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“Fair Play ai tornelli”, ovvero, il modello tedesco in salsa Garibaldi Red.

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Fulham FC turnstiles
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Oggi il NEP, prendendo spunto dalla protesta messa in scena da 1.000 tifosi del Borussia Dortmund usciti dall settore ospiti dello stadio dopo soli 10 minuti dall’inizio di Amburgo-Borussia, rapidamente seguiti da quasi tutti i gialloneri viaggianti, per protestare contro l’aumento del biglietto per la mitica curva sud del Westfalenstadion a 19 euro (molto meno di quanto non si paghi un biglietto per assistere alle partite di Championship), fa alcune considerazioni sulla sostenibilità, per il tifoso medio, del modello inglese, che riportiamo di seguito, dal momento che ci paiono di qualche interesse.

I tifosi del Borussia hanno protestato per dover aver dovuto pagare 19 euro (più o meno 15,40 sterline) il privilegio di assistere, dalla curva, alle partite della loro squadra nella Bundesliga. 15 sterline, appunto, è il punto oltre il quale il tifoso di calcio tedesco pensa di star pagando troppo, il punto raggiunto il quale comincia a dire “quando è troppo è troppo”, e passa alle vie di fatto.

È meno della metà di quanto i tifosi del Nottingham Forest hanno dovuto pagare per poter assistere, dalla curva, alla partita della loro squadra a Elland Road: il club dello Yorkshire ha fatto pagare 34 sterline i biglietti dei tifosi ospiti. Per amor di equanimità, bisogna ricordare che il NFFC farà pagare ai tifosi delle due curve 32 euro per poter assistere al derby di domenica tra i Reds e i Rams.

L’intenzione non è quella di criticare Leeds United e Forest, dal momento che i loro prezzi per le curve sono tutt’altro che i più cari della Championship. Anzi, diciamo che sono i prezzi medi della seconda divisione.

E bisogna ricordare che, solo tre giorni dopo la partita con il Derby County, ai tifosi di casa costerà 12 sterline in meno guardare il Forest affrontare in casa il Blackburn Rovers. In più, presentando il biglietto della partita con il Derby County, i tifosi del Forest potranno assistere alla parità con lo sconto ulteriore di 15 sterline.

Un tifoso del Forest ci ha scritto, di recente, di aver deciso di andare a vedere la partita che vedeva opposti Alfreton Town e Luton. L’Alfreton è un grande piccolo club, che ha ottenuto risultati meravigliosi, negli ultimi anni, ma il costo del biglietto era di 18 sterline, più di un biglietto di Bundesliga: ormai, costa di più guardare il calcio non-Leagued in Inghilterra di quanto non costi assistere a una partita di una delle tre maggiori leghe europee. È chiaro che c’è qualcosa che non va.

Un’altra cosa che non va è che un genitore, per portare un ragazzino a vedere il Forest a Leeds, avrebbe dovuto spendere, solo di biglietti, 70 sterline, senza contare il viaggio, i viveri e tutto. Non parliamo di una coppia di genitori con due bambini: 150 sterline di biglietti, senza alcuna riduzione. Il punto non è voler puntare un dito accusatore contro questo o quel club, il punto è che i tifosi inglesi, anche se non hanno raggiunto il punto di esasperazione che ha scatenato la protesta dei tifosi del Dortmund, stanno cominciando a protestare, ma a farlo con i piedi. Io mi trovo nella fortunata condizione di poter vedere il calcio tutte le settimane per lavoro, Ma, se non lo fossi, sceglierei le partite alle quali andare con molta attenzione e cautela, e non sono il solo a pensarla così.

Nella scorsa tribolatissima stagione il pubblico al City Ground scese solo due volte sotto le 20.000 presenze: la prima fu nel boxing day match contro il Cardiff City, la seconda fu la partita contro Millwall, in marzo, nel punto più basso dellas ragione del Forest, invischiato pienamente nella lotta per non retrocedere.

Quest’anno, nonostante il senso di ottimismo generato dall’arrivo di nuovi, ambiziosi proprietari, nonostante l’acquisto di 11 ottimi giocatori, nonostante l’ingaggio di un manager amato, e che cerca di giocare come il Forest dovrebbe cercare di giocare, il pubblico è tutt’altro che tornato a affollare le tribune del City Ground: la media delle presenze è di 600 unità inferiore rispetto al totale dell’anno scorso, un numero sul quale è difficile fare ragionamenti seri, ma già alla sesta giornata c’è stata una partita con meno di 20.000 presenze, quella interna contro il Charlton Arhletic.

Ci si può ben chiedere quale sarebbe stato il riscontro del pubblico senza le speranze ingenerate dalla nuova proprietà.

Tutto questo si va a inserire in uno scenario nel quale ci saranno regole di Fair Play Finanziario (FFP) sempre più stringenti di stagione in stagione, grazie alle quali il denaro che un club riesce a generare con la sua attività sportiva, soprattutto quello ai tornelli, sarà sempre più importante: quest’anno il Forest, presumibilmente, facendo due conti, perderà 12 milioni di sterline. A partire dal biennio 2105-17, i club di Championship potranno perdere al massimo 5 milioni l’anno, se non vorranno incorrere in sanzioni o nel blocco dei trasferimenti.

Ogni penny generato dalle tribune sarà più importante che mai, né mai sarà stato più importante il giusto bilanciamento tra numero di spettatori e costo del biglietto, tanto più che i club calcistici prima o poi dovranno rendersi conto che stanno cominciando a avere a che fare con persone per molte delle quali spendere poco è diventato un elemento importante della vita quotidiana. I tempi sono feroci. Per molti, il calcio diventerà una tentazione alla quale cedere occasionalmente, piuttosto che l’appuntamento fisso del sabato pomeriggio.

D’altronde, se il calcio tedesco può essere sano finanziariamente — e tenere in attivo un club qualificato per la Champions’ League — con dei biglietti di 15 sterline, non si vede perché questo non sia possibile anche qui da noi. il FFP avrà impatto sugli spogliatoi di tutta la nazione, nei prossimi anni, perché tutte le squadre cominceranno a chiedersi se davvero valga la pena di spendere 10.000 sterline a settimana per un vecchio spompato, piuttosto che dare un’opportunità a un ragazzino che giochi per un quinto di quella cifra.

Ma il FPF dovrà avere un effetto anche al botteghino. Se tutti i club di Championship faranno pagare i biglietti 20 sterline, non sembra troppo ingenuo pensare che questo potrebbe portare affluenze molto maggiori. E, con qualche soldo di più in tasca, gli spettatori spenderanno più volentieri per una birra, per un panino o per un programma.

Se gestita nel modo giusto, non è detto che un’operazione di riduzione drastica del prezzo dei biglietti porti a una diminuzione degli introiti, anzi. Quello che è certo è che se le cose continuano così, magari i tifosi inglesi non usciranno tutti insieme all’improvviso come hanno fatto quelli tedeschi, ma, certamente, smetteranno di entrare.

Certo, è un’analisi frettolosa, che non tiene conto delle enormi differenze, in termini di cultura e di scenario, tra Germania e Inghilterra: differenze che consentono là di avere società sane, anche se magari non fortissime, e qua società fortissime ma al limite (a volte anche oltre) la soglia della bancarotta. Per esempio, in Germania non è mai avvenuto lo scempio delle terraces, perpetrato in Inghilterra utilizzando anche i metodi da Stato dittatoriale venuti alla luce recentemente, riguardo al caso Hillsborough.

Per esempio, in Germania, dove le società non possono andare in rosso, nessun petrol o gas-magnate investirebbe mai, dal momento che non potrebbe farse nulla che un buon manager stipendiato non possa già fare: incentivare i vivai, portare più pubblico e limitare gli stipendi; anzi, probabilmente lo farebbe molto peggio di un buon manager: rendere un campionato inattraente per i magnati (e ciò sia detto da un tifoso di una squadra che è stata appena acquistata da un magnate) non può che far bene al movimento calcistico di quel Paese.

Infine, la necessità, per le squadre inglesi che devono vendere il loro prodotto alle televisioni di tutto il mondo, di essere competitive ai massimi livelli mondiali, dove si trovano a avere a che fare con quattro o cinque squadre (in tendenziale aumento) che del FPF proprio se ne sbattono le palle.

E non sono nemmeno convinto che l’adozione pedissequa del modello tedesco (ritorno alle terraces, distribuzione equa degli utili televisivi, obbligo di attivo di bilancio, sviluppo dei vivai) possa essere verosimile, nel calcio inglese, molto più povero, dal punto di visto tecnico e delle risorse umane, di quelli spagnolo e tedesco: ho letto di recente un articolo sulla crisi della nazionale dei Tre Leoni, che dava, tra gli altri, questi numeri: Allenatori inglesi in possesso della licenza UEFA B: 2.769. Allenatori spagnoli in possesso della licenza UEFA B: 23.995. Allenatori tedeschi in possesso della licenza UEFA B: 34.790.

Mi sembrano numeri impressionanti, che testimoniano come, per riportare in auge il calcio inglese (non le squadre di vertice, naturalmente, che sono inglesi come è francese il PSG, e molto meno di quanto non siano spagnole il Barça e il Real) occorra un’azione molto profonda.

Ma, intanto, riavvicinare le squadre alle loro comunità di appartenenza sarebbe senz’altro un grande passo in avanti.

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Il mercato della Championship in numeri

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Money and football
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Chi segue questo blog sa che mi interessano molto i numeri, l’aspetto economico e finanziario sotteso alla gestione di un club calcistico. Non è da oggi che i soldi sono uno dei fattori più importanti nella vita di una squadra di calcio; anzi, sono sempre stato il fattore più importante. La differenza tra oggi e ieri è che ieri poteva ancora verificarsi il miracolo occasionale e quasi inconsapevole di una grande squadra che nasceva quasi per caso, o perché, per incredibile fortuna, un gruppo di ragazzi di talento crescevano tutti insieme nello stesso quartiere o nella stessa città (penso al Celtic a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, e all’Ajax di Cruijff, due squadre i cui giocatori erano quasi tutti nati a meno di 15 chilometri dallo stadio), o perché un manager particolarmente abile riusciva a fare le nozze con i fichi secchi, a individuare giocatori di talento a poco prezzo o a supplire con la sua abilità tattica alle carenze tecniche dei suoi giocatori: e qui i casi che mi vengono in mente sono, soprattutto, il Forest di Brian Clough e il Borussia Moenchengladbach di Udo Lattek degli anni ’70.

Ora miracoli come quelli non sono più possibili, essenzialmente, per tre motivi:

  • La possibilità che un giovane talento sfugga dalle maglie delle reti tese dalle grandi squadre in tutto il mondo è bassa. Da questo punto di vista, i margini di manovra dei piccoli club sono scesi di molto, rispetto all’era pre-Premier League. È molto più facile, anzi, che le giovanili delle grandi squadre vadano in “overbooking”, acquistino, cioè, giovani di belle speranze ben oltre le necessità di ricambio della prima squadra, togliendo, così, a ragazzi promettenti la possibilità di maturare in ambienti che li valorizzino e in cui possano giocare molto. Il caso di Bamford, passato dalle giovanili del Forest a quelle del Chelsea, e ivi dispersosi, è esemplare.
  • La forbice tra gli ingaggi delle grandi squadre e quelli delle piccole è enormemente aumentata, e, anche grazie alla legge Bosman, è diventato impensabile che un giocatore davvero bravo stazioni al di fuori del circuito della Champions League dopo l’anno del suo lancio definitivo. Negli anni ’60 e ’70, Cruijff giocò nella relativamente piccola Ajax per nove anni, prima di cedere alle lusinghe del Barcellona; al giorno d’oggi, un giocatore olandese di quel livello partirebbe per la Spagna o per l’Inghilterra dopo un anno, se non dopo sei mesi. Inoltre, la rottura completa delle frontiere ha reso il mercato davvero globale, rendendo impossibile trattenere i giocatori forti non solo alle squadre minori dei campionati di punta, ma anche alle squadre forti delle Nazioni e dei campionati meno attraenti per le TV.
  • I miracoli di Nottingham e di Moenchengladbach (ma anche quelli di Bruges e di Malmoe, squadre arrivate, comunque sia, alla finale di Coppa dei Campioni) erano dovuti all’esistenza di un tessuto economico sottostante molto florido, che riusciva a sostenere, con le sue risorse, le necessità economiche (non basse, ma nemmeno alte come ora) di una squadra di vertice, e ne determinava le fortune. Non a caso, il calcio in Europa è cresciuto nelle città industriali (Milano, Torino, Liverpool, Manchester, Monaco, Saint Etienne, il bacino della Ruhr) e non nelle grandi capitali amministrative (Roma, Londra, Parigi, Mosca, Berlino). Le eccezioni, Madrid e Lisbona, sono dovute alla presenza, in quei Paesi, di regimi fascisti interessati a dirottare risorse economiche e politiche su Real e Benfica, per motivi di prestigio nazionale. Ora contano solo i soldi che ha il proprietario, mentre il contesto economico e sociale di cui la squadra è espressione è una variabile del tutto irrilevante: la crescita del calcio nelle grandi Capitali europee, infatti, è conseguenza della discesa in campo dei grandi Tycoon dell’energia, interessati, esattamente come i dittatori fascisti, a sedi di prestigio per dare visibilità al loro impegno. Il pubblico è molto più importante come cornice televisiva che come fonte di reddito, tanto che trasferirsi in uno stadio più piccolo, che garantisca punte inferiori di incassi ma fornisca una cornice spettacolare migliore, è, spesso, un vantaggio: Juventus docet. Se ci pensate, una squadra di una regione ricchissima che porta 80.000 persone a ogni partita allo stadio, come il Borussia Dortmund, è economicamente molto meno potente di una squadra di una regione depressa con uno stadio da 15.000 posti sempre mezzo vuoto, come l’Amzhi.

Certo, nulla vieta che un miliardario cinese prima o poi cerchi di riportare il Luton Town in finale di FA Cup, ma, se ci riuscisse, tipo investendo negli Hatters 1.978 milioni di sterline, sarebbe sempre un fenomeno attinente alla psicopatologia della ricchezza, non un miracolo tecnico o esistenziale come lo furono il Forest di Clough o l’Ajax di Michels-Kovacs.

Vabbè, esaurita la filippica iniziale, vediamo, dunque, un po’ di cifre della transfer window di Championship, appena conclusasi.

Un piccolo inquadramento economico sulla nostra lega preferita: la Championship è un campionato che guadagna tanto, va detto subito; ha un buon ritorno di pubblico (è il quarto campionato d’Europa per spettatori dopo Bundesliga, Liga e EPL, dal momento che ha recentemente superato la Serie A e la Ligue One), ha un buon ritorno di sponsorizzazioni, e la sua finestra di mercato, come vedremo, si chiude sempre, storicamente, in attivo; inoltre, l’anno scorso è stato attivato un meccanismo di ridistribuzione dalla PL (i cosiddetti solidarity payments) del proventi televisivi nazionali e europei della serie maggiore che ha portato, la scorsa stagione, a un aumento delle entrate totali fino a 423 milioni di sterline (+4% rispetto all’anno precedente).

Però non è un campionato florido. I 423 milioni di sterline vanno via, per il 90%, in stipendi di giocatori, e, in più, ci sono tutte le altre spese. Per esempio, i Club di Championship, la scorsa stagione, hanno speso, in totale, 18,7 milioni di sterline in commissioni per gli agenti, quasi un milione a testa!

La perdita operativa consolidata della Lega, l’anno scorso, è stata, infatti, di 130 milioni di sterline, mentre la perdita pre-tax è stata di 189 milioni di sterline. Una situazione al limite della sostenibilità (il debito totale della Football League — quindi Championship, League One e League Two è di 1 miliardo di sterline!), che ha portato il direttivo dei Club della Championship a deliberare, come petizione di principio, l’adozione di una forma particolare di Financial Fair Play basato, essenzialmente, su una forma di contenimento dei salari, che aiuti, se non a rientrare, almeno a rendere la situazione finanziaria un po’ meno drammatica.

Si tratta, appunto, di una formulazione di principio le cui modalità di attuazione sono ancora da definire, anche perché rimane il grande nodo dei club retrocessi dalla EPL: siccome la massima serie non ha nulla del genere, la conseguenza sarebbe che un club retrocesso in Championship quasi certamente non avrebbe i requisiti per disputare i campionati della Football League; d’altronde, una disciplina transitoria per i club retrocessi non sarebbe equa, anche perché, spesso, come insegnano gli ultimi anni, sono proprio i club provenienti dalla massima serie a dare i maggiori problemi. In attesa di queste norme, il debito complessivo della FL aumenta, e, con questa tendenza, tra dieci anni sarà di 2 miliardi di sterline, oltre ogni possibilità di recupero.

Detto questo, guardiamo alcune cifre dell’ultimo mercato (fonte transfermarkt):

  • I club di Championship hanno speso, in totale, £75.138.800, e hanno ricevuto £83.793.600, il terzo maggior introito degli ultimi dieci anni.
  • Il profitto fatto dalla divisione, dunque, è stato di £8.654.800.
  • La Championship ha sempre avuto un mercato in attivo a partire dal 2004-05, l’anno in cui ha preso la nuova denominazione.
  • Il saldo attivo totale di mercato della Championship, a partire dal 2004-05, è stato di circa 372 milioni di sterline.
  • Ogni club ha speso, mediamente, £3.207.783, mentre ha incassato, mediamente, £3.491.400. il ricavo medio per club è stato, dunque, di £283.617.
  • In realtà, solo 10 club su 24, in totale, hanno avuto una finestra di mercato in attivo. Il club che ha avuto il maggiore saldo di mercato è stato il Wolverhampton W, con +£15.500.000.
  • Gli altri club che hanno avuto un attivo di mercato sono stati Birmingham City (+5,2m), Blackpool (+114.000), Boro (+1,4m), B&HA (+1m), Watford (+3,5m, grazie alla politica di prestiti gratuiti intra-gruppo), Burnley (+5,5m), Leeds (+1,9m), Palace (+2,5m), Huddersfield (+5,8m).
  • Il Barnsley ha operato solo con cessioni e acquisti a titolo gratuito, mentre il Forest ha perso 2,6m di sterline, escluso l’acquisto di Billy Sharp, preso per una cifra di entità non nota. Questo, perché tutti gli abbandoni sono stati a titolo gratuito di giocatori in scadenza di contratto, a parte quello di Chris Gunter, pagato da Reading £2.640.000.
  • La perdita maggiore l’ha avuta il Cardiff City, con -9,5m, mentre la spesa complessiva maggiore l’ha fatta il Blackburn Rovers, con 14m, di cui quasi 9 solo per Jordan Rhodes, che, con il suo prezzo di 8.880.000 sterline, è stato anche il giocatore più costoso della lega.
  • L’incasso maggiore l’ha totalizzato sempre il Wolverhampton W, e penso che non sia un dato sorprendente, con £26.796.000.
  • La lega dalla quale sono arrivati più giocatori è la EPL: dalla massima serie, infatti, sono scesi ben 62 giocatori, molti di più di quelli passati da una squadra di Championship all’altra (45). Dalla League One sono arrivati 45 giocatori, e dalla League Two ne sono arrivati 23.
  • Dalle leghe straniere sono arrivati 60 giocatori; di questi 60, 13 sono finiti al Watford, 10 dei quali dall’Udinese.
  • Dalla Championship sono finiti in EPL 34 giocatori. Il più costoso di questi è stato Steven Fletcher, passato dai Wolves al Sunderland per £14m, il secondo trasferimento più costoso di tutti i tempi dalla seconda alla prima divisione del calcio inglese, dopo quello di Darren Bent, passato dal Charlton agli Spurs per £22m.
  • In uscita, la lega più popolare è la League One, con 62 partenze, mentre 40 giocatori sono finiti in League Two.
  • Il club che ha registrato più arrivi è stato il Watford, con 17, mentre quelli con più partenze sono stati i Blackburn Rovers, i Bolton Wanderers e Sheffield Wed, con 14 ciascuno.
  • Il Boro ha ottenuto la sua quarta stagione attiva di fila, mentre il Leicester City è la squadra che ha la più lunga striscia negativa, con tre.

Spero che sia un articolo interessante, in attesa del commento agli highlights della partita di ieri, nei quali andrà visto e rivisto, soprattutto, il meraviglioso passaggio di Coxie per il pareggio di Dex, davvero una roba alla Xavi.

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“Il modo più veloce che c’è per fare un milione di sterline”, ovvero le vicende finanziarie del Forest durante l’era Doughty (1999-2012)

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It has often been said that the quickest way to have a million is to start with a hundred million, buy a football club and wait.

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Mentre pare (pare…) in dirittura d’arrivo l’acquisizione del Forest da parte della famiglia Al Hasawi — proprietari di un gruppo kuwaitiano dedito non all’estrazione del petrolio ma alla commercializzazione di apparecchi elettronici — è ora, forse di fare un bilancio oggettivo, freddo e accurato della gestione del Forest da parte di Nigel Doughty, l’ex presidente recentemente scomparso (ma che, indipendentemente dalla sua morte, aveva già deciso di cedere la squadra immediatamente dopo che fu apparso evidente il fallimento del “piano Brollie” di rilancio della squadra).

È, naturalmente, un’impresa titanica, della quale io non sarei mai stato in grado, ma che il bravissimo gestore del blog My Life in Football ha compiuto in un post pubblicato il 25 maggio scorso. Presento qui una traduzione del testo, per fare, dopo, alcune considerazioni personali sulla cosiddetta “era Doughty”.

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Introduzione

Ci si chiede spesso, tra tifosi di calcio, viste le cifre dei deficit di gran parte delle squadre, dove diamine finiscano tutti i soldi. I biglietti costano una follia, le squadre ricevono somme assurde dalle televisioni, gli stessi proprietari buttano nelle squadre somme enormi, eppure la domanda rimane. Si sa di ogni penny che entra, i fatturati delle squadre sono sotto gli occhi di tutti, ma, in fondo, si sa poco di molte delle spese che comporta la gestione di un club, e raramente sono presentate in modo chiaro, in prospetti con le cifre indicate in modo analitico.

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Ci sono, è vero, analisi finanziarie molto accurate: le migliori, forse, sono quelle pubblicate dall’ottimo sito svizzero Swiss Ramble, che ha rivolto la sua attenzione anche al Nottingham Forest, in passato; ma, con la fine dell’era Doughty al City Ground, provo il bisogno di guardare complessivamente al periodo della sua gestione, e di vedere che cosa sia realmente accaduto nel corso di questa, per confermare o smentire i luoghi comuni che la riguardano.

Di conseguenza, sono andato indietro fino all’ultima stagione nella quale il Bridgford Consortium ebbe il controllo del club, con esiti piuttosto controversi: era il 1997, e il Forest stava fronteggiando la seconda retrocessione dalla Premier League in cinque anni.

E poi, in quali condizioni il Bridgford Consortium aveva lasciato il Forest dietro di sé? Davvero Nigel Doughty salvò il club dal dissesto? Quanto denaro ha davvero messo di suo dentro la squadra, quali manager sono stati davvero appoggiati e quali sono stati lasciati a sé stessi, a pagare il prezzo della loro solitudine?

Quello che io intendo fare in questo articolo è spiegare quanto e quale denaro è entrato e dove è andato a finire in ciascuno dei periodi nei quali si è suddivisa la cosiddetta “era Doughty”. Voglio documentare con dei dati il mio pensiero su come Doughty ha amministrato il club, e voglio capire che cosa possiamo imparare per il futuro dalla sua gestione. Spero che questo articolo rappresenterà correttamente questo periodo della nostra storia, raccogliendo in un unico scritto tutto quello che può essere raccolto su di esso, e spero che questo tentativo porterà a conclusioni significative.

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Approccio finanziario

Per dare un senso alla gestione finanziaria delle 12 stagioni che hanno portato il Forest al maggio del 2012 ho esaminato i bilanci ufficiali del club, e ho usato i conti economici ufficiali e le note utilizzate dai Revisori dei conti, ho esaminato soprattutto i flussi di cassa e la situazione della liquidità. Credo che questa sia la strada migliore per analizzare le attività finanziarie di un club, dal momento che questi documenti mostrano in che modo il denaro è entrato e è uscito dalle casse, senza introdurre elementi che confondono l’analisi finanziaria pura, come gli ammortamenti e le svalutazioni.

Il Nottingham Forest, infatti, come tutti i club, capitalizza il costo dei giocatori, e lo imputa al Conto economico pro-quota, suddividendolo tra diversi esercizi per tutta la durata del contratto del giocatore stesso: questo modo di trattare questa voce di spesa può avere senso in modelli di azienda più tradizionali, ma introduce un fattore di scarsissima trasparenza nella lettura dei flussi finanziari delle squadre di calcio, e rende difficile un approccio all’analisi esclusivamente finanziaria dei processi di compra-vendita dei giocatori.

I report finanziari integrali riportati in fondo al post saranno citati nel corso del post, nel quale dividerò l’analisi della situazione finanziaria del club tra momenti significativamente diversi di questo dodicennio, sia per quel che riguarda la situazione sportiva, sia per quel che riguarda la situazione economica del club. Cercherò di guardare alla gestione Doughty, dunque, dividendola in periodi più corti: da un lato, più gestibili dal punto di vista analitico e, dall’altro, più efficaci dal punto di vista argomentativo, perché caratterizzati ciascuno da aspetti specifici che potranno portare a conclusioni più significative.

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La situazione finanziaria nel maggio 1999

Nell’estate del 1999 il club era appena retrocesso, e le figure principali del Brigford Consortium [che aveva acquisito il club il 25 di maggio del 1997, come detto sopra nel post; Nigel Doughty faceva parte del consorzio, ma non ne era una figura chiave, NDT] avevano lasciato il board della squadra. In quel momento, il Nottingham Forest PLC [la società detenuta dal Consorzio che deteneva la partecipazione di maggioranza del NFFC. NDT] esisteva ancora, ma Nigel Wray si era dimesso da Direttore operativo nell’aprile del 1999, e sia Irving Scholar, sia Julian Markham lo avevano seguito nel giugno dello stesso anno. Phil Soar era rimasto come Amministratore delegato.

Eric Barnes, Sir David White e John Pelling si erano aggiunti al Consiglio di Amministrazione nel corso dell’anno, e erano tutti in carica nell’aprile del 1999, al momento del famoso tentativo di “restituire il Nottingham Forest a Nottingham”. Il club che il Consorzio si era lasciato alle spalle, malgrado la sensazione di disfacimento che i proprietari avevano contribuito a indurre negli appassionati, non era in una situazione finanziaria così cattiva come si pensa; anche se, certo, la situazione sportiva della squadra era molto peggiore di quella degli anni anche di poco precedenti.

Un anno passato in Premier League nella stagione 1998-99 aveva generato un profitto operativo di 1,4 milioni di sterline (certo, da allora le cose sono molto cambiate, in termini di quanto valga per una squadra partecipare alla EPL!). Questo utile operativo fu utilizzato, in gran parte, per pagare gli interessi passivi e altri investimenti in conto capitale; nonostante questo, il il saldo positivo del mercato-giocatori produsse un aumento netto di liquidità di 1,97 milioni di sterline, nel corso della stagione.

Questo surplus finanziario fu totalmente usato per la riduzione del debito bancario della squadra, che fu ridotto dai 3,03 milioni di sterline dell’inizio della stagione al milione e 60.000 sterline della sua fine. L’unico altro debito in capo al club in quel momento era un’esposizione obbligazionaria, il famoso Trent Ent Bond, imputata a bilancio per un valore di 4,3 milioni di sterline, la stessa cifra per la quale era stato presente in bilancio sin dalla sua emissione, avvenuta nel 1994. Il debito totale del Nottingham Forest, dunque, al 31 maggio 1999, era di 5,36 milioni di sterline.

Apparentemente, è una situazione abbastanza rassicurante, soprattutto alla luce del fatto che il Trent End Bond (emesso per pagare la ristrutturazione dell’omonima tribuna) era un prestito a lunghissima scadenza, anche se comportava un esborso per interessi di 401.000 sterline l’anno, interamente addebitato al Conto economico e senza effetti per lo Stato patrimoniale.

Anche se la situazione economica era condizionata in positivo dall’anno passato in PL, dal punto di vista finanziario le uscite rappresentate dagli stipendi dei giocatori erano stato solo il 60% delle entrate: un livello assolutamente sostenibile, che avrebbe potuto benissimo sopportare sia un incremento del monte ingaggi nel caso di una permanenza nella massima serie, sia una riduzione delle entrate in caso di retrocessione.

La retrocessione rappresentò certamente un problema, e la squadra aveva bisogno di investimenti per tentare di tornare nella massima serie, ma è importante notare come — al di là di concetti astratti come “aspettative” o “ambizioni” che possono certamente condizionare il giudizio sul Consorzio — in assoluto la situazione finanziaria del club non era cattiva quando subentrò Nigel Doughty.

Le cose avrebbero certamente potuto andare meglio, e il CDA dimissionario era stato ben lungi dall’essersi comportato in modo impeccabile — la cessione di giocatori chiave come Cooper e Campbell quando il club era stato promosso, che produsse la protesta di Pierre Van Hooijdonk, fece capire a tutti che quella dirigenza aveva poco a cuore la costruzione di una squadra competitiva, una volta che la quotazione in borsa del club non era riuscita a produrre i capitali sperati — ma quando Nigel Doughty fece il suo ingresso nel club non fu certo per salvarlo dal crac finanziario, come si pensa talvolta.

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Dal 1999 al 2001 – Il take-over di Doughty

Nel luglio del 1999, dunque, il board del Nottingham Forest PLC [Il NFPLC, come detto, era la società per azioni creata dal Consorzio per controllare il NFFC. Mentre il NFFC non era direttamente quotato in borsa, la NFPLC lo era. NDT] votò a favore di un investimento diretto di 6 milioni di sterline nella società controllata Nottingham Forest FC da parte di Nigel Doughty. Questo permise a Doughty di evitare di negoziare l’acquisto delle azioni della PLC con i frustratissimi membri dimissionari del Consiglio, e di immettere il suo denaro direttamente nelle casse del Club: un modello di comportamento che il suo asse ereditario dovrebbe considerare, mentre sta trattando, proprio adesso, la cessione della squadra.

Doughty nominò Tim Farr e Neil Candleland come suoi rappresentanti nel CDA del Club, e si occupò personalmente della nomina del nuovo manager, che individuò nella figura di David Platt, un ex nazionale inglese che, però, non aveva alcuna esperienza precedente da allenatore.

Con gli incassi in netta diminuzione, a causa del nuovo status di club di Seconda Divisione, il club si impegnò molto per sostenere Platt nel suo tentativo di riguadagnare la PL, mantenendo il livello degli stipendi dell’anno precedente e investendo nel mercato una cifra di 6,5 milioni di sterline, al netto tra vendite e acquisti.

Nella sua prima stagione, Platt portò in squadra tre Italiani, oggi tristemente famosi tra i tifosi del Forest: Moreno Mannini, Salvatore Matrecano e Gianluca Petrachi, e utilizzando parte consistente del monte stipendi a disposizione per ingaggiare Ricardo Scimeca dal Villa, Jim Brennan dal Bristol City e Stern John dal Columbus Crew, compensando in parte le uscite vendendo l’attaccante olandese Pierre Van Hooijdonk.

Cifre minori furono utilizzate per ottenere i servigi di Jack Lester e di Tony Vaughan più avanti nel corso della stagione; tutto questo, prima della decisione più impegnativa e più decisiva, dal punto di vista finanziario, presa l’estate successiva: quella di ingaggiare David Johnson dall’Ipswich Town usando uno strumento finanziario piuttosto nuovo, allora, nel mondo del calcio: il leasing. Anche se produsse risultati certamente deludenti — il 14° posto nella stagione 1999-00, e l’11° nella stagione 2000-01 — questa politica di spesa produsse effetti devastanti sugli equilibri finanziari del club.

Alla fine della stagione 2000-01, la pura esposizione bancaria era salita a 8,5 milioni di sterline, era stato acceso un nuovo prestito che prevedeva un interesse annuo di altri 0,4 milioni di sterline e, in più, il debito del Club era appesantito dal massiccio debito costituito dal leasing acceso per acquistare David Johnson, ammontante a 4,8 milioni di sterline. Quindi, in soli due anni, il passivo del NFFC era passato da 5,4 a 17,9 milioni di sterline. David Platt, vista la mala parata, non si fece pregare due volte per passare armi e bagagli a guidare la U21 inglese, nel bel mezzo del pre-campionato 2001-02, e il Club cercò affannosamente di darsi un brusco cambio di direzione.

Il periodo dal 1999 al 2001 è uno dei momenti che Doughty sembrava sempre dimenticare quando ripercorreva gli anni della sua dirigenza. Cercava sempre di far passare l’idea di essere piombato a prendere il controllo di un club affossato dai debiti, e, anche se, in effetti, egli non aveva conquistato la proprietà totale prima della situazione di dissesto, il debito era esploso proprio durante il suo periodo iniziale di controllo.

In due anni, sotto il management di David Platt, il club aveva prodotto una perdita operativa netta di 9,34 milioni di sterline, come differenza tra incassi e uscite, da sommare a un’ulteriore passivo proveniente dal mercato dei trasferimenti di 6,45 milioni di sterline; il totale delle sole perdite provenienti dalla gestione calcistica, dunque, al netto degli interessi passivi, fu di 15,8 milioni di dollari: la gestione di Platt produsse perdite per 152.000 sterline a settimana.

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Dal 2001 al 2005 – Il ritorno al controllo finanziario

Il direttore dell’Accademia Paul Hart fu scelto come nuovo manager, con l’imperativo di concentrarsi sulla valorizzazione dei giovani talenti e di tagliare i costi. Il suo primo anno di gestione fu il classico anno di transizione, con la cessione di diversi giocatori di alto profilo e a alto mantenimento, inclusi i gioielli della corona: ragazzi di sicuro talento e futuro come Jermaine Jenas, che lasciò il Forest per il Newcastle United nel febbraio del 2002 per 5 milioni, dopo aver vestito per 33 volte la rossa casacca del Club.

Hart riuscì a ridurre il monte stipendi a 8 milioni di sterline (il 73% del fatturato), e con la prima tranche del pagamento derivante dalla vendita di Jenas riuscì a ottenere il primo profitto netto sull’attività di trasferimento giocatori dell’era Doughty, che sarà seguito da diversi altri; nonostante questo cambio di rotta, la situazione finanziaria della società era talmente dissestata (per il solo 2001, il totale degli interessi passivi che il Forest dovette corrispondere raggiunse la cifra di 1,3 milioni di sterline, un totale ampiamente foraggiato dalla modalità di finanziamento dell’acquisto di Johnson), mentre il fatturato, data la qualità della squadra, continuava a scendere. Nel maggio del 2002, il debito netto del Club raggiunse i 18,7 milioni di sterline, costituito soprattutto intorno agli oltre 10 milioni di rosso bancario e all’ormai famigerato Johnson-leasing.

A questo punto, Nigel Doughty compie l’affondo finale della sua operazione di acquisizione, investendo 2,75 milioni di sterline in azioni della PLC nel 2000-01, e altri 2,25 milioni nel 2001-02: il denaro effettivamente investito nell’acquisto del Club, dunque, passo a ammontare a 11 milioni di sterline, cui vanno aggiunti i 5,3 milioni di passivo netto che, come detto, Doughy si trovò a ereditare.

Quindi, Doughty pagò 11 milioni di sterline, e assunse il debito di 5,3 milioni, subentrando alla PLC, nella quale, anche se era controllata a larghissima maggioranza dal Bridgford Consortium, erano presenti anche, con piccole quote, gruppi di tifosi che avevano deciso di investire direttamente nel Club.

Anche se nel momento del suo definitivo ingresso come proprietario assoluto il Club presentava una situazione finanziaria davvero critica, in effetti, come abbiamo visto, all’inizio della sua direzione aveva ereditato una squadra sostanzialmente sana; era stata la politica di rafforzamento che aveva deciso lui che aveva portato il Club a dover drasticamente tagliare le spese, sotto Paul Hart.

A onor del vero, i tentativi di rimettere le finanze del Club su binari di sostenibilità furono un discreto successo, anche se dovuto, soprattutto, alle somme riscosse per la vendita di un discreto numero di buoni talenti sviluppati dall’Accademia. Nella stagione 2002-03, il club registrò un passivo di cassa di 2,65 milioni di sterline, un buon successo se pensiamo ai 10,5 e 7,8 milioni di sterline registrati nelle due stagioni sotto David Platt: un passivo lenito dal drastico abbassamento del monte stipendi, dalla rata spettante all’esercizio per la cessione di Jenas, ma appesantito ancora dagli interessi, ammontanti, anche in quella stagione, a 1,3 milioni di sterline. Il debito del club stava ancora rodendo la stabilità della squadra, rimanendo responsabile del 50% del passivo di cassa per quell’anno.

In quella stagione, il Forest riuscì a ottenere un posto nei playoff della Championship, dimostrando che si poteva ottenere una squadra competitiva anche senza l’ormai tradizionale sperpero di denaro che aveva caratterizzato le ultime stagioni della squadra.

La carenza di fondi fu riempita dall’acquisizione, da parte di Doughty, dell’ultima parte della quota della PLC nel NFFC; così, nonostante il passivo finanziario li debito complessivo del Club salì solo fino a 19,1 milioni di sterline. Così, dopo quattro anni al timone, Doughty aveva visto sparire dal suo portafogli 11 milioni di sterline, e aveva aggiunto 13,8 milioni di sterline al debito complessivo del Club nei confronti dei terzi. 25 milioni in totale e la partenza di Jenas: in cambio, il nulla.

La cessione di altri tredici membri della prima squadra, che produssero cassa per otto milioni di sterline, e la loro sostituzione con un pungo di giocatori a parametro zero, costrinsero Hart a combattere duramente nella stagione successiva, nella quale, invece, le aspettative dei tifosi, stuzzicate dai playoff dell’anno precedente, erano piuttosto alte. Solo a stagione in corso, la dirigenza permise al manager un po’ più di spazio per portare in squadra qualche opzione ulteriore, soprattutto per l’attacco.

Gareth Taylor fu ingaggiato per 500.000 sterline dal Burnley alla fine di agosto, e alla fine di novembre, dopo aver venduto Marlon Harewood al West Ham Utd per 500.000 sterline, fu acquistato Marlon King dal Gillingham per 950.000 sterline. Alla fin fine, Hart non riuscì a organizzare il pranzo di matrimonio con i fichi secchi, e, incombente lo spettro della retrocessione, fu sostituito dal John Kinnear, che fu capace di raggiungere la salvezza estraendo dalla squadra l’ultima stilla di energia, anche con l’aiuto di giocatori ottenuti in prestito in tutta fretta.

Tutto ciò, però, significò che, nonostante la rigida politica degli ingaggi portata avanti da Hart, le perdite finanziarie del Club, in quella stagione, balzarono nuovamente a 5,5 milioni, soprattutto a causa del saldo del calciomercato, passato dall’attivo di 2,8 milioni della stagione precedente a un passivo di 1 milione di sterline. La retrocessione fu evitata per il rotto della cuffia, ma la salvezza significò solo rimandare di un anno il destino: nel 2004-05 Kinnear fu esonerato dopo una brutta partenza, e fu rimpiazzato da Gary Megson, che, però, non poté fare nulla per fermare una discesa in League One apparentemente inevitabile.

I quattro anni che hanno portato alla relegazione furono caratterizzati, dunque, da passivi finanziari molto più contenuti rispetto all’era Platt: un totale di 1,6 milioni di sterline di maggiori uscite, spalmato su quattro anni: 31.000 serline perse alla settimana, meno della metà di quanto perdeva il Forest sotto la gestione di Platt. Questo miglioramento fu dovuto, in parte, come detto, alla vendita di giocatori chiave della prima squadra e dell’Accademia, in particolare quelli di Jenas, quello di Prutton, passato al Southampton per 2,5 milioni di sterline nel gennaio del 2003, e quello di Dawson e Reid, passati al Tottenham per 8 milioni di sterline nel gennaio del 2005.

I miglioramenti non furono dovuto solo al calciomercato: le perdite del Club, considerando solo la gestione corrente e escludendo i trasferimenti, ammontarono a 2,75 milioni di sterline, 53.000 sterline a settimana, circa la metà delle cifre prodotte dalla gestione di Platt. Questo fu dovuto, in gran parte, al modo in cui Hart ristrutturò la squadra riducendone i costi, un’operazione i cui frutti furono in parte inficiati da quello che Kinnear e Megson fecero dopo di lui.

Alla fin fine, probabilmente Hart non era — e non intendeva esserlo — un manager da prima squadra a quel livello, il suo record al Forest non è del tutto convincente, ma ci si può ben chiedere se la squadra ci abbia davvero guadagnato dai cambiamenti successivi alla sua partenza. Il tutto sembrò il frutto di operazioni affrettate e arruffate, prive di pianificazione, e il risultato di questo periodo fu una nuova retrocessione. Hart, se non altro, aveva fatto passi avanti considerevoli verso la sostenibilità finanziaria, ma il suo lavoro, per quanto opinabile, fu disfatto in tutta fretta, anche nei suoi aspetti positivi.

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Dal 2005 al 2009 – Il prezzo della retrocessione

Gary Megson non era mai stato una scelta popolare, per il posto di manager del Forest. Probabilmente, fu scelto perché rappresentava l’opposto dell’allegria tattica e gestionale di Kinnear, ma il suo stile di management e di football non si confece mai davvero al Forest. Nonostante questo, gli fu permesso di fare un tentativo per riportare il Forest in Championship dalla Terza Divisione, un livello della piramide del calcio inglese che il NFFC non conosceva dagli anni ’50.

La seconda rata proveniente dalla cessione di Dawson e Reid rese più morbido l’impatto sulle finanze del Club di un monte ingaggi rimasto praticamente invariato, nonostante la diminuzione del fatturato derivante dal livello inferiore in cui la squadra si trovò a giocare. Megson ingaggiò alcuni esperti giocatori di categoria, molti dei quali, probabilmente, avevano già alle spalle il momento migliore della loro carriera; poi, in gennaio, aprì di nuovo abbondantemente il registratore di cassa del Club per ingaggiare, questa volta, giovani provenienti dalle serie inferiori, come Nathan Tyson, Grant Holt, Sammy Clingan e Julian Bennett.

A meno di un mese da questo ulteriore sforzo finanziario, però, Megson fu esonerato e rimpiazzato dal duo di “traghettatori” Frank Barlow e Charlie McParland, che resero evidenti i problemi generati dalla gestione di Megson sui giocatori riuscendo a riportare la squadra a un passo dai playoff.

In estate arrivò un nuovo manager, questa volta un giovane emergente, Colin Calderwood, che aveva avuto discreti successi al Northamtpon. Calderwood organizzò nuovamente la squadra riducendo il monte ingaggi rimpiazzando i giocatori più anziani e esigenti, quelli con esperienza nelle categorie superiori, con giovani di categoria.

Con il fatturato a picco, il club continuava a perdere, ma la situazione finanziaria complessiva appariva, tutto sommato, molto più sana. Le perdite della gestione tipica nei due anni che Calderwood impiegò per riportare il Forest in Championship — perdendo un playoff nel primo anno e assicurandosi una promozione diretta nel secondo — furono le stesse accumulate da Megson in un solo anno di gestione nella stessa divisione, e i risultati, naturalmente, furono molto migliori.

Dal punto di vista della composizione del debito del Forest, le cose stavano cambiando radicalmente, grazie al lavoro di ristrutturazione iniziato da Doughty. A partire dal 2003, Doughty aveva cominciato a prestare personalmente denaro al club, riducendo contestualmente il debito esterno e l’esposizione bancaria. Nel 2006, le esposizioni bancarie erano state colmate, e il Forest era tornato a avere un attivo bancario. Doughty riuscì anche a negoziare l’uscita dal leasing acceso al tempo dell’acquisto di David Johnson, e a ripagare completamente il debito costituito dall’emissione di Trent End Bond.

Al tempo della promozione in Championship, nel 2008, il club aveva un attivo di 700.000 sterline in banca, ma aveva ricevuto un prestito di denaro liquido di 34 milioni di sterline da Doughty, al quale aggiungere un ulteriore carico di 6,2 milioni di sterline di interessi passivi accumulati nei confronti del nuovo creditore, il proprietario: la grande differenza rispetto alla situazione precedente, però, era che gli interessi passivi venivano solo imputati in bilancio e accumulati, ma non venivano pagati effettualmente: quindi non producevano esborso di denaro liquido. In questo modo, l’esborso di cassa fu ridotto di oltre un milione di sterline a stagione. L’interesse fu semplicemente aggiunto al credito complessivo di Nigel Doughty, un debito che, affermava ND, non ci sarebbe mai stato bisogno di ripagare.

A questo punto, la strategia sembrò mutare nuovamente. Dopo aver costruito una squadra di League One molto competitiva raccogliendo giovani talenti dalle serie inferiori con stipendi inferiori, il portafogli si aprì ancora per un ingaggio abbastanza clamoroso: quasi 3 milioni di sterline furono impiegati per l’attaccante gallese del Derby County Robert Earnshaw.

Anche se il Forest fece molta fatica nell’impatto con la Championship, e Calderwood fu esonerato nel gennaio del 2009 per essere sostituito da Billy Davies, la situazione non era malvagia: il Club aveva recuperato un posto in Seconda Divisione spendendo abbastanza, ma riuscendo a mantenere una struttura di costi tutto sommato sotto controllo. Ma tutto questo stava decisamente per cambiare, dal momento che Davies cominciò a chiedere “acquisti stellari” per costruire una squadra competitiva, e il monte ingaggi cominciò a salire nuovamente, per raggiungere livelli mai visti prima.

Per riassumere, i quattro anni dal 2005 sl 2009 furono più impegnativi, dal punto di vista finanziario, dei precedenti quattro, soprattuto a causa del fatturato decisamente inferiore garantito dalla League One. Calderwood aveva ridotto il monte stipendi a 7,6 milioni di sterline nell’anno della promozione, un monte ancora molto alto rispetto alla media della categoria — lo Swansea fu promosso nello stesso anno con un monte stipendi di 4,5 milioni di sterline — ma, dal punto di vista della sostenibilità finanziaria della gestione, si registrò un buon miglioramento rispetto agli anni precedenti.

Calderwood, per molti aspetti, sembrava essere un interprete naturale della linea di management tipica di Paul Hart, e ci si può ben chiedere che cosa sarebbe successo — in particolare, se davvero sarebbe potuto nascere un Forest diverso e con una più forte eredità da trasmettere a quello attuale — se negli otto anni seguiti al tragico periodo di Platt si fosse cercato di concentrarsi sullo sviluppo dei giovani dell’Accademia e su un più attento contenimento delle spese. Così, invece, riguardando tutta la storia di quel periodo, mi sembra proprio che l’attenzione di Hart per la limitazione dei costi fosse più il prodotto della sfiducia di Doughty nelle sue capacità di management che da un’attenta pianificazione del futuro; e anche tutti gli investimenti di Doughty, quando vennero, appaiono a posteriori molto più una reazione agli eventi sfavorevoli che il frutto di un piano a lungo termine.

Come che sia, quando Billy Davies attraversò la porta del board del Club, nonostante un rapporto non certo facile con il proprietario e con il CDA, ogni idea di sostenibilità finanziaria fu nuovamente gettata via, e le barriere poste in precedenza alle voci di uscita furono abbattute, producendo, per il Club, perdite senza precedenti.

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Dal 2009 al 2011 – Rivivere il sogno

Il sostegno al progetto di Billy Davies cominciò con una serie di ingaggi di alto profilo, seppure solo in prestito, nella stagione successiva a quella in cui l’allenatore scozzese aveva portato il Forest a guadagnarsi la permanenza nella Seconda Divisione. Molti di questi prestiti furono commutati in acquisti definitivi: la strategia di Davies, come ha sempre affermato il manager di Glasgow, era quella quella di ottenere la promozione il più presto possibile, concentrandosi, quindi, sull’acquisto di giocatori già in grado di esprimersi al meglio in prima squadra invece che su quello di giovani di talento da sviluppare.

Nelle due stagioni di regno di Davies, il bilancio netto del calciomercato del Forest registrò una perdita di 7,3 milioni di sterline, e il monte ingaggi schizzò a 16,3 milioni di sterline, più del doppio degli ingaggi della squadra che aveva conquistato la promozione dalla League One, e 6 milioni più del più alto monte ingaggi registrato in tutte le stagioni fin qui analizzate.

Le perdite della gestione tipica nei due anni di BD ammontarono a 12,7 milioni di sterline, che, aggiunte al già citato deficit della campagna acquisti, produssero un esborso finanziario netto di 193.000 sterline a settimana. Inoltre, nei due anni in oggetto il Club spese 2,5 milioni di sterline per l’acquisto e lo sviluppo del campo di allenamento di Wilford Lane. Come risultato di queste politiche, il debito della squadra nei confronti di Doughty crebbe dai 48 milioni del maggio 2009 ai 75 del maggio 2011: un aumento del 58% prodotto solo negli ultimi due anni dei dodici passati dall’acquisizione del Club da parte di Doughty a quella data.

Il ritorno sul piano dei risultati sportivi di questa politica di spesa fu il raggiungimento di due playoff consecutivi, entrambi conclusi ingloriosamente, senza nemmeno una vittoria. Il Club aveva scommesso forti somme per due anni sotto la guida di Billy Davies, ma entrambe le volte aveva perso la scommessa: anche se questo insuccesso non portò a un cambiamento di strategia — c’era, infatti, spazio ancora per enormi cazzate [lett.: ‘blunder’, ‘errore stupido e clamoroso, NDT] nel prossimo futuro — preparò, però, il set per mettere in scena l’attuale crisi finanziaria.

Dopo il secondo fallimento consecutivo nei playoff, Billy Davies fu esonerato, suscitando diverse controversie nella squadra e tra i tifosi. Il senso di tale mossa apparve essere la disponibilità del precedente manager della nazionale Steve McClaren, che Doughty, probabilmente, identificò come l’upgrade necessario e decisivo alla qualità del management, proprio quello necessario per garantire alla squadra, finalmente, il ritorno in Premier League. Certamente, McClaren la pensava in questo modo, e si unì al Club aspettandosi sostanziosi investimenti in nuovi giocatori.

Per diverse ragioni, i sorrisi stampati sulla faccia del nuovo manager e dei membri del Board al momento della firma del contratto svaporarono velocemente dalle loro facce, e il Forest cominciò a concentrarsi, invece, sul raggiungimento del Financial Fair Play e sulla necessità di controllare maggiormente la gestione dell’aspetto finanziario. Questo, però, purtroppo, non prima di aver convinto il nuovo manager che ci sarebbero state ampie risorse a disposizione per investire in nuovi giocatori da attrarre con lucrosi contratti. Ancora una volta, la strategia apparve essere totalmente improvvisata, per non dire inesistente. Il Club, ancora una volta, si stava precipitando con i freni rotti verso il disastro.

McClaren andò via quasi subito, completamente disilluso nei confronti delle ambizioni del Club, e con il Forest in piena zona retrocessione. Doughty colse la palla al balzo per abbandonare la presidenza della squadra, lasciandola a Frank Clark. All’improvviso, quello che sembrava un totale disastro cominciò a lasciar intravedere un’ombra di speranza, dal momento che Doughty promise che avverrebbe continuato a sostenere finanziariamente la squadra durante la necessaria ristrutturazione. Sembrava quasi che, dovendo fronteggiare un enorme problema finanziario, si fosse aperta una strada verso un futuro il cui obiettivo era diventato un Club “sostenibile”, basato sul controllo dei costi e sullo sviluppo dei giovani.

La strada, però, si diresse solo verso un incubo fin troppo reale, costituito dalla morte di Nigel Doughty. Una tragedia enorme e del tutto privata per la famiglia, ma anche un evento di grande destabilizzazione per un Club che già brancolava sull’orlo di un precipizio. In un batter d’occhio, la copertura finanziaria per il Club non era più garantita, il Club stesso si trovò messo in vendita, e il futuro si riempì di nuovo di incertezze.

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Dopo il 2011 – La nebbia dell’incertezza

Dunque, dove è stato portato da tutta questa storia il Nottingham Forest? Nessuno di noi lo sa. Sappiamo solo che i rappresentanti dell’asse ereditario di Nigel Doughty stanno negoziando la vendita del Club con i rappresentanti di alcune parti interessate, ma sono discussioni totalmente private, e il Club non è in alcun modo coinvolto. La sicurezza sulla quale il club si era tranquillamente adagiato quando era vivo il suo proprietario, tifoso devoto, se ne è andata con la sua morte, e i tifosi di un Club orgogliosamente definito “debt free” si sono improvvisamente resi conto che nel Conto Patrimoniale c’è una voce passiva di 75 milioni di sterline dovute alla famiglia del defunto proprietario, voce passiva il cui fato è inestricabilmente e minacciosamente legato a quello dello stesso Forest.

Garath McCleary, l’eroe della salvezza, se n’è già andato verso il neopromosso Reading, il capo allenatore Sean O’ Driscoll se ne è andato per prendere le redini del neopromosso e ambizioso Crawley. I giocatori presi in prestito, decisivi per la salvezza, sono tornati alle loro squadre di appartenenza. Diversi altri giocatori del Forest sono in scadenza di contratto, e stanno prendendo decisioni difficili cercando di scrutare un futuro incerto.

L’assenza di proprietari significa che ogni tentativo di pianificazione, per quanto di breve periodo, è del tutto impossibile. L’eventuale nuovo padrone, infatti, potrebbe avere una visione delle cose totalmente diversa dall’attuale CDA, potrebbero esserci fondi a disposizione e potrebbero non essercene, l’attuale team manager potrebbe essere confermato, o potrebbe essere allontanato. Nulla è dato di sapere, e quello che accadrà quest’estate è impossibile da prevedere.

Sembra che, dopo 12 anni passati alla guida del club, la decisione di Doughty di fare un passo indietro fosse stata una buona idea. Aveva costretto il Club a pensare al proprio futuro, a cercare di realizzare una strategia senza più fare totale affidamento sulla capacità del suo proprietario di affondarsi le mani in tasca e di trovare un piccolo extra in più quando si rendeva necessaria un’iniezione di cassa. La sua morte, però, ha fatto deragliare dai suoi binari questo positivo percorso. Il passo indietro di Doughty era stato, a mio avviso, il riconoscimento di quanto povero e insoddisfacente fosse stato il risultato sportivo del suo impegno finanziario, e di come fosse necessario garantire al Forest un futuro con meno aspettative e con più possibilità; ma la sua morte ha gettato, per essere sinceri, un ombra molto negativa sul suo intero periodo di proprietà del Club.

Ha abbandonato il Forest allo stesso modo in cui l’ha raccolto, scommettendo una quantità assurda di soldi su un manager probabilmente inadeguato e sulla possibilità di raggiungere la PL, solo per fallire e per lasciare il Club a contemplare da vicino un abisso finanziario.

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Alcune conclusioni personali

Ho affermato all’inizio che non voglio essere catturato dalle spire dell’emotività e delle opinioni personali, soprattutto perché voglio evitare il tono aggressivo e insultante cui possono portare a volte questi elementi, soprattutto nei forum su internet; tanto più alla luce della tragica fine di Doughty. Io penso, tuttavia, che sia opportuno e appropriato aggiungere alcuni commenti e qualche mio pensiero.

Penso che Doughty abbia agito con le migliori intenzioni e con la convinzione assoluta di fare il bene del Nottingham Forest; penso che fosse un appassionato genuino che davvero voleva aiutare meglio che poteva il club per il quale faceva il tifo. Ha speso un sacco di denaro cercando di inseguire il suo sogno, riportare il Nottingham Forest in Premier League, e, con tutta evidenza, ha seguito il Club con vera passione; personaggi molto importanti della politica e del business hanno raccontato spesso aneddoti riguardanti le sue fughe dalle riunioni per seguire i match almeno su internet, quando non poteva assistervi di persona.

Tenendo conto di tutto ciò, egli non è riuscito a ottenere i risultati che lui sperava, ma, fino alla sua tragica morte, si sarebbe potuto argomentare, se non altro, che egli era riuscito a costruire un Club finanziariamente al sicuro, e sulla strada di una transizione assistita verso un modello di sostenibilità di gestione.

Ironicamente, è stato proprio poco prima della sua morte che Doughty ha cominciato a fare per il Forest le cose più giuste. La scommessa su Billy Davies era fallita, e era stata seguita dal disastro economico e sportivo dell’assunzione di McClaren; ma con l’arrivo di Frank Clark come Presidente e con un percorso finalmente chiaro e condiviso verso il FFP e la sostenibilità finanziaria c’era più di una ragione di speranza sul fatto che il Forest avrebbe potuto liberarsi dal debito e dirigersi verso un futuro più roseo.

L’attuale incertezza sul passaggio di proprietà, però, ha gettato tutto all’aria una volta di più, e, ora, sono i rappresentanti dell’asse ereditario a avere in mano l’intero futuro del Club. Se hanno l’intenzione di recuperare a tutti i costi il denaro che Nigel ha gettato dentro il suo sogno, sarà difficile trovare compratori, e la transizione verso il futuro sarà assurdamente difficile. Viceversa, chiunque alla fine prenderà in mano i destini della squadra, e comunque deciderà di gestirla, dovrà cercare di indirizzarci verso un futuro completamente diverso.

Io ricorderò sempre Doughty con affetto, per la sua calma eccentricità e il suo così evidente amore per il Club che anch’io amo, ma, guardando indietro al suo operato come proprietario, mi riesce difficile pensare che sia stata un’esperienza di successo. Lo sviluppo dell’accademia è stato, forse, il suo più grande contributo al club, ma, d’altra parte, la sua strategia — o, per meglio dire, la sua mancanza di strategia — ha spesso messo a rischio ogni cosa, e ci ha lasciati qui a guardare al futuro con un senso profondo di timorosa apprensione.

Personalmente, spero che qualsiasi nuovo proprietario imparerà dall’ultimo viaggio di Nigel, e che continuerà sulla strada della costruzione della sostenibilità finanziaria affidandosi alla leadership di Frank Clark e, possibilmente, a quella di altri come lui, facendo leva sulla forza maggiore ancora a disposizione del Club: la sua ancora rinomata Accademia. La via giusta da seguire è concentrarsi sullo sviluppo dei giocatori a livello giovanile, e su una politica di trasferimenti basata sulla pianificazione del futuro invece che sulla pura scommessa.

Se proprio non vogliamo imparare null’altro dagli anni di Doughty, dovremmo esserci per lo meno accorti che, persino con un padrone benevolente, scommettere con il futuro del club spendendo oltre i propri mezzi è intrinsecamente pericoloso. La morte di Doughty ha dimostrato come sia precaria ogni sicurezza basata esclusivamente sulla benevolenza del proprietario.

Una volta ancora, sono stato lasciato con la sensazione che noi abbiamo bisogno di riscoprire i valori grazie ai quali questo Club, nel corso della sua storia, è stato in grado di andare oltre — e, spesso, ben oltre — le cifre che eravamo in grado di scrivere sui nostri assegni. L’obiettivo, nel calcio, è  e sempre sarà quello di vincere, ma non sono i risultati l’aspetto sul quale ora dovremmo concentrarci. Il risultato rimane l’ultimo obiettivo, ma ora, paradossalmente, la cosa più importante è il cammino che intraprenderemo per raggiungerlo.

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I dati

Riporto, di seguito, tabelle e grafici che dovrebbero spadellare i dati sui quali si basa la mia analisi.

[Per brevità, e per rispetto nei confronti del grande lavoro dell’estensore del post originario riporto solo i link a ciascuna tabella e a ciascun grafico; per una visione di insieme dei dati, invito a visitare la pagina del post su My Life in Football il cui link è presente nella mia introduzione. NDT]

Per prima cosa, riporto le tabelle con i dati relativi ai flussi di cassa stagione per stagione:

Flussi finanziari per le stagioni dal 1998-99 al 2004-05

Flussi finanziari per le stagioni dal 2005-06 al 2010-11

Stagione per stagione, analizzando i movimenti della Situazione patrimoniale, si può vedere come cresca la partecipazione di Doughty nel Club, sia attraverso l’acquisto di nuove azioni, sia, più avanti, con l’introduzione e l’aumento progressivo del prestito concesso dallo stesso Doughty al Club. Subito sotto lo Stato patrimoniale, le tabelle che mostrano i costi relativi ai giocatori, con il totale dei giocatori in rosa, lo stipendio medio e la percentuale degli stipendi sul fatturato.

Stato patrimoniale e costo dei giocatori dal dal 1998-99 al 2004-05

Stato patrimoniale e costo dei giocatori dal dal 2005-06 al 2010-11

Il grafico successivo mostra l’andamento delle perdite anno per anno, suddivise tra perdite della gestione tipica e perdite causate dal cash flow negativo. La linea verde rappresenta la perdita di 5 milioni di sterline, che sarebbe quella massima possibile, in questa situazione, permessa dalle regole del FFP. Si può vedere, in effetti, come il raggiungimento del FFP sarebbe stato un problema serio solo sotto il management di David Platt e quello di Billy Davies: le due occasioni nelle quali il Forest provò seriamente a raggiungere la promozione.

Andamento delle perdite di cassa prodotte dalla gestione tipica e dai flussi finanziari

Il grafico sotto rappresenta l’andamento del debito complessivo, suddiviso tra debito “esterno” e debito nei confronti della proprietà. All’inizio della gestione Doughty il debito complessivo della società era di 5,3 milioni di sterline, per lo più costituiti dai Trent End Bond. Il debito nei confronti dei finanziatori esterni crebbe rapidamente fino a raggiungere quasi i 20 milioni di sterline, per fermarsi improvvisamente e cominciare a decrescere con l’aumentare del debito nei confronti dello stesso Nigel Doughty, salito fino ai 75 milioni di sterline dell’ultimo esercizio. Doughty aveva sempre dichiarato che non avrebbe mai voluto indietro questa somma, ma la sua morte pone una gravissima incertezza sulle sorti di questo cespite.

Andamento del debito consolidato, diviso tra “debito esterno” e debito nei confronti del proprietario

I due grafici successivi rappresentano l’andamento degli stipendi (incluso quello dello staff “non giocante”) stagione per stagione: il primo grafico lo rappresenta in percentuale sul totale del fatturato, mostrando che, a parte gli ultimi due anni, la gestione di Billy Davies, la struttura delle paghe era sostanzialmente sotto controllo. Il secondo grafico rappresenta l’andamento dello stipendio medio (anche in questo caso, compresi gli stipendi dello staff): anche questo mostra un aumento notevolissimo avvenuto nel corso della gestione di Billy Davies. Questo aumento, probabilmente, è in parte esogeno (dovuto all’inflazione propagatasi dalla PL alle altre serie maggiori del calcio inglese), in parte endogena (la determinazione mostrata dal Forest nel perseguire l’obiettivo promozione). [Gli stipendi medi, come d’uso in Inghilterra, sono dati su base settimanale, in migliaia di sterline. NDT]

Andamento degli stipendi stagione per stagione (percentuale del fatturato)

Andamento degli stipendi stagione per stagione (stipendi medi)

Il prossimo grafico rappresenta il risultato netto della gestione del mercato dei giocatori. Si puà vedere chiaramente come, sotto Platt e sotto Davies, la politica sia stata quella di comprare, mentre sotto Hart, più che altro si sia venduto. Il successo, a livello di Championship, richiede sia una politica di sviluppo di giocatori giovani, sia l’abilità di vendere i pezzi pregiati quando è più alto il rapporto tra potenziale prezzo di cessione e utilità per la squadra del giocatore. Il Forest, probabilmente, ha seguito questa politica con Jenas, Prutton, Reid e Dawson: nonostante il fatto che queste cessioni siano state un duro colpo per i tifosi, va ricordato come il Reading, per esempio, promosso quest’anno dalla Championship, non si sia mai trattenuto dal vendere i suoi giocatori più costosi per investire in giocatori di più basso profilo ma utilissimi al raggiungimento degli obiettivi del club: Shane Long nel 2011, Gylfi Sigurdsson nel 2010, Kevin Doyle nel 2009, Dave Kitson nel 2008.

Grafico del risultato netto del mercato trasferimenti stagione per stagione

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Non so a voi, ma a me pare un pezzo bellissimo e ben scritto, dal quale si possono trarre, soprattutto, i seguenti insegnamenti:

  1. Scommettere sulla promozione somme al di fuori della portata della naturale sostenibilità finanziaria di un club è una follia. Anche nel caso in cui l’overspending abbia successo, e penso al Manchester City e al Chelsea, questo modo di gestione incatena una squadra al suo proprietario in maniera del tutto insopportabile. Se Mansour morisse domani, Dio scampi, e i suoi eredi si sminchiassero del Man City, i Blues rotolerebbero dentro la canna del cesso della storia a velocità inimmaginabile, perché quello che stanno spendendo non c’entra nulla con la naturale struttura dei costi e dei ricavi che caratterizza il Club.
  2. L’analisi finanziaria del management di Platt giustifica tutto il male che ho sempre pensato di lui come manager.
  3. La venerazione che quasi tutti i tifosi manifestano per la figura di Billy Davies, forse, è un tantino esagerata. Nessuno come lui, dopo Platt, ha avuto l’appoggio di Doughty, e quando è stato allontanato lo fu, anche, perché pretendeva di poter competere alla pari, sul piano dell’impegno finanziario, con il West Ham United. È vero anche che nessuno come lui si è avvicinato alla PL, ma, d’altronde, l’unico allenatore che ha ottenuto qualcosa di tangibile durante i 12 anni di Dougthy è stato il misconosciuto, se non bistrattato, Calderwood, costretto, invece, a una politica di grandi ristrettezze.
  4. ND amava VERAMENTE il Forest. Però, ora, il destino della squadra è in mano a persone totalmente slegate dal Club, il cui maggiore impegno è quello di fare il più possibile gli interessi degli eredi, non sappiamo ancora a quale prezzo per il NFFC. Comunque vada il processo di trasferimento, non avremo mai più un Presidente tifoso, e, forse, non avremo mai più un proprietario inglese. Comunque sia, la nostra storia è a una svolta epocale, e nulla sarà mai più come prima.

Nonostante ciò, in questi momenti di grande incertezza, nei quali si sentono voci assurde come quelle dell’interessamento della famiglia Al Hasawi a Benitez, a Forlán e a Michael Owen (senza neanche aspettare che il passaggio di proprietà sia sancito da un atto ufficiale: qui non è che si vende la pelle dell’orso prima di averlo ucciso: si sta acquistando una Ferrari ipotecando la casa che si vorrebbe comprare con le pelli che vorremmo ottenere nelle prossime venticinque stagioni di caccia), penso che la grande lezione che viene da questa bellissima sintesi sia chiara: non importa chi comprerà il Forest: l’importante è che lo gestisca con cura, pazienza e moderazione, facendo in modo che, quando se ne andrà via, per qualsiasi motivo, naturale o preternaturale che sia, noi si possa insieme benedirne il momento dell’arrivo e guardare con trepidante fiducia al futuro che ci si aprirà davanti.

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Novità sul fronte dell’asse ereditario.

Il Daily Mail pubblica un breve articolo con alcune novità sul destino del Forest, dopo la morte del proprietario Nigel Doughty.

I due volte campioni d’Europa del Nottingham Forest sono stati messi in vendita, in seguito alla morte improvvisa del loro proprietario Nigel Doughty.

Il club, che ora milita in Championship, ha incaricato la banca d’affari Seymour Pierce di trovare un nuovo proprietario, dopo aver perso Nigel Doughty, il principale benefattore della squadra, che ha impiegato circa £75 milioni della sua fortuna personale per salvare il club.

Seymour Pierce è specializzato nel mettere in contatto i club di calcio con i take-over, e è la banca che ha appoggiato l’acquisto del Chelsea da parte di Abramovich. Hanno lavorato anche per Aston Villa, Everton, Newcastle e West Ham.

Il Forest, che langue al 20° posto della Championship, sta preparando un prospetto che sottolinea la sua buona situazione finanziaria e la sua storia straordinaria [linkate questo blog, bastardi! NdT], che ha visto, tra le altre cose, Brian Clough condurlo ai trionfi europei nel 1979 e nel 1980.

Naturalmente, le possibilità di vendita dipendono anche molto da se gli eredi di Doughty si aspettano di essere ripagati per tutti gli investimenti che il de cuius ha fatto nel club, e da un’eventuale possibilità di transazione in questo senso.

Mi permetto due annotazioni: in realtà, non è che questo articolo contenga poi chissà quali novità: Seymour Pierce era già stato contattato dallo stesso Doughty, per preparare un’ipotesi di dismissione del club, e è chiaro che non tanto il Nottingham Forest, che non credo ne avrebbe le possibilità, ma gli eredi di Doughty, che sono gli attuali proprietari della squadra, avranno confermato e, anzi, accelerato l’impegno.

In secondo luogo, mi sono un po’ rotto le palle di questa storia della squadra bi-campione d’Europa. Se veramente questo sarà il principale punto di attrazione del prospetto preparato da SP, vuol dire che si cerca di abbindolare il solito pollo russo, arabo o indiano che non sa un ciufolo di calcio e che vuole esibire la sua squadra inglese ai clientes di turno ospitandoli in tribuna d’onore. I 75 milioni di sterline versati da Doughty nel Forest sono solo serviti a evitarci la retrocessione in quarta serie, e non hanno mai portato il Forest nemmeno nei pressi di un ritorno in Premier League: l’arrivo di un incompetente buffone completamente slegato dalla realtà di Nottingham e del calcio inglese minore non ci porterà molto più lontano.

Come tutti sanno, la costruzione di una buona squadra non compete tanto alla ricchezza dei proprietari (che non guasta) quanto alla competenza del management. Quello che non ha saputo fare Doughty e trovare un buon manager e, un volta trovatolo, appoggiarlo incondizionatamente. Sperare nell’arrivo taumaturgico del tycoon abbagliato dall’argenteria del club che, come per miracolo, ci riporti a un passato impossibile da replicare è veramente un atteggiamento da pirloni illusi; sperare nell’arrivo di un proprietario competente che scelga un buon manager e lo sostenga per riportarci a essere un buon club, uno di quelli che oscillano tra prima e seconda divisione, come lo eravamo nel periodo immediamente successivo all’addio di Clough, secondo me, invece, dovrebbe essere un dovere.

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Ma quanto mi costi?

Nella settimana che porta al secondo derby stagionale, in un clima di incredibile e spaventevole (per il classico italiano superstizioso) ottimismo da parte di tutti i tifosi Reds, riprendo le pubblicazioni con un pezzo, invece, eterodosso rispetto alla stretta attualità: un'interessante articoletto del Telegraph su come e quanto siano cresciuti i salari dei giocatori di calcio della Football League dall'esordio del professionismo a ora.

Un argomento non direttamente legato al Forest o a Brian Clough, ma indirettamente sì, visto che, come tutti sanno, è stato proprio il nostro Forest a rompere per primo la barriera psicologica del milione di sterline spese per un giocatore di calcio, in occasione dell'acquisto di Trevor Francis dal Birmingham City, nell'inverno del 1979 (allora il trasferimento dei giocatori era permesso nel corso di tutta la stagione), e a incrementare decisamente il livello delle paghe settimanale, concedendo a Peter Shilton un contratto, allora principesco, di 1.200 sterline alla settimana.
Dopo una breve introduzione, l'estensore dell'articolo traccia un'interessante cronologia con tutti i milestones della corsa all'oro che ha portato dall'era degli Old Boys dilettanti al farneticante stipendio di Tevez.

La PFA (Professional Footballers' Association) afferma che un giocatore di calcio professionista, nazionale inglese, nel 1957, guadagnava un totale di 1.677 sterline, tra paga, bonus e rimborsi spese per le partite internazionali.

In moneta corrente, 1.677 sterline equivalgono a 75.000 sterline, la paga annuale di un medico o di un senior manager, e equivalgono, anche, a quello che un calciatore medio di PL guadagna in una settimana.

Carlos Tevez si pensa guadagni, più o meno, 225.000 sterline alla settimana, cosa che fa di lui il primo giocatore al mondo a guadagnare un milione di sterline al mese.

Nel 1956-57, un giocatore del Manchester United e della nazionale inglese avrebbe guadagnato circa 744 sterline all'anno come paga del suo club, 72 sterline in premi partita, 45 sterline come premi distribuiti dalla Lega, 60 sterline come bonus per le competizioni europee, 150 sterline come benefit vari, 80 sterline come credito del Provident Fund, 56 sterline come bonus per la FA Cup, 50 sterline come premi della Lega per la FA Cup, 400 sterline come rimborsi per le partite internazionali, e 20 sterline come premi per le partite interleghe con le altre federazioni britanniche. Totale: 1677 sterline.

Un altro grande cespite per i giocatori moderni, sconosciuto al football degli anni '50 e '60, è il diritto di immagine: nel 2009, Sol Campbell dichiarò in un processo di fronte all'Alta Corte che i suoi diritti nei confronti del Portsmouth ammontavano a 30.000 sterline alla settimana, più altrettante come diritto di immagine.

1879: il Darwen, club del Lancashire, provoca un grave scandalo rivelando che aveva versato del denaro a due giocatori scozzesi, Fergie Suter e James Love, che passano, dunque, alla storia per essere stati i primi due esseri umani pagati per giocare al calcio.

1885: il professionismo viene legalizzato.

1901: viene introdotto un limite ai salari dei giocatori di 4 sterline alla settimana.

1905: per la prima volta un giocatore di calcio viene pagato 1.000 sterline: si tratta di Alf Common, passato dal Sunderland al Middlesbrough.

1922: il salary cap viene portato a 8 sterline alla settimana (che scendono a 6 durante il periodo di riposo estivo), al quale viene aggiunta la possibilità di versare al giocatore un bonus fedeltà di 650 sterline dopo 5 anni di militanza in una squadra.

1928: per la prima volta, un giocatore viene pagato 10.000 sterline: si tratta di David Jack, passato dal Bolton all'Arsenal.

1947: quando Jimmy Guthrie diventa presidente della Players' Union, la paga massima diventa di 12 sterline alla settimana (10 nel periodo estivo).

1957: la Players' Union diventa la PFA, e Jimmy Hill ne diventa segretario. Comincia la sua battaglia per eliminare il salary cap, ottenendo subito l'innalzamento della paga settimanale a 20 sterline.

1961: Jimmy Hill ottiene finalmente l'abolizione della paga massima. Johnny Haynes, probabilmente il più forte giocatore del Fulham di tutti i tempi, diventa il primo giocatore a guadagnare 100 sterline alla settimana.

1962: per la prima volta, un giocatore viene pagato più di 100.000 sterline: il Manchester United paga al Torino 110.000 sterline per Dennis Law.

1979: per la prima volta, un giocatore viene pagato 1 milione di sterline: si tratta di Trevor  Francis, passato dal Birmingham City al Nottingham Forest. Nello stesso anno, il portiere del Forest Peter Shilton diventa il giocatore più pagato della Gran Bretagna, con 1.200 sterline alla settimana.

1988: Paul Gascoigne, passato dal Newcastle Utd al Tottenham Hotspurs, diventa il primo giocatore da due milioni di sterline.

1994: Chris Sutton diventa il primo giocatore pagato 10.000 sterline alla settimana, quando il Blackburn lo ingaggia dal Norwich City.

1995: la sentenza della Corte di Giustizia Europea sul caso Bosman consente ai giocatori in scadenza di contratto di trasferirsi senza il pagamento di un corrispettivo alla vecchia squadra, e di contrattare liberamente il proprio ingaggio: questo provoca un deciso aumento degli ingaggi stessi.

1996: il Newcastle distrugge il precedente record per il trasferimento di un giocatore, ingaggiando Alan Shearer dal Blackburn per 15 milioni di sterline.

2000: Roy Keane diventa il primo giocatore a sfondare la barriera delle 50.000 sterline settimanali, con il nuovo contratto da 52.000 sterline che lo lega al Manchester United.

2001: Sol Campbell, trasferitosi a fine contratto all'Arsenal dal Tottenham, grazie alla legge Bosman, diventa il primo giocatore a guadagnare 100.000 sterline alla settimana.

2002: il Manchester United rompe la barriera dei 30 milioni di sterline per un giocatore, con l'acquisto di Rio Ferdinand dal Leeds United.

2010: Carlos Teves diventa il primo giocatore a guadagnare un milione di sterline al mese, dal momento che l'entità degli emolumenti che riceve dal Manchester United sono stimati nell'ordine di 286.000 sterline alla settimana.

 

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