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Storie di Championship: il ragazzo del Burundi

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Forse il calcio inglese non avrà più l’attrattiva e la forza che aveva qualche anno fa, ma è sempre capace di produrre storie memorabili, per fortuna di chi, come me, cercando di scriverci modestamente sopra. Una di queste, mi viene segnalata dal bel blog di Paul Fletcher, commentatore della BBC opportunamente attento anche a quanto avviene nella Football League. È un’occasione — come ogni tanto capiterà, d’ora in poi — per distoglierci un po’ dal nostro Forest e per vedere quello che gli succede intorno in quella che rimane, secondo me, la lega più affascinante di tutto il calcio britannico, e una delle più affascinanti del mondo (almeno, finché non la abbandoneremo, possibilmente dalla parte giusta).

È la storia di Gael Bigirimana, un ragazzo del Burundi, arrivato in Inghilterra attraverso alterne vicende, un po’ come abbiamo visto essere avvenuto per Elokobi, che ha realizzato il suo sogno di giocare in una squadra professionistica.

Secondo quanto racconta l’aneddotica, un undicenne piccolo e smilzo stava tornando a casa con una bottiglia di latte nella sua nuova città, Coventry, quando, dopo aver fatto una deviazione per far prima, si trovò di fronte all’Accademia degli Sky Blues, e, dopo essere rimasto a guardare per un po’ i ragazzini che giocavano, chiese con inglese molto approssimativo a un coach dello staff di poter provare anche lui a dare due calci al pallone. L’allenatore, tra il sorpreso e il divertito, gli disse che non potevano mica far giocare tutti i ragazzini che venivano lì a chiederlo, e che bisognava prima essere visionati da uno scout, come tutti gli altri. Gael lasciò al signore — che gli promise che sarebbero venuti a vederlo — l’indirizzo della sua scuola, e cominciò a correre a casa, totalmente giubilante ma senza dimenticarsi della sua bottiglia di latte.

In quel momento, sentì un vocione che lo richiamava: “Ehi, ragazzino, vieni qui!”.

Gael ha raccontato alla BBC che cosa gli disse il coach: “Mi chiesero se io avessi già l’equipaggiamento da gioco, scarpe, parastinchi e tutto, io gli dissi di sì, perché avevo paura che se no mi avrebbero mandato via, ma in realtà non avevo nulla. Il signore che mi aveva richiamato mi disse che era stato colpito dalla mia velocità ma in realtà stavo solo facendo un po’ di jogging”.

“Il giorno dopo mi fecero fare una prova. Orma la stagione era quasi finita, ma mi presero per la stagione successiva. Fu una specie di miracolo”.

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Miracolo o no, sette anni più tardi quel ragazzino avrebbe vinto il Football League Championship Apprentice of the Year, dopo aver giocato per 21 volte nella squadra, e nonostante il fatto che poi il Coventry City alla fine sia retrocesso in League One.

Ha fatto il suo debutto in prima squadra già a agosto, nella sconfitta interna contro il Leicester City, e è diventato subito un po’ un oggetto di culto tra i tifosi dei Celesti, con una serie di prestazioni piene di cuore e di sapienza tecnica come centrocampista centrale; alla fine della stagione, arriverà a totalizzare 18 presenze nella prima squadra, 16 in campionato, 1 in FA Cup e una in Coppa di Lega.

Andy Thorn, il manager del CCFC, ha detto di lui: “Ha un grande tocco, e dimostra molta più maturità dell’età che ha. Si è subito assunto grandi responsabilità”.

Giocare centrocampista centrale in una squadra in lotta della salvezza, però, è lavoro duro, forse troppo duro per l’ancora acerbo Gael, e il livello delle sue prestazioni va calando. Bigirimana non gioca più in prima squadra a partire da gennaio, nel match contro il Southampton, ma anche così, con le sue 26 presenze in prima squadra, si è già fatto un nome sufficiente nella Lega per essere richiesto in prestito dal Burnley.

Bigirimana stesso ha preso con molta filosofia il suo ritorno nella selezione giovanile del Coventry City: “Il calcio è fatto soprattutto di delusioni, penso, ma ognuna di esse deve portarti a essere un giocatore migliore. Inoltre, la squadra giovanile era in corsa per il titolo di Lega, quando sono tornato, e è stato bellissimo dare una mano ai miei amici per raggiungere questo traguardo”.

Questo atteggiamento pieno di ottimismo e così privo di egoismo è uno dei motivi per i quali Gael è diventato una figura carismatica tra i suoi compagni del CCFC U18. Nella sua intervista alla BBC, citata prima, ha detto che una delle cose che vorrebbe correggere, tra le altre, è l’assoluta mancanza di egoismo sotto porta. Qualche volta, nel corso della stagione, ha fatto arrabbiare i suoi allenatori per aver passato la palla a un compagno invece di prendere tiri abbastanza facili. Nelle sue dichiarazioni alla Rete pubblica inglese, infatti, non c’è mai un accenno al desiderio di ottenere un risultato o un riconoscimento personale, ma i suoi voti e le sue speranze sono sempre rivolte alla squadra nel suo complesso.

Si è offerto volontario per il Provveditorato di Coventry per andare in giro per le scuole a parlare con i ragazzini della sua storia, e non dubito che abbia fatto salire qualche lacrima anche agli occhi degli scafatissimi scolaretti inglesi, perché quella di Gael è davvero una storia da Hollywood.

Bigirimana è un rifugiato dalla guerra che ha sconvolto il Burundi, e è arrivato in Inghilterra nel 2004. Sua madre è arrivata per prima, e Gael è giunto dopo, insieme al padre, a due fratelli e a una sorellina. A Bujumbura, la capitale del Burundi, Gael giocava già a calcio, ogni volta che poteva, almeno, a piedi nudi per la strada, secondo la più trita iconografia del calcio africano. Prima di arrivare in Inghilterra, è passato per l’Uganda, dove, per la prima volta, ha provato un paio di scarpette da calcio e ha giocato in una squadra organizzata.

Quando è entrato nell’accademia del Coventry, dopo poche sedute di allenamento gli allenatori l’hanno subito spostato in una classe di età più avanzata, perché i suoi pari età non costituivano, per lui, una sfida tanto stimolante da permettergli di crescere come giocatore. Era chiaro a tutti che il ragazzino del Burundi era un calciatore dotato, divertente e divertito dal gioco del calcio, in grado di giocare con una libertà e una spensieratezza che lo facevano amare da tutti quelli che giocavano con lui. La cosa più importante, però, è che a queste qualità si unisce una grande etica del lavoro.

“La sua determinazione nell’ottenere quello cui aspira si traduce in un grandissimo impegno: é sempre il primo a arrivare al campo, e è sempre l’ultimo a uscire”, dice il manager dell’accademia del Coventry City, Gregor Rioch.

Bigirimana è profondamente religioso, e crede che tutti gli avvenimenti della sua vita siano guidati dalla superiore volontà di Dio, e siano stati un’occasione per diventare più forte. Questa convinzione aumenta la sua determinazione a superare ogni ostacolo che si frappone tra lui e quello che vuole ottenere.

Non trascura nemmeno la scuola, anzi, durante la stagione ha lavorato molto con i responsabili dell’educazione dell’Accademia del Coventry, con sessioni supplementari al giovedì pomeriggio per recuperare quello che gli impegni della prima squadra gli facevano perdere. È la stessa determinazione che gli ha consentito di ottenere il titolo di Apprentice of the Year, e che, senza dubbi, lo sosterrà nel suo percorso verso una carriera di successo.

Thorn ha dichiarato che Bigirimana può avere un “grande futuro nel gioco”, e ha aggiunto: “La storia di Gael è meravigliosa, e dimostra che cosa si può ottenere con il giusto impegno, con la giusta etica del lavoro e con la giusta dedizione”.

Quando Bigirimana è uscito dagli uffici della Lega a Londra, il sabato sera che ha ottenuto il premio, il sorriso stampato sulla sua faccia era un invito a scommettere che non sarà certo stato l’ultimo.

Come succede, sempre più spesso e, soprattutto, sempre più presto, pochi giorni fa il ragazzino burundiano ha fatto il salto dal suo Coventry City al grande calcio inglese: ha firmato, infatti, un contratto di cinque anni con il Newcastle United, dopo che le Gazze hanno versato ai Celesti una cifra “undisclosed”, come dicono i giornalisti inglesi in questo caso, ma che si dovrebbe aggirare nell’intorno tra il mezzo milione e il milione di sterline, e è stato affidato alle mani, speriamo sapienti di Willie Donachie e del grande Pete Beardsley, responsabili della Developement Squad del club Tynesider.

Gael ha già fatto il debutto in prima squadra, in amichevole, contro il Chemnitz FC, entrando in campo al 66° minuto.

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La leggenda del Forest – Parte prima: Da Eastville a Madrid – Capitolo primo: il 1974-75

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Per festeggiare il “nuovo corso” e, insieme, dare radici solide al nostro futuro, che oggi appare un po’ meno fosco di ieri, per non parlare di come si poteva pensarlo dopo la morte di Nigel Doughty, comincerò una serie di post che traccino la storia del Forest dall’anno in cui Brian Clough prese in mano la squadra ai giorni nostri. Terrò come base per la narrazione l’ottimo Nottingham Forest: Brian Clough and His Legacy – A Complete Record 1975 – 2010, di Pete Attaway, una vera e propria bibbia di dati e di date, con tutte le partite del trentacinquennio con formazioni e reti, ma integrerò il suo racconto con divagazioni e ricordi personali. Voglio dire, cercherò di integrarlo, naturalmente.
Partiamo dalla stagione 1974-75: annus horribilis della vita di Brian Clough, cominciato con la prospettiva di una straordinaria avventura nazionale e europea alla guida del Leeds United, e finito nella palude della parte bassa della seconda divisione, alla guida del Nottingham Forest. Ma, come dicono i saggi, la qualità di un giorno va giudicata alla sera: e, in questo primo post, potremo solo e a malapena scrutare i primi chiarori dell’aurora.

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Il Forest cominciò la stagione 1974-75 con una qual certa fiducia, dopo aver chiuso la precedente stagione al sesto posto della allora Seconda Divisione, e il manager, Allan Brown, si sentì di promettere solennemente che, dopo tre anni, l’esilio della squadra dalla massima serie sarebbe terminato.

La stagione estiva aveva visto la cessione del talismanico cecchino Duncan McKenzie, una mossa forse inevitabile, alla luce dei 28 gol messi a segno nella stagione precedente; inevitabile e inaspettatamente lucrosa, visto che lo spatascio di £240.000 mollate per un giocatore che aveva avuto solo una brevissima esperienza di calcio di vertice quando era ancora un U20 sorprese non pochi operatori.

Una spiegazione della generosità degli acquirenti poteva essere ritrovata nel fatto che il manager che l’aveva fortemente voluto era stato proprio Brian Clough, il manager della più potente squadra d’Inghilterra, l’uomo che stava tentando di riforgiare il Leeds United a sua immagine e somiglianza.

Voglio dire, non so quanto voi conosciate della storia del Forest, ma non penso di rovinarvi la sorpresa anticipandovi che Brian Clough avrà poi modo di farsi perdonare dai tifosi Reds per questo sgarbo.

McKenzie, prodotto della fertile accademia del Forest — un giocatore che sapeva essere alternativamente o anche contemporaneamente un problema insolubile e ingestibile per le difese avversarie (non spessissimo, a dire il vero) e per i suoi compagni di squadra (molto più di sovente) — fu presentato ai giornalisti e ai tifosi dello Yorkshire insieme agli altri due acquisti del nuovo gaffer: John McGovern e John O’ Hare.

Caso più unico che raro nella storia del calcio, penso, fu il fatto che lo stesso manager avrebbe ricomprato questo stesso duo e l’avrebbe presentato a altri giornalisti e a altri tifosi ben prima che la stagione 74-75 fosse terminata.

Voglio dire, quando uno spettacolo funziona…

Al Leeds, McKenzie, una volta che si fu liberato dalla palla al piede costituita dal fatto di essere un “acquisto di Clough”, cosa che lo aveva automaticamente reso, dopo i famosi 44 giorni e la burrascosa separazione, una specie di vassoio di porchetta al banchetto di Bar Mitzvà per chiunque fosse solo lontanamente interessato o appassionato al Leeds Utd, fece, tutto sommato, abbastanza bene con i Bianchi dello Yorkshire: vi passò, infatti, due degli anni più fruttuosi e felici della sua molto altalenante carriera e si vide anche una finale di Coppa dei Campioni, seppur solo dalla panchina.

Allan Brown decise che forse non era il caso di precipitarsi a sostituire McKenzie al centro dell’attacco, e preferì concentrarsi su quello che gli pareva il vero problema della squadra: la fragilità della difesa.

Questo settore che poteva vantare, tra i Reds (anche se pochi, a dire il vero, andavano in giro a bullarsene con gli amici, soprattutto se tifosi del Derby, visto che i Rams erano troppo occupati, quell’anno, a vincere il campionato di prima divisione), Bob “Sammy” Chapman, difensore scarno di tecnica e di fronzoli, una vera e propria bandiera del club, visto che aveva esordito in prima squadra nel 1964, a 17 anni e 5 mesi, cosa che faceva di lui il più giovane esordiente del Forest di tutti i tempi, e due altri giocatori certo meno affidabili del Chap: John Cottam, un mezzo zozzone molto soggetto a infortuni, che dopo aver lasciato il calcio diventò sergente di Scotland Yard e, per un certo periodo, allenatore della squadra di calcio della Metropolitan Police, e Dave Serella, non più che discreto difensore, che ora, tra l’altro, fa il lattaio. Serella è passato alla storia per due motivi: per essere stato votato dai tifosi come l’autore del più bell’autogol della storia della squadra, e per essere stato uno dei due giocatori che, durante una partita di coppa a St James Park, proprio nella stagione precedente rispetto a quella che stiamo raccontando ora, dovette riparare negli spogliatoi un po’ malmesso, perché il pubblico di casa, inferocito per vari motivi, invase il campo quasi appositamente per picchiarlo.

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Anzi, questo, forse, è un episodio che merita di essere ricordato con più di un accenno, visto che anche quella partita fa parte del folklore riguardante la nostra squadra; facciamolo andando a pescare il racconto che di quella partita ha John Tudor, un magpie purosangue, che si confessa in un blog dedicato alle Gazze:

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Tuffiamoci nel racconto del folle turno di coppa contro il Forest, nel 1974. John Tudor aveva segnato il destino del “match that never was”, una partita che fu cancellata totalmente dagli annali della FA, perché i tifosi Geordie, invasero, inferociti, il campo di gioco St James Park. La distanza temporale e geografica non ha ottuso la memoria di Tudor riguardo all’episodio più controverso della galoppata del Newcastle Utd verso la finale di coppa del 1974.

Accadde nel sesto turno, quando al Nottingham Forest fu sorteggiato un viaggio al St James, dove trovò a aspettarlo 54.500 spettatori.

Ma la partita si mise subito piuttosto male: era già il secondo tempo, il Forest stava già vincendo 2-1, quando l’arbitro assegnò un rigore ai Reds per un fallo di David Craig sul sempre pericoloso Duncan McKenzie, e mandò pure il difensore a farsi una doccia anticipata. Ci furono gigantesche proteste da parte delle Gazze, e, quando gli animi si furono un po’ calmati, George Lyall segnò dal dischetto. Il destino del Newcastle apparve segnato. In quel momento, i tifosi della Leazes End [l’attuale Sir John Hall Stand] invasero il campo, dando la caccia soprattutto a Serella e a McKenzie, che furono colpiti anche da qualche pugno e da qualche calcio; l’arbitro decise di far rientrare le squadre negli spogliatoi per un ulteriore intervallo, per medicare i giocatori e per permettere ai poliziotti di liberare totalmente il terreno di gioco .

John Tudor: “Beh, inutile nascondercelo… non avremmo mai vinto la partita se i tifosi non fossero entrati in campo, e se l’arbitro, Gordon Kew, non ci avesse in tutta fretta fatto rientrare negli spogliatoi. Eravamo sotto 1-3, e in 10 contro 11. Ma, peggio di tutto, proprio non riuscivamo a giocare, perché Bob Chapman e David Serella stavano facendo una partita mostruosa, là dietro. Io e Mal [Malcom Macdonald, uno dei più forti e discontinui centravanti del calcio inglese degli anni ’70] non avevamo tirato manco un calcio al pallone, perché non ce ne avevano fatto arrivare nemmeno uno. Terry Hibbitt, che era il nostro miglior passatore, stava passando una giornata di merda, e, inoltre, il duo difensivo del Forest chiudeva gli spazi con una velocità tale che non c’era proprio campo con il quale lavorare.

Nel tunnel i giocatori del Forest ci presero per il culo, e anche durante l’intervallo forzato potevamo sentire dall’altra parte del muro la loro esultanza, che pensavano di aver già vinto la partita; mentre nel nostro spogliatoio si potevano sentire le gocce di sudore che cadevano per terra. Finché Joe Harvey non si scosse e non ci chiese che cazzo avessimo intenzione di fare. Decidemmo di giocarci il tutto per tutto, e di buttarci in avanti come forsennati, tanto, non c’era nulla da perdere.

L’esultanza che sentivamo dal loro spogliatoio significava che la loro concentrazione era andata a farsi benedire, pensavano che il lavoro fosse finito, e, in effetti, dopo quell’intervallo l’intensità di gioco del loro centrocampo calò di brutto.

Lo United ruppe quasi subito l’inerzia della partita: il portiere del Forest affondò in maniera assurda SuperMac sulla battuta di un corner, e Terry McDermott segnò il rigore. Pochi minuti dopo, Hibby tirò un cross basso e teso dalla fascia sinistra, io mi tuffai parallelo al terreno, a un paio di piedi da terra, e segnai di testa il pareggio. Poi, nel recupero, fui io a crossare, Mal fece da torre, e Bob Mercur era lì a segnare il più assurdo dei 4-3″ [Era in fuorigioco, bastardo. Dillo].

La FA, però, annullò la partita, e ordinò la ripetizione del match in campo neutro. Fu scelto il Goodison Park, dove la partita finì 0-0. Il Newcastle vinse 1-0 nei supplementari il terzo replay, giocato sempre a Everton, grazie a un gol del solito Macdonald, che stabilì in quella stagione un record per aver segnato in ogni round della FA Cup, dal terzo turno alla finale, e i bianconeri arrivarono in semifinale.

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In quell’ormai mitico pomeriggio, 23 tifosi furono trasportati in ospedale con ferite serie, 103 furono medicati nell’infermeria dello stadio, e una quarantina furono tratti in arresto. Bisogna sottolineare il fatto che entrambi i manager, richiesti dall’arbitro durante l’intervallo forzato, furono d’accordo nel riprendere la partita al termine degli scontri, cosa che impedì al Committee speciale della FA che esaminò la vicenda di dare partita vinta al Forest, e che avrebbe impedito anche la sua ripetizione, ottenuta dal Forest, che poi aveva fatto ricorso, solo grazie a una deroga speciale della FA: un esempio di calcio di altri tempi, più rude e violento di quello attuale, ma anche più aperto e leale.

Va ricordato, infine, che uno dei protagonisti della partita fu Frank Clark, nostro attuale presidente, allora difensore in forza alle gazze di Newcastle (che, tra parentesi, in finale furono letteralmente massacrate dal Liverpool).

Prima o poi, racconteremo più approfonditamente il mitico Newcastle Outrage.

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Ma torniamo a noi, e al nostro 1974-75, che se no, di storia in storia, si fa notte.

Dicevamo, appunto, che il buon Allan Brown, dopo aver venduto McKenzie a Cloughie, pensò bene di rinforzare la difesa, prima di pensare a un sostituto per Minis, come Duncan McKenzie era chiamato dai tifosi Reds. Allie ruppe il salvadanaio per portare al City Ground David Jones dal Bournemouth, un centrale-laterale sinistro che non doveva essere proprio un fenomenillo, visto che la rete non ne porta traccia, e la voce di Wiki a lui relativa è solo un link che langue intonso da anni.

Per quanto riguarda l’attacco, la stagione cominciò con i compiti offensivi divisi tra due punte giramondo e non proprio fenomenali, Neil Martin (uno scozzese coraggiosissimo che aveva contribuito, due anni prima, a portare il Coventry in Coppa UEFA) e John Galley (che aveva fatto molto bene nei cinque anni passati al Bristol City), che si alternavano là davanti con Ian Bowyer, il futuro eroe di Colonia, una vera e propria leggenda del Forest cui dedicheremo preso un post apposito.

In ottobre, Brown aggiunse al pacchetto offensivo Barry Butlin, scuola Derby County, una specie di centroboa proveniente dal Luton Town, che aveva un record, con gli Hatter, di un gol ogni due partite; inoltre, il manager scozzese rinforzò ulteriormente la difesa con il terzino sinistro Paddy Greenwood, da Barnsley, un bravo e, come vedremo, sfortunato difensore.

Così, con la fine di ottobre, tutto il denaro proveniente dalla vendita di McKenzie era stato speso.

Via via che il Forest scivolava verso la cosiddetta parte destra della classifica, appariva sempre più chiaro, con matematica e cristallina precisione, il fatto che il Forest con McKenzie era più forte del Forest senza McKenzie e con Jones, Butlin e Greenwood. Anche Bowyer, venuto da Orient nella stagione precedente e reduce da un bellissimo campionato, senza McKenzie appariva l’ombra di sé stesso; inoltre, per complicare le cose, il tipo di gioco messo in atto dal Forest sembrava non poter tirar fuori da Butlin il meglio di sé, un meglio consistente quasi esclusivamente in un buon gioco aereo.

La chicca di quella prima parte della stagione fu, forse, il bel pareggio per 2-2 a Old Trafford, ottenuto a settembre: ebbene sì, anche il Man United si fece un passaggio in seconda divisione, quell’anno lì, anche se risalì immediatamente. Ma la squadra non riusciva a trovare alcuna continuità di risultati e di gioco: vittoria, pareggio, sconfitta, pareggio, vittoria, sconfitta, sconfitta, pareggio, eccetera eccetera. Le iniziali speranze di promozione cominciarono a sembrare prima forse esagerate, poi sempre più pura farneticante fantasia (quousque tandem abutere, Catilina…), visto che ogni classifica di lega pubblicata dai giornali della domenica vedeva il Forest sempre più schiaffato in posizioni mediobasse. I tifosi e la critica cominciarono a mormorare nei confronti del manager espressioni, diciamo così, di disappunto, visto che, allora, 240.000 sterline erano un sacco di soldi, per una squadra di Seconda Divisione, e che, a giudizio di tutti, quel sacco di soldi lì avrebbe potuto essere speso molto meglio.

Via via che la situazione peggiorava, Brown cominciò pure a andare un po’ via di boccino, nel senso che non sapendo più che pesci prendere per invertire la rotta cominciò a mettere in campo formazioni che sembravano fatte scuotendo dei bussolotti con su i nomi dei giocatori della rosa in un cappello e poi rovesciandoli sul panno del Subbuteo, tanto che le differenze clamorose tra la squadra annunciata nel programma ufficiale e quella effettivamente messa in campo al sabato pomeriggio erano diventate, ormai, l’unico motivo di vera, sincera e sana ilarità per coloro che si ostinavano a recarsi al City Ground.

La qualità della rosa sembrava buona, accanto a giocatori medi di categoria c’erano giocatori di talento, come John Robertson e Martin O’ Neill, che faranno la storia del calcio europeo; ma anche i migliori sembrava che non riuscissero a andar di là da un compitino svolto di malavoglia.

Le uniche sorprese davvero positive vennero da due ragazzi delle giovanili: un portierino, John Middleton, cui fu data un’occasione in prima squadra dopo l’ennesima cazzata del titolare, Dennis Peacock; e un terzino destro con le gambette da ragno, Viv Anderson, il primo giocatore nero a vestire la maglia del Forest, le cui irresistibili discese sulla fascia producevano nei tifosi alterazioni fisiologiche di varia natura, ma sempre associabili a sensazioni positive.

Vabbè, com’è come non è, nella partita del 28 dicembre il Forest perde 2-0 in casa il derby con il Notts County, e Allan Brown viene esonerato. A onor del vero il Forest, pur con una stagione deludente alle spalle, non era in pericolo di vita, visto che galleggiava in tredicesima posizione, e , in questo senso, in un periodo della storia del calcio inglese in cui l’esonero del manager era certo meno frequente di ora, l’allontanamento del tecnico scozzese poteva apparire in qualche modo sorprendente; soprattutto a poche ore dal terzo turno di FA che aveva destinato i Reds a una partita difficile contro il Tottenham Hotspurs in casa; ma tant’è.

La partita di coppa fu condotta dalla panchina da Bill Anderson, coach della prima squadra di lungo corso e traghettatore abituale, in queste circostanze, e fu condotta bene, visto che il Forest impattò 1-1, con un gol di Jones.

Più che alle vicende della partita, però, in quella occasione, i cori dei tifosi furono dedicati alle vicende societarie; in particolare, tra tutti li più gettonato era “We Want Clough”; un coro stimolato anche, evidentemente, dalla memoria di quello che il Maestro di Middlesbrough aveva saputo fare quattordici miglia più a est.

E, incredibilmente, Clough fu quello che ebbero. Tipo come se Benitez, nell’anno del precipitoso esonero patito all’Inter, avesse accettato a febbraio una chiamata dalla Triestina.

Nonostante le molte voci sul fatto che, dopo il molto lucroso esonero dal Leeds, Clough si stesse godendo i suoi ozi tra spiagge e ospitate televisive, il richiamo di un’altra sfida difficile, evidentemente, fu irresistibile, e due giorni dopo la sfida interna con gli Hotspurs Clough si insediò in maniera relativamente tranquilla — per gli standard clougheschi — sulla panchina del Nottingham Forest.

L’effetto fu istantaneo, dal momento che il Forest andò a vincere il replay al White Hart Lane per uno a zero, grazie a un sontuoso colpo di testa di Neil Martin.

Però, l’effetto fu tanto istantaneo quanto di breve durata; questa vittoria rappresentò, infatti, una falsa aurora, dal momento che, nel primo periodo della gestione di Clough, il Forest fece fatica a trovare la vittoria allo stesso modo in cui la faceva durante l’ultima gestione Brown, se non di più.

Il Forest, spo il successo con il THFC, vinse anche la prima partita di Lega giocata sotto il nuovo gaffer, un 1-0 strappato al Craven Cottage; ma poi i Rossi non vinsero più fino a aprile, circa tre mesi più tardi, e poi di nuovo solo un’altra partita nel corso di tutta la stagione, l’ultima giornata in casa contro il WBA.

Aggiungiamoci un’eliminazione in coppa dopo un estenuante quarto turno sempre contro il Fulham: quattro partite al termine delle quali i Cottagers emersero vittoriosi (fu la mitica edizione della FA Cup in cui il Fulham, guidato da un Bobby Moore a fine carriera, arrivò in finale proprio contro il West Ham United, per cui, evidentemente, questo stress, per i bianchi, fu meno deleterio che per noi; tra parentesi, quella fu anche la prima finale di Coppa d’Inghilterra che io vidi).

Il secondo replay di quella sfida infinita, tra l’altro, privò il Forest di Paddy Greenwood, uno dei titolari più efficaci e regolari fino a quel momento, per una gamba rotta. Fu un infortunio terribile, dal quale Greenwood non si riprese mai, e che segnò la fine della sua carriera a alto livello.

Quindi, se i tifosi del Forest si aspettavano una rivoluzione immediata, furono indubbiamente delusi; forse, così come era già avvenuto a Leeds, il rifiuto del suo braccio destro, Peter Taylor, di abbandonare la promettente squadretta che stava costruendo a Brighton (quasi la stessa che poi Alan Mullery portò fino alla prima divisione e alla finale di FA Cup) per unirsi a lui ebbe qualcosa, o molto, a che fare con questo iniziale insuccesso.

Gli unici ingaggi di Clough, in questo periodo, furono Bert Bowery, di cui abbiamo già parlato in questo blog, un grosso e macchinoso attaccante prelevato dalla squadretta locale del Worksop Town, che, però, fece solo un pugno di apparizioni in prima squadra, e la fidatissima coppia di cui abbiamo parlato prima, John McGovern e John O’ Hare, provenienti da un Leeds Utd nel quale, dopo la partenza del loro mentore, erano diventati reietti.

Lo stentato inizio di Clough al Forest diede voce a tutti coloro che non lo volevano alla guida del Forest: in primo luogo, per la sua lunga e gloriosa militanza tra i rivali del Derby Countuy; in secondo luogo per la sua storia di rapporti difficilissimi proprio con la dirigenza del Rams, che gli aveva appioppato la nomea, non del tutto immeritata, di allenatore polemico e irritante. A questo si aggiungevano il suo fallimento nella brevissima esperienza a Brighton, che si era conclusa con le sue dimissioni dopo una sconfitta per 8-2 patita al cospetto del Bristol Rovers, e, infine, tutta la non proprio commendevolevicenda di Leeds: insomma, il partito contrario al nuovo allenatore prese voce, e la velata convinzione che Clough pensasse di valere molto più di quanto in realtà non valeva si fece strada anche tra i tifosi inizialmente più ben disposti, quelli che avevano cantato durante la partita contro gli Hotspurs.

Per fortuna, come detto, il profilo tenuto da Clough nel suo primo anno al Forest fu bassissimo, tanto tranquillo quanto inefficace, senza nessuna delle sue debordanti comparsate televisive, e senza nessuna delle polemiche che sembravano fatte apposta per riempire innumerevoli polliciate di tabloid.

Clough combatteva per tirar fuori il meglio da quello che aveva ereditato, anche se McGovern aveva aggiunto indubbiamente sapienza tattica e tecnica in mezzo al campo, e O’ Hare maggior movimento davanti.

Certi giocatori, come Anderson e Robertson, utilizzati poco e male da Brown, diventarono titolari quasi fissi, mentre altri, come l’ala irlandese Jeremiah Miah Dennehy e il suo compagno di nazionale Martin O’ Neill lo furono meno, e, a un certo punto della stagione, sembrarono quasi di troppo.

A altri ragazzi dell’accademia, come a Jimmy McCann e Tony Woodcock, fu data qualche opportunità in prima squadra verso la fine della stagione per mettersi alla prova, anche se, nel caso del secondo, doveva passare ancora quasi una stagione e mezza prima della sua definitiva consacrazione tra i titolari.

E, in effetti, la cosa più notevole dell’inizio dell’avventura di Clough al Forest è che la squadra non avrebbe subito, nell’immediato, tanti ritocchi: quasi tutti i giocatori che si sarebbero guadagnati la promozione di lì a due anni erano già presenti in squadra; ci voleva solo qualche altro colpo della straordinaria capacità di Clough di gestire gli uomini per far capire a molti dei depressi giocatori del Forest di allora ciò di cui erano davvero capaci.

Clough cominciò il suo regno raccogliendo il Forest al tredicesimo posto, e concluse la sua prima stagione in sedicesima posizione. I tifosi più impazienti protestarono, quelli più avveduti si ricordarono che era successa esattamente la stessa cosa nel primo anno di Clough al Derby County, anch’esso preso in seconda divisione. Poi, era venuta la promozione, la vittoria del campionato inglese e la semifinale di Coppa dei Campioni. I tifosi più scettici obiettarono che sì, che era vero, ma che i successi di Derby erano stati ottenuti da Clough e da Taylor, e che il secondo stava ancora lì, in Terza Divisione, a accudire la nidiata del Brighton.

Diamo, di seguito, la classifica finale di quell’anno; le colonne dopo quella con il nome ella squadra rappresentano, da sinistra a destra, le partite giocate, il coefficiente reti, i punti (2 punti per la vittoria), il risultato di quella squadra contro il Forest al City Ground e il risultato di quella squadra contro il Forest in casa..

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P GA Pt Res Res
1 Manchester United 42 2.20 61 L0-1 D2-2
2 Aston Villa 42 2.47 58 L2-3 L0-3
3 Norwich City 42 1.57 53 L1-3 L0-3
4 Sunderland 42 1.86 51 D1-1 D0-0
5 Bristol City 42 1.42 50 D0-0 L0-1
6 West Bromwich Albion 42 1.29 45 W2-1 W1-0
7 Blackpool 42 1.15 45 D0-0 D0-0
8 Hull City 42 0.76 44 W4-0 W3-1
9 Fulham 42 1.13 42 D1-1 W1-0
10 Bolton Wanderers 42 1.10 42 L2-3 L0-2
11 Oxford United 42 0.80 42 L1-2 D1-1
12 Leyton Orient 42 0.72 42 D2-2 D1-1
13 Southampton 42 0.98 41 D0-0 W1-0
14 Notts County 42 0.83 40 L0-2 D2-2
15 York City 42 0.93 38 W2-1 D1-1
16 Nottingham Forest 42 0.78 38
17 Portsmouth 42 0.81 37 L1-2 L0-2
18 Oldham Athletic 42 0.83 35 W1-0 L0-2
19 Bristol Rovers 42 0.66 35 W1-0 L2-4
20 Millwall 42 0.79 32 W2-1 L0-3
21 Cardiff City 42 0.58 32 D0-0 L1-2
22 Sheffield Wednesday 42 0.45 21 W1-0 W3-2

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E ora, un po’ di economia.

Traduco un articolo pubblicato sul Financial Times da Simon Kuper, l’autore del bel Soccernomics, un libro, che ho già citato in questo blog, sul sempre più importante (ma mai mancato) rapporto tra calcio e economia. È un giornalista che, pure affetto da una possente olandofilia (sentimento che da tifoso dell’Ajax e dell’Olanda di Cruijff non posso che condividere, in parte, ma che lui porta a vette patologiche), è sempre lucido e divertente quando parla del rapporto tra calcio e soldi, soprattutto quando analizza l’andamento di squadre di club e di squadre nazionali con gli strumenti dell’analisi finanziaria aziendale e globale.

Lo traduco, soprattutto, perché contiene un riferimento a Brian Clough; e anche perché è interessante di per sé.

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I migliori manager del calcio

Uno sguardo dentro i conti dei club rivela gerarchie inaspettate tra i manager calcistici

I manager del calcio inglese valutati secondo il metodo del “Divisional wage”

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Paul Sturrock (1) siede nel suo ben illuminato studio da manager al Southend United Football Club. Uno schermo piatto sulla parete è sintonizzato su Sky Sports. Per il resto, è un ufficio piuttosto spoglio, l’ufficio di un uomo che non ha intenzione di metterci radici, lì dentro. Il Southend gioca in League Two, la quarta divisione, quella più bassa, nella Football League. Il suo stadio, Roots Hall, era una discarica prima che il club lo facesse proprio, negli anni ’50 del secolo scorso. In questa gelida serata dicembrina, il Southend si sta preparando a ospitare il modesto Bradford City.

Sturrock arrivò qui nel 2010, indebolito dal morbo di Parkinson, e trovò un club senza un soldo. Circondato dal mare dell’accento dell’Essex, il suo morbido burr scozzese spicca come un faro. “Nel mio primo giorno vissi lo choc più grande della mia vita sportiva, quando solo nove giocatori si fecero vivi per l’allenamento”, ricorda, “e cinque di essi mi misero in mano una lettera di dimissioni perché non venivano pagati da lungo tempo”: l’industria del calcio presenta, a volte, questo tipo di situazioni stranianti.

Sturrock sa che dovrebbe essere in un club molto migliore del Southend United. È un ottimo manager.

A questo punto della stagione, il Southend è in testa alla League Two, e combatte per la promozione: un destino molto comune, per i club diretti da Sturrock.

Ma spesso il calcio rende un cattivo servizio ai manager capaci. I manager calcistici sono diventate delle star della post-modernità, anche se la maggior parte di loro probabilmente non porta nessun valore aggiunto al loro club, e potrebbe benissimo essere rimpiazzata dai loro segretari, o dai loro orsacchiotti di pezza, se è per questo, e nessuno se ne accorgerebbe. Solo pochi manager, come Sturrock o come Alex Ferguson, sono in grado di dare un contributo sostanziale alle loro squadre. Eppure, alcuni, in questa rara eccellenza, vengono ignorati o sottovalutati. Ma ora uno studio basato sull’analisi di 37 anni di calcio inglese compiuta da Stefan Szymanski, economics professor alla University of Michigan, con il quale scrissi il libro Soccernomics.

Gli errori e le valutazioni sbagliate dei suoi manager solleva una questione che va al di là del gioco puro e semplice: quanto valore aggiunto danno alle strutture in cui lavorano i manager di ogni tipologia di azienda? E quanto gli impiegati e gli investitori dell’azienda sono in grado di valutare questo contributo?

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Generalmente parlando, il fattore veramente decisivo nel calcio non sono gli allenatori, ma i giocatori. Il mercato dei giocatori, a differenza del mercato degli allenatori, è spaventosamente efficiente. Più che altro, perché è facile giudicare un giocatore: fanno il loro mestiere sotto gli occhi di tutti, spesso, i più bravi, lo fanno in diretta di fronte a milioni di occhi giudicanti. In Soccernomics, Szymanski ha mostrato che i giocatori, nella stragrande maggioranza dei casi, guadagnano quello che meritano di guadagnare, sulla base del contributo che danno alle prestazioni della loro squadra.

Egli ha scoperto, analizzando i dati che vanno dal 1978 al 2010, che il monte stipendi di ciascun club inglese è il più importante fattore che determina la posizione finale del club stesso in classifica. Il club che paga il più alto monte stipendi, tipicamente, arriva prima in classifica, il club che ha il monte stipendi più basso, arriva in fondo. La correlazione tra il monte stipendi e la posizione finale in campionato è circa del 90%, considerando i dati degli ultimi 15 anni. Come dice Sturrock: “il denaro parla, e il denaro decide quale sarà il tuo piazzamento finale in campionato”.

Se il monte salari determina in maniera così precisa il piazzamento finale delle squadre, se ne dovrebbe dedurre che ogni altro fattore, compreso il manager, fa parte di quel “rumore” che spiega il restante 10% del piazzamento finale. E, in effetti, molti manager non fanno la differenza. Nel lungo periodo, si limiteranno a ottenere esattamente la posizione finale che ci si poteva aspettare dal club che amministrano, considerando il monte stipendi.

Ma bisogna specificare bene una cosa, a questo punto. Lo stipendio dei giocatori non spiega tutto: spiega quasi tutto. È quel “quasi” lo spazio dentro il quale i pochi grandi manager si infilano per fare la differenza. A questo punto la domanda è: quali manager riescono “regolarmente” a portare la squadra in posizioni significativamente migliori rispetto a quelle che ci si potrebbe attendere guardando al loro monte salari? O, per prendere a prestito una frase del manager del Real Madrid, José Mourinho, ci sono gli Special Ones?

Szymanski ha cercato di rispondere alla domanda. Ha analizzato i conti di quarantacinque club professionisti inglesi dal 1973 al 2010, e ha identificato i manager che hanno ottenuto significativamente più di quello che ci si sarebbe potuti aspettare da loro guardando alla “regola degli ingaggi”. Ha provato, insomma, a individuare l’élite.

Bisogna sottolineare che il modello di Szymanski sembra premiare di più chi “overperforma” (2) al vertice della lega maggiore che chi “overperforma” nelle parti basse della Football League. Facciamo un esempio; le 92 squadre professionistiche inglesi sono divise in quattro divisioni: un manager di quarta divisione che ha il 90° monte ingaggi della Football League ma riesce a arrivare 80°, sta “overperformando”. Tuttavia, un manager con il terzo monte stipendi della Football League che vince la Premier League sta probabilmente “overperformando” ancora di più. Ai vertici, la competizione è più feroce, e la quantità di denaro occorrente per fare il “salto di qualità” è molto maggiore; è per questo che i manager dei grandi club dominano la classifica elaborata da Szymanski.

I manager che formano questa lista di élite si dividono, dunque, in due gruppi. La prima metà è composta da manager di “giganti”. Icone come Alex Ferguson, Arsène Wenger, e il primo della lista, Bob Paisley, che vinse sei campionati inglesi e tre titoli di Campione d’Europa con il Liverpool dal 1974 al 1983. Ma questi sono grandi allenatori, e, tutto sommato, qualunque appassionato medio di calcio lo sa, che sono grandi allenatori. Nessuno sottovaluta il loro operato. Ma l’altra metà della lista è costituita da manager poco o pochissimo conosciuti dal grande pubblico del calcio: sono i “titani” delle divisioni inferiori, come Paul Sturrock, Steve Parkin, Ronnie Moore e John Beck. Anche loro sono quasi sempre riusciti a portare i loro club più in alto di quanto non avrebbe potuto far pensare il monte ingaggi che avevano a disposizione. Eppure, l’industria del football e quella dei media per lo più li ignora completamente. Questi sì, invece, sono ottimi manager decisamente sottovalutati.

Ci si potrebbe chiedere se davvero il manager dell’Arsenal o del Manchester United possano “overperformare”, dal momento che il monte salari che hanno a disposizione è molto alto. Dopo tutto, il Man U vanta i maggiori ricavi di tutto il football britannico, e l’Arsenal non è tanto lontano. Forse che club così ricchi non dovrebbero ambire a vincere titoli?

in effetti, la lista di Szymanski ci aiuta semplicemente a capire quanto valore aggiunto costituiscono allenatori come Ferguson e come Wenger rispetto al potenziale dei loro club. Certo, Manchester United e Arsenal non sono squadre che spendono cifre eccezionali, rispetto ai loro fatturati. Anzi, per molti anni hanno speso come i loro rivali regolarmente battuti, se non di meno. Entrambi sono club che, tendenzialmente, vivono secondo i loro mezzi. Il Manchester United è una squadra che produce abitualmente anche profitti operativi, e che distribuisce ampi dividendi, e solo la necessità di ripagare il debito dei loro proprietari, la famiglia Glazer, rende la sua situazione del club finanziariamente instabile. Questo non lascia a Ferguson grandi fortune da spendere negli ingaggi. Ma non sembra che ne abbia nemmeno bisogno.

Ora, la Premier League ha 20 club: così, mediamente, ogni squadra dovrebbe spendere il 5% del monte ingaggi totale della Lega. Naturalmente, il Manchester United spende più di questo 5%, ma, per molti anni, non ha speso molto di più. Nel 1995-96, per esempio, il Man U ha speso il 5,8% degli ingaggi totali della Premier League, ma ha vinto il titolo. Dal 1991 al 2000, la posizione finale media dello United in campionato è stata 1,8 (qualcosa tra il primo e il secondo posto, insomma), eppure, considerando complessivamente quella decade, il Man U ha avuto a disposizione solo il 6,8% del monte ingaggi totale della PL. Ferguson ottiene enormi risultati per ogni sterlina spesa. In parte, è vero, questo risultato è dovuto alla fantastica generazione di Beckham: Beckham stesso, i fratelli Neville, Paul Scholes, Nicky Butt e Ryan Giggs giocavano già come campioni affermati, ma erano relativamente sottopagati, rispetto a giocatori di pari forza che giocavano in altre squadre, a causa della loro giovane età. Ferguson beneficia anche della lunghezza del suo “regno”. È all’Old Trafford dal 1986, e a partire dal 1990 ha scelto praticamente di persona ogni giocatore acquistato dal club. Non doveva, dunque, pagare i salari esagerati decisi da manager precedenti per giocatori non adatti al suo gioco e parcheggiati in tribuna, e questo ha indubbiamente aiutato a contenere i salari dello United.

Ferguson continuò a “overperformare”, rispetto al monte salari che aveva a disposizione, anche negli anni 2000, anche dopo che la generazione di Beckham era diventata una generazione di campioni profumatamente ricompensata. Però, oggettivamente, la sua capacità di ottenere più di quanto non spenda in salari si è ridotta. Dal 2001 al 2010 la posizione media dello United è stata sempre 1,8, ma in questa decade il Man U ha speso il 9% dei salari totali corrisposti dalla Premier League. Nessuna meraviglia, perché la vita è diventa molto più dura, in testa alla Lega, con squadre come il Chelsea e il Manchester City che possono vantare fondi quasi illimitati provenienti dal gas russo e dal petrolio arabo, e club come Arsenal e Liverpool che hanno ricevuto una grande spinta competitiva dalla partecipazione regolare alla Champions’ League.

E la somma necessaria a Ferguson per rimanere al vertice sembra destinata a aumentare ancora: nel 2010, l’ultimo anno preso in considerazione dalla ricerca di Szymanski, la quota degli ingaggi totali della PL pagata dallo United ha raggiunto il 10%. Ma, ancora una volta, non è la quota più alta. Il Manchester City pagava, l’anno scorso, circa lo stesso ammontare di ingaggi, mentre il Chelsea ha pagato addirittura il 14% dell’importo totale di ingaggi versati dalla Premier League, nel periodo dal 2004 al 2010.

Questa è la quota più alta registrata dal database di Szymanski nei suoi 37 anni di analisi. Ma anche altre squadre hanno superato, occasionalmente, la quota del 10%. In poche parole, Ferguson è un fenomeno.

Wenger è un fenomeno quasi altrettanto grande: nei suoi primi sette anni all’Arsenal, a partire dalla stagione 1996-97, ha ottenuto una posizione media di 1,6, pagando il 7,5% degli ingaggi totali della Premier League. Era una quota di ingaggi più alta rispetto a quella pagata da Ferguson nello stesso periodo, e anche i risultati furono migliori, ma non si trattava, comunque sia, di una “plutocrazia”. Però i risultati di Wenger hanno cominciato a declinare, dopo il primo settennato. Dal 2005 al 2010 l’Arsenal ha ottenuto una posizione media di 3,3, spendendo l’8,8% degli ingaggi totali della Premier League. Si tratta ancora di una “overperformance”, ma molto modesta.

Eppure, durante i momenti peggiori della sua esperienza all’Arsenal, soprattutto dopo la demolizione dei Gunners a opera del Man U all’Old Trafford nello scorso agosto, nella partita finita 8-2, le critiche a Wenger sono state feroci. Troppo feroci. Posto che il Francese ha a che fare con club più ricchi, e con manager bravi come lui, se non di più, come Ferguson, sarebbe stato sorprendente, forse incredibile che l’Arsenal avesse continuato a vincere titoli come prima. In particolare, è stato iniquo criticare Wenger per non aver saputo opporsi al Chelsea. Il divario di monte ingaggi tra i due club, a partire da quando Roman Abramovich ha acquistato il Chelsea nel 2003, è stato ingente: nel suo primo anno, il Russo consentì a Ranieri di spendere il 16% del totale degli ingaggi pagati dalla Premier League per il 2003-04.

È chiaro che Claudio Ranieri avrebbe dovuto vincere il titolo. Tuttavia, il suo fallimento è perdonabile. Persino con il monte ingaggi più ricco, è difficile vincere il campionato, perché ci si trova a combattere non solo con alcune circostanze avverse, ma anche, soprattutto, contro grandi manager “overperformanti” come Ferguson e Wenger. Quindi, anche se Mourinho aveva più possibilità di spesa in termini di ingaggi di quanta non ne avessero i suoi rivali, merita tutti i crediti per aver vinto due campionati di fila. Ma Mourinho ha passato solo tre stagioni piene in Inghilterra, e, quindi, non figura nella classifica di Szymanski.

Gli ingaggi del Manchester City hanno probabilmente sorpassato, per l’anno in corso, quelli del Chelsea (anche se i dati per il 2011 non sono ancora disponibili). Se Ferguson riuscirà a sconfiggere i vicini nella corsa al titolo anche questa stagione, avrà ancora una volta fatto un giro di campo sotto la pari. La classifica dei manager stilata da Szymanski misura solo la spesa in ingaggi, non quella nei trasferimenti, ma è interessante notare, nondimeno, che Wenger e Ferguson, tipicamente, spendono anche nelle campagne acquisti meno soldi dei rivali diretti. Questo rende la loro classifica ancora più sorprendente. In confronto a loro, Rafa Benítez, — un altro degli allenatori presenti nella classifica di Szymanski — ha speso un sacco di soldi nell’acquisto dei giocatori. Quindi, nonostante una politica di ingaggi abbastanza contenuta, non si può dire che le posizioni raggiunte in campionato dal Liverpool, sotto lo Spagnolo, siano state ottenute a buon mercato.

Per quanto riguarda gli allenatori delle serie inferiori, sembra che Sturrock, Parkin, Beck e Moore abbiamo ottenuto risultati paragonabili a quelli di Ferguson e Wenger. Sturrock e gli altri hanno ottenuto posizioni finali, nei loro campionati, molto migliori della quota di ingaggi totale a loro disposizione. Eppure, come detto, le loro “overperformance” sono state largamente ignorate. Beck e Moore, ora come ora, non hanno nemmeno un club a disposizione. Sturrock siede nel suo ufficetto un’ora prima che Parkin faccia visita al Southend con il suo modesto Bradford, e Parkin non è nemmeno il manager del Bradford: è solo il secondo. (Crudeltà della sorte, il manager avversario di Sturrock nella partita di questa notte si chiama Parkinson: Phil, l’allenatore del Bradford City). I titani delle divisioni inferiori vengono ignorati.

Il mercato dei manager è inefficiente: alcuni ottimi allenatori vengono ignorati, mentre allenatori mediocri continuano a pasturare il loro calcio e a trovare buoni ingaggi. Ma perché succede questo? Che cosa succede a uomini come Sturrock? Perché non ottengono il credito che meritano?

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Paul Sturrock. Plymouth Argyle: promosso dalla League Two all a League One (2001-2002), promosso dalla League One alla Championship e League Champion (2003-2004, anche se tecnicamente, Sturrock lasciò il Plymouth sei settimane prima della fine del campionato per il Southampton). Sheffield Wednesday: promosso dalla League One alla Championship (2004-2005). Swindon Town: Promosso dalla League Two alla League One (2006-2007)

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Sturrock giocò come attaccante per il Dundee United dal 1974 al 1989. Non era un giocatore fascinoso e “glamour” — il suo soprannome era “Luggy”, dalla parola scozzese per “orecchie”, “lugs” — ma era un ottimo giocatore. Poi, divenne manager nella Scottish League, che gli divenne presto stretta. “Decisi quasi subito che avrei voluto allenare in Inghilterra”, dice nel suo modo di parlare lento e un po’ dimesso, “e così finii a Plymouth, in un giorno di pioggia. Mi trovai sdraiato nel letto a una piazza di un minuscolo appartamento, a chiedermi che cacchio ci facessi lì”.

Non fece male. Il suo Plymouth vinse la terza divisione con il record dei punti totali, e era vicinissimo alla seconda promozione consecutiva quando, nella primavera del 2004, lasciò la squadra verso il “big time”: la Premier League, con il Southampton.

Anche lì Sturrock fece decentemente, vincendo cinque partite su 13, non male per un piccolo club. “Probabilmente, ho fatto la migliore striscia di 13 partite di ogni altro allenatore della squadra in Prima divisione”, ridacchia Sturrock. Ad ogni modo, dichiara, lasciò dopo sei mesi per dissapori con il presidente, Rupert Lowe, e non ebbe più una chance nella massima divisione. Sturrock, ripensandoci, afferma: “Sono stato allo show, come direbbero gli Americani. L’unica cosa che posso dire è che me ne sono gustato ogni minuto”.

Perché i grandi club lo ignorano? “Due anni fa feci outing, dissi a tutti che avevo il Parkinson. Penso che questo abbia giocato un certo ruolo”. Comunque sia, non può essere solo questa la causa: Surrock era stato sottovalutato anche prima di questo episodio. Se glielo si chiede con sufficiente insistenza, lui parla della “debacle di Southampton”. Nonostante i risultati, il suo periodo in quella squadra ha in qualche modo macchiato la sua reputazione.

La prima volta che i media nazionali si sono occupati di lui, l’hanno fatto per raccontare lo scazzo con il presidente di un piccolo club senza molto fascino.

Tara Brady, il Chief Executive del Southend, dice: “penso che il Southampton abbia sparato molto male la sua unica cartuccia, sfortunatamente”. Anche Sturrock ammette: “Può benissimo darsi che la gente mi abbia ormai etichettato come colui che ha fallito a Southampton”.

Il problema per gli uomini come lui è che è molto difficile giudicare un manager solo dai risultati delle loro squadre. Dopo tutto, i risultati di una squadra sono per lo più proporzionali a quanto possono spendere in ingaggi: è questo il motivo principale per cui la posizione nella Football League del Southend è inferiore rispetto a quella del Chelsea. Ma nessuno si preoccupa di cercare di capire quali manager “overperformano” rispetto alla capacità di spesa dei loro club.

È difficile, anche per le persone del ramo, ma che vivono fuori da una squadra, giudicare un manager per il suo lavoro quotidiano. Molte delle grandi decisioni di gestione di una squadra sono fatte in privato, e i risultati di queste decisioni — l’ingaggio di un giocatore, tanto per dire — possono diventare evidenti solo dopo molto tempo, o non diventarlo mai. Questa difficoltà di giudizio sul loro operato è la maledizione anche degli amministratori di qualsiasi tipo di impresa. Questo è il motivo per il quale un manager può apparire il mese prima sulla copertina di un settimanale economico come il salvatore della sua società, e il mese dopo può comparirvi nella cronaca giudiziaria, o in quella fallimentare.

Poiché gli stessi club sanno poco quali manager sono davvero bravi, tendenzialmente ingaggiano quelli che “sembrano” bravi manager. Per gli allenatori di calcio, il “look” è fondamentale. Christian Gross lo scoprì quando divenne il nuovo manager del Tottenham nel 1997. Il misconosciuto signore svizzero, semi calvo, entrò in sala stampa — in ritardo — per la sua prima conferenza con un biglietto della metropolitana in mano, dicendo, con pesante accento teutonico, “voglio che questo diventi il mio biglietto per un sogno”. Gross apparve a tutti come l’esatto contrario dell’ideale giornalistico di un manager. Gli Spurs lo licenziarono dopo pochi mesi. Aveva fatto benissimo, in Svizzera, prima dell’esperienza inglese, e, dopo gli Spurs, ha avuto uno straordinario decennio al Basilea. Solo che in Inghilterra non aveva l’aspetto giusto.

Nell’immaginario collettivo britannico, il manager ideale è un signore bianco di mezza età, un maschio alfa con un taglio di capelli tradizionale e con un ottimo passato da giocatore (anche se Szymanski ha dimostrato che essere stati un giocatore di successo non preconizza il successo manageriale). I manager tendono a essere giudicati sulla base di caratteristiche superficiali: la loro appartenenza etnica, l’aspetto, il carisma, i tratti della personalità sono le cose che davvero contano, per i media. E sono tutte cose che lavorano contro Sturrock. Il suo Parkinson non è immediatamente avvertibile, ma lo rallenta un pochino. Parla a voce bassa. Lo si vedrebbe molto più adatto al ruolo di direttore di una scuola media di paese, che a quello di leader di un gruppo di uomini difficili da gestire. Brady dice, ancora: “È un po’ troppo riservato e severo, Jock. Diciamo che non è uno che faccia una grandissima prima impressione”.

Dopo il Southampton, Sturrock avrebbe potuto probabilmente aspettare un’altra grande occasione. Però, dice: “mi sono sempre proposto di accettare ogni incarico che mi avessero proposto, dopo che sono diventato manager. Lavorare, continuare a lavorare”. E anche questo tratto, probabilmente, lo ha segnato, tra gli addetti ai lavori, come un “manager da divisioni inferiori”. Ha ottenuto promozioni con Swindon Town e Sheffield Wednesday, poi è tornato a Plymouth e l’ha portato alla migliore posizione nella Football League negli ultimi vent’anni [decimo nella Championship, ndt]. “E poi mi hanno venduto tutti i migliori giocatori”, aggiunge mestamente. Quando, in seguito a questo, i risultati diminuirono leggermente, il Plymouth lo rimosse dal ruolo di manager e lo dirottò verso un ruolo di supporto al settore commerciale. Andò al Southend nel 2010.

“Così, sono qui”, ride tra sé e sé. Probabilmente, ha accettato il lavoro meno attraente di tutto il football professionistico inglese. Quando è arrivato nell’Essex, il Southend stava affrontando un ordine di liquidazione per evasione fiscale. Non aveva praticamente giocatori, cosa che non è un problema da poco, per una squadra di calcio. “Ho ingaggiato 17 giocatori in una settimana”, ricorda. Uno fu il figlio Blair, che ha giocato per suo padre in quattro club diversi. Sturrock si compiace di sé stesso per il suo occhio per i giocatori. “Penso di avere un’altissima percentuale di giocatori acquistati che si ha fatto molto bene. Penso che questo sia il segreto per essere un buon manager”. Ma a causa dei casini finanziari del club, la Lega non accetta l’iscrizione dei giocatori ingaggiati da Sturrock. Solo due giorni prima dell’inizio del campionato, mentre Sturrock stava preparando i ragazzini dell’accademia a travestirsi da prima squadra, l’embargo all’acquisto di giocatori fu sollevato.

Brady, un furbo uomo d’affari dell’Essex, diventato ricco investendo in tecnologie avanzate e in finanza, arrivò a Southend nel dicembre del 2010. Dal suo ufficio presidenziale con vista parcheggio, spiega: “Il calcio mi piace da impazzire. Il club aveva bisogno di soldi. Io avevo i soldi”.

Il football è un’industria bizzarra, nella quale gli impiegati più importanti vengono spesso arrestati in stato di ebbrezza dopo notti brave, ma Brady ha tentato di imporre certe regole. Ha il suo staff personale di statistici che elabora dati su ogni cosa, per esempio la percentuale di passaggi completata nel terzo di campo avversario. Dai dati trae informazioni per l’azione strategica: per esempio, si è convinto che nelle serie inferiori i passaggi lunghi siano molto più efficaci di quelli corti. Giocatori relativamente poco dotati non possono permettersi una trama fitta di passaggi diretti, à la Barcelona. La cosa più importante è portare la palla il più possibile vicino alla porta degli avversari, e il più lontano possibile dalla propria.

Brady ha ereditato Sturrock per caso, ma ha subito scoperto che la loro concezione di football era simile. Sorprendentemente, per essere un ex giocatore, Sturrock si interessa molto di statistiche. Anche lui ha il suo “stats guy” che gli invia dati e elaborazioni. Proprio come Brady, anche lui ha concluso che la “palla lunga giocata in modo intelligente” è una tattica vincente, nelle divisioni inferiori. Sturrock non ha adottato la palla lunga per tutta la sua carriera, e probabilmente lavorerebbe in modo differente se avesse giocatori migliori a disposizione, ma pensa che quella sia la cosa giusta da fare per il Southend. “Questo non è hoof-ball [gioco di parole intraducibile, una contaminazione tra “football” e “hoof”, “zoccolo”, che in inglese ha la stessa valenza metaforica, parlando di calcio, che hanno in Italiano le “ciabatte” o il “tombino”, o il “ferro da stiro”, parlando di capacità tecnica dei giocatori], dice Sturrock con enfasi; “non è solo calciare ciecamente la palla avanti. Ci vuole metodo: bisogna lanciare la palla con accuratezza verso gli attaccanti, e dare loro immediato supporto”. Giocare a palla lunga con brillantezza, insomma, è un’arte.

Brady e Sturrock non sono amici. Lavorano insieme, ballano la danza strana del presidente e del manager, ciascuno dei due cercando di prevalere sull’altro. Sturrock dice: “Tara è un mercante di hoof-ball”, mentre, proprio prima del match contro il Bradford, Brady ci ha detto: “Io e Paul siamo in disaccordo su un sacco di cose. Per esempio, siamo in disaccordo su chi dovrebbe essere la star d questa intervista”. Però, i due hanno costruito una specie di alleanza. A Southend, Sturrock sta ancora una volta “overperformando”. Il monte ingaggi totale del club è di 3,2 milioni di sterline. Brady dice: “abbiamo il nono monte ingaggi della lega. Quindi, secondo voi, noi dovremmo finire noni, vero?”. Prima della partita contro il Bradford, il Southend è secondo in League Two.

Questa “overperformance” non sorprende Brady. Aveva subito notato in Sturrock qualcosa di speciale. “Durante una gara riesce subito a capire che cosa va bene, e che cosa va male, e riesce a cambiare quello che va male molto prima che io mi accorga che qualcosa sta andando effettivamente male”.

Avere un buon manager “fa un’enorme differenza”, secondo Brady, perché non ce ne sono molti. “Penso che molti manager siano un bluff”, dice. Secondo il suo giudizio, il mercato del lavoro della City è competitivo, mentre quello del football no. Brady ha concluso che “basandoci sul livello e sull’efficienza della concorrenza che ci troviamo a affrontare, avendo il nono monte ingaggi della lega dovremmo piazzarci molto più in alto del nono posto”.

È difficile spiegare quale sia il segreto dei buoni manager, e, naturalmente, se fosse facile basterebbe imitarli; ma se c’è qualcuno che può intuire il segreto di Sturrock questi è il padre di Brady, Chris. Nel corso di una lunga carriera, Chris Brady ha giocato e allenato nell’ambito del calcio semiprofessionistico, ha insegnato in corsi per la preparazione degli allenatori professionisti, e è stato professore di management in diverse università inglesi. Ora è un consulente per imprese che lavorano nell’ambito del private-equity, e dà anche una mano al Southend, confrontandosi con Sturrock su numeri e statistiche.

“La piaga endemica del football”, dice Chris Brady, “sono le decisioni prese mentre si è in preda al panico. Nel mondo della finanza aziendale i manager sono giudicati ogni trimestre sulla base dei risultati, nel football i risultati vengono valutati ogni quarto d’ora. Paul è in grado di resistere a questa pressione. Non prende mai decisioni affrettate”.

Invece, Sturrock emette le sue sentenze solo attraverso un lucido processo di argomentazione. Dice ancora Chris Brady: “Pala molto con i suoi collaboratori, ma non ne ricerca il consenso. Si interessa moltissimo ai pareri quasi di chiunque, ma è soddisfatto solo quando le decisioni che prende sono interamente sue. Inoltre, ha una grande capacità di analizzare il suo operato. A volte, dice ‘ho fatto una cazzata’ “.

I calciatori ascoltano Sturrock, dice Brady padre. “Dovreste vederlo per un po’ negli spogliatoi per valutare l’effetto che ha la sua quieta influenza”. Ma il mondo non frequenta con regolarità gli spogliatoi di Sturrock, e così non riesce a dargli io suo giusto valore.

Questa sera il Southend gioca contro il Bradford di fronte a 5.526 tifosi incalliti. Ciascuno di loro celebra un rito insieme personale e antico: ci saranno state almeno altre 200.000 partite simili a Southend-Bradford nella storia centenaria del calcio inglese. Il Bradford è messo male in classifica, ma con il procedere del gioco appare evidente come abbia complessivamente giocatori migliori, sul puro piano tecnico. La loro ala, Kyel Reid, un giocatore davvero fuori categoria, surclassa ogni difensore del Southend. Appare sempre più chiaro come Sturrock abbia portato ai vertici della Lega un club tecnicamente modesto, ma questa notte la sua magia non sta funzionando. Non è un uomo che si agiti spesso, ma una volta o due si alza e si avvicina a bordo campo per richiamare qualche giocatore. Nel secondo tempo, cambia l’andamento del gioco: mette dentro un centrocampista, Anthony Grant, e il Southend ricomincia a guadagnare campo. Però a due minuti dallo scadere Luke Oliver, del Bradford, mette a segno l’unico gol della gara. Dal sottile gabbiotto dei telecronisti si sente il commentatore di una radio di Bradford esultare. Il pubblico si dirige mestamente all’uscita.

* * *

Un mese più tardi, il Southend è primo in classifica. Sturrock sembra diretto verso un’altra promozione inaspettata, un’altra promozione che non verrà notata. Si è apparentemente rassegnato a una carriera anonima: a fine gennaio, ha firmato un’estensione del contratto con il Southend.

In realtà, ci sono dei segnali che fanno pensare che i club siano diventati più razionali, nella scelta dei giocatori. Gli ex-grandi giocatori stanno perdendo il monopolio tra i manager delle grandi squadre. Tre dei venti manager della PL attuale non hanno mai giocato a calcio a livello professionistico: l’allenatore del Chelsea André Villas-Boas, l’allenatore dello Swansea Brendan Rogers, e Roy Hodgson del West Bromwich Albion (che, a dire il vero, fu tesserato dal Crystal Palace, nella sua carriera, ma non andò mai oltre la squadra riserve). La media storica della PL è uno su venti. Steve Bruce, l’ultimo ex ottimo giocatore senza un grande curriculum da allenatore che ancora allenava nella massima serie inglese è stato licenziato dal Sunderland a novembre. Intanto, altre ex-star come Roy Keane, Brian Robson e Diego Maradona sono uscite dal giro delle grandi squadre. Maradona, dopo la disastrosa coppa del mondo con l’Argentina, allena a Dubai lo Al-Wasl, e si è lamentato, proprio questo mese, come il “giro degli allenatori” sia in mano a una cricca di iniziati. In realtà, la verità è che qualcosa sta cambiando.

Un giorno, forse, anche il mercato degli allenatori diventerà efficiente come quello dei giocatori, ma, purtroppo, per allora sarà troppo tardi.

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La Classifica [ovvero: e Brian Clough, bastardi??]

Generalmente, nel football, la squadra con i giocatori meglio pagati vince. Solo pochi manager sono in grado di raggiungere posizioni significativamente migliori di quanto non si si sarebbe potuti aspettare analizzando la composizione del monte ingaggi di una lega. Questi manager sono l’élite.

Per compilare quest classifica, Stefan Szymanski, economics professor alla University of Michigan, ha esaminato i conti dell’80% dei club professionistici inglesi nel periodo che va dalla stagione 1973-74 alla stagione 2009-10. Ha stilato la classifica solo per 251 manager, sul totale di 699 presenti nel campione, scegliendo quelli che hanno allenato per cinque o più stagioni, esaminando i risultati che hanno ottenuto confrontandoli con il monte ingaggi che avevano a disposizione.

La satirica più importante è quella che confronta il piazzamento finale di una squadra mettendo in relazione l’ammontare degli ingaggi di un club con quello dei club rivali. Una squadra media di PL spende il 5% del totale degli ingaggi pagati da tutta la Lega. Normalmente, una squadra che spende esattamente il 5% degli ingaggi totali dovrebbe finire a metà classifica. Se finisce nella parte alta, il manager ha “overperformato” rispetto alle aspettative. Se finisce nella parte bassa, il manager ha reso meno delle aspettative.

Pochi dei 251 manager esaminati ha reso meno delle aspettative. Un esempio è Malcom Allison, un allenatore in seconda molto apprezzato al Manchester City nei tardi anni ’60, che, però, diede pessima prova di sé come manager.

Szymanski ha scoperto che qualcosa tra 40 e 70 manager hanno “overperformato” in maniera consistente. È circa il 28% del totale del campione analizzato. Pochissimi degli altri 448 allenatori — quelli che hanno allenato meno di cinque anni nel calcio professionistico — hanno ottenuto più di quanto non ci si sarebbe potuti aspettare da loro. Coloro che hanno ottenuto i peggiori risultati, tendenzialmente, sono usciti dal mercato delle squadre professioniste abbastanza in fretta. (3)

Egli ha stilato due liste di allenatori “overperformanti”. La prima lista analizza i risultati degli allenatori mettendo in ordine le squadre sulla base della classifica totale della Football League, cioè confrontando il monte ingaggi di una squadra con quello delle altre 91 squadre della Lega. Abbiamo chiamato questo il “total wage method”. La seconda classifica misura le prestazioni confrontando il monte ingaggi solo con quello delle altre squadre della stessa divisione (“divisional wage method”). I due metodi di calcolo producono un risultato leggermente diverso. Le due liste sono disponibili per la consultazione nella pagina di Szymanski del FT. Riportiamo qui una tabella in cui sono presenti 19 manager che appaiono in entrambe le classifiche, un tentativo di estrarre dal lavoro di Szymanski i migliori manager che abbiano allenato in Inghilterra nel periodo preso in considerazione dalla ricerca.

Naturalmente, il lavoro di Szymanski richiede alcuni caveat: Arsène Wenger viene prima di Kenny Dalglish in classifica, ma non significa che sia per forza un manager migliore. I due hanno lavorato in club differenti e in periodi differenti, e, così, le due esperienze non possono essere paragonate.

La seconda avvertenza è che la lista è incompleta [eh, pareva anche a me NdT]. Brian Clough avrebbe potuto essere nelle primissime posizioni, se solo fossero stati disponibili i dati finanziari per il Nottingham Forest degli anni d’oro. Il Forest non era una limited company, e non aveva l’obbligo di presentare bilanci annuali presso la Companies House. E Szymanski non ha potuto nemmeno includere i dati relativi ai campionati non inglesi, per mancanza di sufficiente dettaglio finanziario. Alex Ferguson avrebbe potuto arrivare ancora più in alto, se si fosse considerato il suo straordinario periodo all’Aberdeen.

Un altra avvertenza: altri fattori, oltre alla bravura dei manager, avrebbero potuto portare i club a “overperformare”: è notevole che Paisley, Dalglish e Benítez abbiano tutti ottenuto risultati migliori delle attese statistiche con il Liverpool, e Graham e Wenger con l’Arsenal. Forse è più facile “overperformare” con Arsenal e Liverpool a causa della bontà dei loro settori giovanili, permettendo agli allenatori di ottenere risultati brillanti senza svenare le casse del club.

In effetti, ogni manager della classifica richiederebbe molte analisi ulteriori. Sarebbe assurdo pensare che un club a caso potesse scegliere un nome a caso dalla lista e sedersi a aspettare che l’argenteria rotolasse da sola dentro la sala trofei. Alcuni di questi allenatori hanno ottenuto i loro risultati in circostanze irripetibili altrove. Bobby Robson fu un manager straordinario all’Ipswich Town negli anni ’70, perché era uno dei pochissimi manager a praticare un gioco di stile europeo, basato sui passaggi diretti, e perché aveva osservatori anche nel Continente. Al giorno d’oggi, avrebbe avuto bisogno di altre trovate.

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(1) I tifosi italiani forse ricorderanno Sturrock per il fatto che ha giocato contro la Roma nella semifinale di Coppa dei Campioni 1983-84, nel corso della quale il Dundee United sfiorò la clamorosa qualificazione alla finale, dopo una vittoria per 2-0 al Tannandice e una sconfitta per 3-0 all’Olimpico, una partita per la quale la Roma fu esclusa dalle competizioni europee per un anno in seguito al tentativo di corruzione dell’arbitro, ma che il Dundee United affrontò, oggettivamente, in modo troppo timoroso. Nel 2008 ha annunciato di essere stato colpito da una forma leggera di morbo di Parkinson.

(2) Per evitare di ricorrere sempre a lunghe locuzioni, ho tradotto sempre il verbo inglese overachieve, “ottenere più di quanto non ci si aspettasse”, con l’orrendo “overperformare”. Chiedo perdono a papà Dante e a tutti i lettori, non lo farò più.

(3) Lo so, me lo sono domandato anch’io. Questa frase è in netta contraddizione con quanto affermato in precedenza sul fatto che il mercato degli allenatori non è veramente concorrenziale. Ho postato questa obiezione sul sito del FT, e sono in attesa di una risposta.

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§

Name Rank Rank
(by “divisional wage” method) (by “total wage” method)
Bob Paisley 1 1
Alex Ferguson 3 2
Bobby Robson 2 6
Arsène Wenger 4 4
Kenny Dalglish 6 3
Rafael Benítez 11 5
Dave Mackay 8 9
Howard Kendall 9 11
Steve Tilson 10 12
John Beck 7 21
Ronnie Moore 12 17
George Graham 16 13
David Moyes 5 25
Martin Allen 17 14
Paul Simpson 28 16
Steve Parkin 38 8
Paul Sturrock 14 35
Dave Stringer 19 33
David O’Leary 33 34

§

Ecco. È un articolo molto discutibile, naturalmente, e anche alcune delle idee espresse (per esempio, il fatto che un manager appetibile debba essere stato una grande stella, da giocatore) lasciano perplesso. Se Dalglish e Mancini sono stati ottimi giocatori (mediamente: uno grandissimo e uno molto buono), i grandi club, negli ultimi anni, hanno privilegiato, secondo me, allenatori senza un grande passato calcistico. Però l’idea di cercare di dare una valutazione obiettiva all’operato di un allenatore è interessante, e, tutto sommato, non è che il risultato della classifica sia così fuori dal mondo. Se volete aprire un dibattito, sono a disposizione.

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The day Brian Clough’s knee fucked off.

Brian Clough era stato un calciatore brillantissimo. 251 reti in 274 presenze con Boro e Sunderland, parlando solo di partite di campionato. Due presenze in nazionale venendo dalla seconda divisione, e poi basta, anche grazie alle pesanti critiche rivolte al selezionatore Walter Winterbottom nel corso di una tournée nei Paesi dell'Est Europa durante la quale Cloughie non vide mai il campo.

La sua carriera fu spezzata, è proprio il caso di dirlo, dalla collisione con il portiere del Bury Chris Harker, che gli provocò la rottura del crociato, nel corso di un gelido Boxing Day match del 1962. Non si recuperava, allora, da un infortunio così.

Bill Taylor, un appassionato presente da ragazzino a quella partita, ha rievocato quei tempi su un blog dedicato al Sunderland; anche se il post accenna solo marginalmente a Brian Clough e al suo incidente, mi sembra opportuno tradurre qui l'intero intervento, perché è una bella testimonianza del calcio inglese che fu, e anche del modo in cui si diventa tifosi di calcio, così simile in tutti i Paesi e in tutte le epoche.

Il giorno che mio padre capì che la carriera di Clough era segnata.

Udii per la prima volta il ruggito del Roker da lontano, da un giardinetto a un paio di isolati dal Fulwell End. Non avrò avuto più di cinque anni, allora.

«Che cos'è?», chiesi. E mio padre rispose «Mah, sembra che i ragazzi ne abbiano messo dentro uno».

I ragazzi?

«Il Sunderland», disse, con un pizzico di impaziente irritazione, come se avessi davvero dovuto saperlo senza chiederlo. «La squadra. La nostra squadra».

Fu allora, penso, che diventai un Mackem. Sapevo a malapena che il calcio esisteva, eppure avevo già una squadra: se era la sua squadra era anche la mia squadra, naturalmente. La NOSTRA squadra.

[Mackem è il corrispettivo per Sunderland del termine Scouser per Liverpool: una parola che indica sia la provenienza geografica che l'appartenza alla tifoseria di una squadra].

Il Roker Park di quegli anni.


Mio padre veniva da Ryhope, e mia madre da Houghton-le-Spring. Il famoso giardinetto era attaccato alla casa di alcuni amici dei miei. Gli facevamo visita spesso, partivamo da Bishop Auckland e attraversavamo tutto il distretto di Sunderland, con il bus 57 della Northern o della United, si spartivano la stessa linea: arrivavamo a Sunderland, e dalla fermata dell'autobus prendevamo il tram fino a Fulwell, un vecchio tram che cigolava durante il viaggio come una vecchia goletta in un vento di tempesta.

Il vecchio doveva aver deciso che quella scarna conversazione significava che ero pronto, e cominciò a portarmi alle partite del Bishop, al vecchio campo di Kingsway. Erano i tempi in cui i Two Blues dominavano il calcio dilettantistico inglese, e in cui la differenza tra il calcio professionistico della Football League e quello amatoriale era molto meno marcata di quanto non lo sia ora.

Aveva un amico che faceva il tifo per il Crook Town, i nostri più agguerriti rivali nella Northern League, e un altro ancora che seguiva, in uno stato di depressione pressoché costante, le fortune del Ferryhill. Pensavano che fosse tipo una grave psicopatia.

Ancora peggio, per di più era anche un tifoso del Middlesbrough. Mi fu sbrigativamente insegnato, tra i primi rudimenti, che il Boro era il nulla. Non era tanto importante il fatto che stessero facendo bene o male: il fatto importante era che erano al di sotto di ogni possibilità di seria considerazione.

A quei tempi, e persino quando cominciai a lavorare per la Evening Gazette, nel Teesside, e di quando in quando dovevo scrivere un servizio per la partita delle riserve, non sono mai stato in grado di smuovere il benché minimo interesse nei loro confronti. Nulla. La più totale indifferenza. Io odio il Newcastle United, e l'ho sempre fatto, ma il Middlesbrough… Potreste provare a offrirmi mille sterline proprio ora per la formazione, ma dubito che sarei in grado di nominare più di tre giocatori.

Ma il Newcastle… l'amico di mio padre tifoso del Crook era anche un Magpie. Mio padre tornava spesso dal pub, il Cumberland Arms, scuotendo la testa e dicendo «ma perché perdo tempo con quel disgraziato, non capisce nulla di calcio, a nessuno dei due livelli».

Un'altra parte della mia formazione fu imparare che sia il Bishop sia i Cats non stavano attraversando, a quei tempi, il loro momento migliore.

Non ricordo la prima volta che mio padre mi portò al Roker Park. Avrò avuto tipo dieci anni; sebbene Sunderland fosse lontana solo 25 o 30 miglia, e noi avessimo un'auto (una Rover del 1939), il viaggio aveva ancora la stessa natura di un pellegrinaggio.

Ricordo di essere stato colto da una sorta di terrore riverenziale guardando la dimensione dello stadio, e sentendo il rumore che produceva, e il modo in cui si muoveva la folla dei popolari, seguendo, come un'onda di marea, i momenti più eccitanti della partita. Ma ricordo anche la grande gentilezza con la quale gli uomini intorno  a noi — non ricordo una sola presenza femminile — si rassicuravano del fatto che io fossi al sicuro, e potessi vedere bene.

«È la sua prima partita?», chiese uno di loro a mio padre. Sì.

L'uomo mi guardò: «Perché tieni i man denter 'n ti tasc del paletò?», e mio padre disse: «gà pagùra che qualghesùn ghe pissi denter. Chi ghè no un mument pe' andà ai cess!»

[Non che a Sunderland si parlasse in milanese, ma Bill Taylor riproduce la parlata e il dialetto di Sunderland, e ho cercato di riprodurlo con il dialetto della MIA infanzia calcistica, passata a San Siro; questo è l'originale: “Why mind thoo keeps thee hands in thee coat pockets,”, he said “for fear somebody pittles in there. There’s nee time to push down to the netties here.”]

Ci fu una risata generale, alla quale mi unii anch'io: non ero mai stato incluso nell'umorismo dei "grandi", prima di allora. Era un altro passo in avanti.

Il vecchio gestiva una drogheria (W Duncan, magari qualcuno se la ricorda), e il sabato lavorava. Ma potevamo andare alle partite del mercoledì. Di solito andavamo con un altro suo amico, il proprietario del negozio di tappezzerie accanto al suo, i cui gusti calcistici, invece, erano ineccepibili.

E così cominciai a conoscere la squadra. E anche a gridare forte come tutti gli altri quando il Sunderland otteneva un corner, e Charlie Hurley saliva da dietro a grandi passi e saltava sopra tutti gli avversari per colpire di testa, spesso in modo letale. Hurley era il mio eroe.

Ero là con mio padre e il suo amico, il Boxing Day [il Boxing Day è il 26 dicembre, il nostro Santo Stefano] del 1962, e il Sunderland giocava contro il Bury, e Brian Clough — un Teessider, ma ci eravamo passati sopra — ebbe lo scontro fatale con il loro portiere, Chris Harker.

Uno dei giocatori del Bury cercò di tirarlo su in piedi, credendo chiaramente che si trattasse di uno dei primi casi di quello che ora è diventato il classico tuffo con sceneggiata. È buffo che quel tizio poi sia diventato una delle leggende del Sunderland: Bob Stokoe.

Ma Brian non stava ronaldeggiando o gerrardeggiando. Mi ricordo benissimo che, mentre lo portavano fuori in barella, il mio vecchio e il suo amico si guardarono scuotendo la testa, e uno di loro disse: «È finita. È una cosa dalla quale non si torna indietro, mi sa».

Di lì a poco, cominciai a andare alle partite da solo, con i miei amici. «Com'è andata?», mi chiedeva il vecchio. «Oh, non dirlo: te lo posso leggere in faccia. Così male, eh?».

Mi trasferii negli Usa nel 1973, e era molto difficile sapere i risultati del calcio inglese. Io telefonavo ai miei genitori tutte le domeniche, e il risultato del Sunderland era la prima cosa che mio padre mi diceva.

Quando arrivai a Toronto, nel 1982, scoprii che, invece, i giornali di qua danno alle partite inglesi una buona copertura. Ma il Sunderland era sempre l'argomento principale delle telefonate domenicali. L'ultima conversazione che ebbi con lui, prima che egli morisse, cinque anni fa, fu sempre quasi tutta dedicata al Sunderland; in particolare, sul motivo per il quale, dopo tutti questi anni, lui continuasse a perdere tempo con loro.

E me lo chiedo anch'io, di quando in quando. E lo chiedo anche a lui, tra me e me, molte domeniche mattina. E posso sentirlo rispondere, perfino:

«Maledetto Cattermole. Maledetti Teessider. Sempre la solita maledetta storia».

Ecco. Mi è sembrato un pezzo molto bello, anche commovente, e penso che lo sia soprattutto per persone come me, che hanno cominciato a andare allo stadio molto piccole accompagnate dal proprio padre. L'eccitazione del pranzo un po' anticipato, la vestizione dei pomeriggi d'inverno, l'uscita di casa insieme, il piacere che si provava nei primi pomeriggi di primavera, il tram pieno di tifosi che parlavano della partita, perfetti sconosciuti che si rivolgevano la parola come vecchi amici solo perché condividevano i motivi di quell'uscita e di quel viaggio, cose così.

Per finire, mi piacerebbe dire due parole sul Bishop Auckland, la squadra per la quale facevano il tifo Bill Taylor e suo padre: alla fine degli anni '50 i "Two Blues" (il soprannome della squadra dovuto alla maglia a quarti blu e celesti) erano una vera e propria leggenda del calcio dilettantistico inglese; giocavano nella Northern League, ma esprimevano un livello tale di calcio che, dopo il disastro di Monaco del 1958, il Manchester United attinse a piene mani dalla piccola squadra della Contea di Durham, prendendo in prestito tre giocatori concessi dal Bishop Auckland per arrivare alla fine del campionato; uno di essi, Warren Bradley, giocò talmente bene nei Red Devils da essere perfino convocato in nazionale: a tutt'oggi, è l'unico giocatore inglese a essere stato convocato nello stesso anno per la Nazionale maggiore e per la Nazionale dilettanti.

L'annus mirabilis del Bishop Auckland fu il 1954-55, nel quale ottenne una sorta di grande slam, vincendo la Northern League Division One, la Northern League Cup, e la FA Amateur Cup, e arrivando, per di più, al quarto turno della FA Cup, dove venne sconfitto dopo una partita tiratissima dallo York City, a sua volta semifinalista della stessa edizione, vinta alla fine dal Newcastle Utd. In quella campagna di Coppa, il Bishop Auckland sconfisse, tra gli altri, il Kettering, il Crystal Palace e l'Ipswich Town.

Il Bishop Auckland, in quel periodo d'oro, vinse tre Coppe d'Inghilterra dilettanti di fila, dal '55 al '57; la finale di Wembley del 1955 fu disputata di fronte a più di 100.000 spettatori, il record mondiale di presenze per una partita di calcio tra squadre dilettantistiche.

Il Kingsway, lo stadio cui accenna Taylor nel suo post, è stato lo stadio del Bishop Auckland fino al 2001, e era lo stadio più vecchio d'Inghilterra.
Ora la squadra gioca al Tindale Crescent, uno stadio il cui impianto di illuminazione è stato pagato interamente dal Manchester United: un dono fatto per compensare il vecchio debito di riconoscenza di cui abbiamo parlato prima.
È inutile, anche le squadre multinazionali gestite nel modo più schifosamente denarocentrico e lupesco in Inghilterra conservano un rispetto per la propria tradizione e la propria storia del tutto inimmaginabili alle nostre longitudini.

In particolare, un giocatore del Bishop Auckland di quegli anni, Seamus O'Connell, è un personaggio che davvero meriterebbe un libro tutto per lui.
Divideva il suo tempo tra la fattoria di bestiame e lo sport; giocava allo stesso tempo per il Bishop Auckland e per la squadra di calcio gaelico del suo paesino d'origine.  Nel 1954-55, O'Connell giocò anche per il Chelsea, quasi a tempo perso: fu la stagione dell'ultimo titolo nazionale per i Blues prima di Mourinho, e Seamus partecipò al trionfo giocando quando poteva, ma giocando bene: una quindicina di partite, condite da undici reti.
Al suo esordio assoluto, il 16 ottobre del 1954, in uno Stamford Bridge pieno di 55.000 spettatori nonostante uno sciopero dei mezzi pubblici, Seamus realizzò una tripletta contro il Manchester United, e scusate se è poco.
Alla fine di quella stagione memorabile, nella quale vinse anche un sacco di cose con il Bishop Auckland, come detto prima, O'Connell rifiutò il contratto professionistico propostogli dal Chelsea, un contratto che, naturalmente, gli avrebbe impedito di coltivare la sua terra e il suo amore per lo sport praticato per pura passione.

Era, quello inglese di quel tempo, un calcio che tatticamente e tecnicamente stava arrancando rispetto al resto del mondo, come dimostrarono le disastrose partite della nazionale dei Bianchi contro l'Ungheria; ma, dal punto di vista della capacità di produrre mito, passione e personaggi memorabili restava indubbiamente il calcio più bello di tutti: e infatti fu proprio dalla fucina di quegli anni, da un lato bui e dall'altro straordinari, che vennero gli uomini della rinascita: Brian Clough, Bill Shankly, Bob Paisley e Don Revie.

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Camp turns back on Fab.

Il nostro #1 ha annunciato la decisione di avviare la pratica per rendersi eleggibile per la selezione nordirlandese, facendosi forte di un nonno nato a Belfast.

La decisione è maturata dopo aver preso atto del fatto che Fab, come si dice in questi casi, “proprio non lo vede”: un’idea che pare un po’ più di un’impressione, alla luce delle convocazioni di Capello per l’amichevole con l’Ungheria, che privilegiarono Scott Loach e Frankie Felding.

Camp, nell’intervista con la quale ha annunciato la decisione, è apparso piuttosto critico per il modo in cui la selezione inglese in generale, e Capello in particolare, distruggono i portieri, uno dopo l’altro, e si è augurato che almeno Hart sia assistito dall’ambiente della Nazionale, se dovesse incappare in un errore mentre gioca con la maglia dei tre leoni.

Camp ha detto di aver preso la decisione dopo aver parlato con Nigel Worthington, il selezionatore dell’Irlanda del Nord, che è stato l’allenatore di Lee al Norwich, e con Fred Barber, l’allenatore dei portieri della nazionale smeraldo, e dopo aver considerato che per lui la strada per la nazionale bianca pare definitivamente sbarrata.

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