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Il senso di Brian per gli sbarbi.

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Lo so, abbiamo battuto il Cardiff City, e martedì giocheremo contro il Blackpool, quindi l’attualità dovrebbe prevalere sulla nostalgia. Ma è un po’ che non pubblico un articolo sui vecchi tempi, e le domeniche di ottobre sono molto adatte al ricordo. Domani commenterò la bella prova contro i Bluebirds, ma prima beccatevi questo.

Io lo devo dire: del periodo di Clough al Forest amo soprattutto le storie del periodo di mezzo. Perché sono quelle che conosco meno: erano i tempi in cui il calcio inglese era quasi completamente oscurato dalla già scarna informazione sportiva italiana, per via del rancore post-Heysel e del bando che privava delle squadre inglesi l’unico palcoscenico allora minimamente fruibile per televisione, le coppe europee.

E anche perché dalla metà degli anni ’80 alla fine del decennio è stato il periodo in cui, forse, ho seguito meno il calcio in vita mia. Erano anni di altre scoperte, di altre esplorazioni, della sopravvenente maturità: guardavo qualche partita alla tele, ma senza tanta passione. Anche la mia passione per il Forest — così come quella per l’Inter — si era molto indebolita. Se capitava, guardavo i risultati, ma nulla di più.

Per questo motivo, quasi tutte le storie che parlano di quel periodo sono nuove anche per me. È un po’ come guardare delle puntate che non si sono mai viste di una serie televisiva o di un cartone che ci piaceva quando eravamo piccoli: si riconoscono alcuni personaggi, si vede che qualche altro personaggio a cui ci si era affezionati non c’è più, e si rimpiange anche, un po’, l’ingenuità di quegli anni, di quelle narrazioni, e della meraviglia che provavano quei noi stessi di allora di fronte a quei racconti.

Da questo punto di vista, una fonte inesauribile di meravigliati rimpianti è il bellissimo All life’s a game, di Trevor Frecknall, il libro di un altro giornalista sportivo del Nottingham Evening Post. È forse meno bello di quel vero e proprio capolavoro che è Provided you don’t kiss me, di Duncan Hamilton, suo collega, ma è più ricco di fatti, e, soprattutto, riesce a raccontare il Nottingham Forest e Brian Clough inserendo le vicende del manager e della società nel contesto sociale e economico del Nottinghamshire di quegli anni, gli anni della de-industrializzazione e della crisi che cominciava a colpire le due più importanti industrie della città delle Midlands, la Raleigh e la John Player Special. Voglio dire, ora chi se ne frega del contesto sociale e economico, arriva uno zozzone pieno di soldi da qualche buco di culo del mondo in qualche altro buco di culo del mondo (calcisticamente o anche non calcisticamente parlando) ancora peggiore e ci impianta su una squadra della madonna in quattro e quattr’otto: ma allora, prima degli agenti e dei PR, una squadra era diretta emanazione della sua comunità di appartenenza, e ne accompagnava spesso, a volte precedendole, a volte essendone preceduta, le fortune sociali e commerciali.

Frecknall era meno intimo di Clough di quanto non lo fosse Hamilton, anche se ci parlava spesso, pare anche con una certa confidenza; proprio per questo il suo libro si sofferma più di quanto non faccia quello del suo collega su personaggi secondari, anche marginali, della storia del club.

Quella che volevo raccontarvi oggi viene proprio da quel periodo “oscuro”, la fine degli anni ’80. È una delle stagioni più tristi della storia del Forest, se non la più triste in assoluto, e è la storia di tre di questi “personaggi secondari”: si tratta di tre ragazzi delle giovanili e delle loro alterne fortune. È un racconto che mostra quale fosse il rapporto di Brian Clough con i ragazzi del Forest: il Gaffer era un misto tra un insegnante, un sergente maggiore e un padre, e aveva con i ragazzini che bazzicavano la squadra un rapporto molto più stretto e profondo di quanto — immagino — non abbiano adesso con loro i manager dei grandi club della EPL (perché sì, allora il Forest era un grande club della Prima Divisione inglese). Ecco, posso immaginare, forse, che Ferguson tratti — a volte — con i ragazzi dell’accademia nel modo in cui lo faceva Clough, ma le dimensioni del Man U di adesso e quelle del Forest di allora non sono paragonabili, e non penso che sir Alex abbia tutto il tempo che aveva sir Brian per guardare ai vivai; e, comunque sia, si tratta sempre di un manager della vecchia scuola, che incontrò Clough sul campo, che lo conosceva e che lo rispettava.

Il titolo del capitolo è Is the non-shaver strong enough?, ovvero, Lo sbarbatello è abbastanza forte?

È la domanda che si è fatto, prima o poi, qualsiasi allenatore di prima squadra assistendo alle imprese di qualche sgallettato delle giovanili di fronte ai pari grado, e immaginandoselo affrontare qualche terzino pelato ultratrentenne assetato di sangue che sa che il rinnovo del suo magro contratto e gli ultimi spiccioli che riuscirà a spremere dalla sua faticosa carriera passano anche da quanto poco riuscirà a far giocare l’esuberante esordiente. Il brutto e il meraviglioso, del calcio così come della sua meno articolata metafora, la vita, è che nessuno può dirlo, prima. La differenza tra Brian Clough, anche di un Brian Clough in quella che alcuni identificano già come la sua fase calante, e un allenatore normale è che, di solito, Brian Clough riusciva a indovinarlo prima, e che quando pensava di sì, non aveva paura di mettere alla prova le sue convinzioni.

Ladies and Gentlemen, from Nottingham, East Midlands, Trevor Frecknall!

Per trascinarmi fuori dall’ufficio durante gli inverni nei quali era Hamilton [Duncan Hamilton, l’autore di Provided… del quale abbiamo parlato sopra, che era subentrato a Frecknall nel seguire le partite del NFFC] a seguire fedelmente le sorti del Forest, andavo spesso a seguire le partite di qualche A-team dei dintorni al sabato mattina, per scriverne uno scarno report da pubblicare il giorno dopo. Gli A-team, in sostanza, erano le squadre giovanili, la parata delle speranze dei club della lega; gli apprendisti diciottenni che durante una partita lottavano per trasformare i loro sogni adolescenziali in adulte realtà con molta più forza e passione di quante non ne avessi messe io in una vita passata sul bordo del campo.

I ragazzi del Mansfield Town, per esempio, giocavano su un campetto esposto e battuto dal vento di una scuola del villaggio di Edwinstowe il cui groundsman, venni poi a sapere, era Johnny Franks, che era stato l’opening bowler sinistro per la squadra di cricket delle scuole del Nottinghamshire Under 15 nella quale avevo giocato anch’io nel 1960. Lui andò avanti con il cricket, tanto da ottenere un provino al Trent Bridge per un posto della squadra della Contea per il Championship, ma, incredibilmente, fu scartato dal comitato quando i commissari si resero conto che era balbuziente. Immaginatevi, dunque, la sua gioia quando poi, molti anni dopo, nel 1996, suo figlio Paul si guadagnò un posto nella stessa squadra della Contea.

Il Notts County, invece, non aveva un luogo fisso per le sue partite nella Midland Intermediate League. A proposito, mi ricordo che una volta il grande manager del County, Jimmy Sirrell, mi raccontò che la parte più difficile del suo lavoro era proprio mettersi seduto accanto a un ragazzino alla fine di una stagione agonistica, guardarlo negli occhi e dirgli “ragazzo, mi dispiace molto…”. Il manager-che-non-parlava-mai mi spiegò: “È come dire a un ragazzo che ha una malattia mortale, perché se un ragazzo è arrivato fin lì è perché il suo unico sogno è quello di giocare al calcio e di essere un calciatore. E tu stai per uccidere quello che ha di più caro: la sua ambizione”.

E, anche se Brian Clough non mi disse mai nulla di simile, condivideva questo sentimento. Steve Stone è la prova tangibile di ciò.
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Steve Stone Nottingham Forest
Difficile riconoscere in questo signore precocemente invecchiato Steve Stone, il ragazzino di cui si parla nell’articolo.

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Nonostante i suoi difficilmente dissimulabili doposbornia, e nonostante il mantra che ripeteva continuamente, “voglio controllare tutto al club, da chi lava le magliette in su”, se il Forest giocava in casa il sabato pomeriggio, Clough, alla mattina, non si perdeva una partita dell’A-team. Compariva invariabilmente a un certo punto a bordo campo con il suo golden labrador, Del Boy, alle calcagna, per veder giocare i teen-ager. In quelle occasioni, anche il genitore più orgoglioso del frutto dei propri lombi distoglieva l’attenzione dal campo di gioco per guardare il Gaffer pattugliare il bordocampo guardando tranquillamente quello che succedeva sul terreno di gioco.

Per quanto riguarda Stone, gli vide solo calciare qualche pallone, nelle giovanili, prima dell’incidente. Stone era nato in Scozia nel 1971, in un paesino chiamato Knockentiber, ma era cresciuto nel Nordest dell’Inghilterra. Si era rotto malamente una gamba prima di riuscire a entrare stabilmente nella routine dell’A-team e dell’Accademia: allenamento alla mattina, pranzo al Jubilee Club (il bar convenzionato con la squadra, quello dei supporter), in modo da poter dare un occhio alla dieta, rifinitura con la prima squadra al pomeriggio, e vita nelle terrace-house di proprietà della squadra che sul dietro davano sulla parte di Bridgford End che finisce al City Ground.

Fu mandato a casa per recuperare dall’infortunio, ma scoprì con orrore, durante una visita, che l’osso si era saldato male, e che, quindi, la parte inferiore della gamba, una volta guarita, avrebbe formato una specie di arco che gli avrebbe reso impossibile giocare a calcio. Questo volle significare un’altra operazione per ri-rompere l’osso, e, per il ragazzo, un duplice dubbio: (a) se l’osso questa volta si sarebbe saldato giusto, e (b) se avrebbe recuperato la straordinaria mobilità e velocità che avevano contribuito a garantirgli l’agognato posto nell’Accademia del Forest. La seconda convalescenza la passò a Nottingham, questa volta, di modo che i medici potessero seguirne meglio il recupero.

A poco a poco cominciai a conoscerlo, a metà di quell’inverno, nella stagione 1988-89, mentre faceva esercizi di recupero con un’ala destra di quel tempo, Gary Crosby, anche lui in convalescenza. Li conobbi mentre facevano un’esercizio piuttosto strano, per rinforzare i muscoli delle gambe indeboliti da un grave infortunio. Crosby, che era stato tirato su per 15.000 sterline dall’oscurità della Beazer Homes League [la Southern League, come si chiamò per qualche anno: il settimo e l’ottavo livello del calcio inglese, appena sotto le due Conference], per la precisione dal Gratham, quando si era ormai rassegnato a fare del calcio il suo secondo lavoro, dopo quello di carpentiere, e che aveva sofferto un grave infortunio al ginocchio in una partita di campionato contro il Coventry City, a metà del novembre del 1988; una campana a morto per le sue ambizioni calcistiche, almeno a guardare quello che Clough aveva patito nella sua carriera.

[Allenatore del Gratham, allora, era Martin O’Neill: non è escluso, anche se le fonti non lo riportano, che fosse stato proprio Martin a segnalare a Clough il giocatore.]

Era appena passato Natale, e a turno spingevano la berlinetta di Crosby su per una leggera salita, in una viuzza a fondo chiuso accanto al Jubilee Club. Uno spingeva, l’altro sedeva al volante e guidava. Poi si scambiavano di posto. Ogni tanto, il fisioterapista del Forest, Lyas, veniva fuori e controllava quello che stavano facendo. L’unica cosa che Lyas non riuscì mai a sentire da parte dei due ragazzi è un lamento. Circondati da tre lati da alti muri in mattoni, l’unica cosa che i due riuscivano a vedere ogni giorno attraverso occhi socchiusi dal sudore era la possibilità di poter giocare di nuovo.

Io parlavo loro abbastanza spesso, le poche volte che si prendevano qualche minuto di riposo, non solo perché ero pieno di ammirazione per la loro determinazione, ma anche perché mi era venuta voglia di scrivere un articolo su di loro. Purtroppo, mi avevano detto chiaramente che non avrebbero più parlato con me se avessi osato far e una cosa del genere. Insomma, non credo proprio che sarebbe piaciuto loro che io pubblicassi una foto di loro che spingevano un’auto…

La spiegazione che mi davano? “Il Gaffer non vuole leggere articoli sui giocatori infortunati”.

Una volta o due, mentre chiacchieravo con Clough, misi alla prova questa loro affermazione. Invariabilmente, ogni volta che finivamo un’intervista, il Gaffer mi chiedeva: “Qualcos’altro da chiedere, prima che torni al lavoro?”. Così, gli chiesi se pensava che Crosby avrebbe potuto tornare a giocare, e gli parlai anche di “quell’altro ragazzo così determinato che sta lavorando con lui per il recupero”.

Gli occhi di Clough si rabbuiarono; cercava sempre di dare una risposta alle mie domande, in quel caso, però, mi disse: “non appena lo saprò con certezza, te lo farò sapere”.

E, in effetti, verso la fine della stagione 1988-89, terminando una chiacchierata mi disse la formazione che avrebbe schierato il sabato seguente: “Oh, a proposito, hai una piccola storia da pubblicare per sabato: ho deciso di proporre al giovane Stone un contratto da professionista. Non ho idea se davvero lo valga o no, ma da quello che mi hai detto tu, e da quello che ho visto, merita una possibilità. E i miei allenatori, la cui opinione del resto vale molto più della tua, mi hanno detto la stessa cosa. Non ha avuto una sola possibilità di far vedere il suo valore da apprentice, qui, così vedremo come si comporta in prima squadra nei prossimi 12 mesi.

“Bellissimo, Brian!”, dissi.

“No.” disse quasi con irritazione. “Sarà bellissimo solo se ce la farà. Se non ce la farà, avrò buttato via un altro anno della sua vita , e io avrò segnato sulla lavagna della mia, di vite, un’altra decisione sbagliata”.

“Beh, il tempo impiegato inseguendo un sogno non è mai buttato via, no?”, risposi.

“Piantala. Le frasette a effetto sono il mio lavoro. Però, ammetto che questa non è male. Smetti di ridere e scrivila. Ora togliti dalle palle [now fuck off] e lasciami lavorare”.

“Niente altro?”

“Stai diventando avido. FUORI DALLE PALLE!”

Stavo uscendo dal corridoio che portava al suo ufficio il posto in cui parlavamo e in cui mi rilasciava le sue interviste — per tornare nel foyer pubblico, quando lo sentii urlare “Ehi, aspetta un attimo!”.

Mi girai, e, con mia sorpresa, mi fece entrare nel suo ufficio, il sancta sanctorum, come lo chiamavano tutti con reverenza. Mi fece sedere, mi allungò un ginger scotch, si versò una vodka (un compito che, di solito, chiedeva a Carol — la sua segretaria — di adempiere) e si sedette alla scrivania, sempre indossando il berretto piatto che era diventato uno dei suoi marchi di fabbrica.

“Sto anche per offrire un contratto di un anno al giovane Scot Gemmill“, mi disse a bassa voce.
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Scot Gemmill con la Zenith Data System Cup
Scot Gemmill (a sinistra) e Kingsley Black con la Zenith Data System Cup (o Full Members Cup) conquistata dal Forest nel 1992 grazie alle loro reti, ben tre anni dopo gli eventi narrati nell’articolo. Non stupisce che tre anni prima Clough lo giudicasse un “bairn”.

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“Bene”, dissi segnando anche questo sul taccuino.

“Non perché suo padre lavora per me. Bada bene. Quel piccolo bastardo [Archie Gemmill, formidabile giocatore scozzese del Derby County e del Forest di Clough, quello che giocava i palloni conquistati a centrocampo da McGovern] sta puntando il mio lavoro, ma non lo avrà mai, puoi starne sicuro.”

Stava sorridendo, con le guance accese dall’arietta che saliva dal Trent, e da un ritorno della sua naturale e quasi infantile malizia.

“Posso scriverlo?”

“Meglio di no”, mi disse. “Ma il giovane Gemmill ha fatto abbastanza da far pensare che potrebbe farcela. L’unica mia preoccupazione è se sia abbastanza forte.”

“Si infortuna?”

“Non è tanto questo.” La voce di Clough era diventata poco più di un sussurro cospirazionista, anche se eravamo soli e la porta era chiusa. “È ancora un ragazzino [Clough dice “bairn”, che è la parola scozzese per indicare un bambino]. Ha diciott’anni, ma penso che non si faccia nemmeno la barba. Avrà tipo un paio di peletti in tutto su tutto il corpo. È ancora un ragazzo, e questo è un gioco da uomini. Ma le altre qualità che dovrebbe avere un giovane calciatore le ha tutte. Così gli darò un anno. Lui e il giovane Stone sono molto amici, e si faranno coraggio l’un l’altro. E non farmi fare la figura del vecchio rincoglionito sentimentale nell’articolo, mi raccomando. Ora finisci di bere e fuori dai coglioni. Fai di quel che ti ho detto quel che meglio credi.”

Naturalmente, la cosa importante non è quello che avrei o non avrei fatto io con questa storia, ma quello che Steve Stone e Scot Gemmill avrebbero fatto della doppia scommessa di Clough.

Sono diventati tutti e due nazionali. Altri due giocatori che debbono a Clough quel po’ di tempo in più per far diventare realtà i loro sogni… e tutto questo nel tempo in cui il maestro dei manager avrebbe dovuto essere in parabola discendente.

Stone, diventato meno veloce ma più potente dopo l’incidente, grazie a tutto il tempo passato a spingere l’auto di Crosby, giocò 229 partite per il Forest nei dieci anni a partire dal 1989, soprattutto all’ala destra, il posto occupato prima di lui da luminari del ruolo quali Martin O’Neill e Trevor Francis. Fece nove apparizioni con la maglia bianca dell’Inghilterra, e fece parte della squadra selezionata per Euro ’96.

Il giovane Gemmill (sarà sempre “il giovane Gemmill”, a causa dell’impressionante traccia lasciata dal suo battagliero padre) giocò 245 partite per il Forest negli anni ’90, e si guadagnò 26 cap con la Scozia. Seguì le orme di suo padre anche dopo il ritiro, diventando allenatore; ora lavora per la Federazione scozzese, nello staff della nazionale Under 19.

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Purtroppo, Gary Charles, che aveva esordito nella stessa partita contro il Coventry nella quale Cosby si era fatto male, non era atteso da un destino simile. Era diciottenne anche lui, un terzino non possente ma velocissimo, nato a Newham, nella West London. Fece un debutto sensazionale, addirittura fuori dal suo ruolo preferito, messo all’ala sinistra in una squadra devastata dagli infortuni.

Ancora più sorprendente è il modo in cui Clough decise di rischiare la carta del suo debutto, in quel mercoledì notte: da quello che aveva visto nel corso di una partita della Derby Sunday League quattro giorni prima. Il figlio maggiore di Clough, Simon, che di giorno gestiva una grossa edicola a mezzo miglio dal campo del Forest, a West Bridgford, allietava le sue domeniche allenando una squadretta locale di dilettanti. Brian, assecondando il suo istinto paterno, incoraggiva gli apprentice del Forest — e anche qualche giocatore un poco più vecchio, se viveva ancora nel lodge del club — a prendere parte a queste partite. C’erano due ragioni per le quali lo faceva: la prima era tenerli d’occhio nell’unico momento della settimana in cui avrebbero potuto sfuggire al suo controllo, in modo che non si mettessero nei guai. Il secondo è che era un ottimo modo per insegnare loro il comportamento che lui si aspettava che un giocatore tenesse sul campo.

In quella particolare domenica del novembre del 1988, a Simon mancava un giocatore, e Brian propose di usare uno dei ragazzi dell’Accademia. Ci fu una breve discussione sulle norme che regolavano l’eleggibilità dei giocatori in quella lega, ma il verdetto unanime che scaturì dal dibattito — cioè, il parere di Brian — fu che “quei tizi (gli avversari) non protesteranno per il semplice motivo che non sapranno che è un abusivo, perché non l’hanno mai visto prima d’ora, e perché probabilmente passeranno anni prima che possano vederlo ancora. Si camufferà perfettamente nel tuo branco di cagnacci.”

Con somma sorpresa del ragazzino, il maestro del manager vide in quei 90 minuti giocati su un campetto spazzato dal vento abbastanza da selezionare Charles per la partita contro il Coventry. Charles rispose segnando una rete, portando scompiglio tra le fila avversarie, e sollevando tanto scalpore da far scattare immediatamente una denuncia nei confronti del club del povero Simon per aver schierato un giocatore non registrato e ineleggibile. Un’accusa che nelle Football Association di contea viene spesso punita tipo con la condanna a morte.

Sembrava che il mondo fosse ai piedi di Charles, anche se avrebbe dovuto superare la competizione dei suoi rivali per il ruolo di terzino sinistro in squadra: e questi erano nientemeno che Brian Laws e Stuart Pearce.

Ma da quel novembre del 1988, ogni volta che il Forest doveva giocare una partita nelle vicinanze dell’East End di Londra, Clough diceva a Albert di portare il bus attraverso le case di Newham dove Charles era cresciuto. Albert rallentava — un po’ per il traffico, un po’ perché glielo diceva Clough — e il manager guardava fuori dal finestrino, ai casermoni di cemento, e si chiedeva “dove caspero ha imparato a giocare a calcio il ragazzino? Dove ha trovato un’aiuola d’erba per cominciare?”

Cercai di chiedere a Charles un sacco di volte la stessa cosa. La sua risposta, sempre la stessa, fu stringersi le spalle e ignorare ogni proposta di fare una storia fotografica su dove avesse mosso i primi passi da calciatore, in una carriera che lo portò a giocare otto anni nel Forest, e a vestire due volte la maglia della Nazionale inglese.

A parte un brusco contatto con la legge venuto da un incidente stradale occorsogli nel tempo del suo debutto, i suoi progressi furono tali da farlo entrare a vele spiegate nella prima squadra. Giocò anche la finale di FA Cup: Charles era lo sfortunato giocatore che fu quasi spezzato in due (naturalmente, per puro caso…) [l’ironia di Frecknall si riferisce al fatto che Gascoigne, infortunatosi al pari di Charles in quell’intervento e portato fuori in barella, non venne espulso dall’arbitro, come avrebbe dovuto essere tutta la vita; fatto che falsò quella partita, vinta poi dagli Spurs ai supplementari] dall’intervento omicida del famosissimo Gascoigne. Strano e triste il fatto che Charles abbia preso, via via, la stessa china di Gazza verso l’oblio. Dopo sole 56 partite nel Forest in quegli otto anni passati al City Ground, girovagò per Derby County, Aston Villa, Benfica, West Ham United e Birmingham City senza mai realizzare le possibilità che Clough aveva intravisto in lui una domenica pomeriggio sul campetto di un parco di Derby. E, mentre cercava di venire a patti con quello che la sua vita era diventata al di fuori del football, cominciò a avere tanti problemi con l’alcol da farsi anche un po’ di dentro e fuori nelle galere di Sua Maestà.
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Il fallo di Gascoigne su Gary Charles

Il fallo di Gascoigne su Charles.

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Stone, il giovane Gemmill e Charles. La vivida esemplificazione di che razza di lotteria sia il calcio, anche per i suoi interpreti più dotati.

E Gary Crosby, chiederete? Il ragazzo che possedeva la berlinetta con la quale lui e Stone cercavano di recuperare? Anche lui ce la fece, anche se la sua carriera fu meno brillante di quella del giovane Gemmill e di Stone: giocò per sette anni nel Forest, scese in campo 152 volte segnando 12 reti. Poi, dopo un periodo in prestito al Grimsby Town, girovagò per le serie minori inglesi fino al 1998, quando fu chiamato a assisterlo dal nuovo manager dei gialloneri, un suo caro amico dei tempi del Forest, il figlio di colui che l’aveva lanciato nel calcio professionistico: Nigel Clough. Giocò e allenò con Clough il Burton Albion fino al 2005, dopodiché divenne l’assistente di Nigel. Insieme, abbandonarono il Burton Albion per il Derby County nel 2009, e Gary è tuttora il secondo di Clough sulla panchina dei Rams.
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Nigel Clough e Gary Crosby

Nigel e Gary accolgono due nuovi acquisti al Derby County: James Bailey (sinistra) e John Brayford. È evidente, visto lo stato in cui versano Crosby e Stone, che la macchina di Gary aveva qualche problemino di emissioni tossiche.

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Ormai lo sapete: a Nottingham Forest Italia piacciono molto le storie collaterali, quelle piccole, quelle che, soprattutto da noi, non conosce quasi nessuno, quelle che vengono fuori come per troppa pressione da quelle relativamente più grandi, come l’epopea di Brian Clough.

Perché il calcio, soprattutto quello inglese, è un patrimonio di storie, e, ancor più, di mitologie, che nella storia dell’umanità ha paragoni solo con quello greco e con quello indiano; e non lo dico affatto pensando di esagerare.

Oltre che a Scot Gemmill, Steve Stone e Gary Charles, l’articolo cita di sfuggita un altro personaggio meraviglioso.

Jimmy Sirrell è stato un manager grandissimo e sottovalutato.

Scozzese di Glasgow, portò il Notts County dalla quarta alla prima divisione, e viene universalmente ricordato come il miglior allenatore che le Gazze d’oltre Trent abbiano mai avuto. Calciatore modesto, il suo massimo risultato fu di giocare qualche partita nel Celtic da riserva, giocò soprattutto nelle serie minori inglesi, e cominciò a allenare il Brentford, per passare al Notts County nel 1969, prendendoli in quarta divisione.

Allenò i bianconeri per dieci anni, portandoli in seconda divisione, li abbandonò un paio d’anni, dal ’75 al ’77, per lo Sheffield United, e poi li riprese dove li aveva lasciati, in Seconda Divisione, in piena lotta per la retrocessione; li risollevò, e li portò in Prima divisione nel 1981, per la prima volta dal 1926, sancendo l’impresa con una vittoria per 2-0 a Stanford Bridge, e abbandonò l’allenamento attivo, diventando general manager, l’anno dopo, dopo aver conquistato un onorevolissimo quindicesimo posto, senza mai correre nessun pericolo di retrocessione.

Tra l’altro, lasciò il posto in panchina a un’altra gloria locale, il nostro Larry Lloyd.

Tornò in panchina tre anni dopo, con il Notts County di nuovo retrocesso e in piena crisi finanziaria, per evitare la retrocessione in terza serie, ma fallì l’ennesima impresa; dopo altri due anni vissuti in panchina, senza gloria e senza infamia, in Terza Divisione, abbandonò definitivamente il calcio.

È uno dei tre manager, nell’intero secolo e mezzo di storia del calcio inglese, a aver portato una squadra dalla quarta alla prima serie. La tribuna principale del Meadow Lane, la County Road Stand, gli fu intestata nel 1993, quando era ancora ben vivo e vegeto, un riconoscimento rarissimo, credo, ma ben meritato. Quando il Chairman gli telefonò per chiedergli il permesso, Jimmy rispose: “’T would be a bloody honour, sir”.

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Jimmy Sirrel tribute gate

Il 25 settembre 2008, dopo aver saputo della morte di Sirrell, i tifosi del Notts County portano fiori e sciarpe di fronte alla tribuna che ha preso il suo nome.

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È un grande misconosciuto del calcio inglese; un grande non altrettanto misconosciuto del football britannico trovò queste parole, per ricordarlo il giorno suo funerale, cui volle a tutti i costi partecipare:

Quello che posso dire è che Jimmy è il manager che avrei voluto per la squadra di cui fossi stato tifoso, e che tutti i manager che l’hanno conosciuto la pensano allo stesso modo.

I manager davvero fantastici, quelli che tutti dovrebbero ricordare davvero, sono le persone come Jimmy, quelle che lavorano senza soldi, o con pochi soldi, e con giocatori tutto sommato modesti, ma che fanno nella loro carriera le cose straordinarie che ha fatto lui al Notts County e allo Sheffield United.

Alex Ferguson

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1993-1995: Frank Clark, o la Grande Illusione.

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Stan Collymore Nottingham Forest 1993-94
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Per ricordare Brian Clough in occasione dell’anniversario della sua morte, occorso il 20 settembre, non parlerò del suo lavoro al Forest, ma del suo ultimo anno e della sua eredità immediata: prendo spunto da un post pubblicato da The Two Unfortunates, un sito di varia umanità con un occhio di riguardo nei confronti del calcio, che, nella serie “Great Football League Teams” dedica un post al Forest del biennio 1993-95, la più forte edizione dei Garibaldi Reds del dopo-Clough. Si tratta di un doveroso omaggio a una delle migliori edizioni del Forest di tutti i tempi, e ai suoi “unsung heroes”.

Molti tra i tifosi del Forest (soprattutto quelli giovani o lontani) sanno tutto dell’ultima straziante partita di Brian Clough, ma non moltissimi sanno che le successive due stagioni furono memorabili, e che la squadra messa su da Frank Clark non aveva molto da invidiare nemmeno a quelle più talentuose messe su dal Gaffer.

Proprio nel momento nel porto della massima serie inglese in cui stava entrando fischiando un piroscafo pieno di vacche grasse, il talento manageriale di Brian Clough suonò i suoi ultimi rintocchi. La Premier League fu inaugurata nel 1992, e il Forest iniziò quella stagione con una grande iniezione di ottimismo: una meravigliosa vittoria interna contro il Liverpool, ottenuta grazie a un gol solitario di Teddy Sheringham, o Edward, come l’eccentrico Manager era solito chiamarlo. Proprio mentre i tifosi che avevano assistito alla partita tornavano a casa felici o parlavano delle prospettive stagionali al pub, il migliore attaccante della squadra, a loro insaputa, dava una svolta decisiva alla stagione dichiarando nel dopo-partita alle neonate telecamere di Sky la sua ferma intenzione di tornare a Londra. Certo, parlare di svolta stagionale dopo una partita può sembrare azzardato, ma fui certamente un punto chiave nella stagione del Forest, dal momento che la squadra che Sheringham si lasciò dietro apparve sgonfiata, e perse sei partite di fila, e cominciò un’inesorabile scivolata verso la retrocessione.

Ci sono stati, recentemente, articoli e post sulla figura di Brian Clough che sembrava mettessero in dubbio le sue abilità manageriali, e che affermavano che la chiave dei suoi successi fu la partnership con Peter Taylor. Da una parte, certo, non bisogna sottovalutare il ruolo giocato da Peter Taylor nei successi del Derby County e del Nottingham Forest negli anni ’70, dall’altra se si osservano ottenuti dalle successive versioni del Forest, costruite da Clough dopo la separazione dall’amico, non si può non rimanere convinti del grande talento del manager di Middlesbrough.

Certo, il Forest non rivinse più la Coppa dei Campioni, ma la serie di piazzamenti nella top ten della prima divisione e la regolare frequentazione di Wembley nelle finali e nelle semifinali delle Coppe nazionali rappresentano, per una squadra come il Forest, un record impressionante; inoltre, questo record fu ottenuto attraverso una qualità di gioco sempre molto alta.

Nel 1991, finalmente, il Forest riuscì a qualificarsi per la finale di FA Cup, dopo essere stati eliminati dagli arci-rivali del Liverpool nelle semifinali del 1988 e del 1989. La finale fu lanciata da tutti i media come l’ultima occasione per Brian Clough di aggiungere alla sua bacheca il solo grande troteo che, fino a allora, aveva eluso gli sforzi profusi nella sua carriera manageriale. Quando il Forest fu battuto dal Tottenham Hotspur, in una finale controversa nel corso della quale giocarono un ruolo fondamentale l’arbitro Roger Milford e il centrocampista degli Spurs Paul Gascoigne, in molti pensarono che fosse arrivata l’ora, per Clough, di fare un passo indietro e godersi la pensione. Ripensandoci a posteriori, forse sarebbe stata la scelta migliore, nonostante il nuovo viaggio a Wembley fatto nel 1992 per giocarsi una finale di League Cup persa contro il Manchester United: la sua aura, infatti, stava sbiadendo, e la sua salute stava visibilmente declinando.

Nulla confermò il fatto che Cloughie stava perdendo il tocco magico più del modo in cui cercò di sostituire Sheringham, e di ovviare alla fatica che, dopo la sua partenza, il Forest stava facendo a segnare: siede che aveva trovato un provetto attaccante di Premier League per risollevare le sorti della squadra, e nel marzo 1993 presentò Robert Rosario, un tizio il cui maggior contributo alla spettacolarità delle partite era quando inciampava nelle sue stringhe, che segnò una rete nelle 10 partite del suo periodo al Forest. [Dedicheremo a Robert un post, prima o poi, visto che si tratta, in fondo, dell’ultimo acquisto di Clough da manager, così come abbiamo dedicato un post al suo primo ingaggio].

La partenza di Clough alla fine della stagione fu gestita in maniera schifosa dal board del Forest, ma, in compenso, l’addio che ricevette dai tifosi, sia quelli di casa sia quelli ospiti dello Sheffield United, alla fine dell’ultima partita rifletté molto di più la straordinarietà dei successi che aveva ottenuto che la tristezza del giorno in cui il Forest abbandonava la massima serie. Fu un momento davvero emozionante, che dimostrò quale fosse stato l’impatto della sua figura sulla storia del Club, e come sarebbe stato difficile sostituirlo.

Clough stesso aveva raccomandato Frank Clark, come suo successore, e l’affabile ex giocatore del Forest fu ingaggiato (anche se solo dopo che il suo vecchio compagno di squadra, Martin O’Neill, aveva rifiutato il lavoro perché il board non gli aveva permesso di portare con lui il suo assistente, l’altra leggenda del Forest John Robertson, suo secondo a Wycombe Wanderers). Clark è una persona deliziano, piacevole, che gode di un grande rispetto da parte dell’ambiente: aveva vinto tutto, con il Forest, e questa continuità con il grande Manager si rivelò un valore aggiunto, nonostante il fatto che Frank non avesse ottenuto risultati particolarmente buoni, nel suo periodo a Leyton Orient. I manager che si sono susseguiti al City Ground dopo la partenza di Clough si sono mostrati spesso intimiditi dall’ombra incombente dei suoi successi, ma l’umiltà di Clark, e il fatto che avesse preso parte attiva agli stessi, sembrò permettergli di confrontarsi molto di più con la squadra e con le sfide che questa gli proponeva che con le foto appese nei corridoi.

La retrocessione significò la partenza di diversi giocatori chiave: ma la loro vendita portò una buona quantità di denaro nelle casse del Forest: Nigel Clough si diresse verso Liverpool sponda red per oltre 2 milioni di sterline e Roy Keane verso Manchester sponda United per 3,75 milioni (fu una cifra record, allora). Nigel aveva trascorso buona parte della sua vita al Forest, alla fine come giocatore, ma prima come ragazzino, quando sedeva accanto a suo padre sulla panchina dei Reds, ma la brutalità del modo di cui il board del Forest aveva allontanato il padre gli aveva lasciato un gusto amaro in bocca, tanto che è lecito chiedersi se quell’evento non stia ancora avvelenando i suoi sentimenti nei confronti dei Reds, e non lo abbia spinto a accettare il ruolo di manager dall’altra parte della strada, a Derby County.

Questi trasferimenti consegnarono a Frank Clark un buon tesoro di guerra con il quale ricostruire la squadra, tanto più che il fatto che Stuart Pearce avesse deciso di rimanere a Nottingham fece capire ai possibili obiettivi di mercato (e anche ai tifosi ancora sotto choc) che le intenzioni del Forest di tornare rapidamente in Prima Divisione erano assolutamente serie.

Il nuovo manager cominciò subito a fare le cose che l’ultimo Clough si era rifiutato di fare: portò al City Ground l’attaccante Stan Collymore da Southend United e il difensore Colin Cooper da Millwall, correggendo gli ultimi errori di Clough e sostituendo in modo degno Teddy Sheringham e Des Walker; entrambi i giocatori erano stati per qualche tempo nel radar del Nottingham Forest, ma Clough si rifiutò sempre di spendere la cifra chiesta per Collymore, anche durante la battaglia per non retrocedere.

Clark fece anche ingaggi di minor profilo ma utilissimi, come l’esperto centrocampista David Phillips da Norwich, Des Lyttle da Swansea City per rimpiazzare la partenza del terzino destro Gary Charles, e poi l’acquisto cruciale, a novembre, dopo una partenza molto meno che spettacolare nell’allora League One: arrivò, infatti, il norvegese Lars Bohinen dallo Young Boys di Berna, che divenne immediatamente uno degli eroi della curva, e che aggiunse ulteriore abilità creativa al centrocampo.

Quando Bohinen arrivò, il 5 novembre 1993, il Forest aveva fatto su solo 4 vittorie nelle 14 partite iniziali della stagione, e i tifosi, che si sarebbero aspettati un ritorno non solo immediato, ma anche dominante nella serie maggiore, stavano diventando leggermente nervosi dentro alle loro magliette con su scritto “On loan to Division One”.

Il Norvegese si dimostrò il catalizzatore adatto per l’alchimia della squadra, e diede il via a una corsa durante la quale, fino alla fine della stagione, i Reds persero solo altre tre partite, e che li vide finire secondi alle spalle del Crystal Palace a ottenere una promozione immediata. Anche se l’arrivo di Bohinen sembrò fornire li pezzo finale al puzzle, certo non fu l’unico acquisto a brillare: Stan Collymore segnò 25 reti in 35 presenze in tutte le competizioni, giocando quasi sempre da attaccante unico nel 451 messo su da Clark, e fu assistito con grande abilità dal quintetto di centrocampo, che, oltre che Bohinen, era composto da Scot Gemmill, figlio d’arte, un altro link al passato glorioso del Forest, attraverso suo padre Archie, che segnò 10 reti, le ali Stone, Woan e Black con 5 ciascuno, e Phillips, non solo grande chiavistello davanti alla difesa, ma anche grande suggeritore di manovre offensive.

Dietro, Cooper mise su subito una grande intesa e amicizia con Steve Chettle, ottimo enfant du pays, e mostrò anch’egli un ottimo fiuto per il gol, visto che, grazie alle sue classiche proiezioni in avanti sui calci da fermo, mise su alla fine della stagione il non disprezzabile bottino di 9 reti, compresa una (questa volta con una gran punizione battuta personalmente) contro il Derby County al Baseball Ground che ci mise in grado di viaggiare a Peterborough, il successivo 30 di aprile, per assicurarci la promozione.
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Clark, dunque, mise su una formazione che assomigliava molto al 451 utilizzato da Mourinho nei suoi anni al Chelsea, con un triangolo di centrocampisti davanti alla difesa, e una sola punta davanti, nel ruolo mirabilmente interpretato a Londra da Didier Drogba. Anche se apparentemente questa è una formazione difensiva, il modo in cui Clark riuscì a interpretarla, sfruttando il talento di Collymore e la sua capacità di sostenere da solo il peso dell’attacco, permise di sfruttare appieno la somma di grandi talenti che il Forest aveva a centrocampo, dando origine a un gioco piacevole, offensivo e spettacolare. Nonostante qualche cambiamento e qualche rotazione, una volta che Bohinen si fu unito alla squadra la formazione tipo rimase sempre più o meno questa:

Crossley

Lyttle — Cooper — Chattle — Pearce

Phillips

Stone — Bohinen — Gemmill — Black/Woan

Collymore

Nei primi mesi della stagione, il Forest aveva tentato varie formazioni e varie combinazioni di giocatori, che includevano, come compagni d’attacco di Collymore, giocatori poi passati ai margini della squadra come lo stesso Rosario, poi Lee Glover, una specie di Nigel Clough dei poveri, uno che aveva trovato fortune molto maggiori di quanto il suo talento non giustificasse sotto l’ultimo Brian Clough, e Gary Bull, uno che più che altro sembra essere stato ingaggiato perché il suo club, il Barnet, galleggiava in cattive acque, dal punto di vista finanziario, e aveva dovuto liberarsi di un ingaggio lasciando libero il giocatore di portare il suo cartellino dove volesse.

Sfortunatamente, nessuno di essi sembrava in grado di tenere le redini dell’attacco, fino all’arrivo di Bohinen, che sostituì le loro statiche interpretazioni del ruolo di seconda punta retrocedendo a centrocampo e giocando, partendo da dietro, un gioco di corsa e passaggio che si attagliò perfettamente allo stile di gioco di Collymore, e che catapultò la squadra prima alla promozione in Premiership e poi a un clamoroso terzo posto assoluto. La promozione fu sigillata da una vittoria a Peterborough, con un London Road pieno come un uovo di tifosi del Forest pronti a festeggiare: la partita non si mise benissimo, con due reti del Posh nei primi cinque minuti, ma con il passare dei minuti le reti di due leggende del Forest, una vecchia e una nuova, Pearce e Collymore, misero le cose a posto e assicurarono il 3-2 necessario a ottenere il ritorno matematico nella massima serie.

La stagione successiva vide l’arrivo di Bryan Roy, stella dell’Olanda, e il Forest si piazzò terzo, qualificandosi per la Coppa UEFA. Poi, la squadra cominciò a disintegrarsi: Collymore passò a Liverpool, ancora con un trasferimento record, e Bohinen sfruttò una clausola assurda del suo contratto per liberarsi e passare all’allora ricchissimo Blackburn. Il Forest condusse una dignitosa campagna europea, sopravvivendo più di tutte le altre squadre inglesi e arrivando fino ai quarti di finale, dove fu eliminata dal Bayern Monaco, ma di lì in poi iniziò un lento e inesorabile declino, e quella squadra rimane, a tutt’oggi, la migliore che il City Gorund abbia mai visto giocare dalla partenza di Clough in poi. Anzi, molto più delle squadre di Clough, per molti tifosi del Forest più giovani è proprio la squadra di Collymore, Pearce, Bohinen e Cooper la pietra di paragone con la quale saggiare la consistenza (o, più spesso, l’inconsistenza) delle versioni del Forest che da allora si sono succedute.
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21 March 1935 – 20 September 2004

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Il saluto a un grande avversario: Leslie Green.

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Oggi è morto Leslie “Les” Green, il portiere del Derby County dell’anno della promozione dei Rams in Prima Divisione sotto la guida di Brian Clough e Pete Taylor.

Les era nato nel 1941, e, oltre che per i Rams, aveva giocato con Hull City, Burton Albion (dove conobbe Peter Taylor), Hartlepool Utd (dove fu portato sempre da Peter Taylor) e Rochdale.

Un pensiero a un ottimo giocatore, fedele alla nostra coppia di allenatori preferita, e esponente di un’epoca irripetibile del calcio inglese.

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Brian Clough e l’alcol

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Ieri sono arrivate a questo blog numerose ricerche basate sul rapporto tra Brian Clough e l’alcol, tipo “l’alcolismo brian clough e peter taylor”, “brian clough era alcolizzato” (sì) e “l’alcolismo brian clough”.

È un tema, naturalmente, molto delicato, ma è anche decisivo per la carriera del Gaffer. Visto che è, anche, un tema di interesse generale, mi impegno a scriverci un paio di post, prendendo spunto dal bellissimo capitolo dedicato proprio al problema dell’alcolismo contenuto nella biografia di Duncan Hamilton, e a quanto lo stesso Brian Clough “confessa” nelle sue autobiografie: nella prima in modo molto soffuso e sottotraccia, nella seconda, dopo l’operazione al fegato, in modo molto più franco e drammatico.

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La leggenda del Forest – Parte prima: Da Eastville a Madrid – Capitolo primo: il 1974-75

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Per festeggiare il “nuovo corso” e, insieme, dare radici solide al nostro futuro, che oggi appare un po’ meno fosco di ieri, per non parlare di come si poteva pensarlo dopo la morte di Nigel Doughty, comincerò una serie di post che traccino la storia del Forest dall’anno in cui Brian Clough prese in mano la squadra ai giorni nostri. Terrò come base per la narrazione l’ottimo Nottingham Forest: Brian Clough and His Legacy – A Complete Record 1975 – 2010, di Pete Attaway, una vera e propria bibbia di dati e di date, con tutte le partite del trentacinquennio con formazioni e reti, ma integrerò il suo racconto con divagazioni e ricordi personali. Voglio dire, cercherò di integrarlo, naturalmente.
Partiamo dalla stagione 1974-75: annus horribilis della vita di Brian Clough, cominciato con la prospettiva di una straordinaria avventura nazionale e europea alla guida del Leeds United, e finito nella palude della parte bassa della seconda divisione, alla guida del Nottingham Forest. Ma, come dicono i saggi, la qualità di un giorno va giudicata alla sera: e, in questo primo post, potremo solo e a malapena scrutare i primi chiarori dell’aurora.

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Il Forest cominciò la stagione 1974-75 con una qual certa fiducia, dopo aver chiuso la precedente stagione al sesto posto della allora Seconda Divisione, e il manager, Allan Brown, si sentì di promettere solennemente che, dopo tre anni, l’esilio della squadra dalla massima serie sarebbe terminato.

La stagione estiva aveva visto la cessione del talismanico cecchino Duncan McKenzie, una mossa forse inevitabile, alla luce dei 28 gol messi a segno nella stagione precedente; inevitabile e inaspettatamente lucrosa, visto che lo spatascio di £240.000 mollate per un giocatore che aveva avuto solo una brevissima esperienza di calcio di vertice quando era ancora un U20 sorprese non pochi operatori.

Una spiegazione della generosità degli acquirenti poteva essere ritrovata nel fatto che il manager che l’aveva fortemente voluto era stato proprio Brian Clough, il manager della più potente squadra d’Inghilterra, l’uomo che stava tentando di riforgiare il Leeds United a sua immagine e somiglianza.

Voglio dire, non so quanto voi conosciate della storia del Forest, ma non penso di rovinarvi la sorpresa anticipandovi che Brian Clough avrà poi modo di farsi perdonare dai tifosi Reds per questo sgarbo.

McKenzie, prodotto della fertile accademia del Forest — un giocatore che sapeva essere alternativamente o anche contemporaneamente un problema insolubile e ingestibile per le difese avversarie (non spessissimo, a dire il vero) e per i suoi compagni di squadra (molto più di sovente) — fu presentato ai giornalisti e ai tifosi dello Yorkshire insieme agli altri due acquisti del nuovo gaffer: John McGovern e John O’ Hare.

Caso più unico che raro nella storia del calcio, penso, fu il fatto che lo stesso manager avrebbe ricomprato questo stesso duo e l’avrebbe presentato a altri giornalisti e a altri tifosi ben prima che la stagione 74-75 fosse terminata.

Voglio dire, quando uno spettacolo funziona…

Al Leeds, McKenzie, una volta che si fu liberato dalla palla al piede costituita dal fatto di essere un “acquisto di Clough”, cosa che lo aveva automaticamente reso, dopo i famosi 44 giorni e la burrascosa separazione, una specie di vassoio di porchetta al banchetto di Bar Mitzvà per chiunque fosse solo lontanamente interessato o appassionato al Leeds Utd, fece, tutto sommato, abbastanza bene con i Bianchi dello Yorkshire: vi passò, infatti, due degli anni più fruttuosi e felici della sua molto altalenante carriera e si vide anche una finale di Coppa dei Campioni, seppur solo dalla panchina.

Allan Brown decise che forse non era il caso di precipitarsi a sostituire McKenzie al centro dell’attacco, e preferì concentrarsi su quello che gli pareva il vero problema della squadra: la fragilità della difesa.

Questo settore che poteva vantare, tra i Reds (anche se pochi, a dire il vero, andavano in giro a bullarsene con gli amici, soprattutto se tifosi del Derby, visto che i Rams erano troppo occupati, quell’anno, a vincere il campionato di prima divisione), Bob “Sammy” Chapman, difensore scarno di tecnica e di fronzoli, una vera e propria bandiera del club, visto che aveva esordito in prima squadra nel 1964, a 17 anni e 5 mesi, cosa che faceva di lui il più giovane esordiente del Forest di tutti i tempi, e due altri giocatori certo meno affidabili del Chap: John Cottam, un mezzo zozzone molto soggetto a infortuni, che dopo aver lasciato il calcio diventò sergente di Scotland Yard e, per un certo periodo, allenatore della squadra di calcio della Metropolitan Police, e Dave Serella, non più che discreto difensore, che ora, tra l’altro, fa il lattaio. Serella è passato alla storia per due motivi: per essere stato votato dai tifosi come l’autore del più bell’autogol della storia della squadra, e per essere stato uno dei due giocatori che, durante una partita di coppa a St James Park, proprio nella stagione precedente rispetto a quella che stiamo raccontando ora, dovette riparare negli spogliatoi un po’ malmesso, perché il pubblico di casa, inferocito per vari motivi, invase il campo quasi appositamente per picchiarlo.

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Anzi, questo, forse, è un episodio che merita di essere ricordato con più di un accenno, visto che anche quella partita fa parte del folklore riguardante la nostra squadra; facciamolo andando a pescare il racconto che di quella partita ha John Tudor, un magpie purosangue, che si confessa in un blog dedicato alle Gazze:

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Tuffiamoci nel racconto del folle turno di coppa contro il Forest, nel 1974. John Tudor aveva segnato il destino del “match that never was”, una partita che fu cancellata totalmente dagli annali della FA, perché i tifosi Geordie, invasero, inferociti, il campo di gioco St James Park. La distanza temporale e geografica non ha ottuso la memoria di Tudor riguardo all’episodio più controverso della galoppata del Newcastle Utd verso la finale di coppa del 1974.

Accadde nel sesto turno, quando al Nottingham Forest fu sorteggiato un viaggio al St James, dove trovò a aspettarlo 54.500 spettatori.

Ma la partita si mise subito piuttosto male: era già il secondo tempo, il Forest stava già vincendo 2-1, quando l’arbitro assegnò un rigore ai Reds per un fallo di David Craig sul sempre pericoloso Duncan McKenzie, e mandò pure il difensore a farsi una doccia anticipata. Ci furono gigantesche proteste da parte delle Gazze, e, quando gli animi si furono un po’ calmati, George Lyall segnò dal dischetto. Il destino del Newcastle apparve segnato. In quel momento, i tifosi della Leazes End [l’attuale Sir John Hall Stand] invasero il campo, dando la caccia soprattutto a Serella e a McKenzie, che furono colpiti anche da qualche pugno e da qualche calcio; l’arbitro decise di far rientrare le squadre negli spogliatoi per un ulteriore intervallo, per medicare i giocatori e per permettere ai poliziotti di liberare totalmente il terreno di gioco .

John Tudor: “Beh, inutile nascondercelo… non avremmo mai vinto la partita se i tifosi non fossero entrati in campo, e se l’arbitro, Gordon Kew, non ci avesse in tutta fretta fatto rientrare negli spogliatoi. Eravamo sotto 1-3, e in 10 contro 11. Ma, peggio di tutto, proprio non riuscivamo a giocare, perché Bob Chapman e David Serella stavano facendo una partita mostruosa, là dietro. Io e Mal [Malcom Macdonald, uno dei più forti e discontinui centravanti del calcio inglese degli anni ’70] non avevamo tirato manco un calcio al pallone, perché non ce ne avevano fatto arrivare nemmeno uno. Terry Hibbitt, che era il nostro miglior passatore, stava passando una giornata di merda, e, inoltre, il duo difensivo del Forest chiudeva gli spazi con una velocità tale che non c’era proprio campo con il quale lavorare.

Nel tunnel i giocatori del Forest ci presero per il culo, e anche durante l’intervallo forzato potevamo sentire dall’altra parte del muro la loro esultanza, che pensavano di aver già vinto la partita; mentre nel nostro spogliatoio si potevano sentire le gocce di sudore che cadevano per terra. Finché Joe Harvey non si scosse e non ci chiese che cazzo avessimo intenzione di fare. Decidemmo di giocarci il tutto per tutto, e di buttarci in avanti come forsennati, tanto, non c’era nulla da perdere.

L’esultanza che sentivamo dal loro spogliatoio significava che la loro concentrazione era andata a farsi benedire, pensavano che il lavoro fosse finito, e, in effetti, dopo quell’intervallo l’intensità di gioco del loro centrocampo calò di brutto.

Lo United ruppe quasi subito l’inerzia della partita: il portiere del Forest affondò in maniera assurda SuperMac sulla battuta di un corner, e Terry McDermott segnò il rigore. Pochi minuti dopo, Hibby tirò un cross basso e teso dalla fascia sinistra, io mi tuffai parallelo al terreno, a un paio di piedi da terra, e segnai di testa il pareggio. Poi, nel recupero, fui io a crossare, Mal fece da torre, e Bob Mercur era lì a segnare il più assurdo dei 4-3″ [Era in fuorigioco, bastardo. Dillo].

La FA, però, annullò la partita, e ordinò la ripetizione del match in campo neutro. Fu scelto il Goodison Park, dove la partita finì 0-0. Il Newcastle vinse 1-0 nei supplementari il terzo replay, giocato sempre a Everton, grazie a un gol del solito Macdonald, che stabilì in quella stagione un record per aver segnato in ogni round della FA Cup, dal terzo turno alla finale, e i bianconeri arrivarono in semifinale.

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In quell’ormai mitico pomeriggio, 23 tifosi furono trasportati in ospedale con ferite serie, 103 furono medicati nell’infermeria dello stadio, e una quarantina furono tratti in arresto. Bisogna sottolineare il fatto che entrambi i manager, richiesti dall’arbitro durante l’intervallo forzato, furono d’accordo nel riprendere la partita al termine degli scontri, cosa che impedì al Committee speciale della FA che esaminò la vicenda di dare partita vinta al Forest, e che avrebbe impedito anche la sua ripetizione, ottenuta dal Forest, che poi aveva fatto ricorso, solo grazie a una deroga speciale della FA: un esempio di calcio di altri tempi, più rude e violento di quello attuale, ma anche più aperto e leale.

Va ricordato, infine, che uno dei protagonisti della partita fu Frank Clark, nostro attuale presidente, allora difensore in forza alle gazze di Newcastle (che, tra parentesi, in finale furono letteralmente massacrate dal Liverpool).

Prima o poi, racconteremo più approfonditamente il mitico Newcastle Outrage.

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Ma torniamo a noi, e al nostro 1974-75, che se no, di storia in storia, si fa notte.

Dicevamo, appunto, che il buon Allan Brown, dopo aver venduto McKenzie a Cloughie, pensò bene di rinforzare la difesa, prima di pensare a un sostituto per Minis, come Duncan McKenzie era chiamato dai tifosi Reds. Allie ruppe il salvadanaio per portare al City Ground David Jones dal Bournemouth, un centrale-laterale sinistro che non doveva essere proprio un fenomenillo, visto che la rete non ne porta traccia, e la voce di Wiki a lui relativa è solo un link che langue intonso da anni.

Per quanto riguarda l’attacco, la stagione cominciò con i compiti offensivi divisi tra due punte giramondo e non proprio fenomenali, Neil Martin (uno scozzese coraggiosissimo che aveva contribuito, due anni prima, a portare il Coventry in Coppa UEFA) e John Galley (che aveva fatto molto bene nei cinque anni passati al Bristol City), che si alternavano là davanti con Ian Bowyer, il futuro eroe di Colonia, una vera e propria leggenda del Forest cui dedicheremo preso un post apposito.

In ottobre, Brown aggiunse al pacchetto offensivo Barry Butlin, scuola Derby County, una specie di centroboa proveniente dal Luton Town, che aveva un record, con gli Hatter, di un gol ogni due partite; inoltre, il manager scozzese rinforzò ulteriormente la difesa con il terzino sinistro Paddy Greenwood, da Barnsley, un bravo e, come vedremo, sfortunato difensore.

Così, con la fine di ottobre, tutto il denaro proveniente dalla vendita di McKenzie era stato speso.

Via via che il Forest scivolava verso la cosiddetta parte destra della classifica, appariva sempre più chiaro, con matematica e cristallina precisione, il fatto che il Forest con McKenzie era più forte del Forest senza McKenzie e con Jones, Butlin e Greenwood. Anche Bowyer, venuto da Orient nella stagione precedente e reduce da un bellissimo campionato, senza McKenzie appariva l’ombra di sé stesso; inoltre, per complicare le cose, il tipo di gioco messo in atto dal Forest sembrava non poter tirar fuori da Butlin il meglio di sé, un meglio consistente quasi esclusivamente in un buon gioco aereo.

La chicca di quella prima parte della stagione fu, forse, il bel pareggio per 2-2 a Old Trafford, ottenuto a settembre: ebbene sì, anche il Man United si fece un passaggio in seconda divisione, quell’anno lì, anche se risalì immediatamente. Ma la squadra non riusciva a trovare alcuna continuità di risultati e di gioco: vittoria, pareggio, sconfitta, pareggio, vittoria, sconfitta, sconfitta, pareggio, eccetera eccetera. Le iniziali speranze di promozione cominciarono a sembrare prima forse esagerate, poi sempre più pura farneticante fantasia (quousque tandem abutere, Catilina…), visto che ogni classifica di lega pubblicata dai giornali della domenica vedeva il Forest sempre più schiaffato in posizioni mediobasse. I tifosi e la critica cominciarono a mormorare nei confronti del manager espressioni, diciamo così, di disappunto, visto che, allora, 240.000 sterline erano un sacco di soldi, per una squadra di Seconda Divisione, e che, a giudizio di tutti, quel sacco di soldi lì avrebbe potuto essere speso molto meglio.

Via via che la situazione peggiorava, Brown cominciò pure a andare un po’ via di boccino, nel senso che non sapendo più che pesci prendere per invertire la rotta cominciò a mettere in campo formazioni che sembravano fatte scuotendo dei bussolotti con su i nomi dei giocatori della rosa in un cappello e poi rovesciandoli sul panno del Subbuteo, tanto che le differenze clamorose tra la squadra annunciata nel programma ufficiale e quella effettivamente messa in campo al sabato pomeriggio erano diventate, ormai, l’unico motivo di vera, sincera e sana ilarità per coloro che si ostinavano a recarsi al City Ground.

La qualità della rosa sembrava buona, accanto a giocatori medi di categoria c’erano giocatori di talento, come John Robertson e Martin O’ Neill, che faranno la storia del calcio europeo; ma anche i migliori sembrava che non riuscissero a andar di là da un compitino svolto di malavoglia.

Le uniche sorprese davvero positive vennero da due ragazzi delle giovanili: un portierino, John Middleton, cui fu data un’occasione in prima squadra dopo l’ennesima cazzata del titolare, Dennis Peacock; e un terzino destro con le gambette da ragno, Viv Anderson, il primo giocatore nero a vestire la maglia del Forest, le cui irresistibili discese sulla fascia producevano nei tifosi alterazioni fisiologiche di varia natura, ma sempre associabili a sensazioni positive.

Vabbè, com’è come non è, nella partita del 28 dicembre il Forest perde 2-0 in casa il derby con il Notts County, e Allan Brown viene esonerato. A onor del vero il Forest, pur con una stagione deludente alle spalle, non era in pericolo di vita, visto che galleggiava in tredicesima posizione, e , in questo senso, in un periodo della storia del calcio inglese in cui l’esonero del manager era certo meno frequente di ora, l’allontanamento del tecnico scozzese poteva apparire in qualche modo sorprendente; soprattutto a poche ore dal terzo turno di FA che aveva destinato i Reds a una partita difficile contro il Tottenham Hotspurs in casa; ma tant’è.

La partita di coppa fu condotta dalla panchina da Bill Anderson, coach della prima squadra di lungo corso e traghettatore abituale, in queste circostanze, e fu condotta bene, visto che il Forest impattò 1-1, con un gol di Jones.

Più che alle vicende della partita, però, in quella occasione, i cori dei tifosi furono dedicati alle vicende societarie; in particolare, tra tutti li più gettonato era “We Want Clough”; un coro stimolato anche, evidentemente, dalla memoria di quello che il Maestro di Middlesbrough aveva saputo fare quattordici miglia più a est.

E, incredibilmente, Clough fu quello che ebbero. Tipo come se Benitez, nell’anno del precipitoso esonero patito all’Inter, avesse accettato a febbraio una chiamata dalla Triestina.

Nonostante le molte voci sul fatto che, dopo il molto lucroso esonero dal Leeds, Clough si stesse godendo i suoi ozi tra spiagge e ospitate televisive, il richiamo di un’altra sfida difficile, evidentemente, fu irresistibile, e due giorni dopo la sfida interna con gli Hotspurs Clough si insediò in maniera relativamente tranquilla — per gli standard clougheschi — sulla panchina del Nottingham Forest.

L’effetto fu istantaneo, dal momento che il Forest andò a vincere il replay al White Hart Lane per uno a zero, grazie a un sontuoso colpo di testa di Neil Martin.

Però, l’effetto fu tanto istantaneo quanto di breve durata; questa vittoria rappresentò, infatti, una falsa aurora, dal momento che, nel primo periodo della gestione di Clough, il Forest fece fatica a trovare la vittoria allo stesso modo in cui la faceva durante l’ultima gestione Brown, se non di più.

Il Forest, spo il successo con il THFC, vinse anche la prima partita di Lega giocata sotto il nuovo gaffer, un 1-0 strappato al Craven Cottage; ma poi i Rossi non vinsero più fino a aprile, circa tre mesi più tardi, e poi di nuovo solo un’altra partita nel corso di tutta la stagione, l’ultima giornata in casa contro il WBA.

Aggiungiamoci un’eliminazione in coppa dopo un estenuante quarto turno sempre contro il Fulham: quattro partite al termine delle quali i Cottagers emersero vittoriosi (fu la mitica edizione della FA Cup in cui il Fulham, guidato da un Bobby Moore a fine carriera, arrivò in finale proprio contro il West Ham United, per cui, evidentemente, questo stress, per i bianchi, fu meno deleterio che per noi; tra parentesi, quella fu anche la prima finale di Coppa d’Inghilterra che io vidi).

Il secondo replay di quella sfida infinita, tra l’altro, privò il Forest di Paddy Greenwood, uno dei titolari più efficaci e regolari fino a quel momento, per una gamba rotta. Fu un infortunio terribile, dal quale Greenwood non si riprese mai, e che segnò la fine della sua carriera a alto livello.

Quindi, se i tifosi del Forest si aspettavano una rivoluzione immediata, furono indubbiamente delusi; forse, così come era già avvenuto a Leeds, il rifiuto del suo braccio destro, Peter Taylor, di abbandonare la promettente squadretta che stava costruendo a Brighton (quasi la stessa che poi Alan Mullery portò fino alla prima divisione e alla finale di FA Cup) per unirsi a lui ebbe qualcosa, o molto, a che fare con questo iniziale insuccesso.

Gli unici ingaggi di Clough, in questo periodo, furono Bert Bowery, di cui abbiamo già parlato in questo blog, un grosso e macchinoso attaccante prelevato dalla squadretta locale del Worksop Town, che, però, fece solo un pugno di apparizioni in prima squadra, e la fidatissima coppia di cui abbiamo parlato prima, John McGovern e John O’ Hare, provenienti da un Leeds Utd nel quale, dopo la partenza del loro mentore, erano diventati reietti.

Lo stentato inizio di Clough al Forest diede voce a tutti coloro che non lo volevano alla guida del Forest: in primo luogo, per la sua lunga e gloriosa militanza tra i rivali del Derby Countuy; in secondo luogo per la sua storia di rapporti difficilissimi proprio con la dirigenza del Rams, che gli aveva appioppato la nomea, non del tutto immeritata, di allenatore polemico e irritante. A questo si aggiungevano il suo fallimento nella brevissima esperienza a Brighton, che si era conclusa con le sue dimissioni dopo una sconfitta per 8-2 patita al cospetto del Bristol Rovers, e, infine, tutta la non proprio commendevolevicenda di Leeds: insomma, il partito contrario al nuovo allenatore prese voce, e la velata convinzione che Clough pensasse di valere molto più di quanto in realtà non valeva si fece strada anche tra i tifosi inizialmente più ben disposti, quelli che avevano cantato durante la partita contro gli Hotspurs.

Per fortuna, come detto, il profilo tenuto da Clough nel suo primo anno al Forest fu bassissimo, tanto tranquillo quanto inefficace, senza nessuna delle sue debordanti comparsate televisive, e senza nessuna delle polemiche che sembravano fatte apposta per riempire innumerevoli polliciate di tabloid.

Clough combatteva per tirar fuori il meglio da quello che aveva ereditato, anche se McGovern aveva aggiunto indubbiamente sapienza tattica e tecnica in mezzo al campo, e O’ Hare maggior movimento davanti.

Certi giocatori, come Anderson e Robertson, utilizzati poco e male da Brown, diventarono titolari quasi fissi, mentre altri, come l’ala irlandese Jeremiah Miah Dennehy e il suo compagno di nazionale Martin O’ Neill lo furono meno, e, a un certo punto della stagione, sembrarono quasi di troppo.

A altri ragazzi dell’accademia, come a Jimmy McCann e Tony Woodcock, fu data qualche opportunità in prima squadra verso la fine della stagione per mettersi alla prova, anche se, nel caso del secondo, doveva passare ancora quasi una stagione e mezza prima della sua definitiva consacrazione tra i titolari.

E, in effetti, la cosa più notevole dell’inizio dell’avventura di Clough al Forest è che la squadra non avrebbe subito, nell’immediato, tanti ritocchi: quasi tutti i giocatori che si sarebbero guadagnati la promozione di lì a due anni erano già presenti in squadra; ci voleva solo qualche altro colpo della straordinaria capacità di Clough di gestire gli uomini per far capire a molti dei depressi giocatori del Forest di allora ciò di cui erano davvero capaci.

Clough cominciò il suo regno raccogliendo il Forest al tredicesimo posto, e concluse la sua prima stagione in sedicesima posizione. I tifosi più impazienti protestarono, quelli più avveduti si ricordarono che era successa esattamente la stessa cosa nel primo anno di Clough al Derby County, anch’esso preso in seconda divisione. Poi, era venuta la promozione, la vittoria del campionato inglese e la semifinale di Coppa dei Campioni. I tifosi più scettici obiettarono che sì, che era vero, ma che i successi di Derby erano stati ottenuti da Clough e da Taylor, e che il secondo stava ancora lì, in Terza Divisione, a accudire la nidiata del Brighton.

Diamo, di seguito, la classifica finale di quell’anno; le colonne dopo quella con il nome ella squadra rappresentano, da sinistra a destra, le partite giocate, il coefficiente reti, i punti (2 punti per la vittoria), il risultato di quella squadra contro il Forest al City Ground e il risultato di quella squadra contro il Forest in casa..

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P GA Pt Res Res
1 Manchester United 42 2.20 61 L0-1 D2-2
2 Aston Villa 42 2.47 58 L2-3 L0-3
3 Norwich City 42 1.57 53 L1-3 L0-3
4 Sunderland 42 1.86 51 D1-1 D0-0
5 Bristol City 42 1.42 50 D0-0 L0-1
6 West Bromwich Albion 42 1.29 45 W2-1 W1-0
7 Blackpool 42 1.15 45 D0-0 D0-0
8 Hull City 42 0.76 44 W4-0 W3-1
9 Fulham 42 1.13 42 D1-1 W1-0
10 Bolton Wanderers 42 1.10 42 L2-3 L0-2
11 Oxford United 42 0.80 42 L1-2 D1-1
12 Leyton Orient 42 0.72 42 D2-2 D1-1
13 Southampton 42 0.98 41 D0-0 W1-0
14 Notts County 42 0.83 40 L0-2 D2-2
15 York City 42 0.93 38 W2-1 D1-1
16 Nottingham Forest 42 0.78 38
17 Portsmouth 42 0.81 37 L1-2 L0-2
18 Oldham Athletic 42 0.83 35 W1-0 L0-2
19 Bristol Rovers 42 0.66 35 W1-0 L2-4
20 Millwall 42 0.79 32 W2-1 L0-3
21 Cardiff City 42 0.58 32 D0-0 L1-2
22 Sheffield Wednesday 42 0.45 21 W1-0 W3-2

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“Clough’s views devastated Fashanu”

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Justin Fashanu

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Nel 51° anniversario della sua nascita, pubblichiamo un breve ricordo di Justin Fashanu scritto da Roger Haywood, il suo manager, per il Mail. Abbiamo già raccontato da diversi punti di vista la storia di Justin, e abbiamo già avuto occasione di esprimere, nei commenti e nel testo di quei post, la nostra posizione su questa vicenda molto triste. Brian Clough era un tipico esponente della working class inglese che si era formato in politica negli anni ’50, era sinceramente socialista, ma era, indubbiamente, come la stragrande maggioranza dei suoi compagni, quello che in psicologia politica si chiama un “bicognitivo”: molto progressista per quanto riguarda le idee economiche e sociali, molto conservatore per quanto riguarda le idee sulla famiglia e la sessualità.

Era completamente impreparato, come tutti gli Inglesi della sua generazione, a affrontare l’omosessualità, e, soprattutto, l’omosessualità di uno dei suoi ragazzi con altri mezzi che con la sua rudezza di minatore.

Questo non toglie che Justin fosse un essere umano dalla personalità delicatissima, e che anche lui fosse completamente impreparato a affrontare il mondo ostile con altri mezzi che non fosse la sua fragilissima sensibilità. Brian Clough, un uomo nato, cresciuto e vissuto per quasi tutta la sua vita in un mondo nel quale l’omosessualità in Inghilterra non solo era socialmente biasimata, ma era un vero e proprio reato, era solo una parte di quell’ambiente ostile che lo rifiutò e che lo espulse da sé, e Jus, semplicemente, non era in grado di reggere un confronto così impari.

Da questo punto di vista, dunque, le osservazioni di Haywood possono apparire ingiuste, o, meglio, inique nei confronti del nostro manager preferito. Ma, indubbiamente, potrete farvi un’idea migliore della vicenda leggendo i post che abbiamo già dedicato a questo argomento, qui, qui e qui.

Sono ormai 14 anni da che Justin si è tolto la vita, ma continuo a ritenermi, in qualche modo, responsabile della sua fine.

Mi parlò della sua sessualità quando era ancora al Norwich City, e lo fece con quel suo caratteristico modo di fare, discreto e confidenziale.

Non era apertamente gay, ma, come molti teenager, era piuttosto incerto sui suoi orientamenti sessuali. Io non sapevo abbastanza per aiutarlo a attraversare queste difficoltà.

Brian Clough
 Fashanu fu distrutto dai commenti di Brian Clough 

Jus era un ragazzo notevole. Era famoso, bello, si vedeva con un sacco di ragazze durante l’ascesa della sua fama. Ma era confuso perché non era sicuro di sé, era incerto su tantissime cose, ma era una persona amabile.

Dopo che Brian Cl0ugh l’ebbe criticato, al Nottingham Forest, dopo aver saputo che frequentava un gay club, Justin fu devastato, la sua autostima andò davvero in pezzi. Non si preoccupò mai del razzismo, lo accettava e rispondeva mostrando alla gente e ai tifosi che ottimo giocatore di calcio fosse. Ma i commenti di Clough su un altro aspetto della sua esistenza lo privarono completamente di voglia di vivere.

Quando Justin fece outing, nessuno, nel mondo del football, gli fece sentire il suo sostegno, nessuno si alzò per schierarsi con lui spalla contro spalla. Gli spettatori, allora, erano per la stragrande maggioranza maschi bianchi adulti, mentre ora le platee del football sono multiculturali, pieni di uomini, donne e bambini.

Se un giocatore avesse il coraggio di parlare della sua omosessualità, al giorno d’oggi, sono sicuro che creerebbe lo stesso un moderato scandalo, ma sono anche sicuro che, alla lunga, la sua condizione sarebbe accettata socialmente. È triste dirlo senza che Justin sia qui, ma egli non avrebbe mai potuto immaginare come la sua differenza sessuale potesse preoccupare così tanto le altre persone.

Articolo gentilmente segnalato da Muttley74

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