Bertram Nathanial Bowery: chi era costui?

Agli appassionati di calcio il nome di Bert Bowery potrà non dire granché. E, in effetti, non è che questo ragazzo abbia lasciato tracce indelebili del suo passaggio sulla sterminata lavagna del football mondiale. Non ha mai alzato argenterie di prestigio, non ha acceso la fantasia dei ragazzini, nessun tifoso è mai andato allo shop della squadra  a comprare una maglietta con il suo nome, nessuna curva si è mai scervellata per inventargli un canto adatto alle sue caratteristiche, nessun allenatore ha mai passato la notte insonne con i suoi assistenti per prendere le contromisure a questo nerboruto e possente attaccante caraibico.

I due giocatori che lo seguono nell’elenco dei giocatori del Forest di tutti i tempi, Stan Bowles e Ian Bowyer, hanno lasciato ben altra traccia nel calcio inglese e in quello europeo.

Del resto, la sua terra di origine, St Kitts & Nevis, è una terra di ragazzi veloci e di ottimi giocatori di cricket, ma non è che la confidenza con il football sia pane quotidiano, laggiù. I Sugar Boyz possono vantare qualche ottimo successo sulle Isole Vergini Americane e sulle Barbados, ma quando si tratta di affrontare squadroni Trinidad o Saint Vincent & Grenadines (e non parliamo dei massacri subiti da Messico e Stati Uniti), allora sono davvero dolori.

È vero che Bert si spostò infante nei Meadows di Nottingham, e che lì, invece, il calcio si infila nelle fessure delle case e nelle vie respiratorie degli abitanti più dello smog e della polvere di carbone, ma, insomma, stiamo parlando di un ragazzo pagato dal Forest 2.000 sterline al Worksop, e che, da calciatore, ha conosciuto il suo massimo fulgore nell’Ilkeston Town, squadra di un paesino schiacciato tra Derby e Nottingham, dove riuscì a segnare ben 9 reti in un campionato, di 24 (!) che ne ha segnate da professionista, in una carriera spesa tra serie minori inglesi e squadre statunitensi del livello di Boston Minutemen e Team Hawaii (non che giocare nel Team Hawaii sia un destino non invidiabile, tutto sommato).
E che ha giocato nel Forest solo due o tre partite di campionato, anche se condite dalla bellezza di due gol, cosa che fa di lui, probabilmente, il miglior marcatore della storia dei Reds per rendimento medio.

E allora, direte, qual è il senso di questo post, direte voi? Be’, semplice: Bert Bowery, che non ha nulla che potrebbe far pensare a lui come al protagonista di un post sul calcio, deve la sua fama a un aneddoto; è il classico calciatore da Trivial Pursuit.

Bertram Nathaniel Bowery, infatti, è il primissimo giocatore acquistato da Brian Clough al suo arrivo al Forest. Il primo ingaggio di una sterminata serie durata diciotto anni, da Garry Birtles a Roy Keane, che ha fatto le fortune e, qualche volta, le sfortune del nostro club preferito.

Proprio a causa di questa coincidenza, il Nottingham Post ha recentemente dedicato un articolo-intervista al calciatore caraibico, chiedendogli di ricordare qualche tratto della sua esperienza al City Ground. Come al solito, quando si tratta di qualche articoletto su vecchi sfigati anche solo marginalmente accostabili al Nottingham Forest o a Brian Clough, ve lo proponiamo volentieri in traduzione.

Sapreste dire, così, su due piedi, quale fu il primo ingaggio di Brian Clough quando arrivò al City Ground?

Fu un giocatore locale, un attaccante, Bertram Nathanial Bowery, proveniente dal Worksop, costato al Forest £2.000 nel 1975.

Fu un sogno fattosi realtà per Bowery, nato a St Kitts nel 1954, ma cresciuto nei Meadows.

Bert cominciò la sua carriera nell’Ilkeston Town, assommando 37 presenze condite da nove reti, ma furono i suoi exploit con il Worksop, nella Northern Premier League, a attrarre l’attenzione di diversi club, incluso il Doncaster e il Brighton di Peter Taylor.

In realtà, stava proprio per firmare per i Gabbiani, quando Brian Clough si mise di mezzo.

«Quando il manager del Worksop mi disse che sarei diventato un calciatore professionista in sei mesi, pensai che fosse il suo fosse solo uno zuccherino pubblicitario di incoraggiamento, e non diedi gran peso alle sue parole, ma aveva ragione», dice Bowery.
«Andai giù fino a Brighton, e Taylor mi offrì un contratto a buone condizioni, naturalmente ero convinto e deciso a firmare, ma il manager del Clifton FC [i famosi “All Whites”, una delle squadre più note del calcio amatoriale del Nottinghamshire] avvertì il Forest della proposta, e i Reds vennero a bussare alla mia porta. Immediatamente, Brighton sembrò lontana un milione di miglia; in realtà, tra Brighton e Forest non c’era partita. Firmai un contratto per due anni e mezzo, e quel periodo lo ricordo con assoluto piacere»

«Brian Clough era una grande manager, non c’è dubbio su questo. Un giorno poteva essere dolce e gentile come un pezzo di torta, il giorno dopo poteva tranquillamente passare la giornata a prenderti a calci nel culo, e tu avresti passato tutto il tempo a chiederti “che è successo? Che cos’ho fatto?”. Ma, a essere onesti, era così con tutti. Era davvero un personaggio, e, indubbiamente, teneva molto alto il livello della motivazione di ciascuno di noi».

Bowery esordì come sostituto in una partita di coppa contro l’Hartlepool, e giocò tutta un’amichevole disputata in Qatar. Nel suo esordio in campionato, segnò una doppietta nella vittoria per 4-1 contro il Blackburn, il 27 di dicembre del 1975. I gol sembra che l’abbiano sorpreso quasi più di quanto non l’avesse sorpreso la convocazione.

«Non sapevo assolutamente che avrei giocato», ricorda Bowery. «Sul pullman, John McGovern fece cadere qualche cenno in proposito, ma pensai che fosse qualche forma di stupido scherzo. Quando fu annunciata la squadra che sarebbe scesa in campo, non potevo crederci. Che cosa mi ricordo della partita? Mi ricordo il primo gol, la palla mi rimbalzò davanti su un’azione di corner o di calcio di punizione, a cinque yarde dalla porta. La scaraventai dentro, ma lì per lì pensai che fosse fuori gioco, invece era buono. Il secondo gol fu più bello».

Per la cronaca, gli altri marcatori furono Robertson e Bowyer. Non male, come compagni di tabellino.

Bowery si conquistò la conferma per la partita successiva, un pareggio per 0-0 al City Ground con il Peterborough in FA Cup, una sfida nella quale il Forest perse per 1-0 il replay. Giocò anche nella vittoria per 2-1 nella County Cup contro il Mansfield Town.

Poi, non giocò più in prima squadra fino al dicembre successivo, quando non riuscì a segnare né nella vittoria per 4-0 in casa contro l’Orient, né nel pareggio per 1-1 contro il Plymouth Argyle.

Giocò anche una partita di Anglo-scottish Cup al City Ground, e, dunque, partecipò alla vittoria del primo trofeo del Forest nell’era Clough: per Bert, quello rimane, probabilmente, il più bel ricordo della sua carriera calcistica.

Poi, l’attaccante passò in prestito al Lincoln, allenato allora da Graham Taylor, insieme a un altro giovane promettente del Forest, Tony Woodcock, e anche in questa occasione segnò al debutto. Nonostante l’avvio scoppiettante, Bowery giocò solo altre tre partite per il Forest, e alla scadenza del contratto fu rilasciato.

«È ovvio che mi sarebbe piaciuto moltissimo stabilirmi al Forest in pianta stabile. Ma le mie possibilità al City Ground sarebbero sempre state limitate dalla presenza, in rosa, di molti attaccanti, come Barry Butlin, Steve Elliott e John O’Hare. Pensavo che avrei potuto fare molto meglio di quanto ho fatto in realtà, ma non fu così. Certo, sarebbe potuta andare in un altro modo, ma non c’è alcun motivo di guardare al passato con rimpianto e di lamentarsi».

«Giocai contro il Peterborough, ma la mia carriera al Forest, dopo quella partita, andò a morire. Fu davvero un peccato lasciare, c’era un grandissimo spirito di squadra, e c’erano giocatori fantastici come John Robertson, Martin O’Neill, Tony Woodcock, John McGovern, John O’Hare, e il mio migliore amico al Forest, Viv Anderson. Ci vedevamo un sacco anche fuori dal campo, andavamo a bere, a scommettere alle corse, a giocare a golf o a biliardo. Era davvero bellissimo».

Nel 1976, Bowery si unì ai Boston Minutemen, una squadra della NASL, la lega professionistica di calcio statunitense di allora, insieme al difensore Paddy Greenwood, dopo aver segnato solo un’altra rete, in una partita delle squadre riserve contro l’Aston Villa.

«In realtà, io non volevo andare in America. Avevo poco più di vent’anni, e il solo pensiero di volare fin laggiù mi terrorizzava a morte. Ma Brian Clough mi disse di andarmene il più lontano possibile da mia madre, e di prendere al volo l’occasione di un’esperienza come quella, perché mi avrebbe fatto diventare un uomo. Sono contento che mi abbia convinto, perché mi piacque moltissimo. I tifosi erano fantastici. Segnai un po’ di reti (11 in 24 partite), e ero molto più fiducioso in me stesso quando tornai».

Un immagine del Team Hawaii, con Bert visibilissimo a fianco del portiere

Poi, passai un periodo di tempo con Team Hawaii, un’altra esperienza molto bella. Dopo una partita, fui persino invitato a bere qualcosa da George Best.

«Dopo il Forest, in effetti ebbi delle offerte per giocare in Irlanda, e anche il Worksop mi rivoleva indietro, ma davvero non avevo voglia di ricominciare a girare per tutti quei campetti di provincia».

Fu allora che cominciò un lungo legame tra Bowery e la Imperial Tobacco.

«John Player mi offrì un lavoro, a condizione che io firmassi per la loro squadra aziendale. All’inizio dissi di no, perché tutto sommato mi sarebbe piaciuto tornare in America, ma alla fine accettai la loro offerta. Giocai nella squadra della John Player fino a 26 anni, e mi feci degli ottimi amici, là in mezzo».

Bowery giocò anche brevemente per il Long Eaton, la vecchia squadra di Garry Birtles, e per il Clumber K&B, una squadra di calcio domenicale, nella quale giocavano anche vecchie glorie del calcio dell’East Midlands come Charlie Benjamin e Keith Alexander, un altro giocatore di origini caraibiche che ha girato un po’ tutti i club minori del Nottinghamshire e del Derbyshire, e che poi è riuscito a arrivare a allenare fino in quarta divisione, con il Macclesfield Town. In quest’ultimo caso, Bert segnò dopo venti minuti dal debutto, in una vittoria per 3-1 contro il Bestwood.

Bowery, ora 56enne, è vicino alla pensione, dopo 31 anni passati alla John Player, e la grande soddisfazione della sua vita è seguire il figlio diciannovenne, attaccante del Chesterfield.

«Sta facendo molto bene, molto meglio di quanto non facessi io quando avevo la sua età. È un bravo ragazzo, e sono fiero di lui, ma può davvero migliorare ancora, e arrivare là dove io potevo solo sognare di arrivare».

Ecco qui. Un altro piccolo ritratto di un altro degli eroi di quell’epopea, probabilmente il minore, senz’altro il meno conosciuto. Ma anche in questo caso, pur trattandosi del meno importante dei suoi giocatori, il breve ricordo di Bert Bowery rivela un Brian Clough quasi paterno, attento alla crescita umana dei suoi ragazzi oltre che a quella calcistica, anche se si trattava di un giocatore che stava per lasciare il Forest e che, probabilmente, non avrebbe rivisto mai più.

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21 commenti

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21 risposte a “Bertram Nathanial Bowery: chi era costui?

  1. anonimo

    Davvero originale questo articolo, complimenti!
    Volevo però chiederti una cosa che non c'entra nulla con questo post, anche se ovviamente riguarda Brian Clough: in questi due-tre giorni di pausa tra un esame e l'altro sto finalmente leggendo Damned United, e volevo farti un paio di domande  a proposito; prima di tutto, quanto c'è di inventato, riguardo agli aneddoti? Ad esempio, è vera la storia di lui che telefona a Don Revie di notte o no?
    Secondo:  la storia la sapevo già, ma insomma mi ha sempre fatto pesare questa scelta di andare ad allenare i Grandi Nemici del Leeds, tra l'altro campioni in carica e squadrone del momento. Secondo te non c'è un po' un parallelismo tra questa scelta e quella di Benitez da andare all'Inter?
    Cioè: vai ad allenare una squadra dal rendimento praticamente impossibile da migliorare, che ha vinto così tanto tra l'altro guidata dal tuo grande nemico (Don Revie per Clough, Mourinho per Benitez). Per quanto riguarda Clough poi c'è anche "l'aggravante" del fatto che aveva criticato tantissimo anche i giocatori stessi, ma insomma in generale mi pare dura combinare qualcosa in una squadra che ha appena vinto praticamente tutto guidata da un allenatore che i giocatori sanno che detesti. In tutti e due i casi, poi, questo allenatore è anche un'istituzione, un personaggio trainante per i giocatori: non so se sia vero, ma mi ha colpito il punto in cui si dice che gente come Bremner "si sarebbe buttata nel fuoco per Don Revie", una cosa che si dice spessissimo riguardo a Mou. Tra l'altro lo fai dicendo di voler cambiare le cose e il gioco (Clough in maniera molto più marcata, c'è da dire).
    Mi pare ovvio che i giocatori non ti seguiranno, nel caso di Benitez ho letto anche delle dichiarazioni di Zanetti che tendevano un po' a scaricarlo. Non per niente Leo ci ha subito tenuto a riallacciare il filo con Mourinho, come se sapesse che non bisogna assolutamente screditare il "generale" che ti ha guidato al successo.
    Non ti pare, questo, un vero e proprio errore di valutazione di Clough, e anche di Benitez?
    Scusa per la pappardella, 

    Andrea

  2. No, anzi, grazie per aver scritto un intervento così approfondito.

    Anch'io ho notato diverse somiglianze tra la vicenda di Benitez all'Inter e quella di Cloughie al Leeds, prima fra tutte il fatto che i due vecchi allenatori, Revie e Mou, hanno lasciato la baracca subodorando una prossima (molto prossima) bollitura dei membri chiave della squadra, e che i due nuovi allenatori, rendendosi conto di questo, hanno cercato di rinnovare la squada senza riuscirci, anzi, scontrandosi con dirigenze convinte di avere ancora un gruppo valido e affidabile e con spogliatoi impauriti da prospettive di rinnovamento che avrebbero fatto loro perdere il potere sterminato che erano arrivate a avere nei confronti della dirigenza e dello staff tecnico.

    Se questo paragone è giusto, pensiamo al fatto che Clough al Leeds fu sostituito da Jimmy Armfield, un allenatore di nessuna esperienza che si appiattì sul gruppo storico e sulla venerazione degli anni di Don Revie, e che ebbe, però, la capacità di ricucire lo spogliatoio e di portare il Leeds alla finale della Coppa dei Campioni. Lo scotto che pagò il Leeds a questa politica societaria, che privilegiò il "gruppo" rispetto al nuovo allenatore, sottoposto a una vera e propria crisi di rigetto, fu quella di sparire per vent'anni dal panorama del calcio inglese che conta, e di riapparirvi solo con Wilkinson e Graham.

    Questo per quanto riguarda le somiglianze: per quanto riguarda le differenze, va detto che Benitez non è certo Brian Clough (né Mou era Don Revie, un allenatore sopravvalutato che, dopo il disastro compiuto in nazionale, si fece solo qualche giro negli Emirati e simili).

    Comunque sia, non mi sento di criticare troppo i gruppi storici di Inter e Leeds: quando si entra in una struttura fatta di esseri umani, soprattutto se è una struttura vincente, e anche se è in declino, bisogna adattare in parte il proprio modo di fare e i propri obiettivi di breve termine alla situazione che si trova.

  3. Per quanto riguarda gli aneddoti raccontati nel libro, sono tutti veri, anche tutte le sue manovre per tornare a allenare il Derby dopo l'accettazione delle sue dimissioni da parte del Board. Peace si è documentato moltissimo. Il contesto psicologico entro i quali sono inseriti gli eventi, invece, è, naturalmente, frutto della sua invenzione, ma a me sembra piuttosto verosimile.

  4. anonimo

    Eh davvero un bel libro sì..comunque ovvio sono d'accordissimo che Benitez non sia Clough, ci mancherebbe altro!
    Si anch'io comunque penso che sia normale avere la reazione psicologica che hanno avuto i gruppi di Leeds e Inter: il magnetismo del comandante ha un grandissimo potere sulla mente dei giocatori e sulla loro motivazioni, e mi pare ovvio che non venga visto di buon occhio il suo "nemico", e che quasi involontariamente si possa essere portati quasi a remargli contro. 
    Come somiglianza tra i due casi mi viene in mente anche il fatto che sia il Leeds di Don Revie sia l'Inter di Mou vengono viste come "vincenti contro lo spettacolo", e che i nuovi allenatori (più Clough che Benitez, mi par di capire) vogliono farle vincere "meglio". A me tra l'altro queste paiono stronzate, come mi paiono stronzate quelle che dice Zeman quando dichiara che "non è bello vincere la Champions come l'ha fatto l'Inter". Dopo la partita di ritorno con il Barca sono stato di cattivo umore per giorni, ma mi pare che chi vince abbia ragione tutta la vita.
    Ah ma a proposito, il Leeds era davvero così "cattivo" come dice Clough?

    Andrea 

  5. anonimo

    Scusate l'intromissione nella discussione,ma da quello che ho capito io un po' tutti i calciatori all'Inter remavano contro Benitez,e questo è sbagliato,che dico,sbagliatissimo.Si son comportati in maniera scorretta,non professionale,da bambini viziati,non da campioni quali vorrebbero far crederci di essere.Un simile atteggiamento non è giustificabile.A farne le spese è stata una persona comunque seria e preparata come Benitez,che si è trovato a lottare invano per invertire la rotta.Lo dico con tutto l'amore che ho per Josè,che ha alimentato anche dalla Spagna polemiche contro Rafa,facendo non certo il bene dell'Inter.Lui ha le sue ragioni,era fuori dall'Inter,ma i calciatori che hanno deliberatamente remato contro lo spagnolo non sono degni della maglia che indossano.
    Non ci sono giustificazioni che tengano,Andrea.

    MAN U fan

  6. anonimo

    No no intendiamoci: se lo fanno deliberatamente allora hai ragione tu, non ci sono giustificazioni, è ovviamente sbagliato.
    Quello che dico io è che secondo me è un processo involontario, anche senza quel "quasi" che ho messo prima: tu ti identifichi con il tuo allenatore, saresti pronto a buttarti nel fuoco per lui, come ho detto prima, e lui ti fa vincere tutto, per la prima volta nella storia in Italia.
    Poi viene un allenatore bravo per carità, ma che sai non sopportare il tuo vecchio mister; questo allenatore adotta metodi diversi dai suoi, e ha uno stile completamente diverso dal suo.
    Ovvio, penso io, che tu sia meno portato a seguirlo.
    Detto questo certo, sei un professionista, e non devi remare contro a nessuno, su questo siamo d'accordo..

    Andrea

  7. anonimo

    Appunto,l'hai detto tu,se sei un professionista sei un professionista.
    Se il tuo capoufficio ti è antipatico che fai?Lavori male?No,perchè sai,tra l'altro,che saresti tu a farne le spese e non lui.
    Il problema è che,oggi come oggi,riagganciandomi anche al discorso di un (im)possibile Des Walker bis,i giocatori hanno un potere sterminato,comunque eccessivo,e sanno che il primo a pagare anche per le loro mancanze è il manager.
    Quello che è successo all'Inter è da non credere….parliamo dei campioni d'Europa.Proprio oggi leggo che Eto'o dice che,a un certo punto,è successo qualcosa nello spogliatoio,e le cose son cambiate.Sappiamo tutti come.

    MAN U fan

  8. anonimo

    Comunque,detto per inciso,poveraccio questo Bowery.
    Dopo queste parole di BC63:

    ''Non ha mai alzato argenterie di prestigio, non ha acceso la fantasia dei ragazzini, nessun tifoso è mai andato allo shop della squadra  a comprare una maglietta con il suo nome, nessuna curva si è mai scervellata per inventargli un canto adatto alle sue caratteristiche, nessun allenatore ha mai passato la notte insonne con i suoi assistenti per prendere le contromisure a questo nerboruto e possente attaccante caraibico''

    Nemmeno la soddisfazione che nel suo post si parli di lui……

    MAN U fan

  9. vabbè, io nel mio piccolo ringrazio Brian per un altra bella storia che ha scovato per noi.

    …ci stai viziando…

  10. anonimo

    Quello che dico io è che secondo me il focus non è da cercarsi in "il mio allenatore non mi sta simpatico" ma in "il mio allenatore sta sconvolgendo e cambiando quello che aveva fatto il mio vecchio mister, con cui ho vinto tantissimo".  Credo sia difficile, a livello motivazionale, seguirlo come facevi con il tuo predecessore. E questo vale non solo per oggi, visto che è successo anche al Damned United di Clough. 
    Ah, comunque sull'eccessivo potere dei calciatori al giorno d'oggi hai ragione, e non nego che forse all'Inter ha inciso anche questo.

    Andrea

  11. Sono d'accordo con Andrea. La differenza è tra un giocatore che dà il 120% tutte le partite (come deve fare un club per primeggiare a livello europeo), e un giocatore che dà il 90%, che non crede nei dispositivi tattici messi in campo dal proprio allenatore, o che aspetta l'ultimo giorno di riposo messo a disposizione dai medici per ogni più piccolo infortunio. Sono tutti atteggiamenti che nel calcio estremo attuale portano a un rapido degrado delle prestazioni della squadra.

    Non si tratta di remare apertamente contro o di mostrare ostilità, ma di non assecondare in nulla il lavoro dell'allenatore.

  12. @ManUfan

    Del resto, è ben difficile trovare qualcosa di sensato da dire a commento della carriera di Bowery… se non fosse stato il primo acquisto di Clough al Forest, probabilmente nessuno avrebbe mai più parlato di lui.

  13. anonimo

    Ecco,e ''non assecondare in nulla il lavoro dell'allenatore'' non è da seri professionisti.Questi ultimi sono tali perchè danno il 100% in campo sempre,per rispetto (oltre che della loro stessa professione) dei tifosi,dei loro compagni,di tutti gli addetti ai lavori tecnici e non che si fanno sempre il mazzo e in primis della società,che li tiene a libro paga,pertanto sono dei dipendenti.(Che al paese mio significa avere anche dei doveri)
    Questo è quello che sto cercando di dire io.
    Se poi invece vogliamo dire che questi tizi sono dei semidei con solo diritti e senza nessun dovere,vabbè,buonanotte.

    MAN U fan

  14. anonimo

    Su Bowery:vero,ma non ''nessuno'',almeno tu del tempo a lui l'hai dedicato,da semplice appassionato,e son sicuro che sarebbe contento di sapere che dunque almeno una traccia,anche impercettebile,l'ha lasciata pure lui…

    MAN U fan

  15. Vabbè do anch'io il mio contributo sulla questione nuovo allenatore- gruppo giocatori.
    Credo che sia importante anche l'approccio che il nuovo allenatore ha. E' lui che si pone di fronte ad una realtà esistente e se inizia con il muro contro muro non si va da nessuna parte.
    A me hanno insegnato che si deve comunicare nel modo in cui l'altro ti può capire perchè non parli per te stesso. quando andavo nei cantieri parlavo ai muratori in dialetto, mi capivano meglio e si sentivano a loro agio, e parlavo in italiano con il direttore dei lavori.
    Uguale nel calcio. 
    Lo fece magistralmente Capello quando ereditò il Milan da Sacchi.
    Se invece la società è intenzionata veramente a perseguire un cambio di strategia, DEVE chiaramente appoggiare l'allenatore. Cosa che non fece il Leeds e non ha fatto Moratti.

  16. anonimo

    E allora Moratti doveva guardarsi dal prendere Benitez,non certo il più fedele discepolo dei metodi e dei modi di Josè….
    Il discorso è sempre quello,le colpe di situazioni simili sono del presidente che sceglie il manger,poi dei giocatori se si rifiutano di seguire i suoi metodi di lavoro.L'ultimo ad avere colpe è l'allenatore:lui lavora in un certo modo (e questo lo sai quando lo scegli) e certo non cambia a seconda del club che lo ingaggia.

    MAN U fan

  17. @ManUfan

    Sono d'accordo sul fatto che la società ha lasciato completamente solo Benitez, e che l'errore maggiore, in questi casi, sia della dirigenza. Detto questo, chi dirige un gruppo di persone ha il dovere di essere flessibile, rispettoso e paziente.

  18. anonimo

    Ma no ma su Sportitalia non è in diretta?? Cavolo volevo registrare il secondo tempo (sto guardando l'Arsenal), vengo qui sul blog volendo vedere cosa ne pensavi del primo tempo e vengo a sapere di un gol così!!
    Eh complimenti vittoria molto importante comunque..

    Andrea

  19. anonimo

    Si volevo scriverlo sull'altro post ovviamente..

    Andrea

  20. anonimo

    Riguardo a questo tema, anch'io penso che Benitez non abbia grandi colpe. Invece, da quanto ne so, l'errore di valutazione di Clough è più grave: allenare la squadra che era stata il tuo grande Nemico, dicendo vuoi farli vincere onestamente, mi pare un'operazione quantomeno rischiosa..

    Andrea

  21. Pingback: La leggenda del Forest – Parte prima: Da Eastville a Madrid – Capitolo primo: il 1974-75 | Walking on Trent

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