Archivi del mese: settembre 2012

Un arbitro farsesco inchioda la bara in cui il Forest, però, si è adagiato da solo.

|

wpid-schermata2012-09-30alle18-02-17-2012-09-30-17-40.png

|

Intendiamoci, l’arbitro è stato allucinante nel suo metro di giudizio (soprattutto se guardiamo la grottesca ammonizione a Reid e guardiamo ai cartellini risparmiati ai difensori e ai centrocampisti bianchi), e l’espulsione di Blackstock (molto discutibile, ma non fuori dal mondo) ha decisamente cambiato la partita, ma la prestazione del Forest lo è stata altrettanto. Un solo tiro in porta in novanta minuti, di Gillett e nel recupero, una squadra spenta, dominata sul piano fisico e tattico da un Derby al quale l’arbitro ha concesso molto in fase di interdizione, ma al quale noi non abbiamo saputo opporre altrettanto spirito e il nostro oggettivamente superiore tasso tecnico. Ora ci ritroviamo in zona medio-bassa, più vicini alla zona retrocessione che alla zona play-off, con in arrivo un Blackburn Rovers certamente non intenzionato a rallentare ancora la sua corsa.

I brutti segnali intravisti la prima volta nella partita di Coppa contro lo Wigan, sottovalutati per le molte circostanze attenuanti che caratterizzarono la prestazione dei Reds, stanno diventando partita dopo partita la cifra espressiva delle nostre prestazioni: difesa molle e spesso distratta (soprattutto dalla nostra sinistra), momenti di vuoto mentale, tratti di partita regalati agli avversari e incapacità di tenere la concentrazione; inoltre, pur potendo vantare una linea di fuoco composta da Cox, Sharp e Blackstock, abbiamo uno degli attacchi più sterili della lega.
Ancora non sappiamo quale sia il margine di tolleranza degli Al-Hasawi, e quanta sia la pazienza a loro disposizione (il loro score al Quadsiya li dipinge come mangia-allenatori), certo è che se il Forest non mostrerà entro breve decisi segni di miglioramento, discutere la sua panchina potrebbe non essere più un argomento tabù.
|

* * *

|
Per venire ai fatti, attacco in piena emergenza per mercoledì: Blackstock sarà squalificato per tre giornate, Cox è stato ammonito per la quinta volta e subirà un turno forzato di stop, mentre Tudgay, operato di ernia, sarà fermo per due settimane.
|

Lascia un commento

Archiviato in east midlands derby, stagione 2012-2013

Il Brian Clough Trophy e la Coffee Cup.

|
Brian Clough Way
|

E così, siamo al primo incontro stagionale tra Forest e Derby County, le squadre divise forse dalla più accesa rivalità dell’intero calcio inglese. Le due città distano 14 miglia l’una dall’altra, una ventina di chilometri, con due comunità piuttosto mescolate (molti cittadini di Nottingham lavorano a Derby, e viceversa, senza contare il territorio intermedio, con tifoserie molto intersecate), cosa che aggiunge ulteriore pepe alla faccenda.

Come tutto quello che riguarda il calcio inglese, anche la rivalità tra NFFC e DCFC è ricca di storie, di aneddoti, di protagonisti luminosi e oscuri. Vediamo di ripercorrne frettolosamente qualcuno, che tra meno di un’ora comincia la partita.

L’inimicizia tra le due squadre e le due tifoserie non è quella che si potrebbe definire una rivalità storica: nonostante una finale di FA Cup che le vide opposte nel 1898, con una sorprendente vittoria del Forest per 3-1 (i Reds erano stati sconfitti per 5-0 pochi giorni prima nella partita di lega), fino agli anni ’60 le alterne vicende delle squadre avevano fatto sì che tra di esse si siano registrate, tutto sommato, poche partite.

wpid-schermata2012-09-30alle10-54-45-2012-09-30-12-19.png

|

La prima si disputò nel 1892, al Racecourse Ground di Derby, partita che vide la vittoria dei True Reds per 3-2: il Forest era alla sua prima partecipazione al massimo campionato inglese, anche se è un club molto più vecchio dei Bianchi di Derby. Fino al 1906, con le due squadre entrambe impegnate nel massimo campionato, le partite si svolsero regolarmente, due per stagione, ma in quell’anno il Forest fu retrocesso; tra guerre e alterne vicende delle squadre, fino a tutti gli anni ’60 il derby delle East Midlands si tenne solo altre 12 volte, tutte in seconda divisione, con l’aggiunta di quattro sfide in FA Cup.

Nel 1969-70 la partita tornò a far capolino nella massima serie, dopo 64 anni di attesa, e da quel momento i Reds e i Rams hanno disputato altri 17 campionati insieme (questo è il diciottesimo), 12 nella massima serie e 5 nella seconda divisione. Fu proprio negli anni ’70, con il passaggio di Brian Clough al Forest, che la rivalità si accese arrivando ai livelli parossistici di oggi. Esattamente come succede tra figli gelosi, l’animosità tra i tifosi di Forest e Derby County aveva molto più a che fare con la reciproca convinzione di essere stati la squadra della vita del Gaffer che con la vicinanza geografica (che, certo, però, fornì e fornisce, come detto, abbondante carburante all’inimicizia). Questo, insieme al fatto che nessuno dei due club aveva veri e propri rivali storici (Derby è una one team city, mentre il Notts County non è mai stato preso molto seriamente, come avversario, dai tifosi del Forest, molti dei quali, anzi, guardano con simpatia (non ricambiata) alle sorti delle Gazze del Trent.

|

wpid-schermata2012-09-30alle12-16-45-2012-09-30-12-19.png

|

A mettere uno dei chiodi più robusti alla palizzata d’odio che divide le due tifoserie fu un altro personaggio mitico: Peter Taylor. Dopo aver annunciato il suo ritiro alla fine del campionato 1981-82, e avere conseguentemente abbandonato l’amico di sempre Brian Clough e il Nottingham Forest, accettò, invece, la proposta di diventare manager del Derby County, dove rimase fino alla fine della stagione 1983-84. Per soprammercato, convinse John Robertson, ala sinistra decisiva nei successi del Forest e molto cara a Brian Clough, a abbandonare a sua volta il City Ground per seguirlo nell’avventura. Oltre che i tifosi del Forest — il cui amore nei confronti di Taylor fu macchiato da questo gesto, tanto che nulla al City Ground, oggi, ricorda la figura del vice di Clough — questo gesto offese mortalmente anche Brian Clough, e segnò la fine dell’amicizia pluridecennale tra i due.

Dopo una fase in cui molti tifosi del Forest ponevano il Liverpool come più acerrimo rivale, a causa degli scontri degli anni ’70 e ’80, e a causa del ricordo di Hillsborough, il divaricarsi dei destini delle due squadre rosse e la pacificazione avvenuta sui tremendi fatti dell’89 ha restituito ai Bianchi il ruolo di nemico pubblico numero uno: al giorno d’oggi, 96 tifosi del Forest su cento e 100 tifosi del Derby su 100 indicano nella squadra posta all’altro capo dell’A52 la squadra contro la quale dà più soddisfazione vincere, una delle percentuali più alte di antipatia reciproca dell’intera Football League.

Una rivalità punteggiata da episodi anche molto cruenti: negli anni ’80 i tifosi del Derby e del Leicester, dopo le partite contro il Forest organizzavano spesso vere e proprie cacce all’uomo nei confronti dei tifosi Rossi nel centro di Nottingham, e nel 2009 i tifosi del Forest fecero graziosamente trovare teste di pecora mozzate fuori da alcuni pub di Derby.

Recentemente, la rivalità è stata rinfocolata da un paio di clamorosi nuovi “voltafaccia” manageriali: il passaggio di Billy Davies dal Derby al Forest nel dicembre del 2009, che portò a attraversare la A52 anche giocatori molto amati a Derby, come l’enfant du pays Lee Camp, Rob Earnshaw e Dex Blackstock, e l’arrivo a Derby della leggenda rossa Nigel Clough, il figlio di Brian, che ingaggiò subito un altro (ormai ex) idolo dei tifosi del City Ground, Kris Commons.

Certo, l’atteggiamento un po’ immaturo dei giocatori non ha sempre contribuito a raffreddare gli animi: nel 2008, Commons, alla fine di un match vittorioso, sventolò la sciarpa bianconera in faccia ai tifosi del Forest, e l’anno dopo, per ripicca, Nathan Tyson (ora, tra l’altro, in forza proprio ai Rams) fece lo stesso con una bandierina del corner rossa con l’albero dopo una rimonta da 0-2 a 3-2 del Forest al City Ground: gesto che scatenò una rissa piuttosto violenta e serie conseguenze disciplinari: per Tyson soprattutto, e, in secondo luogo, per le società e per tutti i giocatori coinvolti nello scontro.
|
Nathan Tyson sventola la bandierina del corner
|

Dal 2007, in ogni incontro tra le due squadre viene messo in palio il Brian Clough Trophy, una coppa nata per iniziativa del Brian Clough Memorial Fund e della vedova di Brian, Barbara, e ha carattere ufficiale. Solo la prima edizione del trofeo fu una partita organizzata appositamente, un’amichevole di beneficenza; in tutte le altre occasioni, il trofeo è stato messo in palio in ogni incontro ufficiale tra le due squadre, di coppa o di campionato. In caso di pareggio, il trofeo rimane alla squadra che lo detiene all’inizio della partita. Dopo le due vittorie dei Rams nello scorso campionato, dunque, il trofeo è in mani bianche, e ci vorrà una vittoria piena per strapparlo al Pride Park.

La coppa messa in palio è d’argento, e è molto vecchia: si tratta di una loving cup (una coppa per bevute in comune, di quelle che si passano da commensale a commensale dopo averle riempite di qualche bevanda) della fine dell’800, alla quale è stata aggiunta la figurina di Clough in cima al coperchio, ma non è mai stata usata come trofeo sportivo fino al 2007.
|
Il Brian Clough Trophy
|
Una curiosità per finire, a proposito di trofei: tanto per dare un’idea della rivalità tra le due squadre, il trofeo più bizzarro conservato nella bacheca del Derby County è uno di quei grossi bicchieri di plastica nei quali in Inghilterra si usa mettere il caffè e il cappuccino da asporto. È un trofeo “conquistato” nel corso di una partita tenutasi nel marzo del 2004, in una situazione piuttosto drammatica, dato che entrambe le squadre stavano lottando per rimanere in seconda divisione; la gara, disputatasi al Pride Park e finita 4-2 per i Bianchi, fu decisa anche dal fatto che il portiere del Forest, allora Barry Roche, in un momento decisivo scivolò proprio su questo bicchierone, gettato in campo da un tifoso dei Rams, mentre stava raccogliendo un pallone in area, e mancò clamorosamente la presa; questo finì a Peschisolido che, a porta completamente sguarnita, siglò il 2-0. Non certo un comportamento da gentleman: il gesto suscitò discrete polemiche; fatto sta che, archiviata la proposta iniziale di vendere all’asta la “Coffee Cup” per raccogliere fondi per una statua in memoria di Bloomer, il board del Derby County decise, invece, di inserire la Coppa di plastica tra i trofei d’argento, un gesto che misura bene la qualità dei rapporti tra le due squadre.
|
Coffee Cup Derby County-NFFC
|
Per fortuna, la Coffe Cup è l’ultimo trofeo vinto dai Rams, e, detto tra noi, speriamo che lo rimanga a lungo.

|

Lascia un commento

Archiviato in east midlands derby

“Fair Play ai tornelli”, ovvero, il modello tedesco in salsa Garibaldi Red.

|
Fulham FC turnstiles
|
Oggi il NEP, prendendo spunto dalla protesta messa in scena da 1.000 tifosi del Borussia Dortmund usciti dall settore ospiti dello stadio dopo soli 10 minuti dall’inizio di Amburgo-Borussia, rapidamente seguiti da quasi tutti i gialloneri viaggianti, per protestare contro l’aumento del biglietto per la mitica curva sud del Westfalenstadion a 19 euro (molto meno di quanto non si paghi un biglietto per assistere alle partite di Championship), fa alcune considerazioni sulla sostenibilità, per il tifoso medio, del modello inglese, che riportiamo di seguito, dal momento che ci paiono di qualche interesse.

I tifosi del Borussia hanno protestato per dover aver dovuto pagare 19 euro (più o meno 15,40 sterline) il privilegio di assistere, dalla curva, alle partite della loro squadra nella Bundesliga. 15 sterline, appunto, è il punto oltre il quale il tifoso di calcio tedesco pensa di star pagando troppo, il punto raggiunto il quale comincia a dire “quando è troppo è troppo”, e passa alle vie di fatto.

È meno della metà di quanto i tifosi del Nottingham Forest hanno dovuto pagare per poter assistere, dalla curva, alla partita della loro squadra a Elland Road: il club dello Yorkshire ha fatto pagare 34 sterline i biglietti dei tifosi ospiti. Per amor di equanimità, bisogna ricordare che il NFFC farà pagare ai tifosi delle due curve 32 euro per poter assistere al derby di domenica tra i Reds e i Rams.

L’intenzione non è quella di criticare Leeds United e Forest, dal momento che i loro prezzi per le curve sono tutt’altro che i più cari della Championship. Anzi, diciamo che sono i prezzi medi della seconda divisione.

E bisogna ricordare che, solo tre giorni dopo la partita con il Derby County, ai tifosi di casa costerà 12 sterline in meno guardare il Forest affrontare in casa il Blackburn Rovers. In più, presentando il biglietto della partita con il Derby County, i tifosi del Forest potranno assistere alla parità con lo sconto ulteriore di 15 sterline.

Un tifoso del Forest ci ha scritto, di recente, di aver deciso di andare a vedere la partita che vedeva opposti Alfreton Town e Luton. L’Alfreton è un grande piccolo club, che ha ottenuto risultati meravigliosi, negli ultimi anni, ma il costo del biglietto era di 18 sterline, più di un biglietto di Bundesliga: ormai, costa di più guardare il calcio non-Leagued in Inghilterra di quanto non costi assistere a una partita di una delle tre maggiori leghe europee. È chiaro che c’è qualcosa che non va.

Un’altra cosa che non va è che un genitore, per portare un ragazzino a vedere il Forest a Leeds, avrebbe dovuto spendere, solo di biglietti, 70 sterline, senza contare il viaggio, i viveri e tutto. Non parliamo di una coppia di genitori con due bambini: 150 sterline di biglietti, senza alcuna riduzione. Il punto non è voler puntare un dito accusatore contro questo o quel club, il punto è che i tifosi inglesi, anche se non hanno raggiunto il punto di esasperazione che ha scatenato la protesta dei tifosi del Dortmund, stanno cominciando a protestare, ma a farlo con i piedi. Io mi trovo nella fortunata condizione di poter vedere il calcio tutte le settimane per lavoro, Ma, se non lo fossi, sceglierei le partite alle quali andare con molta attenzione e cautela, e non sono il solo a pensarla così.

Nella scorsa tribolatissima stagione il pubblico al City Ground scese solo due volte sotto le 20.000 presenze: la prima fu nel boxing day match contro il Cardiff City, la seconda fu la partita contro Millwall, in marzo, nel punto più basso dellas ragione del Forest, invischiato pienamente nella lotta per non retrocedere.

Quest’anno, nonostante il senso di ottimismo generato dall’arrivo di nuovi, ambiziosi proprietari, nonostante l’acquisto di 11 ottimi giocatori, nonostante l’ingaggio di un manager amato, e che cerca di giocare come il Forest dovrebbe cercare di giocare, il pubblico è tutt’altro che tornato a affollare le tribune del City Ground: la media delle presenze è di 600 unità inferiore rispetto al totale dell’anno scorso, un numero sul quale è difficile fare ragionamenti seri, ma già alla sesta giornata c’è stata una partita con meno di 20.000 presenze, quella interna contro il Charlton Arhletic.

Ci si può ben chiedere quale sarebbe stato il riscontro del pubblico senza le speranze ingenerate dalla nuova proprietà.

Tutto questo si va a inserire in uno scenario nel quale ci saranno regole di Fair Play Finanziario (FFP) sempre più stringenti di stagione in stagione, grazie alle quali il denaro che un club riesce a generare con la sua attività sportiva, soprattutto quello ai tornelli, sarà sempre più importante: quest’anno il Forest, presumibilmente, facendo due conti, perderà 12 milioni di sterline. A partire dal biennio 2105-17, i club di Championship potranno perdere al massimo 5 milioni l’anno, se non vorranno incorrere in sanzioni o nel blocco dei trasferimenti.

Ogni penny generato dalle tribune sarà più importante che mai, né mai sarà stato più importante il giusto bilanciamento tra numero di spettatori e costo del biglietto, tanto più che i club calcistici prima o poi dovranno rendersi conto che stanno cominciando a avere a che fare con persone per molte delle quali spendere poco è diventato un elemento importante della vita quotidiana. I tempi sono feroci. Per molti, il calcio diventerà una tentazione alla quale cedere occasionalmente, piuttosto che l’appuntamento fisso del sabato pomeriggio.

D’altronde, se il calcio tedesco può essere sano finanziariamente — e tenere in attivo un club qualificato per la Champions’ League — con dei biglietti di 15 sterline, non si vede perché questo non sia possibile anche qui da noi. il FFP avrà impatto sugli spogliatoi di tutta la nazione, nei prossimi anni, perché tutte le squadre cominceranno a chiedersi se davvero valga la pena di spendere 10.000 sterline a settimana per un vecchio spompato, piuttosto che dare un’opportunità a un ragazzino che giochi per un quinto di quella cifra.

Ma il FPF dovrà avere un effetto anche al botteghino. Se tutti i club di Championship faranno pagare i biglietti 20 sterline, non sembra troppo ingenuo pensare che questo potrebbe portare affluenze molto maggiori. E, con qualche soldo di più in tasca, gli spettatori spenderanno più volentieri per una birra, per un panino o per un programma.

Se gestita nel modo giusto, non è detto che un’operazione di riduzione drastica del prezzo dei biglietti porti a una diminuzione degli introiti, anzi. Quello che è certo è che se le cose continuano così, magari i tifosi inglesi non usciranno tutti insieme all’improvviso come hanno fatto quelli tedeschi, ma, certamente, smetteranno di entrare.

Certo, è un’analisi frettolosa, che non tiene conto delle enormi differenze, in termini di cultura e di scenario, tra Germania e Inghilterra: differenze che consentono là di avere società sane, anche se magari non fortissime, e qua società fortissime ma al limite (a volte anche oltre) la soglia della bancarotta. Per esempio, in Germania non è mai avvenuto lo scempio delle terraces, perpetrato in Inghilterra utilizzando anche i metodi da Stato dittatoriale venuti alla luce recentemente, riguardo al caso Hillsborough.

Per esempio, in Germania, dove le società non possono andare in rosso, nessun petrol o gas-magnate investirebbe mai, dal momento che non potrebbe farse nulla che un buon manager stipendiato non possa già fare: incentivare i vivai, portare più pubblico e limitare gli stipendi; anzi, probabilmente lo farebbe molto peggio di un buon manager: rendere un campionato inattraente per i magnati (e ciò sia detto da un tifoso di una squadra che è stata appena acquistata da un magnate) non può che far bene al movimento calcistico di quel Paese.

Infine, la necessità, per le squadre inglesi che devono vendere il loro prodotto alle televisioni di tutto il mondo, di essere competitive ai massimi livelli mondiali, dove si trovano a avere a che fare con quattro o cinque squadre (in tendenziale aumento) che del FPF proprio se ne sbattono le palle.

E non sono nemmeno convinto che l’adozione pedissequa del modello tedesco (ritorno alle terraces, distribuzione equa degli utili televisivi, obbligo di attivo di bilancio, sviluppo dei vivai) possa essere verosimile, nel calcio inglese, molto più povero, dal punto di visto tecnico e delle risorse umane, di quelli spagnolo e tedesco: ho letto di recente un articolo sulla crisi della nazionale dei Tre Leoni, che dava, tra gli altri, questi numeri: Allenatori inglesi in possesso della licenza UEFA B: 2.769. Allenatori spagnoli in possesso della licenza UEFA B: 23.995. Allenatori tedeschi in possesso della licenza UEFA B: 34.790.

Mi sembrano numeri impressionanti, che testimoniano come, per riportare in auge il calcio inglese (non le squadre di vertice, naturalmente, che sono inglesi come è francese il PSG, e molto meno di quanto non siano spagnole il Barça e il Real) occorra un’azione molto profonda.

Ma, intanto, riavvicinare le squadre alle loro comunità di appartenenza sarebbe senz’altro un grande passo in avanti.

|

7 commenti

Archiviato in economia e football

Jermaine is back. And Subbuteo too.

|
Jermaine Jenas al Nottingham Forest
|

Naturalmente, le due notizie del giorno sono l’approssimarsi della partita più importante della stagione, quella che tutti i tifosi cercano subito nel calendario quando escono le fixtures della nuova stagione, e il ritorno di Jermaine Jenas al City Ground, seppure per un mese, in prestito di emergenza.

Della prima circostanza mi occuperò in un post che scriverò domani: oltre a una piccola presentazione della partita, cercherò qualche curiosità relativa al derby delle East Midlands, così ricco di intrecci e di storie, come ho già cercato di raccontare precedentemente.

Della seconda, qualche parola qui: coloro che, come me, ricordano la bella stagione di Jermaine al Forest (Jenas, prodotto della nostra accademia, giocò in prima squadra solo un anno, nel 2001-02, prima di passare al Newcastle Utd), e le speranze che suscitò, insieme al compagno Dawson, di una nuova prossima uscita dalla mediocrità, non possono non essere contenti della notizia. È il lato romantico che si annida nell’anima di ogni tifoso, penso: il calcio moderno ci ha abituato a affezionarci molto di più al nome scritto davanti alla maglia che a quello scritto dietro, perché sappiamo che in ogni momento qualsiasi giocatore, anche quello che crediamo più legato alla maglia e alla tifoseria, può scegliere di perseguire altrove quasi sempre molto più lucrose “scelte di vita”.

Ma, d’altronde, le magliette senza qualcuno dentro non hanno molto senso, e rivedere in maglia rossa uno dei prodotti migliori del nostro vivaio non può non fare piacere.

Certo, questo per quanto riguarda il lato sentimentale della faccenda: per quanto riguarda l’aspetto tecnico, l’operazione presenta non pochi elementi che suscitano perplessità. Jenas è uno di quei giocatori la cui carriera è stata funestata da gravi e frequenti infortuni, e, anche ora, probabilmente non è sufficientemente in forma per affrontare una partita di Championship. D’altronde, starà da noi solo un mese, troppo poco per un progetto di recupero e di inserimento. Inoltre, l’unica cosa che non ci manca sono centrocampisti centrali con le sue qualità.

Di contro, bisogna pensare che Guedioura starà fuori per altre due partite, e che Lansbury è, anche lui, in fase di recupero; per cui, visto che non penso che O’Driscoll abbia voluto fare solo marketing (scommetto che un po’ di magliette le venderanno) e soap opera, con questa operazione, immagino che Jenas giocherà, almeno un po’. Magari anche domenica, magari partendo dalla panchina, soprattutto se giocheremo di nuovo (come penso) con un 4132 molto dispendioso per i tre centrocampisti centrali: sarebbe bello affrontare una partita così importante per la gente del City Ground avendo in campo ben due ragazzi di Nottingham, ben consapevoli dell’importanza della posta in gioco, come lui e McGugan.

Se dobbiamo essere sinceri, Jenas è un po’ una promessa mancata. Cresciuto nella nostra accademia, esploso in prima squadra nel campionato 2001-02, tanto che fu subito preso dal Newcastle, nel febbraio del 2002, dopo 33 partite e 4 reti con la maglia Garibaldi Red. Era il tipico centrocampista box-to-box, come lo chiamano gli Inglesi, capace di destreggiarsi in ogni zona del campo tra le due aree e di segnare spesso e volentieri con partenze da lontano. La sua prima mezza stagione e la sua prima stagione intera con il Newcastle confermano in pieno le aspettative che si riponevano in lui: nel 2002-03 vince il premio per Giovane dell’Anno della Premier League, nelle due stagioni successive le sue prestazioni calano visibilmente, diventa abulico e quasi svogliato, anche, probabilmente, per motivi esistenziali: Jenas non ha mai gradito la città sul Tyne, non si è mai inserito nel suo tessuto sociale e dichiarò perfino di sentirsi “come un pesce rosso in una boccia di vetro”, nella città del Northumberland.

Preso atto della situazione, Souness, l’allora manager delle Gazze, lo vendette proprio quasi fuori tempo massimo al Tottenham Hotspur, il 31 agosto del 2005. Ancora una volta, la sua prima stagione al Tottenham fu brillante, contribuì alla qualificazione della squadra alla Coppa UEFA e riguadagnò un posto in Nazionale (dove ha ottenuto, in totale, 21 presenze). Sembra tornato quello di una volta, ma, riconquistata una certa tranquillità esistenziale, cominciano a farsi sentire i problemi fisici: già nel primo anno è costretto a saltare 13 partite per infortunio.

Ma il suo rendimento continua a essere buono, diventando ottimo sotto l’allenatore della sua vita, probabilmente: Juande Ramos. È proprio sotto lo Spagnolo che Jermaine trascorre il suo periodo migliore, diventando l’eroe assoluto dell’ultimo trofeo conquistato dagli Spurs, la Coppa di Lega del 2008, mettendo il suo sigillo da migliore in campo sia nelle due semifinali contro l’Arsenal (la seconda delle quali conclusa con un memorabile 5-1 interno, risultato inaugurato proprio da una bella rete di Jenas), sia nella finale contro il Chelsea.

Una stagione che convinse il Tottenham a proporgli un ulteriore anno di contratto da aggiungere ai cinque già pattuiti (un legame che, dunque, scadrà alla fine di questa stagione) e a proporgli il ruolo, molto importante in una squadra inglese, di vice-capitano.

Ma, dopo quella stagione memorabile, Jenas non fu più lo stesso. Infortuni piccoli e grandi e un nuovo calo di rendimento lo trascinarono a poco a poco ai margini della squadra, fino alla cessione in prestito all’Aston Villa, l’anno scorso, dove si ruppe il tendine d’Achille alla seconda apparizione, e a quella al Forest di quest’anno.

Ora, torna da noi con il peso di un brutto infortunio dal quale recuperare, e con l’incognita di due sole partite ufficiali giocate nell’ultimo anno. La trattativa per il suo acquisto è stata tribolata, perché molte squadre di Championship avrebbero voluto poter scommettere sul talento del ragazzo di Nottingham, ma solo il Forest, a quanto pare, ha accettato di sottoscrivere la clausola richiesta dal Tottenham: il pagamento di un terzo dello stipendio, ammontante a 45.000 sterline a settimana: il Forest, dunque, per un prestito di quattro settimane, pagherà un totale di 60.000 sterline: un’operazione, dunque, nel complesso rischiosa e poco comprensibile, ma indubbiamente affascinante.

* * *

E, un’ultima cosa: durante la mia infanzia e durante la mia adolescenza ho dissipato più di un pomeriggio a coniugare le mie due passioni, il calcio inglese e il Subbuteo, in interminabili sessioni di gioco durante le quali io e un altro malato di mente come me riproducevamo la stagione calcistica d’Albione rifacendo le partite estratte dalle fixtures riportate dalle pagine dedicate al calcio estero dal Guerin Sportivo: ciascuna partita, 15 minuti inesorabilmente scanditi da un timer da cucina; dopo ciascuna, si stilavano classifiche e tabellini dei marcatori (certo, gli omini avevano i numeri, dipinti da me, grazie alla possente attrezzatura da modellismo di mio padre).

Il mio amico era per il Tottenham, io dividevo le mie simpatie (prima dell’innamoramento per il Forest) tra Arsenal e Liverpool: per cui, quando giocavano queste squadre, la scelta di chi giocava per chi era immediata. Altrimenti, in caso di dubbio, o nel caso in cui ci fosse una squadra simpatica a entrambi (come l’Aston Villa), sorteggiavamo.

Naturalmente, anche nel caso in cui ci fosse una squadra antipatica a entrambi, come il Manchester United, sorteggiavamo: in questo caso, però, temo, la nostra etica professionale diveniva a tratti traballante, visto che i Diavoli finirono il campionato tipo con 8 o 9 punti, tornando immediatamente in quella seconda divisione che avevano, del resto, appena abbandonato nel mondo reale.

Ah, e, naturalmente, per la FA Cup vigeva la vecchia e sacrosanta regola dei replay a oltranza in caso di pareggio, cosa che rendeva interminabili i turni di coppa.

Non avevamo a disposizione molte squadre, per cui utilizzavamo quelle che si avvicinavano di più, cromaticamente, alle maglie reali: per esempio, non avevamo nessuna squadra gialla, per cui il Norwich, nelle nostre partite, giocava sempre in bianco.

Il mio amico, ancora più integralista di me, propose addirittura, una volta, di bagnare il panno per simulare i terreni pesanti che vedevamo alla domenica sera nelle sintesi trasmesse dalla Svizzera, ma l’esperimento — pure soddisfacente, dal punto di vista puramente tecnico — fu interrotto subito, a causa dell’incazzatura terrificante della madre del mio amico quando vide la traccia verde rimasta sulla moquette sulla quale il panno era steso. Mi ricordo che mi disse cose tipo “vabbè lui lo so che è un idiota, ma speravo che almeno tu avessi un po’ di cervello”, cose così.

La rottura dei giocatori era una piccola tragedia, alla quale si cercava di rimediare risaldando la plastica con qualche goccia di trielina, soluzione che evitava sia il brutto blob trasparente di Uhu, sia l’accorciamento inesorabile del giocatore provocato dalla saldatura a caldo fatta con il cacciavitino arroventato sul gas. Ma, per verosimiglianza (allora c’era un solo sostituto in panchina, e le squadre finivano spesso in dieci), la riparazione avveniva alla fine della partita, che veniva conclusa in inferiorità numerica da chi pativa l’infortunio.

E il pallone, naturalmente, era tutto bianco.

Dico questo perché ho scoperto il blog di un mio esatto coetaneo che aveva le mie stesse fissazioni: lo segnalo e lo linko, provando, indubbiamente, nel farlo, molta più nostalgia di quella che sento nel ricordare l’anno di Jenas al Nottingham Forest.

|

12 commenti

Archiviato in stagione 2012-2013, trasferimenti giocatori

“What a mess in the back”: Leeds Utd 2–1 Nottingham Forest

|

Il commento di John McGovern riportato nel titolo non si riferiva alla sua situazione intestinale: è stata la prima frase che gli è venuta in mente — e che non è riuscito a trattenere — dopo il secondo gol del Leeds United, nato da una simpatica serie di cazzate commesse dal Forest in fase difensiva.

L’Elland Road ha assistito a una nuova prova bifronte dei Reds, fragilissimi nel primo tempo (molto più fragili che inquadrabili, a dire il vero), molto più solidi e determinati nella ripresa, ma, stavolta, non è proprio bastato, e torniamo in casa con la prima sconfitta sul groppone. Qualche perplessità sull’operato dell’arbitro D’Urso, anche (un paio di discussioni davvero discutibili), ma sul senso e la ragionevolezza della sconfitta c’è poco da dire. Rimane la magrissima soddisfazione di essere stati gli ultimi a perdere, in Championship, dopo che il Blackburn Rovers aveva perso l’imbattibilità la sera prima, nella partita interna contro il Boro.

La cosa più preoccupante, forse, è la mancanza di alternative al 4132, la formazione con la quale il Forest, almeno in questa fase, pare condannata a dover giocare: se contro il Palace aveva fallito la difesa a tre con mediani laterali alti, nello Yorkshire è stato il 442 ortodosso, con due mediani centrali, a mostrare la sua fragilità (una fragilità, che, a dire il vero, era già stata intravista nella partita interna contro lo Wigan: la differenza di classe tra le due squadre, allora, aveva portato a sottovalutare le difficoltà di convivenza che paiono trovare Gillett e Moussi quando giocano insieme). Insomma, come a fine gara ha detto Collins (molto più lucido nei commenti che in campo, ultimamente), al Forest manca un Piano B.

La seconda preoccupazione è che il Forest pare abbia perso la capacità di giocare la palla che aveva mostrato nelle prime giornate, nelle quali, ricordiamo, aveva nettamente messo sotto fuori casa anche l’Huddersfield dei miracoli. La prima sconfitta, insieme alla perdita della capacità di giocare aperto e veloce che i Reds avevano mostrato nella prima parte della stagione potrebbero, insieme, portare a un po’ di perdita di fiducia nelle prossime gare, proprio la cosa di cui non abbiamo bisogno prima di due partite interne contro Derby e Blackburn, importantissime sia per motivi simbolici, sia per dare forma a una classifica, per ora, del tutto anonima.

Sean O’Driscoll ha scelto, dunque, per cominciare, un classico 442 con Coppinger e Reid all’ala, e Gillett e Moussi (il motivo per cui Moussi — davvero disastroso contro lo Wigan — è stato preferito a McGugan rimane misterioso) in mezzo; davanti Blackstock — ottimo contro il Palace in settimana — l’ha spuntata su uno Sharp probabilmente ancora non al meglio, mentre dietro, indisponibile Hutchinson, hanno giocato Halford a destra, Harding a sinistra (ambedue molto incerti), e la coppia centrale in via di consolidamento, Collins e Ayala (degni compari di incertezza dei terzini). Oltre al debutto di Coppinger, da segnalare l’esordio in panchina di Henri Lansbury, ottimo protagonista nella ripresa.

Una curiosità: in panca, come secondo portiere, siede Eftmov, perché Darlow è finito in prestito di emergenza di un mese a Walsall. Auguri a lui!

Camp

Halford — Ayala — Collins — Harding

Coppinger — Moussi — Gillett — Reid

Blackstock — Cox

L’inizio del Forest non è né timido né poco efficace: come già detto nel commento generale, infatti, è stata la fragilità il difetto principale dei Reds in questa partita, più che la mancanza di qualità o di impegno.

La prima azione è però del Leeds: una manovra sviluppata sulla trequarti destra del loro schieramento porta al tiro da distanza siderale Rodolph Austin: un esterno destro a rientrare che salta una volta davanti alla nostra porta e che viene agevolmente domato a terra da Lee Camp.

Coppinger da destra scarica dietro a Gillett sulla linea mediana, poi Moussi e Halford dialogano nella nostra metà campo, Halford vede un corridoio e ci si butta palla al piede, duetta con Gillett e poi lancia Cox sulla trequarti, Cox allarga per Coppinger sulla destra, l’ex Donnie arriva sul vertice dell’area, penetra, finge il cross e invece la restituisce a Cox sul limite: Simon, di prima intenzione, cerca la precisione a aggirare il portiere, invece viene fuori un piattone centrale, un po’ trattenuto, ben controllato da Paddy Kenny. Certamente si poteva fare di più con il bel pallone offerto dalla nostra nuova ala destra.

Corner battuto sulla loro destra da Diouf e ben incontrato di testa da Lees, mollemente marcato da Harding in mezzo alla nostra area: la palla si perde alla sinistra di Camp, altrimenti impotente.

Corner battuto di interno sinistro a rientrare da Reid sulla destra del nostro schieramento in maniera impeccabile, la palla scavalca Kenny uscito a farfalle e finisce a Dex che mette dentro di testa sul palo lungo: l’arbitro annulla per una spinta, non rilevabile dalle immagini, di Blackstock ai danni di Austin, o forse di Cox ai danni di Kenny. Se c’era, è stata lievissima; ad ogni modo, va benissimo: fatto sta che, nel prosieguo, situazioni analoghe non sono state valutate con la stessa severità.

Nuovo corner per il Leeds United sulla loro destra, battuto ancora di interno desto a uscire da Diouf, Blackstock respinge di testa in mezzo all’area, Gillett vince un contrasto al limite e allontana ulteriormente, il pallone finisce nel traffico a Poleon sulla tre quarti che gira dietro a Peltier nel cerchio di centrocampo; palla allargata benissimo a Diouf sulla destra, Diouf punta Harding, finta il cross di destro, Harding abbocca come [SPOILER] Belmondo quando vede Catherine Deneuve in La mia droga si chiama [/SPOILER], si sbilancia, Diouf rientra con un passo e crossa di interno sinistro, del tutto incontrastato; Tonge liberissimo sul palo lungo la rimette in mezzo spizzndola come può (anzi, probabilmente, l’assist è frutto di un controllo sbagliato) e l’ottimo Becchio (giocatore per il quale vado pazzo) la mette dentro di potenza dal limite dell’area di porta. Cattiva difesa in mezzo, ma pessima difesa di Harding sulla fascia, davvero troppo molle.

Il Forest cerca di reagire: Blackstock conquista con un bel contrasto il pallone sul limite dell’area del Leeds United, se lo porta verso la bandierina sinistra e lo offre dietro a Reid. La nostra ala si porta sul lato sinistro dell’area di rigore e crossa in mezzo un pallone non precisissimo, arretrato rispetto alla posizione di Cox, che cerca la torsione all’indietro, colpisce il pallone ma lo manda fatalmente alto sulla porta di Kelly. Peccato, perché rivedendo l’azione da dietro si può apprezzare come Simon fosse piuttosto libero in area.

Continuiamo il tentativo di forcing, ma Blackstock perde un contrasto sulla destra della loro tre quarti, il Leeds cerca di ripartire con un lancio lunghissimo di Peltier che trova Diouf sulla nostra tre quarti, guardato da Harding e Collins, che però gli danno agio di girarsi e di servire al limite dell’area il rimorchio del lancatissimo Becchio, che lotta con Ayala per il possesso del pallone: Ayala riesce a anticipare l’argentino in scivolata, ma invece di servirla dietro a Camp, con un movimento molto goffo cerca di allontanarla verso il centrocampo, servendo però lo stesso Becchio, che era rimasto in piedi dentro la lunetta; Becchio prova il tiro, respinto dal secondo intervento alla disperata di Ayala, il cui rinvio, sporchissimo, finisce però sui piedi dell’accorrente, liberissimo Poleon (Halford lo osserva da dietro con blando interesse): il Francese, proprio dal limite, sul vertice sinistro della lunetta, fredda sul primo palo Camp con un interno destro a uscire. Ancora una volta, più che un clamoroso errore (anche se la prima scelta difensiva di Ayala su Becchio è stata sciagurata), è stata tutta la difesa a non funzionare, sia come piazzamento, sia come lucidità, sia come intensità nei contrasti. Anche McGovern, piuttosto visibilmente seccato, dopo aver detto che dietro siamo un casino, denuncia la scarsa organizzazione della fase difensiva.

Gillett batte una punizia dentro la loro metà campo cortissima per Reid, l’Irlandese avanza palla al piede e dalla tre quarti tira di interno sinistro un pallone che si spegne di poco alla sinistra di Kelly: buon tiro, ma difficilmente, se fosse stato dentro, avrebbe sorpreso il portiere del Leeds, che ha seguito attentamente la traiettoria.

Reid batte una punizione arcuata di interno destro in area dalla sinistra della loro trequarti, Blackstock parte all’inseguimento, appare in vantaggio sul suo marcatore diretto Austin, il quale si disinteressa del pallone e si getta a terra trascinando Dex che stava per colpire quasi a botta sicura. Rigore secondo me piuttosto netto, soprattutto se visto da dietro: e, comunque sia, se il metro della severità di D’Urso era quello mostrato in occasione del gol annullato allo stesso Dex, questo è rigore, espulsione, fucilazione e squalifica del campo. Invece, nulla. Naturalmente, in tutto avviene con la massima compostezza da parte dei giocatori, davvero encomiabili, in questo.

Un lunghissimo rilancio di Harding dalla nostra area di rigore viene raccolto da Blackstock di testa, dal limite della lunetta avversaria Dex la dà indietro all’accorrente Coppinger, ma il biondino, dopo un controllo di petto, tira largo sul secondo palo, alla destra di Kelly.

Rilancio di Kelly, batti e ribatti a centrocampo con più di un accenno di hoofball da entrambe le parti, alla fine Lees schiarisce le idee a tutti con una sciabolata a servire Diouf sulla nostra tre quarti. Il Senegalese, marcato ancora da lontano, come se avesse cannato il deodorante pre-gara, avesse seri problemi intestinali o avesse dichiarato ai suoi avversari di soffrire di dermatite purulenta, ha tutto l’agio di girarsi e di servire l’accorrente Byram sulla destra. Il buon Sammy si accentra e penetra in area; Harding, probabilmente per non fare di nuovo una figuraccia, si guarda bene dal contrastarlo; Byram vede in mezzo Becchio clamorosamente libero, lo serve bene, e l’Argentino, di piatto destro, ancora dal limite dell’area piccola, spedisce miracolosamente alto.

Ora, io capisco che da alcune parti si cominci a criticare O’Driscoll, siamo il Forest, se non critichiamo non ci si diverte, ma per fare certi movimenti difensivi o per portare certi contrasti un giocatore di calcio professionista non dovrebbe avere bisogno di un allenatore che glieli rammenti: semplicemente, se non li fai o non sei un giocatore da campionato a alto livello, o stai giocando con inaccettabile distrazione (il che vuol dire sempre che non sei un giocatore da campionato a alto livello).

Rivoluzione nell’intervallo, con il ritorno al 4132 e l’ingresso di Lansbury, finalmente al debutto, e di McGugan, per Reid e Moussi, il primo stanco, il secondo inspiegabilmente impalpabile.

La prima occasione nel secondo tempo è per noi: un rilancio lungo di Campo trova Blackstock sulla trequarti del Leeds: Dex è un prodigioso controllore di palloni vaganti, e riesce a appoggiare anche questo, di petto, per McGugan che tira il collo a un tiraccio dalle 35 iarde: pallone che si spegne ballonzolando sulla destra di Kelly.

Poi, un’altra decisione molto discutibile di D’Urso: su un nostro rapido rilancio dalla tre quarti Cox, che stava ricevendo il pallone nella lunetta con solo Pearce da superare, viene letteralmente abbrancato e affossato dal ruvido difensore in maglia bianca: bellissimo O-Soto-Gari, meriterebbe almeno un waza; McGugan riconquista la palla ma l’arbitro ferma l’azione senza aspettare lo sviluppo del vantaggio: punizione ineccepibile, peccato che Pearce, già ammonito, meritasse ampiamente un altro giallo per questo fallo volontario su un’azione pericolosa. McGugan si occupa della battuta, che si spegne sulla barriera: il successivo lancio di Halford in area viene spedito alto di testa da Ayala.

Greg Halford va alla rimessa laterale sulla trequarti destra del loro schieramento: per chi non lo sapesse, Greg è una specie di omino delle rimesse del Subbuteo, ha una rimessa laterale migliore di quella di Delap che già martedì scorso, sulla spizzata di Dex, ci stava per dare un’immeritatissima vittoria contro il Palace, se non fosse stato per il colpo di reni di Speroni. Il copione si ripete identico, con Blackstock che riesce a colpire di nuca nel traffico dal limite dell’area di porta, Kelly non è Speroni, D’Urso non riesce a immaginare alcun valido motivo per il quale annullare, così dimezziamo lo svantaggio. Mezz’ora da giocare, e il miraggio della terza rimonta di fila comincia a farsi intravedere sotto il non proprio desertico sole dello Yorkshire.

Qualche minuto dopo, Greg cerca il bis, stavolta dalla trequarti sinistra: il Leeds difende in area come difenderebbe su un corner di Pirlo, la palla arriva nell’area di porta dove Dex e McGugan riescono ancora a spizzare, mischia paurosa nell’area piccola dei Bianchi, Lansbury cerca il colpo di karatè alla Ibrahimovic per ribadire in porta, ma vien fuori un pallone sporchissimo che si impenna verso l’angolino, e Kenny riesce a deviare in corner. Sugli sviluppi della respinta dal corner, Halford raccoglie sulla loro tre quarti, crossa in area e Ayala riesce a colpire un pallone però ancora troppo lento, controllato al petto senza difficoltà da Kelly.

Il Leeds si rifà vivo con un corner sempre di Diouf dalla destra, con bella testata di Austin schiacciata a terra, appena lenta e molto ben controllata a due mani da Camp in tuffo.

Cox manovra sul limite dell’area, bel lanciato da McGugan, la serve in mezzo a Dex che, dalla lunetta, tira di interno sinistro a aggirare il portiere, tiro ribattuto da Byram, Blackstock va di testa sulla respinta e serve dietro Harding in proiezione offensiva, un po’ chiuso il terzino dialoga con McGugan sulla trequarti sinistra del nostro schieramento offensivo, riesce a servire il nostro #10 sul vertice sinistro dell’area di rigore, McGugie fa due passi (mal marcato anche lui, a dire il vero) e tira di destro a giro, alla Del Piero, come si diceva una volta; ma riesce a produrre solo la parata più bella della serata, con Kelly in estensione sul suo palo lungo a deviare in corner con il braccio di richiamo.

Halford prova ancora la rimessa, da ancora più lontano, sulla sinistra del nostro schieramento: riesce ancora a trovare l’area piccola, e la deviazione in angolo di Byram. Siccome, purtroppo, non si possono far battere a Halford con le braccia anche i corner, McGugie va alla battuta con meno di 9′ da giocare, palla bassa in area di porta, cattiva difesa del Leeds che non pulisce, Blackstock si tuffa ma non trova un buon contatto con il pallone, che rimane lì a ballonzolare e viene alla fine allontanato dalla difesa bianca.

Il lungo recupero concesso da D’Urso per le infinite perdite di tempo del dirty Leeds nella parte finale della gara non porta più alcun serio pericolo alla porta di Kelly, nonostante l’ingresso di Sharp per Coppinger a sette dal termine: l’ottimo momento mostrato dal Forest nella parte centrale della ripresa è in via di esaurimento, e non è stato sufficiente per recuperare: le incertezze difensive del primo tempo ci condannano a una sconfitta tutto sommato giusta ma, forse, evitabile.

Nuova brutta prova, dunque, della coppia di mediani difensivi MoussiGillett (come prestazione collettiva del reparto molto più che come prestazione individuale) e prestazione molto incoraggiante di Lansbury, attivo e pericoloso nel secondo tempo.

Prossima partita domenica, Brian Clough Trophy in casa, la partita dell’anno in diretta TV, e errori come quelli di Leeds non saranno più concessi: il Forest ha terminato la partita con otto giocatori nuovi in campo, e problemi di crescita sono del tutto comprensibili, ma la prossima è l’unica partita dell’anno in cui le scuse non sono assolutamente ammesse.

* * *

Forest: Camp; Halford, Ayala, Collins(c), Harding; Coppinger (Sharp 83′), Moussi (McGugan 46′), Gillett, Reid (Lansbury 46′); Blackstock, Cox

NE: Evtimov, Cohen, Moloney, Majewski.

Marcatore: Blackstock 60′

Ammonito: Cox 90′

Leeds: Kenny, Peltier(c) (Varney 68′), Drury, Lees, Pearce, Austin, Becchio (Gray 90′), Tonge, Diouf, Byram, Poleon (White 66′).

NE: Ashdown, Kisnorbo, Brown, Payne.

Marcatori: Becchio 14′, Poleon 25′

Ammoniti: Pearce 29′, Lees 80′

Arbitro: Andy D’Urso

Spettatori: 24,292

|

Lascia un commento

Archiviato in stagione 2012-2013

1993-1995: Frank Clark, o la Grande Illusione.

|
Stan Collymore Nottingham Forest 1993-94
|
Per ricordare Brian Clough in occasione dell’anniversario della sua morte, occorso il 20 settembre, non parlerò del suo lavoro al Forest, ma del suo ultimo anno e della sua eredità immediata: prendo spunto da un post pubblicato da The Two Unfortunates, un sito di varia umanità con un occhio di riguardo nei confronti del calcio, che, nella serie “Great Football League Teams” dedica un post al Forest del biennio 1993-95, la più forte edizione dei Garibaldi Reds del dopo-Clough. Si tratta di un doveroso omaggio a una delle migliori edizioni del Forest di tutti i tempi, e ai suoi “unsung heroes”.

Molti tra i tifosi del Forest (soprattutto quelli giovani o lontani) sanno tutto dell’ultima straziante partita di Brian Clough, ma non moltissimi sanno che le successive due stagioni furono memorabili, e che la squadra messa su da Frank Clark non aveva molto da invidiare nemmeno a quelle più talentuose messe su dal Gaffer.

Proprio nel momento nel porto della massima serie inglese in cui stava entrando fischiando un piroscafo pieno di vacche grasse, il talento manageriale di Brian Clough suonò i suoi ultimi rintocchi. La Premier League fu inaugurata nel 1992, e il Forest iniziò quella stagione con una grande iniezione di ottimismo: una meravigliosa vittoria interna contro il Liverpool, ottenuta grazie a un gol solitario di Teddy Sheringham, o Edward, come l’eccentrico Manager era solito chiamarlo. Proprio mentre i tifosi che avevano assistito alla partita tornavano a casa felici o parlavano delle prospettive stagionali al pub, il migliore attaccante della squadra, a loro insaputa, dava una svolta decisiva alla stagione dichiarando nel dopo-partita alle neonate telecamere di Sky la sua ferma intenzione di tornare a Londra. Certo, parlare di svolta stagionale dopo una partita può sembrare azzardato, ma fui certamente un punto chiave nella stagione del Forest, dal momento che la squadra che Sheringham si lasciò dietro apparve sgonfiata, e perse sei partite di fila, e cominciò un’inesorabile scivolata verso la retrocessione.

Ci sono stati, recentemente, articoli e post sulla figura di Brian Clough che sembrava mettessero in dubbio le sue abilità manageriali, e che affermavano che la chiave dei suoi successi fu la partnership con Peter Taylor. Da una parte, certo, non bisogna sottovalutare il ruolo giocato da Peter Taylor nei successi del Derby County e del Nottingham Forest negli anni ’70, dall’altra se si osservano ottenuti dalle successive versioni del Forest, costruite da Clough dopo la separazione dall’amico, non si può non rimanere convinti del grande talento del manager di Middlesbrough.

Certo, il Forest non rivinse più la Coppa dei Campioni, ma la serie di piazzamenti nella top ten della prima divisione e la regolare frequentazione di Wembley nelle finali e nelle semifinali delle Coppe nazionali rappresentano, per una squadra come il Forest, un record impressionante; inoltre, questo record fu ottenuto attraverso una qualità di gioco sempre molto alta.

Nel 1991, finalmente, il Forest riuscì a qualificarsi per la finale di FA Cup, dopo essere stati eliminati dagli arci-rivali del Liverpool nelle semifinali del 1988 e del 1989. La finale fu lanciata da tutti i media come l’ultima occasione per Brian Clough di aggiungere alla sua bacheca il solo grande troteo che, fino a allora, aveva eluso gli sforzi profusi nella sua carriera manageriale. Quando il Forest fu battuto dal Tottenham Hotspur, in una finale controversa nel corso della quale giocarono un ruolo fondamentale l’arbitro Roger Milford e il centrocampista degli Spurs Paul Gascoigne, in molti pensarono che fosse arrivata l’ora, per Clough, di fare un passo indietro e godersi la pensione. Ripensandoci a posteriori, forse sarebbe stata la scelta migliore, nonostante il nuovo viaggio a Wembley fatto nel 1992 per giocarsi una finale di League Cup persa contro il Manchester United: la sua aura, infatti, stava sbiadendo, e la sua salute stava visibilmente declinando.

Nulla confermò il fatto che Cloughie stava perdendo il tocco magico più del modo in cui cercò di sostituire Sheringham, e di ovviare alla fatica che, dopo la sua partenza, il Forest stava facendo a segnare: siede che aveva trovato un provetto attaccante di Premier League per risollevare le sorti della squadra, e nel marzo 1993 presentò Robert Rosario, un tizio il cui maggior contributo alla spettacolarità delle partite era quando inciampava nelle sue stringhe, che segnò una rete nelle 10 partite del suo periodo al Forest. [Dedicheremo a Robert un post, prima o poi, visto che si tratta, in fondo, dell’ultimo acquisto di Clough da manager, così come abbiamo dedicato un post al suo primo ingaggio].

La partenza di Clough alla fine della stagione fu gestita in maniera schifosa dal board del Forest, ma, in compenso, l’addio che ricevette dai tifosi, sia quelli di casa sia quelli ospiti dello Sheffield United, alla fine dell’ultima partita rifletté molto di più la straordinarietà dei successi che aveva ottenuto che la tristezza del giorno in cui il Forest abbandonava la massima serie. Fu un momento davvero emozionante, che dimostrò quale fosse stato l’impatto della sua figura sulla storia del Club, e come sarebbe stato difficile sostituirlo.

Clough stesso aveva raccomandato Frank Clark, come suo successore, e l’affabile ex giocatore del Forest fu ingaggiato (anche se solo dopo che il suo vecchio compagno di squadra, Martin O’Neill, aveva rifiutato il lavoro perché il board non gli aveva permesso di portare con lui il suo assistente, l’altra leggenda del Forest John Robertson, suo secondo a Wycombe Wanderers). Clark è una persona deliziano, piacevole, che gode di un grande rispetto da parte dell’ambiente: aveva vinto tutto, con il Forest, e questa continuità con il grande Manager si rivelò un valore aggiunto, nonostante il fatto che Frank non avesse ottenuto risultati particolarmente buoni, nel suo periodo a Leyton Orient. I manager che si sono susseguiti al City Ground dopo la partenza di Clough si sono mostrati spesso intimiditi dall’ombra incombente dei suoi successi, ma l’umiltà di Clark, e il fatto che avesse preso parte attiva agli stessi, sembrò permettergli di confrontarsi molto di più con la squadra e con le sfide che questa gli proponeva che con le foto appese nei corridoi.

La retrocessione significò la partenza di diversi giocatori chiave: ma la loro vendita portò una buona quantità di denaro nelle casse del Forest: Nigel Clough si diresse verso Liverpool sponda red per oltre 2 milioni di sterline e Roy Keane verso Manchester sponda United per 3,75 milioni (fu una cifra record, allora). Nigel aveva trascorso buona parte della sua vita al Forest, alla fine come giocatore, ma prima come ragazzino, quando sedeva accanto a suo padre sulla panchina dei Reds, ma la brutalità del modo di cui il board del Forest aveva allontanato il padre gli aveva lasciato un gusto amaro in bocca, tanto che è lecito chiedersi se quell’evento non stia ancora avvelenando i suoi sentimenti nei confronti dei Reds, e non lo abbia spinto a accettare il ruolo di manager dall’altra parte della strada, a Derby County.

Questi trasferimenti consegnarono a Frank Clark un buon tesoro di guerra con il quale ricostruire la squadra, tanto più che il fatto che Stuart Pearce avesse deciso di rimanere a Nottingham fece capire ai possibili obiettivi di mercato (e anche ai tifosi ancora sotto choc) che le intenzioni del Forest di tornare rapidamente in Prima Divisione erano assolutamente serie.

Il nuovo manager cominciò subito a fare le cose che l’ultimo Clough si era rifiutato di fare: portò al City Ground l’attaccante Stan Collymore da Southend United e il difensore Colin Cooper da Millwall, correggendo gli ultimi errori di Clough e sostituendo in modo degno Teddy Sheringham e Des Walker; entrambi i giocatori erano stati per qualche tempo nel radar del Nottingham Forest, ma Clough si rifiutò sempre di spendere la cifra chiesta per Collymore, anche durante la battaglia per non retrocedere.

Clark fece anche ingaggi di minor profilo ma utilissimi, come l’esperto centrocampista David Phillips da Norwich, Des Lyttle da Swansea City per rimpiazzare la partenza del terzino destro Gary Charles, e poi l’acquisto cruciale, a novembre, dopo una partenza molto meno che spettacolare nell’allora League One: arrivò, infatti, il norvegese Lars Bohinen dallo Young Boys di Berna, che divenne immediatamente uno degli eroi della curva, e che aggiunse ulteriore abilità creativa al centrocampo.

Quando Bohinen arrivò, il 5 novembre 1993, il Forest aveva fatto su solo 4 vittorie nelle 14 partite iniziali della stagione, e i tifosi, che si sarebbero aspettati un ritorno non solo immediato, ma anche dominante nella serie maggiore, stavano diventando leggermente nervosi dentro alle loro magliette con su scritto “On loan to Division One”.

Il Norvegese si dimostrò il catalizzatore adatto per l’alchimia della squadra, e diede il via a una corsa durante la quale, fino alla fine della stagione, i Reds persero solo altre tre partite, e che li vide finire secondi alle spalle del Crystal Palace a ottenere una promozione immediata. Anche se l’arrivo di Bohinen sembrò fornire li pezzo finale al puzzle, certo non fu l’unico acquisto a brillare: Stan Collymore segnò 25 reti in 35 presenze in tutte le competizioni, giocando quasi sempre da attaccante unico nel 451 messo su da Clark, e fu assistito con grande abilità dal quintetto di centrocampo, che, oltre che Bohinen, era composto da Scot Gemmill, figlio d’arte, un altro link al passato glorioso del Forest, attraverso suo padre Archie, che segnò 10 reti, le ali Stone, Woan e Black con 5 ciascuno, e Phillips, non solo grande chiavistello davanti alla difesa, ma anche grande suggeritore di manovre offensive.

Dietro, Cooper mise su subito una grande intesa e amicizia con Steve Chettle, ottimo enfant du pays, e mostrò anch’egli un ottimo fiuto per il gol, visto che, grazie alle sue classiche proiezioni in avanti sui calci da fermo, mise su alla fine della stagione il non disprezzabile bottino di 9 reti, compresa una (questa volta con una gran punizione battuta personalmente) contro il Derby County al Baseball Ground che ci mise in grado di viaggiare a Peterborough, il successivo 30 di aprile, per assicurarci la promozione.
|

|
Clark, dunque, mise su una formazione che assomigliava molto al 451 utilizzato da Mourinho nei suoi anni al Chelsea, con un triangolo di centrocampisti davanti alla difesa, e una sola punta davanti, nel ruolo mirabilmente interpretato a Londra da Didier Drogba. Anche se apparentemente questa è una formazione difensiva, il modo in cui Clark riuscì a interpretarla, sfruttando il talento di Collymore e la sua capacità di sostenere da solo il peso dell’attacco, permise di sfruttare appieno la somma di grandi talenti che il Forest aveva a centrocampo, dando origine a un gioco piacevole, offensivo e spettacolare. Nonostante qualche cambiamento e qualche rotazione, una volta che Bohinen si fu unito alla squadra la formazione tipo rimase sempre più o meno questa:

Crossley

Lyttle — Cooper — Chattle — Pearce

Phillips

Stone — Bohinen — Gemmill — Black/Woan

Collymore

Nei primi mesi della stagione, il Forest aveva tentato varie formazioni e varie combinazioni di giocatori, che includevano, come compagni d’attacco di Collymore, giocatori poi passati ai margini della squadra come lo stesso Rosario, poi Lee Glover, una specie di Nigel Clough dei poveri, uno che aveva trovato fortune molto maggiori di quanto il suo talento non giustificasse sotto l’ultimo Brian Clough, e Gary Bull, uno che più che altro sembra essere stato ingaggiato perché il suo club, il Barnet, galleggiava in cattive acque, dal punto di vista finanziario, e aveva dovuto liberarsi di un ingaggio lasciando libero il giocatore di portare il suo cartellino dove volesse.

Sfortunatamente, nessuno di essi sembrava in grado di tenere le redini dell’attacco, fino all’arrivo di Bohinen, che sostituì le loro statiche interpretazioni del ruolo di seconda punta retrocedendo a centrocampo e giocando, partendo da dietro, un gioco di corsa e passaggio che si attagliò perfettamente allo stile di gioco di Collymore, e che catapultò la squadra prima alla promozione in Premiership e poi a un clamoroso terzo posto assoluto. La promozione fu sigillata da una vittoria a Peterborough, con un London Road pieno come un uovo di tifosi del Forest pronti a festeggiare: la partita non si mise benissimo, con due reti del Posh nei primi cinque minuti, ma con il passare dei minuti le reti di due leggende del Forest, una vecchia e una nuova, Pearce e Collymore, misero le cose a posto e assicurarono il 3-2 necessario a ottenere il ritorno matematico nella massima serie.

La stagione successiva vide l’arrivo di Bryan Roy, stella dell’Olanda, e il Forest si piazzò terzo, qualificandosi per la Coppa UEFA. Poi, la squadra cominciò a disintegrarsi: Collymore passò a Liverpool, ancora con un trasferimento record, e Bohinen sfruttò una clausola assurda del suo contratto per liberarsi e passare all’allora ricchissimo Blackburn. Il Forest condusse una dignitosa campagna europea, sopravvivendo più di tutte le altre squadre inglesi e arrivando fino ai quarti di finale, dove fu eliminata dal Bayern Monaco, ma di lì in poi iniziò un lento e inesorabile declino, e quella squadra rimane, a tutt’oggi, la migliore che il City Gorund abbia mai visto giocare dalla partenza di Clough in poi. Anzi, molto più delle squadre di Clough, per molti tifosi del Forest più giovani è proprio la squadra di Collymore, Pearce, Bohinen e Cooper la pietra di paragone con la quale saggiare la consistenza (o, più spesso, l’inconsistenza) delle versioni del Forest che da allora si sono succedute.
|

2 commenti

Archiviato in La storia del Nottingham Forest FC, La storia di Brian Clough, stagione 1992-1993

Verso Elland Road.

|
Elland Road
|
Diciamo subito che ieri sera il Boro ha sbancato Blackburn, stoppando la fuga dei Rovers e rendendo, potenzialmente, ancora più corta la classifica. I Teessiders sono passati al sesto posto provvisorio in classifica, facendoci scivolare, dunque, al nono posto.

Torniamo sul luogo del misfatto dopo qualche mese, e quel 3-7 del 20 marzo, la più grave sconfitta interna mai patita dai Bianchi dello Yorkshire nella loro storia, incomberà su entrambi: per noi come una pietra di paragone difficilmente replicabile (anche perché i due maggiori fautori di quella impresa, McCleary e Guedioura, non saranno in campo), per loro come un’offesa da lavare il più sanguinosamente possibile.

Le squadre arrivano alla partita con problemi di gioco in parte analoghi (la fragilità della difesa), ma con stati d’animo differenti: noi imbattuti dopo sei gare, con le ultime due tirate su dalla canna del cesso con la forza della disperazione (e, nel secondo caso, con molto culo), loro reduci da due sconfitte, una esterna a Cardiff, e ci può stare, e una interna contro Hull City, molto più dura da digerire per una squadra che a inizio stagione vantava sia pur blandi propositi di play-off.

Guedioura sarà fuori per la prima delle sue tre giornate di squalifica: questo permetterà a O’Driscoll di schierare o Lansbury, nella molto improbabile eventualità che sia giudicato “fit” per la partita, o Coppinger, ala destra pura che, però, potrebbe trovarsi a suo agio sulla destra del rombo con il quale, probabilmente, scenderà in campo il Forest.

Anche Hutchinson, dopo il lieve infortunio di martedì, pare in dubbio.

Il Leeds sarà senza McCormack (buon per noi…) mentre Drury e Becchio sono in dubbio, ma più sì che no: insomma, problemi in attacco per una squadra che già non brilla per efficacia offensiva.

Si scontrano due squadre con cammini molto diversi: il Leeds ha pareggiato solo una volta, mentre noi siamo gli specialisti del pareggio della Lega (4 su 6 partite); inoltre, mentre noi abbiamo recuperato molti punti partendo da uno svantaggio (3 dei nostri 4 pareggi sono stati ottenuti in rimonta, con la ferale eccezione di Huddersfield), il Leeds ha buttato via otto punti nei recuperi subiti quando era in vantaggio.

Noi abbiamo marcato, finora, 2998 reti in seconda divisione. Se ne segnassimo altri due, faremmo cifra tonda, e penso proprio che faremmo anche punti.

Veniamo a dar conto di alcune dichiarazioni del Gaffer, riportate dal sito della squadra, sia sulla ricchezza di organico di cui gode il nostro reparto offensivo, sia sulla necessità di non fare inopportuni voli pindarici:

Ho tre attaccanti molto forti, e mi piacerebbe molto schierarli tutti insieme sul campo; tutti e tre hanno avuto grande impatto sulle partite, quando sono subentrati, e sarebbe bello vederli giocare insieme. Certo, sulla carta è difficile farli convivere, ma se si giocasse sulla carta il calcio sarebbe uno sport molto diverso.

Schierarli occasionalmente insieme potrebbe darci un’ulteriore opportunità tattica, soprattutto giocando in casa, contro la quale gli avversari potrebbero non avere una risposta pronta.

Tutto dipende dall’atteggiamento con cui gli attaccanti scendono in campo: una cosa così potrebbe funzionare se loro fossero pronti a lavorare molto quando la palla la hanno gli altri. Tipo andare a chiudere l’avanzata di un terzino avversario.

Tutti i giocatori hanno mostrato un’ottima disponibilità, e non penso che sarebbe un problema. Ripeto, potrebbe essere magari un’opzione per gli ultimi 20 minuti; inoltre, spesso la migliore forma di difesa è attaccare tenendo il possesso palla.

Inoltre, parlando della partita di marzo, O’Driscoll ha invitato a non guardare a quel risultato come a una misura efficiente delle forze in campo:

È chiaro che non c’è alcuna speranza di ripetere la prestazione dell’anno scorso. Non sono uno scommettitore, ma se lo fossi non scommetterei su un 7-3 per noi.

Questa è una divisione in cui la cosa più importante è non subire reti. È una follia scendere in campo pensando di poter segnare un gol più dell’avversario. Non puoi dire ‘se ne fanno due, noi ne faremo tre’: in Championship, questa è la ricetta per il disastro. La domanda principale che dobbiamo farci, prima di scendere in campo, è ‘quanto bene siamo in grado di difendere?’.

Sono molto soddisfatto del lavoro che stiamo facendo sui corner avversari: abbiamo subito 37 corner, e solo una rete. In queste circostanze, solo in nove occasioni gli avversari sono riusciti a concludere in qualche modo a rete. Anche martedì abbiamo difeso bene, anche se il Palace aveva un solo giocatore meno alto di sei piedi [1,83 m].

L’anno scorso è stata una partita assurda. Mi ricordo benissimo che quando eravamo sopra 4-1 avevo ancora paura di perdere, perché era una partita così.

Infine, vediamo qualche parola di Garry Birtles, soprattutto sulla partita di martedì:

Non è quando guardo all’inizio della stagione del Forest, alla striscia di imbattibilità di sei partite, che provo il più grande senso di speranza: quello che mi incoraggia di più è vedere che i giocatori del Forest, semplicemente, rifiutano di accettare di essere battuti. Non si danno mai per vinti. Questo è un atteggiamento incredibile.

La scorsa stagione, se il Forest si fosse trovato un gol sotto e con un uomo in meno a Crystal Palace, avrebbe perso senz’altro, e anche pesantemente. Se avessero preso due reti di fila in casa contro il Birmingham City, avrebbero perso senz’altro. Dopo aver subito una mezz’ora come quella subita a Bolton, l’anno scorso avrebbero perso senz’altro.

Ora le cose sono cambiate. Sean O’Driscoll ha messo nuova fiducia e forza di carattere nello spogliatoio.

Non fraintendetemi: prima o poi perderemo. Ma è la reazione la cosa importante. Dopo la partita interna con Wigan in Coppa di Lega, avevo paura che la squadra perdesse fiducia: questo non è successo. Sono ripartiti con un calcio ancora più fluido e propositivo in Championship. La questione non è tanto mantenere la striscia di imbattibilità, è mantenere lo stesso livello di fiducia nelle nostre capacità. Certo, non dobbiamo nasconderci il fatto che il Forest, ora, è una squadra migliore. Abbiamo più qualità, e segniamo più facilmente. La fiducia deriva anche dal sapere che, se le cose vanno male, c’è qualcuno là davanti che potrà mettere le cose a posto.

A Palace, abbiamo giocato la peggiore partita della stagione. Semplicemente, non funzionavamo. In parte, perché giocavamo contro una squadra che ha un’ottimo record casalingo, soprattutto nelle sere infrasettimanali, ma la cosa importante è che, lo stesso, abbiamo cercato di grattar via qualcosa dalla partita.

Magari non abbiamo giocato come possiamo, ma abbiamo fatto lo stesso il possibile per portare nel difficile viaggio verso casa un pezzo di bottino. Questa è la chiave per avere una squadra di successo.

Le scorse stagioni, quando avevamo qualcuno che ci tirasse fuori dal buco, quando avevamo bisogno di un’iniezione di creatività, di solito ci pensava Lewis McGugan. Ora il peso di questa responsabilità non grava più sopra le sue spalle.

Simon Cox, un Dex Blackstock di nuovo in forma, Billy Sharp, un apparentemente scattante Reid e Adlene Guedioura, sono tutti uomini che possono provvedere ispirazione, che possono trovare un guizzo vincente tirandolo fuori da nulla.

Se fossi nei loro panni, comincerei ogni partita convinto di poterla vincere, grazie proprio a questi giocatori, grazie alla quantità di talento che possiede la squadra; oggi, però, sto con in piedi per terra. Non andiamo a Leeds per dar loro un’altra martellata. Non lo dico perché penso che il Forest non possa vincere, perché possono. Fatto sta che mi accontenterei di un punto, fedele al vecchio principio della media inglese, la chiave per il successo in ogni campagna vittoriosa.|

Detto che Robbie Findley si è unito a Gillingham in prestito mensile, ricordiamo che il bilancio tra Nottingham Forest e Leeds United è perfettamente in equilibrio (28-29-28), e che la partita comincerà, come al solito, alle 16, con diretta sul Forest Player.

|

Lascia un commento

Archiviato in garry birtles column, stagione 2012-2013