La leggenda del Forest – Parte prima: Da Eastville a Madrid – Capitolo primo: il 1974-75

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Per festeggiare il “nuovo corso” e, insieme, dare radici solide al nostro futuro, che oggi appare un po’ meno fosco di ieri, per non parlare di come si poteva pensarlo dopo la morte di Nigel Doughty, comincerò una serie di post che traccino la storia del Forest dall’anno in cui Brian Clough prese in mano la squadra ai giorni nostri. Terrò come base per la narrazione l’ottimo Nottingham Forest: Brian Clough and His Legacy – A Complete Record 1975 – 2010, di Pete Attaway, una vera e propria bibbia di dati e di date, con tutte le partite del trentacinquennio con formazioni e reti, ma integrerò il suo racconto con divagazioni e ricordi personali. Voglio dire, cercherò di integrarlo, naturalmente.
Partiamo dalla stagione 1974-75: annus horribilis della vita di Brian Clough, cominciato con la prospettiva di una straordinaria avventura nazionale e europea alla guida del Leeds United, e finito nella palude della parte bassa della seconda divisione, alla guida del Nottingham Forest. Ma, come dicono i saggi, la qualità di un giorno va giudicata alla sera: e, in questo primo post, potremo solo e a malapena scrutare i primi chiarori dell’aurora.

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Il Forest cominciò la stagione 1974-75 con una qual certa fiducia, dopo aver chiuso la precedente stagione al sesto posto della allora Seconda Divisione, e il manager, Allan Brown, si sentì di promettere solennemente che, dopo tre anni, l’esilio della squadra dalla massima serie sarebbe terminato.

La stagione estiva aveva visto la cessione del talismanico cecchino Duncan McKenzie, una mossa forse inevitabile, alla luce dei 28 gol messi a segno nella stagione precedente; inevitabile e inaspettatamente lucrosa, visto che lo spatascio di £240.000 mollate per un giocatore che aveva avuto solo una brevissima esperienza di calcio di vertice quando era ancora un U20 sorprese non pochi operatori.

Una spiegazione della generosità degli acquirenti poteva essere ritrovata nel fatto che il manager che l’aveva fortemente voluto era stato proprio Brian Clough, il manager della più potente squadra d’Inghilterra, l’uomo che stava tentando di riforgiare il Leeds United a sua immagine e somiglianza.

Voglio dire, non so quanto voi conosciate della storia del Forest, ma non penso di rovinarvi la sorpresa anticipandovi che Brian Clough avrà poi modo di farsi perdonare dai tifosi Reds per questo sgarbo.

McKenzie, prodotto della fertile accademia del Forest — un giocatore che sapeva essere alternativamente o anche contemporaneamente un problema insolubile e ingestibile per le difese avversarie (non spessissimo, a dire il vero) e per i suoi compagni di squadra (molto più di sovente) — fu presentato ai giornalisti e ai tifosi dello Yorkshire insieme agli altri due acquisti del nuovo gaffer: John McGovern e John O’ Hare.

Caso più unico che raro nella storia del calcio, penso, fu il fatto che lo stesso manager avrebbe ricomprato questo stesso duo e l’avrebbe presentato a altri giornalisti e a altri tifosi ben prima che la stagione 74-75 fosse terminata.

Voglio dire, quando uno spettacolo funziona…

Al Leeds, McKenzie, una volta che si fu liberato dalla palla al piede costituita dal fatto di essere un “acquisto di Clough”, cosa che lo aveva automaticamente reso, dopo i famosi 44 giorni e la burrascosa separazione, una specie di vassoio di porchetta al banchetto di Bar Mitzvà per chiunque fosse solo lontanamente interessato o appassionato al Leeds Utd, fece, tutto sommato, abbastanza bene con i Bianchi dello Yorkshire: vi passò, infatti, due degli anni più fruttuosi e felici della sua molto altalenante carriera e si vide anche una finale di Coppa dei Campioni, seppur solo dalla panchina.

Allan Brown decise che forse non era il caso di precipitarsi a sostituire McKenzie al centro dell’attacco, e preferì concentrarsi su quello che gli pareva il vero problema della squadra: la fragilità della difesa.

Questo settore che poteva vantare, tra i Reds (anche se pochi, a dire il vero, andavano in giro a bullarsene con gli amici, soprattutto se tifosi del Derby, visto che i Rams erano troppo occupati, quell’anno, a vincere il campionato di prima divisione), Bob “Sammy” Chapman, difensore scarno di tecnica e di fronzoli, una vera e propria bandiera del club, visto che aveva esordito in prima squadra nel 1964, a 17 anni e 5 mesi, cosa che faceva di lui il più giovane esordiente del Forest di tutti i tempi, e due altri giocatori certo meno affidabili del Chap: John Cottam, un mezzo zozzone molto soggetto a infortuni, che dopo aver lasciato il calcio diventò sergente di Scotland Yard e, per un certo periodo, allenatore della squadra di calcio della Metropolitan Police, e Dave Serella, non più che discreto difensore, che ora, tra l’altro, fa il lattaio. Serella è passato alla storia per due motivi: per essere stato votato dai tifosi come l’autore del più bell’autogol della storia della squadra, e per essere stato uno dei due giocatori che, durante una partita di coppa a St James Park, proprio nella stagione precedente rispetto a quella che stiamo raccontando ora, dovette riparare negli spogliatoi un po’ malmesso, perché il pubblico di casa, inferocito per vari motivi, invase il campo quasi appositamente per picchiarlo.

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Anzi, questo, forse, è un episodio che merita di essere ricordato con più di un accenno, visto che anche quella partita fa parte del folklore riguardante la nostra squadra; facciamolo andando a pescare il racconto che di quella partita ha John Tudor, un magpie purosangue, che si confessa in un blog dedicato alle Gazze:

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Tuffiamoci nel racconto del folle turno di coppa contro il Forest, nel 1974. John Tudor aveva segnato il destino del “match that never was”, una partita che fu cancellata totalmente dagli annali della FA, perché i tifosi Geordie, invasero, inferociti, il campo di gioco St James Park. La distanza temporale e geografica non ha ottuso la memoria di Tudor riguardo all’episodio più controverso della galoppata del Newcastle Utd verso la finale di coppa del 1974.

Accadde nel sesto turno, quando al Nottingham Forest fu sorteggiato un viaggio al St James, dove trovò a aspettarlo 54.500 spettatori.

Ma la partita si mise subito piuttosto male: era già il secondo tempo, il Forest stava già vincendo 2-1, quando l’arbitro assegnò un rigore ai Reds per un fallo di David Craig sul sempre pericoloso Duncan McKenzie, e mandò pure il difensore a farsi una doccia anticipata. Ci furono gigantesche proteste da parte delle Gazze, e, quando gli animi si furono un po’ calmati, George Lyall segnò dal dischetto. Il destino del Newcastle apparve segnato. In quel momento, i tifosi della Leazes End [l’attuale Sir John Hall Stand] invasero il campo, dando la caccia soprattutto a Serella e a McKenzie, che furono colpiti anche da qualche pugno e da qualche calcio; l’arbitro decise di far rientrare le squadre negli spogliatoi per un ulteriore intervallo, per medicare i giocatori e per permettere ai poliziotti di liberare totalmente il terreno di gioco .

John Tudor: “Beh, inutile nascondercelo… non avremmo mai vinto la partita se i tifosi non fossero entrati in campo, e se l’arbitro, Gordon Kew, non ci avesse in tutta fretta fatto rientrare negli spogliatoi. Eravamo sotto 1-3, e in 10 contro 11. Ma, peggio di tutto, proprio non riuscivamo a giocare, perché Bob Chapman e David Serella stavano facendo una partita mostruosa, là dietro. Io e Mal [Malcom Macdonald, uno dei più forti e discontinui centravanti del calcio inglese degli anni ’70] non avevamo tirato manco un calcio al pallone, perché non ce ne avevano fatto arrivare nemmeno uno. Terry Hibbitt, che era il nostro miglior passatore, stava passando una giornata di merda, e, inoltre, il duo difensivo del Forest chiudeva gli spazi con una velocità tale che non c’era proprio campo con il quale lavorare.

Nel tunnel i giocatori del Forest ci presero per il culo, e anche durante l’intervallo forzato potevamo sentire dall’altra parte del muro la loro esultanza, che pensavano di aver già vinto la partita; mentre nel nostro spogliatoio si potevano sentire le gocce di sudore che cadevano per terra. Finché Joe Harvey non si scosse e non ci chiese che cazzo avessimo intenzione di fare. Decidemmo di giocarci il tutto per tutto, e di buttarci in avanti come forsennati, tanto, non c’era nulla da perdere.

L’esultanza che sentivamo dal loro spogliatoio significava che la loro concentrazione era andata a farsi benedire, pensavano che il lavoro fosse finito, e, in effetti, dopo quell’intervallo l’intensità di gioco del loro centrocampo calò di brutto.

Lo United ruppe quasi subito l’inerzia della partita: il portiere del Forest affondò in maniera assurda SuperMac sulla battuta di un corner, e Terry McDermott segnò il rigore. Pochi minuti dopo, Hibby tirò un cross basso e teso dalla fascia sinistra, io mi tuffai parallelo al terreno, a un paio di piedi da terra, e segnai di testa il pareggio. Poi, nel recupero, fui io a crossare, Mal fece da torre, e Bob Mercur era lì a segnare il più assurdo dei 4-3″ [Era in fuorigioco, bastardo. Dillo].

La FA, però, annullò la partita, e ordinò la ripetizione del match in campo neutro. Fu scelto il Goodison Park, dove la partita finì 0-0. Il Newcastle vinse 1-0 nei supplementari il terzo replay, giocato sempre a Everton, grazie a un gol del solito Macdonald, che stabilì in quella stagione un record per aver segnato in ogni round della FA Cup, dal terzo turno alla finale, e i bianconeri arrivarono in semifinale.

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In quell’ormai mitico pomeriggio, 23 tifosi furono trasportati in ospedale con ferite serie, 103 furono medicati nell’infermeria dello stadio, e una quarantina furono tratti in arresto. Bisogna sottolineare il fatto che entrambi i manager, richiesti dall’arbitro durante l’intervallo forzato, furono d’accordo nel riprendere la partita al termine degli scontri, cosa che impedì al Committee speciale della FA che esaminò la vicenda di dare partita vinta al Forest, e che avrebbe impedito anche la sua ripetizione, ottenuta dal Forest, che poi aveva fatto ricorso, solo grazie a una deroga speciale della FA: un esempio di calcio di altri tempi, più rude e violento di quello attuale, ma anche più aperto e leale.

Va ricordato, infine, che uno dei protagonisti della partita fu Frank Clark, nostro attuale presidente, allora difensore in forza alle gazze di Newcastle (che, tra parentesi, in finale furono letteralmente massacrate dal Liverpool).

Prima o poi, racconteremo più approfonditamente il mitico Newcastle Outrage.

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Ma torniamo a noi, e al nostro 1974-75, che se no, di storia in storia, si fa notte.

Dicevamo, appunto, che il buon Allan Brown, dopo aver venduto McKenzie a Cloughie, pensò bene di rinforzare la difesa, prima di pensare a un sostituto per Minis, come Duncan McKenzie era chiamato dai tifosi Reds. Allie ruppe il salvadanaio per portare al City Ground David Jones dal Bournemouth, un centrale-laterale sinistro che non doveva essere proprio un fenomenillo, visto che la rete non ne porta traccia, e la voce di Wiki a lui relativa è solo un link che langue intonso da anni.

Per quanto riguarda l’attacco, la stagione cominciò con i compiti offensivi divisi tra due punte giramondo e non proprio fenomenali, Neil Martin (uno scozzese coraggiosissimo che aveva contribuito, due anni prima, a portare il Coventry in Coppa UEFA) e John Galley (che aveva fatto molto bene nei cinque anni passati al Bristol City), che si alternavano là davanti con Ian Bowyer, il futuro eroe di Colonia, una vera e propria leggenda del Forest cui dedicheremo preso un post apposito.

In ottobre, Brown aggiunse al pacchetto offensivo Barry Butlin, scuola Derby County, una specie di centroboa proveniente dal Luton Town, che aveva un record, con gli Hatter, di un gol ogni due partite; inoltre, il manager scozzese rinforzò ulteriormente la difesa con il terzino sinistro Paddy Greenwood, da Barnsley, un bravo e, come vedremo, sfortunato difensore.

Così, con la fine di ottobre, tutto il denaro proveniente dalla vendita di McKenzie era stato speso.

Via via che il Forest scivolava verso la cosiddetta parte destra della classifica, appariva sempre più chiaro, con matematica e cristallina precisione, il fatto che il Forest con McKenzie era più forte del Forest senza McKenzie e con Jones, Butlin e Greenwood. Anche Bowyer, venuto da Orient nella stagione precedente e reduce da un bellissimo campionato, senza McKenzie appariva l’ombra di sé stesso; inoltre, per complicare le cose, il tipo di gioco messo in atto dal Forest sembrava non poter tirar fuori da Butlin il meglio di sé, un meglio consistente quasi esclusivamente in un buon gioco aereo.

La chicca di quella prima parte della stagione fu, forse, il bel pareggio per 2-2 a Old Trafford, ottenuto a settembre: ebbene sì, anche il Man United si fece un passaggio in seconda divisione, quell’anno lì, anche se risalì immediatamente. Ma la squadra non riusciva a trovare alcuna continuità di risultati e di gioco: vittoria, pareggio, sconfitta, pareggio, vittoria, sconfitta, sconfitta, pareggio, eccetera eccetera. Le iniziali speranze di promozione cominciarono a sembrare prima forse esagerate, poi sempre più pura farneticante fantasia (quousque tandem abutere, Catilina…), visto che ogni classifica di lega pubblicata dai giornali della domenica vedeva il Forest sempre più schiaffato in posizioni mediobasse. I tifosi e la critica cominciarono a mormorare nei confronti del manager espressioni, diciamo così, di disappunto, visto che, allora, 240.000 sterline erano un sacco di soldi, per una squadra di Seconda Divisione, e che, a giudizio di tutti, quel sacco di soldi lì avrebbe potuto essere speso molto meglio.

Via via che la situazione peggiorava, Brown cominciò pure a andare un po’ via di boccino, nel senso che non sapendo più che pesci prendere per invertire la rotta cominciò a mettere in campo formazioni che sembravano fatte scuotendo dei bussolotti con su i nomi dei giocatori della rosa in un cappello e poi rovesciandoli sul panno del Subbuteo, tanto che le differenze clamorose tra la squadra annunciata nel programma ufficiale e quella effettivamente messa in campo al sabato pomeriggio erano diventate, ormai, l’unico motivo di vera, sincera e sana ilarità per coloro che si ostinavano a recarsi al City Ground.

La qualità della rosa sembrava buona, accanto a giocatori medi di categoria c’erano giocatori di talento, come John Robertson e Martin O’ Neill, che faranno la storia del calcio europeo; ma anche i migliori sembrava che non riuscissero a andar di là da un compitino svolto di malavoglia.

Le uniche sorprese davvero positive vennero da due ragazzi delle giovanili: un portierino, John Middleton, cui fu data un’occasione in prima squadra dopo l’ennesima cazzata del titolare, Dennis Peacock; e un terzino destro con le gambette da ragno, Viv Anderson, il primo giocatore nero a vestire la maglia del Forest, le cui irresistibili discese sulla fascia producevano nei tifosi alterazioni fisiologiche di varia natura, ma sempre associabili a sensazioni positive.

Vabbè, com’è come non è, nella partita del 28 dicembre il Forest perde 2-0 in casa il derby con il Notts County, e Allan Brown viene esonerato. A onor del vero il Forest, pur con una stagione deludente alle spalle, non era in pericolo di vita, visto che galleggiava in tredicesima posizione, e , in questo senso, in un periodo della storia del calcio inglese in cui l’esonero del manager era certo meno frequente di ora, l’allontanamento del tecnico scozzese poteva apparire in qualche modo sorprendente; soprattutto a poche ore dal terzo turno di FA che aveva destinato i Reds a una partita difficile contro il Tottenham Hotspurs in casa; ma tant’è.

La partita di coppa fu condotta dalla panchina da Bill Anderson, coach della prima squadra di lungo corso e traghettatore abituale, in queste circostanze, e fu condotta bene, visto che il Forest impattò 1-1, con un gol di Jones.

Più che alle vicende della partita, però, in quella occasione, i cori dei tifosi furono dedicati alle vicende societarie; in particolare, tra tutti li più gettonato era “We Want Clough”; un coro stimolato anche, evidentemente, dalla memoria di quello che il Maestro di Middlesbrough aveva saputo fare quattordici miglia più a est.

E, incredibilmente, Clough fu quello che ebbero. Tipo come se Benitez, nell’anno del precipitoso esonero patito all’Inter, avesse accettato a febbraio una chiamata dalla Triestina.

Nonostante le molte voci sul fatto che, dopo il molto lucroso esonero dal Leeds, Clough si stesse godendo i suoi ozi tra spiagge e ospitate televisive, il richiamo di un’altra sfida difficile, evidentemente, fu irresistibile, e due giorni dopo la sfida interna con gli Hotspurs Clough si insediò in maniera relativamente tranquilla — per gli standard clougheschi — sulla panchina del Nottingham Forest.

L’effetto fu istantaneo, dal momento che il Forest andò a vincere il replay al White Hart Lane per uno a zero, grazie a un sontuoso colpo di testa di Neil Martin.

Però, l’effetto fu tanto istantaneo quanto di breve durata; questa vittoria rappresentò, infatti, una falsa aurora, dal momento che, nel primo periodo della gestione di Clough, il Forest fece fatica a trovare la vittoria allo stesso modo in cui la faceva durante l’ultima gestione Brown, se non di più.

Il Forest, spo il successo con il THFC, vinse anche la prima partita di Lega giocata sotto il nuovo gaffer, un 1-0 strappato al Craven Cottage; ma poi i Rossi non vinsero più fino a aprile, circa tre mesi più tardi, e poi di nuovo solo un’altra partita nel corso di tutta la stagione, l’ultima giornata in casa contro il WBA.

Aggiungiamoci un’eliminazione in coppa dopo un estenuante quarto turno sempre contro il Fulham: quattro partite al termine delle quali i Cottagers emersero vittoriosi (fu la mitica edizione della FA Cup in cui il Fulham, guidato da un Bobby Moore a fine carriera, arrivò in finale proprio contro il West Ham United, per cui, evidentemente, questo stress, per i bianchi, fu meno deleterio che per noi; tra parentesi, quella fu anche la prima finale di Coppa d’Inghilterra che io vidi).

Il secondo replay di quella sfida infinita, tra l’altro, privò il Forest di Paddy Greenwood, uno dei titolari più efficaci e regolari fino a quel momento, per una gamba rotta. Fu un infortunio terribile, dal quale Greenwood non si riprese mai, e che segnò la fine della sua carriera a alto livello.

Quindi, se i tifosi del Forest si aspettavano una rivoluzione immediata, furono indubbiamente delusi; forse, così come era già avvenuto a Leeds, il rifiuto del suo braccio destro, Peter Taylor, di abbandonare la promettente squadretta che stava costruendo a Brighton (quasi la stessa che poi Alan Mullery portò fino alla prima divisione e alla finale di FA Cup) per unirsi a lui ebbe qualcosa, o molto, a che fare con questo iniziale insuccesso.

Gli unici ingaggi di Clough, in questo periodo, furono Bert Bowery, di cui abbiamo già parlato in questo blog, un grosso e macchinoso attaccante prelevato dalla squadretta locale del Worksop Town, che, però, fece solo un pugno di apparizioni in prima squadra, e la fidatissima coppia di cui abbiamo parlato prima, John McGovern e John O’ Hare, provenienti da un Leeds Utd nel quale, dopo la partenza del loro mentore, erano diventati reietti.

Lo stentato inizio di Clough al Forest diede voce a tutti coloro che non lo volevano alla guida del Forest: in primo luogo, per la sua lunga e gloriosa militanza tra i rivali del Derby Countuy; in secondo luogo per la sua storia di rapporti difficilissimi proprio con la dirigenza del Rams, che gli aveva appioppato la nomea, non del tutto immeritata, di allenatore polemico e irritante. A questo si aggiungevano il suo fallimento nella brevissima esperienza a Brighton, che si era conclusa con le sue dimissioni dopo una sconfitta per 8-2 patita al cospetto del Bristol Rovers, e, infine, tutta la non proprio commendevolevicenda di Leeds: insomma, il partito contrario al nuovo allenatore prese voce, e la velata convinzione che Clough pensasse di valere molto più di quanto in realtà non valeva si fece strada anche tra i tifosi inizialmente più ben disposti, quelli che avevano cantato durante la partita contro gli Hotspurs.

Per fortuna, come detto, il profilo tenuto da Clough nel suo primo anno al Forest fu bassissimo, tanto tranquillo quanto inefficace, senza nessuna delle sue debordanti comparsate televisive, e senza nessuna delle polemiche che sembravano fatte apposta per riempire innumerevoli polliciate di tabloid.

Clough combatteva per tirar fuori il meglio da quello che aveva ereditato, anche se McGovern aveva aggiunto indubbiamente sapienza tattica e tecnica in mezzo al campo, e O’ Hare maggior movimento davanti.

Certi giocatori, come Anderson e Robertson, utilizzati poco e male da Brown, diventarono titolari quasi fissi, mentre altri, come l’ala irlandese Jeremiah Miah Dennehy e il suo compagno di nazionale Martin O’ Neill lo furono meno, e, a un certo punto della stagione, sembrarono quasi di troppo.

A altri ragazzi dell’accademia, come a Jimmy McCann e Tony Woodcock, fu data qualche opportunità in prima squadra verso la fine della stagione per mettersi alla prova, anche se, nel caso del secondo, doveva passare ancora quasi una stagione e mezza prima della sua definitiva consacrazione tra i titolari.

E, in effetti, la cosa più notevole dell’inizio dell’avventura di Clough al Forest è che la squadra non avrebbe subito, nell’immediato, tanti ritocchi: quasi tutti i giocatori che si sarebbero guadagnati la promozione di lì a due anni erano già presenti in squadra; ci voleva solo qualche altro colpo della straordinaria capacità di Clough di gestire gli uomini per far capire a molti dei depressi giocatori del Forest di allora ciò di cui erano davvero capaci.

Clough cominciò il suo regno raccogliendo il Forest al tredicesimo posto, e concluse la sua prima stagione in sedicesima posizione. I tifosi più impazienti protestarono, quelli più avveduti si ricordarono che era successa esattamente la stessa cosa nel primo anno di Clough al Derby County, anch’esso preso in seconda divisione. Poi, era venuta la promozione, la vittoria del campionato inglese e la semifinale di Coppa dei Campioni. I tifosi più scettici obiettarono che sì, che era vero, ma che i successi di Derby erano stati ottenuti da Clough e da Taylor, e che il secondo stava ancora lì, in Terza Divisione, a accudire la nidiata del Brighton.

Diamo, di seguito, la classifica finale di quell’anno; le colonne dopo quella con il nome ella squadra rappresentano, da sinistra a destra, le partite giocate, il coefficiente reti, i punti (2 punti per la vittoria), il risultato di quella squadra contro il Forest al City Ground e il risultato di quella squadra contro il Forest in casa..

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P GA Pt Res Res
1 Manchester United 42 2.20 61 L0-1 D2-2
2 Aston Villa 42 2.47 58 L2-3 L0-3
3 Norwich City 42 1.57 53 L1-3 L0-3
4 Sunderland 42 1.86 51 D1-1 D0-0
5 Bristol City 42 1.42 50 D0-0 L0-1
6 West Bromwich Albion 42 1.29 45 W2-1 W1-0
7 Blackpool 42 1.15 45 D0-0 D0-0
8 Hull City 42 0.76 44 W4-0 W3-1
9 Fulham 42 1.13 42 D1-1 W1-0
10 Bolton Wanderers 42 1.10 42 L2-3 L0-2
11 Oxford United 42 0.80 42 L1-2 D1-1
12 Leyton Orient 42 0.72 42 D2-2 D1-1
13 Southampton 42 0.98 41 D0-0 W1-0
14 Notts County 42 0.83 40 L0-2 D2-2
15 York City 42 0.93 38 W2-1 D1-1
16 Nottingham Forest 42 0.78 38
17 Portsmouth 42 0.81 37 L1-2 L0-2
18 Oldham Athletic 42 0.83 35 W1-0 L0-2
19 Bristol Rovers 42 0.66 35 W1-0 L2-4
20 Millwall 42 0.79 32 W2-1 L0-3
21 Cardiff City 42 0.58 32 D0-0 L1-2
22 Sheffield Wednesday 42 0.45 21 W1-0 W3-2
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