My memories of Old Big ‘Ead -€” Alan Davidson ricorda Brian Clough

Non si può dire che Alan Davidson sia uno di quei giocatori che hanno scritto pagine memorabili nella storia del Forest: ottimo difensore australiano dei primi anni ottanta, fu seguito, come dice l’articolo seguente, da diverse squadre europee, ma, tra tutte, scelse il Forest, che allora era un po’ come ora scegliere non dico il Barcellona ma certamente come il Bayern o l’Arsenal di cui parla l’articolo, questo sì. Che tempi.

Purtroppo, dopo qualche promettente partita in maglia rossa all’inizio della stagione 1984-85, una lunga serie di infortuni gli impedirono di lasciare l’impronta che forse avrebbe potuto lasciare, e poté ricominciare a giocare solo nel 1987, di nuovo in patria, nel Melbourne Croatia. Nonostante questa sfortuna, Davidson ha avuto una carriera lunga (nato nel ’60, si è ritirato dal calcio professionistico nel ’98) e lumimosa, segnata da tre partecipazioni ai Mondiali e da una partecipazione alle Olimpiadi, quelle di Seul: una carriera che ne ha portato l’inclusione nella Australian Football Federation Hall of Fame nel 2001.
Nonostante il fatto che abbia giocato pochissimo con il Forest, è stato un giocatore di Clough, e, in questo post, pubblicato dal bel blog Sabotage Times, l’Aussie ricorda i suoi momenti in maglia rossa, e, soprattutto, i momenti più importanti del suo rapporto con Cloughie.

La mamma di Alan era giapponese, e da questa foto si vede.

Brian Clough sapeva riconoscere un buon giocatore quando lo vedeva, e la vista del giovane centrale difensivo australiano Alan Davidson gli piacque abbastanza da ingaggiarlo per il Nottingham Forest nel 1984.

Dopo avere attratto molte attenzioni grazie alle sue prestazioni con la nazionale australiana, Davidson fu seguito da numerose squadre europee di punta. Passo qualche tempo in prova al Bayern e all’Arsenal, ma per varie ragioni, non aveva ancora firmato nessun contratto quando il Nottingham Forest di Brian Clough fece la sua mossa.

Davidson aveva solo 24 anni, a quel tempo, e una delle prime cose che dovette fare fu dare al suo manager la brutta notizia che lui era completamente astemio.

«La prima volta che incontrai Clough fu quando firmai il contratto; mi disse “tutti nella mia squadra bevono”. Io gli dissi che non bevevo nulla, e lui mi rispose “be’, se firmi per la mia squadra DEVI bere”. Ma io non bevetti mai».

Comunque sia, il suo rifiuto nell’indulgere al passatempo preferito del suo manager non impedì a Davidson di essere apprezzato, e si guadagnò quasi subito un posto in una squadra che schierava nelle sue fila giocatori come Steve Hodge, Garry Birtles e Peter Davenport.

Clough, come era solito fare con i ragazzi giovani e molto lontani da casa, alla fine l’avrebbe preso sotto la sua ala protettrice, e gli avrebbe volentieri aperto le porte della sua casa e della sua famiglia, ma Davidson ammette che, sulle prime, fu del tutto terrorizzato dall’allenatore.

«Mi chiamava nel suo ufficio, e mi diceva “senti, tu non mi sembri tanto felice. Che cosa c’è che non va?”. Io trovai il coraggio per dirgli che avevo paura di lui, e che mi intimidiva. Lui scosse la testa, e mi disse “figliolo, il Presidente mi paga lo stipendio, eppure è terrorizzato di me perfino lui”. Dopo di ciò, il mio rapporto con lui migliorò, e lui, dal canto suo, fu sempre davvero buono e gentile, con me. E passare un po’ di tempo con un personaggio così straordinario fu davvero la più grande esperienza della mia carriera».

A dire il vero, Davidson poté sperimentare un aspetto di Clough che pochi degli altri giocatori ebbero la ventura di provare. Alan non aveva nessuno, in Inghilterra, e, come anticipato, fu invitato spesso a passare un po’ di tempo nella casa della famiglia Clough.

«Mi prese davvero sotto la sua ala protettrice, e cominciai a conoscerlo anche in alcuni aspetti più personali. Mi invitò a passare il Natale a casa sua, e da lì in poi continuai a frequentarla un po’, così conobbi bene tutta la sua famiglia, compreso Nigel, che si era fatto strada nelle giovanili, e stava cominciando a metter su anche qualche presenza in prima squadra».

Il fatto di passare un po’ di tempo con i Clough anche al di fuori del campo di allenamento e di gioco concesse a Davidson uno sguardo davvero unico sulla relazione che intercorreva tra Brian e Nigel.

«Era interessante il modo in cui interagivano. La loro relazione era completamente differente a casa di come non fosse al club. I fui davvero molto sorpreso quando vidi Nigel a casa di Clough venir trattato come un figlio, perché al campo di allenamento veniva trattato esattamente come tutti gli altri giocatori. E anche Nigel si comportava in modo differente. Una volta, in sede, lo incontrai, e gli chiesi “scusa, tuo padre è qui in giro?”. Lui mi guardò con aria sorpresa, interrogativa, e mi chiese “chi? Vuoi dire il boss?”. Io ero uno dei pochi fortunati che ebbi il privilegio di vedere che tipo di rapporto Nigel aveva a casa con suo padre.

Se Davidson dal canto suo non cominciò mai a bere, si trovò, tuttavia, a far da complice inconsapevole a Clough, nel corso di una tournée in Medio Oriente.

«Io lo sapevo bene che il fatto di bere così tanto per lui fosse un problema. Lo accettavamo, ma lo sapevamo tutti. Facemmo questo giro in Iraq e in Arabia Saudita, e Cloughy prima della partenza ci disse “tu, tu e tu, prendete queste borse”, e noi lo facemmo, e passammo tutte le dogane senza sapere che cosa ci fosse dentro, e solo quando arrivammo scoprimmo che erano piene di bottiglie di Scotch».

Comunque sia, Davidson non crede che il fatto di bere così tanto, allora, andasse a detrimento delle capacità manageriali di Clough.

«Le sue abilità di allenatore erano davvero superbe, non mi sono mai accorto che avesse avuto torto su qualcosa che faceva, o sulle sue decisioni. Ciascuno di noi conosceva benissimo i suoi compiti e i suoi doveri: o ti attenevi a quelli, o eri fuori, era così, semplice e chiaro. Gli piaceva bere, ma era acuto e fine come un radar. Mentre parlava con te, era capace di ascoltare tutte le conversazioni che si tenevano in quel momento nello stesso posto a portata d’orecchio. Era un uomo speciale, per quanto riguarda il calcio, ma il suo record parla da solo, non avete bisogno di me per sapere questo».

Sfortunatamente per Davidson, il suo periodo con Clough fu reso amaro da ben due seri incidenti.

«Ebbi un vero e proprio blackout nel corso di una partita della squadra riserve, e Clough, che ci teneva molto a prendersi cura me, e si sentiva responsabile, mi mandò subito a Londra per capire quale fosse il problema. Avevo avuto un incidente, in una partita, quando stavo ancora a Melbourne, e venne fuori che quell’incidente aveva danneggiato una piccola parte del tessuto cerebrale, e dovetti sottopormi a delle cure specifiche».

Questo incidente lo tenne fuori per gran parte della sua prima stagione al Nottingham Forest. Recuperò in tempo per l’inizio di quella successiva, ma la sventura colpì ancora.

«Disputai davvero un buon precampionato, e cominciai bene anche la campagna, ma mi ruppi la schiena giocando a Portsmouth. Entrai in scivolata, e il ginocchio del mio avversario mi colpì la schiena, e mi ruppi due vertebre, e dovetti star fuori per 18 mesi».

Questo infortunio interruppe prematuramente il periodo inglese di Davidson. Avrebbe ricominciato a giocare in squadre di club australiane e malaysiane, e alla fine della sua carriera avrebbe ottenuto 79 caps per la sua Nazionale.

Ora, a 50 anni, gioca ancora a calcio, in Australia, di quando in quando, più che altro quando si tratta di promuovere qualche causa in una partita di beneficenza, e dice di avere solo buoni ricordi della sua carriera di calciatore professionista.

«Gran parte della bellezza del gioco consiste nelle esperienze che si fanno. È il motore che ti porta in giro per il mondo. Alla fine della carriera, è inevitabile chiedersi “sei soddisfatto”? Io posso dire di sì. Il gioco è stato buono con me, ho avuto bellissime esperienze, gli infortuni fanno parte del gioco. Ma, in fondo, ho potuto ricominciare a giocare, e ora, a cinquant’anni, be’, posso davvero dire di cavarmela ancora».

Ecco qui. Ma devo riportare anche un commento che ha lasciato un lettore del blog, perché, al pari o forse più di questo pezzo in cui Davidson traccia la sua memoria di Cloughie, forse un po’ troppo “istituzionale”, dà un idea di come fosse fatto il Gaffer. Dopo aver abbandonato il calcio, Clough andava spessissimo a vedere le partite, anche, anzi, soprattutto di calcio “minore”. Una volta andò a vedere l’AFC Wimbledon, e l’allenatore in seconda dei gialloblu, Stuart Cash, lo vide in tribuna. Era stato per qualche tempo al Forest, e pensò per un sacco di tempo se fosse il caso di andarlo a salutare o no. Alla fine, decide per il sì, sale in tribuna, va da lui, gli porge la mano e si presenta: “Buongiorno Mr Clough… non so se si ricorda di me, ho giocato per lei al Forest…”. “Oh, certo che mi ricordo di te, figliolo. Sei stato il peggior terzino sinistro che io abbia mai allenato”.

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1 Commento

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Una risposta a “My memories of Old Big ‘Ead -€” Alan Davidson ricorda Brian Clough

  1. anonimo

    Incomincio un poco a capire il tuo amore per il Forest e la venerazione che hai per Clough. I frammenti che ci proponi danno la sensazione veramente di avere a che fare con un uomo staordinario.una sola parola.Grazie.Lopo

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