Su di me.

Proverò a spiegarmi e a spiegarvi. Meglio, a cercare di spiegare a me, prima che a voi. Viene da lontano, mi sa. Ero piccolo.
Perché il pallone era una (una delle poche) mitologia universalmente condivisa di quegli anni. Con i suoi eroi, le sue leggende, grandi e piccole.

Me ne vengono in mente due.

Un tipo che conoscevo, per esempio: girovagava per i giardinetti dirimpetto al Ginnasio che frequentai con insufficiente assiduità. Costui non era uno studente del Liceo; non seppi mai come si chiamava. Non disse mai il suo nome, non disse nemmeno mai alcunché che io capissi, o che abbia capito in seguito. Lo si chiamava Nordika, nome di un deodorante di allora – la prima promessa di irresistibile virilità che io ricordi -, penso a causa del fetore che egli emanava da sé medesimo. Quando l’accendersi del dibattito politico impediva il regolare svolgersi delle lezioni, a volte, se il dibattito sminchiava, ci riversavamo in tali giardinetti, per accanirci in partite di pallone.

L’individuo compariva all’improvviso, là dove le geometrie erano meno rigorose, là dove orrendi buchi difensivi maggiormente imputtanivano le porte (vere, se si arrivava in tempo a occupare l’unico campo serio dei giardinetti, o, se no, limitate da giubbotti e felpe). Portava degli occhiali spessissimi. In silenzio andava a occupare, senza che nessuno lo contestasse, una delle porte, quella che maggiormente versava nella situazione che un mio compagno era uso metaforizzare con l’immagine di Dresda nel Quarantacinque.

Nordika. Che portiere che era. L’unica spiegazione che mi sovviene alla sua abilità è che il suo spirito fosse assai piú esteso della sua flebile e malodorante dimensione corporale, che occupasse di sé tutto lo specchio della porta, e piú oltre, tutta l’area di rigore; tuffarsi da un palo all’altro – da una felpa all’altra – non era per lui un gesto fisico che implicasse uno spostamento di massa, una forza da imprimere a sé stesso, ma un atto del pensiero, facile, non faticoso, e immediato, come la percezione, o l’intuizione.

Ricordo che una volta, una delle mattine della mia vita, marcai a Nordika due reti, ma in mischia, quando egli era impedito, nel librarsi dentro il suo spazio mistico, dalla greve, banale, immanente ma ancora ineluttabile fisicità dei miei e dei suoi compagni di squadra. Mi manca Nordika. Mi mancava un po’ anche Filippo, un tipo più grande, sempre che giocava con noi, un fiato della madonna.
Però lui l’ho rivisto qualche tempo fa, è sieropositivo, e peserà cinquanta chili.

Mi manca anche il deodorante Nordika, il giardinetto di fronte al Ginnasio, il dibattito politico, e quelle partite mattutine.

Oppure, Gadocha. Chi cazzo è Gadocha, direte. Io me lo ricordo bene. Se avessi impiegato in tutto l’energia mentale e il dispiego di memoria che ho impiegato nell’appassionarmi di pallone, chissà dove sarei, ora. Mi ricordo, in particolare un dribbling su Berti Vogts nella semifinale (i pedanti opporranno che in realtà trattavasi dell’ultima partita del girone di semifinale) Polonia-Germania dei mondiali ‘74: sotto un diluvio, nel mezzo di una partita fantastica, lo scartò secco sulla fascia, lo mise a sedere; invece di dirigersi verso la porta per un gol sicuro, tornò indietro con una veronica, tra l’incredulità generale, si rimise davanti a Vogts e irrise l’allibito terzino scartandolo secco per la seconda volta. Purtoppo nel frattempo la difesa tedesca aveva recuperato, e Schwarzenbeck o Beckenbauer, non ricordo, chiusero con brutalità su di lui impedendogli di dirigersi verso l’area. La Polonia perse, anche, forse, per quest’atto folle, epocale, col quale uno degli ultimi geni tentò senza riuscirvi per l’ultima volta di affermare la superiorità della forma sulla sostanza, dello spirito sulla materia; certamente quel giorno il foot-ball perse parte della sua capacità mitopoietica.
Era un’avvisaglia che i più non seppero interpretare: quattro giorni dopo, nella finale, il calcio e il mondo come li avevamo sempre conosciuti finirono, e dovemmo, lentamente e senza mai recuperare la precedente pienezza di sentire, reimparare a amarli.
Naturalmente l’evento catastrofico cui ci si riferisce è la sconfitta dell’Olanda da parte della Germania nella finale di quei bellissimi mondiali.
Praticamente, i miei primi: anche se ho qualche vago ricordo dei mondiali del ’70, soprattutto della finale con il Brasile, solo nel ’74 ero divenuto in grado di assaporare questo gioco in tutta la sua bellezza, di capirne la drammatica importanza, di non sottovalutarne la portata sugli eventi psichici e materiali della vita, di non considerarlo, come fanno quelli che non lo amano, “solo un gioco”.
Solo un gioco, certo; e la Recherche è solo macchiettine di inchistro su cellulosa, e il sesso è solo sfregamento di mucose, e la guerra è solo calcolo di traiettorie di pezzetti di metallo, e io sono un fascio di bit che fa descrivere caratteri ascii allo schermo del mio computer.

Insomma, ero diventato un tifoso.
Quella finale mi spezzò il cuore, per come andò, per come sono riuscito a perderla (l’evento è diventato ormai del tutto privato, intimo, personale, come diventerà, col tempo, del tutto intimo, privato e personale quello del cinque di maggio di quest’anno); non riuscivo a credere che l’Olanda avesse perso. Una squadra fantastica, che aveva tutto quello che un ragazzino di undici anni (e anche un uomo di trentotto, se è per questo) può chiedere a una squadra di calcio.
Olanda-Argentina 4-0, in quei mondiali.
La partita più fantastica che io abbia mai visto.
Il completo appagamento, in un evento sportivo.

Giuro che non consulto nessun libro e nessun almanacco, giuro che non ce l’ho scritta sul computer, giuro che non mi affido a alcun supporto esterno alla mia memoria, giuro che se avessi nella mia vita impiegato un po’ meglio i miei neuroni, come ho già detto, a quest’ora sarei chissà dove: Jongbloed, Suurbier, Krol, Van Hanegem, Rijsbergen, Jansen, Rep, Neeskens, Cruijff, Haan, Rensenbrink. In tutta la mia vita ho conosciuto solo una persona della mia età che quel giorno abbia fatto il tifo per la Germania.

Erano belli, i mondiali, allora.

Passavano tantissimi anni tra un mondiale e l’altro, allora.

Ma veniamo a noi.
La grande, bellissima, triste metropoli della mia infanzia.
Da casa mia, certamente, non si vedeva il mare.

Non si vedeva nulla.

Come per le donne, il mio amore per una squadra non ebbe nulla di ideologico, né di cerebrale; fu amore subito (l’accento mettetelo voi, sulla prima o sulla seconda vocale, come più vi aggrada), per un gesto, per un atteggiamento, per modo di essere, di piegare la testa, magari; ma totalmente “estetico”.
Nel senso che dovetti “provare”, prima di innamorarmi.
Lo ripeto; mai stato uno di quei tipi che dicono “mi piacciono le ragazze così e cosà”.
Non lo so, che ragazze mi piacciono.
Non lo so prima, intendo dire.

Se avessi potuto scegliere, con il cervello e con la simpatia del detto e del raccontato, con quanto si diceva nei bar, con l’ideologia, della mia città avrei scelto non la squadra della borghesia, della gente più ricca, dell’industria, ma quella più popolare, quella degli immigrati (come in fondo ero io, e come erano i miei genitori), più simpatica, certo, con i giocatori più fantasiosi e allegri (Chiarugi, Prati, Cudicini, Rivera…). Avrei scelto il Milan, potendo, avendo potuto. Era infatti la squadra di gran parte di quella generazione di ragazzi milanesi di sinistra; era un po’ l’Olanda dei poveri. Il Milan della Barona, della Bovisa, della Ghisolfa – il quartiere di Rocco e dei suoi fratelli, senz’altro milanisti anche loro -, di Quarto Oggiaro, di Gratosoglio, di Baggio, di Via Turati – la via storica del socialismo e del sindacalismo milanese.

Bella fine, tutt’e due. Anzi, tutt’e tre, mettiamoci pure anche il Milan.

Il Milan dell’Innocenti, il Milan in tuta.
Bella fine, anche l’Innocenti.
“Cacciaviti” (“casvit”), si chiamavano, un po’ dispregiativamente, i tifosi del Milan a Milano, per sottolinearne le ascendenze spesso operaie.
L’Inter di Corso Manzoni, dei Bastioni, del Sempione, della Fiera, di Porta Romana, in giacca e cravatta: “bauscia” – con la “ü” accentata e lombarda -, un po’ come dire “sporco borghese”, era invece l’appellativo dato ai tifosi nerazzurri) della città, e della sua parte più reazionaria. Mio padre era un grande appassionato di calcio, quasi un tifoso, fino a un certo punto della sua vita andò spesso allo stadio. Dopo i mondiali del ’70, visto che io ero stato – ero riuscito a rimanere – alzato per vedere le partite, e che avevo mostrato di apprezzarle, fece per entrambi – spesa non indifferente per la nostra famiglia – l’abbonamento per vedere le partite della squadra del suo cuore, l’Inter.
Un intero e un ridotto.

Non saprei.
Non credo che si tratti di imposizione, quanto di contiguità. L’amore è anche un fatto di prossimità, spaziale e di spirito.
Fatto sta che non appena misi piede nello stadio di San Siro (era il settembre del ’70, e io non avevo ancora sette anni), e vidi la prima partita (due gol di Boninsegna, uno su cross del giocatore che forse ho più ammirato nella mia vita, Mario Corso) il mio destino sentimentale fu segnato. Non avrei potuto, credo, diventare tifoso per radio, né per televisione; né, tanto meno, per racconti orali: una vita (be’, sette anni, come ho detto) passata a sentire parlare della grande Inter, e della famosa finale di Vienna contro il Real Madrid, eccetera, non avevano prodotto in me alcuna passione (una vaga simpatia…); novanta minuti di partita a San Siro accessero definitivamente il mio entusiasmo. Fu poi un anno speciale: l’Inter vinse lo scudetto, facilmente, a quattro giornate dalla fine, come al solito, perché per noi è senza speranza anche la vittoria, e nell’ultima partita, giocata in casa, contro il Foggia, a un quarto d’ora dalla fine aprirono i cancelli del campo, e io passai l’ultimo squarcio di quell’anno bellissimo sul prato, accanto a quei giocatori fantastici.
Me lo ricordo verde, quell’anno.

Buffo.

Credevo, dopo quella esperienza, che tifare per l’Inter sarebbe stato un susseguirsi di giornate così indimenticabili. Da allora, invece, altri scudetti, piuttosto tristi (il terzo della mia vita di tifoso, nell’89, proprio mentre moriva mio padre), una serie infinita di “pazienza”, di “che peccato” e di “grazie lo stesso”. Una finale di coppa dei campioni, nel ’72, l’anno dopo quell’abbonamento galeotto, proprio contro l’Ajax, proprio — ironia della sorte — contro la squadra di quei campioni olandesi che avevano e avrebbero ancora di più acceso la mia fantasia, due anni dopo, e che già mi facevano impazzire, e poi la gigantesca, irripetibile sbornia degli anni di Mourinho, come quasi a far vedere concretamente quello che avrebbe potuto essere e non è stato, e non sarà più.

Ma questo, naturalmente, non è tutto.

C’è anche un altro grande amore nella mia vita, senza il quale questo blog, naturalmente, non ci sarebbe.

Originariamente, l’amore sempre più grande per il calcio inglese, nato nelle notti dei primi anni ’70, davanti alle telecronache delle partite di coppe europee trasmesse dalla televisione della Svizzera Italiana e da Tele Capodistria oltre che, occasionalmente, dalla Rai, e nei sabati della finale di FA Cup, trasmessa sempre dalla Svizzera Italiana: il Leeds che arrivò in finale di Coppa dei Campioni e di Coppa delle Coppe, il Derby County che sfidò in semifinale di Coppa dei Campioni la Juventus, il Southampton di Mick Channon, il Fulham di Bobby Moore che sfidò in finale di Coppa il suo West Ham, fino al meraviglioso Liverpool di Keegan e Toshack, la prima squadra davvero vincente a livello europeo prodotta dall’Inghilterra dai tempi di Sir Busby, e lo spettacolo incomparabile della Kop la prima volta che la vidi in una partita intera, quella contro il Saint Etienne nei quarti di finale della Coppa dei Campioni.

* * *

* * *

Immaginatevi l’effetto su un ragazzino abituato al non certo calorosissimo tifo della San Siro nerazzurra.

Penso che, sicuramente, se non ci fosse stata la storia del Nottingham Forest, e dell’impresa più assurda e inverosimile di tutta la storia del calcio mondiale a scalzarmela dal cuore, la mia squadra inglese sarebbe stata il Liverpool. Però ci fu. La storia di un allenatore che, per la seconda volta nella sua vita, prende una squadra in seconda divisione e la porta a vincere il titolo. Ma, a differenza della volta precedente, questa volta riesce a vincere anche la Coppa dei Campioni, non una ma due volte di fila. La penultima volta che una squadra è riuscita nell’impresa di vincere due titoli europei consecutivi, prima del Milan di Capello.

La prima volta che Clough è riuscito a vincere un titolo assoluto venendo dalla seconda divisione, tra parentesi, era stata con il Derby County, proprio la squadra eliminata in semifinale di Coppa dei Campioni dalla Juventus l’anno successivo.

Mentre facevo il tifo per quella squadra dal nome mai sentito, perché era inglese e perché giocava contro l’odiata Juventus, non sapevo nulla della sua storia, né della storia dell’uomo che la guidava, e non ne seppi nulla finché non mi appassionai alla storia di quell’allenatore, Brian Clough, e alla storia della squadra che aveva portato dai campi fangosi della seconda divisione inglese ai biliardi dell’Olimpiastadion di Monaco e del Bernabeu di Madrid per vincere due Coppe dei Campioni. E nulla mi toglie dalla testa che, se fossi stato più grande, sarei diventato un tifoso del Derby County invece che del Nottingham Forest. Paradosso non da poco, visto che le due squadre sono divise da una delle più feroci e violente rivalità di tutto il calcio inglese.

Naturalmente, avrete anche capito che l’evento di cui si parla alla fine del pezzetto su Gadocha non era solo la finale Germania-Olanda; è anche tutte le volte che il mio mondo è finito, e tutte quelle volte che io ho dovuto cercare, lentamente e senza mai più ritrovare la pienezza di sentire, di reimparare a amarlo.
Come ora.
Come sempre.

6 risposte a “Su di me.

  1. Pietro

    Grazie per quello che hai scritto,sono della classe del 1965 e mi tornano in mente mente immagini del calcio fine anni 70(ricordo le puntate di football please condotte da Michele Plastino che andavano in onda a orari assurdi per quei tempi.Le partite dell’allora Coppa Campioni “rubate” da Telemontecarlo (quando si vedeva),anch’io tifoso del Forest da quei tempi memorabili.Grazie ancora

    • Non me ne perdevo una di puntate di Football Please di Michele Plastino! Se ti ricordi, nella sigla c’era anche il goal pazzesco di Justin Fashanu (allora un giocatore del Norwich) al Liverpool, quello in mezza rovesciata dopo un sombrero fatto nientemeno che a Phil Thompson: anche Fashanu è un giocatore legato a doppio filo a Brian Clough, come ho avuto modo di dire. Comunque sia, grazie! Sono stati tempi meravigliosi per essere tifosi di calcio.
      (Ma, detto tra noi, quali non lo sono? Una volta che si entra in uno stadio e si vede il prato verde, non ci sono più i soldi, le scommesse, le bizze di insopportabili primedonne, ma resta solo una magia che, forse, non morirà mai finché ci saranno palloni a rotolare).

  2. Qualcuno

    Io sono tifoso sia di Napoli che Forest per motivi di sangue e non ho vissuto le Coppe dei Campioni ma comunque vorrei dire al creatore di questo blog (anche io sono stato ad Anfield Road) che si vede che non ha mai assistito ad un big match al San Paolo di Napoli dove l’atmosfera e il pienone fanno paura…Buona Fortuna – U REDSSSSSSSSSSSSSS!

    • È una lacuna che vorrei colmare, prima o poi, Qualcuno!
      Però ero per le strade di San Giorgio a Cremano (dove ero militare) quando Ferrara segnò il 3-0 sulla Juve al 120′ della semifinale di Coppa UEFA, garantendo il passaggio del turno ai Blues, e ti assicuro che fu uno spettacolo che non dimenticherò mai. COYR!

  3. esiste anche la pagina facebook?

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