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Sulla ricostruzione della squadra – 3: Mark Arthur al Footballers’ Football Show

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Questa notte, Mark Arthur è intervenuto al Footballers’ Football Show, ospite di David Kelly insieme a George Boateng (acquisto di McClaren, ora gioca nella Super-League malaysiana) e Sam Allardyce. Speriamo di fare cosa gradita riportando di seguito le sue dichiarazioni.

David Kelly: Ora, con i nuovi proprietari del Nottingham Forest in carica, chi è l’interlocutore principale di Sean O’Driscoll?

Mark Arthur: Sean lavora con Keith Burt, il nostro direttore dello scouting, entrambi parlano con me. Nessuno di noi parla con il nostro principale azionista su basi regolari. Fawaz Al Hasawi vive in Kuwait, e cerca di venire in Inghilterra ogni volta che può. Il nostro presidente, Omar Al Hasawi, vive a Londra, e viene a vedere al City Ground tutte le partite. Il dialogo con lui è molto buono.

Abbiamo cominciato a lavorare insieme solo quattro mesi fa, abbiamo cominciato a preparare la nuova stagione molto tardi — il takeover ha avuto luogo quando già era iniziata la preparazione pre-campionato — e la nuova proprietà ha fatto un ottimo lavoro nel permettere a Keith e a Sean di prendere i giocatori di cui pensavano di aver bisogno. Alan Hutton, arrivato oggi, è il 15° giocatore arrivato al Nottingham Forest da quando O’Driscoll è in carica. Ci vuole un po’ di tempo, per stabilizzare la situazione.

Abbiamo avuto un incontro con i proprietari all’inizio di questa settimana per discutere a quale punto sia il lavoro di ricostruzione della squadra, e di che cosa c’è bisogno a gennaio. La comunicazione è un fattore vitale, anche se le notizie da trasmettere non sono molte: è importantissimo parlare l’un l’altro, io non sono mai stato per il “divide et impera”, non mi è mai sembrata la via giusta per andare avanti.

DK: Qual è la cosa più difficile da fare? Licenziare un manager o trovarne uno nuovo?

MA: Senz’altro trovare la persona giusta per un lavoro. Non basta parlare con un potenziale nuovo manager, parlare di tutti i differenti aspetti del lavoro, e certamente abbiamo parlato moltissimo con Steve McClaren l’anno scorso prima che accettasse l’incarico — a essere sinceri, avevo sempre pensato che avrebbe rifiutato, per andare a allenare in Premier League — e non ci siamo resi conto che non era l’uomo adatto per la sfida che ci stava di fronte. Noi guardavamo a questa da un certo punto di vista, e lui la stava osservando sotto un punto di vista totalmente differente. Probabilmente non ci siamo mai capiti l’un l’altro, è questo il motivo principale per cui Steve ha deciso di mollare dopo 111 giorni.

Sono stati fatti errori da parte di entrambe le parti, in questa faccenda. Penso che quello che abbiamo fatto quest’anno, quando abbiamo deciso di portare Sean O’Driscoll al Forest sia stata una cosa che i giocatori volevano, e che i tifosi volevano. Qualcuno che sia un costruttore, e che faccia con calma il suo lavoro. Questo è esattamente quanto i nuovi proprietari desiderano fare, dal momento che hanno dichiarato che il progetto è quello di conquistare la Premier League in quattro anni. Vogliono costruire un club adatto alla massima serie, con fondamenta solide, e questa è una cosa straordinaria, sia dal punto di vista di Sean, sia dal mio.

George Boateng: Durante il mio periodo di permanenza al Forest non ho quasi mai parlato a Mark, perché era molto occupato nell’opera di acquisizione dei giocatori. Quando è arrivata la nuova proprietà, tutti erano convinti che stessero cercando un top manager, di alto profilo, ma alla fine hanno scelto Sean. Qual è la verità? Sean era una prima scelta, o un ripiego dopo che i tentativi di portare al Forest un top manager sono falliti?

MA: La nuova proprietà ha organizzato in maniera eccellente un sistema di approcci e di colloqui. Molte persone con le quali hanno parlato o non erano convinte che questo fosse il lavoro giusto per loro, o non hanno convinto i proprietari di essere le persone giuste per il Nottingham Forest. Invece di gettarsi di volata dentro una scelta poco convinta, hanno scelto di fare una riflessione generale su tutto quello che avevano raccolto e di parlare con me e con Keith: ci chiesero proprio “che cosa dobbiamo fare?”. Noi siamo stati in grado di intervenire, con la nostra esperienza di lavoro al Nottingham Forest, e di aiutarli a prendere una decisione. Sono molto contento della scelta, e confido che sia stata la scelta migliore: penso che nelle vene del club scorra una vera armonia per la prima volta da tantissimo tempo.

GB: La classifica della lega lo dimostra…

MA: Abbiamo 26 punti. Lo scorso anno impiegammo 31 partite per raggiungere 26 punti. Quando si portano in squadra 14, ora 15 nuovi giocatori così velocemente, ci vuole tempo per dare una forma al gioco. Sean ha fatto un lavoro rimarchevole in un periodo di tempo molto corto, e abbiamo anche avuto un po’ di infortuni in difesa, a complicare le cose. Da qui l’ingaggio di Alan Hutton, proprio di oggi. Quindi, io penso che il meglio debba ancora venire, e che non possa venire fino alla prossima stagione. Ma chissà, se riuscissimo a arrivare in buona posizione dopo Natale, e arrivassimo in buona forma a marzo, potremmo anche lanciare la nostra sfida.

DK: Le ambizioni del club sono cambiate con gli Al Hasawi? La promozione ora è una precisa ambizione della proprietà, invece che una speranza?

MA: Certamente, non per quest’anno, e nemmeno per l’anno prossimo. Ma alla fine l’attesa della proprietà è la promozione in Premier League. Io penso che quest’anno la qualità della squadra e la qualità dei giocatori sia già ottima, e il campionato è così imprevedibile! Ciascuna squadra può battere qualsiasi altra squadra. Chiunque verrà promosso quest’anno, vorrà dire che avrà lavorato incredibilmente bene. Naturalmente, essere promossi significa poter godere dei proventi che la Barclays Premier League garantisce, e anche nel caso di un ritorno immediato in Seconda Divisione si hanno la possibilità di tornare immediatamente in PL certo superiori a quelle che club come il Nottingham Forest possono vantare. Sarebbe bellissimo farcela, e noi siamo sempre pieni di speranza, ma forse questo gruppo di giocatori potrà cominciare a essere davvero competitivo solo all’inizio della prossima stagione.

Anche l’intervista riporta la notizia dell’ingaggio, in prestito di emergenza fino al 2 dicembre, di Alan Hutton, nazionale scozzese. Alan è un terzino destro di scuola Glasgow Rangers, con diverse presenze anche in Champions League; è passato dai Blues al Tottenham nel gennaio 2008 per una cifra vicina ai 9 milioni di sterline, dopo aver rifiutato il trasferimento nell’estate precedente. Dopo aver giocato 50 partite per gli Spurs, alternandosi con Corluka e accumulando altre presenze in Champions League, tra le quali il 3-1 interno contro i campioni in carica dell’Inter, l’arrivo di Kyle Walker gli ha chiuso un po’ la strada, e è passato al Villa nell’agosto del 2011.

Ha totalizzato 31 presenze per i Villans, ma quest’anno è rimasto ai margini della squadra, dopo l’arrivo di Matthew Lowton.

Ha la fama di giocatore ruvido: un suo tackle su Shane Long use fuori gioco il giocatore del WBA per sei mesi, e, benché non sanzionato sul campo, sollevò un dibattito sull’eccessiva rudezza del contrasto: da quel momento, Alan é un po’ preso di mira dagli arbitri, e ha collezionato un paio di espulsioni.

La sua carriera internazionale è fatta di 28 presenze con la nazionale scozzese, tra le quali la più memorabile è quella che nel 2007 vide la Tartan Army vincere al Parco dei Principi contro i vicecampioni del Mondo.|

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Sulla ricostruzione della squadra – 2: la situazione attuale.

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Ieri, parlando di Keith Burt, abbiamo visto come il Forest sia riuscito a mettere una toppa alla difficilissima situazione che si era presentata a luglio, quando il Forest era, praticamente, senza un proprietario, e tutti i giocatori in scadenza se ne sono andati: ci siamo trovati con nove giocatori senior, come detto ieri, e nemmeno in grado di schierare una squadra per un’amichevole, a meno di non andare a saccheggiare qualche scuola media di Nottingham, o a meno di non schierare qualche season ticket holder.

Ora, apparentemente, l’emergenza è passata: ma, appunto, solo apparentemente. Approfitto di un’acuta analisi pubblicata ieri da Paul Taylor — uno dei maggiori commentatori delle vicende del Forest, giornalista e blogger per la BBC — sulle colonne del Nottingham Evening Post, per fare il punto sulla situazione del nostro parco giocatori; vedremo, alla fin fine, che a giugno potremmo essere punto e accapo: anzi, la situazione potrebbe essere perfino peggiore di quanto non fosse al termine della passata stagione. Unico e non disprezzabile vantaggio della presente sulla passata stagione, la presenza di una proprietà stabile e apparentemente motivata.

Perché, si chiede Taylor, con la nostra situazione in difesa (Hutchinson fuori ancora per un bel po’, Ayala e Harding in precarie condizioni fisiche a causa di ricorrenti problemi con gli adduttori), O’ Driscoll, oltre che Ward, non ramazza, nell’ultima settimana utile, qualche giocatore sul mercato dei prestiti? Quella che segue è la sua non insensata risposta.

Eppure, nonostante il fatto che i quattro difensori schierati a Leicester lo scorso sabato fossero gli unici disponibili, per stato fisico e stato di forma, il Manager non ha in programma altre acquisizioni in prestito.

A prima vista, questo ritegno sembra del tutto folle. Ma, analizzando la situazione un po’ più in profondità, è una scelta molto più che logica.

Perché, se la tentazione di risolvere problemi di corto termine ricorrendo ai prestiti è molto forte, se il Forest prendesse altri giocatori in prestito per superare queste difficoltà non farebbe che aggravare i potenziali problemi di lungo termine che stanno tramando all’orizzonte.

Quando lo si sente parlare, il modo lento e sommesso nel quale O’Driscoll porge le sue opinioni può anche far dimenticare che quasi tutto quello che dice ha un grande senso.

L’importanza, il vero colore e il vero significato delle cose che egli ha detto da quando è al Forest si rivela solo quando le si scrive, e le si rilegge nere sulla pagina bianca. E, di tutte le sensatissime osservazioni che il Manager ha fatto nelle settimane precedenti, forse la più rilevate è questa: “Siamo pieni di giocatori in prestito, e non vogliamo che diventino troppi”, ha detto.

“È già difficile tenere i giocatori motivati quando sono i tuoi, quando sono sotto pieno contratto. Se sono in prestito e non giocano regolarmente, può diventare un problema immenso per l’ambiente nel quale ci si trova a lavorare”.

La preoccupazione di O’Driscoll non è che i giocatori in prestito non si impegnino, o non mostrino dedizione alla squadra; le prestazioni di Billy Sharp e di Danny Ayala, in particolare, dimostrano il contrario.

Ma avere uno spogliatoio pieno di giocatori in prestito, giocatori che potrebbero non essere più al club la prossima estate, o addirittura che potrebbero non essere più al club a febbraio, non è una ricetta salutare per la stabilità della squadra nel lungo termine, o per cementare l’unità di intenti della squadra. Il Forest ha già sei giocatori in prestito di questo tipo: giocatori senza un’opzione di acquisto, la cui permanenza futura in squadra è sommamente incerta.

I prestiti di Jermaine Jenas, di James Coppinger e di Elliot Ward scadono tutti in gennaio, o prima, e Hutchinson, se non si chiarirà in breve la natura dei suoi problemi di salute, tornerà al Chelsea.

In più, abbiamo altri sette giocatori i cui destini sono sommamente incerti: quelli di nostra proprietà, i cui contratti, però, scadono alla fine della stagione. Il Forest è riuscito recentemente a convincere Chris Cohen a firmare un nuovo contratto, ma rimane una grande incertezza sui destini di Lee Camp, Andy Reid, Radi Majewski, Dex Blackstock, Lewis McGugan e Brendan Moloney [hai detto nulla…].

Camp e Blackstock stanno entrambi negoziando il rinnovo, ma sembrano tutt’altro che vicini a raggiungere una conclusione positiva alle trattative.

Inoltre, il futuro di Marcus Tudgay porta certamente via dal City Ground: si è unito al Barnsley in prestito proprio ieri, in vista di un passaggio permanente ai Tykes.

Matt Derbyshire e Ishmael Miller sono già partiti in prestito, e anche per loro è difficilissimo pensare a un futuro in maglia rossa, anche se, oltre a questo, hanno un altro anno di contratto con il Forest: facendo due calcoli, tolti tutti loro, si vede che i giocatori che, ora come ora, vestiranno certamente la maglia rossa la prossima stagione sono undici. Ben tredici giocatori della squadra, infatti, non si sa se giocheranno nel Forest la prossima stagione.

Per alcuni di essi (soprattutto Sharp, Ayala e Ward) è probabile che il club cerchi di rendere il loro trasferimento permanente, ma gli esiti di questo tentativo sono tutt’altro che scontati.

E sarebbe la riproduzione di una situazione molto grave se alcuni dei giocatori in scadenza se ne andassero via a parametro zero, come già hanno fatto Lynch, Chambers e McCleary quest’estate, e nessuno dei migliori giocatori che abbiamo preso in prestito decidesse di fermarsi al Forest.

Certo, la prospettiva di dividere il proprio destino con il Forest degli Al-Hasawi è più attraente di quanto non fosse quella di rimanere in una squadra destinata a un più che probabile fallimento, ma avere già più della metà dei giocatori senior in cammino su un sentiero pieno di incertezza è un motivo più che sufficiente per giustificare la ritrosia di O’Driscoll nei confronti di ulteriori acquisti a breve termine. Le sue priorità, probabilmente, sono molto differenti.

Date le circostanze; dato il pochissimo tempo che sia la nuova proprietà, sia il nuovo manager hanno avuto per preparare la stagione dopo il loro insediamento, entrambi hanno adempiuto più che bene al compito di metter su una squadra decente, quale che fosse. Con sole quattro settimane a disposizione prima dell’inizio della stagione, il Forest non aveva nemmeno quattro difensori da mettere dietro. Le acquisizioni in prestito quest’estate non sono state una scelta, ma una necessità assoluta.

Ma ora è arrivato il momento di smettere di agire sotto l’impulso della necessità, e gennaio darà l’occasione per cominciare a pensare a soluzioni permanenti. Quest’estate, O’Driscoll trovò un modo per tappare alla bell’e meglio il buco nel secchio ; in gennaio, sarà bene che il Forest cominci a pensare a investire in un secchio nuovo.

Ecco, quando si parla della qualità del lavoro di O’Driscoll, a me sembra che si dimentichi quello che ha fatto in così poco tempo, e il compito immane che aeva davanti: non si trattava di dare un gioco alla squadra, si è trattato di costruirla da zero, assemblando giocatori la maggior parte dei quali, forse, non vede nemmeno nel Forest una prospettiva attraente di vita futura. Dovrebbero pensarci bene, a queste cose, gli imbecillotti che, ogni volta che prendiamo uno sloppy goal, dalla tribuna Brian Clough cominciano a urlare “we want Billy back”.

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Keith Burt, l’uomo che sta ricostruendo il Forest.

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C’è un’eminenza grigia, un “unsung hero” dietro al tentativo degli Al-Hasawi e di O’Driscoll di riportare il Forest ai fasti della Prima divisione. Se ora abbiamo una squadra decente, mentre al momento dell’entrata in carica del nostro nuovo Manager — a quattro settimane dall’inizio della Championship! — non avremmo nemmeno avuto i giocatori per riempire a metà il team-sheet di una squadra dei giardinetti, lo dobbiamo anche all’uomo che ha aiutato SOD a scegliere e a trovare i giocatori. Eravamo rimasti con nove giocatori, dei quali un solo difensore, e l’impresa di ricostruire una compagine decente sembrava del tutto disperata: Lynch, Chambers, Gunter e McCleary avevano salutato il City Ground, e le prospettive del nuovo anno sembravano già agghiaccianti.

Questo, quando si valuta l’operato di O’ Driscoll non viene mai ricordato, ma mettere su una squadra competitiva in sole quattro settimane, partendo praticamente dal nulla, è stata un’operazione di straordinaria difficoltà e, diciamolo, riuscita passabilmente bene.

Ha aiutato il fatto che O’ Driscoll avesse idee molto chiare sul tipo di giocatori di cui aveva bisogno, e aveva anche le idee molto chiare su chi avrebbe potuto aiutarlo a metterle in atto.

Keith Burt, director of recruitment al Nottingham Forest da sette anni, insieme al suo staff di osservatori e consiglieri, ha costruito un database di giocatori davvero sterminato, tipo quello che ha a disposizione un giocatore di Football Manager, e, in questa occasione, è riuscito a usarlo al meglio: all’interno di esso, O’ Driscoll ha potuto scegliere un’intera squadra, praticamente, se guardiamo al numero di nuovi arrivi a Nottingham.

Burt ha rilasciato recentemente un’intervista a BBC Radio Nottingham, nella quale ha svelato qualche retroscena del modo in cui è stata risolta l’emergenza di organico:

Ci ha aiutato molto avere a disposizione così tante informazioni, nel recruitment department, quest’estate. Sapevamo benissimo quali fossero i giocatori dai quali saremmo potuti andare e che avrebbero potuto scegliere di venire, anche con poco tempo a disposizione. L’unico punto interrogativo riguardava il supporto che i nuovi proprietari avrebbero dato alle operazioni che via via immaginavamo, ma loro ci sono venuti incontro tutte le volte che abbiamo espresso il desiderio di andare a prendere un giocatore che ci interessava.

Con così poco tempo a disposizione, potevamo fare affidamento solo al lavoro di scouting pregresso. L’unico punto interrogativo riguardava il supporto che i nuovi proprietari avrebbero dato alle operazioni che via via immaginavamo, ma loro ci sono venuti incontro tutte le volte che abbiamo espresso il desiderio di andare a prendere un giocatore che ci interessava. Davvero, dobbiamo ringraziarli: ogni volta che siamo andati da loro a chiedere qualcosa, si sono messi la mano in tasca e ce l’hanno data.

È “pazienza” la parola-feticcio del dipartimento diretto da Burt: molti dei giocatori che sono arrivati quest’estate erano già da tempo nel mirino della rete di osservatori della società, e O’ Driscoll ha deciso di autorizzare molte di queste operazioni.

Sean vuole giocatori con un buon carattere e facilmente adattabili al tipo di gioco che si pratica in Championship, oltre che buoni giocatori: è per questo che ci siamo rivolti soprattutto al mercato inglese.

Quando Sean è venuto a parlarci di alcuni acquisti che pensava di fare, come Danny Collins, Danny Ayala, Sam Hutchison o Dan Harding, noi potemmo già fornirgli un sacco di informazioni su di loro.

O come Simon Cox: avevamo già cercato di ingaggiarlo tre anni fa, quando era allo Swindon Town, ma il West Bromwich Albion fu più veloce o più bravo di noi. È davvero bellissimo, poi, quando si fanno tante osservazioni e si raccoglie tanto materiale su un giocatore, e poi, all’improvviso, lo si riesce a ingaggiare.

La stessa cosa è successa con Henri Lansbury. È un giocatore che abbiamo seguito per quattro anni, e siamo felicissimi di essere riusciti a prendere un giocatore della sua classe.

Abbiamo battuto anche la concorrenza di club di PL, per aggiudicarci il ragazzo.

Burt è fiero quando tutto il lavoro di osservazione e di raccolta di dati sfocia in un ingaggio, e sceglie appositamente di evitare fonti esterne per scoprire talenti, e preferisce basarsi sull’osservazione personale.

In sette anni, non abbiamo mai ingaggiato un giocatore solo sulla base delle raccomandazioni degli agenti, o solo guardando un DVD prodotto dallo stesso staff del giocatore. Tutti i giocatori che abbiamo preso sono stati visionari a lungo e accuratamente.

Quando finisce una stagione, non finisce per tutti: abbiamo una vacanza di due settimane, ma io la passo sempre girando per i piccoli tornei giovanili che si organizzano in Francia.

Speriamo sempre che non ci sia sfuggito nulla, naturalmente, quando osserviamo un giocatore, ma, in realtà, alla fine c’è sempre qualcosa che non hai studiato accuratamente, o qualche dettaglio che sfugge.

Anche se ora è di nuovo in Championship, e con qualche speranza di organizzare un assalto vincente alla promozione, le vicende del Forest nell’ultimo decennio hanno posto molte sfide importanti allo staff di osservatori.

I tempi dell’ingaggio multimilionario di Stan Collymore, Pierre Van Hooijdonk e di David Johnson sono andati, e la retrocessione in Terza Divisione ha costretto a un altro tipo di approccio.

Garath McCleary è stato un buon esempio della bontà del nostro lavoro: eravamo in League One, quando lo ingaggiammo, e potevamo prendere solo giocatori delle leghe inferiori.

Chris Cohen è un altro giocatore che siamo andati a vedere una dozzina di volte, prima a West Ham e poi a Yeovil, e quando divenne disponibile a un prezzo che più o meno potevamo permetterci potemmo agire in fretta come dovevamo. E guardate che prezioso servitore del nostro club è diventato ora.

Il ruolo di Burt al Forest è cresciuto. Prima era capo scout, andava a osservare e raccomandava i giocatori nel modo tradizionale, proprio al malfamato Acquisition Group criticato così aspramente dal precedente manager Billy Davies; ora come direttore del “reparto di reclutamento”.

Curo ogni aspetto, dall’inizio alla fine, incontro gli agenti, mi metto d’accordo con il prezzo di trasferimento con gli altri club, e cerco in tutte queste fasi di fare il miglior interesse possibile per il Nottingham Forest.

Le trattative possono durare giorni, ma nella maggior parte delle occasioni vanno avanti per settimane: se siamo interessati a un giocatore, o ne vogliamo vendere un altro, è molto probabile che le cose vadano avanti molto per le lunghe. Ci sono un sacco di persone coinvolte nella compravendita di un giocatore, oggi: anni fa, bastava telefonare al manager dell’altro club e tutto si risolveva al massimo in 48 ore. Ora si tratta di settimane, quando va bene, salvo casi eccezionali.

Il football sarà cambiato, da quando Burt ha cominciato a lavorare, ma è e rimane sostanzialmente un entusiasta della scoperta di talenti, e, soprattutto, della possibilità di portarli al Forest.

* * *

Già che ci siamo, una notizia dell’ultima ora: Marcus Tudgay, proprio nell’ultima settimana di apertura del mercato dei prestiti, parte destinazione Barnsley, con un opzione per i Tykes di acquistare il giocatore a gennaio a titolo definitivo. Pare proprio che l’avventura di Tudgay ai Reds sia finita.

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Jermaine is back. And Subbuteo too.

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Jermaine Jenas al Nottingham Forest
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Naturalmente, le due notizie del giorno sono l’approssimarsi della partita più importante della stagione, quella che tutti i tifosi cercano subito nel calendario quando escono le fixtures della nuova stagione, e il ritorno di Jermaine Jenas al City Ground, seppure per un mese, in prestito di emergenza.

Della prima circostanza mi occuperò in un post che scriverò domani: oltre a una piccola presentazione della partita, cercherò qualche curiosità relativa al derby delle East Midlands, così ricco di intrecci e di storie, come ho già cercato di raccontare precedentemente.

Della seconda, qualche parola qui: coloro che, come me, ricordano la bella stagione di Jermaine al Forest (Jenas, prodotto della nostra accademia, giocò in prima squadra solo un anno, nel 2001-02, prima di passare al Newcastle Utd), e le speranze che suscitò, insieme al compagno Dawson, di una nuova prossima uscita dalla mediocrità, non possono non essere contenti della notizia. È il lato romantico che si annida nell’anima di ogni tifoso, penso: il calcio moderno ci ha abituato a affezionarci molto di più al nome scritto davanti alla maglia che a quello scritto dietro, perché sappiamo che in ogni momento qualsiasi giocatore, anche quello che crediamo più legato alla maglia e alla tifoseria, può scegliere di perseguire altrove quasi sempre molto più lucrose “scelte di vita”.

Ma, d’altronde, le magliette senza qualcuno dentro non hanno molto senso, e rivedere in maglia rossa uno dei prodotti migliori del nostro vivaio non può non fare piacere.

Certo, questo per quanto riguarda il lato sentimentale della faccenda: per quanto riguarda l’aspetto tecnico, l’operazione presenta non pochi elementi che suscitano perplessità. Jenas è uno di quei giocatori la cui carriera è stata funestata da gravi e frequenti infortuni, e, anche ora, probabilmente non è sufficientemente in forma per affrontare una partita di Championship. D’altronde, starà da noi solo un mese, troppo poco per un progetto di recupero e di inserimento. Inoltre, l’unica cosa che non ci manca sono centrocampisti centrali con le sue qualità.

Di contro, bisogna pensare che Guedioura starà fuori per altre due partite, e che Lansbury è, anche lui, in fase di recupero; per cui, visto che non penso che O’Driscoll abbia voluto fare solo marketing (scommetto che un po’ di magliette le venderanno) e soap opera, con questa operazione, immagino che Jenas giocherà, almeno un po’. Magari anche domenica, magari partendo dalla panchina, soprattutto se giocheremo di nuovo (come penso) con un 4132 molto dispendioso per i tre centrocampisti centrali: sarebbe bello affrontare una partita così importante per la gente del City Ground avendo in campo ben due ragazzi di Nottingham, ben consapevoli dell’importanza della posta in gioco, come lui e McGugan.

Se dobbiamo essere sinceri, Jenas è un po’ una promessa mancata. Cresciuto nella nostra accademia, esploso in prima squadra nel campionato 2001-02, tanto che fu subito preso dal Newcastle, nel febbraio del 2002, dopo 33 partite e 4 reti con la maglia Garibaldi Red. Era il tipico centrocampista box-to-box, come lo chiamano gli Inglesi, capace di destreggiarsi in ogni zona del campo tra le due aree e di segnare spesso e volentieri con partenze da lontano. La sua prima mezza stagione e la sua prima stagione intera con il Newcastle confermano in pieno le aspettative che si riponevano in lui: nel 2002-03 vince il premio per Giovane dell’Anno della Premier League, nelle due stagioni successive le sue prestazioni calano visibilmente, diventa abulico e quasi svogliato, anche, probabilmente, per motivi esistenziali: Jenas non ha mai gradito la città sul Tyne, non si è mai inserito nel suo tessuto sociale e dichiarò perfino di sentirsi “come un pesce rosso in una boccia di vetro”, nella città del Northumberland.

Preso atto della situazione, Souness, l’allora manager delle Gazze, lo vendette proprio quasi fuori tempo massimo al Tottenham Hotspur, il 31 agosto del 2005. Ancora una volta, la sua prima stagione al Tottenham fu brillante, contribuì alla qualificazione della squadra alla Coppa UEFA e riguadagnò un posto in Nazionale (dove ha ottenuto, in totale, 21 presenze). Sembra tornato quello di una volta, ma, riconquistata una certa tranquillità esistenziale, cominciano a farsi sentire i problemi fisici: già nel primo anno è costretto a saltare 13 partite per infortunio.

Ma il suo rendimento continua a essere buono, diventando ottimo sotto l’allenatore della sua vita, probabilmente: Juande Ramos. È proprio sotto lo Spagnolo che Jermaine trascorre il suo periodo migliore, diventando l’eroe assoluto dell’ultimo trofeo conquistato dagli Spurs, la Coppa di Lega del 2008, mettendo il suo sigillo da migliore in campo sia nelle due semifinali contro l’Arsenal (la seconda delle quali conclusa con un memorabile 5-1 interno, risultato inaugurato proprio da una bella rete di Jenas), sia nella finale contro il Chelsea.

Una stagione che convinse il Tottenham a proporgli un ulteriore anno di contratto da aggiungere ai cinque già pattuiti (un legame che, dunque, scadrà alla fine di questa stagione) e a proporgli il ruolo, molto importante in una squadra inglese, di vice-capitano.

Ma, dopo quella stagione memorabile, Jenas non fu più lo stesso. Infortuni piccoli e grandi e un nuovo calo di rendimento lo trascinarono a poco a poco ai margini della squadra, fino alla cessione in prestito all’Aston Villa, l’anno scorso, dove si ruppe il tendine d’Achille alla seconda apparizione, e a quella al Forest di quest’anno.

Ora, torna da noi con il peso di un brutto infortunio dal quale recuperare, e con l’incognita di due sole partite ufficiali giocate nell’ultimo anno. La trattativa per il suo acquisto è stata tribolata, perché molte squadre di Championship avrebbero voluto poter scommettere sul talento del ragazzo di Nottingham, ma solo il Forest, a quanto pare, ha accettato di sottoscrivere la clausola richiesta dal Tottenham: il pagamento di un terzo dello stipendio, ammontante a 45.000 sterline a settimana: il Forest, dunque, per un prestito di quattro settimane, pagherà un totale di 60.000 sterline: un’operazione, dunque, nel complesso rischiosa e poco comprensibile, ma indubbiamente affascinante.

* * *

E, un’ultima cosa: durante la mia infanzia e durante la mia adolescenza ho dissipato più di un pomeriggio a coniugare le mie due passioni, il calcio inglese e il Subbuteo, in interminabili sessioni di gioco durante le quali io e un altro malato di mente come me riproducevamo la stagione calcistica d’Albione rifacendo le partite estratte dalle fixtures riportate dalle pagine dedicate al calcio estero dal Guerin Sportivo: ciascuna partita, 15 minuti inesorabilmente scanditi da un timer da cucina; dopo ciascuna, si stilavano classifiche e tabellini dei marcatori (certo, gli omini avevano i numeri, dipinti da me, grazie alla possente attrezzatura da modellismo di mio padre).

Il mio amico era per il Tottenham, io dividevo le mie simpatie (prima dell’innamoramento per il Forest) tra Arsenal e Liverpool: per cui, quando giocavano queste squadre, la scelta di chi giocava per chi era immediata. Altrimenti, in caso di dubbio, o nel caso in cui ci fosse una squadra simpatica a entrambi (come l’Aston Villa), sorteggiavamo.

Naturalmente, anche nel caso in cui ci fosse una squadra antipatica a entrambi, come il Manchester United, sorteggiavamo: in questo caso, però, temo, la nostra etica professionale diveniva a tratti traballante, visto che i Diavoli finirono il campionato tipo con 8 o 9 punti, tornando immediatamente in quella seconda divisione che avevano, del resto, appena abbandonato nel mondo reale.

Ah, e, naturalmente, per la FA Cup vigeva la vecchia e sacrosanta regola dei replay a oltranza in caso di pareggio, cosa che rendeva interminabili i turni di coppa.

Non avevamo a disposizione molte squadre, per cui utilizzavamo quelle che si avvicinavano di più, cromaticamente, alle maglie reali: per esempio, non avevamo nessuna squadra gialla, per cui il Norwich, nelle nostre partite, giocava sempre in bianco.

Il mio amico, ancora più integralista di me, propose addirittura, una volta, di bagnare il panno per simulare i terreni pesanti che vedevamo alla domenica sera nelle sintesi trasmesse dalla Svizzera, ma l’esperimento — pure soddisfacente, dal punto di vista puramente tecnico — fu interrotto subito, a causa dell’incazzatura terrificante della madre del mio amico quando vide la traccia verde rimasta sulla moquette sulla quale il panno era steso. Mi ricordo che mi disse cose tipo “vabbè lui lo so che è un idiota, ma speravo che almeno tu avessi un po’ di cervello”, cose così.

La rottura dei giocatori era una piccola tragedia, alla quale si cercava di rimediare risaldando la plastica con qualche goccia di trielina, soluzione che evitava sia il brutto blob trasparente di Uhu, sia l’accorciamento inesorabile del giocatore provocato dalla saldatura a caldo fatta con il cacciavitino arroventato sul gas. Ma, per verosimiglianza (allora c’era un solo sostituto in panchina, e le squadre finivano spesso in dieci), la riparazione avveniva alla fine della partita, che veniva conclusa in inferiorità numerica da chi pativa l’infortunio.

E il pallone, naturalmente, era tutto bianco.

Dico questo perché ho scoperto il blog di un mio esatto coetaneo che aveva le mie stesse fissazioni: lo segnalo e lo linko, provando, indubbiamente, nel farlo, molta più nostalgia di quella che sento nel ricordare l’anno di Jenas al Nottingham Forest.

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Il mercato della Championship in numeri

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Money and football
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Chi segue questo blog sa che mi interessano molto i numeri, l’aspetto economico e finanziario sotteso alla gestione di un club calcistico. Non è da oggi che i soldi sono uno dei fattori più importanti nella vita di una squadra di calcio; anzi, sono sempre stato il fattore più importante. La differenza tra oggi e ieri è che ieri poteva ancora verificarsi il miracolo occasionale e quasi inconsapevole di una grande squadra che nasceva quasi per caso, o perché, per incredibile fortuna, un gruppo di ragazzi di talento crescevano tutti insieme nello stesso quartiere o nella stessa città (penso al Celtic a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, e all’Ajax di Cruijff, due squadre i cui giocatori erano quasi tutti nati a meno di 15 chilometri dallo stadio), o perché un manager particolarmente abile riusciva a fare le nozze con i fichi secchi, a individuare giocatori di talento a poco prezzo o a supplire con la sua abilità tattica alle carenze tecniche dei suoi giocatori: e qui i casi che mi vengono in mente sono, soprattutto, il Forest di Brian Clough e il Borussia Moenchengladbach di Udo Lattek degli anni ’70.

Ora miracoli come quelli non sono più possibili, essenzialmente, per tre motivi:

  • La possibilità che un giovane talento sfugga dalle maglie delle reti tese dalle grandi squadre in tutto il mondo è bassa. Da questo punto di vista, i margini di manovra dei piccoli club sono scesi di molto, rispetto all’era pre-Premier League. È molto più facile, anzi, che le giovanili delle grandi squadre vadano in “overbooking”, acquistino, cioè, giovani di belle speranze ben oltre le necessità di ricambio della prima squadra, togliendo, così, a ragazzi promettenti la possibilità di maturare in ambienti che li valorizzino e in cui possano giocare molto. Il caso di Bamford, passato dalle giovanili del Forest a quelle del Chelsea, e ivi dispersosi, è esemplare.
  • La forbice tra gli ingaggi delle grandi squadre e quelli delle piccole è enormemente aumentata, e, anche grazie alla legge Bosman, è diventato impensabile che un giocatore davvero bravo stazioni al di fuori del circuito della Champions League dopo l’anno del suo lancio definitivo. Negli anni ’60 e ’70, Cruijff giocò nella relativamente piccola Ajax per nove anni, prima di cedere alle lusinghe del Barcellona; al giorno d’oggi, un giocatore olandese di quel livello partirebbe per la Spagna o per l’Inghilterra dopo un anno, se non dopo sei mesi. Inoltre, la rottura completa delle frontiere ha reso il mercato davvero globale, rendendo impossibile trattenere i giocatori forti non solo alle squadre minori dei campionati di punta, ma anche alle squadre forti delle Nazioni e dei campionati meno attraenti per le TV.
  • I miracoli di Nottingham e di Moenchengladbach (ma anche quelli di Bruges e di Malmoe, squadre arrivate, comunque sia, alla finale di Coppa dei Campioni) erano dovuti all’esistenza di un tessuto economico sottostante molto florido, che riusciva a sostenere, con le sue risorse, le necessità economiche (non basse, ma nemmeno alte come ora) di una squadra di vertice, e ne determinava le fortune. Non a caso, il calcio in Europa è cresciuto nelle città industriali (Milano, Torino, Liverpool, Manchester, Monaco, Saint Etienne, il bacino della Ruhr) e non nelle grandi capitali amministrative (Roma, Londra, Parigi, Mosca, Berlino). Le eccezioni, Madrid e Lisbona, sono dovute alla presenza, in quei Paesi, di regimi fascisti interessati a dirottare risorse economiche e politiche su Real e Benfica, per motivi di prestigio nazionale. Ora contano solo i soldi che ha il proprietario, mentre il contesto economico e sociale di cui la squadra è espressione è una variabile del tutto irrilevante: la crescita del calcio nelle grandi Capitali europee, infatti, è conseguenza della discesa in campo dei grandi Tycoon dell’energia, interessati, esattamente come i dittatori fascisti, a sedi di prestigio per dare visibilità al loro impegno. Il pubblico è molto più importante come cornice televisiva che come fonte di reddito, tanto che trasferirsi in uno stadio più piccolo, che garantisca punte inferiori di incassi ma fornisca una cornice spettacolare migliore, è, spesso, un vantaggio: Juventus docet. Se ci pensate, una squadra di una regione ricchissima che porta 80.000 persone a ogni partita allo stadio, come il Borussia Dortmund, è economicamente molto meno potente di una squadra di una regione depressa con uno stadio da 15.000 posti sempre mezzo vuoto, come l’Amzhi.

Certo, nulla vieta che un miliardario cinese prima o poi cerchi di riportare il Luton Town in finale di FA Cup, ma, se ci riuscisse, tipo investendo negli Hatters 1.978 milioni di sterline, sarebbe sempre un fenomeno attinente alla psicopatologia della ricchezza, non un miracolo tecnico o esistenziale come lo furono il Forest di Clough o l’Ajax di Michels-Kovacs.

Vabbè, esaurita la filippica iniziale, vediamo, dunque, un po’ di cifre della transfer window di Championship, appena conclusasi.

Un piccolo inquadramento economico sulla nostra lega preferita: la Championship è un campionato che guadagna tanto, va detto subito; ha un buon ritorno di pubblico (è il quarto campionato d’Europa per spettatori dopo Bundesliga, Liga e EPL, dal momento che ha recentemente superato la Serie A e la Ligue One), ha un buon ritorno di sponsorizzazioni, e la sua finestra di mercato, come vedremo, si chiude sempre, storicamente, in attivo; inoltre, l’anno scorso è stato attivato un meccanismo di ridistribuzione dalla PL (i cosiddetti solidarity payments) del proventi televisivi nazionali e europei della serie maggiore che ha portato, la scorsa stagione, a un aumento delle entrate totali fino a 423 milioni di sterline (+4% rispetto all’anno precedente).

Però non è un campionato florido. I 423 milioni di sterline vanno via, per il 90%, in stipendi di giocatori, e, in più, ci sono tutte le altre spese. Per esempio, i Club di Championship, la scorsa stagione, hanno speso, in totale, 18,7 milioni di sterline in commissioni per gli agenti, quasi un milione a testa!

La perdita operativa consolidata della Lega, l’anno scorso, è stata, infatti, di 130 milioni di sterline, mentre la perdita pre-tax è stata di 189 milioni di sterline. Una situazione al limite della sostenibilità (il debito totale della Football League — quindi Championship, League One e League Two è di 1 miliardo di sterline!), che ha portato il direttivo dei Club della Championship a deliberare, come petizione di principio, l’adozione di una forma particolare di Financial Fair Play basato, essenzialmente, su una forma di contenimento dei salari, che aiuti, se non a rientrare, almeno a rendere la situazione finanziaria un po’ meno drammatica.

Si tratta, appunto, di una formulazione di principio le cui modalità di attuazione sono ancora da definire, anche perché rimane il grande nodo dei club retrocessi dalla EPL: siccome la massima serie non ha nulla del genere, la conseguenza sarebbe che un club retrocesso in Championship quasi certamente non avrebbe i requisiti per disputare i campionati della Football League; d’altronde, una disciplina transitoria per i club retrocessi non sarebbe equa, anche perché, spesso, come insegnano gli ultimi anni, sono proprio i club provenienti dalla massima serie a dare i maggiori problemi. In attesa di queste norme, il debito complessivo della FL aumenta, e, con questa tendenza, tra dieci anni sarà di 2 miliardi di sterline, oltre ogni possibilità di recupero.

Detto questo, guardiamo alcune cifre dell’ultimo mercato (fonte transfermarkt):

  • I club di Championship hanno speso, in totale, £75.138.800, e hanno ricevuto £83.793.600, il terzo maggior introito degli ultimi dieci anni.
  • Il profitto fatto dalla divisione, dunque, è stato di £8.654.800.
  • La Championship ha sempre avuto un mercato in attivo a partire dal 2004-05, l’anno in cui ha preso la nuova denominazione.
  • Il saldo attivo totale di mercato della Championship, a partire dal 2004-05, è stato di circa 372 milioni di sterline.
  • Ogni club ha speso, mediamente, £3.207.783, mentre ha incassato, mediamente, £3.491.400. il ricavo medio per club è stato, dunque, di £283.617.
  • In realtà, solo 10 club su 24, in totale, hanno avuto una finestra di mercato in attivo. Il club che ha avuto il maggiore saldo di mercato è stato il Wolverhampton W, con +£15.500.000.
  • Gli altri club che hanno avuto un attivo di mercato sono stati Birmingham City (+5,2m), Blackpool (+114.000), Boro (+1,4m), B&HA (+1m), Watford (+3,5m, grazie alla politica di prestiti gratuiti intra-gruppo), Burnley (+5,5m), Leeds (+1,9m), Palace (+2,5m), Huddersfield (+5,8m).
  • Il Barnsley ha operato solo con cessioni e acquisti a titolo gratuito, mentre il Forest ha perso 2,6m di sterline, escluso l’acquisto di Billy Sharp, preso per una cifra di entità non nota. Questo, perché tutti gli abbandoni sono stati a titolo gratuito di giocatori in scadenza di contratto, a parte quello di Chris Gunter, pagato da Reading £2.640.000.
  • La perdita maggiore l’ha avuta il Cardiff City, con -9,5m, mentre la spesa complessiva maggiore l’ha fatta il Blackburn Rovers, con 14m, di cui quasi 9 solo per Jordan Rhodes, che, con il suo prezzo di 8.880.000 sterline, è stato anche il giocatore più costoso della lega.
  • L’incasso maggiore l’ha totalizzato sempre il Wolverhampton W, e penso che non sia un dato sorprendente, con £26.796.000.
  • La lega dalla quale sono arrivati più giocatori è la EPL: dalla massima serie, infatti, sono scesi ben 62 giocatori, molti di più di quelli passati da una squadra di Championship all’altra (45). Dalla League One sono arrivati 45 giocatori, e dalla League Two ne sono arrivati 23.
  • Dalle leghe straniere sono arrivati 60 giocatori; di questi 60, 13 sono finiti al Watford, 10 dei quali dall’Udinese.
  • Dalla Championship sono finiti in EPL 34 giocatori. Il più costoso di questi è stato Steven Fletcher, passato dai Wolves al Sunderland per £14m, il secondo trasferimento più costoso di tutti i tempi dalla seconda alla prima divisione del calcio inglese, dopo quello di Darren Bent, passato dal Charlton agli Spurs per £22m.
  • In uscita, la lega più popolare è la League One, con 62 partenze, mentre 40 giocatori sono finiti in League Two.
  • Il club che ha registrato più arrivi è stato il Watford, con 17, mentre quelli con più partenze sono stati i Blackburn Rovers, i Bolton Wanderers e Sheffield Wed, con 14 ciascuno.
  • Il Boro ha ottenuto la sua quarta stagione attiva di fila, mentre il Leicester City è la squadra che ha la più lunga striscia negativa, con tre.

Spero che sia un articolo interessante, in attesa del commento agli highlights della partita di ieri, nei quali andrà visto e rivisto, soprattutto, il meraviglioso passaggio di Coxie per il pareggio di Dex, davvero una roba alla Xavi.

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Le ultime di mercato.

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Si rincorrono le voci su ulteriori arrivi al Forest, ma, per ora, nessuna di esse sembra concreta.

In uscita si registra la già ampiamente annunciata partenza verso Derby County FC di Kieron Freeman, giovane terzino destro U21 gallese, che aveva già mostrato — anche su twitter — ampi segni di insofferenza per lo scarso spazio che avrebbe avuto quest’anno al Forest.

Per quanto riguarda la Lega in generale, si “aggrava” la situazione dei Wolves, tra i favoriti del campionato, che in due giorni hanno perso nientepopodimeno che Jarvis, destinazione West Ham United, e Steven Fletcher, destinazione Sunderland. Una squadra un po’ da rifondare, i soldi probabilmente ci sono, ora bisogna vedere come verranno usati.

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Breaking news: i giocatori kuwaitiani

L’apposita commissione tecnica della FA ha rigettato la richiesta avanzata dal Nottingham Forest FC per un permesso di lavoro per i giocatori kuwaitiani Bader al-Mutawa e Hussain Fadhel del Qadsiya SC, e Khalid al-Rashidi dell’Al Arabi SC, motivando la decisione con il ranking troppo modesto de Kuwait nelle classifiche FIFA. I suddetti giocatori, dunque, torneranno quanto prima nel loro Paese, ai loro club di appartenenza.

Devo dire che un po’ per Bader mi dispiace. Era un giocatore che mi incuriosiva, e che si era portato bene nelle amichevoli di preparazione.

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