In ricordo di Peter Taylor: For Pete’s sake, Introduzione

Come preannunciato, anche se con un po' di ritardo, pubblichiamo un po' di materiale su Peter Taylor, per commemorare i vent'anni dalla sua scomparsa. Cominciamo con l'introduzione della sua bella biografia, For Pete's Sake, scritta dalla figlia, Wendy Dickinson, di cui è uscito recentemente il primo volume, The Backstreets to Baseball Ground.
Tra le altre cose, in occasione del ventennale della morte del padre, che ha quasi coinciso con l'inaugurazione della statua dedicata a Brian e Pete di fronte al Pride Park, Wendy ha avuto parole non proprio tenerissime nei confronti del nostro club preferito, dei suoi tifosi e dei suoi dirigenti, accusandoli di avere completamente dimenticato la figura del padre, sia nella toponomastica dello stadio, sia nel racconto popolare delle imprese del Grande Forest, sia nei luoghi, invece numerosi, dedicati — dentro lo stadio e nelle vie cittadine — al ricordo di Brian Clough. Non hai tutti i torti, Wendy.

For Pete's Sake prese vita in un umido e ventoso giorno di aprile del 2009, in un cinema semideserto di Derby. Mio marito John e io eravamo seduti con mia madre, Lilian, nell'ultima fila. C'erano solo altre due persone in tutto il cinema, una giovane coppia. Erano tifosi del Derby County, e abbiamo chiacchierato con loro, dopo lo spettacolo; spero che se lo ricordino.

Eravamo tutti lì per vedere The Damned United, un film basato sul libro, molto controverso, su Brian Clough, il leggendario manager. Mio padre, Peter Taylor, fu amico e partner di Brian per 25 anni. Insieme, trasformarono il modo in cui i club calcistici erano gestiti, e vinsero ogni cosa, dal campionato a due Coppe dei Campioni. Clough & Taylor furono i migliori.

Tutti i miei amici mi avevano consigliato di vedere il film. "C'è anche il tuo papà, dentro", mi dicevano. Io nicchiavo, perché il libro aveva ritratto in modo molto spiacevole la figura di Brian, ma le recensioni del film erano buone. Le mie figlie, Laura e Alex, erano piuttosto preoccupate. "Chissà se il film sarà corretto nei confronti del nonno?", chiedevano. Dissi loro di non preoccuparsi: il film raccontava i terribili 44 giorni di Brian al Leeds United, quando lui e papà non stavano insieme. "Sarà a malapena nominato", le rassicurai. Be', mi sbagliavo di grosso. The Damned United, in realtà, è un tentativo di raccontare l'amicizia tra papà e Brian. Mentre la loro così unica storia d'amore si srotolava sullo schermo, potevamo a malapena credere a quanto stavamo vedendo. Papà, interpretato dal meraviglioso Timothy Spall, era quasi in ogni scena, dall'inizio alla fine. Be', era davvero strano vedere un tizio grasso e basso con un accento Brummy [accento di Birmingham] interpretare il mio bellissimo papà, che era alto un metro e novanta, ma era un attore talmente bravo che gli perdonammo immediatamente tutto. Fu anche una specie di choc, perché nei vent'anni dalla prematura morte di papà, nel 1990, avevamo imparato a convivere con la svalutazione del suo contributo alla coppia più famosa e vittoriosa della storia del calcio a una particina da comprimario. Ora era di nuovo nel posto che gli competeva: un ruolo da protagonista.

Ma lo avevano ritratto bene? No, a mio modo di vedere. Del resto, come avrebbero potuto. La relazione tra papà e Brian era così complessa che nessuno riuscì mai a capirla bene, a parte i due protagonisti; e può darsi che nemmeno loro ci fossero riusciti. Il film era divertente, e funzionava bene dal punto di vista drammatico, ma io non ho riconosciuto i veri caratteri di mio padre e Brian
nella descrizione dei personaggi. Non ci ho riconosciuto il modo in cui si comportavano, o il loro modo di agire. Molte persone mi hanno chiesto da allora se scene come quella in cui Brian si mette in ginocchio di fronte a mio padre per pregarlo di tornare insieme dopo la loro rottura fossero vere. Be', se pensate una cosa del genere, siete pronti per credere davvero a qualsiasi cosa. Ma capisco bene i motivi di carattere drammatico per i quali hanno messo una scena così nel film, che ha anche, se non altro, qualche vago riscontro nella realtà: una volta Brian chiamò papà, a notte fonda, dopo un paio di settimane passate a Leeds United, per pregarlo di tornare con lui.

C'erano, però, due aspetti nel film totalmente sbagliati, aggiunti per motivi puramente drammatici. Uno, è la raffigurazione di papà come di un uomo molto più vecchio di Brian, quasi una figura paterna o ziesca per lui. Davvero sbagliato. Erano coetanei, c'erano solo sei anni di differenza tra di loro, e avevano giocato insieme nella stessa squadra di calcio. L'altro è il fatto che veniva ancora una volta avvalorata la raffiugurazione, molto semplicistica, di Clough come motivatore della squadra, e di papà come un talent scout. Questa rappresentazione non fa giustizia a nessuno dei due. Papà non andava semplicemente in giro a comperare giocatori tenendo in mano la lista della spesa di Brian: costruire una squadra dalle fondamenta, sapere di quali giocatori si ha bisogno, trovare questi giocatori, capire la loro personalità e la loro mentalità era in gran parte responsabilità esclusiva di papà. Dal canto suo, la parte di Brian nel gestire un club era molto più che quella di un puro motivatore. Non oserei mai mettere in dubbio il ruolo di icona del calcio mondiale che ha ora Brian, il suo gigantesco carisma nei confronti dei giocatori, e la sua incredibile abilità di agire su un palcoscenico pubblico, ma per favore non dimentichiamo l'enorme contributo di mio padre ai successi delle squadre che Clough & Taylor costruirono.

Così, uscimmo dal cinema, e io ero sicura di una cosa, che dovevo usare lo slancio inerziale del film come trampolino di lancio per raccontare la mia versione della storia di papà, e rimetterlo là dove doveva stare, a fianco di Brian. Era un progetto che avrei voluto cominciare quando papà era ancora con noi, prma della sua morte, avvenuta l 4 di ottobre 1990, all'età di 62 anni. Sapeva che la sua malattia non sarebbe durata molto, e nell'anno prima della sua morte sedevo spesso con lui a farmi raccontare le memorie di una lunga carriera. Aiutava a passare giorni troppo lunghi. Io sono una giornalista, così, quando mi parlava, mi comportavo in maniera professionale, e chiedevo aiuto a Stafford Hildred, un giornalista egli stesso, e autore di molte biografie sportive. Era amico di papà da molti anni, e insieme ripercorremmo con lui la sua vita. Stafford registrò molte interviste con papà, seduto nella veranda luminosa a casa di mamma e papà, nel villaggio di Widmerpool, nel Nottinghamshire.

Tutto ciò, nonostante la nostra volontà, non portò a nulla, perché fummo travolti dall'impatto della morte di mio padre. Il pensiero di scrivere la storia della sua vita divenne inconcepibile, e i taccuini e i nastri con le interviste finirono in uno scatolone nell'archivio del mio studio.

In verità, non ho avuto molto coraggio, negli anni seguenti, mentre guardavo sfumar via, nell'opinione generale, l'importanza del contributo di papà alla coppia Clough & Taylor. Non biasimo Brian per questo, né biasimo nessun altro. Certe cose accadono e basta. Brian era una figura talmente gigantesca nel mondo del calcio che la sua stella avrebbe sempre continuato a brillare, e sempre più forte. Ma per papà non sarebbe stato così, e io mi sentivo di dover fare qualcosa.

Così, la visione di The Damned United fu il punto di partenza di questo libro, ma non fu l'unico stimolo; più o meno nello stesso periodo, vidi su Facebook una petizione che chiedeva una statua dedicata a Clough & Taylor davanti allo stadio del Derby County, il Pride Park. Aggiunsi il mio nome a quello di duemila altri firmatari, e poco dopo ricevetti una email dal più tenace sostenitore dell'iniziativa, il tifoso dei Rams Kalwinder Singh Dhindsa (Kal). Un suo compagno di tifo, Ashley Wilkinson, aveva dato il via all'iniziativa, inizialmente dedicata alla richiesta di una statua dedicata a Brian Clough. Kal, un vero ciclone, si unì a Ashley, così come fece l'altro tifoso del Derby County Adrian Pacey, e  chiese di aggiungere il nome di mio padre all'iniziativa, proprio dopo che fu inaugurata la statua dedicata a Brian Clough a Nottingham, criticando il fatto che quest'ultima non avesse alcun riferimento a papà. Seppi dal gentilissimo John Vicars, vicepresidente operativo al Derby County, che il club aveva annunciato, nel corso di un incontro con i tifosi al Pride Park, la decisione di commissionare una statua di papà e di Brian da porre fuori dallo stadio. Mi disse, soprattutto, che i tifosi avevano insistito perché fosse una statua dedicata a Clough e a Taylor o niente. Tutti pezzi si misero insieme perfettamente, tifosi e club, con grande armonia. Gli appassionati avevano a cuore la sua memoria, e provavano interesse per la sua vita e la sua biografia.

L'ultima ispirazione per questo libro viene dalla persona che, letteralmente, ha messo di nuovo fianco a fianco papà e Brian: Andy Edwards, lo scultore cui fu commissionato il monumento a Clough e Taylor. Andy ha una vera passione per i dettagli, e quando l'abbiamo incontrato per la prima volta chiese un sacco di cose sull'aspetto e sul portamento di papà, il mondo in cui stava in piedi, il tipo di scarpe che portava, il taglio della sua giacca, il tipo di sorriso. Notò che mia madre indossava la fede di papà, quella che gli aveva dato il giorno che si erano sposati. L'anello aveva le sue iniziali, ormai sbiadite, incise da una parte, e era un po' ammaccata, il risultato di una tacchettata di un centravanti troppo esuberante ai tempi in cui giocava. Edwards fece perfino una foto dell'anello. Andy provava un grande amore per questo progetto, dal momento che la coppia Clough & Taylor aveva segnato profondamente la sua vita di tifoso. Sapemmo subito che papà e Brian erano in buone mani. Andy mi disse: «la mia è una famiglia di vasai, di minatori e di gente impegnata nel sindacato, e così avevamo un grandissimo rispetto e ammirazione per il modo di pensare, i valori e i successi della partnership tra Clough e Taylor. Peter e Brian furono i più grandi. I migliori ambasciatori che il nostro meraviglioso gioco abbia mai avuto. John Vicars e i ragazzi del Derby County stanno facendo una cosa meravigliosa. Il loro grande entusiasmo e la loro voglia di affrontare ogni passo del progetto con una cura così profonda è il miglior appoggio e il miglior modo di gestire una scultura così importante che io abbia mai conosciuto.

Così, per tutti questi motivi, decisi di uscire allo scoperto, di smetterla di nascondermi dietro il cliché della figlia addolorata e di trasformare la storia di Peter Taylor in un libro. Decidere fu la parte facile. Ascoltare tutti quei nastri in cui papà parlava della sua vita fu la parte difficile. Avevo sentito la sua voce alla televisione un sacco di volte, dalla sua morte, ma quel materiale mi sembrava in un certo senso molto più intimo. Uno choc di questo tipo lo ebbi poche settimane dopo la sua morte: ero andata di sopra a fare il letto, accesi la radio, come faccio sempre, e sentii mio padre parlare. Fu strano e inquietante; ma ora, quello che stavamo facendo con tutti i suoi nastri oltre che strano e inquietante sembrava soprattutto la cosa giusta da fare. Stafford e io cominciammo a contattare i membri della nostra famiglia, gli amici, i suoi colleghi giocatori del Middlesbrough e i giocatori che avevano fatto parte della storia di Clough e Taylor, in tutti i club con i quali ebbero a che fare. Fu un viaggio di scoperta. Naturalmente, avevo sempre saputo che mio padre aveva il football che scorreva nelle vene al posto del sangue; da ragazzo, da giovane uomo, e da adulto il calcio fu sempre l'unica cosa alla quale pensava e che sapeva fare. Ma quello che non avevo capito bene era come fosse ambizioso e determinato, e in alcuni casi spietato, certamente più spietato nel perseguimento dei suoi obiettivi di quanto non fosse Brian.

La carriera di papà nel mondo del calcio ebbe inizio nelle stradine secondarie di Nottingham, quando giocava con la sua banda di amici come facevano un sacco di ragazzini negli anni '30. Ma lui riuscì a realizzare l'aspirazione che aveva ogni ragazzo della working clas, e divenne un portiere professionista con il Nottingham Forest, il Coventry City e il Middlesbrough. Fu nel Boro, nel 1955, che papà incontrò un ragazzo magro magro destinato a diventare il personaggio più bizzarro e eccessivo della storia del football, Brian Clough. Fu l'inizio di un'amicizia decisiva per le loro vite.

Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, nel 1961, papà affilò taglienti artigli manageriali allenando per tre anni il Burton Albion, con notevole successo, creando una squadra che molti appassionati considerano tuttora la migliore squadra che l'Albion abbia avuto in tutta la sua storia. Poi, si mise insieme al suo vecchio amico e compagno di squadra, Brian, la cui carriera di giocatoreera stata interrotta prematuramente da un'infortunio, e cominciarono a mettere in pratica le loro idee sul management di una squada di calcio. Cominciarono nell'umile Hartlepool United, nei bassifondi della quarta divisione, e poi andarono a elettrificare il Derby County, con sei anni di successi emozionanti e straordinari. Dopo un breve e interlocutorio interludio al Brighton  & Hove Albion e al Leeds United, unirono nuovamente le forze per alzare, in mezzo a numerosi altri trofei, due Coppe dei Campioni con il Nottingham Forest. Il dramma finale d 25 anni spettacolosi passati insieme fu quando litigarono definitivamente, arrivando a morire senza più rivolgersi la parola. Una rottura inconciliabile.

Questi, naturalmente, sono i nudi fatti. La parte divertente fu scoprire com'erano papà e Brian quando erano dei giovani giocatori, com'erano quando si incontrarono per la prima volta, scoprire che cosa davvero pensassero di mio padre i giocatori che riuscì a ingaggiare, e ascoltare gli aneddoti e i ricordi personali che sono in grado di trasformare in vita i puri fatti. Conoscevo molto bene tutti e due quegli uomini. Sono la più grande di tutti i figli di Clough e Taylor, e ricordo bene Brian venire a casa nostra sera dopo sera per parlare con papà, a Middlesbrough. Ricordo molto bene i giorni di Hertlepool. Quando erano al Derby County, io ero addirittura una giovane reporter al Derby Telegraph, ero una giornalista al Brighton Argus quando si trasferirono — dapprima entrambi, poi rimase mio padre da solo — al Brighton & Hove Albion, e ero una reporter di Radio Nottingham quando raggiunsero il picco della loro carriera al Forest. Vissi quei giorni non solo da tifosa (anche se lo sono sempre stata), ma anche come una figlia, e un'amica. I miei ricordi e il mio sguardo dal di dentro, e quelli di mio fratello Philip e di mia madre, Lilian, aggiungeranno, spero, un tocco speciale di vividezza e di verità alla storia di mio padre e a quella di Brian.

Abbiamo cominciato a raccontare proprio dall'inizio, con i primi giorni di papà da ragazzino dei Meadows a Nottingham [lett.: "Meadows' lad in Nottingham": i Meadows sono una vecchia zona popolare di Nottingham, ora demolita, come sono venuto a sapere grazie alla sempre preziosa consulenza di Nicola Taylor, un'amica di Nottingham grande tifosa del Forest]. È quello che fece di lui quello che diventò. Proprio come avvenne con Brian, fu crescere in una famiglia molto grande e molto unita a dargli i valori che segnarono la sua esistenza. Il secondo volume della storia di mio padre, che sarà pubblicato tra qualche tempo, coprirà il suo periodo a Brighton, la decisione di mio padre di rimanere da solo nel club della costa del sud quando Brian andò a Leeds, i loro meravigliosi anni da campioni d'Europa e la loro separazione finale.

I Meadows in una stampa d'epoca


Ma, inevitabilmente, la metà di questo primo volume è dedicato alla storia di mio padre al Derby County. Dico "inevitabilmente", perché, a mio modo di vedere, fu quello il periodo delle loro vite in cui riuscirono a esprimere il meglio di sé. Entrambi giovani, pieni d'energia, totalmente convinti di essere sempre nel giusto, entrambi al vertice delle loro possibilità. E fu anche un periodo di intrighi e di controversie incredibili. Sui sei anni di Clough & Taylor al Derby County sono state scritte più parole di quanti non siano stati i palloni calciati sui campi di Gran Bretagna; io ho cercato di documentarmi e di guardare questo periodo da ogni angolo, ma sempre da un punto di vista personale. Ho cercato di guardare gli eventi pubblici attraverso gli occhi con cui li osservava la nostra famiglia, non solo attraverso le cronache dei giornali. Ho scoperto cose affascinanti e commoventi: che mio padre e Brian tendevano a escludere dalla loro amicizia speciale tutti gli altri giocatori, a Middlesbrough; che i giorni di Hartepool, ricordati spesso con l'immagine comica di Brian che guidava l'autobus della squadra, avrebbero potuto por fine alla coppia Clough & Taylor prima ancora che cominciasse a lavorare davvero. Ho scoperto che mio fratello si ricordava di che cosa stesse cucinando mia madre quarant'anni fa, quando venne a sapere che mio padre aveva avuto un attacco cardiaco, all'età di 42 anni. Io ora posso capire come l'orgoglio e la natura sensibile di mio padre spesso l'abbiano portato a azioni impulsive e rabbiose, e che, nonostante il fatto che The Damned United mostri Timothy Spall criticare aspramente Brian per aver perso il loro lavoro a Derby, in realtà sono arrivata a pensare che sia stato mio padre, non Brian, quello che spinse con più forza verso le loro dimissioni.

Più di tutto, sono arrivata a scoprire come fosse bravo nel suo lavoro.

Capisco che in tutte le parole che ho scritto per la sua biografia non ho mai detto come fosse veramente papà come padre. Tutti coloro che mi conoscono sanno come io veneravo mio padre, e che quando lui morì il colpo fu durissimo per tutti noi. Era meraviglioso. amabile, generoso, divertente da stare con lui, e mi faceva sempre sentire in grado di poter raggiungere qualsiasi cosa. Lui e mia madre hanno avuto un matrimonio lungo e pieno d'amore, e nulla piaceva loro più di passare il tempo insieme. Amava anche stare insieme alle sue quattro nipotine, Lucy, Laura, Alex e Beth, e sarebbe stato fiero di quanto hanno ottenuto, anche se non ha vissuto abbastanza per vederle giovani donne. E sarebbe anche stato molto fiero di mia madre, che ha perso l'uomo che amava sin da quando aveva 14 anni, ma che in vent'anni dalla sua morte ha mostrato un carattere incredibile.

Negli anni da quando l'abbiamo perso, l'ho visto sempre di più come un uomo, oltre che come un padre, e ho capito che, come tutti noi, non era perfetto. Nel guardare alla sua vita ho cercato di essere realista com'era lui nel valutare il lavoro della sua vita, e la sua relazione con Brian. Spero di esserci riuscita.

Persino ora, ogni volta che qualcuno mi chiede di quei giorni, la prima domanda è sempre "perché Clough e Taylor ruppero?"; la mia risposta è sempre: "come hanno fatto a rimanere insieme così a lungo?". 

Spero che For Pete's Sake dia una risposta soddisfacente a questa domanda.

E lo spero anch'io. Be', come si può intuire dall'introduzione, il libro è bello succoso: una lettura davvero raccomandabile, per chiunque ami il calcio inglese dei bei vecchi tempi. Se non lo volete comprare, con il tempo che ci vorrà pubblicherò su questo blog i passi che mi parranno più interessanti. Abbiate pazienza.

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4 commenti

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4 risposte a “In ricordo di Peter Taylor: For Pete’s sake, Introduzione

  1. lopo_

    Ho il dvd di "The Damned United" ancora chiuso.Aspetto la prima sera che mia moglie lavora, per vederlo.Dopo questa "recensione" che faccio: lo guardo o lo lascio chiuso?Lopo

  2. Guarda, a me nonostante tutto è piaciuto, nonostante tutte le imprecisioni e i caratteri resi in modo eccessivo; anche se il libro di Peace è naturalmente irriconducibile a un film, dal momento che è tutto un flusso di coscienza. Poi tra i contenuti speciali ci sono un paio di documentari davvero graziosi. 

  3. lopo_

    Finalmente ho visto "The Damned United". E poi ho riletto il post di qui sopra.

    Il film mi è piaciuto molto, me lo aspettavo diverso, mi aspettavo l'apologia di un mito,  invece è un storia con risvolti tristi, amari.
    Un uomo sicuramente geniale, ma che questa genialità lo poneva ad essere fuori sintonia con il mondo in cui viveva e questo in certi momenti lo lacerava.
    Taylor probabilmente era il suo equilibrio, che si faceva concavo o convesso a seconda delle situazioni.
    Non mi sembra che nel film a Taylor venga cucito un ruolo secondario,  era la metà di una coppia bene assortita che probabilmente non ha avuto eguali nel calcio.
    A Clough piacevano le luci dei riflettori, l'essere istrione, Taylor invece mi ha dato l'idea di essere più a suo agio nel ruolo di eminenza grigia,  di consigliere dietro la tenda,
    Certo che c'è stata un pò di follia nel pensare di cambiare il Leeds, nell'accettare quell'incarico.
    O forse solo una smisurata fiducia nei propri mezzi?

  4. No, né il film né tanto meno il libro sono apologetici. Cercano di ricostruire la personalità di Cloughie senza nascondere le sue debolezze, le sue asprezze e le sue insicurezze (soprattutto il libro, molto dettagliato nel descrivere le manovre pasticciate e al limite della liceità con le quali Clough cercò di riguadagnare la guida del Derby County dopo l'esonero).

    L'impresa di Leeds, come l'aveva concepita Clough, ERA una follia. Immagina come sarebbe stato se Mourinho fosse rimasto quindici anni all'Inter, e il suo successore, come prima cosa, avesse fatto bruciare la sua scrivania. Si trovò di fronte il "muro" dei senatori, e i pochi innesti che aveva cercato di fare (O' Hare e McGovern tra tutti) si ritrovarono corpi estranei, organi trapiantati con un'immediata crisi di rigetto. È stato ancora più folle, però, secondo me, l'idea dei dirigenti del Leeds, di affidarsi a un pundit che aveva passato i precedenti cinque anni parlando male in televisione e sui giornali dello stesso Leeds United. E comunque sia, anche se non avremo mai la controprova, sono sicuro che se la dirigenza l'avesse supportato a oltranza, e se lui avesse potuto lavorare per un paio d'anni, la storia del calcio europeo sarebbe cambiata, e invece di vedere il ciclo del Liverpool avremmo assistito a un altro grande ciclo dei Bianchi dello Yorkshire.

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