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Il senso di Brian per gli sbarbi.

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Lo so, abbiamo battuto il Cardiff City, e martedì giocheremo contro il Blackpool, quindi l’attualità dovrebbe prevalere sulla nostalgia. Ma è un po’ che non pubblico un articolo sui vecchi tempi, e le domeniche di ottobre sono molto adatte al ricordo. Domani commenterò la bella prova contro i Bluebirds, ma prima beccatevi questo.

Io lo devo dire: del periodo di Clough al Forest amo soprattutto le storie del periodo di mezzo. Perché sono quelle che conosco meno: erano i tempi in cui il calcio inglese era quasi completamente oscurato dalla già scarna informazione sportiva italiana, per via del rancore post-Heysel e del bando che privava delle squadre inglesi l’unico palcoscenico allora minimamente fruibile per televisione, le coppe europee.

E anche perché dalla metà degli anni ’80 alla fine del decennio è stato il periodo in cui, forse, ho seguito meno il calcio in vita mia. Erano anni di altre scoperte, di altre esplorazioni, della sopravvenente maturità: guardavo qualche partita alla tele, ma senza tanta passione. Anche la mia passione per il Forest — così come quella per l’Inter — si era molto indebolita. Se capitava, guardavo i risultati, ma nulla di più.

Per questo motivo, quasi tutte le storie che parlano di quel periodo sono nuove anche per me. È un po’ come guardare delle puntate che non si sono mai viste di una serie televisiva o di un cartone che ci piaceva quando eravamo piccoli: si riconoscono alcuni personaggi, si vede che qualche altro personaggio a cui ci si era affezionati non c’è più, e si rimpiange anche, un po’, l’ingenuità di quegli anni, di quelle narrazioni, e della meraviglia che provavano quei noi stessi di allora di fronte a quei racconti.

Da questo punto di vista, una fonte inesauribile di meravigliati rimpianti è il bellissimo All life’s a game, di Trevor Frecknall, il libro di un altro giornalista sportivo del Nottingham Evening Post. È forse meno bello di quel vero e proprio capolavoro che è Provided you don’t kiss me, di Duncan Hamilton, suo collega, ma è più ricco di fatti, e, soprattutto, riesce a raccontare il Nottingham Forest e Brian Clough inserendo le vicende del manager e della società nel contesto sociale e economico del Nottinghamshire di quegli anni, gli anni della de-industrializzazione e della crisi che cominciava a colpire le due più importanti industrie della città delle Midlands, la Raleigh e la John Player Special. Voglio dire, ora chi se ne frega del contesto sociale e economico, arriva uno zozzone pieno di soldi da qualche buco di culo del mondo in qualche altro buco di culo del mondo (calcisticamente o anche non calcisticamente parlando) ancora peggiore e ci impianta su una squadra della madonna in quattro e quattr’otto: ma allora, prima degli agenti e dei PR, una squadra era diretta emanazione della sua comunità di appartenenza, e ne accompagnava spesso, a volte precedendole, a volte essendone preceduta, le fortune sociali e commerciali.

Frecknall era meno intimo di Clough di quanto non lo fosse Hamilton, anche se ci parlava spesso, pare anche con una certa confidenza; proprio per questo il suo libro si sofferma più di quanto non faccia quello del suo collega su personaggi secondari, anche marginali, della storia del club.

Quella che volevo raccontarvi oggi viene proprio da quel periodo “oscuro”, la fine degli anni ’80. È una delle stagioni più tristi della storia del Forest, se non la più triste in assoluto, e è la storia di tre di questi “personaggi secondari”: si tratta di tre ragazzi delle giovanili e delle loro alterne fortune. È un racconto che mostra quale fosse il rapporto di Brian Clough con i ragazzi del Forest: il Gaffer era un misto tra un insegnante, un sergente maggiore e un padre, e aveva con i ragazzini che bazzicavano la squadra un rapporto molto più stretto e profondo di quanto — immagino — non abbiano adesso con loro i manager dei grandi club della EPL (perché sì, allora il Forest era un grande club della Prima Divisione inglese). Ecco, posso immaginare, forse, che Ferguson tratti — a volte — con i ragazzi dell’accademia nel modo in cui lo faceva Clough, ma le dimensioni del Man U di adesso e quelle del Forest di allora non sono paragonabili, e non penso che sir Alex abbia tutto il tempo che aveva sir Brian per guardare ai vivai; e, comunque sia, si tratta sempre di un manager della vecchia scuola, che incontrò Clough sul campo, che lo conosceva e che lo rispettava.

Il titolo del capitolo è Is the non-shaver strong enough?, ovvero, Lo sbarbatello è abbastanza forte?

È la domanda che si è fatto, prima o poi, qualsiasi allenatore di prima squadra assistendo alle imprese di qualche sgallettato delle giovanili di fronte ai pari grado, e immaginandoselo affrontare qualche terzino pelato ultratrentenne assetato di sangue che sa che il rinnovo del suo magro contratto e gli ultimi spiccioli che riuscirà a spremere dalla sua faticosa carriera passano anche da quanto poco riuscirà a far giocare l’esuberante esordiente. Il brutto e il meraviglioso, del calcio così come della sua meno articolata metafora, la vita, è che nessuno può dirlo, prima. La differenza tra Brian Clough, anche di un Brian Clough in quella che alcuni identificano già come la sua fase calante, e un allenatore normale è che, di solito, Brian Clough riusciva a indovinarlo prima, e che quando pensava di sì, non aveva paura di mettere alla prova le sue convinzioni.

Ladies and Gentlemen, from Nottingham, East Midlands, Trevor Frecknall!

Per trascinarmi fuori dall’ufficio durante gli inverni nei quali era Hamilton [Duncan Hamilton, l’autore di Provided… del quale abbiamo parlato sopra, che era subentrato a Frecknall nel seguire le partite del NFFC] a seguire fedelmente le sorti del Forest, andavo spesso a seguire le partite di qualche A-team dei dintorni al sabato mattina, per scriverne uno scarno report da pubblicare il giorno dopo. Gli A-team, in sostanza, erano le squadre giovanili, la parata delle speranze dei club della lega; gli apprendisti diciottenni che durante una partita lottavano per trasformare i loro sogni adolescenziali in adulte realtà con molta più forza e passione di quante non ne avessi messe io in una vita passata sul bordo del campo.

I ragazzi del Mansfield Town, per esempio, giocavano su un campetto esposto e battuto dal vento di una scuola del villaggio di Edwinstowe il cui groundsman, venni poi a sapere, era Johnny Franks, che era stato l’opening bowler sinistro per la squadra di cricket delle scuole del Nottinghamshire Under 15 nella quale avevo giocato anch’io nel 1960. Lui andò avanti con il cricket, tanto da ottenere un provino al Trent Bridge per un posto della squadra della Contea per il Championship, ma, incredibilmente, fu scartato dal comitato quando i commissari si resero conto che era balbuziente. Immaginatevi, dunque, la sua gioia quando poi, molti anni dopo, nel 1996, suo figlio Paul si guadagnò un posto nella stessa squadra della Contea.

Il Notts County, invece, non aveva un luogo fisso per le sue partite nella Midland Intermediate League. A proposito, mi ricordo che una volta il grande manager del County, Jimmy Sirrell, mi raccontò che la parte più difficile del suo lavoro era proprio mettersi seduto accanto a un ragazzino alla fine di una stagione agonistica, guardarlo negli occhi e dirgli “ragazzo, mi dispiace molto…”. Il manager-che-non-parlava-mai mi spiegò: “È come dire a un ragazzo che ha una malattia mortale, perché se un ragazzo è arrivato fin lì è perché il suo unico sogno è quello di giocare al calcio e di essere un calciatore. E tu stai per uccidere quello che ha di più caro: la sua ambizione”.

E, anche se Brian Clough non mi disse mai nulla di simile, condivideva questo sentimento. Steve Stone è la prova tangibile di ciò.
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Steve Stone Nottingham Forest
Difficile riconoscere in questo signore precocemente invecchiato Steve Stone, il ragazzino di cui si parla nell’articolo.

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Nonostante i suoi difficilmente dissimulabili doposbornia, e nonostante il mantra che ripeteva continuamente, “voglio controllare tutto al club, da chi lava le magliette in su”, se il Forest giocava in casa il sabato pomeriggio, Clough, alla mattina, non si perdeva una partita dell’A-team. Compariva invariabilmente a un certo punto a bordo campo con il suo golden labrador, Del Boy, alle calcagna, per veder giocare i teen-ager. In quelle occasioni, anche il genitore più orgoglioso del frutto dei propri lombi distoglieva l’attenzione dal campo di gioco per guardare il Gaffer pattugliare il bordocampo guardando tranquillamente quello che succedeva sul terreno di gioco.

Per quanto riguarda Stone, gli vide solo calciare qualche pallone, nelle giovanili, prima dell’incidente. Stone era nato in Scozia nel 1971, in un paesino chiamato Knockentiber, ma era cresciuto nel Nordest dell’Inghilterra. Si era rotto malamente una gamba prima di riuscire a entrare stabilmente nella routine dell’A-team e dell’Accademia: allenamento alla mattina, pranzo al Jubilee Club (il bar convenzionato con la squadra, quello dei supporter), in modo da poter dare un occhio alla dieta, rifinitura con la prima squadra al pomeriggio, e vita nelle terrace-house di proprietà della squadra che sul dietro davano sulla parte di Bridgford End che finisce al City Ground.

Fu mandato a casa per recuperare dall’infortunio, ma scoprì con orrore, durante una visita, che l’osso si era saldato male, e che, quindi, la parte inferiore della gamba, una volta guarita, avrebbe formato una specie di arco che gli avrebbe reso impossibile giocare a calcio. Questo volle significare un’altra operazione per ri-rompere l’osso, e, per il ragazzo, un duplice dubbio: (a) se l’osso questa volta si sarebbe saldato giusto, e (b) se avrebbe recuperato la straordinaria mobilità e velocità che avevano contribuito a garantirgli l’agognato posto nell’Accademia del Forest. La seconda convalescenza la passò a Nottingham, questa volta, di modo che i medici potessero seguirne meglio il recupero.

A poco a poco cominciai a conoscerlo, a metà di quell’inverno, nella stagione 1988-89, mentre faceva esercizi di recupero con un’ala destra di quel tempo, Gary Crosby, anche lui in convalescenza. Li conobbi mentre facevano un’esercizio piuttosto strano, per rinforzare i muscoli delle gambe indeboliti da un grave infortunio. Crosby, che era stato tirato su per 15.000 sterline dall’oscurità della Beazer Homes League [la Southern League, come si chiamò per qualche anno: il settimo e l’ottavo livello del calcio inglese, appena sotto le due Conference], per la precisione dal Gratham, quando si era ormai rassegnato a fare del calcio il suo secondo lavoro, dopo quello di carpentiere, e che aveva sofferto un grave infortunio al ginocchio in una partita di campionato contro il Coventry City, a metà del novembre del 1988; una campana a morto per le sue ambizioni calcistiche, almeno a guardare quello che Clough aveva patito nella sua carriera.

[Allenatore del Gratham, allora, era Martin O’Neill: non è escluso, anche se le fonti non lo riportano, che fosse stato proprio Martin a segnalare a Clough il giocatore.]

Era appena passato Natale, e a turno spingevano la berlinetta di Crosby su per una leggera salita, in una viuzza a fondo chiuso accanto al Jubilee Club. Uno spingeva, l’altro sedeva al volante e guidava. Poi si scambiavano di posto. Ogni tanto, il fisioterapista del Forest, Lyas, veniva fuori e controllava quello che stavano facendo. L’unica cosa che Lyas non riuscì mai a sentire da parte dei due ragazzi è un lamento. Circondati da tre lati da alti muri in mattoni, l’unica cosa che i due riuscivano a vedere ogni giorno attraverso occhi socchiusi dal sudore era la possibilità di poter giocare di nuovo.

Io parlavo loro abbastanza spesso, le poche volte che si prendevano qualche minuto di riposo, non solo perché ero pieno di ammirazione per la loro determinazione, ma anche perché mi era venuta voglia di scrivere un articolo su di loro. Purtroppo, mi avevano detto chiaramente che non avrebbero più parlato con me se avessi osato far e una cosa del genere. Insomma, non credo proprio che sarebbe piaciuto loro che io pubblicassi una foto di loro che spingevano un’auto…

La spiegazione che mi davano? “Il Gaffer non vuole leggere articoli sui giocatori infortunati”.

Una volta o due, mentre chiacchieravo con Clough, misi alla prova questa loro affermazione. Invariabilmente, ogni volta che finivamo un’intervista, il Gaffer mi chiedeva: “Qualcos’altro da chiedere, prima che torni al lavoro?”. Così, gli chiesi se pensava che Crosby avrebbe potuto tornare a giocare, e gli parlai anche di “quell’altro ragazzo così determinato che sta lavorando con lui per il recupero”.

Gli occhi di Clough si rabbuiarono; cercava sempre di dare una risposta alle mie domande, in quel caso, però, mi disse: “non appena lo saprò con certezza, te lo farò sapere”.

E, in effetti, verso la fine della stagione 1988-89, terminando una chiacchierata mi disse la formazione che avrebbe schierato il sabato seguente: “Oh, a proposito, hai una piccola storia da pubblicare per sabato: ho deciso di proporre al giovane Stone un contratto da professionista. Non ho idea se davvero lo valga o no, ma da quello che mi hai detto tu, e da quello che ho visto, merita una possibilità. E i miei allenatori, la cui opinione del resto vale molto più della tua, mi hanno detto la stessa cosa. Non ha avuto una sola possibilità di far vedere il suo valore da apprentice, qui, così vedremo come si comporta in prima squadra nei prossimi 12 mesi.

“Bellissimo, Brian!”, dissi.

“No.” disse quasi con irritazione. “Sarà bellissimo solo se ce la farà. Se non ce la farà, avrò buttato via un altro anno della sua vita , e io avrò segnato sulla lavagna della mia, di vite, un’altra decisione sbagliata”.

“Beh, il tempo impiegato inseguendo un sogno non è mai buttato via, no?”, risposi.

“Piantala. Le frasette a effetto sono il mio lavoro. Però, ammetto che questa non è male. Smetti di ridere e scrivila. Ora togliti dalle palle [now fuck off] e lasciami lavorare”.

“Niente altro?”

“Stai diventando avido. FUORI DALLE PALLE!”

Stavo uscendo dal corridoio che portava al suo ufficio il posto in cui parlavamo e in cui mi rilasciava le sue interviste — per tornare nel foyer pubblico, quando lo sentii urlare “Ehi, aspetta un attimo!”.

Mi girai, e, con mia sorpresa, mi fece entrare nel suo ufficio, il sancta sanctorum, come lo chiamavano tutti con reverenza. Mi fece sedere, mi allungò un ginger scotch, si versò una vodka (un compito che, di solito, chiedeva a Carol — la sua segretaria — di adempiere) e si sedette alla scrivania, sempre indossando il berretto piatto che era diventato uno dei suoi marchi di fabbrica.

“Sto anche per offrire un contratto di un anno al giovane Scot Gemmill“, mi disse a bassa voce.
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Scot Gemmill con la Zenith Data System Cup
Scot Gemmill (a sinistra) e Kingsley Black con la Zenith Data System Cup (o Full Members Cup) conquistata dal Forest nel 1992 grazie alle loro reti, ben tre anni dopo gli eventi narrati nell’articolo. Non stupisce che tre anni prima Clough lo giudicasse un “bairn”.

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“Bene”, dissi segnando anche questo sul taccuino.

“Non perché suo padre lavora per me. Bada bene. Quel piccolo bastardo [Archie Gemmill, formidabile giocatore scozzese del Derby County e del Forest di Clough, quello che giocava i palloni conquistati a centrocampo da McGovern] sta puntando il mio lavoro, ma non lo avrà mai, puoi starne sicuro.”

Stava sorridendo, con le guance accese dall’arietta che saliva dal Trent, e da un ritorno della sua naturale e quasi infantile malizia.

“Posso scriverlo?”

“Meglio di no”, mi disse. “Ma il giovane Gemmill ha fatto abbastanza da far pensare che potrebbe farcela. L’unica mia preoccupazione è se sia abbastanza forte.”

“Si infortuna?”

“Non è tanto questo.” La voce di Clough era diventata poco più di un sussurro cospirazionista, anche se eravamo soli e la porta era chiusa. “È ancora un ragazzino [Clough dice “bairn”, che è la parola scozzese per indicare un bambino]. Ha diciott’anni, ma penso che non si faccia nemmeno la barba. Avrà tipo un paio di peletti in tutto su tutto il corpo. È ancora un ragazzo, e questo è un gioco da uomini. Ma le altre qualità che dovrebbe avere un giovane calciatore le ha tutte. Così gli darò un anno. Lui e il giovane Stone sono molto amici, e si faranno coraggio l’un l’altro. E non farmi fare la figura del vecchio rincoglionito sentimentale nell’articolo, mi raccomando. Ora finisci di bere e fuori dai coglioni. Fai di quel che ti ho detto quel che meglio credi.”

Naturalmente, la cosa importante non è quello che avrei o non avrei fatto io con questa storia, ma quello che Steve Stone e Scot Gemmill avrebbero fatto della doppia scommessa di Clough.

Sono diventati tutti e due nazionali. Altri due giocatori che debbono a Clough quel po’ di tempo in più per far diventare realtà i loro sogni… e tutto questo nel tempo in cui il maestro dei manager avrebbe dovuto essere in parabola discendente.

Stone, diventato meno veloce ma più potente dopo l’incidente, grazie a tutto il tempo passato a spingere l’auto di Crosby, giocò 229 partite per il Forest nei dieci anni a partire dal 1989, soprattutto all’ala destra, il posto occupato prima di lui da luminari del ruolo quali Martin O’Neill e Trevor Francis. Fece nove apparizioni con la maglia bianca dell’Inghilterra, e fece parte della squadra selezionata per Euro ’96.

Il giovane Gemmill (sarà sempre “il giovane Gemmill”, a causa dell’impressionante traccia lasciata dal suo battagliero padre) giocò 245 partite per il Forest negli anni ’90, e si guadagnò 26 cap con la Scozia. Seguì le orme di suo padre anche dopo il ritiro, diventando allenatore; ora lavora per la Federazione scozzese, nello staff della nazionale Under 19.

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Purtroppo, Gary Charles, che aveva esordito nella stessa partita contro il Coventry nella quale Cosby si era fatto male, non era atteso da un destino simile. Era diciottenne anche lui, un terzino non possente ma velocissimo, nato a Newham, nella West London. Fece un debutto sensazionale, addirittura fuori dal suo ruolo preferito, messo all’ala sinistra in una squadra devastata dagli infortuni.

Ancora più sorprendente è il modo in cui Clough decise di rischiare la carta del suo debutto, in quel mercoledì notte: da quello che aveva visto nel corso di una partita della Derby Sunday League quattro giorni prima. Il figlio maggiore di Clough, Simon, che di giorno gestiva una grossa edicola a mezzo miglio dal campo del Forest, a West Bridgford, allietava le sue domeniche allenando una squadretta locale di dilettanti. Brian, assecondando il suo istinto paterno, incoraggiva gli apprentice del Forest — e anche qualche giocatore un poco più vecchio, se viveva ancora nel lodge del club — a prendere parte a queste partite. C’erano due ragioni per le quali lo faceva: la prima era tenerli d’occhio nell’unico momento della settimana in cui avrebbero potuto sfuggire al suo controllo, in modo che non si mettessero nei guai. Il secondo è che era un ottimo modo per insegnare loro il comportamento che lui si aspettava che un giocatore tenesse sul campo.

In quella particolare domenica del novembre del 1988, a Simon mancava un giocatore, e Brian propose di usare uno dei ragazzi dell’Accademia. Ci fu una breve discussione sulle norme che regolavano l’eleggibilità dei giocatori in quella lega, ma il verdetto unanime che scaturì dal dibattito — cioè, il parere di Brian — fu che “quei tizi (gli avversari) non protesteranno per il semplice motivo che non sapranno che è un abusivo, perché non l’hanno mai visto prima d’ora, e perché probabilmente passeranno anni prima che possano vederlo ancora. Si camufferà perfettamente nel tuo branco di cagnacci.”

Con somma sorpresa del ragazzino, il maestro del manager vide in quei 90 minuti giocati su un campetto spazzato dal vento abbastanza da selezionare Charles per la partita contro il Coventry. Charles rispose segnando una rete, portando scompiglio tra le fila avversarie, e sollevando tanto scalpore da far scattare immediatamente una denuncia nei confronti del club del povero Simon per aver schierato un giocatore non registrato e ineleggibile. Un’accusa che nelle Football Association di contea viene spesso punita tipo con la condanna a morte.

Sembrava che il mondo fosse ai piedi di Charles, anche se avrebbe dovuto superare la competizione dei suoi rivali per il ruolo di terzino sinistro in squadra: e questi erano nientemeno che Brian Laws e Stuart Pearce.

Ma da quel novembre del 1988, ogni volta che il Forest doveva giocare una partita nelle vicinanze dell’East End di Londra, Clough diceva a Albert di portare il bus attraverso le case di Newham dove Charles era cresciuto. Albert rallentava — un po’ per il traffico, un po’ perché glielo diceva Clough — e il manager guardava fuori dal finestrino, ai casermoni di cemento, e si chiedeva “dove caspero ha imparato a giocare a calcio il ragazzino? Dove ha trovato un’aiuola d’erba per cominciare?”

Cercai di chiedere a Charles un sacco di volte la stessa cosa. La sua risposta, sempre la stessa, fu stringersi le spalle e ignorare ogni proposta di fare una storia fotografica su dove avesse mosso i primi passi da calciatore, in una carriera che lo portò a giocare otto anni nel Forest, e a vestire due volte la maglia della Nazionale inglese.

A parte un brusco contatto con la legge venuto da un incidente stradale occorsogli nel tempo del suo debutto, i suoi progressi furono tali da farlo entrare a vele spiegate nella prima squadra. Giocò anche la finale di FA Cup: Charles era lo sfortunato giocatore che fu quasi spezzato in due (naturalmente, per puro caso…) [l’ironia di Frecknall si riferisce al fatto che Gascoigne, infortunatosi al pari di Charles in quell’intervento e portato fuori in barella, non venne espulso dall’arbitro, come avrebbe dovuto essere tutta la vita; fatto che falsò quella partita, vinta poi dagli Spurs ai supplementari] dall’intervento omicida del famosissimo Gascoigne. Strano e triste il fatto che Charles abbia preso, via via, la stessa china di Gazza verso l’oblio. Dopo sole 56 partite nel Forest in quegli otto anni passati al City Ground, girovagò per Derby County, Aston Villa, Benfica, West Ham United e Birmingham City senza mai realizzare le possibilità che Clough aveva intravisto in lui una domenica pomeriggio sul campetto di un parco di Derby. E, mentre cercava di venire a patti con quello che la sua vita era diventata al di fuori del football, cominciò a avere tanti problemi con l’alcol da farsi anche un po’ di dentro e fuori nelle galere di Sua Maestà.
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Il fallo di Gascoigne su Gary Charles

Il fallo di Gascoigne su Charles.

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Stone, il giovane Gemmill e Charles. La vivida esemplificazione di che razza di lotteria sia il calcio, anche per i suoi interpreti più dotati.

E Gary Crosby, chiederete? Il ragazzo che possedeva la berlinetta con la quale lui e Stone cercavano di recuperare? Anche lui ce la fece, anche se la sua carriera fu meno brillante di quella del giovane Gemmill e di Stone: giocò per sette anni nel Forest, scese in campo 152 volte segnando 12 reti. Poi, dopo un periodo in prestito al Grimsby Town, girovagò per le serie minori inglesi fino al 1998, quando fu chiamato a assisterlo dal nuovo manager dei gialloneri, un suo caro amico dei tempi del Forest, il figlio di colui che l’aveva lanciato nel calcio professionistico: Nigel Clough. Giocò e allenò con Clough il Burton Albion fino al 2005, dopodiché divenne l’assistente di Nigel. Insieme, abbandonarono il Burton Albion per il Derby County nel 2009, e Gary è tuttora il secondo di Clough sulla panchina dei Rams.
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Nigel Clough e Gary Crosby

Nigel e Gary accolgono due nuovi acquisti al Derby County: James Bailey (sinistra) e John Brayford. È evidente, visto lo stato in cui versano Crosby e Stone, che la macchina di Gary aveva qualche problemino di emissioni tossiche.

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Ormai lo sapete: a Nottingham Forest Italia piacciono molto le storie collaterali, quelle piccole, quelle che, soprattutto da noi, non conosce quasi nessuno, quelle che vengono fuori come per troppa pressione da quelle relativamente più grandi, come l’epopea di Brian Clough.

Perché il calcio, soprattutto quello inglese, è un patrimonio di storie, e, ancor più, di mitologie, che nella storia dell’umanità ha paragoni solo con quello greco e con quello indiano; e non lo dico affatto pensando di esagerare.

Oltre che a Scot Gemmill, Steve Stone e Gary Charles, l’articolo cita di sfuggita un altro personaggio meraviglioso.

Jimmy Sirrell è stato un manager grandissimo e sottovalutato.

Scozzese di Glasgow, portò il Notts County dalla quarta alla prima divisione, e viene universalmente ricordato come il miglior allenatore che le Gazze d’oltre Trent abbiano mai avuto. Calciatore modesto, il suo massimo risultato fu di giocare qualche partita nel Celtic da riserva, giocò soprattutto nelle serie minori inglesi, e cominciò a allenare il Brentford, per passare al Notts County nel 1969, prendendoli in quarta divisione.

Allenò i bianconeri per dieci anni, portandoli in seconda divisione, li abbandonò un paio d’anni, dal ’75 al ’77, per lo Sheffield United, e poi li riprese dove li aveva lasciati, in Seconda Divisione, in piena lotta per la retrocessione; li risollevò, e li portò in Prima divisione nel 1981, per la prima volta dal 1926, sancendo l’impresa con una vittoria per 2-0 a Stanford Bridge, e abbandonò l’allenamento attivo, diventando general manager, l’anno dopo, dopo aver conquistato un onorevolissimo quindicesimo posto, senza mai correre nessun pericolo di retrocessione.

Tra l’altro, lasciò il posto in panchina a un’altra gloria locale, il nostro Larry Lloyd.

Tornò in panchina tre anni dopo, con il Notts County di nuovo retrocesso e in piena crisi finanziaria, per evitare la retrocessione in terza serie, ma fallì l’ennesima impresa; dopo altri due anni vissuti in panchina, senza gloria e senza infamia, in Terza Divisione, abbandonò definitivamente il calcio.

È uno dei tre manager, nell’intero secolo e mezzo di storia del calcio inglese, a aver portato una squadra dalla quarta alla prima serie. La tribuna principale del Meadow Lane, la County Road Stand, gli fu intestata nel 1993, quando era ancora ben vivo e vegeto, un riconoscimento rarissimo, credo, ma ben meritato. Quando il Chairman gli telefonò per chiedergli il permesso, Jimmy rispose: “’T would be a bloody honour, sir”.

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Jimmy Sirrel tribute gate

Il 25 settembre 2008, dopo aver saputo della morte di Sirrell, i tifosi del Notts County portano fiori e sciarpe di fronte alla tribuna che ha preso il suo nome.

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È un grande misconosciuto del calcio inglese; un grande non altrettanto misconosciuto del football britannico trovò queste parole, per ricordarlo il giorno suo funerale, cui volle a tutti i costi partecipare:

Quello che posso dire è che Jimmy è il manager che avrei voluto per la squadra di cui fossi stato tifoso, e che tutti i manager che l’hanno conosciuto la pensano allo stesso modo.

I manager davvero fantastici, quelli che tutti dovrebbero ricordare davvero, sono le persone come Jimmy, quelle che lavorano senza soldi, o con pochi soldi, e con giocatori tutto sommato modesti, ma che fanno nella loro carriera le cose straordinarie che ha fatto lui al Notts County e allo Sheffield United.

Alex Ferguson

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La leggenda del Forest – Parte prima: Da Eastville a Madrid – Capitolo primo: il 1974-75

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Per festeggiare il “nuovo corso” e, insieme, dare radici solide al nostro futuro, che oggi appare un po’ meno fosco di ieri, per non parlare di come si poteva pensarlo dopo la morte di Nigel Doughty, comincerò una serie di post che traccino la storia del Forest dall’anno in cui Brian Clough prese in mano la squadra ai giorni nostri. Terrò come base per la narrazione l’ottimo Nottingham Forest: Brian Clough and His Legacy – A Complete Record 1975 – 2010, di Pete Attaway, una vera e propria bibbia di dati e di date, con tutte le partite del trentacinquennio con formazioni e reti, ma integrerò il suo racconto con divagazioni e ricordi personali. Voglio dire, cercherò di integrarlo, naturalmente.
Partiamo dalla stagione 1974-75: annus horribilis della vita di Brian Clough, cominciato con la prospettiva di una straordinaria avventura nazionale e europea alla guida del Leeds United, e finito nella palude della parte bassa della seconda divisione, alla guida del Nottingham Forest. Ma, come dicono i saggi, la qualità di un giorno va giudicata alla sera: e, in questo primo post, potremo solo e a malapena scrutare i primi chiarori dell’aurora.

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Il Forest cominciò la stagione 1974-75 con una qual certa fiducia, dopo aver chiuso la precedente stagione al sesto posto della allora Seconda Divisione, e il manager, Allan Brown, si sentì di promettere solennemente che, dopo tre anni, l’esilio della squadra dalla massima serie sarebbe terminato.

La stagione estiva aveva visto la cessione del talismanico cecchino Duncan McKenzie, una mossa forse inevitabile, alla luce dei 28 gol messi a segno nella stagione precedente; inevitabile e inaspettatamente lucrosa, visto che lo spatascio di £240.000 mollate per un giocatore che aveva avuto solo una brevissima esperienza di calcio di vertice quando era ancora un U20 sorprese non pochi operatori.

Una spiegazione della generosità degli acquirenti poteva essere ritrovata nel fatto che il manager che l’aveva fortemente voluto era stato proprio Brian Clough, il manager della più potente squadra d’Inghilterra, l’uomo che stava tentando di riforgiare il Leeds United a sua immagine e somiglianza.

Voglio dire, non so quanto voi conosciate della storia del Forest, ma non penso di rovinarvi la sorpresa anticipandovi che Brian Clough avrà poi modo di farsi perdonare dai tifosi Reds per questo sgarbo.

McKenzie, prodotto della fertile accademia del Forest — un giocatore che sapeva essere alternativamente o anche contemporaneamente un problema insolubile e ingestibile per le difese avversarie (non spessissimo, a dire il vero) e per i suoi compagni di squadra (molto più di sovente) — fu presentato ai giornalisti e ai tifosi dello Yorkshire insieme agli altri due acquisti del nuovo gaffer: John McGovern e John O’ Hare.

Caso più unico che raro nella storia del calcio, penso, fu il fatto che lo stesso manager avrebbe ricomprato questo stesso duo e l’avrebbe presentato a altri giornalisti e a altri tifosi ben prima che la stagione 74-75 fosse terminata.

Voglio dire, quando uno spettacolo funziona…

Al Leeds, McKenzie, una volta che si fu liberato dalla palla al piede costituita dal fatto di essere un “acquisto di Clough”, cosa che lo aveva automaticamente reso, dopo i famosi 44 giorni e la burrascosa separazione, una specie di vassoio di porchetta al banchetto di Bar Mitzvà per chiunque fosse solo lontanamente interessato o appassionato al Leeds Utd, fece, tutto sommato, abbastanza bene con i Bianchi dello Yorkshire: vi passò, infatti, due degli anni più fruttuosi e felici della sua molto altalenante carriera e si vide anche una finale di Coppa dei Campioni, seppur solo dalla panchina.

Allan Brown decise che forse non era il caso di precipitarsi a sostituire McKenzie al centro dell’attacco, e preferì concentrarsi su quello che gli pareva il vero problema della squadra: la fragilità della difesa.

Questo settore che poteva vantare, tra i Reds (anche se pochi, a dire il vero, andavano in giro a bullarsene con gli amici, soprattutto se tifosi del Derby, visto che i Rams erano troppo occupati, quell’anno, a vincere il campionato di prima divisione), Bob “Sammy” Chapman, difensore scarno di tecnica e di fronzoli, una vera e propria bandiera del club, visto che aveva esordito in prima squadra nel 1964, a 17 anni e 5 mesi, cosa che faceva di lui il più giovane esordiente del Forest di tutti i tempi, e due altri giocatori certo meno affidabili del Chap: John Cottam, un mezzo zozzone molto soggetto a infortuni, che dopo aver lasciato il calcio diventò sergente di Scotland Yard e, per un certo periodo, allenatore della squadra di calcio della Metropolitan Police, e Dave Serella, non più che discreto difensore, che ora, tra l’altro, fa il lattaio. Serella è passato alla storia per due motivi: per essere stato votato dai tifosi come l’autore del più bell’autogol della storia della squadra, e per essere stato uno dei due giocatori che, durante una partita di coppa a St James Park, proprio nella stagione precedente rispetto a quella che stiamo raccontando ora, dovette riparare negli spogliatoi un po’ malmesso, perché il pubblico di casa, inferocito per vari motivi, invase il campo quasi appositamente per picchiarlo.

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Anzi, questo, forse, è un episodio che merita di essere ricordato con più di un accenno, visto che anche quella partita fa parte del folklore riguardante la nostra squadra; facciamolo andando a pescare il racconto che di quella partita ha John Tudor, un magpie purosangue, che si confessa in un blog dedicato alle Gazze:

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Tuffiamoci nel racconto del folle turno di coppa contro il Forest, nel 1974. John Tudor aveva segnato il destino del “match that never was”, una partita che fu cancellata totalmente dagli annali della FA, perché i tifosi Geordie, invasero, inferociti, il campo di gioco St James Park. La distanza temporale e geografica non ha ottuso la memoria di Tudor riguardo all’episodio più controverso della galoppata del Newcastle Utd verso la finale di coppa del 1974.

Accadde nel sesto turno, quando al Nottingham Forest fu sorteggiato un viaggio al St James, dove trovò a aspettarlo 54.500 spettatori.

Ma la partita si mise subito piuttosto male: era già il secondo tempo, il Forest stava già vincendo 2-1, quando l’arbitro assegnò un rigore ai Reds per un fallo di David Craig sul sempre pericoloso Duncan McKenzie, e mandò pure il difensore a farsi una doccia anticipata. Ci furono gigantesche proteste da parte delle Gazze, e, quando gli animi si furono un po’ calmati, George Lyall segnò dal dischetto. Il destino del Newcastle apparve segnato. In quel momento, i tifosi della Leazes End [l’attuale Sir John Hall Stand] invasero il campo, dando la caccia soprattutto a Serella e a McKenzie, che furono colpiti anche da qualche pugno e da qualche calcio; l’arbitro decise di far rientrare le squadre negli spogliatoi per un ulteriore intervallo, per medicare i giocatori e per permettere ai poliziotti di liberare totalmente il terreno di gioco .

John Tudor: “Beh, inutile nascondercelo… non avremmo mai vinto la partita se i tifosi non fossero entrati in campo, e se l’arbitro, Gordon Kew, non ci avesse in tutta fretta fatto rientrare negli spogliatoi. Eravamo sotto 1-3, e in 10 contro 11. Ma, peggio di tutto, proprio non riuscivamo a giocare, perché Bob Chapman e David Serella stavano facendo una partita mostruosa, là dietro. Io e Mal [Malcom Macdonald, uno dei più forti e discontinui centravanti del calcio inglese degli anni ’70] non avevamo tirato manco un calcio al pallone, perché non ce ne avevano fatto arrivare nemmeno uno. Terry Hibbitt, che era il nostro miglior passatore, stava passando una giornata di merda, e, inoltre, il duo difensivo del Forest chiudeva gli spazi con una velocità tale che non c’era proprio campo con il quale lavorare.

Nel tunnel i giocatori del Forest ci presero per il culo, e anche durante l’intervallo forzato potevamo sentire dall’altra parte del muro la loro esultanza, che pensavano di aver già vinto la partita; mentre nel nostro spogliatoio si potevano sentire le gocce di sudore che cadevano per terra. Finché Joe Harvey non si scosse e non ci chiese che cazzo avessimo intenzione di fare. Decidemmo di giocarci il tutto per tutto, e di buttarci in avanti come forsennati, tanto, non c’era nulla da perdere.

L’esultanza che sentivamo dal loro spogliatoio significava che la loro concentrazione era andata a farsi benedire, pensavano che il lavoro fosse finito, e, in effetti, dopo quell’intervallo l’intensità di gioco del loro centrocampo calò di brutto.

Lo United ruppe quasi subito l’inerzia della partita: il portiere del Forest affondò in maniera assurda SuperMac sulla battuta di un corner, e Terry McDermott segnò il rigore. Pochi minuti dopo, Hibby tirò un cross basso e teso dalla fascia sinistra, io mi tuffai parallelo al terreno, a un paio di piedi da terra, e segnai di testa il pareggio. Poi, nel recupero, fui io a crossare, Mal fece da torre, e Bob Mercur era lì a segnare il più assurdo dei 4-3″ [Era in fuorigioco, bastardo. Dillo].

La FA, però, annullò la partita, e ordinò la ripetizione del match in campo neutro. Fu scelto il Goodison Park, dove la partita finì 0-0. Il Newcastle vinse 1-0 nei supplementari il terzo replay, giocato sempre a Everton, grazie a un gol del solito Macdonald, che stabilì in quella stagione un record per aver segnato in ogni round della FA Cup, dal terzo turno alla finale, e i bianconeri arrivarono in semifinale.

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In quell’ormai mitico pomeriggio, 23 tifosi furono trasportati in ospedale con ferite serie, 103 furono medicati nell’infermeria dello stadio, e una quarantina furono tratti in arresto. Bisogna sottolineare il fatto che entrambi i manager, richiesti dall’arbitro durante l’intervallo forzato, furono d’accordo nel riprendere la partita al termine degli scontri, cosa che impedì al Committee speciale della FA che esaminò la vicenda di dare partita vinta al Forest, e che avrebbe impedito anche la sua ripetizione, ottenuta dal Forest, che poi aveva fatto ricorso, solo grazie a una deroga speciale della FA: un esempio di calcio di altri tempi, più rude e violento di quello attuale, ma anche più aperto e leale.

Va ricordato, infine, che uno dei protagonisti della partita fu Frank Clark, nostro attuale presidente, allora difensore in forza alle gazze di Newcastle (che, tra parentesi, in finale furono letteralmente massacrate dal Liverpool).

Prima o poi, racconteremo più approfonditamente il mitico Newcastle Outrage.

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Ma torniamo a noi, e al nostro 1974-75, che se no, di storia in storia, si fa notte.

Dicevamo, appunto, che il buon Allan Brown, dopo aver venduto McKenzie a Cloughie, pensò bene di rinforzare la difesa, prima di pensare a un sostituto per Minis, come Duncan McKenzie era chiamato dai tifosi Reds. Allie ruppe il salvadanaio per portare al City Ground David Jones dal Bournemouth, un centrale-laterale sinistro che non doveva essere proprio un fenomenillo, visto che la rete non ne porta traccia, e la voce di Wiki a lui relativa è solo un link che langue intonso da anni.

Per quanto riguarda l’attacco, la stagione cominciò con i compiti offensivi divisi tra due punte giramondo e non proprio fenomenali, Neil Martin (uno scozzese coraggiosissimo che aveva contribuito, due anni prima, a portare il Coventry in Coppa UEFA) e John Galley (che aveva fatto molto bene nei cinque anni passati al Bristol City), che si alternavano là davanti con Ian Bowyer, il futuro eroe di Colonia, una vera e propria leggenda del Forest cui dedicheremo preso un post apposito.

In ottobre, Brown aggiunse al pacchetto offensivo Barry Butlin, scuola Derby County, una specie di centroboa proveniente dal Luton Town, che aveva un record, con gli Hatter, di un gol ogni due partite; inoltre, il manager scozzese rinforzò ulteriormente la difesa con il terzino sinistro Paddy Greenwood, da Barnsley, un bravo e, come vedremo, sfortunato difensore.

Così, con la fine di ottobre, tutto il denaro proveniente dalla vendita di McKenzie era stato speso.

Via via che il Forest scivolava verso la cosiddetta parte destra della classifica, appariva sempre più chiaro, con matematica e cristallina precisione, il fatto che il Forest con McKenzie era più forte del Forest senza McKenzie e con Jones, Butlin e Greenwood. Anche Bowyer, venuto da Orient nella stagione precedente e reduce da un bellissimo campionato, senza McKenzie appariva l’ombra di sé stesso; inoltre, per complicare le cose, il tipo di gioco messo in atto dal Forest sembrava non poter tirar fuori da Butlin il meglio di sé, un meglio consistente quasi esclusivamente in un buon gioco aereo.

La chicca di quella prima parte della stagione fu, forse, il bel pareggio per 2-2 a Old Trafford, ottenuto a settembre: ebbene sì, anche il Man United si fece un passaggio in seconda divisione, quell’anno lì, anche se risalì immediatamente. Ma la squadra non riusciva a trovare alcuna continuità di risultati e di gioco: vittoria, pareggio, sconfitta, pareggio, vittoria, sconfitta, sconfitta, pareggio, eccetera eccetera. Le iniziali speranze di promozione cominciarono a sembrare prima forse esagerate, poi sempre più pura farneticante fantasia (quousque tandem abutere, Catilina…), visto che ogni classifica di lega pubblicata dai giornali della domenica vedeva il Forest sempre più schiaffato in posizioni mediobasse. I tifosi e la critica cominciarono a mormorare nei confronti del manager espressioni, diciamo così, di disappunto, visto che, allora, 240.000 sterline erano un sacco di soldi, per una squadra di Seconda Divisione, e che, a giudizio di tutti, quel sacco di soldi lì avrebbe potuto essere speso molto meglio.

Via via che la situazione peggiorava, Brown cominciò pure a andare un po’ via di boccino, nel senso che non sapendo più che pesci prendere per invertire la rotta cominciò a mettere in campo formazioni che sembravano fatte scuotendo dei bussolotti con su i nomi dei giocatori della rosa in un cappello e poi rovesciandoli sul panno del Subbuteo, tanto che le differenze clamorose tra la squadra annunciata nel programma ufficiale e quella effettivamente messa in campo al sabato pomeriggio erano diventate, ormai, l’unico motivo di vera, sincera e sana ilarità per coloro che si ostinavano a recarsi al City Ground.

La qualità della rosa sembrava buona, accanto a giocatori medi di categoria c’erano giocatori di talento, come John Robertson e Martin O’ Neill, che faranno la storia del calcio europeo; ma anche i migliori sembrava che non riuscissero a andar di là da un compitino svolto di malavoglia.

Le uniche sorprese davvero positive vennero da due ragazzi delle giovanili: un portierino, John Middleton, cui fu data un’occasione in prima squadra dopo l’ennesima cazzata del titolare, Dennis Peacock; e un terzino destro con le gambette da ragno, Viv Anderson, il primo giocatore nero a vestire la maglia del Forest, le cui irresistibili discese sulla fascia producevano nei tifosi alterazioni fisiologiche di varia natura, ma sempre associabili a sensazioni positive.

Vabbè, com’è come non è, nella partita del 28 dicembre il Forest perde 2-0 in casa il derby con il Notts County, e Allan Brown viene esonerato. A onor del vero il Forest, pur con una stagione deludente alle spalle, non era in pericolo di vita, visto che galleggiava in tredicesima posizione, e , in questo senso, in un periodo della storia del calcio inglese in cui l’esonero del manager era certo meno frequente di ora, l’allontanamento del tecnico scozzese poteva apparire in qualche modo sorprendente; soprattutto a poche ore dal terzo turno di FA che aveva destinato i Reds a una partita difficile contro il Tottenham Hotspurs in casa; ma tant’è.

La partita di coppa fu condotta dalla panchina da Bill Anderson, coach della prima squadra di lungo corso e traghettatore abituale, in queste circostanze, e fu condotta bene, visto che il Forest impattò 1-1, con un gol di Jones.

Più che alle vicende della partita, però, in quella occasione, i cori dei tifosi furono dedicati alle vicende societarie; in particolare, tra tutti li più gettonato era “We Want Clough”; un coro stimolato anche, evidentemente, dalla memoria di quello che il Maestro di Middlesbrough aveva saputo fare quattordici miglia più a est.

E, incredibilmente, Clough fu quello che ebbero. Tipo come se Benitez, nell’anno del precipitoso esonero patito all’Inter, avesse accettato a febbraio una chiamata dalla Triestina.

Nonostante le molte voci sul fatto che, dopo il molto lucroso esonero dal Leeds, Clough si stesse godendo i suoi ozi tra spiagge e ospitate televisive, il richiamo di un’altra sfida difficile, evidentemente, fu irresistibile, e due giorni dopo la sfida interna con gli Hotspurs Clough si insediò in maniera relativamente tranquilla — per gli standard clougheschi — sulla panchina del Nottingham Forest.

L’effetto fu istantaneo, dal momento che il Forest andò a vincere il replay al White Hart Lane per uno a zero, grazie a un sontuoso colpo di testa di Neil Martin.

Però, l’effetto fu tanto istantaneo quanto di breve durata; questa vittoria rappresentò, infatti, una falsa aurora, dal momento che, nel primo periodo della gestione di Clough, il Forest fece fatica a trovare la vittoria allo stesso modo in cui la faceva durante l’ultima gestione Brown, se non di più.

Il Forest, spo il successo con il THFC, vinse anche la prima partita di Lega giocata sotto il nuovo gaffer, un 1-0 strappato al Craven Cottage; ma poi i Rossi non vinsero più fino a aprile, circa tre mesi più tardi, e poi di nuovo solo un’altra partita nel corso di tutta la stagione, l’ultima giornata in casa contro il WBA.

Aggiungiamoci un’eliminazione in coppa dopo un estenuante quarto turno sempre contro il Fulham: quattro partite al termine delle quali i Cottagers emersero vittoriosi (fu la mitica edizione della FA Cup in cui il Fulham, guidato da un Bobby Moore a fine carriera, arrivò in finale proprio contro il West Ham United, per cui, evidentemente, questo stress, per i bianchi, fu meno deleterio che per noi; tra parentesi, quella fu anche la prima finale di Coppa d’Inghilterra che io vidi).

Il secondo replay di quella sfida infinita, tra l’altro, privò il Forest di Paddy Greenwood, uno dei titolari più efficaci e regolari fino a quel momento, per una gamba rotta. Fu un infortunio terribile, dal quale Greenwood non si riprese mai, e che segnò la fine della sua carriera a alto livello.

Quindi, se i tifosi del Forest si aspettavano una rivoluzione immediata, furono indubbiamente delusi; forse, così come era già avvenuto a Leeds, il rifiuto del suo braccio destro, Peter Taylor, di abbandonare la promettente squadretta che stava costruendo a Brighton (quasi la stessa che poi Alan Mullery portò fino alla prima divisione e alla finale di FA Cup) per unirsi a lui ebbe qualcosa, o molto, a che fare con questo iniziale insuccesso.

Gli unici ingaggi di Clough, in questo periodo, furono Bert Bowery, di cui abbiamo già parlato in questo blog, un grosso e macchinoso attaccante prelevato dalla squadretta locale del Worksop Town, che, però, fece solo un pugno di apparizioni in prima squadra, e la fidatissima coppia di cui abbiamo parlato prima, John McGovern e John O’ Hare, provenienti da un Leeds Utd nel quale, dopo la partenza del loro mentore, erano diventati reietti.

Lo stentato inizio di Clough al Forest diede voce a tutti coloro che non lo volevano alla guida del Forest: in primo luogo, per la sua lunga e gloriosa militanza tra i rivali del Derby Countuy; in secondo luogo per la sua storia di rapporti difficilissimi proprio con la dirigenza del Rams, che gli aveva appioppato la nomea, non del tutto immeritata, di allenatore polemico e irritante. A questo si aggiungevano il suo fallimento nella brevissima esperienza a Brighton, che si era conclusa con le sue dimissioni dopo una sconfitta per 8-2 patita al cospetto del Bristol Rovers, e, infine, tutta la non proprio commendevolevicenda di Leeds: insomma, il partito contrario al nuovo allenatore prese voce, e la velata convinzione che Clough pensasse di valere molto più di quanto in realtà non valeva si fece strada anche tra i tifosi inizialmente più ben disposti, quelli che avevano cantato durante la partita contro gli Hotspurs.

Per fortuna, come detto, il profilo tenuto da Clough nel suo primo anno al Forest fu bassissimo, tanto tranquillo quanto inefficace, senza nessuna delle sue debordanti comparsate televisive, e senza nessuna delle polemiche che sembravano fatte apposta per riempire innumerevoli polliciate di tabloid.

Clough combatteva per tirar fuori il meglio da quello che aveva ereditato, anche se McGovern aveva aggiunto indubbiamente sapienza tattica e tecnica in mezzo al campo, e O’ Hare maggior movimento davanti.

Certi giocatori, come Anderson e Robertson, utilizzati poco e male da Brown, diventarono titolari quasi fissi, mentre altri, come l’ala irlandese Jeremiah Miah Dennehy e il suo compagno di nazionale Martin O’ Neill lo furono meno, e, a un certo punto della stagione, sembrarono quasi di troppo.

A altri ragazzi dell’accademia, come a Jimmy McCann e Tony Woodcock, fu data qualche opportunità in prima squadra verso la fine della stagione per mettersi alla prova, anche se, nel caso del secondo, doveva passare ancora quasi una stagione e mezza prima della sua definitiva consacrazione tra i titolari.

E, in effetti, la cosa più notevole dell’inizio dell’avventura di Clough al Forest è che la squadra non avrebbe subito, nell’immediato, tanti ritocchi: quasi tutti i giocatori che si sarebbero guadagnati la promozione di lì a due anni erano già presenti in squadra; ci voleva solo qualche altro colpo della straordinaria capacità di Clough di gestire gli uomini per far capire a molti dei depressi giocatori del Forest di allora ciò di cui erano davvero capaci.

Clough cominciò il suo regno raccogliendo il Forest al tredicesimo posto, e concluse la sua prima stagione in sedicesima posizione. I tifosi più impazienti protestarono, quelli più avveduti si ricordarono che era successa esattamente la stessa cosa nel primo anno di Clough al Derby County, anch’esso preso in seconda divisione. Poi, era venuta la promozione, la vittoria del campionato inglese e la semifinale di Coppa dei Campioni. I tifosi più scettici obiettarono che sì, che era vero, ma che i successi di Derby erano stati ottenuti da Clough e da Taylor, e che il secondo stava ancora lì, in Terza Divisione, a accudire la nidiata del Brighton.

Diamo, di seguito, la classifica finale di quell’anno; le colonne dopo quella con il nome ella squadra rappresentano, da sinistra a destra, le partite giocate, il coefficiente reti, i punti (2 punti per la vittoria), il risultato di quella squadra contro il Forest al City Ground e il risultato di quella squadra contro il Forest in casa..

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P GA Pt Res Res
1 Manchester United 42 2.20 61 L0-1 D2-2
2 Aston Villa 42 2.47 58 L2-3 L0-3
3 Norwich City 42 1.57 53 L1-3 L0-3
4 Sunderland 42 1.86 51 D1-1 D0-0
5 Bristol City 42 1.42 50 D0-0 L0-1
6 West Bromwich Albion 42 1.29 45 W2-1 W1-0
7 Blackpool 42 1.15 45 D0-0 D0-0
8 Hull City 42 0.76 44 W4-0 W3-1
9 Fulham 42 1.13 42 D1-1 W1-0
10 Bolton Wanderers 42 1.10 42 L2-3 L0-2
11 Oxford United 42 0.80 42 L1-2 D1-1
12 Leyton Orient 42 0.72 42 D2-2 D1-1
13 Southampton 42 0.98 41 D0-0 W1-0
14 Notts County 42 0.83 40 L0-2 D2-2
15 York City 42 0.93 38 W2-1 D1-1
16 Nottingham Forest 42 0.78 38
17 Portsmouth 42 0.81 37 L1-2 L0-2
18 Oldham Athletic 42 0.83 35 W1-0 L0-2
19 Bristol Rovers 42 0.66 35 W1-0 L2-4
20 Millwall 42 0.79 32 W2-1 L0-3
21 Cardiff City 42 0.58 32 D0-0 L1-2
22 Sheffield Wednesday 42 0.45 21 W1-0 W3-2

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La prima follia di Sven Goran, ovvero l’eroe dimenticato dell’Inghilterra

Per Brian Clough era "titolare fisso" nella squadra ideale dei migliori tra tutti i giocatori che aveva allenato; guidò la difesa inglese — annullando, tra gli altri, Van Basten e Klinsmann — nel miglior mondiale dell'Inghilterra dopo il 1966, e fu nominato miglior difensore del torneo, oltre che considerato quasi unanimemente il miglior difensore del mondo;  è stato giudicato il miglior difensore inglese dell'era moderna in un sondaggio fatto su internet tra tifosi e appassionati; eppure, quando si parla della crisi dei difensori inglesi, della scarsa qualità che riescono a esprimere, si citano sempre Tony Adams e Terry Butcher come esempi dei "tempi d'oro", e mai lui.

Cerchiamo di rendere giustizia di questa dimenticanza dedicando un paio di articoli al più forte difensore centrale che il Forest abbia mai avuto, insieme, probabilmente, a Kenny Burns: ladies and gentlemen, from Hackney, London, Deeeeeees Walker!

Cominciamo dando conto di una singolare ma acuta analisi fatta da un giornalista inglese su Squidoo, che imputa a Sven Goran Eriksson, che impose l'acquisto del difensore alla sua squadra di allora, la Sampdoria, la rovina della carriera internazionale di Walker.

È singolare come la storia ricordi con più gentilezza certi giocatori invece di certi altri.

I nomi di Tony Adams e di Terry Butcher vengono tirati fuori continuamente nelle discussioni sulle grandi nazionali inglesi dell'età moderna, mentre Des Walker, a loro contemporaneo e di gran lunga superiore, viene generalmente ignorato da molti appassionati.

Non bisogna dimenticare che Walker, durante un cero periodo della sua carriera — certamente durante i suoi fasti a cavallo tra gli anni '80 e gli anni '90 — fu considerato il più forte centrale del mondo, una fama che nessun altro difensore inglese aveva avuto sin dai tempi di Bobby Moore, e che nessuno ha raggiunto in seguito.

Può darsi che fosse per il suo carattere riservato, restio a concedersi ai media; può darsi che fosse perché non ha mai giocato per i club più "sexy", quelli di Londra e quelli del nordovest dell'Inghilterra; può darsi, soprattutto, che sia stato perché è stato reso improvvisamente un ex giocatore dell'Inghilterra dall'insensato abuso perpetrato ai suoi danni da un viscido Dongiovanni svedese, che avrebbe, tra l'altro, causato ulteriore vasto danno, in seguito, alla nazionale dei Tre Leoni.

Qualunque sia la ragione della sua sottovalutazione, questo articolo è un tributo a Des Walker, il miglior difensore inglese dell'era moderna.


C'erano una volta, non tanto tempo fa, i difensori inglesi, che rispondevano quasi tutti allo stereotipo del giocatore "carne e patate": un piatto molto semplice e sostanzioso.

Pensate a Phil Thompson, pensate a Terry Butcher, pensate ai due Dave Watson. O pensate a Alvin Martin, a Mark Wright, a Tony Adams… sono sicuro che, a questo punto, vi sarete fatti un'idea.

Ottimi giocatori da squadra di club, tutti d'un pezzo. Forti, risoluti, possenti nel gioco aereo, e con una sorta di mantra interiore tutto "sangue e fegato" davvero ammirevole. Ma, detto tutto il bene che si possa dire di loro, va aggiunto anche che ciascuno di essi era lento, troppo "verticale" nel suo gioco, e, come conseguenza, orribilmente soggetto a figuracce quando messi a confronto con i migliori attaccanti del mondo.

L'abbiamo visto ai mondiali del 1986, quando Maradona fece sembrare il nostro duo difensivo, Butcher e Fenwick, una coppia di orrendi pezzi di legno, quando girò loro intorno senza rallentare nemmeno il passo, nella strada per andare a segnare il suo "gol del secolo" nei quarti di finale.
E l'abbiamo visto ancora più nitidamente a Euro '88, quando l'attaccante dell'Olanda, Marco Van Basten, prese in giro con una mano sola la nostra linea difensiva boscaiola formata da Tony Adams e Mark Wright, mettendo a segno senza sforzo una memorabile tripletta.

Fortunatamente per l'Inghilterra, c'era in rampa di lancio un valoroso purosangue che si sarebbe mostrato la soluzione a questo problema. Un londinese schivo, freddo, riflessivo, dal nome di Des Walker. E perfino Van Basten sarebbe incocciato in questo ostacolo insuperabile, lungo la sua strada.

Walker non è stato un ragazzo prodigio. Fu rilasciato alla fine dell'accademia dal suo club giovanile, il Tottenham Hotspurs, e fu preso in carica dal Nottingham Forest. Anche in questo club la sua strada per la prima squadra non fu rapidissima, visto che Brian Clough, suo grande mentore, lo utilizzò all'inizio come terzino di riserva, per impiegarlo come difensore centrale solo a partire dalla stagione 1985-86, quando Des aveva ormai 21 anni.

Nei successivi cinque anni, Walker si affermò come probabilmente il migliore e più popolare giocatore della storia del Forest. Un colosso difensivo dotato di corsa da gazzella e di straordinario vigore atletico, che aiutò in maniera decisiva il Forest a tornare tra i primi quattro club d'Inghilterra.

Ma Walker non era solo il suo straordinario passo: poteva leggere in maniera brillante il gioco di una partita, aveva un temperamento freddo e inscalfibile alle provocazioni, era capace di contrastare con precisione chirurgica. La sua capacità di recupero era talmente prodigiosa che, pur giocando da difensore centrale, gli veniva richiesto di coprire tutta la parte destra del campo, e di fungere da vero e proprio paracadute per i compagni in difficoltà; e, nella convinzione di stare cantando le lodi di un giocatore superiore a qualunque attaccante nel quale il Forest potesse imbattersi, "you'll never beat Des Walker" divenne il coro più frequentato dai tifosi Reds. E, più spesso che no, era un coro perfettamente rispondente al vero.

Dopo il disastro di Euro '88, l'Inghilterra si trovò nella necessità di cercare un'altra direzione, e la convocazione di Des Walker fu la naturale conseguenza della voglia di rinnovamento. Des divenne rapidamente una delle prime scelte nel team-sheet di Brian Robson, e giocò un ruolo determinante nel conquistare ai Bianchi la qualificazione al mondiale del 1990, sempre in tandem con il solido e affidabile Terry Butcher nel cuore della difesa. Butcher si sarà anche guadagnato i titoli di testa dei tabloid con la sua maschera di sangue durante la partita decisiva dell'Inghilterra giocata contro la Svezia a Stoccolma, ma fu Walker il vero eroe della serata, con una prestazione a dir poco monumentale.

È un peccato che la campagna inglese a Italia '90 sia ricordata soprattutto come l'incoronazione definitiva di Paul Gascoigne, perché — anche se Gazza indubbiamente sciorinò momenti di grande gioco — nessuno può mettere in dubbio che sia stato Des Walker la vera stella del torneo inglese.

Anche se giocò sempre patendo le conseguenze di una botta fortissima, gentile omaggio di un takle crudo e codardo di John Aldrige nell'1 a 1 di apertura contro la Repubblica d'Irlanda, Walker giocò in maniera imperiosa ogni singolo minuto delle sette partite dell'Inghilterra, alla fine delle quali ai Bianchi fu crudelmente negato l'accesso in finale dalla sconfitta ai rigori contro la Germania.

Perfino considerando il suo impeccabile standard di gioco di quel periodo, che gli consentì di annullare il centravanti tedesco Jurgen Klinsmann in semifinale, Walker probabilmente giocò la partita della sua vita nella partita del gruppo di qualificazione contro l'Olanda, quando cancellò dal campo la nemesi inglese Van Basten, come al formidabile centravanti non era mai capitato nel corso della sua carriera internazionale.

Il maestro olandese, il terrore delle difese mondiali, semplicemente non tirò un solo calcio al pallone. Non poté mai superare Walker, non poté intimidirlo, e non poté nemmeno superarlo in velocità. Fu una masterclass sull'arte di difendere, un contrasto davvero stridente con quanto era avvenuto solo due anni prima.

Walker non giocò mai meglio di quanto non fece durante quel mese d'estate del 1990, quando sembrava davvero che nessuno avrebbe mai potuto superare Des Walker. Il torneo non vide difensore migliore di lui, e Walker cominciò a essere — giustamente — considerato il miglior difensore del mondo. Fu nominato nella mitica "squadra ideale" del torneo dalla FIFA, e, per la prima volta nella storia, i migliori club della Serie A cominciarono a far lampeggiare il loro libretto degli assegni di fronte agli occhi di un difensore inglese!

Walker rimase al Forest per altre due stagioni — abbastanza per conoscere la sofferenza crudele di realizzare un auto-gol decisivo contro gli Spurs nella finale di FA Cup del 1991, e per segnare il suo unico gol in una partita ufficiale (su oltre 700 presenze) contro il Luton Town, nel New Year's Day Match del 1992.

Durante tutto questo tempo, Walker rimase la pietra angolare della difesa dell'Inghilterra sotto la disastrosa direzione di Graham Taylor, e fu uno dei pochi giocatori a salvarsi dall'ignominia durante Euro '92, tanto da essere ingaggiato proprio appena dopo la fine del torneo da una delle maggiori squadre della Serie A di allora, la Sampdoria, per un corrispettivo a prezzo di saldo, un milione e mezzo di sterline, a causa di una clausola contenuta nel suo contratto.

Aveva 25 anni, era ancora lontano dal suo picco di rendimento, e, dato che la Serie A era l'unico palcoscenico che contava davvero, allora, a livello internazionale, tutto faceva pensare che Walker avrebbe potuto cementare il suo posto tra i grandi difensori centrali di tutti i tempi. Ma no. In qualche modo, la carriera di Walker prese una direzione sbagliata, da questo punto in poi, e bisogna davvero ringraziare la follia tattica di un allenatore svedese relativamente sconosciuto, Sven Goran Eriksson, per questo.

Per ragioni che solo lui potrebbe — forse — spiegare, Eriksson decise ridicolmente di utilizzare un difensore centrale destro di piede come terzino sinistro. Un ruolo che non era assolutamente nelle sue corde, e che Walker, quando firmò per la Sampdoria, certamente non pensava di dover ricoprire; e Des divenne improvvisamente sperduto, insicuro, confuso e, soprattutto, per la prima volta nella sua carriera, inviso ai tifosi.

L'aspetto più triste dell'incubo italiano di Walker fu il suo repentino calo di forma con la maglia della nazionale inglese, e non aiutò di certo il fatto che la squadra fosse speditamente diretta verso l'abisso, in un tentativo patetico e balbettante di qualificarsi per la Coppa del Mondo del 1994. Walker soffrì anche il fatto di essere l'ultimo uomo di una squadra allo sbando, e la sua prestazione fu francamente orribile, soprattutto nelle partite decisive contro l'Olanda e la Norvegia. L'Inghilterra non riuscì a qualificarsi, e, anche se nessuno, allora, avrebbe potuto immaginarlo, la carriera internazionale di Des Walker terminò, a soli 27 anni.

Lo Sheffield Wednesday lo pagò 2,7 milioni di sterline per portarlo indetro dall'Italia, e, per otto stagioni, divenne per gli Owls quello che era stato per il Forest: il miglior difensore centrale nella storia del club. Anche se non era più così veloce, era, tuttavia, veloce più che abbastanza, e la sua lettura del gioco si era fatta via via più affilata con il passar del tempo: insomma, in un club avviato ormai inesorabilmente verso il declino era un vero e proprio gigante.

Anche se Walker non era più così forte come prima di passare per il tritacarne di Eriksson, è davvero ridicolo il fatto che non gli sia stata più concessa una possibilità con la maglia dell'Inghilterra, quando, all'epoca, Terry Venables era solito distribuire caps in maniera imbarazzante, come se fossero confetti di nozze, e quando, soprattutto, raccolse sotto i Tre Leoni una vera e propria armata Brancaleone di difensori, compresi tizi come Neil Ruddock, John Scales, Colin Cooper, David Unsworth e Steve Howey.

Continuò a prestare i suoi servigi allo Wednesday fino ai suoi trenta inoltrati, giocando più di 300 partite, e, alla fine, andò a trascorrere gli ultimi spiccioli di carriera, con grande eleganza, là dove era cominciata, nella sua casa spirituale, il City Ground: aiutò il Forest a raggiungere i play-off della Championship nel 2003, e nel 2005 gli fu garantito un meritatissimo testimonial, la partita d'addio con la quale si tributa ai grandi giocatori inglesi che si ritirano. Secondo lo stile del giocatore, l'incasso fu devoluto in beneficenza, senza alcuna fanfara.

E così, come dovremmo ricordare Des Walker?

Il test supremo, per la grandezza di un giocatore di calcio, è la Coppa del Mondo, e è un test che la maggior parte dei nostri cosiddetti grandi giocatori ha sempre fallito. Non così Des Walker. Nel 1990, fu il migliore tra i migliori, un difensore del 21° secolo che giocava alla dine del 20°, anni avanti rispetto ai suoi tempi.

Oggi Walker sarebbe un giocatore da 30 milioni di sterline, e sarebbe titolare inamovibile dell'Inghilterra. Rio Ferdinand, John Terry e il resto dei difensori attuali hanno le loro qualità, e i loro fan, ma, francamente, non c'è un altro Des Walker.

I tifosi del Forest, con i loro canti, avevano ragione: anche se solo per una sola breve stagione, you could never beat Des Walker.

Ecco. Non so a voi, ma a me i pezzi sulla storia del football, e sulla storia del Forest e dei suoi eroi in particolare, non piacciono se non hanno un sano fondo di commozione e di patetismo, e questo mi sembra che ne abbia a sfare.
A questo punto, dando appuntamento a un prossimo post nel quale tracceremo con più precisione le vicende dell'avventura di Walker al City Ground, vi lascio in compagnia delle immagini del testimonial di cui l'articolo che vi ho tradotto sopra ha parlato nella sua conclusione, con il pubblico del Trent End che canta al suo eroe "you'll never beat Des Walker".

Io non so se avremo più un difensore forte come Des: so solo che, se mai ce l'avremo, vorrà dire che saremo tornati a essere davvero grandi.

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East Midlands derby: Crossing the Divide.

Come più volte ripetuto, i giocatori che hanno vestito sia il rosso del Forest sia il bianco dei Rams sono moltissimi. Solo dalla Seconda Guerra mondiale in poi, i giocatori che hanno giocato ad entrambi i lati dell'A52 sono più di trenta.

Il primo, e uno dei più illustri, è Stewart Imlach, più volte citato in questo blog, uno degli eroi della Coppa del 1959. Prima di arrivare al Forest nell'estate del 1955, infatti, Stew giocò nel Derby County una stagione per lui non proprio brillantissima nel 1954-55. In questo caso si trattò proprio di un trasferimento diretto, visto che i Reds pagarono i Rams 5.000 sterline per l'ottima ala sinistra scozzese.

Gran parte dei trasferimenti tra le due sides dell'East Midlands avvennero, però, nell'epoca di Brian Clough: sia verso ovest, quando BC guidava i Bianchi, sia, in maniera molto più massiccia, verso est, quando BC cominciò il suo regno al City Ground e richiamò molti giocatori del suo periodo al Baseball Ground.

Clough, nel 1967, prelevò dal Forest per 30.000 sterline Alan Hinton, giocatore sottovalutatissimo da tutti i manager che il Forest ebbe durante il periodo trascorso dal forte giocatore di Wednesbury al City Ground, il cui addio fu salutato dal board Garibaldi con grande soddisfazione, dal momento che la cifra pagata dal DCFC per il suo acquisto venne giudicata folle; quanto si sbagliassero, Hinton lo dimostrò al Derby County, dove giocò 253 partite di lega segnando 63 reti, e vincendo due titoli inglesi.

Nel grande Derby County del periodo 1969-75 giocavano altri giocatori che avevano vestito la maglia rossa: Terry Hennessey, forte difensore, nazionale gallese, giocò nel Forest dal '65 al '70 diventandone il capitano, e nel Derby County dal '70 al '73; Henry Newton, centrocampista nato proprio a Nottingham, al Forest dal '63 al '70 e, dopo un interludio all'Everton, al Derby dal '73 al '77, proprio in tempo per vincere il secondo titolo assoluto; Frank Wignall, al Forest dal 1963 al '68, e, dopo un interludio ai Wolves, al Derby County dal 1969 al '71.

Il vero e proprio esodo, come anticipavamo, avvenne però con l'avvento di BC al Forest: i fedelissimi John O' Hare e John McGovern, che avevano seguito il Gaffer anche da Derby a Leeds, per i suoi famosi 44 giorni (McGovern, che cominciò a giocare proprio con Cloughie a Hartlepool, è l'unico a aver seguito il Gaffer in tutte le sue squadre, con l'esclusione della parentesi di Brighton), si precipitarono al City Ground al primo cenno di Clough, con il Leeds ben contento di liberarsi dei due incomodi testimonial di quell'esperimento fallimentare. Il primo fu ottima punta di riserva al City Ground, con 101 presenze e 14 reti per i Reds, e il suo contributo ai trionfi del Forest fu molto inferiore a quello dato ai titoli dei Rams, dove giocò 248 partite di Lega segnando 65 reti, anche se vanta una medaglia europea vinta sul campo, dal momento che subentrò a uno stremato Mills nel finale della battaglia del Bernabeu.
Il secondo, invece, fu la vera anima dei successi del Forest di Clough, e ne fu, certamente, il giocatore più rappresentativo, anche se non il più spettacolare: grande capitano, la vera e propria incarnazione in campo dello spirito del suo allenatore.

Archie Gemmill, un altro dei Cloughie boys del Derby County, si fece l'A52 nel 1977, mentre Colin Todd, l'ultimo giocatore del Derby di BC a passare la sponda, si unì al Forest molto più tardi, nel 1982, avendo abbandonato i Bianchi già da cinque anni, passati tra Everton e Birmingham City.

Tra l'altro, Archie Gemmill tornò a Derby nel 1983, dopo un periodo passato tar Birmingham City, Wigan e una breve esperienza americana, diventando l'unico giocatore della storia a attraversare il "confine" per ben due volte.

Poi, dopo il periodo d'oro del Forest, i giocatori ricominciarono a salire. In particolare, tre campioni d'Europa finirono al Derby County: Peter Shilton, l'eroe del Bernabeu, si trasferì al Derby County nel 1987, dopo cinque anni passati al Southampton. Kenny Burns, il grande difensore scozzese, passo agli Arieti nel 1984, per rimanervi solo un anno. E, infine, il trasferimento forse più doloroso di tutti e per tutti: il passaggio di John Robertson, giocatore feticcio di Brian Clough, che fu convinto da Peter Taylor a firmare per i Bianchi nel 1983. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, l'evento che segnò la rottura definitiva tra i due amici, dopo che già la decisione di Taylor di firmare per il Derby County dopo aver spacciato l'addio al Forest per un ritiro dal calcio aveva provocato una gravissima crisi tra i due manager. Il Forest agì per vie legali contro il passaggio di Robbo dall'altra parte, accusando Taylor di aver versato sottobanco soldi allo Scozzese per convincerlo a firmare: fatto sta che, dopo quell'episodio, Clough e Taylor non si parleranno mai più, per il resto delle loro vite.

La fine degli anni d'oro del calcio nell'East Midlands segna un certo rallentamento di traffico, e i pendolari sull'A52 tornano a essere più numerosi dei giocatori.

Tra i passaggi più notevoli, quelli di Darren Wassall, difensore che giocò una trentina di partite negli ultimi Forest di Clough e che passò al Derby nel 1992, di Gary Charles, terzino destro che passò al Derby dopo la retrocessione del 1993, del grande Steve Hodge, che giocò un periodo in prestito al Derby durante il suo ultimo anno al Leeds United, nel 1994; viceversa, ricordiamo Glyn Hodges, nazionale gallese, più noto per essere stato uno dei protagonisti del "grande Wimbledon", che giocò per il Derby County nel 1996 e per il Forest nel 1998; Darryl Powell, uno dei Reggae Boyz di Francia '98, pur essendo nato a Londra: giocò 11 partite per il Forest nel 2005, dopo aver giocato per il Derby County dal 1995 al 2002. Poi, Lars Bohinen, al Forest dal 1993 al 1995 e al Derby dal 1998 al 2001, e Dean Saunders, famoso soprattutto per un anno passato al Liverpool e per il ruolo di commentatore del Galles per la BBC, al Derby dal 1988 al 1991 e al Forest nel 1996-97.

Per arrivare ai giorni nostri, con Lee Camp e Dex Blackstock, il primo nato a Derby e cresciuto nei Rams, il secondo al Derby per un breve periodo in prestito dal Southampton, e anche il neoacquisto Marcus Tudgay ha cominciato la sua carriera da pro nel Derby County, nel 2002: 92 presenze in campionato con un bottino di 17 reti.

Ma i due casi recenti più famosi sono quelli di Robbie Earnshaw e di Kris Commons, che percorsero in direzioni opposte la A52 proprio nello stesso periodo: il primo, ceduto dal Derby al Forest dopo il campionato 2007-08 (la disastrosa stagione dei Rams in PL), nel quale il gallese segnò la miseria di una rete in 22 apparizioni, dopo essere arrivato, voluto fortemente da Billy Davies, con gran squilli di tromba e un bel po' di soldi: tre milioni di sterline, allora record assoluto per i Rams; il secondo passato nella stessa estate al Derby, dopo la scadenza del contratto con il Forest, contratto che Commons non volle rinnovare, nonostante la promozione dei Reds dalla League One alla Championship: un gesto letto dalla tifoseria Rosso Garibaldi come un grave tradimento, il motivo per il quale, in assenza di Savage, le attenzioni dei tifosi, con cori come "Whats that on the A52? Its Fatty Commons, its Fatty Commons!" saranno tutti per lui.

***

Tra i manager, i passaggi sono più radi, naturalmente, ma di grandissima importanza: Peter Taylor è l'unico a aver percorso il tragitto due volte: fu assistant manager al Derby e al Forest con Clough, e manager di nuovo al Derby, questa volta da solo, a partire dal 1982.
Ma a avere diretto sia Forest che Derby come manager sono solo tre allenatori: Dave Mackay, come saprà benissimo chiunque abbia letto Damned United, prese in mano il Derby dopo l'addio di Clough, nel 1973, provenendo proprio dalla sua prima esperienza manageriale al Forest. Poi lui: Brian Clough, manager del Derby County dal 1967 al 1973, e del Nottingham Forest dal 1975 al 1993. E, infine, l'attuale manager del Forest, Billy Davies, nominato manager dei Reds nel 2008 e manager del Derby County della promozione nella stagione 2006-2007.

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E ora, un po’ di balistica: i migliori tiratori di punizioni del Forest nell’era della televisione.

Eccomi di nuovo, dopo una non voluta pausa dovuta a soverchianti impegni di lavoro. Pausa che il Forest ha sfruttato alla perfezione, con due vittorie interne piuttosto pesanti, e molto benefiche per la classifica: tra l'altro, abbiamo anche rimarginato la ferita aperta dal vedere il DCFC messo meglio di noi in classifica. Con tutto il bene che voglio a Nigel, ora mi sembra che l'Universo abbia riacquistato un grado superiore di consistenza e di credibilità.

Il maggiore elemento di curiosità della due giorni calcistica è stato, indubbiamente, il terrificante calcio di punizione con il quale McGugan ha chiuso la sfida con l'Ipswich di Roy Keane; si è trattato di un gesto tecnico stupefacente, che per l'insieme di potenza, precisione, taglio della palla, modalità del calcio e modalità di aggiramento della barriera ha ricordato alcune delle migliori punizie di Roberto Carlos.

Uno degli argomenti che ha più acceso la fantasia dei tifosi e dei blogger è stato, naturalmente, il confronto tra McGugan (che, tra l'altro, ha risolto su punizione anche la precedente partita con il Boro) e gli altri grandi tiratori che hanno vestito, nel corso della storia, la maglia rosso Garibaldi.

In realtà, l'edizione più vincente di tutti i tempi del Forest, quella del magico triennio 1978-80, non aveva grandi calciatori di punizione. Robertson se la cavava, Woodcock a volte tentava senza molto successo qualche punizione alla Platini, ma, nel complesso, non sono molte le partite, in quel leggendario periodo, a essere state risolte da questo fondamentale. Il nostro Platini, allora, erano la compattezza della squadra, l'efficacia della manovra e l'intensità fisica.

Nei periodi successivi, invece, qualche ottimo calciatore di punizioni l'abbiamo avuto anche noi.

Il primo e principale, naturalmente, è Stuart Pearce. Psycho ha tirato molte punizioni straordinarie, nella sua carriera, ma una di quelle che i tifosi True Redpiù anzianotti ricordano con maggiore piacere è quella che ci regalò una sempre piacevole vittoria all'Old Trafford, il 29 settembre del 1990.
Un capolavoro assoluto, che ribadì la netta supremazia del Forest sullo United negli anni di Cloughie, testimoniata anche dal 4-0 infilitto ai Red Devils nella partita del City Ground della primavera precedente, a tutt'oggi la più sonante vittoria del Nottingham sul Man Utd al City Ground.

Tra l'altro, in quella stagione, una vittoria molto fortunosa per 1-0 dello United sul Forest al City Ground nel terzo turno di FA Cup si rivelò probabilmente decisiva per le sorti del Manchester Utd e del calcio mondiale, visto che aprì ai Rossi di Ferguson la strada per la vittoria nella Coppa, e allontanò lo spettro dell'esonero che gravava, piuttosto concreto, sul tecnico scozzese, vista la latitanza di risultati nei suoi primi tre anni di gestione.

Un altro grande calciatore di punizioni è stato l'olandese Johnny Metgod, finito al Forest dopo due stagioni non proprio esaltanti al Real Madrid, convinto da Brian Clough, che ne apprezzava moltissimo il rigore tattico e l'intelligenza di gioco, e che avrebbe voluto imperniare su di lui una nuova stagione vincente.

Con noi Metgod visse tre stagioni piuttosto brillanti, dal 1984 al 1987, condite spesso da fucilate su punizione come quella, giudicata ancora da molti il calcio più terrificante mai dato a un pallone da football (un referendum svoltosi tra i tifosi del Forest nel 2007, quindi a più di vent'anni dalla partita, ha eletto quella come la migliore punizione mai vista al City Ground), segnata contro il West Ham nel 1986, in una partita finita 2-1 per i Reds grazie a una rete allo scadere di Brian Rice.
Al 38°, il Forest guadagna una punizione piuttosto centrale, a una trentina di metri dalla porta. Ian Bowyer si piazza nella barriera degli Hammers a disturbare e a coprire la visuale a Phil Parkes, e il tiro terrificante si dirige verso il portiere londinese, che alza le mani per respingere a pugni uniti, ma la potenza del tiro spezza il tentativo del pur bravo estremo blueclaret, e si infila nella rete gonfiandola come il vento con le vele del Victory. Dopo un momento di incredulo silenzio, il City Ground esplode di gioia stupefatta.

Di carattere piuttosto individualista, come molti giocatori olandesi, Metgod malsopportò qualche panchina di troppo cui lo costrinse Clough nel corso della terza stagione al Forest, e alla fine del suo contratto si trasferì al Tottenham, dove andò per rimpazzare Hoddle, ma senza molto successo, anche a causa di sempre più frequenti infortuni. Dopo un fine carriera tormentato da problemi fisici, si è dedicato con buon esito al coaching: ora lavora come capo allenatore al Derby County, alle dipendenze del figlio dell'allenatore che più lo apprezzò durante la sua carriera da calciatore: un altro degli infiniti intrecci tra le due squadre delle Midlands.

Un altro grande tiratore di punizioni, più efficace per l'effetto e la precisione che per la potenza (più simile, dunque, allo stile "a foglia morta" della linea Corso-Platini) fu un altro giramondo olandese, Pierre van Hooijdonk, che passò un paio d'anni al City Ground (Pierre non ha mai passato più di due anni in una squadra), subito dopo la sua esperienza al Celtic, e del quale si ricordano alcune deliziose esecuzioni, soprattutto nella stagione della promozione in Premier League del 1997-98: guardando una selezione delle migliori reti di quella stagione si possono apprezzare due punizioni di Hooy, oltre che qualche altro numero del suo non disprezzabile repertorio, che, dato in sorte a un giocatore con un po' più di testa, avrebbe portato, secondo me, a ben altri risultati.

Per venire fino a noi, a questa settimana: la visione della punizia di McGugan dal Trent End permette di apprezzare appieno la sua bellezza.

Quella contro la squadra di Keano è stata, indubbiamente, la migliore delle due partite del Forest della scorsa settimana: quella contro il Boro, infatti, è stata una partita bloccata dall'ansia delle due squadre, e dalla paura di perdere, e è stata decisa solo da un'altra prodezza balistica di Gugie.

Contro i Blues, invece, dopo qualche piccolo patemino iniziale dovuto a un errore di McGugan in disimpegno, siamo passati al dodicesimo con un'azione davvero bella, finalizzata da McGoldrick, l'attaccante che Billy Davies aveva preconizzato come il vero acquisto della stagione del Forest, e la punizione di McGugan nel finale del primo tempo, provocata da un fallo piuttosto stupido e inutile di Leadbitter su Cohen, ha chiuso i conti definitivamente. Una prova davvero buona, come tutte quelle del Forest, fin qui, contro le squadre che vengono al City Ground a giocare al calcio e non semplicemente a parcheggiare il coach di fronte alla loro area di porta: in particolare, ottime le prove di Cohen (man of the match, a dispetto della prodezza di McGugan), di Majewski, di nuovo titolare dopo un periodo di ingressi a partita inoltrata, e di Gunter, spostato a sinistra per l'assenza forzata di Bertrand, con Chambers, ottimo anche lui (tanto che non sembra impossibile la riproposizione dello stesso modulo difensivo a Portsmouth, pur con il rientro di Bertrand), spostato a terzino destro, e anche di Camp, sicurissimo nelle occasioni in cui l'Ipswich l'ha convocato al lavoro.

Nel complesso, l'esperimento del centrocampo a cinque con un solo centrocampista di contenimento (McKenna) e quattro centroampisti nettamente offensivi (Cohen, Raddy, McGugie e Anderson) ha funzionato abbastanza bene. A questo punto, direi che il 442, provato di nuovo con esiti disastrosi nella trasferta di Barnsley, può essere considerata un'esperienza archiviata, per quest'anno, a meno che a gennaio non arrivino ali vere e un centrocampista di supporto che possa garantire la creatività fornita in abbondanza, quando è in giornata, dal nostro folto centrocampo di giovanotti di belle speranze.

Forest: Camp, Gunter, Morgan, Chambers, Bertrand, Cohen, Majewski (McGoldrick 83°), McKenna (C), Anderson, McGugan (Moussi 79°), Blackstock (Adebola 72°)
NE: Darlow,Thornhill, McCleary, Wilson, 
Ammoniti: Bertrand 71°
Marcatore: McGugan 51°

Middlesbrough: Steele, McMahon, Bates, Wheater, McManus, Tavares (Smallwood 56°), O'Neil (C), Bailey (Miller 83°), McDonald, Boyd, Lita (Bennett 69°),
NE: Coyne (GK), Kink, Hines, Williams
Ammoniti: Wheater 90°

Arbitro: S. Tanner
Spettatori: 22.115 di cui ospiti: 666

Nottingham Forest: Camp, Gunter, Morgan, Wilson, Chambers, Cohen, McKenna(C), Majewski(Tyson 67min), Anderson, McGugan (Adebola, 83°), McGoldrick (Moussi 74°)
NE: Darlow, McCleary, Blackstock, Earnshaw
Marcatori: McGoldrick 13°, McGugan 45°

Ipswich Town: Fulop, Peters (Livermore 57°), McAuley, Delaney, Smith, Leadbitter, Norris (C), Colback, Edwards, Scotland (Wickham HT), Townsend (Murray 61°)
NE: Murphy, Priskin, Brown, Eastman
Ammoniti: Leadbitter 44°

Arbitro: K Woolmer
Spettatori: 22.935 di cui ospiti: 1.910

Npower Championship table
  Squadra Giocate DR PT
1 QPR 13 21 29
2 Cardiff 13 14 29

3 Swansea 13 5 23
4 Norwich 13 4 23
5 Watford 13 7 21
6 Coventry 13 4 21

7 Burnley 13 6 20
8 Reading 13 7 19
9 Millwall 13 3 19
10 Nottingham Forest 13 3 19
11 Doncaster 13 1 19
12 Derby 13 5 18
13 Portsmouth 13 1 18
14 Ipswich 13 0 18
15 Scunthorpe 13 0 17
16 Leeds 13 -6 17
17 Barnsley 13 -7 15
18 Sheff Utd 13 -8 15
19 Hull 13 -8 13
20 Preston 13 -9 13
21 Leicester 13 -11 12

22 Middlesbrough 13 -10 11
23 Crystal Palace 13 -11 11
24 Bristol City 13 -11 10

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Good bye and farewell, Eddie Baily.


Non è certo uno dei nomi che più si ricordano, quando si parla del Forest, e il mio volume sulle leggende del Forest non ne fa cenno, eppure Eddie Baily era un ottimo giocatore, che fece parte anche della sfortunata spedizione inglese al loro primo mondiale, quello del 1950.

La squadra della sua vita non fu il Nottingham Forest, ai quali diede, comunque sia, un ottimo contributo, ma il Tottenham Hotspurs, con la maglia bianca dei quali disputò dieci stagioni, dal 1946 al 1956, vincendo un campionato di seconda divisione e un campionato di prima divisione consecutivi.
Baily ottenne, dunque, un titolo inglese giocando in una squadra neopromossa, impresa che sarà eguagliata, poi, solo dal Forest di Brian Clough.

Nel gennaio del '56 si trasferì al Port Vale per la cifra record, allora, di 7.000 sterline, ma nell'ottobre dello stesso anno fu venduto al Forest, nonostante alcune ottime prestazioni, perché giudicato troppo individualista dai suoi compagni.

Interno di ottima tecnica, giocò con i True Reds 68 partite, marcando 14 reti. Al Forest, con l'avanzare dell'età e il calare della velocità di base, abbandonò il suo ruolo originario, per arretrare in centromediana a dirigere il centrocampo dall'alto della sua esperienza, e contribuendo in maniera sostanziale al ritorno del Nottingham in prima divisione, nel 1957.

Nel 1958, giudicandosi ormai inadatto al calcio di vertice, si trasferì al Leyton Orient, proprio vicinissimo a casa sua, dove concluse in maniera strabiliante un'ottima carriera: da giocatore allenatore, condusse l'Orient a disputare la sua unica stagione in prima divisione, nel 1962-63, dopo la quale lasciò il calcio giocato.

Divenne coach, assistente al suo Tottenham del grande Bill Nicholson, dal 1963 al '73, per poi dedicarsi a tempo pieno alla sua attività di insegnante di educazione fisica a Enfield, continuando a coltivare la grande passione per il calcio da osservatore per il West Ham.
Il suo periodo di coaching tra gli Spurs fu caratterizzato da un atteggiamento molto "aggressivo" dalla touchline, basato su stentoree imprecazioni che i testimoni descrivono come "molto colorite", indirizzate soprattutto a coloro tra i suoi giocatori che gli sembrava non si impegnassero allo spasimo.

Rimane celebre un'estenuante serie di bestemmie indirizzate a Martin Chivers, un centravanti molto dotato ma piuttosto fancazzista — che qualche appassionato italiano avanti con gli anni ricorderà, come lo ricordo io, aver visto alla televisione svizzera nei suoi anni passati al Genève Servette — nel corso di una partita di coppa esterna contro il Rapid Bucarest: verso il novantesimo Chivers, dopo una partita passata a ciondolare e a non dare un dito in fase di copertura, segna un gol strepitoso, Baily si gela, mormora un complimento, e Chivers lo manda molto platealmente affanculo.

Testimonianze dei giocatori del Tottenham di quel periodo danno conto, anche, delle anche allora straordinarie qualità tecniche di Baily, e della sua incredibile precisione di calcio, di cui faceva volentieri mostra in allenamento.

Eddie Baily con Bill Nicholson

Nel suo necrologio pubblicato dal Guardian, Brian Glanville lo definisce the quintessential cheeky Cockney, a dazzling technician, a razor-sharp passer of the ball, excitingly quick in thought and movement, one of the best inside-forwards of his era, e non abbiamo motivo di dubitarne.


Eddie Baily era nato il 6 agosto del 1925, e è morto ieri, dopo una breve malattia.
 

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Roy Keane, gli inizi al Forest

Da Lopo, lettore e commentatore competente di questo blog, riceviamo e pubblichiamo molto volentieri un pezzo su Roy Keane. Resta inteso che chiunque voglia intervenire sul Forest e sulle sue leggende sarà il benvenuto.

* * *

Roy Maurice Keane nasce a Cork, in Irlanda, il 10 agosto 1971, quarto di cinque fratelli. A differenza di altri grandi giocatori, non entra nell’academy di qualche club importante, ma rimane a giocare in squadre locali, l’ultima delle quali era il Cobh Ramblers. Nel febbraio 1990 fu notato da uno scout del Forest, Noel McCabe. Nel proporgli un provino, McCabe gli disse: “ Sei il tipico giocatore da Forest, ragazzo. Puoi passare la palla con semplicità, lavorare sui due lati del campo e segnare. Andrai d’accordo con Brian Clough”.
Nel mese di aprile, Keane ha la sua occasione, si allena con le riserve, gioca 70 minuti contro il Tranmere Rovers. Clough aveva visto abbastanza, decise di mettere sotto contratto quel ragazzo irlandese.

John O’Rourke e il vicepresidente John Meade guidavano la delegazione del Cobh Ramblers per chiudere questo affare con il Forest. La società chiese l’assistenza dell’ex giocatore del Chelsea e dell’Inghilterra John Hollins che aveva familiarità con questo tipo di affari.

A Nottingham Ronnie Fenton presiedeva l’operazione. Appena tutto iniziò, io mi sforzai di rimanere calmo. I signori del Cobh stavano parlando di tanti soldi.
Le cose non andavano bene finché Brian Clough non entrò nella stanza. Aveva un vecchio maglione verde e portava con sé il suo golden retriever.

Mentre io giocavo con il cane, gli altri parlavano di soldi. Clough ordinò a Fenton di dare “ai gentlemen irlandesi” un drink.
“È valido?“ chiese Clough a Fenton, puntando il dito verso di me.
“Può giocare, capo” rispose Fenton.
Adesso stavano parlando di soldi reali: £20.000 subito, altre £10.000 dopo 10 partite con la squadra e ulteriori £10.000 quando fossi arrivato a 20 partite.
Altre £7.000 sarebbero andate al Cobh quando avessi raggiunto quota 5 presenze nella nazionale irlandese.
“Abbiamo chiuso l’affare, Mr Clough”, sentii dire da John O’Rourke.
“Questi soldi non andranno a finire nelle vostre tasche, vero?”, ringhiò Clough.
“Mr Clough, abbiamo dovuto prendere un giorno di ferie dal lavoro per essere qui oggi. Ci costa dei soldi” rispose O’Rourke.
“Ok Ronnie, dagli i soldi”. Girandosi verso la delegazione irlandese, aggiunse: “Potete chiamarmi Brian. Adesso beviamo qualcosa”.
Girandosi verso di me e il cane, disse bruscamente : “Eccetto tu, tu puoi chiamarmi Mr Clough”.

Hanno rotto lo stampo quando hanno creato quest’uomo, pensai dentro di me.

Questo è il racconto del primo incontro tra Clough e Keane, raccontato da quest’ultimo. L’impatto di Keane con il Forest è buono, per un ragazzo che giocava tra i semidilettanti trovarsi a giocare con Pearce, Des Walker, Hodge e Nigel Clough è quasi un sogno. Nella squadra riserve, tra gli altri c’è Steve Stone. Keane debutta con la maglia del Forest ad Anfield:

Era la classica sfida che Brian Clough amava. Se le altre squadre erano già battute prima ancora di vedere il celeberrimo cartello “THIS IS ANFIELD” posto nel tunnel che dagli spogliatoi porta in campo, Clough sentiva il desiderio di violare quella leggenda e trasmetteva questo pensiero ai suoi giocatori. Per rendermi utile iniziai ad aiutare il magazziniere a preparare tutto il necessario. “Irlandese, cosa stai facendo?”
“Sto dando una mano”, risposi.
“Beh, prendi la maglia numero 7. Sei in campo”.
“Scusi?”
“Sei in campo”.
Rimasi scioccato.

Quando incontrai Brian Clough nello spogliatoio del City Ground la mattina seguente, mi chiese il mio nome.
“Roy” risposi.
Poi si tolse le scarpe, piene di fango per avere portato in giro per i prati il suo cane Dell.
“Dagli una pulita per me, Roy. Lo farai vero?” .
Ero felice di potermi rendere utile. Sapevo bene cosa stava facendo e perché.
Ma non c’era alcun pericolo che mi montassi la testa.

Nel debutto casalingo (contro il Southampton), tutta la famiglia di Keane si reca al City Ground. Il Forest vince 3-1 e Keane, autore di una buona partita, viene sostituito a 10 minuti dalla fine in modo che gli venga tributata la standing ovation e a fine partita viene richiamato da Clough in campo.

Rimasi ancora più sorpreso quando Brian Clough mi abbracciò e mi baciò sulla guancia per il piacere e il divertimento della folla. […]
Nel giorno della partita con il Southampton, Clough fu particolarmente cortese con la mia famiglia. Con tutto il suo successo Clough poteva essere estremamente umano, cosa non molto frequente quando si parla di leggende viventi.

Bastone e carota, decisamente un profondo conoscitore dell’animo umano!

Roy Keane – la carriera al Forest

Nel suo libro, (o meglio nella sua prima parte) Keane ha solo parole belle per Clough, il Forest e Nottingham. L’ambiente di Nottingham a Keane ricordava la natìa Cork ( prendiamolo come un complimento!).

Per quanto riguarda il Forest , Keane indica in Pearce e Des Walker i giocatori più rappresentativi:

Ci sono persone che si definiscono professionisti ma in Stuart Pearce abbiamo il giocatore che da il vero significato a quella parola. Pearce era un leader, un vero professionista, come d’altra parte dimostrò nel pareggio di coppa a Newcastle ( 4° turno FA CUP 1991).
Funse da esempio.
La sua voglia di sfida era contagiosa. Quando le altre teste stavano iniziando ad abbassarsi, Pearce localizzò i giocatori e li spronò a reagire.
Alcuni avevano bisogno di essere insultati, altri di una pacca sulla schiena. Se Stuart Pearce era il mio modello in campo, Des Walker era il mio uomo della notte.
Des era un ottimo giocatore. Era anche un playboy di livello mondiale.
Possedeva macchine, aveva il look giusto e rimorchiava le ragazze. Amava farsi una bevuta ed era una grande compagnia per passare le serate. Des prese me e altri giovani giocatori sotto la sua ala protettrice nei suoi giri nei locali alla moda di Nottingham.
Mentre lui teneva il campo, circondato, al mio innocente occhio irlandese, di bellissime ragazze, offrendo da bere a tutti, noi eravamo felici di avere ruoli di supporto silenziosi. Giovani, single e giocatori del Forest, cosa potevamo volere di più? [Nei tour serali di Nottingham Roy conoscerà Theresa, che diventerà sua moglie]

La prima stagione al Forest di Keane termina con la sconfitta nella finale FA Cup contro il Tottenham.
Qualche giorno dopo arriva la convocazione per la nazionale irlandese; abituato a Clough, Keane è inorridito dai sistemi di Jack Charlton:

L’approccio al calcio di Charlton era agli antipodi rispetto a quello che avevamo al Forest. Passare la palla non era una priorità.
Quello che lui chiedeva era un altro tipo di calcio: si doveva creare problemi agli avversari piuttosto che essere creativi. L’idea era quella di sparare la palla lunga dietro ai difensori avversari prima di iniziare a pressarli.
[….]
Uno stile di gioco piuttosto elementare, difficile da coniugare per qualcuno che aveva un background come quello del Forest dove mettevamo in pratica un gioco fatto di molti passaggi.

La seconda stagione al Forest inizia sotto i migliori auspici:

Ero fortunato a trovarmi in una buona squadra, allenata da un grande manager. Stuart Pearce, Des Walker, Nigel Clough e Teddy Sheringham (acquistato dal Milwall) erano giocatori di prima fascia, che davano il giusto mix di classe e competitività al nostro gioco.
Eravamo all’altezza di giocare con tutti in una giornata favorevole.
Ma in un campionato il Forest non aveva le forze necessarie per stare al passo dei grandi club. Alla fine della stagione il Forest si classifica ottavo.
Qualcosa inizia a scricchiolare, siamo alla viglilia della nascita della premier league; nei tifosi del Forest inizia ad insinuarsi il dubbio che Clough non era più l’uomo della leggenda, capace di compiere altri miracoli, anche nello spogliatoio le opinioni su Clough sono variegate: alcuni giocatori avevano paura di lui; ad altri non piaceva; alcuni brontolavano per non aver visto abbastanza del manager.
Il mio personale punto di vista su Clough non era forse molto obbiettivo: lui mi ha dato un chance, devo a lui tutto quello che ho.
Quanti manager rischierebbero la loro reputazione mettendo in squadra un diciannovenne ad Anfield, un ragazzo senza alcuna esperienza nel mondo del professionismo?

Incominciava anche a cambiare anche l’atteggiamento dei giocatori ( e il loro stile di vita ). Keane si scaglia contro i giocatori svogliati interessati più al golf e allo shopping che agli allenamenti. Il suo tardivo arrivo al mondo del professionismo (e la cura Clough) hanno influito sulla sua visione delle cose: ribadisce la sua ammirazione per “psycho” Pearce, definito uno che “non aveva mai chiesto a nessuno qualcosa che lui non fosse preparato a fare” oramai detestato da una parte dello spogliatoio.

Un giorno, quando lui era assente dal campo di allenamento, stavamo preparandoci per una seduta di pesi.
Dopo una mezz’ora, Dell, il cane del manager comparve davanti a noi seguito dal suo padrone, vestito come al solito con un cappotto di pecora , una camicia verde e degli stivali.
“Che cazzo sono questi così?” chiese Clough a O’Kane riferendosi ai pesi.
Prima che O’Kane potesse spiegare , Clough ordinò “Metteteli fuori di qui … e tirate fuori i palloni”.

Questa era la sua forza. E, suppongo, la sua debolezza con il gioco che stava cambiando mentre ci preparavamo ad entrare nell’era della Premier League. Tristemente, come Margaret Thatcher, la signora che lui disprezzava, Brian Clough non era pronto alla svolta.

Nella terza stagione (1992/93) la squadra è sostanzialmente quella dell’anno precedente; dopo poche settimane, Sheringham se ne va agli Spurs e, dopo tanti anni c’è la sensazione che Clough stia perdendo la fiducia della società.
La squadra va male e cominciano le voci dell’interesse di Blackburn, Liverpool, Arsenal e Aston Villa su Keane.

Da profondo conoscitore dell’utilizzo del bastone e della carota, Clough in pubblico attacca Keane dichiarando : “Keane è come un bambino che si sveglia la mattina di Natale e trova una mela un’arancia e una scatola di smarties nella sua calza. Vuole di più”.
In privato, invece, lo aiuta ad avere un nuovo contratto.
Nel prosieguo della stagione si infortuna anche Pearce, l’anima della squadra, rimanendo fuori per un paio di mesi.
Al penultimo turno, la partita al City Ground con lo Sheffield United è decisiva, una sconfitta significa retrocessione. Alla vigilia Clough annuncia le sue dimissioni al termine della stagione. Dopo l’annuncio Clough non si era più incontrato con la squadra fino a pochi minuti prima del match decisivo:

Mentre camminavamo nel tunnel alle tre meno cinque, improvvisamente apparve Brian Clough. Ci venne incontro dalla fine del tunnel vestito con il cappotto di pecora, gli stivali e con in mano una pala, fischiettando! Penso volesse arrivare a farci capire che si trattava di un’altra partita.
“Non preoccupatevi ragazzi, io non sono preoccupato!”.
Folle.
Clough allo stato puro.
Sfortunatamente questa volta il trucchetto non funzionò .
Lo Sheffield United ci battè 2-0. Troppo consci del prezzo del fallimento, alcuni dei nostri giocatori erano impietriti.

Eravamo, in teoria, troppo in gamba per uscire dalla Premier League. Ma in qualche modo l’energia e la convinzione che Brian Clough al suo meglio aveva inculcato nelle sue squadre non c’erano più. Distratto da cose che non avevano a che fare con le questioni della squadra, in disaccordo con la dirigenza e gli azionisti del Forest, stanco di spingere questa società relativamente piccola oltre le sue potenzialità, Clough stava assaporando, per la prima volta nella sua illustre carriera, il sapore del fallimento.
Quelli che nello spogliatoio del Forest si erano lamentati del fatto che fosse cotto avevano ragione. Come sempre nello spogliatoio l’ultima cosa che le persone fecero fu guardarsi dentro e accettare la responsabilità dei loro fallimenti.

Pochi minuti dopo aver perso il loro status di giocatori di Premier League, alcuni dei ragazzi si stavano facendo degli scherzi dentro le docce. Non ci potevo credere. Le loro carriere erano in caduta libera e loro stavano pensando in quale ristorante andare quella sera!

Così si conclude la carriera di Keane al Forest.
Una clausola nel suo contratto gli permette, in caso di retrocessione, di essere ceduto.
Il Forest è d’accordo a liberarlo a fronte di un adeguato prezzo. Il pretendente più deciso è il Blackburn Rovers, club emergente ( che aveva acquistato da poco Alan Shearer ) il cui manager, Kenny Dalglish, era vicinissimo all’accordo.

Quella vecchia volpe di Alex Ferguson si intromette e convince Keane a firmare per lo United con la frase: “Roy, il Manchester United dominerà in campionato con te o senza di te. Con te possiamo vincere in Europa!”

Di Clough Keane parla sempre con profonda stima e rispetto, direi quasi con affetto, anche il problema dell’alcolismo viene accennato quasi con pudore. A mio avviso la seguente frase indica con precisione il pensiero di Keane:

Avrei avuto più tardi i miei problemi con Brian Clough – nessuno a dire il vero particolarmente serio – avrei sentito le storie sulle sbronze e tutto il resto, ma non avrei mai dimenticato quello che aveva fatto per me e come l’aveva fatto.

Era un uomo fatto a modo suo, preparato a fare scelte audaci, che si oppongono al buon senso comune

Molto triste e toccante è un episodio che Keane racconta dell’ultimo periodo della sua carriera al Forest:

Brian Clough non era immune alla pressione di una possibile retrocessione, anche se stava lavorando duramente perché mantenessimo un atteggiamento positivo.
Dopo una partita casalinga, andai da lui per chiedergli qualche giorno di permesso per andare a casa. Erano circa le 17.30 di un buon pomeriggio invernale. La sua segretaria mi portò nell’ufficio del manager.
Graham Taylor era seduto in corridoio davanti ad un ufficio all’apparenza vuoto. Non c’erano luci. La segretaria mi aprì la porta e mi fece cenno di entrare. Mentre stavo per sedermi ad aspettare l’arrivo di Clough – pensavo fosse nella sala del consiglio- una voce bisbigliò : “Roy, Roy, quaggiù.”

C’era uno dei più grandi manager del mondo del calcio seduto in un angolo.
“C’è ancora Taylor là fuori?”
“Sì, Boss” risposi.
Mettendo un dito davanti alle labbra mi ordinò di stare zitto.
“Vuole vedermi per Nigel, ma non voglio parlargli, Ron gli ha detto che sono andato a casa”, sussurrò Clough.
Da un lato la scena era comica, dall’altro molto triste.
Taylor era il manager dell’Inghilterra, un ruolo che Clough aveva molto desiderato. Nigel era un papabile per un posto in nazionale. Capii che, dopo un altro brutto sabato pomeriggio, Clough non poteva preoccuparsi di una stupida chiacchierata post-partita di quelle che i manager di calcio sono obbligati a fare.
“Posso avere qualche giorno libero, Boss”, bisbigliai.
“Certamente ma esci dall’altra porta. Io resto qui, finche quel fottuto non se ne sarà andato “.

Mentre lasciavo Brian Clough che si nascondeva nel suo stesso ufficio, riflettevo sul peso che il calcio può avere anche su di uno dei suoi personaggi più combattivi.

Purtroppo il libro e’ del 2002, per cui non ci altri sono ricordi su Clough.

Roy Keane – oltre al Forest

Quanto sopra è tratto dalla prima parte della biografia che Roy Keane ha scritto (coadiuvato da Eamon Dunphy) nel 2002, in occasione del suo “gran rifiuto “ alla vigilia dei mondiali nippo-coreani.
Personalmente, ho una ammirazione speciale per Keane, per la sua determinazione e per il suo modo di essere leader con un gusto un po’ retrò (gli attacchi frequenti ai giovani viziati sono l’indice di uno spirito “old style” o scuola Clough se preferite).

Il libro è godibile, e anche nella restante parte ci sono diversi spunti interessanti: dalle note sui compagni allo United (Cantona su tutti) ai racconti sulle partite importanti (mi piace ricordare la semifinale di Champions League 98/99 Juventus- Manchester United, a mio avviso la miglior partita dello United degli ultimi 20 anni) dal disagio dell’esperienza in nazionale, quasi amatoriale rapportata alla professionalità del Forest prima e dello United dopo, alla ragnatela di “informatori” (tassisti, baristi, buttafuori) che davano a Ferguson gli spostamenti notturni dei giocatori.
Vorrei solo proporre due momenti che mi hanno colpito e che danno la cifra della professionalità (o grande amore per il calcio) di Keano:

Quell’estate se ne era andato Peter Schmeichel. Il capo aveva ingaggiato due portieri per sostituirlo: Mark Bosnich dal Villa e Massimo Taibi dal Venezia. Bosnich aveva un carattere piacevole. Portiere dotato, Bosy non sembrava esattamente un professionista molto dedito. Al suo primo giorno arrivò un ora in ritardo all’allenamento. Il manager era via da qualche parte. Quando Bosy comparve intorno alle undici, gli chiesi dove fosse stato.
“Mi sono perso sulla strada dall’hotel” sogghignò compiaciuto. Aveva spesso quel ghigno.
“Che cazzo vuol dire mi sono perso?” risposi anch’io sorridendo.
“Sì, ragazzo” disse Bosy “E’ il tuo primo giorno al Manchester United e tu arrivi con un ora di ritardo al fottuto allenamento” dissi.
È strano, ma quel piccolo incidente mi ricordava qualcosa. Come Bosnich, anch’io ero stato dirottato al Four Season Hotel il mio primo giorno a Manchester, sei anni prima. Temendo di arrivare in ritardo, chiamai un taxi, dissi all’autista di andare al The Cliff e lo seguii con la mia macchina. Arrivai un ora in anticipo. Le piccole cose sono importanti, spesso mostrano quale impegno metti nel lavoro.
Gli diedi una mossa per svegliarlo e fargli capire cosa ci si aspettava da un giocatore del Manchester United.

Quest’ultima frase non mi suona molto rassicurante…

Avevamo fallito il tentativo di difendere la Champions League. Ad essere onesto non ne ero sorpreso. Dopo avere vinto i tre trofei sapevo che sarebbe stato difficile creare quella fame necessaria per vincere l’accoppiata Premiership/Champions League nella stagione seguente. Iniziai ad avere i primi dubbi nello spogliatoio del Nou Camp dopo la vittoria contro il Bayern. C’era lo champagne, la gente stava perdendo la testa. Ovviamente era comprensibile, la natura umana. Ma la mia verità, quello che sentivo dentro e non lo dicevo, era che eravamo stati fortunati a battere il Bayern quella sera. In quel momento non potevo dirlo. Non avevo contribuito (Keane era squalificato per la finale di Barcellona contro il Bayern). Comunque era quello che pensavo. […]
Quando sentii le interviste del post partita, i miei dubbi, aumentarono. Un paio di giocatori dissero alla stampa che dopo quella serata non gli sarebbe importato niente se non avessero vinto più nulla. Ottimo, pensai. Sovraeccitati forse, ma cosa cazzo faremo l’anno prossimo? Stanno così le cose? Abbiamo fatto la storia, adesso ci vogliamo fermare qui? Non ci importa se non vinciamo più nulla? Gesù; inizia a pensarla così e non vincerai davvero più nessun altro trofeo.
Quello che è accaduto a Dwight Yorke da quella sera è forse l’esempio più drammatico della nostra caduta. Ma altri si erano ammorbiditi in modo più sottile e insidioso. […]

Mi faceva impazzire allora, mi fa impazzire adesso. Cosa dire del passo successivo, quello che ci avrebbe portato dalla gloria della Premiership fino al livello del Real Madrid? Avrebbe dovuto piacerci quella notte… e farci andare avanti. Non l’abbiamo fatto. Pagheremo per questo. Non vinceremo più un fottutissimo trofeo.

La sconfitta col Real Madrid andava bene, perché non ce la potevi fare ogni anno. E perché no? Il Liverpool ce l’aveva fatta. Il Real ce l’aveva fatta. La Juventus ce l’aveva fatta. Il Bayern ce l’aveva fatta.

Forse la prima crepa nel rapporto tra Keane e lo United risale ad uno dei momenti più belli del club: la conquista del treble…. Mi sono sempre chiesto chi fossero i due giocatori “incriminati” ; uno di sicuro è Yorke, il secondo direi che è Butt, che dopo Barcellona è andato sempre in calando (al debutto sembrava invece più forte di Scholes…).

Con queste note spero di avere deliziato gli esigenti palati dei tifosi del Forest .

Ringrazio Brian per l’ospitalità

Lopo

Per chi volesse approfondire:
Roy Keane – l’autobiografia
Roy Keane e Eamos Dunphy
Edizioni Libreria dello Sport

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