Il senso di Brian per gli sbarbi.

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Lo so, abbiamo battuto il Cardiff City, e martedì giocheremo contro il Blackpool, quindi l’attualità dovrebbe prevalere sulla nostalgia. Ma è un po’ che non pubblico un articolo sui vecchi tempi, e le domeniche di ottobre sono molto adatte al ricordo. Domani commenterò la bella prova contro i Bluebirds, ma prima beccatevi questo.

Io lo devo dire: del periodo di Clough al Forest amo soprattutto le storie del periodo di mezzo. Perché sono quelle che conosco meno: erano i tempi in cui il calcio inglese era quasi completamente oscurato dalla già scarna informazione sportiva italiana, per via del rancore post-Heysel e del bando che privava delle squadre inglesi l’unico palcoscenico allora minimamente fruibile per televisione, le coppe europee.

E anche perché dalla metà degli anni ’80 alla fine del decennio è stato il periodo in cui, forse, ho seguito meno il calcio in vita mia. Erano anni di altre scoperte, di altre esplorazioni, della sopravvenente maturità: guardavo qualche partita alla tele, ma senza tanta passione. Anche la mia passione per il Forest — così come quella per l’Inter — si era molto indebolita. Se capitava, guardavo i risultati, ma nulla di più.

Per questo motivo, quasi tutte le storie che parlano di quel periodo sono nuove anche per me. È un po’ come guardare delle puntate che non si sono mai viste di una serie televisiva o di un cartone che ci piaceva quando eravamo piccoli: si riconoscono alcuni personaggi, si vede che qualche altro personaggio a cui ci si era affezionati non c’è più, e si rimpiange anche, un po’, l’ingenuità di quegli anni, di quelle narrazioni, e della meraviglia che provavano quei noi stessi di allora di fronte a quei racconti.

Da questo punto di vista, una fonte inesauribile di meravigliati rimpianti è il bellissimo All life’s a game, di Trevor Frecknall, il libro di un altro giornalista sportivo del Nottingham Evening Post. È forse meno bello di quel vero e proprio capolavoro che è Provided you don’t kiss me, di Duncan Hamilton, suo collega, ma è più ricco di fatti, e, soprattutto, riesce a raccontare il Nottingham Forest e Brian Clough inserendo le vicende del manager e della società nel contesto sociale e economico del Nottinghamshire di quegli anni, gli anni della de-industrializzazione e della crisi che cominciava a colpire le due più importanti industrie della città delle Midlands, la Raleigh e la John Player Special. Voglio dire, ora chi se ne frega del contesto sociale e economico, arriva uno zozzone pieno di soldi da qualche buco di culo del mondo in qualche altro buco di culo del mondo (calcisticamente o anche non calcisticamente parlando) ancora peggiore e ci impianta su una squadra della madonna in quattro e quattr’otto: ma allora, prima degli agenti e dei PR, una squadra era diretta emanazione della sua comunità di appartenenza, e ne accompagnava spesso, a volte precedendole, a volte essendone preceduta, le fortune sociali e commerciali.

Frecknall era meno intimo di Clough di quanto non lo fosse Hamilton, anche se ci parlava spesso, pare anche con una certa confidenza; proprio per questo il suo libro si sofferma più di quanto non faccia quello del suo collega su personaggi secondari, anche marginali, della storia del club.

Quella che volevo raccontarvi oggi viene proprio da quel periodo “oscuro”, la fine degli anni ’80. È una delle stagioni più tristi della storia del Forest, se non la più triste in assoluto, e è la storia di tre di questi “personaggi secondari”: si tratta di tre ragazzi delle giovanili e delle loro alterne fortune. È un racconto che mostra quale fosse il rapporto di Brian Clough con i ragazzi del Forest: il Gaffer era un misto tra un insegnante, un sergente maggiore e un padre, e aveva con i ragazzini che bazzicavano la squadra un rapporto molto più stretto e profondo di quanto — immagino — non abbiano adesso con loro i manager dei grandi club della EPL (perché sì, allora il Forest era un grande club della Prima Divisione inglese). Ecco, posso immaginare, forse, che Ferguson tratti — a volte — con i ragazzi dell’accademia nel modo in cui lo faceva Clough, ma le dimensioni del Man U di adesso e quelle del Forest di allora non sono paragonabili, e non penso che sir Alex abbia tutto il tempo che aveva sir Brian per guardare ai vivai; e, comunque sia, si tratta sempre di un manager della vecchia scuola, che incontrò Clough sul campo, che lo conosceva e che lo rispettava.

Il titolo del capitolo è Is the non-shaver strong enough?, ovvero, Lo sbarbatello è abbastanza forte?

È la domanda che si è fatto, prima o poi, qualsiasi allenatore di prima squadra assistendo alle imprese di qualche sgallettato delle giovanili di fronte ai pari grado, e immaginandoselo affrontare qualche terzino pelato ultratrentenne assetato di sangue che sa che il rinnovo del suo magro contratto e gli ultimi spiccioli che riuscirà a spremere dalla sua faticosa carriera passano anche da quanto poco riuscirà a far giocare l’esuberante esordiente. Il brutto e il meraviglioso, del calcio così come della sua meno articolata metafora, la vita, è che nessuno può dirlo, prima. La differenza tra Brian Clough, anche di un Brian Clough in quella che alcuni identificano già come la sua fase calante, e un allenatore normale è che, di solito, Brian Clough riusciva a indovinarlo prima, e che quando pensava di sì, non aveva paura di mettere alla prova le sue convinzioni.

Ladies and Gentlemen, from Nottingham, East Midlands, Trevor Frecknall!

Per trascinarmi fuori dall’ufficio durante gli inverni nei quali era Hamilton [Duncan Hamilton, l’autore di Provided… del quale abbiamo parlato sopra, che era subentrato a Frecknall nel seguire le partite del NFFC] a seguire fedelmente le sorti del Forest, andavo spesso a seguire le partite di qualche A-team dei dintorni al sabato mattina, per scriverne uno scarno report da pubblicare il giorno dopo. Gli A-team, in sostanza, erano le squadre giovanili, la parata delle speranze dei club della lega; gli apprendisti diciottenni che durante una partita lottavano per trasformare i loro sogni adolescenziali in adulte realtà con molta più forza e passione di quante non ne avessi messe io in una vita passata sul bordo del campo.

I ragazzi del Mansfield Town, per esempio, giocavano su un campetto esposto e battuto dal vento di una scuola del villaggio di Edwinstowe il cui groundsman, venni poi a sapere, era Johnny Franks, che era stato l’opening bowler sinistro per la squadra di cricket delle scuole del Nottinghamshire Under 15 nella quale avevo giocato anch’io nel 1960. Lui andò avanti con il cricket, tanto da ottenere un provino al Trent Bridge per un posto della squadra della Contea per il Championship, ma, incredibilmente, fu scartato dal comitato quando i commissari si resero conto che era balbuziente. Immaginatevi, dunque, la sua gioia quando poi, molti anni dopo, nel 1996, suo figlio Paul si guadagnò un posto nella stessa squadra della Contea.

Il Notts County, invece, non aveva un luogo fisso per le sue partite nella Midland Intermediate League. A proposito, mi ricordo che una volta il grande manager del County, Jimmy Sirrell, mi raccontò che la parte più difficile del suo lavoro era proprio mettersi seduto accanto a un ragazzino alla fine di una stagione agonistica, guardarlo negli occhi e dirgli “ragazzo, mi dispiace molto…”. Il manager-che-non-parlava-mai mi spiegò: “È come dire a un ragazzo che ha una malattia mortale, perché se un ragazzo è arrivato fin lì è perché il suo unico sogno è quello di giocare al calcio e di essere un calciatore. E tu stai per uccidere quello che ha di più caro: la sua ambizione”.

E, anche se Brian Clough non mi disse mai nulla di simile, condivideva questo sentimento. Steve Stone è la prova tangibile di ciò.
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Steve Stone Nottingham Forest
Difficile riconoscere in questo signore precocemente invecchiato Steve Stone, il ragazzino di cui si parla nell’articolo.

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Nonostante i suoi difficilmente dissimulabili doposbornia, e nonostante il mantra che ripeteva continuamente, “voglio controllare tutto al club, da chi lava le magliette in su”, se il Forest giocava in casa il sabato pomeriggio, Clough, alla mattina, non si perdeva una partita dell’A-team. Compariva invariabilmente a un certo punto a bordo campo con il suo golden labrador, Del Boy, alle calcagna, per veder giocare i teen-ager. In quelle occasioni, anche il genitore più orgoglioso del frutto dei propri lombi distoglieva l’attenzione dal campo di gioco per guardare il Gaffer pattugliare il bordocampo guardando tranquillamente quello che succedeva sul terreno di gioco.

Per quanto riguarda Stone, gli vide solo calciare qualche pallone, nelle giovanili, prima dell’incidente. Stone era nato in Scozia nel 1971, in un paesino chiamato Knockentiber, ma era cresciuto nel Nordest dell’Inghilterra. Si era rotto malamente una gamba prima di riuscire a entrare stabilmente nella routine dell’A-team e dell’Accademia: allenamento alla mattina, pranzo al Jubilee Club (il bar convenzionato con la squadra, quello dei supporter), in modo da poter dare un occhio alla dieta, rifinitura con la prima squadra al pomeriggio, e vita nelle terrace-house di proprietà della squadra che sul dietro davano sulla parte di Bridgford End che finisce al City Ground.

Fu mandato a casa per recuperare dall’infortunio, ma scoprì con orrore, durante una visita, che l’osso si era saldato male, e che, quindi, la parte inferiore della gamba, una volta guarita, avrebbe formato una specie di arco che gli avrebbe reso impossibile giocare a calcio. Questo volle significare un’altra operazione per ri-rompere l’osso, e, per il ragazzo, un duplice dubbio: (a) se l’osso questa volta si sarebbe saldato giusto, e (b) se avrebbe recuperato la straordinaria mobilità e velocità che avevano contribuito a garantirgli l’agognato posto nell’Accademia del Forest. La seconda convalescenza la passò a Nottingham, questa volta, di modo che i medici potessero seguirne meglio il recupero.

A poco a poco cominciai a conoscerlo, a metà di quell’inverno, nella stagione 1988-89, mentre faceva esercizi di recupero con un’ala destra di quel tempo, Gary Crosby, anche lui in convalescenza. Li conobbi mentre facevano un’esercizio piuttosto strano, per rinforzare i muscoli delle gambe indeboliti da un grave infortunio. Crosby, che era stato tirato su per 15.000 sterline dall’oscurità della Beazer Homes League [la Southern League, come si chiamò per qualche anno: il settimo e l’ottavo livello del calcio inglese, appena sotto le due Conference], per la precisione dal Gratham, quando si era ormai rassegnato a fare del calcio il suo secondo lavoro, dopo quello di carpentiere, e che aveva sofferto un grave infortunio al ginocchio in una partita di campionato contro il Coventry City, a metà del novembre del 1988; una campana a morto per le sue ambizioni calcistiche, almeno a guardare quello che Clough aveva patito nella sua carriera.

[Allenatore del Gratham, allora, era Martin O’Neill: non è escluso, anche se le fonti non lo riportano, che fosse stato proprio Martin a segnalare a Clough il giocatore.]

Era appena passato Natale, e a turno spingevano la berlinetta di Crosby su per una leggera salita, in una viuzza a fondo chiuso accanto al Jubilee Club. Uno spingeva, l’altro sedeva al volante e guidava. Poi si scambiavano di posto. Ogni tanto, il fisioterapista del Forest, Lyas, veniva fuori e controllava quello che stavano facendo. L’unica cosa che Lyas non riuscì mai a sentire da parte dei due ragazzi è un lamento. Circondati da tre lati da alti muri in mattoni, l’unica cosa che i due riuscivano a vedere ogni giorno attraverso occhi socchiusi dal sudore era la possibilità di poter giocare di nuovo.

Io parlavo loro abbastanza spesso, le poche volte che si prendevano qualche minuto di riposo, non solo perché ero pieno di ammirazione per la loro determinazione, ma anche perché mi era venuta voglia di scrivere un articolo su di loro. Purtroppo, mi avevano detto chiaramente che non avrebbero più parlato con me se avessi osato far e una cosa del genere. Insomma, non credo proprio che sarebbe piaciuto loro che io pubblicassi una foto di loro che spingevano un’auto…

La spiegazione che mi davano? “Il Gaffer non vuole leggere articoli sui giocatori infortunati”.

Una volta o due, mentre chiacchieravo con Clough, misi alla prova questa loro affermazione. Invariabilmente, ogni volta che finivamo un’intervista, il Gaffer mi chiedeva: “Qualcos’altro da chiedere, prima che torni al lavoro?”. Così, gli chiesi se pensava che Crosby avrebbe potuto tornare a giocare, e gli parlai anche di “quell’altro ragazzo così determinato che sta lavorando con lui per il recupero”.

Gli occhi di Clough si rabbuiarono; cercava sempre di dare una risposta alle mie domande, in quel caso, però, mi disse: “non appena lo saprò con certezza, te lo farò sapere”.

E, in effetti, verso la fine della stagione 1988-89, terminando una chiacchierata mi disse la formazione che avrebbe schierato il sabato seguente: “Oh, a proposito, hai una piccola storia da pubblicare per sabato: ho deciso di proporre al giovane Stone un contratto da professionista. Non ho idea se davvero lo valga o no, ma da quello che mi hai detto tu, e da quello che ho visto, merita una possibilità. E i miei allenatori, la cui opinione del resto vale molto più della tua, mi hanno detto la stessa cosa. Non ha avuto una sola possibilità di far vedere il suo valore da apprentice, qui, così vedremo come si comporta in prima squadra nei prossimi 12 mesi.

“Bellissimo, Brian!”, dissi.

“No.” disse quasi con irritazione. “Sarà bellissimo solo se ce la farà. Se non ce la farà, avrò buttato via un altro anno della sua vita , e io avrò segnato sulla lavagna della mia, di vite, un’altra decisione sbagliata”.

“Beh, il tempo impiegato inseguendo un sogno non è mai buttato via, no?”, risposi.

“Piantala. Le frasette a effetto sono il mio lavoro. Però, ammetto che questa non è male. Smetti di ridere e scrivila. Ora togliti dalle palle [now fuck off] e lasciami lavorare”.

“Niente altro?”

“Stai diventando avido. FUORI DALLE PALLE!”

Stavo uscendo dal corridoio che portava al suo ufficio il posto in cui parlavamo e in cui mi rilasciava le sue interviste — per tornare nel foyer pubblico, quando lo sentii urlare “Ehi, aspetta un attimo!”.

Mi girai, e, con mia sorpresa, mi fece entrare nel suo ufficio, il sancta sanctorum, come lo chiamavano tutti con reverenza. Mi fece sedere, mi allungò un ginger scotch, si versò una vodka (un compito che, di solito, chiedeva a Carol — la sua segretaria — di adempiere) e si sedette alla scrivania, sempre indossando il berretto piatto che era diventato uno dei suoi marchi di fabbrica.

“Sto anche per offrire un contratto di un anno al giovane Scot Gemmill“, mi disse a bassa voce.
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Scot Gemmill con la Zenith Data System Cup
Scot Gemmill (a sinistra) e Kingsley Black con la Zenith Data System Cup (o Full Members Cup) conquistata dal Forest nel 1992 grazie alle loro reti, ben tre anni dopo gli eventi narrati nell’articolo. Non stupisce che tre anni prima Clough lo giudicasse un “bairn”.

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“Bene”, dissi segnando anche questo sul taccuino.

“Non perché suo padre lavora per me. Bada bene. Quel piccolo bastardo [Archie Gemmill, formidabile giocatore scozzese del Derby County e del Forest di Clough, quello che giocava i palloni conquistati a centrocampo da McGovern] sta puntando il mio lavoro, ma non lo avrà mai, puoi starne sicuro.”

Stava sorridendo, con le guance accese dall’arietta che saliva dal Trent, e da un ritorno della sua naturale e quasi infantile malizia.

“Posso scriverlo?”

“Meglio di no”, mi disse. “Ma il giovane Gemmill ha fatto abbastanza da far pensare che potrebbe farcela. L’unica mia preoccupazione è se sia abbastanza forte.”

“Si infortuna?”

“Non è tanto questo.” La voce di Clough era diventata poco più di un sussurro cospirazionista, anche se eravamo soli e la porta era chiusa. “È ancora un ragazzino [Clough dice “bairn”, che è la parola scozzese per indicare un bambino]. Ha diciott’anni, ma penso che non si faccia nemmeno la barba. Avrà tipo un paio di peletti in tutto su tutto il corpo. È ancora un ragazzo, e questo è un gioco da uomini. Ma le altre qualità che dovrebbe avere un giovane calciatore le ha tutte. Così gli darò un anno. Lui e il giovane Stone sono molto amici, e si faranno coraggio l’un l’altro. E non farmi fare la figura del vecchio rincoglionito sentimentale nell’articolo, mi raccomando. Ora finisci di bere e fuori dai coglioni. Fai di quel che ti ho detto quel che meglio credi.”

Naturalmente, la cosa importante non è quello che avrei o non avrei fatto io con questa storia, ma quello che Steve Stone e Scot Gemmill avrebbero fatto della doppia scommessa di Clough.

Sono diventati tutti e due nazionali. Altri due giocatori che debbono a Clough quel po’ di tempo in più per far diventare realtà i loro sogni… e tutto questo nel tempo in cui il maestro dei manager avrebbe dovuto essere in parabola discendente.

Stone, diventato meno veloce ma più potente dopo l’incidente, grazie a tutto il tempo passato a spingere l’auto di Crosby, giocò 229 partite per il Forest nei dieci anni a partire dal 1989, soprattutto all’ala destra, il posto occupato prima di lui da luminari del ruolo quali Martin O’Neill e Trevor Francis. Fece nove apparizioni con la maglia bianca dell’Inghilterra, e fece parte della squadra selezionata per Euro ’96.

Il giovane Gemmill (sarà sempre “il giovane Gemmill”, a causa dell’impressionante traccia lasciata dal suo battagliero padre) giocò 245 partite per il Forest negli anni ’90, e si guadagnò 26 cap con la Scozia. Seguì le orme di suo padre anche dopo il ritiro, diventando allenatore; ora lavora per la Federazione scozzese, nello staff della nazionale Under 19.

* * *

Purtroppo, Gary Charles, che aveva esordito nella stessa partita contro il Coventry nella quale Cosby si era fatto male, non era atteso da un destino simile. Era diciottenne anche lui, un terzino non possente ma velocissimo, nato a Newham, nella West London. Fece un debutto sensazionale, addirittura fuori dal suo ruolo preferito, messo all’ala sinistra in una squadra devastata dagli infortuni.

Ancora più sorprendente è il modo in cui Clough decise di rischiare la carta del suo debutto, in quel mercoledì notte: da quello che aveva visto nel corso di una partita della Derby Sunday League quattro giorni prima. Il figlio maggiore di Clough, Simon, che di giorno gestiva una grossa edicola a mezzo miglio dal campo del Forest, a West Bridgford, allietava le sue domeniche allenando una squadretta locale di dilettanti. Brian, assecondando il suo istinto paterno, incoraggiva gli apprentice del Forest — e anche qualche giocatore un poco più vecchio, se viveva ancora nel lodge del club — a prendere parte a queste partite. C’erano due ragioni per le quali lo faceva: la prima era tenerli d’occhio nell’unico momento della settimana in cui avrebbero potuto sfuggire al suo controllo, in modo che non si mettessero nei guai. Il secondo è che era un ottimo modo per insegnare loro il comportamento che lui si aspettava che un giocatore tenesse sul campo.

In quella particolare domenica del novembre del 1988, a Simon mancava un giocatore, e Brian propose di usare uno dei ragazzi dell’Accademia. Ci fu una breve discussione sulle norme che regolavano l’eleggibilità dei giocatori in quella lega, ma il verdetto unanime che scaturì dal dibattito — cioè, il parere di Brian — fu che “quei tizi (gli avversari) non protesteranno per il semplice motivo che non sapranno che è un abusivo, perché non l’hanno mai visto prima d’ora, e perché probabilmente passeranno anni prima che possano vederlo ancora. Si camufferà perfettamente nel tuo branco di cagnacci.”

Con somma sorpresa del ragazzino, il maestro del manager vide in quei 90 minuti giocati su un campetto spazzato dal vento abbastanza da selezionare Charles per la partita contro il Coventry. Charles rispose segnando una rete, portando scompiglio tra le fila avversarie, e sollevando tanto scalpore da far scattare immediatamente una denuncia nei confronti del club del povero Simon per aver schierato un giocatore non registrato e ineleggibile. Un’accusa che nelle Football Association di contea viene spesso punita tipo con la condanna a morte.

Sembrava che il mondo fosse ai piedi di Charles, anche se avrebbe dovuto superare la competizione dei suoi rivali per il ruolo di terzino sinistro in squadra: e questi erano nientemeno che Brian Laws e Stuart Pearce.

Ma da quel novembre del 1988, ogni volta che il Forest doveva giocare una partita nelle vicinanze dell’East End di Londra, Clough diceva a Albert di portare il bus attraverso le case di Newham dove Charles era cresciuto. Albert rallentava — un po’ per il traffico, un po’ perché glielo diceva Clough — e il manager guardava fuori dal finestrino, ai casermoni di cemento, e si chiedeva “dove caspero ha imparato a giocare a calcio il ragazzino? Dove ha trovato un’aiuola d’erba per cominciare?”

Cercai di chiedere a Charles un sacco di volte la stessa cosa. La sua risposta, sempre la stessa, fu stringersi le spalle e ignorare ogni proposta di fare una storia fotografica su dove avesse mosso i primi passi da calciatore, in una carriera che lo portò a giocare otto anni nel Forest, e a vestire due volte la maglia della Nazionale inglese.

A parte un brusco contatto con la legge venuto da un incidente stradale occorsogli nel tempo del suo debutto, i suoi progressi furono tali da farlo entrare a vele spiegate nella prima squadra. Giocò anche la finale di FA Cup: Charles era lo sfortunato giocatore che fu quasi spezzato in due (naturalmente, per puro caso…) [l’ironia di Frecknall si riferisce al fatto che Gascoigne, infortunatosi al pari di Charles in quell’intervento e portato fuori in barella, non venne espulso dall’arbitro, come avrebbe dovuto essere tutta la vita; fatto che falsò quella partita, vinta poi dagli Spurs ai supplementari] dall’intervento omicida del famosissimo Gascoigne. Strano e triste il fatto che Charles abbia preso, via via, la stessa china di Gazza verso l’oblio. Dopo sole 56 partite nel Forest in quegli otto anni passati al City Ground, girovagò per Derby County, Aston Villa, Benfica, West Ham United e Birmingham City senza mai realizzare le possibilità che Clough aveva intravisto in lui una domenica pomeriggio sul campetto di un parco di Derby. E, mentre cercava di venire a patti con quello che la sua vita era diventata al di fuori del football, cominciò a avere tanti problemi con l’alcol da farsi anche un po’ di dentro e fuori nelle galere di Sua Maestà.
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Il fallo di Gascoigne su Gary Charles

Il fallo di Gascoigne su Charles.

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Stone, il giovane Gemmill e Charles. La vivida esemplificazione di che razza di lotteria sia il calcio, anche per i suoi interpreti più dotati.

E Gary Crosby, chiederete? Il ragazzo che possedeva la berlinetta con la quale lui e Stone cercavano di recuperare? Anche lui ce la fece, anche se la sua carriera fu meno brillante di quella del giovane Gemmill e di Stone: giocò per sette anni nel Forest, scese in campo 152 volte segnando 12 reti. Poi, dopo un periodo in prestito al Grimsby Town, girovagò per le serie minori inglesi fino al 1998, quando fu chiamato a assisterlo dal nuovo manager dei gialloneri, un suo caro amico dei tempi del Forest, il figlio di colui che l’aveva lanciato nel calcio professionistico: Nigel Clough. Giocò e allenò con Clough il Burton Albion fino al 2005, dopodiché divenne l’assistente di Nigel. Insieme, abbandonarono il Burton Albion per il Derby County nel 2009, e Gary è tuttora il secondo di Clough sulla panchina dei Rams.
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Nigel Clough e Gary Crosby

Nigel e Gary accolgono due nuovi acquisti al Derby County: James Bailey (sinistra) e John Brayford. È evidente, visto lo stato in cui versano Crosby e Stone, che la macchina di Gary aveva qualche problemino di emissioni tossiche.

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Ormai lo sapete: a Nottingham Forest Italia piacciono molto le storie collaterali, quelle piccole, quelle che, soprattutto da noi, non conosce quasi nessuno, quelle che vengono fuori come per troppa pressione da quelle relativamente più grandi, come l’epopea di Brian Clough.

Perché il calcio, soprattutto quello inglese, è un patrimonio di storie, e, ancor più, di mitologie, che nella storia dell’umanità ha paragoni solo con quello greco e con quello indiano; e non lo dico affatto pensando di esagerare.

Oltre che a Scot Gemmill, Steve Stone e Gary Charles, l’articolo cita di sfuggita un altro personaggio meraviglioso.

Jimmy Sirrell è stato un manager grandissimo e sottovalutato.

Scozzese di Glasgow, portò il Notts County dalla quarta alla prima divisione, e viene universalmente ricordato come il miglior allenatore che le Gazze d’oltre Trent abbiano mai avuto. Calciatore modesto, il suo massimo risultato fu di giocare qualche partita nel Celtic da riserva, giocò soprattutto nelle serie minori inglesi, e cominciò a allenare il Brentford, per passare al Notts County nel 1969, prendendoli in quarta divisione.

Allenò i bianconeri per dieci anni, portandoli in seconda divisione, li abbandonò un paio d’anni, dal ’75 al ’77, per lo Sheffield United, e poi li riprese dove li aveva lasciati, in Seconda Divisione, in piena lotta per la retrocessione; li risollevò, e li portò in Prima divisione nel 1981, per la prima volta dal 1926, sancendo l’impresa con una vittoria per 2-0 a Stanford Bridge, e abbandonò l’allenamento attivo, diventando general manager, l’anno dopo, dopo aver conquistato un onorevolissimo quindicesimo posto, senza mai correre nessun pericolo di retrocessione.

Tra l’altro, lasciò il posto in panchina a un’altra gloria locale, il nostro Larry Lloyd.

Tornò in panchina tre anni dopo, con il Notts County di nuovo retrocesso e in piena crisi finanziaria, per evitare la retrocessione in terza serie, ma fallì l’ennesima impresa; dopo altri due anni vissuti in panchina, senza gloria e senza infamia, in Terza Divisione, abbandonò definitivamente il calcio.

È uno dei tre manager, nell’intero secolo e mezzo di storia del calcio inglese, a aver portato una squadra dalla quarta alla prima serie. La tribuna principale del Meadow Lane, la County Road Stand, gli fu intestata nel 1993, quando era ancora ben vivo e vegeto, un riconoscimento rarissimo, credo, ma ben meritato. Quando il Chairman gli telefonò per chiedergli il permesso, Jimmy rispose: “’T would be a bloody honour, sir”.

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Jimmy Sirrel tribute gate

Il 25 settembre 2008, dopo aver saputo della morte di Sirrell, i tifosi del Notts County portano fiori e sciarpe di fronte alla tribuna che ha preso il suo nome.

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È un grande misconosciuto del calcio inglese; un grande non altrettanto misconosciuto del football britannico trovò queste parole, per ricordarlo il giorno suo funerale, cui volle a tutti i costi partecipare:

Quello che posso dire è che Jimmy è il manager che avrei voluto per la squadra di cui fossi stato tifoso, e che tutti i manager che l’hanno conosciuto la pensano allo stesso modo.

I manager davvero fantastici, quelli che tutti dovrebbero ricordare davvero, sono le persone come Jimmy, quelle che lavorano senza soldi, o con pochi soldi, e con giocatori tutto sommato modesti, ma che fanno nella loro carriera le cose straordinarie che ha fatto lui al Notts County e allo Sheffield United.

Alex Ferguson

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14 commenti

Archiviato in forest legends, La storia di Brian Clough

14 risposte a “Il senso di Brian per gli sbarbi.

  1. Komsomol_86

    Grazie infinite per le bellissime emozioni che mi fai provare leggendo questi post sulle storie e le leggende del Forest e anch’io preferisco di gran lunga le storie più nascoste,più celate,le più sconosciute,sono le migliori.
    Credo proprio che mi comprerò i due libri che hai citato nel post di Fracknall ed Hamilton,mi incuriosiscono tantissimo.

    • Grazie a te! Senza lettori così attenti, appassionati e competenti questo blog non avrebbe senso. I due libri valgono davvero la pena di essere letti. Sono scritti con un linguaggio piuttosto colloquiale, pieni dei termini coloriti che utilizzava Brian, alcuni gergali, ma con un po’ di internet sono perfettamente leggibili tutti e due.

  2. Paolo

    Ho scoperto oggi per caso questo blog e ho letto tutto d’un fiato questo racconto, anche io ti ringrazio e anche io credo che comprerò i due libri di cui hai parlato. Da oggi hai un lettore in più 😉

    • Grazie, Paolo! Mi fa molto piacere che ti sia piaciuto. Cerco di alternare apposta la cronaca della vita del Forest con racconti sempre incentrati sui Reds, ma di interesse un po’ più generale, in modo da dare qualcosa da leggere anche a sia generalmente interessato al calcio inglese, ma non specificamente ai ragazzi in Rosso Garibaldi.

      • Paolo

        E intanto siamo 1-0 avanti a Blackpool, Sharp non si ferma più!!!

      • Il luogo comune sugli attaccanti che si devono sbloccare è verissimo. Ora che ha rotto la diga, chi lo ferma più: è il più forte attaccante della lega, secondo me. Non so bene quali siano le clausole del prestito: temo che, se potrà, Atkins a gennaio lo richiamerà a Southampton, vista l’efficacia del suo reparto offensivo.

  3. MAN U fan

    Bel post,bella storia,complimenti per avercela proposta,di quelle che piaciono a me e non mi stancherei mai di leggere.
    Tu non stancarti mai di raccontarle.

    • Non mi stancherò di certo! Però sono post un po’ lunghi da scrivere, tra traduzioni, raccolta di materiali e tutto, per cui non ne posso produrre moltissimi (almeno, finché dovrò usare per il blog i ritagli di tempo!). Gli articoli di cronaca sono molto più veloci. Ora, sto preparando un articolo sulla finale di FA Cup del 1959, che spero vi piacerà. Grazie, però, per le belle parole!

      • MAN U fan

        Eh si,capisco quanto possano essere impegnativi questi post…
        Allora per leggerne di più aspetteremo che tu vada in pensione!
        🙂
        Anche se,di questi tempi,immagino potrebbe avvenire molto tardi,ammesso che avvenga!

  4. MAN U fan

    Alla fine le storie di Stone,Gemmill e Charles sono tutte più o meno a lieto fine:hanno comunque realizzato il loro sogno,anche se magari in proporzioni diverse a quello che avrebbero voluto,soprattutto Charles.
    Nessuno dei tre si è dovuto sentir dire quello che Jimmy Sirrell definisce ”la parte più difficile” del suo lavoro.
    Ecco,la figura di questo manager,la sua storia,le sue imprese,che solo marginalmente toccano questo post,sono la cosa che più mi incuriosisce,e delle quali amerei leggere…

    • Anche perché le storie dei ragazzi che dopo la trafila delle accademie se ne tornano a casa non la racconta nessuno… ce n’è una, però, di queste storie sfortunate, che mi piacerebbe moltissimo raccogliere sul blog, anche se non c’entra nulla con il Nottingham Forest: si tratta della storia di James Will, portiere della Scozia seconda classificata al mondiale Under 17 del 1989, vincitore del premio di miglior giocatore del torneo, che non riuscì a avere un contratto dal Birmingham alla fine del periodo nelle giovanili e tornò al suo paesello dove ora fa il postino, oltre che il portiere in una serie minore scozzese.

  5. Andrea

    Post bellissimo, che leggo con grande ritardo. Non posso far altro che quotare totalmente MAN U fan quando dice che non si stancherebbe mai di leggerle.
    La cosa del portiere postino scozzese forse l’avevo già letta da te, e n effetti credo che queste storie di carriere mancate siano ancora più affascinanti, anche perchè secondo me dicono un bel po’ di quanto sia complesso il calcio.
    Sarebbe bello affiancare storie come la sua non solo a quelle dei vari Stone e Gemmill, ma anche a quelle di gente come il famigerato Gus Caesar, che tempo fa avevo associato a Jenkinson. Ovvero: arrivare in alto quanto è talento+fisico+doti caratteriali e quanto aleatorietà, capitare nel posto giusto al momento giusto? Io non l’ho ancora capito, davvero. (Che poi è possibilissimo che questo Will di talento non ne avesse e basta eh, essendo un portiere poi lo è ancora di più vista la complessità del ruolo, però chissà, forse se il Birmingham l’avesse preso avrebbe avuto una buna carriera).
    Mi ricordo che Hornby scrive che al giorno d’oggi se sei bravo vieni notato per forza, almeno nel mondo occidentale. Io non ne sarei così sicuro, non s dove avrebbero giocato Gemmill e Stone se non ci fosse stato Clough.
    P.S. Bella anche la fine su Jimmy Sirrell, il Notts County non può che starmi simpatico, stando nell’intersezione tra storia del calcio inglese e cose che riguardano la Juve.

    • Grazie, Andrea! In effetti, nello sport come nella vita, ma più nello sport, il talento è una cosa misteriosa. Senza arrivare al caso di Gus Caesar, ci sono un sacco di giocatori dotatissimi dal punto di vista tecnico e fisico che poi, alla prova del nove, per qualche misterioso motivo non ce la fanno. Voglio dire, continuano magari a giocare al calcio, ma non ai livelli che ci si sarebbe potuti aspettare vedendo gli sfracelli che facevano nelle giovanili. A me viene in mente, per esempio, Stephane Dalmat, un giocatore con numeri e fisico spaziali, cui, però, la sorte aveva dato in dote un cervello da impiegato del catasto a due mesi dalla pensione. Viceversa, giocatori cui la natura nulla ha dato in termini di fisico e di doti naturali, come Sammy Lee, grazie alla pura forza di volontà sono riusciti a fare una carriera straordinaria, condita, oltre che da una dozzina di titoli nazionali, da un paio di Coppe dei Campioni.

  6. Andrea

    Ci metterei anche Chiumiento, che in Primavera della Juve sembrava un fenomeno, tra lui e Palladino sembrava dovesse nascere il nuovo Del Piero. Poi vabbè, anche Palladino un po’ ha toppato, ma almeno gioca in Serie A, lui l’ultima volta che ho guardato giocava in Canada.
    Poi vabbè c’è Polesel, che per me mestrino è un mito assoluto: tecnica da Serie A (l’aveva cercato perfino il Newcastle, quando aveva vent’anni) panza da bevitore di spritz e mangiatore di pesce, che andava a pescare lui stesso in laguna col barchino. Ha provato a giocare al Verona, ma gli mancava tutto ciò. Ergo, Mestre in C2, vederlo giocare era uno spettacolo. In molti lo chiamerebbero coglione per non aver sfruttato il suo talento, io penso che si sia scelto la vita che voleva.
    Ah, a proposito di giovani scozzesi dalla carriera deludente: un paio di settimane fa sulla Gazza (su ExtraTime) ho letto di uno che giocava nell’under 21 scozzese e che è finito in una squadra nordirlandese di un paese di 2mila abitanti, promosso in prima serie e adesso secondo in classifica, grazie anche ai suoi gol. Non ricordo i nomi, nè il suo nè quello della squadra, però bella storia anche questa.
    Andrea

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