La terza più importante partita della loro storia.

|

Se chiedeste a un esperto mitologo del Tooting and Mitcham United Football Club — squadra che si trova attualmente al 16° posto della Isthmian Football League Division One South, il cui soprannome è “the Terrors” — quale sia la partita più importante mai disputata dalla sua squadra in tutta la sua storia, vi risponderà, con tutta probabilità, di essere indeciso: o la vittoria interna nel replay del 3rd proper round della FA Cup del 1976 contro lo Swindon Town (una squadra che aveva vinto da poco una Coppa di Lega a Wembley battendo l’Arsenal, anche se aveva già mosso ben più di qualche passo verso un’irredimibile declino), dopo un pareggio ottenuto rimontando due reti di svantaggio a Swindon; oppure, il 4th proper round dello stesso anno contro il Bradford City, perso per 3-1: l’unico 4th proper round disputato dai Terrors bianconeri nella loro storia.

Solo al terzo posto nell’ideale classifica delle più grandi partite giocate nella sua storia dal Tooting & Mitcham, probabilmente, il succitato astratto mitologo metterebbe il 3rd proper round della FA Cup del 1959: una partita giocata in casa, su un terreno — lo stadio si chiama, molto indicativamente, Sandy Lane — reso terribile dal gelo di un inverno rigidissimo, nella quale i Terrors si trovarono sopra per 2-0 contro una squadra di Prima Divisione, prima di essere raggiunti sul pari da un generosissimo rigore concesso agli ospiti allo scadere.

Se la finale di FA Cup, la più antica competizione di football association del mondo, è la cerimonia annuale di celebrazione ufficiale del gioco del calcio, giocata in una vera e propria cattedrale, alla presenza di qualche membro della Famiglia reale, quando non della stessa Regina, il terzo turno della stessa è la più grande sagra popolare che festeggi il nostro sport preferito. Il terzo turno è quello nel quale entrano le 44 squadre più forti del Paese, e è quello dove arrivano a trovare posto venti superstiti dei turni preliminari, tra i quali, spesso, anche club da fuori la Football League: in questa occasione (si gioca, tradizionalmente, in un sabato nella prima metà del mese di gennaio), l’Inghilterra calcistica si ferma per l’evento, e e per moltissime piccole squadre di paese il fatto di avere raggiunto una volta il Terzo turno di FA Cup rimane scolpito nell’albo d’oro come il fatto più notevole della sua storia. Trentadue stadi ospitano l’evento, dall’Old Trafford allo Scholar Ground, posto nella Church Street, lo stadio della più piccola squadra mai giunta a questo stadio della competizione: il Chasetown, squadra di ottava serie, che riuscì nell’impresa nel 2005: un esempio unico al mondo di democrazia calcistica (anche se la Coppa di Francia, che ha deciso di ricalcare la formula della sorella inglese, conosce un evento simile, il fascino assolutamente diverso delle due competizioni fa la differenza).

Per una squadra di dilettanti o di semidilettanti, il raggiungimento del terzo turno di FA Cup, dunque, è una possibilità che passa, quando passa, una volta sola nella vita: durante il sorteggio, rigorosamente senza teste di serie, i minnows sono messi nella stessa urna con il Liverpool, l’Arsenal, il Manchester United; una mano fortunata potrebbe portare il postino o il macellaio del paese a giocare a Old Trafford, a Anfield o a Highbury. Per il Tooting, in quella occasione, il sorteggio non fu così prestigioso, ma non fu poi male: pescarono, comunque sia, una squadra di Prima Divisione, anche se non una di quelle squadre londinesi per i quali i ragazzi dei Terrors, cittadina posta nella cintura della Capitale, facevano certamente il tifo. Non fu affatto male: basti pensare che nella partita di ritorno (o meglio, nel replay resosi necessario dopo il pareggio) i simpatici negozianti e i simpatici operai di Tooting e di Mitcham si trovarono a giocare di fronte a 42.362 persone: questo sì, di gran lunga, è il record assoluto di affluenza a una partita dei Terrors.

Per la prima volta nella sua storia, al Sandy Lane arrivò la BBC, con due telecamere, e per la prima volta il Tooting finì in un servizio trasmesso a livello nazionale, quello dedicato al terzo turno di Coppa.

In questo post, il primo di quattro dedicati alla FA Cup del 1959, tratti dal meraviglioso e già citato libro di Gary Imlach My Father and Other Working-Class Football Heroes, si parlerà proprio di quella partita, la terza più importante della storia del Tooting & Mitcham, e, più in generale, del fascino del giant-killing, effettivi o solo potenziali, che sono un po’ il sale della Coppa più bella del mondo.

Giant killing

Gennaio 2004, sto seguendo alla tele il terzo turno di FA Cup, e sto pensando al terzo turno della FA Cup del 1959.

Guardo i risultati scorrere in sovrimpressione, e penso a quanto lontano dal gioco io sia via via scivolato. Non saprei dire in che serie gioca almeno la metà delle squadre il cui nome vedo passare, e di almeno la metà delle partite non saprei distinguere gli underdog dai favoriti. Ipswich 2 Derby 0, è una sorpresa o è una tranquilla vittoria interna, assolutamente prevedibile? Giocano nella stessa divisione? E Man City e Leicester? sulla parte inferiore dello schermo comincia a scorrere “Gillingham 3 Charlton 1”. Questa volta sono quasi certo che sia una sorpresa, ma non saprei dire quanto grande: in che divisione gioca il Gillingham?

Una volta le sapevo tutte, queste cose. Per un paio d’anni, l’avevo addirittura giocata tutta da solo, la Coppa. Dal terzo turno alla finale, l’intero dramma veniva messo in scena sul tappeto della mia cameretta in una maratona ininterrotta, utilizzando delle biglie e una scatola da scarpe rovesciata, nella quale avevo ritagliato cinque o sei buchi rettangolari, come piccole tane di topi, ognuna delle quali contrassegnata da differente punteggio, scritto sopra ogni tana con un pennarello. La scatola da scarpe contro un battiscopa, io appoggiato con la schiena contro il muro opposto, la più importante Coppa nazionale del mondo poteva cominciare.

Ero scrupolosamente imparziale. Semplicemente, rigiocavo le partite chiave finché non ottenevo il risultato “corretto”, quando mi sembrava, per esempio, di aver lasciato andare la biglia prima del giusto, o di aver tirato inavvertitamente più forte per una squadra piuttosto che per l’altra. Insomma, tutte le volte che mi sembrava in qualche modo di avere sfavorito la squadra per cui tenevo (inevitabilmente), rigiocavo la partita. Non ammettevo mai con me stesso di essere parziale: avevo installato come un firewall mentale nei confronti di questa possibilità, nell’interesse superiore del mantenimento dell’assoluta onestà intellettuale. Semplicemente, pensavo, volevo che le mie squadre avessero esattamente la stessa possibilità delle altre. Dal momento che non avevo le palline numerate che si usano per il sorteggio, usavo foglietti su cui avevo scritto i nomi delle squadre, piegati in quattro e messi dentro un sacchetto di stoffa. Non truccavo mai i sorteggi, confidando nella capacità metafisica delle biglie di produrre, comunque sia, i risultati giusti.

Tradizionalmente, il sorteggio veniva effettuato pescando le palline numerate da un sacco di velluto rosso: ora, le norme FIFA vietano che in una competizione omologata il sorteggio avvenga utilizzando urne non trasparenti, per cui anche la FA Cup utilizza un contenitore di plexiglass. Il sacchetto di velluto è ancora in uso, ma solo per portare sul palco le palline numerate, e per versarle nell’urna trasparente.

Di certo allora non avevo bisogno di guardare il giornale per sapere in quale serie giocasse ciascuna delle squadre che sorteggiavo, o perfino per sapere la lista delle squadre qualificate al terzo turno. Conoscevo benissimo tutte e novantadue le squadre della Football League, divisione per divisione. Non è che le avessi mai studiate in qualche modo, quelle cose: semplicemente, le sapevo, allo stesso modo in cui immagino che le conoscesse ciascun ragazzino di sette anni.

Oggi, naturalmente, non c’è tutto questo bisogno di conoscenze innate: la televisione del sabato pomeriggio è un ottimo servizio sociale per chiunque non abbia anche gravi deficit nozionistici sul contesto: una mezza dozzina di badanti ti fanno visita a casa, con tanto di abiti eleganti e cuffie in testa. Il pomeriggio passa attraversato da un giocoso, ininterrotto e gigantesco flusso di informazioni su gol, quasi gol, soffiate, ammonizioni, cattive decisioni e diaboliche libertà, Jeff [Gary Imlach, come mi suggerisce l’ottimo Pier Luigi Giganti, si riferisce a Jeff Sterling, anchorman per Sky Sport Gillette Soccer Saturday]! Ogni incidente non viene solo riportato in cronaca, viene sezionato, viene ripassato clinicamente, ben prima del fischio finale, e anche ben dopo. È uno spettacolo che crea dipendenza, indipendentemente dal vostro interesse per il gioco.

Le possibili conseguenze del fatto che i Wolves siano sotto di un gol a Kidderminster all’intervallo sono discusse con piglio serio e allarmato. Ora, voglio dire, lasciamo perdere il fatto che nessun risultato maturato all’intervallo può produrre conseguenze di nessun genere, perché nessun board si riunisce per prendere decisioni nell’intervallo delle partite, né nessun board decide di mandar via un manager per il suo insoddisfacente record a metà partita, io ebbi in quell’occasione la precisa impressione che tutto il casino che fecero in studio per quel risultato dipendesse esclusivamente dalla loro voglia disperata di avere una buona storia da raccontare. Forse, invece, è solo la necessità moderna e editoriale di metter su immediatamente una storia del tipo “che disastro per i Wolves!” ogni volta che ci sia la minima possibilità di una sorpresa, per estrarre ogni oncia di valore da ogni minima situazione, indipendentemente da come poi vada a finire effettivamente. Come che sia, tutte le nefaste conseguenze di una sconfitta erano ormai state abbondantemente sciorinate e analizzate, quando il Wolverhampton segnò il gol del pareggio in injury time.

Che zuppa ci farebbero, al giorno d’oggi, con il terzo turno del Nottingham Forest contro il Tooting & Mitcham United, l’unico club di dilettanti rimasto nella competizione del 1958-59? C’erano tutti gli ingredienti classici: il campetto di periferia, il terreno gelato, i salumieri, i panettieri e gli operai della fabbrica di candele schierati a affrontare l’aristocrazia della Prima Divisione.

Visti più da vicino, però, i contrasti cominciano a sfumare. Ciascuno dei giocatori del Tooting con un lavoro decente aveva uno standard di vita non molto differente rispetto a quello di cui godevano i loro avversari professionisti. Anzi, se il club passava loro un piccolo compenso, fatto passare come rimborso spese, i ragazzi del Tooting avrebbero potuto guadagnare più o meno la stessa cifra, se non di più, rispetto ai giocatori del Forest. Davvero, le foto pubblicate nei servizi giornalistici di presentazione della partita, o i filmati televisivi pre-match che oggi mostrano gli eroi locali dietro il bancone del negozio o piazzati in catena di montaggio non avrebbero fatto alcuna impressione nello spogliatoio dei Reds, e non l’avrebbero fatto nemmeno ai compagni di lavoro di lavoro di mio padre, nella Co-op dove lui lavorava fuori dalla stagione calcistica.

In realtà, si trattava di una partita tra due squadre composte da lavoratori: la differenza di classe tra di loro era solo di natura calcistica, e questa differenza era compensata dalle condizioni ambientali. Se mi fossi limitato a ascoltare i ricordi dei giocatori di quella giornata di gennaio, ai racconti che descrivevano il terreno di gioco come una specie di campo appena arato completamente gelato, avrei anche potuto pensare che il tempo trascorso e il rischio della figuraccia scampata per un capello avesse insinuato in queste ricostruzioni le spire sottili dell’esagerazione. Ma ho visto i filmati di Pathé News sulla partita, che mostrano una superficie impossibilmente ondulata, che vista dall’alto sembra una gigantesca impronta digitale tracciata nella neve e nel ghiaccio. Billy Walker [il manager del Forest di quegli anni] aveva già detto ai giocatori che non si sarebbe giocato, e questi stavano già mangiando il pranzo alla stazione aspettando il treno che li avrebbe riportati a casa, quando furono raggiunti dalla notizia che la partita si sarebbe disputata, comunque sia.

Oggi, tutto questo sarebbe diventato semente ideale per la messa in scena di un gigantesco capitolo televisivo del Romanzo della FA Cup: due o tre inquadrature dell’ispezione del campo… Carrellata sul cielo che minaccia ulteriori nevicate… Le immagini delle confabulazioni con l’arbitro… Se si è fortunati, qualche veloce dichiarazione dei manager, se no un’altra inquadratura del campo e poi di nuovo in studio per il dibattito tra i pundit dal titolo Si Dovrebbe Giocare O No? Mandateci Un Sms

Allora, invece, i tifosi del Forest che non avevano fatto il viaggio verso sud che cosa avrebbero potuto sapere di tutto questo? Poco, ma, in effetti, più di quanto io mi sarei aspettato: a quanto sembra, grazie a Dennis Marshall, il commentatore del Forest per la BBC, che riuscì a dare la copertura della maggior parte del match facendola trasmettere dal sistema di altoparlanti del City Ground, durante la partita delle riserve che si disputava in quello stesso pomeriggio. “Uno dei membri del Committee mi aveva chiesto ‘passeremo dei guai per questo, Dennis, non è vero?’, e io gli risposi ‘oh no, ho parlato con la FA e ho parlato con la BBC, sono d’accordo tutte e due’. A dire il vero, in effetti avevo chiesto il permesso a entrambi, ma mi avevano detto tutte due di no. Ma avevo pensato, che vadano al diavolo. C’erano un sacco di partite, quel giorno, alla radio, non c’era solo il Forest, così negli intervalli tra i miei interventi ufficiali stavo in contatto telefonico con gli addetti ai nostri altoparlanti, che ritrasmettevano agli spettatori il risultato e le informazioni più importanti. All’intervallo, gli altoparlanti diedero il seguente annuncio: ‘non vorremmo dirvelo, ma le cose vanno molto male, stiamo per essere eliminati'”.

Il Forest era sotto e due a zero. Un rinvio di Chic Thomson aveva preso in pieno un attaccante del Tooting, che aveva poi accompagnato la palla dentro la rete, poi un calcio di puro alleggerimento da quarantacinque iarde aveva colpito la parte inferiore della traversa e era finito dentro. Il Forest si avviava già a uscire dalla FA Cup, e a entrare come storia del giorno nelle ultime pagine dei giornali della domenica. A casa, mia madre stava nella dispensa, nascosta dalla radio.

“Mamma, perché non la spegni?”; quella domanda la ripetei anni più tardi, nel corso di un incidente simile, questa volta con la televisione. Incapace di reggere la tensione di una conclusione ai rigori di una partita di Coppa del Mondo dell’Inghilterra, mia madre era uscita in giardino, dove se ne stava in piedi senza fare nulla. Questo sarebbe stato comprensibile se fosse stato ancora vivo mio padre, quando lei non aveva il possesso del telecomando, ma allora in casa c’erano solo lei e il gatto. Lei disse che preferiva capire quello che stava succedendo dai rumori della folla che arrivavano ancora dalla televisione, attraverso i muri. In realtà, penso che volesse stare il più possibile lontano dalla fonte di sofferenza, senza però eliminarla completamente. Beh, nel 1959, in quanto moglie di un giocatore, non ne sarebbe potuta stare lontano per molto, comunque sia.

In realtà, in una relazione che coinvolge un essere umano che fa sport, sono i compagni o le compagne che non giocano a soffrire di più. Siedono sugli spalti, impotenti e incapaci di aiutare in qualsiasi modo, separati dal resto del pubblico dalla marca particolare della loro ansia. Mia madre fu sempre una spettatrice nervosa, incapace di divertirsi veramente alle partite di mio padre, sia quando era giocatore, sia quando era coach. “Mi emoziono troppo”, diceva.

Lui giocava, lei si preoccupava. Qualche tempo dopo, tutti noi avremmo giocato, e lei si sarebbe sempre preoccupata. Soverchiata da quattro maschi giocatori di calcio nella sua stessa casa, mia madre era un po’ il ricettacolo domestico della preoccupazione. Non era solo la paura che mio padre si facesse male, o che uscisse di squadra, o che fosse esonerato, anche se erano anche queste paure sempre presenti. Era piuttosto il peso di tutte le altre cose che avrebbe dovuto fare e cui avrebbe dovuto badare mentre era costretta a concentrarsi sul football che la schiacciava.

“Non mi preoccuperei così tanto di cose sulle quali non possiamo farci niente”, avrebbe detto mio padre alle ultime notizie portate da mia madre sulla nostra situazione finanziaria, o su qualche preoccupazione riguardante noi bambini, e sarebbe piombato in un sonno profondo e immediato. Per di più, mio padre prese letteralmente a calci mia madre per ogni notte della loro vita matrimoniale. Succedeva qualcosa mentre lui era incosciente, e questo qualcosa si manifestava nella forma di un’onirica partita di calcio. Un replay interiore della partita del sabato precedente, o un’anticipazione di quella del sabato successivo. Forse era il suo modo di avere a che fare con le questioni sulle quali non poteva far niente. Forse sognava dei sogni dei cani, con un pallone al posto dei conigli.

Non so quanto tempo mia madre avesse passato nella dispensa, ma alla fine il Forest riuscì a rimontare nel secondo tempo, e a strappare un pareggio. Uno dei solchi ghiacciati del loro campo li tradì, deviando un passaggio indietro dalle braccia del portiere e destinandolo in fondo alla rete; poi l’arbitro concesse un rigore per un fallo che solo lui aveva visto. 2-2.

Il replay al City Ground cominciò — pessimisticamente — prestissimo, in modo da consentire la disputa degli eventuali supplementari con la luce naturale, ma su un prato sul quale si sarebbe potuto giocare a biliardo il Forest vinse facilmente per 3-0, e mio padre realizzò il terzo gol.

È diventato un luogo comune, il precoce ostacolo di ogni avventura di successo nella FA Cup: la paura per un eliminazione anticipata, la partita che si sarebbe dovuta perdere e che diventa, con il senno di poi, il punto di svolta dell’intera campagna. Anche se ora, forse, non c’è più spazio per il senno di poi. Nel 1959 le sorprese, in FA Cup, avvenivano, o non avvenivano. Ora ci sono troppi soldi in ballo per non spremere tutto il valore possibile da qualsiasi più piccolo evento. Le storie di giant-killing sono raccontate in anticipo, per proteggeresti dall’eventualità che sul campo le cose vadano poi diversamente. In questo modo, possiamo goderci tutta la bellezza del “romanzo della FA Cup”, prima che la realtà venga a reclamarne le spoglie. Naturalmente, una volta che tutta la macchina narrativa di stampa, radio e televisione è stata messa in moto per costruire la vicenda, ogni conclusione diversa da quella pre-costruita dai media costituisce una delusione.

Per esempio, la sorpresa più grande, in prospettiva, del terzo turno della Coppa del 2004 sembrava poter essere l’eliminazione del Liverpool da parte dello Yeovil Town, la squadra che detiene il record assoluto di “leagued team scalps”. Vennero evocate tradizioni gloriose e il precedente del 1949; nello studio cominciò il solito business dell’analisi delle possibili conseguenze di un tale miracolo. Mezz’ora prima della partita il Liverpool aveva già perso, Gerard Houiller era già stato esonerato e già si teneva un fervente dibattito su da dove il club avrebbe dovuto ripartire, e su chi l’avrebbe preso in mano. All’intervallo il Liverpool conduce per uno a zero, piuttosto comodamente, ma il giornalista piazzato nel tunnel ha l’ordine di non mollare il fantasma dei giant-killing del passato. Riesce a catturare il manager dello Yeovil per una piccola seduta spiritica, proprio prima del secondo tempo: “C’è un po’ di nebbia, proprio come nel 1949…”, suggerisce allo stupefatto allenatore.

La quasi eliminazione del Forest al terzo turno avvenne, e se ne parlò nei report, tutto qui. Ora i meccanismi dell’attenzione mediatica non permettono alle partite semplicemente di svolgersi: quelle più importanti devono essere avvolte in schemi narrativi già preparati. Le storie sono già lì, in attesa che i fatti vi si conformino. “Ooooh, se la palla fosse entrata sarebbe stato il gol più veloce della storia della Coppa del Mondo!”, “Se Roy Keane avesse segnato proprio nella sua sesta partecipazione alla finale riebbe stata davvero una bella storia, ma anche quella di Andy Marshall non è male, a dire il vero.”

Naturalmente, il gioco non è mai stato avaro di storie da raccontare: ne è stracolmo, e spesso sono proprio quelle a costituire la sua maggiore attrattiva. Nessuno di noi, in effetti, guarda una partita di calcio solo per ammirarne i puri gesti tecnici. Ma ora sono le storie a condurre per mano il gioco, è la costruzione degli eventi a imporci di pensare a essi in un certo modo. La metà dei vecchi professionisti con i quali ho parlato mi ha detto di divertirsi sempre molto a guardare il calcio, ma che lo guarda con l’audio abbassato.

Il Forest andò avanti, batté il Grimsby, il Birmingham, i detentori del Bolton Wanderers e l’Aston Villa, e il clamore del rischio corso nel terzo turno sul campo del Tooting & Mitcham rimpicciolì quietamente negli specchietti retrovisori, turno dopo turno.

FA CUP 3RD ROUND – TOOTING & MITCHAM V NOTTS FOREST

È un libro, tutto sommato — come si può vedere da questi brevi stralci — melanconico, triste, tale da spingere alla nostalgia anche chi quegli anni lì non li ha mai vissuti. Gary Imlach, tifoso dell’Everton (la squadra della quale suo padre era coach quando Gary era abbastanza grande per diventare un tifoso vero, ha ammesso più volte di non essere più tanto appassionato al calcio.

Imlach segue il ciclismo da giornalista, in rete si possono vedere diverse foto sue con Cavendish, e, in una intervista rilasciata qualche anno fa alla BBC, in occasione dell’uscita del libro, ebbe modo di dichiarare la sua poetica, quella che permea, come si è potuto leggere bene anche in queste poche pagine: “forse è stato crescere, forse è stato il vivere all’estero per un po’, forse è stato il cominciare a nutrire altri interessi che portano via un sacco di tempo, sono tutte cose che hanno contribuito alla diminuzione del mio interesse. Però — e qui è necessaria una generalizzazione — è molto più difficile ora per un tifoso immedesimarsi nei giocatori di quanto non lo fosse un tempo, quando i giocatori erano parte integrata della comunità che rappresentavano, e vivevano nella casa accanto a quella di coloro che li venivano a vedere: spesso, anche in Prima divisione, facevano la strada insieme, al ritorno dalla partita. Date tutte queste cose, penso che il mio distacco sia stato inevitabile”.

|

Annunci

5 commenti

Archiviato in 1959 fa cup victory

5 risposte a “La terza più importante partita della loro storia.

  1. vale

    Salve, volevo sapere per favore come contattarvi per una eventuale collaborazione. Il mio indirizzo email è refsporty4@gmail.com.
    Grazie in antricipo. Buona serata

  2. Andrea

    Vabbè i complimenti per questi articoli ormai prendili come standard, per quanto mi riguarda.
    A me comunque ste storie di dilettanti vs campioni piacciono, anche se è vero che i media ci marciano. Però cavolo, quant’è bello per dire sentire di questi (mega)dilettanti della quarta divisione scozzese che giocano ad Ibrox davanti a cinquantamila persone. Ho visto il servizio su un assistente sociale tifoso dei Rangers che aveva segnato il gol del vantaggio in una partita che poi i suoi hanno perso 4-1.
    E penso che quasi chiunque di noi un minimo allenato potrebbe, o avrebbe potuto, giocare nella quarta serie scozzese. E però queste cose sono proprio tipiche britanniche, perchè solo li una squadra in quarta divisione di un campionato del genere fa 50mila spettatori.
    Credo che questo sia uno dei pochi stereotipi sullo sport britannico che reggono davvero.
    E secondo me, ritornando al discorso FA cup vs Coppa di Francia, questo è anche uno dei motivi per cui in FA cup le storie dei dilettanti sono così succose: cioè tu giocatore di settima divisione sai che se vai a Old Trafford ci sono comunque sulle 60mila persone a vederti, al Parco dei Principi non credo. A San Siro o a allo JS sarebbero mille.
    Andrea

    • Infatti, Andrea, il plusvalore della FA Cup rispetto a quelle che pure cercano di ricalcarne la formula è la mostruosa cultura sportiva inglese. Baa girare un sabato o una domenica in una città, nei parchi e per le vie in cui ci sono gli impianti, per vedere la quantità assurda di persone che praticano, studiano o insegnano qualsiasi tipo di sport “da prato”. Una volta, passando di mattina vicino al pensionato militare di Chelsea, ho visto dei vecchietti giocare a cricket, con anche un folto pubblico. Certo, la cultura sportiva va, appunto, coltivata, e una formula come quella della Coppa Italia, studiata apposta per far arrivare alla fine con il minore incomodo possibile le quattro squadre più forti è la negazione assoluta di tutti i valori attorno ai quali gira la Coppa inglese, e è figlia del nostro motto nazionale, non solo sportivo, secondo il quale ai forti e ai potenti tutto è dovuto, e tutto è permesso.

  3. Andrea

    Si infatti, la formula della Coppa Italia è davvero un orrore, addirittura le teste di serie perdio..mi ricordo che un anno, tipo 98 mi pare, si giocava in turno unico in casa di chi aveva ottenuto una posizione peggiore l’anno prima, questa era la formula più “filopiccole” che abbia visto in Italia, ma è stata abortita subito. (E comunque era imperfetta, il sorteggio totale evidentemente è proprio fuori portata).
    Secondo me non è solo una questione di “attenzione ai potenti”, o meglio, non è questione di attenzione ai potenti per far piacere ai potenti stessi (non credo che la Coppa Italia tutto sommato interessi più del dovuto a Juvemilaninter),
    Credo che, date per “spacciate” tutte le partite dai quarti in su, si voglia quanto più possibile assicurare semifinali tra grandi squadre per avere comunque un certo dato di ascolti: Juve-Milan dell’anno scorso valeva molto più in quanto Juve-Milan che in quanto semi di Coppa.
    Bellissimo l’episodio che citi comunque, forse questa passione per gli sport da prato è la causa principale delle prestazioni disastrose di tutte le nazionali britanniche in sport con la palla da palestra, tipo basket pallavolo pallamano ecc.
    (Tra l’altro, adesso che ci penso, è curioso che tutti questi sport abbiano molto più seguiti nell’Europa meridionale che in quella settentrionale,
    dove il tempo parecchio infame dovrebbe favorire l’attività in palestra).
    Andrea

  4. MAN U fan

    Bel pezzo (che solo oggi ho avuto modo di leggere e commentare) che effettivamente fa venire nostalgia di quei tempi anche a chi quei tempi non li ha vissuti.
    Il racconto tratto dal libro in realtà lo vedo un po’ come una critica alla ”favola della FA Cup” ricercata sempre e comunque anche quando non ci sarebbe.
    Per me però,anche oggi,il 3rd round è sempre l’inizio di una meravigliosa favola,di un evento unico e irripetibile,anche se le cose sono molto diverse da quelle di un tempo,e i calciatori dei team di Premier sono delle star che sembra abitino su un altro pianeta.
    Però l’FA Cup rimane la stessa,perchè sul campetto sconosciuto di periferia con sullo sfondo il balcone della signora tal dei tali affacciata a guardare il match e le strade del paese ci possono ancora capitare pure Rooney e Torres.
    Magari la maggior parte delle volte il giant-killing non si materializza (soprattutto se si va al replay),però almeno lasciateci la possibilità dei ‘vederlo’,di sognarlo….il fascino della Coppa è anche questo,vedere speranze dove razionalmente non ce ne sarebbero,e pazienza se non sempre va come vorrebbero i neutrali.

    Le altre coppe nazionali lasciamole stare,non hanno l’1% del fascino e della magia che avvolge l’FA Cup.

    P.S. Quella partita del Liverpool del 2004 poi come finì?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...