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1993-1995: Frank Clark, o la Grande Illusione.

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Stan Collymore Nottingham Forest 1993-94
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Per ricordare Brian Clough in occasione dell’anniversario della sua morte, occorso il 20 settembre, non parlerò del suo lavoro al Forest, ma del suo ultimo anno e della sua eredità immediata: prendo spunto da un post pubblicato da The Two Unfortunates, un sito di varia umanità con un occhio di riguardo nei confronti del calcio, che, nella serie “Great Football League Teams” dedica un post al Forest del biennio 1993-95, la più forte edizione dei Garibaldi Reds del dopo-Clough. Si tratta di un doveroso omaggio a una delle migliori edizioni del Forest di tutti i tempi, e ai suoi “unsung heroes”.

Molti tra i tifosi del Forest (soprattutto quelli giovani o lontani) sanno tutto dell’ultima straziante partita di Brian Clough, ma non moltissimi sanno che le successive due stagioni furono memorabili, e che la squadra messa su da Frank Clark non aveva molto da invidiare nemmeno a quelle più talentuose messe su dal Gaffer.

Proprio nel momento nel porto della massima serie inglese in cui stava entrando fischiando un piroscafo pieno di vacche grasse, il talento manageriale di Brian Clough suonò i suoi ultimi rintocchi. La Premier League fu inaugurata nel 1992, e il Forest iniziò quella stagione con una grande iniezione di ottimismo: una meravigliosa vittoria interna contro il Liverpool, ottenuta grazie a un gol solitario di Teddy Sheringham, o Edward, come l’eccentrico Manager era solito chiamarlo. Proprio mentre i tifosi che avevano assistito alla partita tornavano a casa felici o parlavano delle prospettive stagionali al pub, il migliore attaccante della squadra, a loro insaputa, dava una svolta decisiva alla stagione dichiarando nel dopo-partita alle neonate telecamere di Sky la sua ferma intenzione di tornare a Londra. Certo, parlare di svolta stagionale dopo una partita può sembrare azzardato, ma fui certamente un punto chiave nella stagione del Forest, dal momento che la squadra che Sheringham si lasciò dietro apparve sgonfiata, e perse sei partite di fila, e cominciò un’inesorabile scivolata verso la retrocessione.

Ci sono stati, recentemente, articoli e post sulla figura di Brian Clough che sembrava mettessero in dubbio le sue abilità manageriali, e che affermavano che la chiave dei suoi successi fu la partnership con Peter Taylor. Da una parte, certo, non bisogna sottovalutare il ruolo giocato da Peter Taylor nei successi del Derby County e del Nottingham Forest negli anni ’70, dall’altra se si osservano ottenuti dalle successive versioni del Forest, costruite da Clough dopo la separazione dall’amico, non si può non rimanere convinti del grande talento del manager di Middlesbrough.

Certo, il Forest non rivinse più la Coppa dei Campioni, ma la serie di piazzamenti nella top ten della prima divisione e la regolare frequentazione di Wembley nelle finali e nelle semifinali delle Coppe nazionali rappresentano, per una squadra come il Forest, un record impressionante; inoltre, questo record fu ottenuto attraverso una qualità di gioco sempre molto alta.

Nel 1991, finalmente, il Forest riuscì a qualificarsi per la finale di FA Cup, dopo essere stati eliminati dagli arci-rivali del Liverpool nelle semifinali del 1988 e del 1989. La finale fu lanciata da tutti i media come l’ultima occasione per Brian Clough di aggiungere alla sua bacheca il solo grande troteo che, fino a allora, aveva eluso gli sforzi profusi nella sua carriera manageriale. Quando il Forest fu battuto dal Tottenham Hotspur, in una finale controversa nel corso della quale giocarono un ruolo fondamentale l’arbitro Roger Milford e il centrocampista degli Spurs Paul Gascoigne, in molti pensarono che fosse arrivata l’ora, per Clough, di fare un passo indietro e godersi la pensione. Ripensandoci a posteriori, forse sarebbe stata la scelta migliore, nonostante il nuovo viaggio a Wembley fatto nel 1992 per giocarsi una finale di League Cup persa contro il Manchester United: la sua aura, infatti, stava sbiadendo, e la sua salute stava visibilmente declinando.

Nulla confermò il fatto che Cloughie stava perdendo il tocco magico più del modo in cui cercò di sostituire Sheringham, e di ovviare alla fatica che, dopo la sua partenza, il Forest stava facendo a segnare: siede che aveva trovato un provetto attaccante di Premier League per risollevare le sorti della squadra, e nel marzo 1993 presentò Robert Rosario, un tizio il cui maggior contributo alla spettacolarità delle partite era quando inciampava nelle sue stringhe, che segnò una rete nelle 10 partite del suo periodo al Forest. [Dedicheremo a Robert un post, prima o poi, visto che si tratta, in fondo, dell’ultimo acquisto di Clough da manager, così come abbiamo dedicato un post al suo primo ingaggio].

La partenza di Clough alla fine della stagione fu gestita in maniera schifosa dal board del Forest, ma, in compenso, l’addio che ricevette dai tifosi, sia quelli di casa sia quelli ospiti dello Sheffield United, alla fine dell’ultima partita rifletté molto di più la straordinarietà dei successi che aveva ottenuto che la tristezza del giorno in cui il Forest abbandonava la massima serie. Fu un momento davvero emozionante, che dimostrò quale fosse stato l’impatto della sua figura sulla storia del Club, e come sarebbe stato difficile sostituirlo.

Clough stesso aveva raccomandato Frank Clark, come suo successore, e l’affabile ex giocatore del Forest fu ingaggiato (anche se solo dopo che il suo vecchio compagno di squadra, Martin O’Neill, aveva rifiutato il lavoro perché il board non gli aveva permesso di portare con lui il suo assistente, l’altra leggenda del Forest John Robertson, suo secondo a Wycombe Wanderers). Clark è una persona deliziano, piacevole, che gode di un grande rispetto da parte dell’ambiente: aveva vinto tutto, con il Forest, e questa continuità con il grande Manager si rivelò un valore aggiunto, nonostante il fatto che Frank non avesse ottenuto risultati particolarmente buoni, nel suo periodo a Leyton Orient. I manager che si sono susseguiti al City Ground dopo la partenza di Clough si sono mostrati spesso intimiditi dall’ombra incombente dei suoi successi, ma l’umiltà di Clark, e il fatto che avesse preso parte attiva agli stessi, sembrò permettergli di confrontarsi molto di più con la squadra e con le sfide che questa gli proponeva che con le foto appese nei corridoi.

La retrocessione significò la partenza di diversi giocatori chiave: ma la loro vendita portò una buona quantità di denaro nelle casse del Forest: Nigel Clough si diresse verso Liverpool sponda red per oltre 2 milioni di sterline e Roy Keane verso Manchester sponda United per 3,75 milioni (fu una cifra record, allora). Nigel aveva trascorso buona parte della sua vita al Forest, alla fine come giocatore, ma prima come ragazzino, quando sedeva accanto a suo padre sulla panchina dei Reds, ma la brutalità del modo di cui il board del Forest aveva allontanato il padre gli aveva lasciato un gusto amaro in bocca, tanto che è lecito chiedersi se quell’evento non stia ancora avvelenando i suoi sentimenti nei confronti dei Reds, e non lo abbia spinto a accettare il ruolo di manager dall’altra parte della strada, a Derby County.

Questi trasferimenti consegnarono a Frank Clark un buon tesoro di guerra con il quale ricostruire la squadra, tanto più che il fatto che Stuart Pearce avesse deciso di rimanere a Nottingham fece capire ai possibili obiettivi di mercato (e anche ai tifosi ancora sotto choc) che le intenzioni del Forest di tornare rapidamente in Prima Divisione erano assolutamente serie.

Il nuovo manager cominciò subito a fare le cose che l’ultimo Clough si era rifiutato di fare: portò al City Ground l’attaccante Stan Collymore da Southend United e il difensore Colin Cooper da Millwall, correggendo gli ultimi errori di Clough e sostituendo in modo degno Teddy Sheringham e Des Walker; entrambi i giocatori erano stati per qualche tempo nel radar del Nottingham Forest, ma Clough si rifiutò sempre di spendere la cifra chiesta per Collymore, anche durante la battaglia per non retrocedere.

Clark fece anche ingaggi di minor profilo ma utilissimi, come l’esperto centrocampista David Phillips da Norwich, Des Lyttle da Swansea City per rimpiazzare la partenza del terzino destro Gary Charles, e poi l’acquisto cruciale, a novembre, dopo una partenza molto meno che spettacolare nell’allora League One: arrivò, infatti, il norvegese Lars Bohinen dallo Young Boys di Berna, che divenne immediatamente uno degli eroi della curva, e che aggiunse ulteriore abilità creativa al centrocampo.

Quando Bohinen arrivò, il 5 novembre 1993, il Forest aveva fatto su solo 4 vittorie nelle 14 partite iniziali della stagione, e i tifosi, che si sarebbero aspettati un ritorno non solo immediato, ma anche dominante nella serie maggiore, stavano diventando leggermente nervosi dentro alle loro magliette con su scritto “On loan to Division One”.

Il Norvegese si dimostrò il catalizzatore adatto per l’alchimia della squadra, e diede il via a una corsa durante la quale, fino alla fine della stagione, i Reds persero solo altre tre partite, e che li vide finire secondi alle spalle del Crystal Palace a ottenere una promozione immediata. Anche se l’arrivo di Bohinen sembrò fornire li pezzo finale al puzzle, certo non fu l’unico acquisto a brillare: Stan Collymore segnò 25 reti in 35 presenze in tutte le competizioni, giocando quasi sempre da attaccante unico nel 451 messo su da Clark, e fu assistito con grande abilità dal quintetto di centrocampo, che, oltre che Bohinen, era composto da Scot Gemmill, figlio d’arte, un altro link al passato glorioso del Forest, attraverso suo padre Archie, che segnò 10 reti, le ali Stone, Woan e Black con 5 ciascuno, e Phillips, non solo grande chiavistello davanti alla difesa, ma anche grande suggeritore di manovre offensive.

Dietro, Cooper mise su subito una grande intesa e amicizia con Steve Chettle, ottimo enfant du pays, e mostrò anch’egli un ottimo fiuto per il gol, visto che, grazie alle sue classiche proiezioni in avanti sui calci da fermo, mise su alla fine della stagione il non disprezzabile bottino di 9 reti, compresa una (questa volta con una gran punizione battuta personalmente) contro il Derby County al Baseball Ground che ci mise in grado di viaggiare a Peterborough, il successivo 30 di aprile, per assicurarci la promozione.
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Clark, dunque, mise su una formazione che assomigliava molto al 451 utilizzato da Mourinho nei suoi anni al Chelsea, con un triangolo di centrocampisti davanti alla difesa, e una sola punta davanti, nel ruolo mirabilmente interpretato a Londra da Didier Drogba. Anche se apparentemente questa è una formazione difensiva, il modo in cui Clark riuscì a interpretarla, sfruttando il talento di Collymore e la sua capacità di sostenere da solo il peso dell’attacco, permise di sfruttare appieno la somma di grandi talenti che il Forest aveva a centrocampo, dando origine a un gioco piacevole, offensivo e spettacolare. Nonostante qualche cambiamento e qualche rotazione, una volta che Bohinen si fu unito alla squadra la formazione tipo rimase sempre più o meno questa:

Crossley

Lyttle — Cooper — Chattle — Pearce

Phillips

Stone — Bohinen — Gemmill — Black/Woan

Collymore

Nei primi mesi della stagione, il Forest aveva tentato varie formazioni e varie combinazioni di giocatori, che includevano, come compagni d’attacco di Collymore, giocatori poi passati ai margini della squadra come lo stesso Rosario, poi Lee Glover, una specie di Nigel Clough dei poveri, uno che aveva trovato fortune molto maggiori di quanto il suo talento non giustificasse sotto l’ultimo Brian Clough, e Gary Bull, uno che più che altro sembra essere stato ingaggiato perché il suo club, il Barnet, galleggiava in cattive acque, dal punto di vista finanziario, e aveva dovuto liberarsi di un ingaggio lasciando libero il giocatore di portare il suo cartellino dove volesse.

Sfortunatamente, nessuno di essi sembrava in grado di tenere le redini dell’attacco, fino all’arrivo di Bohinen, che sostituì le loro statiche interpretazioni del ruolo di seconda punta retrocedendo a centrocampo e giocando, partendo da dietro, un gioco di corsa e passaggio che si attagliò perfettamente allo stile di gioco di Collymore, e che catapultò la squadra prima alla promozione in Premiership e poi a un clamoroso terzo posto assoluto. La promozione fu sigillata da una vittoria a Peterborough, con un London Road pieno come un uovo di tifosi del Forest pronti a festeggiare: la partita non si mise benissimo, con due reti del Posh nei primi cinque minuti, ma con il passare dei minuti le reti di due leggende del Forest, una vecchia e una nuova, Pearce e Collymore, misero le cose a posto e assicurarono il 3-2 necessario a ottenere il ritorno matematico nella massima serie.

La stagione successiva vide l’arrivo di Bryan Roy, stella dell’Olanda, e il Forest si piazzò terzo, qualificandosi per la Coppa UEFA. Poi, la squadra cominciò a disintegrarsi: Collymore passò a Liverpool, ancora con un trasferimento record, e Bohinen sfruttò una clausola assurda del suo contratto per liberarsi e passare all’allora ricchissimo Blackburn. Il Forest condusse una dignitosa campagna europea, sopravvivendo più di tutte le altre squadre inglesi e arrivando fino ai quarti di finale, dove fu eliminata dal Bayern Monaco, ma di lì in poi iniziò un lento e inesorabile declino, e quella squadra rimane, a tutt’oggi, la migliore che il City Gorund abbia mai visto giocare dalla partenza di Clough in poi. Anzi, molto più delle squadre di Clough, per molti tifosi del Forest più giovani è proprio la squadra di Collymore, Pearce, Bohinen e Cooper la pietra di paragone con la quale saggiare la consistenza (o, più spesso, l’inconsistenza) delle versioni del Forest che da allora si sono succedute.
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My favourite kit.

Secondo un sondaggio messo in linea sul forum dei tifosi del Forest, che chiedeva quale fosse la loro maglia preferita tra tutte quelle vestite dai Reds nella loro storia recente, la vincente è risultata quella fornita dalla Umbro nelle due stagioni 1992-1994, e devo dire che a me la scelta pare azzeccata.


Non solo per evidenti motivi estetici: il taglio molto elegante della maglia e del colletto, un'interpretazione del Garibaldi Red che mi pare riuscitissima, un bel colore intenso e profondo, lo stemma della squadra un po' stile vecchi tempi, le righine, che di solito non amo, ma che nel contesto di una maglia così sobria e elegante spezzano piacevolmente l'ordito; e, soprattutto, è la maglia dell'ultima stagione del Gaffer al Forest, la stagione 1992-93, al termine della quale, dopo una retrocessione ignominiosa, Brian Clough si dimise, rendendosi conto di essere ormai totalmente incapace di gestire una squadra di calcio.

E, tutto sommato, è indicativo dell'atteggiamento dei tifosi del True Reds nei confronti della loro storia e della vita in generale — soprattutto di quelli che vissero quegli anni — che la loro maglia preferita sia quella della fine, invece delle pur graziose magliette Adidas dei grandi trionfi europei. Perché è vero che quello fu l'anno della fine della leggenda del Forest, e l'inizio della sua storia tuttora travagliata, ma, va detto, è altrettanto vero che fu una fine affrontata vestendo con grande eleganza; il che, tutto sommato, non è affatto male.

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Walk around and booze — 1

«Fly me to the moon… Non farmi parlare dei giocatori… Let me play among the stars… lascia che ti dica una cosa… tra pochi anni, i manager non avranno più alcun potere. Saremo superflui… Let me know what spring is like on Jupiter and Mars… Saranno i giocatori a comandare. Avranno guardaroba grossi come case, case grosse come castelli, più auto in garage che in un gran premio di Formula uno. Avranno tanto denaro che non sapranno come spenderlo. Avranno agenti, hair stylist, qualche ragazzetta con una gonna minuscola che si farà pubblicità. Sono felice che non sarò più in giro a sorbirmi tutta questa merda. I manager non potranno più fare un cazzo, e io non potrei lavorare così… In other words, darling kiss me... ehi, non ridere! Sono mortalmente serio».

 

Quando disse queste parole, il tono della sua voce si alzò come quella del Cappellaio matto, e scivolò indietro sulla poltrona, sempre tenendo in mano il bicchiere, in perfetto equilibrio. La canzone sfumò via. «Sono un vecchio brontolone stanco, ormai. Non c'è niente di peggio che stare a sentire un vecchio manager che parla dei giorni di gloria, eh?», disse Clough. «Devo stare attento a che tu non pensi che io rimpiango i tempi dei calzoncini larghi e dei palloni con i lacci. Non è vero. Io vorrei solo un po' di rispetto. Quando mi ritirerò o mi manderanno via, avrò la soddisfazione di sapere, comunque sia, che ho comprato e venduto dei giocatori decenti, e che ho portato in bacheca un po' di argenteria».

Clough guardò intensamente la lista che aveva buttato giù, come se l'inchiostro fosse lì lì per sciogliersi nella carta e scomparire. I suoi occhi divennero vitrei, come se si fossero ricoperti di un velo d'umore acquoso. «Senti, che ne pensi di questa squadra?» mi disse. «Mettiamo Shilton in porta. Anderson e Pearce in difesa sulle fasce. Burns e Walker centrali. Roy Keane, McGovern, Gemmil. Robertson, il mio piccolo ciccione. Francis e Wookcock. Potrei prendere un centravanti, ma anche no. Se solo potessi mandare in campo dei giocatori così, sabato… ragazzi, potremmo essere di nuovo in corsa per qualcosa, eh?».

Clough si scolò il fondo del bicchiere, e se ne versò un altro. «Non ti preoccupare. Non sono arrabbiato, sono amareggiato. È diverso». Guardò di nuovo i nomi che aveva scritto sul foglio, e posò il bicchiere. Si alzò, prese il foglio e lo appalottolò. Per un momento, pensai che stesse per tirarmelo addosso. Invece, lo tirò, quasi con cura, nell'angolo più lontano della stanza. Guardai la traiettoria morbida e lenta della pallottola di carta attraverso la stanza, finché non sparì dalla vista. Sospirò, e posò le mani sui fianchi.
 

Duncan Hamilton, Provided you don't kiss me
 



Fu l'ultima conversazione che Brian Clough ebbe da allenatore del Nottingham Forest con Duncan Hamilton, giornalista di Nottingham che aveva seguito la squadra per tutti i diciotto anni in cui Clough fu manager. Quel sabato, il Forest perse contro lo Sheffield United per 2-0, fu retrocesso in seconda divisione e Brian Clough, il più grande allenatore che la fase "classica" del calcio mondiale abbia avuto, dimettendosi, pose fine alla sua carriera di manager.

 

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