente, quello dotato di migliori rinvio tra tutti quelli che ho visto giocare a quei tempi”, dice Derek McClean. “Poteva calciare agevolmente molto oltre la linea di metà campo, e, soprattutto, poteva calciare con precisione il pallone proprio sui nostri piedi… a dire il vero, soprattutto su quelli di Cloughie”. Anche Alan Peacock ricorda: “Peter aveva una grande presenza in area. Era grosso, molto diverso da Rolando, che era soprattutto atletico, e si tuffava in continuazione. Peter era più razionale, lavorava molto sulla posizione. Ma quello che ricordo più di Peter era la sua abilità nei rilanci. Lanciava ben oltre la metà campo, con passaggi precisi e illuminanti degni di un grande centrocampista”.

Come ho detto prima, essere un giocatore di calcio negli anni ’50 — gli anni in cui mio padre raggiunge il culmine della sua carriera — era diverso da come è essere un giocatore di calcio ora, come lo era dalla vita su Marte, ma, nonostante tutto, anche allora i giocatori erano in qualche modo speciali. Guadagnavano bene, anche se la differenza tra la loro paga settimanale e la paga settimanale di un normale lavoratore non era così grande da renderli un mondo a parte. Nondimeno, avevano il dono, e la fortuna di poter fare un lavoro per il quale un sacco di ragazzi e di uomini avrebbero potuto uccidere. Vivevano dando calci a un pallone, invece di massacrarsi in una fabbrica o nel pozzo di una miniera, erano amati o odiati da folle enormi ogni sabato, i loro nomi e le loro fotografie erano su tutti i giornali. Certo, nonostante questo statuto speciale derivante dall’essere calciatori professionisti, i giocatori di quei tempi non erano superstar viziate come oggidì molti ragazzi di talento, e è molto interessante ascoltare da quei giocatori del Middlesbrough, un tempo famosi, come fosse, allora, la loro vita.

“Pete passava tutti i giorni da casa mia, a Manitoba Gardens, che era proprio appena girato l’angolo, rispetto a casa sua, a bussarmi alla porta per chiamarmi”, ricorda Billy Day, che ora è un arzillo 73enne, con un piccolo aneddoto da raccontare in qualsiasi occasione. “Attraversavamo Albert Park a piedi, e di solito Brian ci raggiungeva venendo da Valley Road, dalla stessa parte del parco dalla quale abitavamo noi. Poi si univa Eddie Holliday, se si preoccupava di alzarsi in orario, che veniva dall’altra parte del parco, e andavamo tutti insieme verso Ayresome Park. Io e Eddie parlavamo per lo più di snooker, di cavalli e di corse di cani, mentre Pete e Brian parlavano solo di fooball, nient’altro che di football. Erano intossicati dal calcio.”

Alan Peacock, che insieme a Brian Clough formava una coppia d’attacco letale, ricorda: “Dovunque li incontrassi, erano insieme. Quando al venerdì viaggiavamo con il treno per le trasferte, erano sempre seduti insieme. Penso che se avessero potuto, avrebbero preso uno scompartimento solo per loro due e ci si sarebbero chiusi dentro a giocare a domino e a parlare di calcio. Brian e Peter escludevano chiunque altro dalle loro conversazioni. Chiacchieravano in fretta, continuamente e intensamente di calcio. Erano diversi da noi. Certo, noi prendevamo il calcio sul serio, ma nessuno di noi prendeva il calcio seriamente come loro.”

Penso di aver capito chiaramente, dopo tutte le conversazioni che ho avuto con i loro vecchi compagni di squadra, che papà e Brian stavano per lo più per conto loro, e che nessun altro era arrivato a conoscerli bene. Un altro vecchio giocatore della squadra, Joe Scott, dice: “Erano sempre insieme. Penso che Pete stesse pianificando la sua vita futura, stesse facendo i sui calcoli e i suoi progetti. Non fui affatto sorpreso quando Brian prese Peter con lui, quando cominciò a allenare. Sapeva bene che Peter era perfettamente all’altezza.”

In quella prima stagione da titolare, Brian segnò 40 reti, e del Boro si cominciò a dire che giocava un ottimo calcio. Derek McLean ricorda la fame di gol che divorava Brian: “Brian mi diceva: ‘Non mi allargherò sulla fascia e non tornerò dietro a prendere palloni. Non sono pagato per questo. Il mio compito è segnare reti, e è per questo che vengo pagato.’ Si incazzava se qualcuno entrava in area palla al piede: ‘stai facendo confusione, mi stai togliendo lo spazio.’ Se si presentava un’occasione da rete, anche la più improbabile, lui era lì per approfittarne.”

Billy dice ancora: “Eravamo di gran lunga la squadra con il miglior gioco offensivo della divisione, e forse dell’intera Lega. La squadra giocava con due attaccanti puri, e con me e Holliday come ali offensive, e devo dire che stavamo sempre molto alti e esterni. Non sarei mai tornato per contrastare un terzino avversario, né mi sarei quasi mai accentrato per tirare. Nel nostro sistema, i difensori allargavano il gioco su una delle due ali, noi dovevamo superare i terzini avversari e crossarla dietro una volta arrivati sulla linea di fondo. Potevo scommettere che Brian era lì a aspettare, e cercavo sempre di passare la palla verso di lui. Non tirava mai indietro la gamba, anche contro contrasti molto duri. Se era marcato troppo strettamente, dovevo tagliare dentro e metterla appena fuori dall’area di porta, verso Peacock. Certo, se in questo modo Peacock metteva una doppietta, Brian mi teneva il broncio.”

Quando si parla con i giocatori di quel tempo, salta subito all’occhio, e quest’impressione torna continuamente, l’apparente mancanza di un allenamento assiduo sugli schemi, e una mancanza di profondità tattica dal gioco. Quasi tutti i giocatori di quella generazione con cui ho parlato mi dice le stesse cose: non c’erano vere e proprie tattiche, o schemi predefiniti. A quanto sembra, nelle riunioni pre-partita i giocatori si riunivano, veniva detto quello che ci si aspettava da ciascuno di loro, poi uscivano in campo e cercavano di farlo. Magari le cose non erano proprio così semplici, ma sembrerebbe di sì. Ad ogni modo, penso che la verità non si discostasse tanto dalla mia impressione: papà e Brian dicevano sempre che le decisioni su chi avrebbe giocato si prendevano davanti a un caffè caldo, nelle riunioni dopo gli allenamenti, al Rea’s Coffe Bar vicino a Ayresome Park. Probabilmente, lì si decidevano anche le tattiche per la gara.

Un altro aspetto della vita di un calciatore che è cambiato oltre ogni possibilità di riconoscimento è l’allenamento. Derek McLean ricorda la noia assoluta degli allenamenti con un’espressione che riesce ancora a essere triste: “Tutto quello che facevamo era correre intorno al campo, nella pista che circondava il terreno a Ayresome Park. Era tutto lì. Girare, girare, girare, girare, girare. Poi, il venerdì facevamo qualche sprint, giusto per migliorare la velocità. Durante la settimana, toccavamo appena la palla, per lo più per fare qualche seduta di <i>head-tennis</i>. E anche allora bisognava stare molto attenti a non far arrabbiare Wilf, il <i>groundsman</i>. Wilf stava a guardarci tutto il tempo, mentre ci allenavamo, e se qualcuno toccava appena un angolino d’erba mentre correvamo intorno al campo, cominciava a sbraitare: ‘Sta’ fuori da quel cazzo di campo, bigolo!’. Nei giorni della partita, quando si rientrava negli spogliatoi nell’intervallo, si passavano dei guai con Wilf se si erano fatti troppi interventi in scivolata, rovinando l’erba”. Bill ricorda, in particolare, un cazziatone ricevuto da Wilf: “Mi ricordo di una partita in cui il terzino mi stava facendo impazzire, mi seguiva dovunque, e portava un sacco di contrasti, ma ero in grande giornata, e i suoi tackle raramente mi fermavano. Stavo giocando un’ottima partita, e rientrai negli spogliatoi all’intervallo molto fiero di questo. Wilf mi stava aspettando nel tunnel. Mi disse: ‘ma non hai visto in che stato è l’erba della fascia? Non la puoi dar via prima che lui affondi il tackle? Guarda che l’erba la ripaghi tu!’ Mi ricordo che una volta Wilf tornò nel suo capanno per mangiare il pranzo, e scoprì che Eddie Holliday e qualcuno degli altri gli aveva inchiodato i panini al muro. Eravamo una squadra di buffoni.”

Un altro aspetto della vita dei calciatori degli anni ’50 che mi sorprende, ora che i calciatori arrivano al campo di allenamento con le loro Bentley (quando la Porsche è a fare il tagliando), è che quasi nessuno di loro aveva un’automobile. In quella squadra, solo due giocatori avevano l’auto, Lindy Delapenha e Ray Barnard. Per tutti gli altri, il mezzo di trasporto preferito era la locale azienda di trasporti. Brian diceva che lui e papà cercavano sempre di mettersi nei due posti davanti, sui bus locali, in modo da poter mettere i piedi sulla sbarra, e da potersene stare per conto loro. Derek McLean mi ha raccontato una storia che avrebbe fatto scappare un giocatore dell’attuale Premier League lontano un miglio: “Venivo da Brotton, un sobborgo appena fuori Middlesbrough. Non avevo l’auto, a quei tempi, così, per le partite interne, andavo allo stadio sullo stesso bus che prendevano i tifosi del luogo. La cosa buffa che mi ricordo è che all’andata mi facevano sempre sedere, anche se il bus era pienissimo. ‘Dai Derek, siediti, ragazzo’, mi dicevano. Al ritorno, invece, se avevamo perso, nessuno di quei tizi si alzava per farmi sedere.”

Anche Billy ricorda che tornava dallo stadio a piedi, i giorni della partita, verso casa, poche strade più in là, insieme ai tifosi. “Mi dicevano qualcosa, soprattutto se avevo giocato male o se avevamo perso, ma era una cosa che bisognava tenere in conto”.

(1) Rolando Ugolini fu uno storico portiere del Boro, titolare per dieci anni. Nato a Lucca, i suoi genitori, antifascisti, emigrarono a Glasgow quando Rolando aveva due anni, per aprire e gestire un negozio di fish & chips; cresciuto in una squadretta locale, l’Armdale Thistle, divenne un ottimo portiere; passò al Celtic, poi al Boro, dove rimase nove anni, poi al Wrexham, come ricorderà Wendy, poi al Dundee United e al Berwick Rangers, nei quali giocò solo una partita, l’ultima della sua carriera professionale, nel 1963. È ancora vivo, e partecipa tutti gli anni al torneo di golf degli ex giocatori del Middlesbrough. Di carattere molto esuberante e giocoso, diventò presto un idolo per i suoi compagni di squadra e per i tifosi. Lo stesso Brian Clough, che lo ammirava molto, disse che ogni squadra dovrebbe avere un personaggio simile, tra i giocatori, per il bene dello spogliatoio. [NdT]

(2) Brian Clough abbandonò la scuola a 15 anni, senza conseguire alcun diploma, e cominciò subito a lavorare in fabbrica, nel 1950. Una curiosità: la primissima squadra nella quale giocò Brian Clough fu proprio il Billingham Synthonia FC, che allora era la squadra aziendale dell’ICI (Imperial Chemical Industries). Il nome del club deriva dal paesino appena fuori da Middlesbrough nel quale sorge l’impianto, e dal nome di uno dei più famosi prodotti dell’ICI, un fertilizzante (SYNTHetic ammONIA), molto utilizzato anche come componente degli esplosivi bellici durante la guerra. [NdT]

La seconda parte del capitolo parla ancora del rapporto personale che si strinse tra Peter Taylor e Brian Clough in quegli anni, della comune passione politica socialista, e della fine della loro carriera comune a Middlesbrough, interrotta dal passaggio di Taylor al Port Vale e da quello di Clough all’ambiziosissimo Sunderland di quei declinanti anni ’50. Ma questo lo vedremo, come si suol dire, nella prossima puntata.

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

Nigel Doughty 1957-2012: un presidente suo malgrado.

“Vivit post funera virtus”

Motto della Coat of Arms della Città di Nottingham

§

Diciamocelo: nel 1999 il Forest era nella merda. Non riusciva a strutturare il lutto della perdita di Clough e faceva un poco glorioso yo-yo tra prima e seconda divisione. Più che l’imbarazzo che veniva dall’essere diventati un club mediocre, con il popò storia che avevamo avuto negli ultimi vent’anni, la vera nuvola nera che si addensava sopra i cieli del City Ground era il rischio di bancarotta, resa ancora più minacciosa e immanente dalla dichiarazione di amministrazione controllata cui la società fu sottoposta, e dalla crisi di ITV Digital, la rete che deteneva i diritti per la seconda divisione inglese, fallita poi nel 2002.

C’era il serio rischio che il club che aveva vinto per due volte il campionato d’Europa cessasse di esistere.

Quindi, in un certo senso, la presenza del Nottingham Forest nel calcio professionistico inglese, e tutte le sue fin più modeste conseguenze, compreso questo blog, possiamo considerarle un po’ come il più significativo monumento funebre alla persona che ha evitato che la nostra squadra del cuore sparisse di scena.

§

wpid-3a7886edd31cca62a18c0abb9f69b-e1328515231772-2012-02-7-10-17.jpg

§

Leggendo gli obituary dedicati all’ex presidente del Forest, si possono cogliere degli aspetti comuni:

  • tutti sono concordi nell’affermare che la sua più grande eredità, il suo lascito maggiore, come ho detto, è proprio l’esistenza del Forest come lo conosciamo noi. Senza di lui, il fallimento del 1999 sarebbe andato avanti, e oggi chissà dove saremmo. Chissà SE saremmo. Già questo non è poco. Non è vero che ci ha lasciato dove ci ha trovato. Ci ha trovati mezzi falliti, e ci ha tirato fuori da quella situazione tirando fuori subito £11M di tasca sua e in contanti per permettere alla squadra di sopravvivere. Possiamo sempre lavorare di immaginazione su come avrebbe potuto essere il Forest senza di lui, ma ce ne vuole davvero tanta per pensare che sarebbe stato più forte e più grande di quanto non lo sia ora, mentre ce ne vuole pochissima per immaginarlo evoluire contro il Mansfield o l’Ilkeston.
  • Il suo interesse per il nostro settore giovanile ha portato il Forest a avere una delle migliori accademie d’Inghilterra. Gli ottimi risultati della squadra giovanile e l’interesse dei grandi club per Bamford e Lascelles sta lì a dimostrarlo. Tra l’altro, è attiva una petizione per mutare il nome dell’accademia del Forest in “Nigel Doughty Nottingham Forest Academy”, proprio per onorare e ricordare l’impegno dell’ex Chairman nel vivaio e nella crescita dei giovani. Sarebbe molto bello.
  • Era di Newark-on-Trent: questo per dire che era un vero tifoso del Forest, cresciuto al City Ground, che era uno veniva dalla comunità di Nottingham e viveva (anche) per la comunità di Nottingham, all’interno della quale era impegnato politicamente (era un attivista del Partito laburista), socialmente, economicamente e sportivamente. Questo, in un mondo come quello del calcio inglese in cui il radicamento delle proprietà delle società di calcio è sempre minore, e dove lo scollamento tra tifosi e presidenti e proprietari marziani che, abbandonati al centro della città, non saprebbero trovare lo stadio della loro squadra senza Google Maps, è (era) una cosa molto importante. Doughty era un uomo che, comprando la sua squadra del cuore, aveva realizzato la sua ossessione giovanile; era uno passato dal mettere cinque pence nel tornello della Trent End a mettere 100 milioni di euro direttamente nelle case del club. Non ce ne saranno più molti di presidenti così, in Inghilterra.
  • Veniva dalla working class, e alla working class era affezionato. In un bel ricordo che ho letto in rete, un tifoso rammenta come quasi tutti i giorni arrivasse al lavoro con la radio dell’auto a palla che suonava Bela Lugosi’s dead dei Bauhaus. Non credo che molti presidenti di squadre di calcio inglesi delle due serie maggiori abbiano questo legame con la cultura popolare della loro terra e dei sui tifosi.
  • I risultati ottenuti dal Forest non sono stati pari all’impegno profuso e alle speranze di Nigel, indubbiamente. Chi lo nega. Certamente, mentre staccava un assegno dopo l’altro, anche lui, uomo di popolo cresciuto imparando sul campo l’etica del lavoro e il valore del denaro, si sarà chiesto moltissime volte se ne valesse la pena, e se le persone che aveva scelto per collaborare con lui fossero quelle giuste; si sarà chiesto un sacco di volte se i suoi quattrini avevano un ritorno decente e commisurato alla sua passione. Nondimeno, quegli assegni continuava a staccarli, e ha continuato a staccarli fino alla fine, fino all’ultimo grande progetto di rilancio affidato, una volta di più, a una persona molto probabilmente non degna dell’investimento emotivo e economico fatto in lei. Non a caso, come diremo poi, dopo le dimissioni di McClaren e le sue da presidente non ha più messo piede al City Ground.
  • Era un uomo d’affari acuminato, ma, appunto, mai dimentico della responsabilità sociale cui convocano le grandi ricchezze. Ha finanziato un corso di studi alla sua vecchia università, Cranfield, formando il Doughty Centre for Corporate Responsibility; è sempre rimasto un attivista laburista, appunto, prestando la sua opera come tesoriere del Partito per il Nottinghamshire e assistente alla tesoreria nazionale, il tutto, naturalmente, trattandosi dell’Inghilterra, a titolo completamente gratuito.
  • La sua creazione più discussa e, forse, più discutibile è stata il Transfer Acquisition Panel, il meccanismo di controllo sugli acquisti presieduta da Mark Arthur, malfamata figura di CEO del Forest: Arthur passerà probabilmente alla storia come il creatore dello slogan “We’re serious about promotion, are you?”, per la campagna abbonamenti dell’anno della retrocessione in League One. Ma bisogna ricordare che questa struttura e questa strategia decisionale fu imposta da Doughty dopo che si fu scottato le dita (e, soprattutto, il portafoglio) per le follie dell’era Platt, il suo primo allenatore, con decine di milioni spesi in zozzoni pagati assolutamente troppo, compresi i tre italiani (Matrecano, Petrachi e Mannini), caratterizzati dall’essere amici del peggior tecnico della storia recente del Forest. Come dargli torto, in fondo, se voleva che casi come questi, di totale arbitrio da parte del manager, non si ripetessero…
  • Bisogna ricordare che, se il grande sogno più volte dichiarato da Doughty era il ritorno del Forest in PL, in effetti ci andò vicino tre volte, con i due manager migliori della sua gestione: Paul Hart e Billy Davies. I tifosi l’hanno spesso accusato di non aver fatto 31 dopo esser riuscito spesso a cogliere il 30 dei play-off, ma va detto che la lotta per la salita in PL è sempre durissima, e che sono passati molti anni da quanto la massima serie sembrava dover essere per noi un diritto acquisito: non lo è, è un traguardo per il quale ogni anno lottano colossi come il Newcastle United, il West Ham United, il West Bromwich Albion e il Cardiff City. Di fronte alle richieste di Hart e, soprattutto, di Davies (che, a dire il vero, chiedeva, ogni domenica storta, gente tipo Gareth Bale per la fascia sinistra, Rooney per finalizzare meglio il suo gioco offensivo e Lampard per dare ordine al centrocampo, possibilmente in prestito gratuito), Doughty opponeva il suo freddo pragmatismo, a tratti duro da sopportare, per i tifosi. Sapeva benissimo che una promozione casuale, frutto magari di due prestiti azzeccati, avrebbe significato una stagione in massima serie frustrante e inadeguata alla grandezza e al blasone del club, il terzo più titolato di Inghilterra a livello europeo dopo i due inarrivabili colossi rossi del Nordovest. Voleva che il Forest tornasse in PL da par suo, e sapeva che per far questo ci voleva una struttura adeguata. Per questo, come detto, il suo primo pensiero di investimento è sempre stato il settore giovanile.
  • Non si fece mai incantare dal progetto dello stadio per 50.000 spettatori che la FA aveva previsto nel caso in cui l’Inghilterra avesse ottenuto l’organizzazione dei mondiali del 2018. Uno stadio più grande era anche un suo sogno, ma anche in questo caso non riteneva che si dovesse fare il passo più grande della gamba, e ritenne sempre che le strutture più importanti fossero quelle per lo sviluppo dei giovani e dei giocatori.
  • Fece numerosi errori. Questo è indubitabile, e sarebbe scorretto non ricordarlo, anche in un necrologio. Se si investe in una squadra di seconda divisione qualcosa come 100 milioni di sterline in 12 anni e si riesce a retrocedere, qualcosa che non è andato per il verso giusto ci dev’essere stato per forza. Ma ogni decisione che ha preso, fino all’allontanamento di Davies e all’ingaggio di McClaren, “l’ultimo errore”, catastrofico, probabilmente, per il futuro dei True Reds, fu presa, ne sono sicuro, pensando molto più al bene del Forest che a qualsiasi altra cosa. E anche dopo il fallimento del suo ultimo grande progetto, riconobbe pienamente le sue responsabilità (pensiamo a quanto fanno, invece, presidenti come Moratti, e alla totale assenza di presa in carico di responsabilità che ha fatto seguito al fallimento dei quattro allenatori post-mourinhani). In seguito all’allontanamento di McClaren, Doughty rilasciò un’intervista emozionata e piena di tensione e di amore a BBC Nottingham: “per dodici anni ho cercato di restituire a Nottingham il Nottingham Forest, e ho fallito, e ho fatto molti errori, e il fallimento mi ferisce sopra ogni altra cosa”. Nonostante questa disillusione, disse subito che sarebbe rimasto come proprietario della squadra, e che avrebbe onorato tutti gli impegni economici e finanziari causati dalla sua gestione.

§

Dopo la bruttissima sconfitta contro il Birmingham City, a ottobre, il manager e il presidente si dimisero insieme: Doughty affermò che la decisione di sostituire Davies con McClaren era stata solo sua, e che lui si sarebbe assunto tutta la responsabilità del gesto, rendendo effettivo, una volta tanto, l’aforisma di Brian Clough, che era solito dire “se un presidente chiede le dimissioni a un manager che ha scelto lui, dovrebbe dimettersi immediatamente a sua volta”. Le dimissioni furono di poco precedute dalla protesta di un paio di centinaia di tifosi raccolti fuori dal City Ground. Probabilmente, anche queste, pur messe in scena da una minoranza di tifosi, hanno avuto la loro importanza; probabilmente, se non fosse morto, alla fine dell’anno avrebbe cercato qualcuno cui vendere il Forest. Non perché fosse finita la sua passione, che era e sarebbe stata sempre enorme, ma perché, probabilmente, aveva capito che non era e non sarebbe stato in grado di realizzare il suo secondo sogno, dopo quello di essere diventato proprietario del Forest, e questa coscienza lo stava dilaniando.

Come detto, Nigel non mise più piede al City Ground, preferendo seguire il figlio Michael, grandissimo amico, tra l’altro, di Pat Bamford, e giocatore — in prestito dal QPR — dell’ottimo Crawley dei miracoli; squadra che, non improbabilmente, l’anno prossimo sarà avversario dei True Reds in League One.

Vedere il suo amore ripagato con quelle proteste, probabilmente, lo colpì più che per l’ingratitudine del gesto, per il fatto che era un segno tangibile dell’inadeguatezza dei risultati ottenuti rispetto ai suoi sforzi.

Ma possiamo stare sicuri che, qualsiasi sarebbe stata la sua sorte, anche il suo ultimo gesto da proprietario sarebbe stato compiuto cercando, più che altro, di fare soprattutto il bene della squadra.

Ora, il futuro del nostro amato Forest è più incerto di quanto non lo sia stato dall’abbandono di Brian Clough in poi, e chissà che cosa succederà. Non nascondo la mia paura e il mio pessimismo, ma non è questo il momento per pensarci.

La prima cosa certa è che, sabato prossimo, quando al minuto 13° la Trent End comincerà a cantare “Nigel Doughty’s Red and white army”, l’unica persona cui davvero importava quello che il City Ground pensava di quello che stava facendo per il Forest non sarà lì a ascoltare.

La seconda cosa certa è che, anche a Nottingham, si è probabilmente chiuso per sempre lo stretto legame tra squadra e comunità civica che ha sempre distinto la storia del Forest, ultima società professionistica inglese a abbandonare lo status di associazione sportiva per abbracciare quello di limited company. Il futuro, se ci sarà, sarà un futuro di finanziarie indiane, mediorientali o est-europee i cui responsabili dovranno cercare il City Ground con Google Maps.

E l’ultima cosa certa è che se, almeno sabato, i ragazzi in rosso non giocheranno come se in panchina ci fossero Satana e Brian Clough (soprattutto il secondo) a minacciare di prenderli a fucilate nel culo se non torneranno negli spogliatoi strisciando sui gomiti per l’intensità dell’impegno, e se dopo di ciò se non faranno lo stesso fino all’ultima fibra muscolare attaccata all’ultimo tendine rosicato, e fino all’ultimo secondo dell’ultima partita dell’ultima giornata per evitare la retrocessione, vorrà dire che avremo visto giocatori che dovrebbero giocare con la maglia gialla da qui a finché l’ultimo di loro non abbandonerà con somma ignominia il City Ground, lasciando il Garibaldi Red in serbo per giocatori, e, soprattutto, per esseri umani migliori di loro.

Grazie, e God bless you, Mr Doughty

“I don’t understand why of all the people in the world, the ones who do the most good, have the best intentions and set a good example are taken from us

Patrick Bamford

2 commenti

Archiviato in Senza categoria