Archivi del mese: ottobre 2012

“Going behind brought us to life”: Barnsley 1-4 Nottingham Forest

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A dire il vero, non sono d’accordissimo con l’analisi di Cox, riportata nel titolo del post: in realtà, avevamo giocato molto bene anche prima e, anzi, forse il nostro peggior momento l’abbiamo avuto proprio appena dopo il gol di Harewood, dal momento che abbiamo rischiato seriamente di prendere un altro gol che magari non sarebbe stato il KO, ma certo un knock down abbastanza duro da rimontare.

Fatto sta che, finalmente, proprio in quella che era stata presentata come “la settimana di fuoco”, abbiamo cominciato a far fruttare la qualità del gioco, convertendo in rete molte più occasioni di quanto non abbiamo fatto fino alla partita di Peterboro. Non che Cox e Sharp non abbiano sbagliato anche sabato i loro bei golletti, beninteso, ma è proprio la pressione complessiva esercitata dall’armonia e dalla fluidità del nostro gioco che sta cominciando a trovare ottimi sfoghi offensivi, anche se le nostre punte continuano a segnare un po’ con il contagocce.

Va detta una cosa, eh: non penso che la nostra squadra vada proprio valutata esclusivamente alla luce della partita di ieri sera. La difesa del Barnsley è stata a dir poco grottesca. Il primo gol di Halford è stato surreale, l’immobilità dei quattro difensori che hanno assistito al put in di Cox in occasione del secondo gol è stata degna di una rappresentazione di teatro dell’assurdo, il tiro di Cohen è stato bellissimo, ma la retroguardia del Barnsley gli ha fatto largo come se fosse uno che chiede i soldi nella metropolitana, e a quel punto la partita è finita. Noi abbiamo preso fiducia, abbiamo giocato benissimo, e loro giocavano con lo stesso entusiasmo di un bambino che va a fare le analisi del sangue.

La nostra formazione ricalca esattamente quella schierata martedì a Blackpool, con l’eccezione dell’inserimento di Moloney al posto dell’infortunato Ayala: il giovane irlandese si piazza sulla fascia destra, mentre Halford si sposta in mezzo. Non so voi, ma quando Halford si sposta in mezzo io sono sempre un po’ nervoso, e le mani corrono spesso a evocare scongiuri.

In panchina esordisce il nuovo arrivato Ward, il prestito da Norwich numero due in difesa. È un buon giocatore, protagonista nella promozione dei Canarini due anni fa, anche lui al rientro da una serie di infortuni che l’hanno tenuto lontano dai campi da gioco per quasi un anno e mezzo. È un’altra scommessa della coppia SOD-Burt (in questi giorni, posterò un articolo su Keith Burt, l’uomo che aiuta O’ Driscoll nella ricerca dei giocatori, perché, secondo me, sta facendo davvero un bel lavoro). Anche il portiere di riserva cambia: con Evtimov infortunato, Darlow è stato richiamato in tutta fretta dal prestito a Walsall e spedito subito in panchina.

Una panchina davvero sontuosa, visto che accanto al portierino di scuola Aston Villa siedono Ward, Jenas, McGugan, Blackstock, Coppinger e Greening. Non credo che questi giocatori (a parte, forse Greening) starebbero in panchina in molte squadre di Championship.

Camp

Moloney — Halford — Collins — Harding

Cohen — Majewski — Gillett — Reid

Sharp — Cox

Dall’altra parte, notevole, naturalmente, la presenza di Marlon Harewood, accolto in maniera festante dalla nostra tifoseria, e visibilmente emozionato (prima del bel gol ha dato un paio di zappate al turf che, probabilmente, nei tifosi ospiti ha fatto decisamente superare la contentezza per averlo ritrovato dalla contentezza per averlo dato via. Giocatore di scuola Forest, esordì con noi nel 1996, giocando sette anni al City Ground, 181 partite per 51 reti, e l’anno scorso tornò con un contratto di quattro mesi, giocando sei volte senza vincere mai e senza segnare mai. Era letale in League One, la categoria che rappresenta, probabilmente, la sua vera dimensione, più che sportiva, esistenziale.

Come il Blackpool martedì, anche il Barnsley rinforza il la fascia mediana lasciando Marlon da solo in avanti: centrocampo a 5, con Dawson davanti alla difesa, e Cywka, Perkins, Mellis e Done in linea.

Inizio arrembante del Forest oggi in maglia lightblue, ma la prima azione notevole è dei Tykes: Golbourne avanza fino alla trequarti e scambia sulla fascia destra con Done, il terzino cerca di accentrarsi all’altezza del limite della nostra area grande, la da in mezzo a Marlon sul limite dell’area, il nostro ex cerca di accentrarsi cercando la battuta di destro contrastato da Halford che è uscito dalla linea per marcare il centravanti, e, arrivato nella lunetta, calcia il pallone spedendolo dritto sul furgoncino degli hotdog.

Rimessone di Camp prolungato da Cohen che colpisce di testa sulla loro trequarti, Stones colpisce cercando il controllo ma tipo inciampa sulla stringa oppure vede qualcosa di interessante sul prato, fatto sta si ferma abbandonando la sfera a sé stessa; Reid si impadronisce della palla e si precipita verso l’area di rigore; arrivato nel punto preciso dell’incontro tra la lunetta e il vertice dell’area si ferma, fa una veronica e cerca la conclusione di precisione di interno destro a rientrare sul palo lontano, un po’ alla Del Piero, ma viene fuori un tiro debole e centralissimo ben controllato da Alnwick. Peccato perché Reidy si era liberato bene.

Lavoro di Cox con il pallone sulla fascia destra, riesce a liberarsi indietreggiando della marcatura di Golbourne arretrando, si volta e crossa molto in area; Billy Sharp e Foster si gettano a ariete sulla sfera, l’uno o l’altro la sfiorano soltanto e Alnwick se ne può impadronire agevolmente.

Stones avanza fino a metà campo e serve Dowson, di prima per Mellis che lancia Harewood sul centrodestra, Marlon entra in area completamente libero ma poco dentro il vertice destro cerca di colpire non si sa se per tirare in porta o per servire Perkins che si era smarcato in mezzo, fatto sta che colpisce il terreno, la palla ballonzola fuori e un paio di spettatori si precipitano dentro a piantare le patate dentro l’abbondante e invitante aratura.

Punizione per noi da circa trenta metri, posizione centrale, con Halford e Reid sulla palla. Tira Halford che colpisce la barriera, Gillett recupera sulla trequarti, dialogano Reid e Collins sulla sinistra, la palla finisce al nostro centrale che, in posizione da ala sinistra, crossa in mezzo; Foster respinge con la grazia di una balena spiaggiata e il cross si trasforma in un campanile che scende più o meno sul dischetto, dove c’è Cohen che sceglie la battuta a rete di prima: viene rimpallato dal muro umano che era rimasto davanti alla porta di Alnwick, la palla finisce a Reid nella lunetta, tira anche lui di prima ma il tiro è scoordinato, rimbalza davanti all’Irlandese e poi si perde fuori.

Halford avanza fino alla trequarti, la dà sulla sinistra a Reid che crossa di prima benissimo verso Sharp che perfettamente solo, poco oltre la linea dell’area piccola non trova di meglio da fare che spedire fuori.

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“Clamoroso errore di Sharp” sta diventando uno dei commenti più gettonati di Colin Fray.

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Gol sbagliato gol subito: azione tutta in verticale del Barnsley, Foster per Dawson per Mellis poco oltre la metà campo, Mellis vede lo scatto di Harewood e lo serve con un bellissimo lancio verticale: la palla passa in mezzo a Collins e a Halford, arriva a Marlon completamente libero sulla trequarti, Harewood avanza, si beve Camp e deposita nella porta incustodita.

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Come promesso ai suoi ex tifosi, Marlon non esulta dopo il gol.

Subiamo un po’ il colpo, il Barnsley continua a attaccare; Foster in proiezione offensiva porge a Dawson poco fuori area, Dawson allarga sulla destra a Harewood che fa un paio di passi sul lato corto e poi centra un pallone pericolosissimo che percorre tutto il lato dell’area di porta difesa da Camp senza trovare, per fortuna, il piedone di un ragazzo in maglia rossa per la deviazione decisiva: Moloney in ottima diagonale interviene alla fine —quasi sulla linea di porta — a spazzare in out dall’altra parte.

Comincia, però, la nostra reazione: Cohen alla rimessa sulla destra, all’altezza del limite dell’area; palla a Halford che prova l’accentramento, supera Perkins sul vertice destro dell’area grande, prosegue lungo il lato lungo dell’area stessa verso la lunetta, e a metà strada tira un esterno destro un po’ goffo, che, però, incoccia sullo stinco di Wiseman e batte un Alnwick non certo impeccabile, nonostante l’attenuante della deviazione.

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Il tiraccio di Halford: sbatte sullo stinco del 14 del Barnsley (la maglia rossa tra lui e la porta) e si infila, piuttosto imprevedibilmente, viste la modalità del tiro, la posizione di Halford, e lo specchio di porta che aveva a disposizione. Ma tant’è, a caval donato

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Mellis dalla trequarti trova Harewood sul limite dell’area, Reid in pressing difensivo (mai avrei pensato di poter usare questa locuzione) gli strappa la palla come se fosse un bambino di due anni (come se lo fosse Harewood, non Reid) e la serve a Cohen sulla nostra trequarti destra; Cohen la dà di prima a Sharp sulla linea centrale che gli restituisce un bellissimo uno-due. Cohen lanciato la raggiunge poco fuori dal vertice destro della loro area, la stoppa di esterno sinistro e poi, con l’interno dello stesso piede, la offre sul limite dell’area a Sharp che ne aveva seguito l’azione. Sharp tira di prima, Alnwick smanaccia via in qualche modo, arriva Cox mentre i difensori del Barnsley discutono su chi deve guidare di ritorno dal pub e la mette dentro a porta vuota. Come dice Fray, grandissima costruzione dell’azione sull’asse ReidCohenSharp.

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Il tiro di Sharp, con Cox pronto alla ribattuta in rete. La posizione di Simon sembra regolare. L’immobilità dei difensori del Barnsley è commendevole.

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Siamo ormai quasi allo scadere del primo tempo: punizione per i Tykes sulla loro sinistra, appena fuori dal lato corto della nostra area; tira Mellis direttamente in porta, verso l’incrocio del palo vicino, Camp respinge a pugni uniti anticipando Harewood.

Reid riconquista un pallone sulla linea centrale, lo dà indietro a Harding che lo batte lungo di prima intenzione verso Cox in posizione di ala sinistra, Cox lo alza in pallonetto per far proseguire Reid lanciato lungo l’out, Foster cerca di opporsi ma Reid lo supera di forza e punta l’area di rigore, supera anche Stones, entra dal lato corto e cerca di darla corta a Majewski che arriva con un istante di ritardo. Dall’altra parte dell’area, però, è appostato Sharp che fa sua la palla sul limite, la offre indietro all’accorrente Cohen sui venticinque metri, Cohen controlla, si ferma quasi a pensare per un attimo, e poi tira di interno destro una sabongia allucinante nel sette, che si infila nonostante la smanacciata di un non certo irreprensibile Alnwick.

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Secondo tempo: Sharp lavora un bel pallone una decina di metri fuori dall’area, sul centrosinistra, e poi lo offre dentro a Raddi che si inserisce da centrocampo; Majewski viene fermato da Perkins che cerca il rinvio, ma Majewski gli morde le caviglie e gli spora cil calcio, che finisce ancora a Sharp circa sei metri fuori dall’area. Uno-due con Cox, poi Sharp scende lungo il lato corto dell’area di rigore, Perkins lo spinge fuori fin quasi alla bandierina dove subentra Reid che arriva alla bandierina e crossa benissimo, pur pressato. Cox riceve di petto sul lato corto dell’area di porta, se la alza e cerca la rovesciata acrobatica, ma il pallone si alza troppo e passa sopra la traversa di Alnwick.

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Il bel tentativo di Cox.

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Halford pesca benissimo Cox con un lancio di cinquanta metri alla Krol. Cox controlla sul vertice destro dell’area di rigore, la dà corta a Majewski che si beve con un tunnel Perkins, entra in aera, ma poi non riesce a concludere, anticipato da Wiseman.

Cohen recupera palla sulla nostra trequarti (preziosissimo il lavoro in copertura dei centrocampisti, oggi), la dà a Reid, Andy vince un contrasto e la dà benissimo di esterno a Majewski nel cerchio centrale del campo, Raddi per l’accorrente Reid, che avanza fino alla trequarti avversaria e la allarga di esterno sinistro a Sharp. Sharp controlla di esterno destro sul limite dell’area, centrosinistra, si volta per cercare l’interno destro a rientare verso la porta, ma perde un contrasto con Perkins. Ottima azione di contropiede!

Harewood punta Collins, penetra in area, arriva sul fondo, poco fuori l’area di porta, cerca il cross, respinta della nostra difesa, recupera Etuhu, poco fuori area, dietro a Stones salito a supporto, cross con Reid che salta davanti a lui e colpisce di mano, punizione netta.

Kennedy batte la punizia, rasoterra di interno sinistro a uscire, e Camp devia in angolo la palla indirizzata proprio a fil di palo. Ancora Kennedy alla battuta del corner, Cohen respinge di testa verso l’out, Kennedy scende a recuperare il pallone, dietro a Wiseman sulla linea centrale, campanile in area, Collins respinge, Mellis batte al volo da fuori area, un paio di metri alla destra della porta difesa da Camp.

Wiseman in avanzamento sulla nostra tre quarti perde palla, Harding recupera il pallone e di prima serve con un passaggio meraviglioso di almeno sessanta metri Sharp sul limite dell’area, centrodestra; la nostra punta avanza e tira ma la conclusione finisce un paio di metri larga. Davvero sublime l’apertura di Harding: anche in questo caso scomodare il paragone con Krol non è una bestemmia.

Corner di Reid dalla destra, Sharp, in precario equilibrio, riesce a colpire verso la porta di Alnwick che respinge.

Collins interrompe un fraseggio del Barnsley sul limite della nostra area e lancia di prima Cox sulla sinsitra della linea di centrocampo. Cox si gira e vede l’inserimento di Jenas, lo serve con un bellissimo passaggio filtrante, Jenas s’invola verso l’area avversaria, entra un paio di metri e batte con un bellissimo pallonetto Alnwick in uscita.

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Un tiro da poco fuori area di Gillett, appena alto, conclude una partita ottimamente giocata dai Garibaldi Reds. Inoltre, quando è entrato Jenas, ha fatto vedere di essere davvero di un’altra classe. La precisione nei passaggi, il senso di calma e di sicurezza che (pure in condizioni assolutamente privilegiate) ha trasmesso alla squadra, tutto condito da un gol bellissimo, hanno fatto capire perché SOD abbia voluto a tutti i costi prenderlo un mese, e perché sia speranzoso di trattenerlo un altro po’ al City Ground. Come che vada, la sua rete è stata il momento più bello della settimana, secondo me.

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Finisce, dunque, un ottimo mese di ottobre (11 punti su 15) che potrebbe forse FORSE dare a SOD il primo Manager of the Month della sua avventura a Nottingham, anche se il lavoro di Dougie Freeman (ormai ex manager delle Aquile) e di Lennie Lawrence al Palace è stato straordinario.

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Momento migliore: secondo me, come ho detto prima, il gol di Jenas, proprio nello stadio in cui ha segnato, in Garibaldi Red, il suo primo gol da professionista. Straordinario, però, nel prepartita, anche il pezzo di Through the season before us nel quale l’Autore dice che il crest del Barnsley gli ha sempre ricordato i Village People. E, guardandolo bene, non ha tutti i torti.

Momento peggiore: per trovare un “momento peggiore” in una vittoria in trasferta per 4-1 bisogna proprio essere pessimisti come il sottoscritto; vorrei dare di nuovo il premio alla nostra difesa, per la deferenza con la quale Halford e Collins si sono spostati per far passare Harewood, ma, per non essere noioso, potrei anche dire l’errore di testa di Cox. Ma no, va’, scelgo la deferenza di Collins e Halford.

Hero: mi ripeto ancora. Reid. Ogni palla che tocca è oro puro, mette anche la gamba nei contrasti, è veloce nelle ripartenze, si vede che si sta allenando bene perché al settantesimo scatta ancora palla al piede.

Zero: anche al pessimismo c’è un limite; come si fa a dare uno “zero” quando si vince 4-1 fuori casa?

* * *

Forest: Camp, Halford (Ward 78′), Moloney, Collins (c), Harding, Gillett, Cohen, Majewski (Jenas 69′), Reid (Coppinger 80′), Cox, Sharp

NE: Darlow, McGugan, Greening, Blackstock.

Marcatori: Halford 35′, Cox 42′, Cohen 45′, Jenas 77′

Ammonito: Halford 66′

Barnsley: Alnwick, Stones, Foster, Wiseman, Golbourne, Dawson (Dagnall 54′), Perkins, Done (Kennedy 51′), Cywka (Etuhu 51′), Harewood, Mellis

NE: Steele, Hassell, McNulty, Rose

Marcatore: Harewood 24′

Arbitro: Kevin Friend

Spettatori: 10.186 (di cui, ospiti 2.217 (!!))

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Archiviato in stagione 2012-2013

“Never-say-die attitude got us a good point” – Blackpool 2-2 Nottingham Forest

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Solo una cosa può consolare 1.200 coraggiosi tifosi che un martedì sera decidono di seguire la loro squadra nell’impervia trasferta di Bloomfield Road dall’aver buttato nel cesso una vittoria: strappare un punto proprio sul filo del fischio finale dell’arbitro.

Questo post si sarebbe potuto chiamare esattamente come quello precedente, e a ben più maggior ragione: un altro “game of two halves” per il Forest, con un primo tempo in cui abbiamo prevalso nettamente, e una ripresa subita brutalmente, ma non è che si possono titolare i post sempre allo stesso modo, se no i lettori potrebbero pensare che uno non abbia poi questa gran fantasia, il che sarebbe un peccato.

Confermata la formazione di sabato, con la promozione di Majewski titolare al posto dello squalificato Guedioura, dopo la bella prova di sabato. Non molto pubblico, ma buona la rappresentanza di tifosi provenienti da Nottingham, circa 1.200. Chi ha seguito la partita si sarà accorto che il telecronista non era il solito Colin Fray, ma forse non tutti sanno che il suo sostituto, Martin Fisher, era uno storico giornalista di BBC Nottingham, che ha radiocommentato le imprese dei Reds dall’ultimo periodo di Clough fino a Ron Atkinson, più o meno. Ora è un giornalista freelance, che si divide tra Setanta e MOTD. Bello risentirlo; i fan gli hanno porto complimenti su twitter, e lui ha risposto:

Thanks for all the kind messages. Can’t promise a “and Nigel Clough has scooooreed” or “Collymore shoots, what a gooaall!” but let’s see.

Grande!

Impressionante l’ingresso in campo: il Blackpool dà un’impressione di forza e di potenza fisica immediatamente avvertibile anche guardando l’imponenza fisica dei giocatori: solo Ayala sembra un grado di contrastare fisicamente i colossi in maglia arancione: e, infatti, il passo e l’intensità di gioco del Blackpool, alla lunga, ci metterà in qualche difficoltà.

Camp

Halford — Ayala — Collins — Harding

Cohen — Majewski — Gillett — Reid

Sharp — Cox

Inizio interlocutorio, ma subito una clamorosa occasione per i Tangerines: rimessa laterale effettuata dal loro terzino sinistro Craney all’altezza del limite della nostra area, un paio di uno-due con compagni di squadra gli schiudono le porte della nostra area di rigore, noi sembra che facciamo apposta a scansarci, e lui arriva ben dentro l’area e, da poco fuori l’area di porta, tira di sinistro e colpisce il palo alla sinistra di Camp.

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Craney si fa largo in area e colpisce il palo: i nostri stanno un po’ a guardare.

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La partita prosegue piuttosto chiusa: un certo predominio fisico dei Tangerines, noi più pericolosi in contropiede, le volte che riusciamo a eludere la tattica del fuorigioco che la retroguardia degli Ollie’s Boyz attuano molto bene.

Poi, via via, il nostro predominio diviene netto: Reid riceve da Halford sulla loro tre quarti, si fa largo a spallate tra i difensori marittimi, e crossa benissimo da poco fuori il vertice sinistro dell’area di rigore. Dall’altra parte irrompe Cox, liberissimo, che spara incredibilmente alto da grande posizione.

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Piuttosto clamoroso l’errore di Cox sull’ottimo cross di Reid.

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Pochi minuti dopo, nuovo contropiede per noi: Majewski lancia Reid in posizione di regista avanzato, Reid avanza fino alla trequarti e suggerisce un bellissimo passaggio filtrante per Billy Sharp che irrompe in arene cerca di battere Gilks con un sinistro incrociato sul quale il portiere del Blackpool è bravissimo a respingere in tuffo, poi arriva Baptiste che spazza l’area di rigore indirizzando la palla verso i bagni della curva. Quando la palla finisce all’Irlandese, il gioco si illumina come se all’improvviso venisse collegato a un generatore da miniera.

Il corner viene battuto da Reid rasoterra verso il limite dell’area, dove è in attesa Halford che tira di prima intenzione, con potenza ma senza molta precisione: il suo rasoterra viene respinto dalla difesa del Blackpool, Halford intercetta la respinta di testa e la rispedisce in area, dove Sharp si esibisce in una specie di veronica di esterno sinistro che fa impennare la palla e la indirizza con un pallonetto imparabile nell’angolino alto opposto. Piuttosto fortunoso ma meritato vantaggio.

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Dentro l’area di porta si intuisce il piede calzato di bianco di Sharp che colpisce la palla e la manda a spiovere nell’angolino opposto.

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Poco prima del fischio finale del primo tempo, una brutta tegola per noi: esce Ayala, visibilmente acciaccato dopo un contrasto, e viene sostituito da Moloney, che si mette a destra con l’accentramento di Halford.

Forse, sarebbe stata opportuna, a metà tempo, la sostituzione di Majewski, giusto per fortificare un po’ il centrocampo, ma è comprensibile come il Gaffer, dopo essere già stato costretto a effettuare una sostituzione, non si sia fidato a accingersi a percorrere tutta la ripresa con un solo cambio a disposizione.

All’inizio della ripresa continuiamo a mantenere un certo predominio offensivo: l’occasione più pericolosa la occasione una punizione battuta da Reid più o meno dai trenta metri, leggermente spostata sulla sinistra del nostro schieramento: Andy cerca la soluzione di forza, il suo tiro finisce di pochissimo alla sinistra della porta del Blackpool, con il portiere che assiste apparentemente impotente.

Il Blackpool comincia a reagire, e a costruire azioni pericolose. Baptiste porta un pallone sulla nostra tre quarti e la offre sulla destra a Matt Phillips, poco dietro la nostra tre quarti; Phillips crossa immediatamente verso la nostra area di rigore, dove trova Grandin che in tuffo di testa trafigge Camp da pochi passi. Simple as that, il grado zero del football in tutta la sua efficacia. In questo caso direi che le colpe della nostra difesa sono relative: nonostante i luoghi comuni, i cross da lontano sono molto difficili da controllare, per difensori e portieri, soprattutto se le difese stesse sono prese in velocità e non perfettamente piazzate.

Più evidenti le responsabilità della nostra linea arretrata nel 2-1: Grandin controlla sulla trequarti un pallone respinto affannosamente dalla nostra difesa, lo rispedisce in avanti di prima, con un piattone destro che trova Ince sul limite della nostra area grande; l’attaccante arancione non controlla impeccabilmente, ma riusciamo nuovamente a respingere la minaccia, ma, nuovamente, la clearance è tutt’altro che buona: la palla finisce proprio sui piedi di Grandin (ottimo il suo impatto sulla partita) a pochi metri dall’area di rigore. Qualche passo, e, dal limite, palla filtrante verso Taylor-Fletcher praticamente libero sul dischetto del rigore: Gary ha tutto il tempo di controllare, di girarsi e di battere con un piatto un po’ sporco ma preciso un impotente Camp.

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Il tiro di Taylor-Fletcher: dall’immagine si può vedere come sia lui (il giocatore che sta tirando, sul dischetto) sia Grandin (il giocatore fermo che lo guarda proprio sul limite dell’area) siano completamente indisturbati, e come sia piazzato male lo schieramento a protezione della difesa, davanti all’area di rigore. Un buon filtro davanti all’area costituisce il 60% dell’efficacia difensiva di una squadra.

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Nel finale, il Blackpool si rinchiude nell’area di rigore, e noi intensifichiamo l’offensiva alla ricerca disperata del pareggio. Entra anche Blackstock al posto di Majewski, e giochiamo, dunque, con il mitico tridente sulla cui fattibilità si ragionava anche su questo blog qualche tempo fa.

Rimessa lunghissima di Camp che trova la spizzata di testa proprio di Blackstock sulla trequarti, il nazionale antiguano — sempre abilissimo quando si tratta di avere a che fare con i palloni vaganti sulla trequarti avversaria, e di far salire la squadra — prolunga di nuca verso l’area di rigore: Sharp controlla sul limite dell’area e cerca la conclusione, contrastato da un paio di colossi della difesa Tangerine; conclusione sporca, che finisce a destra della porta del Blackpool.

In pieno recupero, l’azione della disperazione: cross di Reid dalla trequarti sinistra, Sharp cerca l’impatto di testa, non lo trova, ma un paio di metri dietro di lui Blackstock mantiene la concentrazione e il riflesso e riesce, piuttosto fortunatamente, a mio avviso, e in posizione a dire il vero un po’ dubbia, a mettere a terra un difficile pallone alto: la difesa arancione aveva chiuso su Sharp, e Dex si trova libero poco fuori l’area di porta; riesce a mantenere la freddezza e, da posizione non proprio banalissima, più o meno dal vertice della six yards box, riesce a anticipare l’uscita del portiere arancione con un sinistro non pulitissimo ma efficace.

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Cox ha mancato il pallone, ma Dex è riuscito a domarlo e a metterlo a terra. Da lì, si girerà con un paio di passi e batterà l’estremo tentativo di uscita di Gilks.

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C’è ancora il tempo per una nostra azione, che ci avrebbe consegnato una vittoria davvero da leggenda: proseguiamo il nostro assedio, il Blackpool cerca di uscire palla al piede dalla sua trequarti con una specie di zozzone, probabilmente Baptiste, ma Cox effettua un ottimo pressing e riesce a riconquistare un pallone che smista subito a Blackstock sulla trequarti, poi si allarga sulla destra chiamando l’uno-due che Dex gli offre immediatamente. Cox crossa in area, palla respinta di testa dalla difesa che finisce però a Reid, il cui tiro dai venticinque metri viene deviato in corner da Evatt. Non c’è tempo per batterlo, e la partita finsice con un pareggio tutto sommato giusto.

Nel complesso, come detto, una partita a due facce: pensavamo di esserci lasciati un po’ alle spalle tutte le incertezze difensive, soprattutto dopo la bella prova con il Cardiff, e ecco che riappaiono all’improvviso; d’altronde, come ho già avuto modo di dire su questo blog, si può lavorare su tutto, e il Gaffer lo sta facendo, tranne che sullo spirito combattivo: e di quello anche martedì abbiamo dimostrato di averne più che a sufficienza.

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Miglior momento: tutto il primo tempo, giocato in totale dominio su uno dei campi più difficili della lega. E, in particolare, del primo tempo, l’assurdo festeggiamento di Sharp dopo il gol: è andato a festeggiare sotto la curva, ha presto un hot dog a un tifoso dei Reds, ne ha mangiato un morso e l’ha restituito allo sbigottito festeggiante.

Peggior momento: l’uscita di Ayala, con la difesa già contata. Infatti, dopo la partita scatterà subito il prestito d’emergenza di Ward, difensore del Norwich City ai margini della squadra. Il secondo tempo avrebbe meritato il premio, ma cerchiamo di guardare con un po’ più di profondità alla nostra situazione.

Hero: Reidy. Reidy. Reidy. I sei mesi passati al Blackpool sono stati i peggiori della sua vita sportiva, con cinque presenze, una retrocessione e una rescissione del contratto, e martedì Andy ha fatto vedere a Ollie di essere un giocatore molto migliore di quanto non pensasse.

Zero: nessuno. La difesa è stata tutt’altro che impeccabile, ma nessuno dei giocatori, singolarmente, ha fatto errori da cappello d’asino. Inoltre, l’uscita di Ayala, con la penuria di difensori con la quale ci troviamo a avere a che fare, costituisce giustificazione sufficiente alla cattiva prova della seconda parte di gara.

* * *

Forest: Camp, Halford, Ayala (Moloney 44′), Collins (c), Harding, Gillett (Blackstock 81′), Cohen, Majewski (Jenas 77), Reid, Cox, Sharp.

NE: Evtimov, Moussi, McGugan, Coppinger.

Marcatori: Sharp 25′, Blackstock 90′

Ammonito: Cohen 44′

Blackpool: Gilks, Crainey, Eardley (Dicko 69′), Evatt, Phillips, Gomes (Grandin 59′), Ince, Taylor-Fletcher, Sylvestre (Delfouneso 69′), Baptiste (c), Osbourne.

NE: Basham, Halstead, Angel, Broadfoot.

Ammonito: Evatt 63′

Marcatori: Grandin 70′, Taylor-Fletcher 75′

Arbitro: Eddie Ilderton

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Archiviato in stagione 2012-2013

“A game in two halves” – Nottingham Forest 3-1 Cardiff City

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La migliore partita dell’anno, con il Cardiff City — proveniente da una striscia di tre vittorie consecutive e capolista, piuttosto rinunciatario fin dalla formazione iniziale, con un’unica punta e un centrocampo molto folto, con Whittingham davanti alla difesa — annichilito fino al 3-0, e il tardivo risveglio dei Bluebirds dopo il gol di Helguson, propiziato da una grave ingenuità di Collins (l’unica, per la verità, di una partita impeccabile per la nostra difesa, davvero eccellente in ogni reparto, da Camp a Gillett), un risveglio propiziato anche da una sciagurata espulsione di Guedioura, un giocatore che sta cominciando a essere pericolosamente preso di mira dagli arbitri, non sempre del tutto a torto.

Per una giornata il Forest, dunque, ha lasciato negli spogliatoi la sua ormai proverbiale difficoltà a marcare, e, ancora di più, è riuscito a superare i momenti di fragilità difensiva che, spesso, colgono la nostra squadra subito dopo che è passata in vantaggio: anzi, in questo caso il vantaggio propiziato dalla straordinaria punizione di Reid (un’altra rete alla Platini: sta diventando davvero una buona abitudine) è stato immediatamente ribadito da un imperioso stacco di Ayala su perfetto cross di Halford.

Qualcuno (anche il Gaffer ha puntualizzato questo aspetto) potrebbe storcere il naso di fronte al finale arrembante del Cardiff City, che dopo il primo gol ha anche colto la base di un palo, ma, voglio dire, non è che puoi giocare con la capolista del campionato senza nemmeno fargli fare un tiro in porta; è inevitabile che anche se noi giochiamo la miglior partita dell’anno una delle squadre più forti della lega abbia il suo quarto d’ora di gloria; le cose importanti sono averlo attraversato tutto sommato rimanendo illesi, e esserci arrivati con un più che meritato vantaggio di tre reti.

Formazione relativamente a sorpresa: Guedioura — al rientro dalla squalifica rimediata per l’espulsione contro il Crystal Palace — viene inserito nello schieramento della vittoria contro il Peterboro al posto di McGugan, apparso ultimamente, in effetti, un po’ troppo autoreferenziale e impreciso nelle conclusioni. Nemmeno in panchina Jenas: il Gaffer ha denunciato la carenza di preparazione, JJ, in un twitter, ha affermato di essere in forma perfetta. Un piccolo giallo che, sarei pronto a scommettere, si risolverà quando Jermaine, dopo la partita contro il Barnsley, a conclusione del mese di prestito, tornerà Viottolo del Cervo Bianco accompagnato — credo — da non molti reciproci rimpianti.

Camp

Halford — Ayala — Collins — Harding

Cohen — Guedioura — Gillett — Reid

Sharp — Cox

Tempo solo inizialmente autunnale e poi via via più sereno al City Groung, onorato dalla presenza di ben quattro atleti olimpici britannici; tre olimpionici: il 200ista paralimpico Richard Whitehead, i canoisti Etienne Stott e Tim Bailey, e una medaglia d’argento, Richard Hownslow, sempre un canoista. Anche se non sono tutti di Nottingham, abitano tutti in città, e i canoisti si allenano regolarmente sul Trent. Numerosa e rumorosa la presenza degli ospiti, circa 1.500, infatti, i tifosi gallesi, quasi tutti con sciarpe o maglie blu, a dimostrazione che la traumatica transizione verso il rosso indocinese non è stata ancora digerita dai tifosi del Cardiff.

Prima occasione per gli ospiti, con un bel cross di interno destro di Conway dalla trequarti sinistra dello schieramento del Cardiff: Cowie sale a impattare di testa nel traffico al limite della nostra area di porta, ma colpisce sporco e il pallone finisce abbondantemente fuori alla sinistra di Camp.

La partita continua con il nostro predominio territoriale, al solito piuttosto sterile, e con il Cardiff in versione Derby County: centrocampo foltissimo e grande rudezza nei contrasti sulla linea centrale, tattica aiutata dall’arbitraggio di Drysdale, decisamente all’inglese.

Venticinquesimo: un campanile da centrocampo pesca Cox al limite dell’area blu, i difensori del Cardiff chiamano il fuorigioco, l’arbitro fa proseguire, Cox alza la palla per Reid; l’Irlandese viene seppellito da McNaughton che gli si arrampica addosso per rinviare di testa, e lo seppellisce nella ricaduta. Punizione ineccepibile dal limite, con palla proprio sulla linea della lunetta, appena sulla sinistra. Posizione più da pittori che da cannonieri: Reid si avvicina alla palla, apparentemente per toccarla per Adlene che prende la rincorsa, invece, da fermo, dipinge una traiettoria meravigliosa che si infila dopo aver sbattuto sotto la traversa della porta difesa da Marshall. Una punizione a foglia morta tipica veramente di quelle che nessuno è più in grado di battere: anche i migliori specialisti, ormai, hanno bisogno almeno di venti metri per far scendere la palla dopo averla calciata. Davvero un’esecuzione superba.

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Punizione davvero alla Mario Corso.

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Rimessa dalla destra di Halford che pesca bene in area Reid, l’Irlandese cerca di destreggiarsi tra i difensori avversari, ma viene chiuso e portato fuori area, Reid la dà indietro a Halford sulla fascia destra; il terzino pennella un cross perfetto sul quale irrompe di testa Ayala che la mette imparabilmente a fil di palo. 2-0 in meno di un minuto.

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Lo stacco “imperioso” di Danny Ayala.

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Siamo allo scadere: rilancio di testa dalla linea centrale del campo di Halford, la palla arriva a Sharp spostato sulla destra all’altezza dell’area di rigore del Cardiff, duro intervento di Connoly e punizione per noi: ammonizione per il ruvido terzino del Cardiff. La punizione viene battuta da Cohen che crossa di interno sinistro sul limite dell’area di porta, Sharp colpisce di testa ma il tiro viene deviato dal muro umano di fronte alla porta di Marshall. Corner di Reid, respinta di testa della difesa, Cohen rimette dentro sempre di testa, Guedioura controlla spalle alla porta poco fuori la six yards box e tenta di dirigere la palla verso la porta di Marshall con un colpo di tacco, la difesa blu libera ancora in corner. Cardiff un po’ allo sbando in questo periodo, e noi cerchiamo il definitivo ko.

Questa volta va alla battuta dall’angolo Cohen, interno sinistro dentro l’area di porta, nuova mischia e Smith libera di testa in out. L’efficacia della pressione del Forest si deduce anche dal fatto che l’ala del Cardiff ormai staziona stabilmente in area per far valere la sua perizia aerea.

In seguito al corner si accende un po’ un parapiglia in area, l’arbitro richiama Cox e lo ammonisce, evidentemente per una scorrettezza.

Nel secondo tempo entra Radi Majewksi per Cox, apparso un po’ nervoso. Ancora una volta, il Polacco conferma la sua grandissima pericolosità, quando può giocare con le spalle coperte da quattro compagni di squadra: azione insistita di Sharp sulla fascia destra, dopo il recupero di un ottimo pallone; Billy si accentra e, poco fuori dall’area, dà la palla a Raddi chiedendo l’uno due proseguendo la sua corsa verso la porta di Marshall. Raddi accende il misuratore laser di fabbricazione tedesca che ha in testa e restituisce a Cox un pallone degno di Xavi: Sharp lo insegue e, da posizione leggermene defilata, trafigge Marshall in uscita anticipandolo con un colpo sotto identico a quello utilizzato quattro anni fa da Torres nella finale degli Europei contro la Germania. insomma, per dieci secondi il Forest è sembrato giocare come la grande Spagna. Straordinario modo di interrompere il digiuno, per il bomber del Southampton, in una delle partite più importanti della stagione.

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Il bellissimo uno-due tra Sharp (sull’esterno, nella foto) e Majewski (sull’interno), e il tiro di Sharp.

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Game over? Sì, ma non senza ulteriore sofferenza. Il terzo gol riscuote il Cardiff e sterilizza la nostra fino a allora efficacissima aggressività.

Rimessa dalla destra della nostra tre quarti di Gunnarsson, mischia in area, Guedioura respinge di testa, Majewski prolunga, Whittingham intercetta e rispedisce verso la nostra aera, Cowie allarga sempre di testa sul lato sinistro della nostra area dove è appostato Conway, che si gira e la dà indietro a Whittingham sui venti metri, cross morbido verso il limite della nostra area di porta, respinta di Halford, Ayala respinge un po’ sporco fuori dall’area, Gunnarsson recupera e crossa di nuovo in mezzo, respinta ancora sporca di Guedioura, Cowie dal limite dell’area spara una botta che si perde una decina di centimetri alla sinistra della porta di Camp.

Rimessa laterale dalla sinistra, all’altezza del limite della nostra area, battuta lunga e Ayala in angolo. Batte Conway, Hudson arriva in relativa libertà a colpire dalle sette iarde, ma per fortuna la sua schiacciata di testa è imprecisa e si perde alla sinistra di Camp.

Guedioura imposta dalla linea centrale per Reid in posizione di regista avanzato, Adlene prosegue la corsa suggerendo a Reid un uno due che l’Irlandese esegue prontamente, Guedioura avanza verso l’area dei Blues e viene contrastato di spalla e cade al limite dell’area. Nel replay si vede che Gunnarsson smanaccia un po’, ma, come diceva Boskov, se la sua fidanzata gli avesse fatto una cosa simile certo Adlene non sarebbe caduto per terra. Un cartellino ingenuo, che si rivelerà pesantissimo.

Avanzata di Witthingham dalla linea centrale del campo, e bellissimo passaggio verso l’esterna sinistra a liberare Conway all’altezza del limite dell’area, cross immediato in mezzo e colpo di testa appena alto del neo-entrato Noone.

Ottimo lavoro di Conway appena fuori dalla nostra area, sulla sinistra del lato corto, cross che attraversa tutto lo specchio della porta e raccolto dall’altra parte da Smith che la dà dietro a McNaughton, avanzato fino al vertice destro della nostra area, il terzino si accentra e la offre a Taylor appostato sul centrosinistra del limite dell’area, tiro di prima intenzione deviato in out da un ottimo intervento di Ayala, davvero determinante oggi. Rimessa battuta da Connolly per Rudi Gestede, entrato al posto di Gunnarsson pochi minuti prima, appostato sulla linea di fondo al limite della nostra aera, Rudi, pure contrastato da Halford, riesce a indirizzare un campanile verso la nostra aera sul quale prende posizione di forza Helguson, pure contrastato da Collins da dietro: l’Islandese colpisce un po’ sporco, ma la distanza è troppo breve per lasciare a Camp il minimo scampo: 3-1 a poco più di un quarto d’ora dal termine.

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Helguson prende posizione e batte Camp dalla corta distanza.

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Il Cardiff riceve dal gol nuovo coraggio: Smith allarga su McNaughton sulla destra della nostra trequarti, il terzino si accentra evitando Harding e la offre a Wittingham, che lancia lungo per Connolly largo a sinistra, Halford lo chiude, Connolly si allarga all’esterno e recupera di forza il pallone, punta di nuovo Halford, stavolta lo salta netto, arriva sul fondo, la mette in mezzo, Ayala respinge ottimamente sulla linea della nostra area di porta, McNaughton rimette dentro di testa, Smith anticipa Gillett e riconquista la sfera poco fuori l’area, fa due passi verso la nostra porta e tira un preciso rasoterra sul palo, Cowie recupera e tira quasi a botta sicura da dentro l’area di porta, Ayala respinge in disperata spaccata, Cowie riconquista nuovamente il pallone, tira di nuovo, ma Camp si è già rialzato dal tuffo appena precedente, e respinge ottimamente in angolo.

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Il tiro di Smith finito sul palo.

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Finalmente riusciamo a ripartire: Gillett dalla linea centrale a Majewski sulla trequarti, immediata apertura per Guedioura sul vertice destro della loro area, Adlene fa un paio di passi in avanti e crossa rasoterra sul limite dell’area di porta; Hudson respinge alla bell’e meglio, sulla respinta arriva Cohen che cerca il tiro a rientrare di esterno destro: il tentativo è destinato al fondo del sacco, con Marshall impotente, ma arriva ancora Hudson a respingere in spaccata. Gillett recupera fuori area e spara senza pensarci due volte dalle trentacinque iarde, il pallone non è angolato ma rimbalza davanti a Marhall, probabilmente incoccia anche in qualche gamba, il portiere blu respinge ma non trattiene, Sharp recupera sulle sei iarde ma è spalle alla porta e non riesce a girarsi, allora la dà a Cohen appostato sul lato corto sinistro dell’area blu, cross immediato ma la palla attraversa tutta l’area e finisce fuori dall’altra parte.

Halford recupera un pallone sulla destra della nostra trequarti, cerca il lancio lungo ma viene contrato dal centrocampo avversario che riporta la palla verso Taylor sulla nostra trequarti, Taylor si gira contrastato da Guedioura, scarica verso Cowie, ma Adlene entra su di lui in netto ritardo: inevitabile il secondo giallo e la conseguente espulsione, l’ultima cosa al mondo di cui hai bisogno se stai vincendo contro la capolista. Guedioura appare sconsolato, e abbandona mestamente il campo per la seconda doccia anticipata di fila.

Mancano sette minuti, entra Moloney per Raddy, e la nostra porta, grazie all’attenta gestione difensiva e all’ottima gestione di palla, corre ancora solo pericolo: un colpo di testa di Noone su corner di Witthingham bravamente parato da Camp, soprattutto, ma non c’è più tempo nemmeno per soffrire.

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Miglior momento: il gol di Sharp e l’ottima prova di Harding, dopo un inizio faticoso al Forest.

Peggior momento: il gol di Helguson, con la difesa davvero molle, e la disciplina in campo: Cox sostituito per nervosismo e Guedioura espulso sono un pessimo segnale, soprattutto alla luce della nostra fedina penale di quest’anno.

Hero: Ayala. Strabiliante in difesa e decisivo nel colpo di testa del 2-0.

Zero: Guedioura. La simulazione non sarà stata nettissima, ma il suo modo di fare e il suo nervosismo in campo stanno cominciando a essere presi di mira dagli arbitri con inquietante frequenza. Datti una calmata.

* * *

Forest: Camp, Halford, Ayala, Collins, Harding, Gillett, Cohen, Guedioura, Reid (Moussi 74′), Sharp, Cox (Majewski 46′ (Moloney 89′)).

NE: Evtimov, McGugan, Tudgay, Coppinger.

Marcatori: Reid 25′, Ayala 27′, Sharp 47′

Ammoniti: Cox 45′, Guedioura 58′, Halford 78′

Espulso: Guedioura 84′ (2nd yellow card)

Cardiff: Marshall, McNaughton (Mason 81′), Taylor, Hudson, Whittingham, Cowie, Conway (Noone 57′), Connelly, Smith, Gunnarsson (Gestede 65′), Helguson.

NE: Lewis, Turner, Kim, Rails.

Marcatore: Helguson 74′

Ammoniti: Connelly 45′, Hudson 90′

Arbitro: Darren Drysdale

Spettatori: 21.491 (ospiti: 1.856)

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Post per impazienti.

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Se proprio non ce la fate a aspettare il commento a Nottingham Forest-Cardiff City, vi allego il filmato dei gol e un link alla partita integrale.
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Non fraintendetemi, grandissima prova del sestetto difensivo del Forest (tra Camp, Halford, Harding, Collins, Ayala e Gillett io cercherei, infatti, il migliore in campo), ma sant’uomo di Collins, non ti hanno insegnato ai giardinetti che in area sui cross gli avversari non si marcano da dietro ma più da davanti, in leggero anticipo?
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Il senso di Brian per gli sbarbi.

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Lo so, abbiamo battuto il Cardiff City, e martedì giocheremo contro il Blackpool, quindi l’attualità dovrebbe prevalere sulla nostalgia. Ma è un po’ che non pubblico un articolo sui vecchi tempi, e le domeniche di ottobre sono molto adatte al ricordo. Domani commenterò la bella prova contro i Bluebirds, ma prima beccatevi questo.

Io lo devo dire: del periodo di Clough al Forest amo soprattutto le storie del periodo di mezzo. Perché sono quelle che conosco meno: erano i tempi in cui il calcio inglese era quasi completamente oscurato dalla già scarna informazione sportiva italiana, per via del rancore post-Heysel e del bando che privava delle squadre inglesi l’unico palcoscenico allora minimamente fruibile per televisione, le coppe europee.

E anche perché dalla metà degli anni ’80 alla fine del decennio è stato il periodo in cui, forse, ho seguito meno il calcio in vita mia. Erano anni di altre scoperte, di altre esplorazioni, della sopravvenente maturità: guardavo qualche partita alla tele, ma senza tanta passione. Anche la mia passione per il Forest — così come quella per l’Inter — si era molto indebolita. Se capitava, guardavo i risultati, ma nulla di più.

Per questo motivo, quasi tutte le storie che parlano di quel periodo sono nuove anche per me. È un po’ come guardare delle puntate che non si sono mai viste di una serie televisiva o di un cartone che ci piaceva quando eravamo piccoli: si riconoscono alcuni personaggi, si vede che qualche altro personaggio a cui ci si era affezionati non c’è più, e si rimpiange anche, un po’, l’ingenuità di quegli anni, di quelle narrazioni, e della meraviglia che provavano quei noi stessi di allora di fronte a quei racconti.

Da questo punto di vista, una fonte inesauribile di meravigliati rimpianti è il bellissimo All life’s a game, di Trevor Frecknall, il libro di un altro giornalista sportivo del Nottingham Evening Post. È forse meno bello di quel vero e proprio capolavoro che è Provided you don’t kiss me, di Duncan Hamilton, suo collega, ma è più ricco di fatti, e, soprattutto, riesce a raccontare il Nottingham Forest e Brian Clough inserendo le vicende del manager e della società nel contesto sociale e economico del Nottinghamshire di quegli anni, gli anni della de-industrializzazione e della crisi che cominciava a colpire le due più importanti industrie della città delle Midlands, la Raleigh e la John Player Special. Voglio dire, ora chi se ne frega del contesto sociale e economico, arriva uno zozzone pieno di soldi da qualche buco di culo del mondo in qualche altro buco di culo del mondo (calcisticamente o anche non calcisticamente parlando) ancora peggiore e ci impianta su una squadra della madonna in quattro e quattr’otto: ma allora, prima degli agenti e dei PR, una squadra era diretta emanazione della sua comunità di appartenenza, e ne accompagnava spesso, a volte precedendole, a volte essendone preceduta, le fortune sociali e commerciali.

Frecknall era meno intimo di Clough di quanto non lo fosse Hamilton, anche se ci parlava spesso, pare anche con una certa confidenza; proprio per questo il suo libro si sofferma più di quanto non faccia quello del suo collega su personaggi secondari, anche marginali, della storia del club.

Quella che volevo raccontarvi oggi viene proprio da quel periodo “oscuro”, la fine degli anni ’80. È una delle stagioni più tristi della storia del Forest, se non la più triste in assoluto, e è la storia di tre di questi “personaggi secondari”: si tratta di tre ragazzi delle giovanili e delle loro alterne fortune. È un racconto che mostra quale fosse il rapporto di Brian Clough con i ragazzi del Forest: il Gaffer era un misto tra un insegnante, un sergente maggiore e un padre, e aveva con i ragazzini che bazzicavano la squadra un rapporto molto più stretto e profondo di quanto — immagino — non abbiano adesso con loro i manager dei grandi club della EPL (perché sì, allora il Forest era un grande club della Prima Divisione inglese). Ecco, posso immaginare, forse, che Ferguson tratti — a volte — con i ragazzi dell’accademia nel modo in cui lo faceva Clough, ma le dimensioni del Man U di adesso e quelle del Forest di allora non sono paragonabili, e non penso che sir Alex abbia tutto il tempo che aveva sir Brian per guardare ai vivai; e, comunque sia, si tratta sempre di un manager della vecchia scuola, che incontrò Clough sul campo, che lo conosceva e che lo rispettava.

Il titolo del capitolo è Is the non-shaver strong enough?, ovvero, Lo sbarbatello è abbastanza forte?

È la domanda che si è fatto, prima o poi, qualsiasi allenatore di prima squadra assistendo alle imprese di qualche sgallettato delle giovanili di fronte ai pari grado, e immaginandoselo affrontare qualche terzino pelato ultratrentenne assetato di sangue che sa che il rinnovo del suo magro contratto e gli ultimi spiccioli che riuscirà a spremere dalla sua faticosa carriera passano anche da quanto poco riuscirà a far giocare l’esuberante esordiente. Il brutto e il meraviglioso, del calcio così come della sua meno articolata metafora, la vita, è che nessuno può dirlo, prima. La differenza tra Brian Clough, anche di un Brian Clough in quella che alcuni identificano già come la sua fase calante, e un allenatore normale è che, di solito, Brian Clough riusciva a indovinarlo prima, e che quando pensava di sì, non aveva paura di mettere alla prova le sue convinzioni.

Ladies and Gentlemen, from Nottingham, East Midlands, Trevor Frecknall!

Per trascinarmi fuori dall’ufficio durante gli inverni nei quali era Hamilton [Duncan Hamilton, l’autore di Provided… del quale abbiamo parlato sopra, che era subentrato a Frecknall nel seguire le partite del NFFC] a seguire fedelmente le sorti del Forest, andavo spesso a seguire le partite di qualche A-team dei dintorni al sabato mattina, per scriverne uno scarno report da pubblicare il giorno dopo. Gli A-team, in sostanza, erano le squadre giovanili, la parata delle speranze dei club della lega; gli apprendisti diciottenni che durante una partita lottavano per trasformare i loro sogni adolescenziali in adulte realtà con molta più forza e passione di quante non ne avessi messe io in una vita passata sul bordo del campo.

I ragazzi del Mansfield Town, per esempio, giocavano su un campetto esposto e battuto dal vento di una scuola del villaggio di Edwinstowe il cui groundsman, venni poi a sapere, era Johnny Franks, che era stato l’opening bowler sinistro per la squadra di cricket delle scuole del Nottinghamshire Under 15 nella quale avevo giocato anch’io nel 1960. Lui andò avanti con il cricket, tanto da ottenere un provino al Trent Bridge per un posto della squadra della Contea per il Championship, ma, incredibilmente, fu scartato dal comitato quando i commissari si resero conto che era balbuziente. Immaginatevi, dunque, la sua gioia quando poi, molti anni dopo, nel 1996, suo figlio Paul si guadagnò un posto nella stessa squadra della Contea.

Il Notts County, invece, non aveva un luogo fisso per le sue partite nella Midland Intermediate League. A proposito, mi ricordo che una volta il grande manager del County, Jimmy Sirrell, mi raccontò che la parte più difficile del suo lavoro era proprio mettersi seduto accanto a un ragazzino alla fine di una stagione agonistica, guardarlo negli occhi e dirgli “ragazzo, mi dispiace molto…”. Il manager-che-non-parlava-mai mi spiegò: “È come dire a un ragazzo che ha una malattia mortale, perché se un ragazzo è arrivato fin lì è perché il suo unico sogno è quello di giocare al calcio e di essere un calciatore. E tu stai per uccidere quello che ha di più caro: la sua ambizione”.

E, anche se Brian Clough non mi disse mai nulla di simile, condivideva questo sentimento. Steve Stone è la prova tangibile di ciò.
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Steve Stone Nottingham Forest
Difficile riconoscere in questo signore precocemente invecchiato Steve Stone, il ragazzino di cui si parla nell’articolo.

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Nonostante i suoi difficilmente dissimulabili doposbornia, e nonostante il mantra che ripeteva continuamente, “voglio controllare tutto al club, da chi lava le magliette in su”, se il Forest giocava in casa il sabato pomeriggio, Clough, alla mattina, non si perdeva una partita dell’A-team. Compariva invariabilmente a un certo punto a bordo campo con il suo golden labrador, Del Boy, alle calcagna, per veder giocare i teen-ager. In quelle occasioni, anche il genitore più orgoglioso del frutto dei propri lombi distoglieva l’attenzione dal campo di gioco per guardare il Gaffer pattugliare il bordocampo guardando tranquillamente quello che succedeva sul terreno di gioco.

Per quanto riguarda Stone, gli vide solo calciare qualche pallone, nelle giovanili, prima dell’incidente. Stone era nato in Scozia nel 1971, in un paesino chiamato Knockentiber, ma era cresciuto nel Nordest dell’Inghilterra. Si era rotto malamente una gamba prima di riuscire a entrare stabilmente nella routine dell’A-team e dell’Accademia: allenamento alla mattina, pranzo al Jubilee Club (il bar convenzionato con la squadra, quello dei supporter), in modo da poter dare un occhio alla dieta, rifinitura con la prima squadra al pomeriggio, e vita nelle terrace-house di proprietà della squadra che sul dietro davano sulla parte di Bridgford End che finisce al City Ground.

Fu mandato a casa per recuperare dall’infortunio, ma scoprì con orrore, durante una visita, che l’osso si era saldato male, e che, quindi, la parte inferiore della gamba, una volta guarita, avrebbe formato una specie di arco che gli avrebbe reso impossibile giocare a calcio. Questo volle significare un’altra operazione per ri-rompere l’osso, e, per il ragazzo, un duplice dubbio: (a) se l’osso questa volta si sarebbe saldato giusto, e (b) se avrebbe recuperato la straordinaria mobilità e velocità che avevano contribuito a garantirgli l’agognato posto nell’Accademia del Forest. La seconda convalescenza la passò a Nottingham, questa volta, di modo che i medici potessero seguirne meglio il recupero.

A poco a poco cominciai a conoscerlo, a metà di quell’inverno, nella stagione 1988-89, mentre faceva esercizi di recupero con un’ala destra di quel tempo, Gary Crosby, anche lui in convalescenza. Li conobbi mentre facevano un’esercizio piuttosto strano, per rinforzare i muscoli delle gambe indeboliti da un grave infortunio. Crosby, che era stato tirato su per 15.000 sterline dall’oscurità della Beazer Homes League [la Southern League, come si chiamò per qualche anno: il settimo e l’ottavo livello del calcio inglese, appena sotto le due Conference], per la precisione dal Gratham, quando si era ormai rassegnato a fare del calcio il suo secondo lavoro, dopo quello di carpentiere, e che aveva sofferto un grave infortunio al ginocchio in una partita di campionato contro il Coventry City, a metà del novembre del 1988; una campana a morto per le sue ambizioni calcistiche, almeno a guardare quello che Clough aveva patito nella sua carriera.

[Allenatore del Gratham, allora, era Martin O’Neill: non è escluso, anche se le fonti non lo riportano, che fosse stato proprio Martin a segnalare a Clough il giocatore.]

Era appena passato Natale, e a turno spingevano la berlinetta di Crosby su per una leggera salita, in una viuzza a fondo chiuso accanto al Jubilee Club. Uno spingeva, l’altro sedeva al volante e guidava. Poi si scambiavano di posto. Ogni tanto, il fisioterapista del Forest, Lyas, veniva fuori e controllava quello che stavano facendo. L’unica cosa che Lyas non riuscì mai a sentire da parte dei due ragazzi è un lamento. Circondati da tre lati da alti muri in mattoni, l’unica cosa che i due riuscivano a vedere ogni giorno attraverso occhi socchiusi dal sudore era la possibilità di poter giocare di nuovo.

Io parlavo loro abbastanza spesso, le poche volte che si prendevano qualche minuto di riposo, non solo perché ero pieno di ammirazione per la loro determinazione, ma anche perché mi era venuta voglia di scrivere un articolo su di loro. Purtroppo, mi avevano detto chiaramente che non avrebbero più parlato con me se avessi osato far e una cosa del genere. Insomma, non credo proprio che sarebbe piaciuto loro che io pubblicassi una foto di loro che spingevano un’auto…

La spiegazione che mi davano? “Il Gaffer non vuole leggere articoli sui giocatori infortunati”.

Una volta o due, mentre chiacchieravo con Clough, misi alla prova questa loro affermazione. Invariabilmente, ogni volta che finivamo un’intervista, il Gaffer mi chiedeva: “Qualcos’altro da chiedere, prima che torni al lavoro?”. Così, gli chiesi se pensava che Crosby avrebbe potuto tornare a giocare, e gli parlai anche di “quell’altro ragazzo così determinato che sta lavorando con lui per il recupero”.

Gli occhi di Clough si rabbuiarono; cercava sempre di dare una risposta alle mie domande, in quel caso, però, mi disse: “non appena lo saprò con certezza, te lo farò sapere”.

E, in effetti, verso la fine della stagione 1988-89, terminando una chiacchierata mi disse la formazione che avrebbe schierato il sabato seguente: “Oh, a proposito, hai una piccola storia da pubblicare per sabato: ho deciso di proporre al giovane Stone un contratto da professionista. Non ho idea se davvero lo valga o no, ma da quello che mi hai detto tu, e da quello che ho visto, merita una possibilità. E i miei allenatori, la cui opinione del resto vale molto più della tua, mi hanno detto la stessa cosa. Non ha avuto una sola possibilità di far vedere il suo valore da apprentice, qui, così vedremo come si comporta in prima squadra nei prossimi 12 mesi.

“Bellissimo, Brian!”, dissi.

“No.” disse quasi con irritazione. “Sarà bellissimo solo se ce la farà. Se non ce la farà, avrò buttato via un altro anno della sua vita , e io avrò segnato sulla lavagna della mia, di vite, un’altra decisione sbagliata”.

“Beh, il tempo impiegato inseguendo un sogno non è mai buttato via, no?”, risposi.

“Piantala. Le frasette a effetto sono il mio lavoro. Però, ammetto che questa non è male. Smetti di ridere e scrivila. Ora togliti dalle palle [now fuck off] e lasciami lavorare”.

“Niente altro?”

“Stai diventando avido. FUORI DALLE PALLE!”

Stavo uscendo dal corridoio che portava al suo ufficio il posto in cui parlavamo e in cui mi rilasciava le sue interviste — per tornare nel foyer pubblico, quando lo sentii urlare “Ehi, aspetta un attimo!”.

Mi girai, e, con mia sorpresa, mi fece entrare nel suo ufficio, il sancta sanctorum, come lo chiamavano tutti con reverenza. Mi fece sedere, mi allungò un ginger scotch, si versò una vodka (un compito che, di solito, chiedeva a Carol — la sua segretaria — di adempiere) e si sedette alla scrivania, sempre indossando il berretto piatto che era diventato uno dei suoi marchi di fabbrica.

“Sto anche per offrire un contratto di un anno al giovane Scot Gemmill“, mi disse a bassa voce.
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Scot Gemmill con la Zenith Data System Cup
Scot Gemmill (a sinistra) e Kingsley Black con la Zenith Data System Cup (o Full Members Cup) conquistata dal Forest nel 1992 grazie alle loro reti, ben tre anni dopo gli eventi narrati nell’articolo. Non stupisce che tre anni prima Clough lo giudicasse un “bairn”.

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“Bene”, dissi segnando anche questo sul taccuino.

“Non perché suo padre lavora per me. Bada bene. Quel piccolo bastardo [Archie Gemmill, formidabile giocatore scozzese del Derby County e del Forest di Clough, quello che giocava i palloni conquistati a centrocampo da McGovern] sta puntando il mio lavoro, ma non lo avrà mai, puoi starne sicuro.”

Stava sorridendo, con le guance accese dall’arietta che saliva dal Trent, e da un ritorno della sua naturale e quasi infantile malizia.

“Posso scriverlo?”

“Meglio di no”, mi disse. “Ma il giovane Gemmill ha fatto abbastanza da far pensare che potrebbe farcela. L’unica mia preoccupazione è se sia abbastanza forte.”

“Si infortuna?”

“Non è tanto questo.” La voce di Clough era diventata poco più di un sussurro cospirazionista, anche se eravamo soli e la porta era chiusa. “È ancora un ragazzino [Clough dice “bairn”, che è la parola scozzese per indicare un bambino]. Ha diciott’anni, ma penso che non si faccia nemmeno la barba. Avrà tipo un paio di peletti in tutto su tutto il corpo. È ancora un ragazzo, e questo è un gioco da uomini. Ma le altre qualità che dovrebbe avere un giovane calciatore le ha tutte. Così gli darò un anno. Lui e il giovane Stone sono molto amici, e si faranno coraggio l’un l’altro. E non farmi fare la figura del vecchio rincoglionito sentimentale nell’articolo, mi raccomando. Ora finisci di bere e fuori dai coglioni. Fai di quel che ti ho detto quel che meglio credi.”

Naturalmente, la cosa importante non è quello che avrei o non avrei fatto io con questa storia, ma quello che Steve Stone e Scot Gemmill avrebbero fatto della doppia scommessa di Clough.

Sono diventati tutti e due nazionali. Altri due giocatori che debbono a Clough quel po’ di tempo in più per far diventare realtà i loro sogni… e tutto questo nel tempo in cui il maestro dei manager avrebbe dovuto essere in parabola discendente.

Stone, diventato meno veloce ma più potente dopo l’incidente, grazie a tutto il tempo passato a spingere l’auto di Crosby, giocò 229 partite per il Forest nei dieci anni a partire dal 1989, soprattutto all’ala destra, il posto occupato prima di lui da luminari del ruolo quali Martin O’Neill e Trevor Francis. Fece nove apparizioni con la maglia bianca dell’Inghilterra, e fece parte della squadra selezionata per Euro ’96.

Il giovane Gemmill (sarà sempre “il giovane Gemmill”, a causa dell’impressionante traccia lasciata dal suo battagliero padre) giocò 245 partite per il Forest negli anni ’90, e si guadagnò 26 cap con la Scozia. Seguì le orme di suo padre anche dopo il ritiro, diventando allenatore; ora lavora per la Federazione scozzese, nello staff della nazionale Under 19.

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Purtroppo, Gary Charles, che aveva esordito nella stessa partita contro il Coventry nella quale Cosby si era fatto male, non era atteso da un destino simile. Era diciottenne anche lui, un terzino non possente ma velocissimo, nato a Newham, nella West London. Fece un debutto sensazionale, addirittura fuori dal suo ruolo preferito, messo all’ala sinistra in una squadra devastata dagli infortuni.

Ancora più sorprendente è il modo in cui Clough decise di rischiare la carta del suo debutto, in quel mercoledì notte: da quello che aveva visto nel corso di una partita della Derby Sunday League quattro giorni prima. Il figlio maggiore di Clough, Simon, che di giorno gestiva una grossa edicola a mezzo miglio dal campo del Forest, a West Bridgford, allietava le sue domeniche allenando una squadretta locale di dilettanti. Brian, assecondando il suo istinto paterno, incoraggiva gli apprentice del Forest — e anche qualche giocatore un poco più vecchio, se viveva ancora nel lodge del club — a prendere parte a queste partite. C’erano due ragioni per le quali lo faceva: la prima era tenerli d’occhio nell’unico momento della settimana in cui avrebbero potuto sfuggire al suo controllo, in modo che non si mettessero nei guai. Il secondo è che era un ottimo modo per insegnare loro il comportamento che lui si aspettava che un giocatore tenesse sul campo.

In quella particolare domenica del novembre del 1988, a Simon mancava un giocatore, e Brian propose di usare uno dei ragazzi dell’Accademia. Ci fu una breve discussione sulle norme che regolavano l’eleggibilità dei giocatori in quella lega, ma il verdetto unanime che scaturì dal dibattito — cioè, il parere di Brian — fu che “quei tizi (gli avversari) non protesteranno per il semplice motivo che non sapranno che è un abusivo, perché non l’hanno mai visto prima d’ora, e perché probabilmente passeranno anni prima che possano vederlo ancora. Si camufferà perfettamente nel tuo branco di cagnacci.”

Con somma sorpresa del ragazzino, il maestro del manager vide in quei 90 minuti giocati su un campetto spazzato dal vento abbastanza da selezionare Charles per la partita contro il Coventry. Charles rispose segnando una rete, portando scompiglio tra le fila avversarie, e sollevando tanto scalpore da far scattare immediatamente una denuncia nei confronti del club del povero Simon per aver schierato un giocatore non registrato e ineleggibile. Un’accusa che nelle Football Association di contea viene spesso punita tipo con la condanna a morte.

Sembrava che il mondo fosse ai piedi di Charles, anche se avrebbe dovuto superare la competizione dei suoi rivali per il ruolo di terzino sinistro in squadra: e questi erano nientemeno che Brian Laws e Stuart Pearce.

Ma da quel novembre del 1988, ogni volta che il Forest doveva giocare una partita nelle vicinanze dell’East End di Londra, Clough diceva a Albert di portare il bus attraverso le case di Newham dove Charles era cresciuto. Albert rallentava — un po’ per il traffico, un po’ perché glielo diceva Clough — e il manager guardava fuori dal finestrino, ai casermoni di cemento, e si chiedeva “dove caspero ha imparato a giocare a calcio il ragazzino? Dove ha trovato un’aiuola d’erba per cominciare?”

Cercai di chiedere a Charles un sacco di volte la stessa cosa. La sua risposta, sempre la stessa, fu stringersi le spalle e ignorare ogni proposta di fare una storia fotografica su dove avesse mosso i primi passi da calciatore, in una carriera che lo portò a giocare otto anni nel Forest, e a vestire due volte la maglia della Nazionale inglese.

A parte un brusco contatto con la legge venuto da un incidente stradale occorsogli nel tempo del suo debutto, i suoi progressi furono tali da farlo entrare a vele spiegate nella prima squadra. Giocò anche la finale di FA Cup: Charles era lo sfortunato giocatore che fu quasi spezzato in due (naturalmente, per puro caso…) [l’ironia di Frecknall si riferisce al fatto che Gascoigne, infortunatosi al pari di Charles in quell’intervento e portato fuori in barella, non venne espulso dall’arbitro, come avrebbe dovuto essere tutta la vita; fatto che falsò quella partita, vinta poi dagli Spurs ai supplementari] dall’intervento omicida del famosissimo Gascoigne. Strano e triste il fatto che Charles abbia preso, via via, la stessa china di Gazza verso l’oblio. Dopo sole 56 partite nel Forest in quegli otto anni passati al City Ground, girovagò per Derby County, Aston Villa, Benfica, West Ham United e Birmingham City senza mai realizzare le possibilità che Clough aveva intravisto in lui una domenica pomeriggio sul campetto di un parco di Derby. E, mentre cercava di venire a patti con quello che la sua vita era diventata al di fuori del football, cominciò a avere tanti problemi con l’alcol da farsi anche un po’ di dentro e fuori nelle galere di Sua Maestà.
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Il fallo di Gascoigne su Gary Charles

Il fallo di Gascoigne su Charles.

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Stone, il giovane Gemmill e Charles. La vivida esemplificazione di che razza di lotteria sia il calcio, anche per i suoi interpreti più dotati.

E Gary Crosby, chiederete? Il ragazzo che possedeva la berlinetta con la quale lui e Stone cercavano di recuperare? Anche lui ce la fece, anche se la sua carriera fu meno brillante di quella del giovane Gemmill e di Stone: giocò per sette anni nel Forest, scese in campo 152 volte segnando 12 reti. Poi, dopo un periodo in prestito al Grimsby Town, girovagò per le serie minori inglesi fino al 1998, quando fu chiamato a assisterlo dal nuovo manager dei gialloneri, un suo caro amico dei tempi del Forest, il figlio di colui che l’aveva lanciato nel calcio professionistico: Nigel Clough. Giocò e allenò con Clough il Burton Albion fino al 2005, dopodiché divenne l’assistente di Nigel. Insieme, abbandonarono il Burton Albion per il Derby County nel 2009, e Gary è tuttora il secondo di Clough sulla panchina dei Rams.
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Nigel Clough e Gary Crosby

Nigel e Gary accolgono due nuovi acquisti al Derby County: James Bailey (sinistra) e John Brayford. È evidente, visto lo stato in cui versano Crosby e Stone, che la macchina di Gary aveva qualche problemino di emissioni tossiche.

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Ormai lo sapete: a Nottingham Forest Italia piacciono molto le storie collaterali, quelle piccole, quelle che, soprattutto da noi, non conosce quasi nessuno, quelle che vengono fuori come per troppa pressione da quelle relativamente più grandi, come l’epopea di Brian Clough.

Perché il calcio, soprattutto quello inglese, è un patrimonio di storie, e, ancor più, di mitologie, che nella storia dell’umanità ha paragoni solo con quello greco e con quello indiano; e non lo dico affatto pensando di esagerare.

Oltre che a Scot Gemmill, Steve Stone e Gary Charles, l’articolo cita di sfuggita un altro personaggio meraviglioso.

Jimmy Sirrell è stato un manager grandissimo e sottovalutato.

Scozzese di Glasgow, portò il Notts County dalla quarta alla prima divisione, e viene universalmente ricordato come il miglior allenatore che le Gazze d’oltre Trent abbiano mai avuto. Calciatore modesto, il suo massimo risultato fu di giocare qualche partita nel Celtic da riserva, giocò soprattutto nelle serie minori inglesi, e cominciò a allenare il Brentford, per passare al Notts County nel 1969, prendendoli in quarta divisione.

Allenò i bianconeri per dieci anni, portandoli in seconda divisione, li abbandonò un paio d’anni, dal ’75 al ’77, per lo Sheffield United, e poi li riprese dove li aveva lasciati, in Seconda Divisione, in piena lotta per la retrocessione; li risollevò, e li portò in Prima divisione nel 1981, per la prima volta dal 1926, sancendo l’impresa con una vittoria per 2-0 a Stanford Bridge, e abbandonò l’allenamento attivo, diventando general manager, l’anno dopo, dopo aver conquistato un onorevolissimo quindicesimo posto, senza mai correre nessun pericolo di retrocessione.

Tra l’altro, lasciò il posto in panchina a un’altra gloria locale, il nostro Larry Lloyd.

Tornò in panchina tre anni dopo, con il Notts County di nuovo retrocesso e in piena crisi finanziaria, per evitare la retrocessione in terza serie, ma fallì l’ennesima impresa; dopo altri due anni vissuti in panchina, senza gloria e senza infamia, in Terza Divisione, abbandonò definitivamente il calcio.

È uno dei tre manager, nell’intero secolo e mezzo di storia del calcio inglese, a aver portato una squadra dalla quarta alla prima serie. La tribuna principale del Meadow Lane, la County Road Stand, gli fu intestata nel 1993, quando era ancora ben vivo e vegeto, un riconoscimento rarissimo, credo, ma ben meritato. Quando il Chairman gli telefonò per chiedergli il permesso, Jimmy rispose: “’T would be a bloody honour, sir”.

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Jimmy Sirrel tribute gate

Il 25 settembre 2008, dopo aver saputo della morte di Sirrell, i tifosi del Notts County portano fiori e sciarpe di fronte alla tribuna che ha preso il suo nome.

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È un grande misconosciuto del calcio inglese; un grande non altrettanto misconosciuto del football britannico trovò queste parole, per ricordarlo il giorno suo funerale, cui volle a tutti i costi partecipare:

Quello che posso dire è che Jimmy è il manager che avrei voluto per la squadra di cui fossi stato tifoso, e che tutti i manager che l’hanno conosciuto la pensano allo stesso modo.

I manager davvero fantastici, quelli che tutti dovrebbero ricordare davvero, sono le persone come Jimmy, quelle che lavorano senza soldi, o con pochi soldi, e con giocatori tutto sommato modesti, ma che fanno nella loro carriera le cose straordinarie che ha fatto lui al Notts County e allo Sheffield United.

Alex Ferguson

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“Don’t shoot for God’s sake, DON’T SHOOT… Oh blimey, what a goal”. Peterboro 0-1 Nottingham Forest.

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“I’d had a go at Andy moments before the goal when his flick lost us possession in a dangerous area – but he obviously made up for it with his strike. It was one of those where you’re thinking ‘don’t shoot’, but end up saying ‘oh my God, it’s gone in!”

Sean O’ Driscoll

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Ottima vittoria contra il rinato Peterbourgh degli ultimi tempi, ma è sempre molto (troppo) difficoltoso il rapporto dei nostrl ragazzi con il fondo del sacco. Ci è volute una prodezzona di Reid per fare nostra una partita che sembrava incanalata verso il medesimo tipo di 0-0 che ci aveva restitute la partita con i Rovers: uno 0-0 fatto di sterile domino territoriale e di un paio di occasioni clamorose consegnate direttamente alla canna del cesso.

Non che il Boro non abbia avuto le sue brave chances, intendiamoci, ma il Forest, tutto sommato, ha decisamente meritato il vantaggio finale.

Bel pomeriggio di sole a London Road, campo che a me piace tanto, sul quale abbiamo sempre vinto; una curva e mezza tribuna sono occupate dai tifosi Reds, giunti in più di 3.000 da Nottingham: formano, dunque, più o meno un terzo del pubblico totale.

Con il ritorno di Cox davanti, O’ Driscoll ripropone il rombo di centrocampo, con Cohen a destra, Reid a sinistra, Gillett davanti alla difesa e McGugan dietro le punte. Incatenata, invece, la difesa, con Halford Ayala Collins e Harding.

Camp

Halford — Ayala — Collins — Harding

Cohen — McGugan — Gillett — Reid

Sharp — Cox

Di fronte, i blu schierano un abbottonatissimo 532, che fa capire già quanto sarà dura metterla dentro, con davanti il nostro ex, Emil Sinclair, reduce da una brillantissima tripletta contro lo Hull City.

L’inizio dei nostri è tambureggiate, e si mette subito in mostra un McGugan particolarmente ispirato.

Su una palla scaricata all’indietro da Simon Cox, Lew colpisce di prima intenzione dalle trentacinque iarde un pallone non velocissimo ma molto preciso, che Olejnik va a togliere con il braccio di richiamo dall’incrocio dei pali. Se si fosse tagliato le unghie prima della partita non ci sarebbe arrivato.

Un disimpegno piuttosto incerto dello stesso portiere austriaco per Bostwick, che ci mette anche del suo cincischiando sulla propria tre quarti, bel tackle di McGugan che, una volta conquistata la palla, e dalle 25 iarde tira di prima intenzione un rasoterra a giro sul quale, però, Olejnik non ha problemi a intervenire. Un po’ affrettato il tiro di Lewis, perché, con la squadra del Cambridgeshire in risalita, probabilmente un passaggio veloce a una delle due punte avrebbe trovato la difesa blu con la carta igienica in mano e i pantaloni alle caviglie. Ma, diciamocelo, non è che McGugan, soprattutto nei giorni in cui sente il tiro, abbia mai brillato per visione di gioco.

Discesa di Harding sulla sinistra, passa la linea di metà campo, si accentra e arriva come un ossesso al limite dell’area, il pallone viene contrato dalla difesa blu e recuperato da Reid sulla sinistra, si accentra anche lui, arriva dentro la lunetta, la passa a Sharp a un paio di iarde alla sua destra e prosegue la corsa cercando l’uno due, ma Sharp preferisce servire dietro a destra Cohen, che a sua volta scarica a Halford sull’out di destra. Harding la riserve a Reid, retrocesso poco fuori l’area, Andy si gira e serve Cox sul limite dell’area piccola con un pallonetto morbido, Sharp di petto a McGugan sul limite di quella grande, tiro di prima intenzione e fuori di mezza iarda sulla destra di Olejnik. Grande occasione, questa. Un tiro decente di Lew ci avrebbe consegnato un precoce e prezioso vantaggio. Bellissimi sia il lancio di Reid, sia il retropassaggio di Sharp per McGugie.

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Il tiro di McGugan finito appena fuori. Lew è il giocatore al limite dell’area in posizione centrale.

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Rilancione spazzato lungo di Ayala dalla nostra metà campo per sviare guai peggiori, su un passaggio laterale non proprio impeccabile di Collins, Little combina un mezzo pasticcio sul pressing di Cox e consegna la palla a Reid sull’out sinistro, cross immediato per lo stesso Cox precipitatosi dentro l’area di rigore, un paio di passi per la punta irlandese e gran tiro incrociato sul secondo palo, purtroppo non molto angolato, che Olenjik è bravissimo a deviare sul fondo.

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Cox impegna Olejnik, ma il tiro non è molto angolato.

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Piccola mischia in area sul susseguente corner, palla spazzata via in qualche modo dalla difesa del Boro che arriva a Sinclair, Emil si lancia nella nostra metà campo, si impegna in un corpo a corpo con Harding che il nostro terzino risolve con un tackle scivolato in fallo laterale sulla nostra tre quarti. Contro un colosso come Sinclair molto buona l’interdizione fisica di Harding, troppo spesso trovato un po’ molle, invece, sulla sua fascia, nel corso di questa stagione.

Secondo tempo

Dopo una prima parte di gara con qualche buona azione da parte nostra, e praticamente inoperosa per Camp, la seconda fase è più equilibrata e moto più movimentata.

Bella manovra veloce sulla fascia destra per il Boro, seguita a una palla persa da Reid, Bostwick si impadronisce della sfera sulla linea centrale del campo e corre corre corre fino al vertice della nostra area di rigore malamente contrastato da Harding e Collins, e riesce a tirare da poco dentro l’area un diagonale rasoterra che Camp, ben piazzato, respinge in angolo alla sua sinistra. Davvero povera, in questo caso, la nostra fase difensiva.

Boyd si incarica della battuta del corner con un sinistro a rientrare, Barnett riesce a anticipare il suo marcatore e colpisce benissimo appena sotto la traversa, fortunatamente centrale, proprio dove Camp riesce a opporre le sue manone sante che gli ha fatto mamma; la palla si alza a campanile, torna giù verso le mani protese del nostro portiere, irrompe Rowe che colpisce di testa alto sopra la traversa, ma l’arbitro ferma il gioco per fallo dell’esterno blu su Campo. Due gravi rischi in meno di un minuto.

Moloney (subentrato a Ayala nell’intervallo ) perde un pallone sulla fascia destra della loro trequarti, Boyd riavvia l’azione per il Boro lanciando con un bel cambio di fronte di esterno destro Little sulla fascia destra. Little avanza fino al vertice dell’area, punta Harding in velocità, fa passare la palla e cerca lo scatto a aggirare il nostro terzino ma trova Collins ben piazzato a calciare la sfera verso le terrace house fuori dallo stadio.

Per adesso, pare che sia tornato in campo solo il Boro, tutta un’altra squadra rispetto alla prima frazione, molto più veloce, preciso e deciso nei contrasti.

Dopo che il ragazzino ha scavalcato il recinto per recuperare il pallone finito nel giardino della sciura che si è anche incazzata, Little si incarica della rimessa. Collins respinge di testa verso la nostra trequarti, Sharp e Bostwick lottano per il possesso della palla, la palla finisce di nuovo dietro a Cox che lancia bene Reid sulla sinistra di prima intenzione, Reid innesta il turbo, partendo da poco oltre la metà campo, si accentra, arriva giusto sul vertice dell’area di rigore e lascia partire — proprio un istante prima che Knight-Percival lo rimonti — un tiro assurdo e impossibile che però passa sopra l’assolutamente incolpevole Olejnik inutilmente protesosi e si infila giusto nel sette alla sinistra. Goal of the month in cassaforte, ma ci sbilanceremmo anche per qualcos’altro.

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Il tiro di Reid, l’omino rosso coperto da Knight-Percival proprio sul vertice sinistro dell’area del Boro. Il pallone si va a infilare nell’angolino alto opposto, davvero una prodezza alla Emmerich.

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Boyd crossa dalla trequarti sinistra un pallone nella nostra area, intervengono insieme Barnett e Collins poco fuori il vertice destro della nostra area piccola, Barnett colpisce malamente, ma la palla sbatte contro il ginocchio di Collins e diventa un tiro insidioso che, però, l’attento Camp riesce a respingere.

Cox lotta per la palla nel cerchio centrale e la offre indietro a Harding sulla sinistra, Harding lungo la laterale a Reid poco dentro la metà campo avversaria, Reid si volta, si accentra e pesca Cohen in mezzo, sulla trequarti blu. Cohen accelera e si porta verso l’area del Boro, vede Sharp smarcato dalla parte opposta e gli crossa un bel pallone, Sharp stoppa bene e tira, ma è piuttosto defilato, il portiere copre bene il suo palo e respinge, Sharp recupera il pallone sulla linea di fondo lottando in mezzo a due avversari, lo rimette in mezzo per il neo-entrato Jenas il quale, completamente libero, mette nella porta vuota da due passi. Il guardalinee, però, segnala che il pallone era uscito sulla respinta di Olejnik e annulla la rete.

Swanson, entrato al posto di Little, si accentra dalla fascia sinistra e impegna Camp con un tiro da fuori a uscire, piuttosto angolato, anche se dotato di abbondante prefisso teleselettivo: respinto in angolo.

Azione un po’ confusa sulla tre quarti avversaria, conclusa da Gillett che smista a Cohen allargato a destra, Cohen di prima a Moloney in sovrapposizione, Brendon arriva sulla linea di fondo e crossa dentro, mischia in area dalla quale esce con autorevolezza Cox, che si allarga nuovamente verso il vertice dell’area di rigore, la dà indietro a Cohen esattamente sul vertice destro dell’area grande, Cohen non vede varchi e retrocede, passando poi la palla indietro a Gillett sulla trequarti. Gillett retrocede a testa alta e rilancia benissimo di nuovo sulla destra Moloney, che all’altezza del dischetto di rigore, allargato sulla destra, la rimette dentro meravigliosamente, pescando Jenas completamente libero sul vertice dell’area. Tiro piuttosto fiacco respinto faticosamente da Olejnik, il pallone si impenna, Cox si avventa e colpisce di testa a botta sicura, ma riesce nell’incredibile impresa di colpire l’unica cosa che occupa i 7 metri e 20 della porta, il braccio di Olejink disperatamente proteso a difesa della rete. Grave l’errore di Jenas, che avrebbe dovuto segnare, ma imperdonabile quello di Cox, che doveva segnare senza se e senza ma.

Meravigliosa la costruzione di Gillett e Moloney, sciagurate le conclusioni di Jermaine e Simon.

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Jenas riceve un meraviglioso pallone da Moloney — quello sulla destra che esulta già — ha tutto lo specchio libero, ma non riesce a metterla dentro.

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Ma l’errore di Cox sulla ribattuta è da fucilazione sul posto.

Anche Fray osserva che il Forest non riesce a essere “clinico” una volta che riesce a portare la palla nella trequarti avversaria. Non so, ci vorrebbe un bel 5 o 6 a zero per sbloccare la squadra, una di quelle partite in cui ti entra tutto.

Sharp controlla un pallone difficile sulla sinistra, trequarti avversaria, pressato da Ferdinand e Alcock. si ferma e la passa indietro a Reid, inarrestabile, che parte da poco fuori l’area, comincia a avanzare, arriva sulla linea di fondo (intersezione con la linea di porta) e crossa in mezzo per il neoentrato Majewski poco fuori l’area piccola: Raddi, relativamente libero, colpisce di testa, ancora a colpo sicuro, ma trova di nuovo le mani di Olejnik a respingere.

Primo minuto di recupero: Jenas recupera un bellissimo pallone rubandolo alla manovra avversaria nel cerchio di centrocampo, avanza in contropiede con Sharp che gli offre un comodo rimorchio sulla destra; Jermaine aspetta intelligentemente per dargli la palla di arrivare al limite dell’area, per attirare i due difensori su di sé, e poi scarica. A questo punto accade veramente l’incomprensibile. Sharp è completamente solo, entra in area, evita bene Brisley in disperato tackle, ha anche il tempo di fermarsi per prendere la mira, Olejnik resta immobile come un cerbiatto circondato dai lupi aspettando l’inevitabile, e invece Sharp tira malamente addosso al portiere, una roba che se la fai ai giardinetti ti inseguono per mezz’ora per riempirti giustamente di calci nel culo.

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Senza parole…

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Vabbè, quello degli attaccanti che hanno bisogno di segnare un gol per sbloccarsi è un vecchio luogo comune del calcio, ma è uno dei più veri. Fatto sta che avrebbe già dovuto essere abbondantemente game-over, invece stiamo ancora qui a soffrire.

Proprio allo scadere, manovra avvolgente del Boro fuori dalla nostra area di rigore, interrotta dall’arbitro per un fallo non proprio evidente di Jenas o Cohen su Swanson. Punizione al limite centralissima, la taffa di Huddersfield è acutissima, Sale anche Olejink per sfruttare le sue doti aeree, Bostwick sceglie la soluzione di potenza che si infrange sulla barriera, uno zozzone in maglia blu raccoglie poco dentro l’area, tira, ma Harding si immola a respingere in corner.

Sul corner si accende una mischia assurda, Olejnik quasi colpisce di testa, Cohen in spaccata respinge nel deserto, Alcock raccoglie e la spara di nuovo in area con la raffinatezza di un boscaiolo norvegese, Collins respinge verso il nostro out sinistro, Tomlin recupera e crossa di nuovo (Olejnik ormai fisso nella nostra area), Camp cattura la sfera e finisce a terra in un groviglio laocoontico di corpi, la perde, ma l’arbitro fischia il più classico dei falli di confusione a nostro favore e, subito dopo, la fine.

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Forest: Camp; Halford, Ayala (Moloney 46′), Collins(c), Harding; Gillett, Cohen, McGugan (Jenas 61′), Reid; Cox (Majewski 82′), Sharp.

NE: Evtimov (GK), Moussi, Guedioura, Coppinger.

Marcatore: Reid 51′

Ammonito: Halford 84′

Peterborough: Olejnik, Alcock, Brisley, Bostwick, Barnett, Boyd, Sinclair (Berahino 63′), Rowe(c) (Tomlin 68′), Ferdinand, Little (Swanson 63′), Knight-Percival.

NE: Day(GK), Zakuani, McCann, Nthle.

Arbitro: M Haywood

Spettatori: 10.469 (ospiti: 3.262)

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Archiviato in stagione 2012-2013

Pausa (non) internazionale.

Pausa internazionale anche per Nottingham Forest Italia. Il vostro cronista ha avuto un altro periodo piuttosto accanito, e non ha potuto nemmeno postare il commento alla vittoriosa e preziosissima trasferta di Petersboro, che spero di postare domani, prima del succosissimo clash contro i Redbirds capolista al City Ground.

Andamento altalenante per i nostri ragazzi impegnati a difendere i colori dei loro Paesi: dolceamara (molto più amara che dolce, a dire il vero) la settimana in verdesmeraldo di Simon Cox, protagonista sia della clamorosa disfatta di Dublino (1-6 contro la Germania, con il Nostro impiegato da esterno destro: una delle “follie” rimproverate a Trapattoni dalla stampa irlandese), sia del successo per 4-1 nelle Faroe, con Cox impiegato ancora da esterno nel secondo tempo al posto dell’ottimo prospect del Man U Robbie Brady, a sprazzi identificato come un possibile obiettivo di O’Driscoll per un prestito a gennaio.

Tutta amara la trasferta di Dexter Blackstock a Antigua: dopo una sconfitta per 1-2 in casa con gli USA, nella quale, però, Dex ha segnato la rete del provvisorio pareggio, la nazionale caraibica ha subito un pesante 4-1 a Kingston nel derby anglofono contro i Reggae Boyz. Approfittando della sospensione, che ne avrebbe comunque sia impedito l’utilizzo sabato prossimo, Dex ha ritardato il rientro nell’East Midlands per concedersi un po’ di aviti Caraibi, e come dargli torto.

Dolce, invece, il viaggio di Aldéne Guedioura in Algeria: al Moustapha Tchaker le volpi del deserto hanno ribadito la loro superiorità sulla nazionale libica vincendo 2-0, dopo la vittoria per 1-0 ottenuta sul neutro di Rabat, e si sono così qualificati per la fase finale della Coppa d’Africa, torneo a causa del quale, dunque, perderemo Guedé per circa un mese.

Non convocato, invece, Camp, che non ha potuto, dunque, partecipare all’impresona degli Irlandesi del Nord, protagonisti di uno storico 1-1 sul terreno del Da Luz di Lisbona.

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Tra parentesi, oggi ho visto una delle più bizzarre chiavi di ricerca attraverso le quali qualcuno sia mai arrivato qui sopra: “operato ai tendini di achille può fare karate?”. Non so perché google abbia indirizzato qui il gentile lettore, e temo proprio che non abbia trovato qui sopra la risposta che cercava, ma posso dirgli che mia sorella è stata operata al tendine d’Achille e continua a fare attività sportiva, anche piuttosto pesante, tranquillamente.

Spero che magari qualche volta tornerà a trovarci lo stesso, e che, magari, si faccia prendere dalla passione per la nostra meravigliosa squadra.

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18 ottobre 2012 · 7:25 pm