Archivi del mese: ottobre 2010

Di che pasta siam fatti. Portsmouth-Nottingham Forest.

Cinque vittorie, sedici punti su diciotto e diciassette reti nelle ultime sei partite: il Portsmouth è nettamente la squadra più in forma della Championship, e penso che alla fine della stagione non sarebbe sorprendente vederla disputare i play-off; quella di oggi pomeriggio, dunque, sarà la partita che ci dirà quanto siano fondate le speranze di risalita nella zona play-off. Quanto siamo davvero in grado di lottare contro i pesci grossi di questo campionato. Potremo perdere altre partite, vincerne altre ancora, ma proseguire la striscia positiva (anche con un pareggio) che ci vede rispettare rigorosamente la media inglese nelle ultime sette o otto partite sarebbe davvero importantissimo, soprattutto contro una squadra così lanciata.

Affrontiamo la lunghissima trasferta con qualche dubbio, per una volta quasi di abbondanza: a sinistra dovrebbe tornare Bertrand, ma, come anticipato nello scorso post, l’ottima prova fornita dalla difesa Chambers-Morgan-Wilson-Gunter nella partita contro l’Ipswich potrebbe spingere Davies a confermarla. Non credo, ma potrebbe essere. In mezzo Wilson sta lentamente recuperando affidabilità, e, nel caso dell’impiego di Bertrand, dovrebbe essere preferito a Chambers.

L’altro dubbio riguarda l’attacco: il ballottaggio è tra Blackstock e McGoldrick, quest’ultimo apparso in ottima forma nella partita contro i Blues. Sempre che Earnshaw non sia considerato sufficientemente in forma da chiudere i giochi per l’unica maglia da punta titolare. Io, personalmente, rivedredi volentieri McGoldrick, per valutarne la reale efficacia in una sfida davvero impegnativa.

I nostri avversari hanno una squadra esile come la nostra, ma senza problemi di infortuni (Ricardo Rocha dovrebbe essere disponibile) e davvero forte nell’undici iniziale. I loro ragazzi più pericolosi sono senz’altro Liam Lawrence, in prestito dallo Stoke, Dave Kitson, attaccante esperto e pericoloso.

I Pompeys sono in una striscia di cinque vittorie consecutive contro di noi, anche se l’ultima partita di campionato tra le due squadre ebbe luogo, sempre in seconda divisione, nel dicembre del 2002 al City Ground: gli ospiti passarono per 2-0. L’ultima partita in assoluto fu un incontro di Coppa di Lega, nel 2003, finito 4-2 per il Portsmouth, mentre l’ultimo incontro al Fratton Park ebbe luogo nell’agosto del 2002, e finì 2-0 per i padroni di casa.
L’ultima vittoria del Forest è quasi decennale: risale all’aprile del 2001, un 2-0 al Fratton Park grazie a una doppietta di Chris Bart-Williams.

Per quanto riguarda gli incroci tra le due squadre, va ricordato che Ian Woan, il mai dimenticato Player of the Year per i tifosi del Forest nella stagione 1995-96, uno dei protagonisti del terzo posto della stagione precedente, è nello staff del Portsmouth, dopo avere anche svolto il ruolo di caretaker manager, dalla partenza di Paul Hart all’arrivo di Avram Grant.

Stato di forma — Ultime cinque partite:

Forest (8 punti su 15)
Ipswich (H) 2-0
Middlesbrough (H) 1-0
Barnsley (A) 1-3
Doncaster (A) 1-1
Sheffield United (H) 1-1

Portsmouth (13 punti su 15)
Hull (A) 2-1
Millwall (A) 1-0
Watford (H) 3-2
Middlesbrough (A) 2-2
Bristol City (H) 3-1

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E ora, un po’ di balistica: i migliori tiratori di punizioni del Forest nell’era della televisione.

Eccomi di nuovo, dopo una non voluta pausa dovuta a soverchianti impegni di lavoro. Pausa che il Forest ha sfruttato alla perfezione, con due vittorie interne piuttosto pesanti, e molto benefiche per la classifica: tra l'altro, abbiamo anche rimarginato la ferita aperta dal vedere il DCFC messo meglio di noi in classifica. Con tutto il bene che voglio a Nigel, ora mi sembra che l'Universo abbia riacquistato un grado superiore di consistenza e di credibilità.

Il maggiore elemento di curiosità della due giorni calcistica è stato, indubbiamente, il terrificante calcio di punizione con il quale McGugan ha chiuso la sfida con l'Ipswich di Roy Keane; si è trattato di un gesto tecnico stupefacente, che per l'insieme di potenza, precisione, taglio della palla, modalità del calcio e modalità di aggiramento della barriera ha ricordato alcune delle migliori punizie di Roberto Carlos.

Uno degli argomenti che ha più acceso la fantasia dei tifosi e dei blogger è stato, naturalmente, il confronto tra McGugan (che, tra l'altro, ha risolto su punizione anche la precedente partita con il Boro) e gli altri grandi tiratori che hanno vestito, nel corso della storia, la maglia rosso Garibaldi.

In realtà, l'edizione più vincente di tutti i tempi del Forest, quella del magico triennio 1978-80, non aveva grandi calciatori di punizione. Robertson se la cavava, Woodcock a volte tentava senza molto successo qualche punizione alla Platini, ma, nel complesso, non sono molte le partite, in quel leggendario periodo, a essere state risolte da questo fondamentale. Il nostro Platini, allora, erano la compattezza della squadra, l'efficacia della manovra e l'intensità fisica.

Nei periodi successivi, invece, qualche ottimo calciatore di punizioni l'abbiamo avuto anche noi.

Il primo e principale, naturalmente, è Stuart Pearce. Psycho ha tirato molte punizioni straordinarie, nella sua carriera, ma una di quelle che i tifosi True Redpiù anzianotti ricordano con maggiore piacere è quella che ci regalò una sempre piacevole vittoria all'Old Trafford, il 29 settembre del 1990.
Un capolavoro assoluto, che ribadì la netta supremazia del Forest sullo United negli anni di Cloughie, testimoniata anche dal 4-0 infilitto ai Red Devils nella partita del City Ground della primavera precedente, a tutt'oggi la più sonante vittoria del Nottingham sul Man Utd al City Ground.

Tra l'altro, in quella stagione, una vittoria molto fortunosa per 1-0 dello United sul Forest al City Ground nel terzo turno di FA Cup si rivelò probabilmente decisiva per le sorti del Manchester Utd e del calcio mondiale, visto che aprì ai Rossi di Ferguson la strada per la vittoria nella Coppa, e allontanò lo spettro dell'esonero che gravava, piuttosto concreto, sul tecnico scozzese, vista la latitanza di risultati nei suoi primi tre anni di gestione.

Un altro grande calciatore di punizioni è stato l'olandese Johnny Metgod, finito al Forest dopo due stagioni non proprio esaltanti al Real Madrid, convinto da Brian Clough, che ne apprezzava moltissimo il rigore tattico e l'intelligenza di gioco, e che avrebbe voluto imperniare su di lui una nuova stagione vincente.

Con noi Metgod visse tre stagioni piuttosto brillanti, dal 1984 al 1987, condite spesso da fucilate su punizione come quella, giudicata ancora da molti il calcio più terrificante mai dato a un pallone da football (un referendum svoltosi tra i tifosi del Forest nel 2007, quindi a più di vent'anni dalla partita, ha eletto quella come la migliore punizione mai vista al City Ground), segnata contro il West Ham nel 1986, in una partita finita 2-1 per i Reds grazie a una rete allo scadere di Brian Rice.
Al 38°, il Forest guadagna una punizione piuttosto centrale, a una trentina di metri dalla porta. Ian Bowyer si piazza nella barriera degli Hammers a disturbare e a coprire la visuale a Phil Parkes, e il tiro terrificante si dirige verso il portiere londinese, che alza le mani per respingere a pugni uniti, ma la potenza del tiro spezza il tentativo del pur bravo estremo blueclaret, e si infila nella rete gonfiandola come il vento con le vele del Victory. Dopo un momento di incredulo silenzio, il City Ground esplode di gioia stupefatta.

Di carattere piuttosto individualista, come molti giocatori olandesi, Metgod malsopportò qualche panchina di troppo cui lo costrinse Clough nel corso della terza stagione al Forest, e alla fine del suo contratto si trasferì al Tottenham, dove andò per rimpazzare Hoddle, ma senza molto successo, anche a causa di sempre più frequenti infortuni. Dopo un fine carriera tormentato da problemi fisici, si è dedicato con buon esito al coaching: ora lavora come capo allenatore al Derby County, alle dipendenze del figlio dell'allenatore che più lo apprezzò durante la sua carriera da calciatore: un altro degli infiniti intrecci tra le due squadre delle Midlands.

Un altro grande tiratore di punizioni, più efficace per l'effetto e la precisione che per la potenza (più simile, dunque, allo stile "a foglia morta" della linea Corso-Platini) fu un altro giramondo olandese, Pierre van Hooijdonk, che passò un paio d'anni al City Ground (Pierre non ha mai passato più di due anni in una squadra), subito dopo la sua esperienza al Celtic, e del quale si ricordano alcune deliziose esecuzioni, soprattutto nella stagione della promozione in Premier League del 1997-98: guardando una selezione delle migliori reti di quella stagione si possono apprezzare due punizioni di Hooy, oltre che qualche altro numero del suo non disprezzabile repertorio, che, dato in sorte a un giocatore con un po' più di testa, avrebbe portato, secondo me, a ben altri risultati.

Per venire fino a noi, a questa settimana: la visione della punizia di McGugan dal Trent End permette di apprezzare appieno la sua bellezza.

Quella contro la squadra di Keano è stata, indubbiamente, la migliore delle due partite del Forest della scorsa settimana: quella contro il Boro, infatti, è stata una partita bloccata dall'ansia delle due squadre, e dalla paura di perdere, e è stata decisa solo da un'altra prodezza balistica di Gugie.

Contro i Blues, invece, dopo qualche piccolo patemino iniziale dovuto a un errore di McGugan in disimpegno, siamo passati al dodicesimo con un'azione davvero bella, finalizzata da McGoldrick, l'attaccante che Billy Davies aveva preconizzato come il vero acquisto della stagione del Forest, e la punizione di McGugan nel finale del primo tempo, provocata da un fallo piuttosto stupido e inutile di Leadbitter su Cohen, ha chiuso i conti definitivamente. Una prova davvero buona, come tutte quelle del Forest, fin qui, contro le squadre che vengono al City Ground a giocare al calcio e non semplicemente a parcheggiare il coach di fronte alla loro area di porta: in particolare, ottime le prove di Cohen (man of the match, a dispetto della prodezza di McGugan), di Majewski, di nuovo titolare dopo un periodo di ingressi a partita inoltrata, e di Gunter, spostato a sinistra per l'assenza forzata di Bertrand, con Chambers, ottimo anche lui (tanto che non sembra impossibile la riproposizione dello stesso modulo difensivo a Portsmouth, pur con il rientro di Bertrand), spostato a terzino destro, e anche di Camp, sicurissimo nelle occasioni in cui l'Ipswich l'ha convocato al lavoro.

Nel complesso, l'esperimento del centrocampo a cinque con un solo centrocampista di contenimento (McKenna) e quattro centroampisti nettamente offensivi (Cohen, Raddy, McGugie e Anderson) ha funzionato abbastanza bene. A questo punto, direi che il 442, provato di nuovo con esiti disastrosi nella trasferta di Barnsley, può essere considerata un'esperienza archiviata, per quest'anno, a meno che a gennaio non arrivino ali vere e un centrocampista di supporto che possa garantire la creatività fornita in abbondanza, quando è in giornata, dal nostro folto centrocampo di giovanotti di belle speranze.

Forest: Camp, Gunter, Morgan, Chambers, Bertrand, Cohen, Majewski (McGoldrick 83°), McKenna (C), Anderson, McGugan (Moussi 79°), Blackstock (Adebola 72°)
NE: Darlow,Thornhill, McCleary, Wilson, 
Ammoniti: Bertrand 71°
Marcatore: McGugan 51°

Middlesbrough: Steele, McMahon, Bates, Wheater, McManus, Tavares (Smallwood 56°), O'Neil (C), Bailey (Miller 83°), McDonald, Boyd, Lita (Bennett 69°),
NE: Coyne (GK), Kink, Hines, Williams
Ammoniti: Wheater 90°

Arbitro: S. Tanner
Spettatori: 22.115 di cui ospiti: 666

Nottingham Forest: Camp, Gunter, Morgan, Wilson, Chambers, Cohen, McKenna(C), Majewski(Tyson 67min), Anderson, McGugan (Adebola, 83°), McGoldrick (Moussi 74°)
NE: Darlow, McCleary, Blackstock, Earnshaw
Marcatori: McGoldrick 13°, McGugan 45°

Ipswich Town: Fulop, Peters (Livermore 57°), McAuley, Delaney, Smith, Leadbitter, Norris (C), Colback, Edwards, Scotland (Wickham HT), Townsend (Murray 61°)
NE: Murphy, Priskin, Brown, Eastman
Ammoniti: Leadbitter 44°

Arbitro: K Woolmer
Spettatori: 22.935 di cui ospiti: 1.910

Npower Championship table
  Squadra Giocate DR PT
1 QPR 13 21 29
2 Cardiff 13 14 29

3 Swansea 13 5 23
4 Norwich 13 4 23
5 Watford 13 7 21
6 Coventry 13 4 21

7 Burnley 13 6 20
8 Reading 13 7 19
9 Millwall 13 3 19
10 Nottingham Forest 13 3 19
11 Doncaster 13 1 19
12 Derby 13 5 18
13 Portsmouth 13 1 18
14 Ipswich 13 0 18
15 Scunthorpe 13 0 17
16 Leeds 13 -6 17
17 Barnsley 13 -7 15
18 Sheff Utd 13 -8 15
19 Hull 13 -8 13
20 Preston 13 -9 13
21 Leicester 13 -11 12

22 Middlesbrough 13 -10 11
23 Crystal Palace 13 -11 11
24 Bristol City 13 -11 10

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Barnsley to Boro. Per dimostrare di essere davvero un “good mid-table team”.

Lo so, lo so, quando perdiamo non ho mai voglia di mettermi lì a scrivere. Abbiate pazienza

Purtroppo, una delle caratteristiche costanti di questo inizio di stagione del Forest, la difesa lasca, è stato il tratto decisivo della sfida contro i Tykes. Mettiamoci pure un rigorillo un pochino dubbio ai danni del Forest per il decisivo 2-0 (un caso che il raddoppio sia venuto solo allora, per cui non recriminerei su questo episodio, anche se l'arbitraggio è stato cattivo, e mediamente casalingo), e il frittatone di Oakwell, con Forest di contorno, è stato bell'e pronto da essere servito.

Ci abbiamo messo del bel nostro, in effetti, non solo per la scarsa efficacia nella fase difensiva, ma anche per la discutibile formazione messa in campo e, soprattutto, per l'assoluta incapacità di essere davvero incisivi in attacco.

Andiamo in ordine. La fase difensiva. Un solo clean sheet in dodici partite, quest'anno, a me sembra un bilancio inaccettabile. Silverware comes from clean sheets, diceva il Gaffer, ma senza essere Brian Clough, anche un bambino di due anni che facesse i conti con il pallottoliere dell'asilo capirebbe che, segnando poco come segniamo noi, senza una difesa di ferro si fa poca strada.

Dopo quattro minuti, dopo una discesa incontrastata sulla fascia, Trippler ha pescato Hammill in area libero come un anarchico russo, e sul suo tiro, rimpallato, è arrivato Doyle a mettere dentro, in mezzo alla plastica gipsoteca della difesa del Forest. Un simpatico bigino che consentirà agli istruttori di fasi difensive delle scuole di calcio di non impazzire con il montaggio di esempi di come non si faccia a difendere tratti da diverse situazioni di gioco, visto che in pochi secondi offre quasi tutte le situazioni di poor defending che possono verificarsi nel gioco del football.

All'inizio del secondo tempo, grande partenza del Barnsley e povera difesa del Forest, con un tiro di Trippler dopo azione quasi incontrastata di McEveley. Poi il rigore, per un contrasto forse non falloso ma indubbiamente goffo di Blackstock su Lovre, realizzato dall'ex Andy Gray (il nipotino di Eddie Gray, la leggenda del Leeds; Andy è un attaccante, 66 partite di lega e 1 gol, recita il suo score relativo al periodo passato al City Ground: non proprio un tabellino alla Gerd Müller), al suo centesimo gol in carriera.

L'ultimo gol nel più classico dei contropiedi dell'ultimo minuto subiti da una squadra sotto di uno, con bella conclusione del neoentrato Butterfield su suggerimento dell'ottimo Hammill.

Poi, i problemi in attacco. Penso di non essere fazioso se dico che il Forest, per ampi tratti, ha davvero dominato, sabato, visto che i numeri ufficiali della BBC parlano di 13 tiri contro 8 e di 6 corner a 3 per i True Reds. Il problema è che non la buttiamo dentro nemmeno per caso.

Bertrand ha buttato nel cesso due occasioni clamorose, dice: "non è un attaccante", ma a mio modo di vedere la capacità di centrare un rettangolo di sette e mezzo per due e mezzo da dieci metri con un calcio dovrebbe essere patrimonio acquisito di un giocatore di calcio professionista. Blackstock ha colpito di testa una traversa, ma il cross meritava impatto migliore, probabilmente. Adebola ha avuto anche lui qualche occasione, una in particolare, così come Cohen, ma nulla.

La rete è venuta su bel tiro del solito McGugan, imbeccato da McGoldrick, che ha battuto due avversari e l'ha messa nel suo angolino basso preferito.

Insomma, Earnshaw viene criticato spesso quando gioca, ma quando non gioca la povertà di capacità realizzativa del Forest si manifesta in tutta la sua cruda e spietata realtà. Non so, forse avanzare McGugan sulla linea degli attaccanti avrebbe qualche effetto, visto che lui, se non altro, la mette allegramente: il problema è che non riesce a prendere molti tiri, nel corso di una partita, soprattutto se viene messo a giocare in esterno.

E questo è il terzo punto dolente: anche se siamo l'unica squadra professionistica inglese a non avere ali, Davies (o Kelly, chissà) ha abbandonato il 451-4231 che aveva tutto sommato ben fatto nelle ultime partite a favore di uno wingless 442, con Cohen e McGugan sulle esterne (con piedi invertiti, come suggeriscono i dettami del calcio moderno, il sinistro Cohen sulla destra e il destro McGugan sulla sinistra) e il convincente Adebola della partita riserve di mercoledì al posto di Anderson, apparso ancora indietro di condizione; purtroppo, le nostre due "ali", sabato, non hanno né il passo né il senso della posizione che deve avere un'ala vera, e questa duplice inadeguatezza si è avvertita sia in fase di attacco, sia in fase di ripiegamento.

Tutti e due sono stati efficaci solo in fase di accentramento, ma questo significava solo scoprire le esterne ai contrattacchi dei Tykes, abili a sfruttare gli spazi sulle fasce.

Molto meglio la squadra con Anderson e McGoldrick (protagonista dell'azione del gol appena entrato, come detto) al posto di Adebola e Moussi, ma ormai si stava sullo 0-2: latte versato, buoi scappati, cose così.

Vabbè, fine del nostro flebile periodo di imbattibilità (13 punti in 9 partite), e squadra al 15° posto. Il pronostico del Gaffer ("a good mid-table team") è ancora tutto da raggiungere, e, con difesa e attacco che non funzionano (o meglio, che compiono errori davvero clamorosi, a questo livello: si parla del quinto campionato professionistico d'Europa, come soldi, spettatori e livello tecnico), non ci resta che sperare davvero in bene.

Nottingham Forest: Camp, Gunter, Chambers, Morgan, Bertrand, Cohen, Moussi (Anderson 64°), McKenna(C) (Majewski 84°), McGugan, Adebola (McGoldrick 64°), Blackstock
NE: Darlow (GK), Wilson, McCleary, Thornhill 
Ammoniti: Moussi 54°
Marcatore: McGugan 68°

Barnsley: Steele, McEveley, Shackell(C), Foster, Trippier (Hassell 64°), Doyle, O'Brien(Wood 80°), Lovre (Butterfield 80°), Hammill, Colace, Gray
NE: Preece, Potter, Arismendi, Dickinson
Ammoniti: Doyle 67min, Hassell 67min
Marcatori: Doyle 5°, Gray 55° (R), Butterfield 87°

Arbitro: P Crossley
Spettatori: 12.844, di cui ospiti: 2.443

***

 

La partita di stasera sarebbe dovuta essere lo scontro al vertice tra le due favorite assolute della Championship, secondo gli accorti bookmaker agostani. 

Invece, Strachan ha abbandonato il Boro dopo la sconfitta interna con il Leeds, e noi stiamo qui a ricordare i bei tempi non dico di trent'anni fa, ma dell'anno scorso.

Sulla carta, la partita dovrebbe essere facile. Il Middlesbrough ha raccolto un punto in trasferta, a Leicester, a agosto, e i suoi giocatori si trovano in uno stato di forma e morale probabilmente peggiore del nostro: giochiamo una partita in casa, con pochissimo pubblico ospite, contro una squadra senza fiducia nei propri mezzi e con lo spogliatoio sfasciato, noi non perdiamo in casa da un anno. Voglio dire, se uno deve scegliere proprio una partita per il rilancio (o per cominciare davvero la stagione, si potrebbe dire: a questo punto, anche i paragoni rassicuranti fatti nel corso delle prime partite con l'anno scorso stanno cominciando a dimagrire a vista d'occhio), dovrebbe scegliere questa.

Sul campo, la tradizione insegna a diffidare delle squadre che hanno subito un trauma forte come quello dell'abbandono dell'allenatore, perché possono avere reazioni imprevedibili.

Poi, in realtà, non si ha l'impressione che il Forest possa maramaldeggiare su alcunché, ora come ora.

Noi siamo sempre senza Earnshaw e Tyson, e la prima è sempre di più una cattiva notizia. Notizia migliore, visto che siamo in clima di grande sportività, è il fatto che l'infermeria del Boro sembra la via del centro il sabato pomeriggio, con Willo Flood, Kevin Thomson, Rhys Williams, Matt Kilgallon e Jonathan Franks sempre sul lettino a spalmarsi canfora sulle gambe. Barry Robson è fuori per squalifica, e ci sono seri dubbi anche sull'impiego di Tavares, uscito contro il Leeds per un malore improvviso.

Il loro uomo più pericoloso dovrebbe essere Kris Boyd, attaccante scozzese fortemente voluto da Strachan che al Riverside non ha raggiunto i livelli stratosferici su cui si librava a nord del confine, ma che pare costituire, nondimeno, la minaccia maggiore per Campo; visto poi che, quando si tratta di dare una mano agli attaccanti in crisi, la nostra difesa non si tira mai indietro.

L'ultima partita al City Ground fu una nostra vittoria, gol di Cohen, ma quella fu la partita di Camp, mostruoso nel negare al Boro pareggio e successivo dilagheggio. Il bilancio delle partite di lega è 22-19 per noi, su un totale di 59 partite, con i Teessiders a secco di vittorie contro di noi da 11 anni: in Premier League passarono 2-1 al City Ground; anzi, dirò di più: quella è stata l'unica vittoria dei Teessiders contro di noi nelle ultime 27 partite di lega, e negli ultimi 36 anni. Già cago già addosso, a scrivere queste cose. Gli Dei del football sono come il mostro nel lago davanti alla porta di Moria, non dovrebbero essere stuzzicati prima delle imprese importanti.

***

Due tizi, soprattutto, sono passati dal Boro per arrivare al Forest: il primo, naturalmente, è il nostro Brian Clough, nato proprio sull'estuario del Tees, e giocatore del Boro nei primi anni di attività.

L'altro è il grande Colin Cooper, proprio uno dei componenti del Middlesbrough che vinse al City Ground nel 1999. Il ragazzo di Durham cominciò con il Boro, la squadra del suo cuore, poi passò al Millwall e poi da noi. Formò con Chettle una delle migliori coppie difensive centrali della storia recente del club, senz'altro la più forte dell'era dC. Conquistò con la maglia rossa del Forest la promozione nel 1992, il terzo posto nel 1993, il quarto di finale di Coppa UEFA del 1994, due cap con i tre leoni nel 1995, e un'altra promozione nel 1998, dopo la retrocessione dell'anno precedente.

Dopo aver riconquistato la PL nel 1997-98, Supercoops sentì il richiamo di casa e tornò al Riverside Stadium, dove giocò a alto livello per altri anni; ebbe una grave crisi nel 2002, dopo la vittoriosa finale di FA Cup contro il Man Utd, paradossalmente il giorno più triste della sua vita: qualche ora dopo la vittoria, il suo figlioletto morì in un assurdo incidente domestico, strozzato da un giocattolo.

Ancora in forza nominalmente al club sul Tees, giocò in realtà molto poco, e abbandonò definitivamente, ormai 39enne, nel 2006, l'anno della finale di Coppa Uefa, durante il quale, però, scese in campo solo per pochi minuti, in una partita contro il Fulham.

Ha avuto anche una breve carriera manageriale, come assistente al Middlesbrough, di cui fu anche caretaker tra la partenza di Southgate e l'arrivo di Strachan, che lo allontanò da ogni incarico.

Position Squadra Giocate DR Punti
1 QPR 11 21 27
2 Cardiff 11 9 23
3 Norwich 11 4 20
4 Swansea 11 3 19
5 Watford 11 8 18
6 Ipswich 11 3 18
7 Coventry 11 2 18
8 Burnley 11 7 17
9 Leeds 11 -1 17
10 Reading 11 4 16
11 Millwall 11 2 16
12 Doncaster 11 0 16
13 Derby 11 6 15
14 Barnsley 11 -1 15
15 Nottingham Forest 11 0 13
16 Hull 11 -6 13
17 Portsmouth 11 -1 12
18 Sheff Utd 11 -7 12
19 Scunthorpe 11 -3 11
20 Middlesbrough 11 -8 11
21 Preston 11 -9 10
22 Leicester 11 -10 9
23 Crystal Palace 11 -11 8
24 Bristol City 11 -12 6

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L’altra faccia del Damned United: i 44 giorni di Brian Clough nella memoria di un tifoso del Leeds.

Prima di parlare del Barnsley, concediamoci ancora qualche minuto nei rassicuranti meandri della memoria, in cui nulla di brutto può accadere che non sia già abbondantemente accaduto.

***

The Damned United non è il primo tentativo di raccontare quei 44 giorni: nel 1993 uscì un librino molto grazioso, intitolato My Favourite Year, nel quale un po' di scrittori inglesi (per meglio dire, anglofoni: ci sono anche scozzesi e irlandesi) ricordano l'anno più bello della loro vita da tifosi. Il libro è stato anche tradotto in italiano, Il Mio Anno Preferito, essenzialmente perché è curato da Nick Hornby. Sono racconti molto disuguali, alcuni allegri, altri molto tristi, alcuni molto belli, altri meno, connotati, però, quasi tutti, da un tocco melanconico, perché, naturalmente, ogni tifoso inglese che non faccia il tifo per il Manchester United e per il Chelsea sa bene che i bei vecchi tempi sono destinati a rimanere belli ma soprattutto vecchi, e a diventarlo sempre di più, almeno per un bel po' di tempo. Manchester City permettendo, ma non è che la prospettiva sia lo stesso molto consolante.

Vabbè, tra questi racconti ce n'è anche uno di tifoso del Leeds, di famiglia scozzese immigrata nello Yorkshire (tutti i tifosi del Leeds di allora erano un po' scozzesi, come vedremo, ma lui lo è più del Famous Grouse) che ricorda proprio l'anno 1974-75. (Come dice giustamente Hornby, gli anni per gli appassionati di calcio sono sempre doppi, divisi da un trattino. L'anno solare in sé, per noi, non ha alcun senso). In fondo, non è soprendente: quello è l'anno della finale di Coppa dei Campioni, ma, soprattutto, per Don Watson è l'anno in cui cominciò a seguire il Leeds anche in trasferta, in compagnia di una specie di amico, Psycho Mike; lo fa di nascosto, perché i suoi non gli darebbero mai il permesso di imbrancarsi in giro per l'Inghilterra piena di hooligan, visto che allora Don aveva quattordici anni.

Per ovviare al divieto, i giorni delle trasferte Don mente ai genitori, dicendo che va a pattinare sul ghiaccio.

Gli anni, anche quelli sportivi con il trattino in mezzo, non sono memorabili solo per i risultati o gli avvenimenti, ma anche, o soprattutto, come in tutti i rapporti amorosi, per il coinvolgimento soggettivo di chi li vive, per quanto profonda diventa l'immedesimazione di sé e dei propri destini con quella della squadra con la quale, e in un certo senso per la quale, si vive.

Il racconto parla di tutta la stagione, ma qui vorrei riproporre la parte che si riferisce al periodo in cui Brian Clough guidò la squadra, per dare anche la versione di un vero tifoso; un punto di vista che nel libro di Peace appare quasi solo nella nuda ostilità di una scritta vergata sul muro di un ingresso autostradale, "CLOUGH OUT", ma che, nel racconto di Watson, diventa l'unica linea direttrice.

DON WATSON

Psycho Mike e il pattinaggio fantasma

Leeds United 1974/75

[…]

Elland Road, dal 1972 in poi

Perché il Leeds United? Di motivi ce ne sono più che abbastanza. Non ricordo Bobby Collins, ma ricordo Billy Bremner, Eddie Gray e Peter Lorimer — il Cuore, l'Artista e il Giustiziere della mitica squadra degli anni Settanta, seguiti di lì a poco da David Harvey — uno dei pochi portieri scozzesi non clasificati come dannosi per la salute, il benessere e la generica felicità dei sostenitori — dall'abile e versatile Frankie Gray e dalla coppia terribile Gordon McQueen-Joe Jordan. Se Billy Connolly fosse stato un calciatore sarebbe stato uno di quei due duri dai piedi buoni — o forse anche entrambi. Non riuscirei a trovare un complimento migliore.

Lo United giocava alla scozzese, cosa forse non sorprendente se si considera che l'ossatura della nazionale che andò a Monaco per la fase finale dei Mondiali del 1974 era del Leeds. In quel Leeds c'erano più giocatori scozzesi, e meno inglesi, che nell'attuale formazione titolare dei Rangers Glasgow. Era una squadra dura e combattiva, certo, ma raramente cinica, per lo meno negli anni in cui io la seguii. Se episodicamente eccedevano in tackle ruvidi era per un furore agonistico e una rabbiosa voglia di vincere che si trasmetteva alle gradinate, non per malizia e premeditazione. E era anche una squadra ricca di qualità. Forse nell'anno precedente, o in altri, gli schemi erano stati più monotoni, ma ora c'era finezza nel gioco del Leeds, nelle finte in corsa di Eddie Gray, negli alati passaggi dell'altra anima celta Johnny Giles e nell'equilibrio di Allan Clarke. Anche Norman Hunter, me lo ricordo per l'impeccabile, e a tratti emozionante direzione del gioco, non meno che per gli interventi al limite.


*

Come città, Leeds era l'apoteosi degli anni Settanta: dopo tutto fu lì che girarono gli esterni di Arancia meccanica, il film con un'estetica che definì il decennio. I montanti e i viadotti di cemento della cosiddetta «Città Autostrada dei Settanta» squarciavano il guscio della città tessile vittoriana come lo scheletro di un insetto dalla grottesca magnificenza in un film dell'orrore futuribile. Era il perfetto sfondo pr una colonna sonora di Blockbuster degli Sweet o per Saturday's Night's Alright for Fighting di Eltron John, le cui miopi ironie si perdevano sulle confezioni di Tetley Bittermen di cui rigurgitavano le sale giochi mentre i club esumavano i loro contenuti.

La musica riporta ancora dei ricordi, ma è cambiata l'architettura ch eun tempo faceva loro da sfondo. Il northern soul fa ballare al Gemini, il jazz funk fa i numeri al Central, e poi c'è il battito minaccioso dei Joy Division al Fan Club, gli arroganti Weimar Tanz al Warehouse, il fragile funk dei Factory alla Up-Zone e gli Electro Sleaze al Phonographique: tutti suoni e spazi che hanno cambiato luogo. Ma a Elland Road battono sempre i piedi sugli stessi ritmi.

Nello stadio del Leeds United l'atmosfera è cambiata, fondamentalmente in meglio. Tuttavia, delle schegge di quel decennio (spesso molto letteralmente) sanguigno dei Settanta resistono. Ancora mi sorprende come Son of My Father dei Chicory TIp — una canzonetta altrimenti relegata in uno scantinato della mente fra gli LP in svendita con conver di Top of the Pops, e cover-girl in hot pants stile Pan's People — sopravviva nei cori da stadio.

Tuttora, quando sento «Jamie, Jamie, Jamie Forrester», ripenso a «Allan, Allan, Allan Clarke», e ai giorni in cui la Curva dei Kop si frammentava e si alzava l'urlo «Celtic». Con mia grande soddisfazione, la risposta «Rangers» non era mai altrettanto sonora.

Poi toccò ai rivali di «Scotland» e «England». Ci fu un momento, attorno al Mondiale del 1974, in cui gli «Scotland» sommergevano gli «England». A Elland Road mi sentivo a casa mia.

Dalla prima volta in cui, ritto in cima alla scala del Kop, guardai su verso quelle maniche battevano all'unisono, i miei ansiti, latrati e ululati si unirono ai loro. Mi fusi nel frastuono.

[…]

Leeds-Luton, Elland Road, sabato 7 settembre 1974 — Il capro espiatorio

Verso la fine della stagione '73/74 incominciai a fare il viaggio fino a Leeds in compagnia di Psycho Mike. Psycho Mike no era quello che si direbbe un amico, e non era nemmeno un amico-rivale. Giocava in una squadretta di calcio domenicale, di cui era il goleador. E io ero il goleador della mia squadretta. Quando ci incontravamo sul campo, Psycho Mike era una specie di proto-Vinnie Jones, teso a limitare la mia prestazione con una serie di interventi stile «palla o piede». Ma i miei amici veri, o erano tifosi del Manchester United — come Graham — o il loro interesse per il calcio non andava oltre il gesto simbolico. Perciò io e Psycho Mike concludevamo un armistizio e salivamo in pullman verso Elland Road, là dove io studiavo le finte in corsa di Eddie Gray e il modo di tirare di Peter Lorimer, e lui prendeva appunti sula potenza in area di Joe Jordan… e senz'altro sui contrasti di Norman Hunter, in previsione della nostra prossima guerra calcistica.

Il nostro era un sodalizio problematico. Proprio come Brian Clough e il Leeds United: in sostanza, a nessuno dei due andava troppo a genio l'altro. Qualche anno dopo, quando avevo lasciato il golf con le stelle e la sciarpa del Leeds per il taglio punk e la collana con la lametta, Psycho Mike dopo una bevuta a età illegale mi tese un'imboscata nei giardini all'inglese della città. Il divorzio tra il Leeds e Clough si era già consumato.

Nell'ultimo anno di Don Revie, cioè quello precedente, il Leeds aveva vinto il campionato, ma la squadra, composta in gran parte da elementi che giocavano insieme fin dagli ultimi anni Sessanta, era arrivata all'apice. Clough subentrò all'inizio del declino.

Quando Clough diventò allenatore del Leeds United fu come se nel 1945 Adolf Hitler fosse stato eletto leader del Partito laburista. Clough era da sempre uno dei nostri più stentorei detrattori, di quelli che ancora martellavano sulla vecchia immagine dello United come squadra concreta ma scarsa di talento quando già da tempo Giles, Cooper e Gray avevano dimostrato tutta la loro classe. Ricordo che quando seppi la notizia provai un senso fisico di nausea. Insomma, come poteva quell'imitazione ambulante di Mike Yarwood ricevere il testimone dal Don, più autorevole di uno statista?

Il Leeds aveva cominciato prdendo contro il Liverpool a Wembley in Supercoppa, con tanto di espulsione di Billy Bremner reo di zuffa con Kevin Keegan (furono poi squalificati entrambi per aver dato poco lustro al calcio levandosi la maglia mentre uscivano dal campo e rimettendosi poi a litigare). In seguito andò peggio. Nelle prime cinque partite, ottenemmo una risicata vittoria interna contro il Birmingham, un pareggio fuori e tre sconfitte.

Cosa stava facendo alla nostra squadra quel bastardo sbruffone?

Fu un'idea di Psycho Mike che per la partita contro il Luton arrivassimo allo stadio prima del solito per piazzarci in una buona posizione nella curva di Geldard Road. Risultò infine uno degli incontri del Leeds con il pubblico più scarso da anni, e restammo seduti sui gradoni di cemento del Kop sotto il piovischio, a guardare la poca folla prendere posto. Al calcio d'avvio c'erano ancora dei vuoti, l'osso di cemento che emergeva tra le carni della tifoseria.

Duncan McKenzie, il grande acquisto estivo di Clough, era stato tolto di squadra dopo che aveva sbagliato un gol elementare nella sconfitta 3-0 a Stoke, e tocco a Allan Clarke, l'autore di due dei tre golletti che avevamo segnato di lì, portare in vantaggio il Leeds. Seguì umida esultanza. Poi il Luton pareggiò.

Il malcontento fu quasi palpabile. La nostra era la squadra che solo pochi mesi prima aveva battuto il record di imbattibilità iniziale in un campionato. E adesso non riuscivamo a mettere sotto un undici considerato universalmente una gag di Eric Morecambe. Tutti sapevano a chi dar la colpa, ma l'allenatore non è una figura evidente. Una folla necessita di un bersaglio su cui concentrare la propria ira, e ecco John McGovern. Chi credeva di essere, per indossare la maglia di Bremner? Come Billy era il simbolo del Leeds vincente, McGovern diventò l'immagine dei nostri fallimenti attuali.

Il Leeds di Clough era come un cardiotrapiantato le cui probabilità di sopravvivenza stavano scemando a vista d'occhio.

Ricordo il momento in cui, sotto pressione di un attaccante, McGovern fece un colpo di tacco che passò tra le gambe di un avversario e si smarcò. Si alzò un riluttante mormorio di ammirazione. Ma aveva calibrato male, per cui il pallone li finì alle spalle troppo in là, mentre un altro attaccante si avvicinava dalla parte dove McGovern poteva non vedere. palla ignominiosamente persa: il il Kop non era incline alla generosità nei suoi riguardi. Il fatto che fu uno della vecchia guardia a rimediare al pasticcio combinato dal nuovo mise in risalto solo che i ragazzi di «Cloughie» non erano nemmeno all'altezza di indossare quel logo LU strepitosamente anni Settanta adottato nella stagione precedente.

Per il resto della partita, e specialmente dopo un inconcepibile pareggio, i suoi tocchi sempre più nervosi furono salutati da uragani di buuu, che si rovesciavano insieme alla pioviggine dalla Geldard End. John McGovern era l'organo trapiantato, e l'ospite era in crisi di rigetto.

Dopo la partita io e Psycho Mike ci attardammo al campo.

Quel giorno non c'era molta magia nell'aria, ma tuttavia il campo sembrò sgonfiarsi man mano che il pubblico usciva. In uno stadio vuoto c'è una strana atmosfera. Sembra un po' un controsenso, come una stazione ferroviaria dismessa o un supermarket abbandonato. Si può scendere dalla gradinata e fermarsi lì, a bordocampo. Toccare l'erba con i piedi è come allungare la mano verso uno specchio e scoprire che la mano ne attraversa la superficie. I giocatori escono dal tunnel ben vestiti e freschi di doccia, e ti sfilano davanti. Sembra qusi di sedersi in un cinema vuoto e vedere il cast del film che sgattaiola via dietro lo schermo. Perché i calciatori non sono reali, vero?

Poi uscì Cloughie per rilasciare un'intervista alla televisione, e noi restammo lì a guardare. Quando ebbe finito venne dritto da noi e ci chiese: «Ehi, ragazzi, come va?». 

Ci guardammo attorno. Con chi parlava? Be', nei paraggi non c'era nessun altro. Così chiacchierammo per dieci minuti, forse quindici. Mi sembrarono ore. Gli spiegammo quello che secondo noi non andava nella squadra. Lui ascoltò le nostre teorie come se gliene importasse qualcosa, e si diede il disturbo di risponderci.

Quello che mi colpì di più fu che non era affatto presuntuoso come ogni tanto sembrava alla tele.

«Non date retta alle cazzate dei giornali» disse per tranquilizzarci riguardo a certe voci di cessioni. «E non vi preoccupate. Aggiusteremo tutto».

Constatammo che non era un menefreghista, e implicitamente gli credemmo.

«Allora ciao ragazzi» disse poi, aggiungendo con un'allegra strizzata d'occhio: «Non sbronzatevi troppo nel fine settimana», ben sapendo che niente lusinga di più un adolescente che venire preso per adulto.

«Oggi non han giocato tanto bene, eh?», disse il Prof con un mezzo sorriso quando rincasai.

Non gli risposi.

Invece dissi: «Ho conosciuto Brian Clough», e salii a grandi passi di sopra, verso la santità di un disco della Sewnsational Alex Harvey Band, lasciandolo a guardare esterrefatto.

Huddersfield-Leeds, 2° turno di Coppa di Lega, Leeds Road, mercoledì 11 settembre 1974 — Il Cattivo

Le partite in trasferta in generale erano considerate rischiose, e spesso a ragione: in definitiva, inadatte per un quattordicenne non accompagnato. Ma un'eccezione fu fatta per la partita di coppa di Lega in casa dello Huddersfield, una squadra di Third Division. In fin dei conti, distava pochi chilometri di autostrada da Leeds, e era tutto fuorché una tana di hooligan.

Tra le migliaia che fecero il breve viaggio c'era un'atmosfera di attesa. Il nome di Clough fu scandito un po' provocatoriamente in coro, e io e Psycho Mike ci unimmo a gran voce. Sarebbe stata una cosetta tranquilla.

La squadra di Third Division era votata al ruolo di agnello sacrificale. Forse sgozzarla non avrebbe placato gli dei, ma di sicuro ci avrebbe rasserenati.

Sentivamo odore di sangue quando, nei primi minuti del primo tempo, ci fu assegnato un calcio di rigore. Lorimer ingannò freddamente il portiere e il delirio tra la folla fu sproporzionatissimo all'importanza del match.

Dopo di che, mentre il pallone gonfiava la rete, provai per la prima volta la sensazione di una festa che cagliava. C'era stata un'irregolarità, il rigore si doveva ripetere.

Lorimer si preparò di nuovo al tiro. E spiazzò il portiere, ma la palla centrò la scarpa di quest'ultimo e fu respinta. La fortuna ha sempre avuto parte nel calcio, ma nella storia del Leeds ha tentato ri prendere il centro della ribalta. E è stata quasi sempre avversa.

Il futuro di Clough fu deciso dall'intralcio casuale dello scarpino di un portiere.

Poi successe l'impensabile: Gowling segnò per lo Huddersfield. Gli agnelli sacrificali ci si erano rivoltati contro a zanne spiegate. Alla fine, la rete di Lorimer all'ultimo minuto fu uno squarcio di consolazione che prometteva almeno di attenuare gli scherni che avremmo dovuto affrontare il giovedì mattina. Ma il risultato voleva dire che, sotto la guida di Clough, il Leeds aveva vinto una partita su sette (in effetti, lo stesso ruolino di marcia di Revie quando aveva iniziato a allenarci). Il dramma prematuro volgeva già alla fine.

Burnley-Leeds, Turf Moor, sabato 14 settembre 1974

«Hey, rock and roll», cantava la banda giallobiancazzurra a Turf Moor sull'aria degli Showaddywaddy, «Cloughie va a casa». Sembrò un sollievo generale, in fin dei conti non era mai sembrato vero — Clough e Leeds United? No, grazie.

Io non mi unii al coro. «Penso ancora che avessero trovato l'uomo giusto al posto di Revie», fu una delle dichiarazioni che lui rilasciò ai giornali.

Quindici anni dopo, quando arrivò a Elland Road Howard Wilkinson, per prima cosa fece togliere le foto ricordo degli anni di Revie. Era la stessa tattica che aveva tentato Clough, e sono tuttora convinto che avrebbe funzionato. Ma era troppo presto. Volle strappare il vecchio cuore dal petto sotto la maglia fortunata mentre batteva ancora.

Quella contro il Burnley fu la mia prima trasferta non ufficiale. Ufficialmente, mi trovavo alla pista di pattinaggio su ghiaccio di Bradford. Splendeva il sole, Peter Lorimer segnò, e alla folla sembrò che i tempi cupi fossero finiti.

Poi Fletcher pareggiò per il Burnley. E, come se non bastasse, dopo un'ora di gioco gli avversari passarono in vantaggio su rigore. Ancora pochi minuti, e Gordon Mc Queen fu espulso e — anche se Ray Hankin subì la stessa sorte — incominciammo tutti a chiederci se quell'unico sacrificio fosse bastato a placare gli dei. E John Mc Govern cominciò a sembrare ancora più nervoso.

Leeds-Zurigo, 1° turno di Coppa dei Campioni, Elland Road, mercoledì 18 settembre 1974

Incominciavano a calare le nebbie, e il cimitero sulla collina sopra Elland Road a prendere la sua aria da set in un film dell'orrore gotico, quando scesero in campo gli svizzeri dello Zurigo, primi avversari del Leeds nella Coppa dei Campioni.

Psycho Mike bucò quella partita. Io ci andai con il perfido Weasel Garrett e suo padre. Weasel Garrett era un bullo in pectore, che non ebbe mai abbanza carattere per buttarsi fuori sul serio. Mi aveva riservato una brutta accoglienza al mio arrivo alla scuola, ma per la partita con lo Zurigo avevamo stipulato una tregua, al punto che suo padre ci scambiò per amici e mi pagò i 50 pence dell'ingresso alla Geldard.

Lui in seguito avrebbe lavato il peccato originale tentando di prendersela di nuovo con me e aizzandomi contro gli altri. Ma commise lo sbaglio di rompersi una clavicola con conseguenze lunga assenza da scuola. Io giorno in cui tornò, volarono insulti, libri e torsoli di mela. La classe sembrava una scena di Poltergeist al centro della quale sedeva Weasel, sbigottito. Io ritto sulla soglia osservavo con fierezza il mio successo. Il calcio ti insegna tante cose della vita, e io avevo già imparato l'arte di creare capri espiatori.

Ma quella sera fummo io, Weasel e il signor Garrett, e il ritorno del grande Leeds United. Terry Yorath giocava con il 4 al posto di Bremner, ancora fuori per una squalifica apparentemente interminabile. Anche Yorath un tempo era stato bersagliato dai buuu delle gradinate, ma attualmente era riabilitato, per la semplice ragione che, pur non essendo Billy, era pur sempre un acquisto «del Don», e per il pubblico un somaro della classe del Don era sempre meglio di un maestro di quella di Cloughie.

All'intervallo Clarke aveva colpito ancora per due volte, e Lorimer si era dimostrato come sempre infallibile dal dischetto. Ma il gol della partita fu il quarto, e la prestazione più scintilalte quella di un altro dei vecchi leoni, Terry Cooper, che aveva zigzagato sull'ala lasciando la difesa di stucco a guardare il suo cross al bacio per la testa di Joe Jordan e la dolce, serica increspatura della rete sotto i riflettori.

Il parvenu e i suoi pupilli brocchi non c'erano più, era otrnato Ieri. L'improbabile nome di Maurice Lindley, vice di Revie e tecnico supplente, risuonò dal Kop con una minima traccia di dubbio nelle voci.

[…]

Leeds-Liverpool, Central League, Elland Road, sabato 26 ottobre 1974

Il sabato dopo giocavamo a Liverpool, il che comportava un'altra finta visita al pattinaggio. Sebbene mi sorprenda che i miei genirotri non abbiano sentito uzza di bruciato quando dovetti alzarmi alle sei e mezzo per andare a Bradford.

La partenza del pullman era prevista lle otto, ma l'autobus he mi portà in centro era in ritardo, e erano le otto e cinque allorché girai l'angolo e vidi Psycho Mike seduto sulla pancihna e il pullman che spiccava per la sua assenza.

«Quando sono arrivato era già andato via» dichiarò Psycho Mike. Ma io ho tuttora i miei dubbi. Forse per qualche ignoto motivo Psycho Mike, l'apprendista delinquente, aveva paura di viaggiare da solo.

Così valutammo le alternative possibili. C'era il pattinatoio (ci andavamo davvero, fuori dalla stagione calcistica). Oppure c'era Elland Road e la partita fra le squadre delle riserve.

Fu la sola volta che vidi giocare la seconda squadra, e la ricordo come un'esperienza strana. Lo strano è che quella a cui assisti è una partita di calcio, né più né meno. Una partita della prima squadra è una spettacolare (o non tanto spettacolare) rappresentazione drammatica, un'interazione tra tifoserie, giocatori e dirigenti avversi, ciascuno contrapposto all'altro. Con le riserve, tutto ciò viene meno.

E proprio per questo, a parte l'evidente problema delle motivazioni, la partita delle riserve rappresenta un ottimo osservatorio per valutare le qualità tecniche di un giocatore. E in quella occasione ce ne fu sicuramente uno che si distinse. Era un centrocampista capace di tenere palla, di variare il gioco, di inventare e di governare il campo. In breve, potenzialmente era il perfetto erede di Billy Bremner. Si chiamava John McGovern, e di lì a un mese ci venne soffiato dal nuovo allenatore del Nottingham Forest, Brian Clough.

***


E così via, attraverso le partite di Prima divisione, ma, soprattutto, quelle contro l'Anderlecht di Rensenbrink, il Barcellona di Cruijff e Neeskens e il Bayern di Beckenbauer e Gerd Müller, in Coppa dei Campioni. Soprattutto quest'ultima viene narrata da Don Watson con toni drammatici che a me, che la vidi e me la ricordo benissimo, paiono molto adatti a una delle più ingiuste finali di Coppa dei Campioni che io mi ricordi. Vediamo come Don finisce il suo racconto di quell'anno straordinario.

***

E così, era finita. La televisione tornò alla sua programmazione normale come se niente fosse successo.

Quell'anno non vincemmo nulla. Ma, ripensandoci, rammento i drammatici alti e bassi del 1974-75 con più vividezza dell'imbattibilità del 1973-74. Ancora nel 1993, mentre consegniamo il titolo all'ultima squadra di tutta l'Inghilterra che vorremmo come erede, mentre i tifosi del Leeds cantano per l'ultima volta «We are the Champions» — e aggiungono l'audace contrappunto di «Champions of Europe», io sento l'eco, il tributo alla squadra che fu moralmente campione d'Europa nel 1975, così come l'Olanda fu moralmente Campione del Mondo nel 1974.

Fu una stagione epica, in cui il primo dramma ebbe a compiersi prima della fine di settembre. Cosa avremmo potuto pretendere di più?

Comunque, un lieto fine non mi avrebbe fatto schifo.
 

Ecco. È vero, caro, caro Don Watson, e lo sanno tutti i veri tifosi di calcio. Siamo accusati spesso di non guardare al di là del risultato, ma, naturalmente, non è vero.

Siamo perfettamente in grado di riconoscere i tratti dell'epica in una sconfitta, e quelli della truffa e della casualità in una vittoria; lì per lì, certo, gioiamo per la seconda e ci disperiamo per la prima, ma, alla spietata prova del tempo, tra queste due è quasi sempre la glorious defeat a germogliare e a metter radici nel piccolo santuario interiore dove raccogliamo i ricordi più belli.

È per questo che nel mio cuore, tra le stagioni più belle e memorabili, quella del 5 maggio brilla cento volte più luminosa di quella degli scudetti marci di Mancini, e è per questo che il ricordo di Brian Clough immobilizzato in panchina prima dei disastrosi supplementari con il Tottenham nella sua unica finale di Coppa al Forest, o quello del suo ingresso in campo, con Venables che lo abbraccia e lo prende per mano, nella stessa partita, vivranno in me più belli e più a lungo di qualsiasi memoria felice.

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On the road again: Barnsley.

Rieccoci. Dopo questo piccolo viaggio nella storia, la quotidianità incombe di nuovo. Non so voi, ma io le soste per la nazionale non le sopporto proprio. Se poi sono condite da partite ignominiose come quella dell'Inghilterra, o da situazioni allucinanti quali quelle verificatesi durante la non-partita dell'Italia, ancora peggio.

Dunque, domani si parte per lo Yorkshire.

Il Barnsley è una squadra nel nostro intorno di classifica, come il 90% delle squadre di Championship, e viene da una sconfitta interna contro il Cardiff per 2-1, contraddistinta, però, da una prova molto gagliarda.

Diciamo che i Tykes ("tyke" è una parola gergale per indicare gli abitanti dello Yorkshire, che indica letteralmente quei cagnozzi bastardini piccolini e fracassoni, e è il soprannome dei ragazzi del Barnsley) stanno giocando benino, ma non è che quanto a risultati siano proprio delle macchine da guerra, ultimamente, a parte la partita in cui ha spazzato via il Leeds per cinque a due, tipo un mesetto fa: contando anche la scorsa stagione, hanno vinto solo tre delle ultime ventuno partite, mentre la nostra striscia di imbattibilità ammonta ormai a nove gare; ma io non è che confiderei granché in questi numeri, alla luce della follia imperante nel nostro campionato e nella testa di alcuni nostri giocatori, soprattutto là dietro.

La notizia più importante, per quanto riguarda la squadra e la formazione, è che il Forest non sarà guidato all'Oakwell da Billy Davies, in balia di una brutta influenza (il nostro Gaffer è molto soggetto a questo tipo di malanni, e anche l'anno scorso perse tre o quattro partite, per questo motivo). La squadra, dunque, sarà condotta dal secondo, Ned Kelly, con il quale non è che abbiamo proprio un record brillantissimo. A mia memoria, con lui in panca non abbiamo mai vinto, ma potrei sbagliare.

Ned Kelly guiderà la squadra domani, anche se l'undici di partenza, ha dichiarato, sarà scelto da Billy Davies.

Per quanto riguarda la squadra, Earnshaw dovrebbe essere sempre fuori, mentre, tra i nazionali, è in dubbio Raddi Majewski, reduce da una trasfertona con la nazionale polacca in America, con due 2-2 maturali contro Usa e Ecuador. Gli altri nazionali non dovrebbero avere problemi di sorta, anche se Bertrand sarà affaticato dal doppio durissimo confronto con la Romania U-21  che ha garantito all'Inghilterra di categoria la qualificazione per la fase finale degli Europei.
Potrebbe giocare Adebola, protagonista di una partitona nella partita infrasettimanale delle riserve, nella quale ha realizzato un hat-trick.

L'uomo più pericoloso per noi dovrebbe essere Hugo Colace, centrocampista argentino con il gusto per il gol.

I precedenti a Oakwell (che, al contrario del Deep Throat di Doncaster è uno stadio come si deve, bello, risalente al 1888 e a portata di passo dalla stazione e da un sacco di ottimi pub) non sono brillantissimi, dato che il Forest è passato nello stadio del Barnsley una sola volta negli ultimi 58 anni; i confronti diretti parlano di 26 vittorie a testa su 70 partite.

L'anno scorso i Tykes vinsero per 2-1, con doppietta di Bogdanovic, punta maltese che quest'anno si è trasferita allo Sheffield United. La partita si ricorda soprattutto per il gol del pareggio annullato a Earnshaw per un più che dubbio fallo sul portiere. Al City Ground fu un'altra partita da batticuore, con gollonzo di Moussi allo scadere a sancire il più striminzito degli unoazeri.

Poi, vediamo un po'.

Cloughie, nel gennaio del 1990, prese uno degli idoli del Barnsley, David Currie, autore di 40 reti per i Tykes in due anni, ma il ragazzo passò a Nottingham solo sei mesi, con otto presenze condite (la pietanza risulta un po' insipida) da una rete; poi si trasferì all'Oldham, dove, nel 1991, vinse la seconda divisione (erano gli anni d'oro dei Latics, che l'anno precedente avevano raggiunto la finale di Coppa di Lega, persa contro di noi), e alla fine tornò al Barnsley.

Ah, e auguri al nostro skipper, Paul McKenna, che, se giocherà, metterà insieme la sua cinquecentesima presenza in una partita di lega.

Stato di forma (ultime cinque partite):

Forest — 9 punti su 15
Doncaster (A) 1-1
Sheffield United (H) 1-1
Swansea (H) 3-1
Hull (A) 0-0
Preston (A) 2-1

Barnsley — 5 punti su 15
Cardiff (H) 1-2
Scunthorpe (A) 0-0
Reading (A) 0-3
Derby (H) 1-1
Leeds (H) 5-2

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Good bye and farewell, Eddie Baily.


Non è certo uno dei nomi che più si ricordano, quando si parla del Forest, e il mio volume sulle leggende del Forest non ne fa cenno, eppure Eddie Baily era un ottimo giocatore, che fece parte anche della sfortunata spedizione inglese al loro primo mondiale, quello del 1950.

La squadra della sua vita non fu il Nottingham Forest, ai quali diede, comunque sia, un ottimo contributo, ma il Tottenham Hotspurs, con la maglia bianca dei quali disputò dieci stagioni, dal 1946 al 1956, vincendo un campionato di seconda divisione e un campionato di prima divisione consecutivi.
Baily ottenne, dunque, un titolo inglese giocando in una squadra neopromossa, impresa che sarà eguagliata, poi, solo dal Forest di Brian Clough.

Nel gennaio del '56 si trasferì al Port Vale per la cifra record, allora, di 7.000 sterline, ma nell'ottobre dello stesso anno fu venduto al Forest, nonostante alcune ottime prestazioni, perché giudicato troppo individualista dai suoi compagni.

Interno di ottima tecnica, giocò con i True Reds 68 partite, marcando 14 reti. Al Forest, con l'avanzare dell'età e il calare della velocità di base, abbandonò il suo ruolo originario, per arretrare in centromediana a dirigere il centrocampo dall'alto della sua esperienza, e contribuendo in maniera sostanziale al ritorno del Nottingham in prima divisione, nel 1957.

Nel 1958, giudicandosi ormai inadatto al calcio di vertice, si trasferì al Leyton Orient, proprio vicinissimo a casa sua, dove concluse in maniera strabiliante un'ottima carriera: da giocatore allenatore, condusse l'Orient a disputare la sua unica stagione in prima divisione, nel 1962-63, dopo la quale lasciò il calcio giocato.

Divenne coach, assistente al suo Tottenham del grande Bill Nicholson, dal 1963 al '73, per poi dedicarsi a tempo pieno alla sua attività di insegnante di educazione fisica a Enfield, continuando a coltivare la grande passione per il calcio da osservatore per il West Ham.
Il suo periodo di coaching tra gli Spurs fu caratterizzato da un atteggiamento molto "aggressivo" dalla touchline, basato su stentoree imprecazioni che i testimoni descrivono come "molto colorite", indirizzate soprattutto a coloro tra i suoi giocatori che gli sembrava non si impegnassero allo spasimo.

Rimane celebre un'estenuante serie di bestemmie indirizzate a Martin Chivers, un centravanti molto dotato ma piuttosto fancazzista — che qualche appassionato italiano avanti con gli anni ricorderà, come lo ricordo io, aver visto alla televisione svizzera nei suoi anni passati al Genève Servette — nel corso di una partita di coppa esterna contro il Rapid Bucarest: verso il novantesimo Chivers, dopo una partita passata a ciondolare e a non dare un dito in fase di copertura, segna un gol strepitoso, Baily si gela, mormora un complimento, e Chivers lo manda molto platealmente affanculo.

Testimonianze dei giocatori del Tottenham di quel periodo danno conto, anche, delle anche allora straordinarie qualità tecniche di Baily, e della sua incredibile precisione di calcio, di cui faceva volentieri mostra in allenamento.

Eddie Baily con Bill Nicholson

Nel suo necrologio pubblicato dal Guardian, Brian Glanville lo definisce the quintessential cheeky Cockney, a dazzling technician, a razor-sharp passer of the ball, excitingly quick in thought and movement, one of the best inside-forwards of his era, e non abbiamo motivo di dubitarne.


Eddie Baily era nato il 6 agosto del 1925, e è morto ieri, dopo una breve malattia.
 

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Roy Keane, gli inizi al Forest

Da Lopo, lettore e commentatore competente di questo blog, riceviamo e pubblichiamo molto volentieri un pezzo su Roy Keane. Resta inteso che chiunque voglia intervenire sul Forest e sulle sue leggende sarà il benvenuto.

* * *

Roy Maurice Keane nasce a Cork, in Irlanda, il 10 agosto 1971, quarto di cinque fratelli. A differenza di altri grandi giocatori, non entra nell’academy di qualche club importante, ma rimane a giocare in squadre locali, l’ultima delle quali era il Cobh Ramblers. Nel febbraio 1990 fu notato da uno scout del Forest, Noel McCabe. Nel proporgli un provino, McCabe gli disse: “ Sei il tipico giocatore da Forest, ragazzo. Puoi passare la palla con semplicità, lavorare sui due lati del campo e segnare. Andrai d’accordo con Brian Clough”.
Nel mese di aprile, Keane ha la sua occasione, si allena con le riserve, gioca 70 minuti contro il Tranmere Rovers. Clough aveva visto abbastanza, decise di mettere sotto contratto quel ragazzo irlandese.

John O’Rourke e il vicepresidente John Meade guidavano la delegazione del Cobh Ramblers per chiudere questo affare con il Forest. La società chiese l’assistenza dell’ex giocatore del Chelsea e dell’Inghilterra John Hollins che aveva familiarità con questo tipo di affari.

A Nottingham Ronnie Fenton presiedeva l’operazione. Appena tutto iniziò, io mi sforzai di rimanere calmo. I signori del Cobh stavano parlando di tanti soldi.
Le cose non andavano bene finché Brian Clough non entrò nella stanza. Aveva un vecchio maglione verde e portava con sé il suo golden retriever.

Mentre io giocavo con il cane, gli altri parlavano di soldi. Clough ordinò a Fenton di dare “ai gentlemen irlandesi” un drink.
“È valido?“ chiese Clough a Fenton, puntando il dito verso di me.
“Può giocare, capo” rispose Fenton.
Adesso stavano parlando di soldi reali: £20.000 subito, altre £10.000 dopo 10 partite con la squadra e ulteriori £10.000 quando fossi arrivato a 20 partite.
Altre £7.000 sarebbero andate al Cobh quando avessi raggiunto quota 5 presenze nella nazionale irlandese.
“Abbiamo chiuso l’affare, Mr Clough”, sentii dire da John O’Rourke.
“Questi soldi non andranno a finire nelle vostre tasche, vero?”, ringhiò Clough.
“Mr Clough, abbiamo dovuto prendere un giorno di ferie dal lavoro per essere qui oggi. Ci costa dei soldi” rispose O’Rourke.
“Ok Ronnie, dagli i soldi”. Girandosi verso la delegazione irlandese, aggiunse: “Potete chiamarmi Brian. Adesso beviamo qualcosa”.
Girandosi verso di me e il cane, disse bruscamente : “Eccetto tu, tu puoi chiamarmi Mr Clough”.

Hanno rotto lo stampo quando hanno creato quest’uomo, pensai dentro di me.

Questo è il racconto del primo incontro tra Clough e Keane, raccontato da quest’ultimo. L’impatto di Keane con il Forest è buono, per un ragazzo che giocava tra i semidilettanti trovarsi a giocare con Pearce, Des Walker, Hodge e Nigel Clough è quasi un sogno. Nella squadra riserve, tra gli altri c’è Steve Stone. Keane debutta con la maglia del Forest ad Anfield:

Era la classica sfida che Brian Clough amava. Se le altre squadre erano già battute prima ancora di vedere il celeberrimo cartello “THIS IS ANFIELD” posto nel tunnel che dagli spogliatoi porta in campo, Clough sentiva il desiderio di violare quella leggenda e trasmetteva questo pensiero ai suoi giocatori. Per rendermi utile iniziai ad aiutare il magazziniere a preparare tutto il necessario. “Irlandese, cosa stai facendo?”
“Sto dando una mano”, risposi.
“Beh, prendi la maglia numero 7. Sei in campo”.
“Scusi?”
“Sei in campo”.
Rimasi scioccato.

Quando incontrai Brian Clough nello spogliatoio del City Ground la mattina seguente, mi chiese il mio nome.
“Roy” risposi.
Poi si tolse le scarpe, piene di fango per avere portato in giro per i prati il suo cane Dell.
“Dagli una pulita per me, Roy. Lo farai vero?” .
Ero felice di potermi rendere utile. Sapevo bene cosa stava facendo e perché.
Ma non c’era alcun pericolo che mi montassi la testa.

Nel debutto casalingo (contro il Southampton), tutta la famiglia di Keane si reca al City Ground. Il Forest vince 3-1 e Keane, autore di una buona partita, viene sostituito a 10 minuti dalla fine in modo che gli venga tributata la standing ovation e a fine partita viene richiamato da Clough in campo.

Rimasi ancora più sorpreso quando Brian Clough mi abbracciò e mi baciò sulla guancia per il piacere e il divertimento della folla. […]
Nel giorno della partita con il Southampton, Clough fu particolarmente cortese con la mia famiglia. Con tutto il suo successo Clough poteva essere estremamente umano, cosa non molto frequente quando si parla di leggende viventi.

Bastone e carota, decisamente un profondo conoscitore dell’animo umano!

Roy Keane – la carriera al Forest

Nel suo libro, (o meglio nella sua prima parte) Keane ha solo parole belle per Clough, il Forest e Nottingham. L’ambiente di Nottingham a Keane ricordava la natìa Cork ( prendiamolo come un complimento!).

Per quanto riguarda il Forest , Keane indica in Pearce e Des Walker i giocatori più rappresentativi:

Ci sono persone che si definiscono professionisti ma in Stuart Pearce abbiamo il giocatore che da il vero significato a quella parola. Pearce era un leader, un vero professionista, come d’altra parte dimostrò nel pareggio di coppa a Newcastle ( 4° turno FA CUP 1991).
Funse da esempio.
La sua voglia di sfida era contagiosa. Quando le altre teste stavano iniziando ad abbassarsi, Pearce localizzò i giocatori e li spronò a reagire.
Alcuni avevano bisogno di essere insultati, altri di una pacca sulla schiena. Se Stuart Pearce era il mio modello in campo, Des Walker era il mio uomo della notte.
Des era un ottimo giocatore. Era anche un playboy di livello mondiale.
Possedeva macchine, aveva il look giusto e rimorchiava le ragazze. Amava farsi una bevuta ed era una grande compagnia per passare le serate. Des prese me e altri giovani giocatori sotto la sua ala protettrice nei suoi giri nei locali alla moda di Nottingham.
Mentre lui teneva il campo, circondato, al mio innocente occhio irlandese, di bellissime ragazze, offrendo da bere a tutti, noi eravamo felici di avere ruoli di supporto silenziosi. Giovani, single e giocatori del Forest, cosa potevamo volere di più? [Nei tour serali di Nottingham Roy conoscerà Theresa, che diventerà sua moglie]

La prima stagione al Forest di Keane termina con la sconfitta nella finale FA Cup contro il Tottenham.
Qualche giorno dopo arriva la convocazione per la nazionale irlandese; abituato a Clough, Keane è inorridito dai sistemi di Jack Charlton:

L’approccio al calcio di Charlton era agli antipodi rispetto a quello che avevamo al Forest. Passare la palla non era una priorità.
Quello che lui chiedeva era un altro tipo di calcio: si doveva creare problemi agli avversari piuttosto che essere creativi. L’idea era quella di sparare la palla lunga dietro ai difensori avversari prima di iniziare a pressarli.
[….]
Uno stile di gioco piuttosto elementare, difficile da coniugare per qualcuno che aveva un background come quello del Forest dove mettevamo in pratica un gioco fatto di molti passaggi.

La seconda stagione al Forest inizia sotto i migliori auspici:

Ero fortunato a trovarmi in una buona squadra, allenata da un grande manager. Stuart Pearce, Des Walker, Nigel Clough e Teddy Sheringham (acquistato dal Milwall) erano giocatori di prima fascia, che davano il giusto mix di classe e competitività al nostro gioco.
Eravamo all’altezza di giocare con tutti in una giornata favorevole.
Ma in un campionato il Forest non aveva le forze necessarie per stare al passo dei grandi club. Alla fine della stagione il Forest si classifica ottavo.
Qualcosa inizia a scricchiolare, siamo alla viglilia della nascita della premier league; nei tifosi del Forest inizia ad insinuarsi il dubbio che Clough non era più l’uomo della leggenda, capace di compiere altri miracoli, anche nello spogliatoio le opinioni su Clough sono variegate: alcuni giocatori avevano paura di lui; ad altri non piaceva; alcuni brontolavano per non aver visto abbastanza del manager.
Il mio personale punto di vista su Clough non era forse molto obbiettivo: lui mi ha dato un chance, devo a lui tutto quello che ho.
Quanti manager rischierebbero la loro reputazione mettendo in squadra un diciannovenne ad Anfield, un ragazzo senza alcuna esperienza nel mondo del professionismo?

Incominciava anche a cambiare anche l’atteggiamento dei giocatori ( e il loro stile di vita ). Keane si scaglia contro i giocatori svogliati interessati più al golf e allo shopping che agli allenamenti. Il suo tardivo arrivo al mondo del professionismo (e la cura Clough) hanno influito sulla sua visione delle cose: ribadisce la sua ammirazione per “psycho” Pearce, definito uno che “non aveva mai chiesto a nessuno qualcosa che lui non fosse preparato a fare” oramai detestato da una parte dello spogliatoio.

Un giorno, quando lui era assente dal campo di allenamento, stavamo preparandoci per una seduta di pesi.
Dopo una mezz’ora, Dell, il cane del manager comparve davanti a noi seguito dal suo padrone, vestito come al solito con un cappotto di pecora , una camicia verde e degli stivali.
“Che cazzo sono questi così?” chiese Clough a O’Kane riferendosi ai pesi.
Prima che O’Kane potesse spiegare , Clough ordinò “Metteteli fuori di qui … e tirate fuori i palloni”.

Questa era la sua forza. E, suppongo, la sua debolezza con il gioco che stava cambiando mentre ci preparavamo ad entrare nell’era della Premier League. Tristemente, come Margaret Thatcher, la signora che lui disprezzava, Brian Clough non era pronto alla svolta.

Nella terza stagione (1992/93) la squadra è sostanzialmente quella dell’anno precedente; dopo poche settimane, Sheringham se ne va agli Spurs e, dopo tanti anni c’è la sensazione che Clough stia perdendo la fiducia della società.
La squadra va male e cominciano le voci dell’interesse di Blackburn, Liverpool, Arsenal e Aston Villa su Keane.

Da profondo conoscitore dell’utilizzo del bastone e della carota, Clough in pubblico attacca Keane dichiarando : “Keane è come un bambino che si sveglia la mattina di Natale e trova una mela un’arancia e una scatola di smarties nella sua calza. Vuole di più”.
In privato, invece, lo aiuta ad avere un nuovo contratto.
Nel prosieguo della stagione si infortuna anche Pearce, l’anima della squadra, rimanendo fuori per un paio di mesi.
Al penultimo turno, la partita al City Ground con lo Sheffield United è decisiva, una sconfitta significa retrocessione. Alla vigilia Clough annuncia le sue dimissioni al termine della stagione. Dopo l’annuncio Clough non si era più incontrato con la squadra fino a pochi minuti prima del match decisivo:

Mentre camminavamo nel tunnel alle tre meno cinque, improvvisamente apparve Brian Clough. Ci venne incontro dalla fine del tunnel vestito con il cappotto di pecora, gli stivali e con in mano una pala, fischiettando! Penso volesse arrivare a farci capire che si trattava di un’altra partita.
“Non preoccupatevi ragazzi, io non sono preoccupato!”.
Folle.
Clough allo stato puro.
Sfortunatamente questa volta il trucchetto non funzionò .
Lo Sheffield United ci battè 2-0. Troppo consci del prezzo del fallimento, alcuni dei nostri giocatori erano impietriti.

Eravamo, in teoria, troppo in gamba per uscire dalla Premier League. Ma in qualche modo l’energia e la convinzione che Brian Clough al suo meglio aveva inculcato nelle sue squadre non c’erano più. Distratto da cose che non avevano a che fare con le questioni della squadra, in disaccordo con la dirigenza e gli azionisti del Forest, stanco di spingere questa società relativamente piccola oltre le sue potenzialità, Clough stava assaporando, per la prima volta nella sua illustre carriera, il sapore del fallimento.
Quelli che nello spogliatoio del Forest si erano lamentati del fatto che fosse cotto avevano ragione. Come sempre nello spogliatoio l’ultima cosa che le persone fecero fu guardarsi dentro e accettare la responsabilità dei loro fallimenti.

Pochi minuti dopo aver perso il loro status di giocatori di Premier League, alcuni dei ragazzi si stavano facendo degli scherzi dentro le docce. Non ci potevo credere. Le loro carriere erano in caduta libera e loro stavano pensando in quale ristorante andare quella sera!

Così si conclude la carriera di Keane al Forest.
Una clausola nel suo contratto gli permette, in caso di retrocessione, di essere ceduto.
Il Forest è d’accordo a liberarlo a fronte di un adeguato prezzo. Il pretendente più deciso è il Blackburn Rovers, club emergente ( che aveva acquistato da poco Alan Shearer ) il cui manager, Kenny Dalglish, era vicinissimo all’accordo.

Quella vecchia volpe di Alex Ferguson si intromette e convince Keane a firmare per lo United con la frase: “Roy, il Manchester United dominerà in campionato con te o senza di te. Con te possiamo vincere in Europa!”

Di Clough Keane parla sempre con profonda stima e rispetto, direi quasi con affetto, anche il problema dell’alcolismo viene accennato quasi con pudore. A mio avviso la seguente frase indica con precisione il pensiero di Keane:

Avrei avuto più tardi i miei problemi con Brian Clough – nessuno a dire il vero particolarmente serio – avrei sentito le storie sulle sbronze e tutto il resto, ma non avrei mai dimenticato quello che aveva fatto per me e come l’aveva fatto.

Era un uomo fatto a modo suo, preparato a fare scelte audaci, che si oppongono al buon senso comune

Molto triste e toccante è un episodio che Keane racconta dell’ultimo periodo della sua carriera al Forest:

Brian Clough non era immune alla pressione di una possibile retrocessione, anche se stava lavorando duramente perché mantenessimo un atteggiamento positivo.
Dopo una partita casalinga, andai da lui per chiedergli qualche giorno di permesso per andare a casa. Erano circa le 17.30 di un buon pomeriggio invernale. La sua segretaria mi portò nell’ufficio del manager.
Graham Taylor era seduto in corridoio davanti ad un ufficio all’apparenza vuoto. Non c’erano luci. La segretaria mi aprì la porta e mi fece cenno di entrare. Mentre stavo per sedermi ad aspettare l’arrivo di Clough – pensavo fosse nella sala del consiglio- una voce bisbigliò : “Roy, Roy, quaggiù.”

C’era uno dei più grandi manager del mondo del calcio seduto in un angolo.
“C’è ancora Taylor là fuori?”
“Sì, Boss” risposi.
Mettendo un dito davanti alle labbra mi ordinò di stare zitto.
“Vuole vedermi per Nigel, ma non voglio parlargli, Ron gli ha detto che sono andato a casa”, sussurrò Clough.
Da un lato la scena era comica, dall’altro molto triste.
Taylor era il manager dell’Inghilterra, un ruolo che Clough aveva molto desiderato. Nigel era un papabile per un posto in nazionale. Capii che, dopo un altro brutto sabato pomeriggio, Clough non poteva preoccuparsi di una stupida chiacchierata post-partita di quelle che i manager di calcio sono obbligati a fare.
“Posso avere qualche giorno libero, Boss”, bisbigliai.
“Certamente ma esci dall’altra porta. Io resto qui, finche quel fottuto non se ne sarà andato “.

Mentre lasciavo Brian Clough che si nascondeva nel suo stesso ufficio, riflettevo sul peso che il calcio può avere anche su di uno dei suoi personaggi più combattivi.

Purtroppo il libro e’ del 2002, per cui non ci altri sono ricordi su Clough.

Roy Keane – oltre al Forest

Quanto sopra è tratto dalla prima parte della biografia che Roy Keane ha scritto (coadiuvato da Eamon Dunphy) nel 2002, in occasione del suo “gran rifiuto “ alla vigilia dei mondiali nippo-coreani.
Personalmente, ho una ammirazione speciale per Keane, per la sua determinazione e per il suo modo di essere leader con un gusto un po’ retrò (gli attacchi frequenti ai giovani viziati sono l’indice di uno spirito “old style” o scuola Clough se preferite).

Il libro è godibile, e anche nella restante parte ci sono diversi spunti interessanti: dalle note sui compagni allo United (Cantona su tutti) ai racconti sulle partite importanti (mi piace ricordare la semifinale di Champions League 98/99 Juventus- Manchester United, a mio avviso la miglior partita dello United degli ultimi 20 anni) dal disagio dell’esperienza in nazionale, quasi amatoriale rapportata alla professionalità del Forest prima e dello United dopo, alla ragnatela di “informatori” (tassisti, baristi, buttafuori) che davano a Ferguson gli spostamenti notturni dei giocatori.
Vorrei solo proporre due momenti che mi hanno colpito e che danno la cifra della professionalità (o grande amore per il calcio) di Keano:

Quell’estate se ne era andato Peter Schmeichel. Il capo aveva ingaggiato due portieri per sostituirlo: Mark Bosnich dal Villa e Massimo Taibi dal Venezia. Bosnich aveva un carattere piacevole. Portiere dotato, Bosy non sembrava esattamente un professionista molto dedito. Al suo primo giorno arrivò un ora in ritardo all’allenamento. Il manager era via da qualche parte. Quando Bosy comparve intorno alle undici, gli chiesi dove fosse stato.
“Mi sono perso sulla strada dall’hotel” sogghignò compiaciuto. Aveva spesso quel ghigno.
“Che cazzo vuol dire mi sono perso?” risposi anch’io sorridendo.
“Sì, ragazzo” disse Bosy “E’ il tuo primo giorno al Manchester United e tu arrivi con un ora di ritardo al fottuto allenamento” dissi.
È strano, ma quel piccolo incidente mi ricordava qualcosa. Come Bosnich, anch’io ero stato dirottato al Four Season Hotel il mio primo giorno a Manchester, sei anni prima. Temendo di arrivare in ritardo, chiamai un taxi, dissi all’autista di andare al The Cliff e lo seguii con la mia macchina. Arrivai un ora in anticipo. Le piccole cose sono importanti, spesso mostrano quale impegno metti nel lavoro.
Gli diedi una mossa per svegliarlo e fargli capire cosa ci si aspettava da un giocatore del Manchester United.

Quest’ultima frase non mi suona molto rassicurante…

Avevamo fallito il tentativo di difendere la Champions League. Ad essere onesto non ne ero sorpreso. Dopo avere vinto i tre trofei sapevo che sarebbe stato difficile creare quella fame necessaria per vincere l’accoppiata Premiership/Champions League nella stagione seguente. Iniziai ad avere i primi dubbi nello spogliatoio del Nou Camp dopo la vittoria contro il Bayern. C’era lo champagne, la gente stava perdendo la testa. Ovviamente era comprensibile, la natura umana. Ma la mia verità, quello che sentivo dentro e non lo dicevo, era che eravamo stati fortunati a battere il Bayern quella sera. In quel momento non potevo dirlo. Non avevo contribuito (Keane era squalificato per la finale di Barcellona contro il Bayern). Comunque era quello che pensavo. […]
Quando sentii le interviste del post partita, i miei dubbi, aumentarono. Un paio di giocatori dissero alla stampa che dopo quella serata non gli sarebbe importato niente se non avessero vinto più nulla. Ottimo, pensai. Sovraeccitati forse, ma cosa cazzo faremo l’anno prossimo? Stanno così le cose? Abbiamo fatto la storia, adesso ci vogliamo fermare qui? Non ci importa se non vinciamo più nulla? Gesù; inizia a pensarla così e non vincerai davvero più nessun altro trofeo.
Quello che è accaduto a Dwight Yorke da quella sera è forse l’esempio più drammatico della nostra caduta. Ma altri si erano ammorbiditi in modo più sottile e insidioso. […]

Mi faceva impazzire allora, mi fa impazzire adesso. Cosa dire del passo successivo, quello che ci avrebbe portato dalla gloria della Premiership fino al livello del Real Madrid? Avrebbe dovuto piacerci quella notte… e farci andare avanti. Non l’abbiamo fatto. Pagheremo per questo. Non vinceremo più un fottutissimo trofeo.

La sconfitta col Real Madrid andava bene, perché non ce la potevi fare ogni anno. E perché no? Il Liverpool ce l’aveva fatta. Il Real ce l’aveva fatta. La Juventus ce l’aveva fatta. Il Bayern ce l’aveva fatta.

Forse la prima crepa nel rapporto tra Keane e lo United risale ad uno dei momenti più belli del club: la conquista del treble…. Mi sono sempre chiesto chi fossero i due giocatori “incriminati” ; uno di sicuro è Yorke, il secondo direi che è Butt, che dopo Barcellona è andato sempre in calando (al debutto sembrava invece più forte di Scholes…).

Con queste note spero di avere deliziato gli esigenti palati dei tifosi del Forest .

Ringrazio Brian per l’ospitalità

Lopo

Per chi volesse approfondire:
Roy Keane – l’autobiografia
Roy Keane e Eamos Dunphy
Edizioni Libreria dello Sport

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