Nigel Doughty 1957-2012: un presidente suo malgrado.

“Vivit post funera virtus”

Motto della Coat of Arms della Città di Nottingham

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Diciamocelo: nel 1999 il Forest era nella merda. Non riusciva a strutturare il lutto della perdita di Clough e faceva un poco glorioso yo-yo tra prima e seconda divisione. Più che l’imbarazzo che veniva dall’essere diventati un club mediocre, con il popò storia che avevamo avuto negli ultimi vent’anni, la vera nuvola nera che si addensava sopra i cieli del City Ground era il rischio di bancarotta, resa ancora più minacciosa e immanente dalla dichiarazione di amministrazione controllata cui la società fu sottoposta, e dalla crisi di ITV Digital, la rete che deteneva i diritti per la seconda divisione inglese, fallita poi nel 2002.

C’era il serio rischio che il club che aveva vinto per due volte il campionato d’Europa cessasse di esistere.

Quindi, in un certo senso, la presenza del Nottingham Forest nel calcio professionistico inglese, e tutte le sue fin più modeste conseguenze, compreso questo blog, possiamo considerarle un po’ come il più significativo monumento funebre alla persona che ha evitato che la nostra squadra del cuore sparisse di scena.

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Leggendo gli obituary dedicati all’ex presidente del Forest, si possono cogliere degli aspetti comuni:

  • tutti sono concordi nell’affermare che la sua più grande eredità, il suo lascito maggiore, come ho detto, è proprio l’esistenza del Forest come lo conosciamo noi. Senza di lui, il fallimento del 1999 sarebbe andato avanti, e oggi chissà dove saremmo. Chissà SE saremmo. Già questo non è poco. Non è vero che ci ha lasciato dove ci ha trovato. Ci ha trovati mezzi falliti, e ci ha tirato fuori da quella situazione tirando fuori subito £11M di tasca sua e in contanti per permettere alla squadra di sopravvivere. Possiamo sempre lavorare di immaginazione su come avrebbe potuto essere il Forest senza di lui, ma ce ne vuole davvero tanta per pensare che sarebbe stato più forte e più grande di quanto non lo sia ora, mentre ce ne vuole pochissima per immaginarlo evoluire contro il Mansfield o l’Ilkeston.
  • Il suo interesse per il nostro settore giovanile ha portato il Forest a avere una delle migliori accademie d’Inghilterra. Gli ottimi risultati della squadra giovanile e l’interesse dei grandi club per Bamford e Lascelles sta lì a dimostrarlo. Tra l’altro, è attiva una petizione per mutare il nome dell’accademia del Forest in “Nigel Doughty Nottingham Forest Academy”, proprio per onorare e ricordare l’impegno dell’ex Chairman nel vivaio e nella crescita dei giovani. Sarebbe molto bello.
  • Era di Newark-on-Trent: questo per dire che era un vero tifoso del Forest, cresciuto al City Ground, che era uno veniva dalla comunità di Nottingham e viveva (anche) per la comunità di Nottingham, all’interno della quale era impegnato politicamente (era un attivista del Partito laburista), socialmente, economicamente e sportivamente. Questo, in un mondo come quello del calcio inglese in cui il radicamento delle proprietà delle società di calcio è sempre minore, e dove lo scollamento tra tifosi e presidenti e proprietari marziani che, abbandonati al centro della città, non saprebbero trovare lo stadio della loro squadra senza Google Maps, è (era) una cosa molto importante. Doughty era un uomo che, comprando la sua squadra del cuore, aveva realizzato la sua ossessione giovanile; era uno passato dal mettere cinque pence nel tornello della Trent End a mettere 100 milioni di euro direttamente nelle case del club. Non ce ne saranno più molti di presidenti così, in Inghilterra.
  • Veniva dalla working class, e alla working class era affezionato. In un bel ricordo che ho letto in rete, un tifoso rammenta come quasi tutti i giorni arrivasse al lavoro con la radio dell’auto a palla che suonava Bela Lugosi’s dead dei Bauhaus. Non credo che molti presidenti di squadre di calcio inglesi delle due serie maggiori abbiano questo legame con la cultura popolare della loro terra e dei sui tifosi.
  • I risultati ottenuti dal Forest non sono stati pari all’impegno profuso e alle speranze di Nigel, indubbiamente. Chi lo nega. Certamente, mentre staccava un assegno dopo l’altro, anche lui, uomo di popolo cresciuto imparando sul campo l’etica del lavoro e il valore del denaro, si sarà chiesto moltissime volte se ne valesse la pena, e se le persone che aveva scelto per collaborare con lui fossero quelle giuste; si sarà chiesto un sacco di volte se i suoi quattrini avevano un ritorno decente e commisurato alla sua passione. Nondimeno, quegli assegni continuava a staccarli, e ha continuato a staccarli fino alla fine, fino all’ultimo grande progetto di rilancio affidato, una volta di più, a una persona molto probabilmente non degna dell’investimento emotivo e economico fatto in lei. Non a caso, come diremo poi, dopo le dimissioni di McClaren e le sue da presidente non ha più messo piede al City Ground.
  • Era un uomo d’affari acuminato, ma, appunto, mai dimentico della responsabilità sociale cui convocano le grandi ricchezze. Ha finanziato un corso di studi alla sua vecchia università, Cranfield, formando il Doughty Centre for Corporate Responsibility; è sempre rimasto un attivista laburista, appunto, prestando la sua opera come tesoriere del Partito per il Nottinghamshire e assistente alla tesoreria nazionale, il tutto, naturalmente, trattandosi dell’Inghilterra, a titolo completamente gratuito.
  • La sua creazione più discussa e, forse, più discutibile è stata il Transfer Acquisition Panel, il meccanismo di controllo sugli acquisti presieduta da Mark Arthur, malfamata figura di CEO del Forest: Arthur passerà probabilmente alla storia come il creatore dello slogan “We’re serious about promotion, are you?”, per la campagna abbonamenti dell’anno della retrocessione in League One. Ma bisogna ricordare che questa struttura e questa strategia decisionale fu imposta da Doughty dopo che si fu scottato le dita (e, soprattutto, il portafoglio) per le follie dell’era Platt, il suo primo allenatore, con decine di milioni spesi in zozzoni pagati assolutamente troppo, compresi i tre italiani (Matrecano, Petrachi e Mannini), caratterizzati dall’essere amici del peggior tecnico della storia recente del Forest. Come dargli torto, in fondo, se voleva che casi come questi, di totale arbitrio da parte del manager, non si ripetessero…
  • Bisogna ricordare che, se il grande sogno più volte dichiarato da Doughty era il ritorno del Forest in PL, in effetti ci andò vicino tre volte, con i due manager migliori della sua gestione: Paul Hart e Billy Davies. I tifosi l’hanno spesso accusato di non aver fatto 31 dopo esser riuscito spesso a cogliere il 30 dei play-off, ma va detto che la lotta per la salita in PL è sempre durissima, e che sono passati molti anni da quanto la massima serie sembrava dover essere per noi un diritto acquisito: non lo è, è un traguardo per il quale ogni anno lottano colossi come il Newcastle United, il West Ham United, il West Bromwich Albion e il Cardiff City. Di fronte alle richieste di Hart e, soprattutto, di Davies (che, a dire il vero, chiedeva, ogni domenica storta, gente tipo Gareth Bale per la fascia sinistra, Rooney per finalizzare meglio il suo gioco offensivo e Lampard per dare ordine al centrocampo, possibilmente in prestito gratuito), Doughty opponeva il suo freddo pragmatismo, a tratti duro da sopportare, per i tifosi. Sapeva benissimo che una promozione casuale, frutto magari di due prestiti azzeccati, avrebbe significato una stagione in massima serie frustrante e inadeguata alla grandezza e al blasone del club, il terzo più titolato di Inghilterra a livello europeo dopo i due inarrivabili colossi rossi del Nordovest. Voleva che il Forest tornasse in PL da par suo, e sapeva che per far questo ci voleva una struttura adeguata. Per questo, come detto, il suo primo pensiero di investimento è sempre stato il settore giovanile.
  • Non si fece mai incantare dal progetto dello stadio per 50.000 spettatori che la FA aveva previsto nel caso in cui l’Inghilterra avesse ottenuto l’organizzazione dei mondiali del 2018. Uno stadio più grande era anche un suo sogno, ma anche in questo caso non riteneva che si dovesse fare il passo più grande della gamba, e ritenne sempre che le strutture più importanti fossero quelle per lo sviluppo dei giovani e dei giocatori.
  • Fece numerosi errori. Questo è indubitabile, e sarebbe scorretto non ricordarlo, anche in un necrologio. Se si investe in una squadra di seconda divisione qualcosa come 100 milioni di sterline in 12 anni e si riesce a retrocedere, qualcosa che non è andato per il verso giusto ci dev’essere stato per forza. Ma ogni decisione che ha preso, fino all’allontanamento di Davies e all’ingaggio di McClaren, “l’ultimo errore”, catastrofico, probabilmente, per il futuro dei True Reds, fu presa, ne sono sicuro, pensando molto più al bene del Forest che a qualsiasi altra cosa. E anche dopo il fallimento del suo ultimo grande progetto, riconobbe pienamente le sue responsabilità (pensiamo a quanto fanno, invece, presidenti come Moratti, e alla totale assenza di presa in carico di responsabilità che ha fatto seguito al fallimento dei quattro allenatori post-mourinhani). In seguito all’allontanamento di McClaren, Doughty rilasciò un’intervista emozionata e piena di tensione e di amore a BBC Nottingham: “per dodici anni ho cercato di restituire a Nottingham il Nottingham Forest, e ho fallito, e ho fatto molti errori, e il fallimento mi ferisce sopra ogni altra cosa”. Nonostante questa disillusione, disse subito che sarebbe rimasto come proprietario della squadra, e che avrebbe onorato tutti gli impegni economici e finanziari causati dalla sua gestione.

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Dopo la bruttissima sconfitta contro il Birmingham City, a ottobre, il manager e il presidente si dimisero insieme: Doughty affermò che la decisione di sostituire Davies con McClaren era stata solo sua, e che lui si sarebbe assunto tutta la responsabilità del gesto, rendendo effettivo, una volta tanto, l’aforisma di Brian Clough, che era solito dire “se un presidente chiede le dimissioni a un manager che ha scelto lui, dovrebbe dimettersi immediatamente a sua volta”. Le dimissioni furono di poco precedute dalla protesta di un paio di centinaia di tifosi raccolti fuori dal City Ground. Probabilmente, anche queste, pur messe in scena da una minoranza di tifosi, hanno avuto la loro importanza; probabilmente, se non fosse morto, alla fine dell’anno avrebbe cercato qualcuno cui vendere il Forest. Non perché fosse finita la sua passione, che era e sarebbe stata sempre enorme, ma perché, probabilmente, aveva capito che non era e non sarebbe stato in grado di realizzare il suo secondo sogno, dopo quello di essere diventato proprietario del Forest, e questa coscienza lo stava dilaniando.

Come detto, Nigel non mise più piede al City Ground, preferendo seguire il figlio Michael, grandissimo amico, tra l’altro, di Pat Bamford, e giocatore — in prestito dal QPR — dell’ottimo Crawley dei miracoli; squadra che, non improbabilmente, l’anno prossimo sarà avversario dei True Reds in League One.

Vedere il suo amore ripagato con quelle proteste, probabilmente, lo colpì più che per l’ingratitudine del gesto, per il fatto che era un segno tangibile dell’inadeguatezza dei risultati ottenuti rispetto ai suoi sforzi.

Ma possiamo stare sicuri che, qualsiasi sarebbe stata la sua sorte, anche il suo ultimo gesto da proprietario sarebbe stato compiuto cercando, più che altro, di fare soprattutto il bene della squadra.

Ora, il futuro del nostro amato Forest è più incerto di quanto non lo sia stato dall’abbandono di Brian Clough in poi, e chissà che cosa succederà. Non nascondo la mia paura e il mio pessimismo, ma non è questo il momento per pensarci.

La prima cosa certa è che, sabato prossimo, quando al minuto 13° la Trent End comincerà a cantare “Nigel Doughty’s Red and white army”, l’unica persona cui davvero importava quello che il City Ground pensava di quello che stava facendo per il Forest non sarà lì a ascoltare.

La seconda cosa certa è che, anche a Nottingham, si è probabilmente chiuso per sempre lo stretto legame tra squadra e comunità civica che ha sempre distinto la storia del Forest, ultima società professionistica inglese a abbandonare lo status di associazione sportiva per abbracciare quello di limited company. Il futuro, se ci sarà, sarà un futuro di finanziarie indiane, mediorientali o est-europee i cui responsabili dovranno cercare il City Ground con Google Maps.

E l’ultima cosa certa è che se, almeno sabato, i ragazzi in rosso non giocheranno come se in panchina ci fossero Satana e Brian Clough (soprattutto il secondo) a minacciare di prenderli a fucilate nel culo se non torneranno negli spogliatoi strisciando sui gomiti per l’intensità dell’impegno, e se dopo di ciò se non faranno lo stesso fino all’ultima fibra muscolare attaccata all’ultimo tendine rosicato, e fino all’ultimo secondo dell’ultima partita dell’ultima giornata per evitare la retrocessione, vorrà dire che avremo visto giocatori che dovrebbero giocare con la maglia gialla da qui a finché l’ultimo di loro non abbandonerà con somma ignominia il City Ground, lasciando il Garibaldi Red in serbo per giocatori, e, soprattutto, per esseri umani migliori di loro.

Grazie, e God bless you, Mr Doughty

“I don’t understand why of all the people in the world, the ones who do the most good, have the best intentions and set a good example are taken from us

Patrick Bamford

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2 commenti

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2 risposte a “Nigel Doughty 1957-2012: un presidente suo malgrado.

  1. MAN U fan

    Questa storia,così come l’hai raccontata,mi lascia un senso di tristezza,per l’uomo e il presidente Doughty,per il suo fallimento.
    Ammetterlo,come dici,non è da tutti.
    Chi sa fare ciò (riconoscere i propri errori) è certamente una persona che preferirei incontrare prima di altre…

    P.S. La morte è avvenuta per cause naturali?

  2. Non si sa, ManUfan. Come sempre, in queste cose, la stampa inglese mantiene un assoluto riserbo.

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