Il mercato della Championship in numeri

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Money and football
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Chi segue questo blog sa che mi interessano molto i numeri, l’aspetto economico e finanziario sotteso alla gestione di un club calcistico. Non è da oggi che i soldi sono uno dei fattori più importanti nella vita di una squadra di calcio; anzi, sono sempre stato il fattore più importante. La differenza tra oggi e ieri è che ieri poteva ancora verificarsi il miracolo occasionale e quasi inconsapevole di una grande squadra che nasceva quasi per caso, o perché, per incredibile fortuna, un gruppo di ragazzi di talento crescevano tutti insieme nello stesso quartiere o nella stessa città (penso al Celtic a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, e all’Ajax di Cruijff, due squadre i cui giocatori erano quasi tutti nati a meno di 15 chilometri dallo stadio), o perché un manager particolarmente abile riusciva a fare le nozze con i fichi secchi, a individuare giocatori di talento a poco prezzo o a supplire con la sua abilità tattica alle carenze tecniche dei suoi giocatori: e qui i casi che mi vengono in mente sono, soprattutto, il Forest di Brian Clough e il Borussia Moenchengladbach di Udo Lattek degli anni ’70.

Ora miracoli come quelli non sono più possibili, essenzialmente, per tre motivi:

  • La possibilità che un giovane talento sfugga dalle maglie delle reti tese dalle grandi squadre in tutto il mondo è bassa. Da questo punto di vista, i margini di manovra dei piccoli club sono scesi di molto, rispetto all’era pre-Premier League. È molto più facile, anzi, che le giovanili delle grandi squadre vadano in “overbooking”, acquistino, cioè, giovani di belle speranze ben oltre le necessità di ricambio della prima squadra, togliendo, così, a ragazzi promettenti la possibilità di maturare in ambienti che li valorizzino e in cui possano giocare molto. Il caso di Bamford, passato dalle giovanili del Forest a quelle del Chelsea, e ivi dispersosi, è esemplare.
  • La forbice tra gli ingaggi delle grandi squadre e quelli delle piccole è enormemente aumentata, e, anche grazie alla legge Bosman, è diventato impensabile che un giocatore davvero bravo stazioni al di fuori del circuito della Champions League dopo l’anno del suo lancio definitivo. Negli anni ’60 e ’70, Cruijff giocò nella relativamente piccola Ajax per nove anni, prima di cedere alle lusinghe del Barcellona; al giorno d’oggi, un giocatore olandese di quel livello partirebbe per la Spagna o per l’Inghilterra dopo un anno, se non dopo sei mesi. Inoltre, la rottura completa delle frontiere ha reso il mercato davvero globale, rendendo impossibile trattenere i giocatori forti non solo alle squadre minori dei campionati di punta, ma anche alle squadre forti delle Nazioni e dei campionati meno attraenti per le TV.
  • I miracoli di Nottingham e di Moenchengladbach (ma anche quelli di Bruges e di Malmoe, squadre arrivate, comunque sia, alla finale di Coppa dei Campioni) erano dovuti all’esistenza di un tessuto economico sottostante molto florido, che riusciva a sostenere, con le sue risorse, le necessità economiche (non basse, ma nemmeno alte come ora) di una squadra di vertice, e ne determinava le fortune. Non a caso, il calcio in Europa è cresciuto nelle città industriali (Milano, Torino, Liverpool, Manchester, Monaco, Saint Etienne, il bacino della Ruhr) e non nelle grandi capitali amministrative (Roma, Londra, Parigi, Mosca, Berlino). Le eccezioni, Madrid e Lisbona, sono dovute alla presenza, in quei Paesi, di regimi fascisti interessati a dirottare risorse economiche e politiche su Real e Benfica, per motivi di prestigio nazionale. Ora contano solo i soldi che ha il proprietario, mentre il contesto economico e sociale di cui la squadra è espressione è una variabile del tutto irrilevante: la crescita del calcio nelle grandi Capitali europee, infatti, è conseguenza della discesa in campo dei grandi Tycoon dell’energia, interessati, esattamente come i dittatori fascisti, a sedi di prestigio per dare visibilità al loro impegno. Il pubblico è molto più importante come cornice televisiva che come fonte di reddito, tanto che trasferirsi in uno stadio più piccolo, che garantisca punte inferiori di incassi ma fornisca una cornice spettacolare migliore, è, spesso, un vantaggio: Juventus docet. Se ci pensate, una squadra di una regione ricchissima che porta 80.000 persone a ogni partita allo stadio, come il Borussia Dortmund, è economicamente molto meno potente di una squadra di una regione depressa con uno stadio da 15.000 posti sempre mezzo vuoto, come l’Amzhi.

Certo, nulla vieta che un miliardario cinese prima o poi cerchi di riportare il Luton Town in finale di FA Cup, ma, se ci riuscisse, tipo investendo negli Hatters 1.978 milioni di sterline, sarebbe sempre un fenomeno attinente alla psicopatologia della ricchezza, non un miracolo tecnico o esistenziale come lo furono il Forest di Clough o l’Ajax di Michels-Kovacs.

Vabbè, esaurita la filippica iniziale, vediamo, dunque, un po’ di cifre della transfer window di Championship, appena conclusasi.

Un piccolo inquadramento economico sulla nostra lega preferita: la Championship è un campionato che guadagna tanto, va detto subito; ha un buon ritorno di pubblico (è il quarto campionato d’Europa per spettatori dopo Bundesliga, Liga e EPL, dal momento che ha recentemente superato la Serie A e la Ligue One), ha un buon ritorno di sponsorizzazioni, e la sua finestra di mercato, come vedremo, si chiude sempre, storicamente, in attivo; inoltre, l’anno scorso è stato attivato un meccanismo di ridistribuzione dalla PL (i cosiddetti solidarity payments) del proventi televisivi nazionali e europei della serie maggiore che ha portato, la scorsa stagione, a un aumento delle entrate totali fino a 423 milioni di sterline (+4% rispetto all’anno precedente).

Però non è un campionato florido. I 423 milioni di sterline vanno via, per il 90%, in stipendi di giocatori, e, in più, ci sono tutte le altre spese. Per esempio, i Club di Championship, la scorsa stagione, hanno speso, in totale, 18,7 milioni di sterline in commissioni per gli agenti, quasi un milione a testa!

La perdita operativa consolidata della Lega, l’anno scorso, è stata, infatti, di 130 milioni di sterline, mentre la perdita pre-tax è stata di 189 milioni di sterline. Una situazione al limite della sostenibilità (il debito totale della Football League — quindi Championship, League One e League Two è di 1 miliardo di sterline!), che ha portato il direttivo dei Club della Championship a deliberare, come petizione di principio, l’adozione di una forma particolare di Financial Fair Play basato, essenzialmente, su una forma di contenimento dei salari, che aiuti, se non a rientrare, almeno a rendere la situazione finanziaria un po’ meno drammatica.

Si tratta, appunto, di una formulazione di principio le cui modalità di attuazione sono ancora da definire, anche perché rimane il grande nodo dei club retrocessi dalla EPL: siccome la massima serie non ha nulla del genere, la conseguenza sarebbe che un club retrocesso in Championship quasi certamente non avrebbe i requisiti per disputare i campionati della Football League; d’altronde, una disciplina transitoria per i club retrocessi non sarebbe equa, anche perché, spesso, come insegnano gli ultimi anni, sono proprio i club provenienti dalla massima serie a dare i maggiori problemi. In attesa di queste norme, il debito complessivo della FL aumenta, e, con questa tendenza, tra dieci anni sarà di 2 miliardi di sterline, oltre ogni possibilità di recupero.

Detto questo, guardiamo alcune cifre dell’ultimo mercato (fonte transfermarkt):

  • I club di Championship hanno speso, in totale, £75.138.800, e hanno ricevuto £83.793.600, il terzo maggior introito degli ultimi dieci anni.
  • Il profitto fatto dalla divisione, dunque, è stato di £8.654.800.
  • La Championship ha sempre avuto un mercato in attivo a partire dal 2004-05, l’anno in cui ha preso la nuova denominazione.
  • Il saldo attivo totale di mercato della Championship, a partire dal 2004-05, è stato di circa 372 milioni di sterline.
  • Ogni club ha speso, mediamente, £3.207.783, mentre ha incassato, mediamente, £3.491.400. il ricavo medio per club è stato, dunque, di £283.617.
  • In realtà, solo 10 club su 24, in totale, hanno avuto una finestra di mercato in attivo. Il club che ha avuto il maggiore saldo di mercato è stato il Wolverhampton W, con +£15.500.000.
  • Gli altri club che hanno avuto un attivo di mercato sono stati Birmingham City (+5,2m), Blackpool (+114.000), Boro (+1,4m), B&HA (+1m), Watford (+3,5m, grazie alla politica di prestiti gratuiti intra-gruppo), Burnley (+5,5m), Leeds (+1,9m), Palace (+2,5m), Huddersfield (+5,8m).
  • Il Barnsley ha operato solo con cessioni e acquisti a titolo gratuito, mentre il Forest ha perso 2,6m di sterline, escluso l’acquisto di Billy Sharp, preso per una cifra di entità non nota. Questo, perché tutti gli abbandoni sono stati a titolo gratuito di giocatori in scadenza di contratto, a parte quello di Chris Gunter, pagato da Reading £2.640.000.
  • La perdita maggiore l’ha avuta il Cardiff City, con -9,5m, mentre la spesa complessiva maggiore l’ha fatta il Blackburn Rovers, con 14m, di cui quasi 9 solo per Jordan Rhodes, che, con il suo prezzo di 8.880.000 sterline, è stato anche il giocatore più costoso della lega.
  • L’incasso maggiore l’ha totalizzato sempre il Wolverhampton W, e penso che non sia un dato sorprendente, con £26.796.000.
  • La lega dalla quale sono arrivati più giocatori è la EPL: dalla massima serie, infatti, sono scesi ben 62 giocatori, molti di più di quelli passati da una squadra di Championship all’altra (45). Dalla League One sono arrivati 45 giocatori, e dalla League Two ne sono arrivati 23.
  • Dalle leghe straniere sono arrivati 60 giocatori; di questi 60, 13 sono finiti al Watford, 10 dei quali dall’Udinese.
  • Dalla Championship sono finiti in EPL 34 giocatori. Il più costoso di questi è stato Steven Fletcher, passato dai Wolves al Sunderland per £14m, il secondo trasferimento più costoso di tutti i tempi dalla seconda alla prima divisione del calcio inglese, dopo quello di Darren Bent, passato dal Charlton agli Spurs per £22m.
  • In uscita, la lega più popolare è la League One, con 62 partenze, mentre 40 giocatori sono finiti in League Two.
  • Il club che ha registrato più arrivi è stato il Watford, con 17, mentre quelli con più partenze sono stati i Blackburn Rovers, i Bolton Wanderers e Sheffield Wed, con 14 ciascuno.
  • Il Boro ha ottenuto la sua quarta stagione attiva di fila, mentre il Leicester City è la squadra che ha la più lunga striscia negativa, con tre.

Spero che sia un articolo interessante, in attesa del commento agli highlights della partita di ieri, nei quali andrà visto e rivisto, soprattutto, il meraviglioso passaggio di Coxie per il pareggio di Dex, davvero una roba alla Xavi.

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Archiviato in economia e football, stagione 2012-2013, trasferimenti giocatori

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