Meeting of Minds

Comincerò la pubblicazione di qualche testimonianza riguardante l’amicizia tra Brian Clough e Peter Taylor, partendo proprio dalla biografia del secondo, For Pete’s Sake, scritta dalla figlia, Wendy Dickinson. È un libro, se non brillante (Wendy non ha grande senso dell’umorismo: le sue battute, come vedrete, non è che siano granché; per di più tende un po’ al patetismo, e è tifosa del Derby County, tanto basti), interessantissimo e molto documentato, pieno di aneddoti e di scene familiari gustosissime, per chi è interessanto anche al dietro le quinte di una vita e di un’amicizia così decisiva per le sorti del calcio inglese e europeo. In particolare, questo capitolo è anche uno spaccato della vita di un calciatore inglese degli anni ’50, tratteggiato anche nella già citata biografia di Stu Imlach, della quale daremo, naturalmente, altrettanto ampi stralci in seguito.

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Capitolo 3 (parte prima)

Incontro di spiriti

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“C’è Pete?”  —  Brian Clough

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Per la maggior parte della mia vita, ogni volta che ho visto mio padre e Brian insieme mi sono sembrati vicini quanto possono arrivare a esserlo due persone. La loro relazione è stata paragonata a un matrimonio, e in molti sensi lo fu. Finivano l’uno le frasi dell’altro, avevano una capacità quasi telepatica di capire quello che l’altro stava per dire o per fare, ridevano insieme, piangevano insieme, e litigavano. Se si è fortunati, si può trovare un amico così, nella propria vita; ma non molti di noi, credo, hanno questa fortuna. La loro amicizia, così speciale, cominciò quando giocarono insieme nel Middlesbrough.

Papà fu ingaggiato dal Coventry nell’estate del 1955, come portiere di riserva, e possibile eventuale rimpiazzo per il fantastico Rolando Ugolini (1). Brian, che era entrato nel club a 16 anni, era appena tornato dai due anni di servizio militare nella RAF. A quei tempi, i giovani giocatori venivano ingaggiati in massa dai club principali, con una paga minima di 10 sterline, e la maggior parte di loro si perdeva per strada, e non se ne sentiva più parlare. Brian fu uno dei pochi a diventare professionista, ma solo dopo che egli ebbe avuto la preveggenza di scrivere al club poco prima della fine del servizio militare, per richiedere l’ingaggio. Papà e Brian si unirono a un club che aveva una storia impressionante: fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, 16 anni prima che si incontrassero, il Boro era sempre stata una delle quadre migliori della vecchia First Division. Erano i tempi del grande Wilf Mannion e di George Hardwick, due nazionali inglesi, ora immortalati in bronzo, con lo sguardo rivolto l’uno all’altro, posti su ciascuna delle due colonne prima poste ai cancelli del vecchio Ayresome Park, ora all’entrata del Riverside Stadium, il nuovo stadio del Middlesbrough.

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Mannion e Hardwick a guardia dei cancelli del Riverside Stadium

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Il Boro era arrivato quarto in Prima Divisione nell’ultima stagione piena prima della Guerra, e sarebbe stata una delle favorite per il titolo nella stagione successiva. Ma Hitler si mise in mezzo. Quando il football ricominciò, nel 1946, il club non fu capace di ritrovare la forma delle stagioni anteguerra, e galleggiava più o meno a metà classifica, uscendo sempre ai primi turni della FA Cup.

Ma l’appassionato pubblico del nord-est amava sempre la sua squadra, e il record di presenze all’Ayresome Park fu registrato proprio il 27 dicembre del 1949, con 53.802 spettatori, giunti allo stadio per guardare il Middlesbrough pareggiare 1-1 con gli storici rivali del Newcastle United. Poi, la situazione peggiorò ulteriormente, e alla fine il Boro fu retrocesso, nella stagione 1953-54, dopo 25 anni giocati al massimo livello del calcio inglese. Fu l’inizio di un periodo di vent’anni fuori dalla massima serie. Il Boro ingaggiò un nuovo manager per questa nuova fase della sua storia, Bob Dennison, che ereditò una squadra elefantiaca, composta da trenta giocatori con un contratto professionistico.

Quando io, la mamma e papà andammo a prendere il treno da Coventry a quello strano posto al Nord, Middlesbrough, come molte altre città del Paese, stava attraversando un periodo di grandi mutamenti sociali. Il modo di vivere, alla metà degli anni ’50, sarebbe stato ancora un modo di vivere perfettamente accettabile e riconoscibile per i miei nonni, ma non lo sarebbe rimasto per molto tempo. La cittadina era stata costruita sul ferro e sull’acciaio: il profilo della città era dominato dalle acciaierie, come la Dorman Long, e dagli impianti chimici, come l’ICI ( dove Brian cominciò a lavorare come apprendista saldatore e tornitore) (2). Le componenti d’acciaio del Sydney Harbour Bridge hanno ancora il marchio “Made in Middlesbrough” stampato su di loro, e il duro lavoro in quegli stabilimenti era ancora qualcosa di cui essere fieri.

Era ancora un’epoca nella quale le donne strofinavano, lavavano e spazzavano, e preparavano un pasto da mettere in tavola ai loro uomini alla fine della giornata e si prendevano cura dei figli: i mariti, per lo più, sparivano al pub o al club dopo il lavoro e il loro tè.

Il grande musicista rock di Middlesbrough, Chris Rea, il cui padre, Camillo, gestiva un caffè che era il punto di ritrovo preferito dai giocatori del Boro, nella sua canzone “Windy Town” descrisse Middlesbrough come un posto un po’ deprimente, spazzato da venti freddi provenienti dal Mare del Nord. Le mie memorie di Middlesbrough sono fatte quasi esclusivamente di giochi per strada insieme a un gruppo di ragazzine, e di corde da bucato usate come corde da salto, e di gite in barca sul laghetto dell’Albert Park, così penso proprio che la pioggia qualche volta smettesse. Quando il tempo era davvero molto brutto, noi bambini giocavamo nei vecchi rifugi contro i bombardamenti dietro la John Collier Factory… immaginavamo perfino di poterci qualche nazista dentro, laggiù.

Papà aveva 26 anni, quando prese su la sua piccola famiglia per il viaggio verso l’ignoto. Ci raccontò degli allenamenti pre-campionato, e, anche se gli ci volle qualche giorno per notarlo, disse che non avrebbe mai dimenticato il primo sguardo che diede a un magrissimo centravanti di 19 anni. “Stavamo facendo una partita di allenamento, durante la quale Dennison volle provare tutti i giocatori. Brian non entrò che verso la fine, dopo altri tre centravanti che, ovviamente, l’allenatore teneva più in considerazione di lui. Era veramente magnetico, uno che catturava lo sguardo, o, almeno, a me fece questa impressione. Abilissimo tecnicamente, poteva girarsi palla al piede su una moneta da sei pence, e nel gioco in area era ambizioso e spietato”. Ma nessuno ascoltò mio padre, quando cominciò a dire quanto ritenesse assurdo che Brian non fosse il centravanti titolare. È difficile immaginare che Brian fosse una seconda scelta, ma a quel tempo, in effetti, era solo il quarto centravanti della squadra, dopo Charlie Wayman, Ken McPherson, e un giocatore locale, Doug Cooper, che cominciò la stagione 1955-56 nella prima squadra.

Papà e Brian giocarono la loro prima partita insieme poco dopo quel provino pre-campionato, in una partita delle riserve contro lo Spennymoor. Cominciarono a parlare, o forse dovrei dire che papà diceva quanto lui stimasse Brian, e Brian stava a ascoltare.

Fecero subito amicizia, e il maturo professionista e il suo giovane protégé divennero immediatamente inseparabili. Non è difficile vedere il motivo di questa attrazione: il giovane giocatore lusingato del fatto che qualcuno pensasse a lui come un genio, e il giocatore più maturo lusingato del fatto che ci fosse un ragazzo che pendeva dalle sue labbra. Furono attratti l’uno verso l’altro dal reciproco apprezzamento. Ciascuno ha bisogno di sentirsi necessario e apprezzato. Brian fu incoraggiato, e acquistò fiducia in sé stesso attraverso la fiducia di papà, mentre papà si sentì incoraggiato dalla fiducia che il ragazzo riponeva in lui; anche se papà diceva sempre, scherzando, che in realtà fu la straordinaria abilità di Brian a trovare il fondo del sacco che, soprattutto, aiutò la sua carriera. Brian ricorda nella sua autobiografia, Walking on water, che cosa gli disse papà la prima volta che parlarono a quattr’occhi:

Mi disse “non riesco a capire che cosa ci sia che non va in questo posto: tu sei il miglior giocatore della squadra”. Questo mi diede sicurezze che io desideravo moltissimo avere. Mi fece sentire allo stesso modo in cui mi sentii quando mi fecero capoclasse a Marton Grove, ma fu una cosa ancora più importante, perché questa volta si trattava dell’inizio del resto della mia vita. Io sapevo di essere bravo, ma le parole di Pete me ne diedero la conferma e la certezza.

Brian parla anche dell’incontro tra due spiriti: “È semplice, fummo subito amici, e i migliori amici. La sua fiducia in me come giocatore diede il via all’amicizia, certo, ma lui aveva anche qualcos’altro, almeno altrettanto importante per me quanto il suo giudizio su di me come calciatore: era il suo senso dell’umorismo, la sua abilità di farmi ridere con nulla più di una sola parola. Era anche una persona forte, una delle poche persone che potevano farmi fermare subito e rimettermi sulla retta via, quando la mia natura impetuosa e arrogante mi stava facendo cacciare in qualche guaio. La presenza di Peter e la nostra amicizia fu cruciale, per me, in quei giorni, mentre cercavo di farmi strada nel Middlesbrough.”

Mentre Brian non veniva considerato, nella stanza dei bottoni del Middlesbrough, papà, anche in quei giorni, cercava di trovarsi una sistemazione per dopo, facendosi un nome come talent scout. L’uomo che papà considerava di più tra i manager di football, Harry Storer, era stato richiamato dalla pensione nel 1955, per aiutare il Derby County, che l’anno prima era stato retrocesso nella vecchia Terza Divisione Nord [che forse in effetti è la vostra vera dimensione, NdT]. Il Derby il sabato dopo giocava a Harlepool, e papà chiamò Storer e gli disse che Brian era il miglior giovane centravanti che avesse mai visto, ma che non lo facevano giocare in prima squadra. Disse a Storer di comprarlo senza indugio. Senza alcun riguardo per le regole della Football League, Storer, papà e Brian si misero d’accordo per incontrarsi al campo dell’Hartlepool: Storer portò papà sul terreno di gioco per parlare. Papà mi raccontò come andò: “era contro le regole incontrare Storer, ma Brian non disse niente: stava lì in piedi, e lasciava che parlassi io”. Fortunatamente per il Middlesbrough, Storer non comprò Brian — e lo rimpianse per sempre — ma certamente questo episodio diede a Brian un’idea di come agisse papà, di come fosse diretto e, in un certo senso, sprezzante delle regole costituite. Stavano molto bene insieme. Anche Brian ricordò di come fosse stato presentato a Storer da mio padre, e di avessero assorbito ogni parola delle sue raccomandazioni, anche se l’affare non si chiuse.

Papà faceva fatica, anche a quei tempi, a tenere le mani lontano dalla sua voglia di essere un manager. Io possiedo una lettera, datata 8 luglio 1957, scritta su carta intestata del Derby County da Mr Storer, indirizzata a mio padre. Egli aveva raccomandato al suo mentore anche un giocatore del Middlesbrough di origini giamaicane, Lindy Delapenha, ma non ricevette una risposta incoraggiante. Mr Storer scrisse:

<i>Caro Peter,

… per quanto il giocatore [Delapenha] mi piaccia molto, sono piuttosto riluttante a prenderlo. Sembra che abbia un’indole naturalmente portata a lamentarsi e a irritarsi, sia durante il gioco, sia riguardo al modo in cui vengono trattati i giocatori. Inoltre, non sono sicuro che rimarrà in Inghilterra tanto da essere un acquisto utile. Un peccato, perché lui e sua moglie non mi dispiacciono. Lei è una ragazza simpatica e sensibile. Telefonami, se ti va. Io sono qui tutti i giorni fino all’una.

Cari saluti, Harry Storer</i>

Due settimane dopo aver quasi firmato per Harry Storer al Derby, Brian fece il suo debutto per il Middlesbrough, contro il Barnsley. Sorprendentemente, considerata la valanga di reti che egli avrebbe segnato negli anni successivi, nel corso della stagione giocò solo nove partite, segnando la miseria di tre reti. Mio padre giocò solo sei partite. Alla fine della stagione, insomma, erano ancora delle riserve.

Ma la strana coppia trovò un sacco di cose da fare per tenersi occupata, durante il periodo in cui non venivano presi in considerazione. Mia madre ricorda: “Dopo aver fatto amicizia, divennero inseparabili. Pete veniva a casa dal lavoro, prendeva il suo tè, e subito si sentiva bussare alla porta. C’era Brian sulla soglia. ‘Pete è in casa?’, diceva. E io rispondevo ‘entra pure Brian, è là di dietro’. E andavano avanti a parlare tutta la sera di football, e all’ora di cena Pete veniva a chiedermi di metter su la padella per friggere le patatine. Brian diceva sempre che le mie patatine erano le più buone che lui avesse mai assaggiato. Era un po’ timido, a quel tempo, a dire il vero. Se stava per uscire da casa nostra e c’erano delle ragazze che se ne uscivano dal loro turno alla John Collier Factory, dall’altra parte della strada, tornava indietro: ‘preferisco non uscire, con tutte quelle ragazze in giro’, diceva.”

Mia madre ricorda anche che, qualche volta, i due ragazzi non si portavano esattamente come dovrebbero fare dei calciatori professionisti. “A tutti e due piaceva un sacco giocare a carte, e Brian aveva un amico che lavorava per la Customs & Excise [più o meno, gli uffici delle finanze, NdT], che insegnava anche in una scuola di bridge, e soleva tenere a casa sua delle vere e proprie sessioni di gioco. Giocavano a bridge, e spesso giocavano davvero fino a notte fonda. Ricordo che una volta mi arrabbiai con Pete perché lui e Brian erano stati fuori tutta la notte a giocare a carte, e era venerdì, e il sabato avrebbero dovuto giocare. Be’, sai? Brian segnò tre reti, quel giorno.”

Ricordo quella casa al 25 di Saltwells Crescent molto bene. Quando papà si trasferì dal Coventry al Boro, andammo direttamente lì dentro, una casetta con tre camere da letto: era una “club house”, una casa di proprietà del club che veniva affittata ai giocatori. Non era proprio bellissima: era l’ultima casa di una terrace, e giusto voltato l’angolo c’era il campo di allenamento del Boro, e, di fronte, la fabbrica di abbigliamento John Collier. Non so se ricordate lo slogan pubblicitario “John Collier, John Collier, la vetrina da guardare”? Ecco, proprio quella. C’era una piccola cucina con un’inquietante barattolo di estratto di malto disgustoso sulla cima di un’alta madia, una cucchiaiata del quale finiva inevitabilmente nella mia gola e in quella di mio fratello Phil ogni mattina, a scopo profilattico e ricostituente, penso. Vicino alla madia c’erano un lavabo di pietra dentro il quale ci lavavamo i capelli ogni domenica, tenendoci pezzuole di flanella bagnata sugli occhi per evitare il contatto con il sapone, molto irritante (contatto che, però, avveniva regolarmente), e una porta che dava su una specie di soggiorno, che era la stanza dove tutti vivevamo quasi sempre. Non ci stava molto, un caminetto, un paio di poltrone, un grande tavolo coperto con una bella tovaglia di cotone rosso, e una piccola televisione nell’angolo. Non avevamo nessun altro mobile, dal momento che non ce lo potevamo permettere. Mi ricordo che mentivo con i miei amici, dicendo loro che avevamo anche una libreria, e questo mi impediva di invitarli, o, quanto meno, di farli passare in soggiorno, perché non volevo che scoprissero le mie bugie.

Ricordo che Brian veniva un sacco a casa nostra. Anzi, se ci penso mi sembra che fosse sempre lì. Me lo ricordo bene, perché spesso ci portava una tavoletta di cioccolato. Mamma, con il suo inimitabile modo di prendere la vita, si trovò subito bene su al nord. Andavamo con il bus, tutti i venerdì pomeriggio, al mercato di Billingham, per comprare le aringhe fresche e un dolce di mele coperto di cocco per papà: “non era facile, perché avevo due bambini piccoli, e Pete era via da casa un sacco di tempo, a causa dei viaggi della squadra, ma la gente di Middlesbrough, e, soprattutto, la famiglia di Brian, mi accolse molto bene. Non mi sono mai sentita un’estranea: i genitori di Brian erano adorabili, e potevo contare su di loro per qualsiasi cosa di cui avessi avuto bisogno”.

Anche se lo staff della squadra era convinto che Brian fosse un ottimo giocatore, e anche se a papà era stato promesso un posto in prima squadra da parte di Bob Dennison, i due avrebbero dovuto aspettare fino al campionato successivo, quello del 1955-56, per diventare titolari fissi della prima squadra del Boro. Alla fine, all’età di 33 anni e dopo 320 presenze, l’esuberante portiere italiano Ugolini andò al Wrexham e papà divenne il titolare del ruolo. Si vede che Bob Dennison aveva visto la luce, perché anche Brian guadagnò un sacrosanto posto da titolare alla guida dell’attacco del Boro. Tra i compagni di papà e di Brian, in quei giorni, c’erano alcuni nomi leggendari del calcio a Middlesbrough: le ali Billy Day e Edwin Holliday, Derek McLean, Joe Scott, e l’imponente e altissimo centrattacco Alan Peacock, che giocò poi anche nel Leeds, nazionale inglese. Tutti loro finirono per apprezzare il talento di papà, anche se lui, con i suoi standard altissimi di valutazione delle prestazioni e del talento, non pensava di essere granché. “Peter era un ottimo portiere, e, certamente, quello dotato di migliori rinvio tra tutti quelli che ho visto giocare a quei tempi”, dice Derek McClean. “Poteva calciare agevolmente molto oltre la linea di metà campo, e, soprattutto, poteva calciare con precisione il pallone proprio sui nostri piedi… a dire il vero, soprattutto su quelli di Cloughie”. Anche Alan Peacock ricorda: “Peter aveva una grande presenza in area. Era grosso, molto diverso da Rolando, che era soprattutto atletico, e si tuffava in continuazione. Peter era più razionale, lavorava molto sulla posizione. Ma quello che ricordo più di Peter era la sua abilità nei rilanci. Lanciava ben oltre la metà campo, con passaggi precisi e illuminanti degni di un grande centrocampista”.

Come ho detto prima, essere un giocatore di calcio negli anni ’50 — gli anni in cui mio padre raggiunge il culmine della sua carriera — era diverso da come è essere un giocatore di calcio ora, come lo era dalla vita su Marte, ma, nonostante tutto, anche allora i giocatori erano in qualche modo speciali. Guadagnavano bene, anche se la differenza tra la loro paga settimanale e la paga settimanale di un normale lavoratore non era così grande da renderli un mondo a parte. Nondimeno, avevano il dono, e la fortuna di poter fare un lavoro per il quale un sacco di ragazzi e di uomini avrebbero potuto uccidere. Vivevano dando calci a un pallone, invece di massacrarsi in una fabbrica o nel pozzo di una miniera, erano amati o odiati da folle enormi ogni sabato, i loro nomi e le loro fotografie erano su tutti i giornali. Certo, nonostante questo statuto speciale derivante dall’essere calciatori professionisti, i giocatori di quei tempi non erano superstar viziate come oggidì molti ragazzi di talento, e è molto interessante ascoltare da quei giocatori del Middlesbrough, un tempo famosi, come fosse, allora, la loro vita.

“Pete passava tutti i giorni da casa mia, a Manitoba Gardens, che era proprio appena girato l’angolo, rispetto a casa sua, a bussarmi alla porta per chiamarmi”, ricorda Billy Day, che ora è un arzillo 73enne, con un piccolo aneddoto da raccontare in qualsiasi occasione. “Attraversavamo Albert Park a piedi, e di solito Brian ci raggiungeva venendo da Valley Road, dalla stessa parte del parco dalla quale abitavamo noi. Poi si univa Eddie Holliday, se si preoccupava di alzarsi in orario, che veniva dall’altra parte del parco, e andavamo tutti insieme verso Ayresome Park. Io e Eddie parlavamo per lo più di snooker, di cavalli e di corse di cani, mentre Pete e Brian parlavano solo di fooball, nient’altro che di football. Erano intossicati dal calcio.”

Alan Peacock, che insieme a Brian Clough formava una coppia d’attacco letale, ricorda: “Dovunque li incontrassi, erano insieme. Quando al venerdì viaggiavamo con il treno per le trasferte, erano sempre seduti insieme. Penso che se avessero potuto, avrebbero preso uno scompartimento solo per loro due e ci si sarebbero chiusi dentro a giocare a domino e a parlare di calcio. Brian e Peter escludevano chiunque altro dalle loro conversazioni. Chiacchieravano in fretta, continuamente e intensamente di calcio. Erano diversi da noi. Certo, noi prendevamo il calcio sul serio, ma nessuno di noi prendeva il calcio seriamente come loro.”

Penso di aver capito chiaramente, dopo tutte le conversazioni che ho avuto con i loro vecchi compagni di squadra, che papà e Brian stavano per lo più per conto loro, e che nessun altro era arrivato a conoscerli bene. Un altro vecchio giocatore della squadra, Joe Scott, dice: “Erano sempre insieme. Penso che Pete stesse pianificando la sua vita futura, stesse facendo i sui calcoli e i suoi progetti. Non fui affatto sorpreso quando Brian prese Peter con lui, quando cominciò a allenare. Sapeva bene che Peter era perfettamente all’altezza.”

In quella prima stagione da titolare, Brian segnò 40 reti, e del Boro si cominciò a dire che giocava un ottimo calcio. Derek McLean ricorda la fame di gol che divorava Brian: “Brian mi diceva: ‘Non mi allargherò sulla fascia e non tornerò dietro a prendere palloni. Non sono pagato per questo. Il mio compito è segnare reti, e è per questo che vengo pagato.’ Si incazzava se qualcuno entrava in area palla al piede: ‘stai facendo confusione, mi stai togliendo lo spazio.’ Se si presentava un’occasione da rete, anche la più improbabile, lui era lì per approfittarne.”

Billy dice ancora: “Eravamo di gran lunga la squadra con il miglior gioco offensivo della divisione, e forse dell’intera Lega. La squadra giocava con due attaccanti puri, e con me e Holliday come ali offensive, e devo dire che stavamo sempre molto alti e esterni. Non sarei mai tornato per contrastare un terzino avversario, né mi sarei quasi mai accentrato per tirare. Nel nostro sistema, i difensori allargavano il gioco su una delle due ali, noi dovevamo superare i terzini avversari e crossarla dietro una volta arrivati sulla linea di fondo. Potevo scommettere che Brian era lì a aspettare, e cercavo sempre di passare la palla verso di lui. Non tirava mai indietro la gamba, anche contro contrasti molto duri. Se era marcato troppo strettamente, dovevo tagliare dentro e metterla appena fuori dall’area di porta, verso Peacock. Certo, se in questo modo Peacock metteva una doppietta, Brian mi teneva il broncio.”

Quando si parla con i giocatori di quel tempo, salta subito all’occhio, e quest’impressione torna continuamente, l’apparente mancanza di un allenamento assiduo sugli schemi, e una mancanza di profondità tattica dal gioco. Quasi tutti i giocatori di quella generazione con cui ho parlato mi dice le stesse cose: non c’erano vere e proprie tattiche, o schemi predefiniti. A quanto sembra, nelle riunioni pre-partita i giocatori si riunivano, veniva detto quello che ci si aspettava da ciascuno di loro, poi uscivano in campo e cercavano di farlo. Magari le cose non erano proprio così semplici, ma sembrerebbe di sì. Ad ogni modo, penso che la verità non si discostasse tanto dalla mia impressione: papà e Brian dicevano sempre che le decisioni su chi avrebbe giocato si prendevano davanti a un caffè caldo, nelle riunioni dopo gli allenamenti, al Rea’s Coffe Bar vicino a Ayresome Park. Probabilmente, lì si decidevano anche le tattiche per la gara.

Un altro aspetto della vita di un calciatore che è cambiato oltre ogni possibilità di riconoscimento è l’allenamento. Derek McLean ricorda la noia assoluta degli allenamenti con un’espressione che riesce ancora a essere triste: “Tutto quello che facevamo era correre intorno al campo, nella pista che circondava il terreno a Ayresome Park. Era tutto lì. Girare, girare, girare, girare, girare. Poi, il venerdì facevamo qualche sprint, giusto per migliorare la velocità. Durante la settimana, toccavamo appena la palla, per lo più per fare qualche seduta di <i>head-tennis</i>. E anche allora bisognava stare molto attenti a non far arrabbiare Wilf, il <i>groundsman</i>. Wilf stava a guardarci tutto il tempo, mentre ci allenavamo, e se qualcuno toccava appena un angolino d’erba mentre correvamo intorno al campo, cominciava a sbraitare: ‘Sta’ fuori da quel cazzo di campo, bigolo!’. Nei giorni della partita, quando si rientrava negli spogliatoi nell’intervallo, si passavano dei guai con Wilf se si erano fatti troppi interventi in scivolata, rovinando l’erba”. Bill ricorda, in particolare, un cazziatone ricevuto da Wilf: “Mi ricordo di una partita in cui il terzino mi stava facendo impazzire, mi seguiva dovunque, e portava un sacco di contrasti, ma ero in grande giornata, e i suoi tackle raramente mi fermavano. Stavo giocando un’ottima partita, e rientrai negli spogliatoi all’intervallo molto fiero di questo. Wilf mi stava aspettando nel tunnel. Mi disse: ‘ma non hai visto in che stato è l’erba della fascia? Non la puoi dar via prima che lui affondi il tackle? Guarda che l’erba la ripaghi tu!’ Mi ricordo che una volta Wilf tornò nel suo capanno per mangiare il pranzo, e scoprì che Eddie Holliday e qualcuno degli altri gli aveva inchiodato i panini al muro. Eravamo una squadra di buffoni.”

Un altro aspetto della vita dei calciatori degli anni ’50 che mi sorprende, ora che i calciatori arrivano al campo di allenamento con le loro Bentley (quando la Porsche è a fare il tagliando), è che quasi nessuno di loro aveva un’automobile. In quella squadra, solo due giocatori avevano l’auto, Lindy Delapenha e Ray Barnard. Per tutti gli altri, il mezzo di trasporto preferito era la locale azienda di trasporti. Brian diceva che lui e papà cercavano sempre di mettersi nei due posti davanti, sui bus locali, in modo da poter mettere i piedi sulla sbarra, e da potersene stare per conto loro. Derek McLean mi ha raccontato una storia che avrebbe fatto scappare un giocatore dell’attuale Premier League lontano un miglio: “Venivo da Brotton, un sobborgo appena fuori Middlesbrough. Non avevo l’auto, a quei tempi, così, per le partite interne, andavo allo stadio sullo stesso bus che prendevano i tifosi del luogo. La cosa buffa che mi ricordo è che all’andata mi facevano sempre sedere, anche se il bus era pienissimo. ‘Dai Derek, siediti, ragazzo’, mi dicevano. Al ritorno, invece, se avevamo perso, nessuno di quei tizi si alzava per farmi sedere.”

Anche Billy ricorda che tornava dallo stadio a piedi, i giorni della partita, verso casa, poche strade più in là, insieme ai tifosi. “Mi dicevano qualcosa, soprattutto se avevo giocato male o se avevamo perso, ma era una cosa che bisognava tenere in conto”.

(1) Rolando Ugolini fu uno storico portiere del Boro, titolare per dieci anni. Nato a Lucca, i suoi genitori, antifascisti, emigrarono a Glasgow quando Rolando aveva due anni, per aprire e gestire un negozio di fish & chips; cresciuto in una squadretta locale, l’Armdale Thistle, divenne un ottimo portiere; passò al Celtic, poi al Boro, dove rimase nove anni, poi al Wrexham, come ricorderà Wendy, poi al Dundee United e al Berwick Rangers, nei quali giocò solo una partita, l’ultima della sua carriera professionale, nel 1963. È ancora vivo, e partecipa tutti gli anni al torneo di golf degli ex giocatori del Middlesbrough. Di carattere molto esuberante e giocoso, diventò presto un idolo per i suoi compagni di squadra e per i tifosi. Lo stesso Brian Clough, che lo ammirava molto, disse che ogni squadra dovrebbe avere un personaggio simile, tra i giocatori, per il bene dello spogliatoio. [NdT]

(2) Brian Clough abbandonò la scuola a 15 anni, senza conseguire alcun diploma, e cominciò subito a lavorare in fabbrica, nel 1950. Una curiosità: la primissima squadra nella quale giocò Brian Clough fu proprio il Billingham Synthonia FC, che allora era la squadra aziendale dell’ICI (Imperial Chemical Industries). Il nome del club deriva dal paesino appena fuori da Middlesbrough nel quale sorge l’impianto, e dal nome di uno dei più famosi prodotti dell’ICI, un fertilizzante (SYNTHetic ammONIA), molto utilizzato anche come componente degli esplosivi bellici durante la guerra. [NdT]

La seconda parte del capitolo parla ancora del rapporto personale che si strinse tra Peter Taylor e Brian Clough in quegli anni, della comune passione politica socialista, e della fine della loro carriera comune a Middlesbrough, interrotta dal passaggio di Taylor al Port Vale e da quello di Clough all’ambiziosissimo Sunderland di quei declinanti anni ’50. Ma questo lo vedremo, come si suol dire, nella prossima puntata.

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