The day Brian Clough’s knee fucked off.

Brian Clough era stato un calciatore brillantissimo. 251 reti in 274 presenze con Boro e Sunderland, parlando solo di partite di campionato. Due presenze in nazionale venendo dalla seconda divisione, e poi basta, anche grazie alle pesanti critiche rivolte al selezionatore Walter Winterbottom nel corso di una tournée nei Paesi dell'Est Europa durante la quale Cloughie non vide mai il campo.

La sua carriera fu spezzata, è proprio il caso di dirlo, dalla collisione con il portiere del Bury Chris Harker, che gli provocò la rottura del crociato, nel corso di un gelido Boxing Day match del 1962. Non si recuperava, allora, da un infortunio così.

Bill Taylor, un appassionato presente da ragazzino a quella partita, ha rievocato quei tempi su un blog dedicato al Sunderland; anche se il post accenna solo marginalmente a Brian Clough e al suo incidente, mi sembra opportuno tradurre qui l'intero intervento, perché è una bella testimonianza del calcio inglese che fu, e anche del modo in cui si diventa tifosi di calcio, così simile in tutti i Paesi e in tutte le epoche.

Il giorno che mio padre capì che la carriera di Clough era segnata.

Udii per la prima volta il ruggito del Roker da lontano, da un giardinetto a un paio di isolati dal Fulwell End. Non avrò avuto più di cinque anni, allora.

«Che cos'è?», chiesi. E mio padre rispose «Mah, sembra che i ragazzi ne abbiano messo dentro uno».

I ragazzi?

«Il Sunderland», disse, con un pizzico di impaziente irritazione, come se avessi davvero dovuto saperlo senza chiederlo. «La squadra. La nostra squadra».

Fu allora, penso, che diventai un Mackem. Sapevo a malapena che il calcio esisteva, eppure avevo già una squadra: se era la sua squadra era anche la mia squadra, naturalmente. La NOSTRA squadra.

[Mackem è il corrispettivo per Sunderland del termine Scouser per Liverpool: una parola che indica sia la provenienza geografica che l'appartenza alla tifoseria di una squadra].

Il Roker Park di quegli anni.


Mio padre veniva da Ryhope, e mia madre da Houghton-le-Spring. Il famoso giardinetto era attaccato alla casa di alcuni amici dei miei. Gli facevamo visita spesso, partivamo da Bishop Auckland e attraversavamo tutto il distretto di Sunderland, con il bus 57 della Northern o della United, si spartivano la stessa linea: arrivavamo a Sunderland, e dalla fermata dell'autobus prendevamo il tram fino a Fulwell, un vecchio tram che cigolava durante il viaggio come una vecchia goletta in un vento di tempesta.

Il vecchio doveva aver deciso che quella scarna conversazione significava che ero pronto, e cominciò a portarmi alle partite del Bishop, al vecchio campo di Kingsway. Erano i tempi in cui i Two Blues dominavano il calcio dilettantistico inglese, e in cui la differenza tra il calcio professionistico della Football League e quello amatoriale era molto meno marcata di quanto non lo sia ora.

Aveva un amico che faceva il tifo per il Crook Town, i nostri più agguerriti rivali nella Northern League, e un altro ancora che seguiva, in uno stato di depressione pressoché costante, le fortune del Ferryhill. Pensavano che fosse tipo una grave psicopatia.

Ancora peggio, per di più era anche un tifoso del Middlesbrough. Mi fu sbrigativamente insegnato, tra i primi rudimenti, che il Boro era il nulla. Non era tanto importante il fatto che stessero facendo bene o male: il fatto importante era che erano al di sotto di ogni possibilità di seria considerazione.

A quei tempi, e persino quando cominciai a lavorare per la Evening Gazette, nel Teesside, e di quando in quando dovevo scrivere un servizio per la partita delle riserve, non sono mai stato in grado di smuovere il benché minimo interesse nei loro confronti. Nulla. La più totale indifferenza. Io odio il Newcastle United, e l'ho sempre fatto, ma il Middlesbrough… Potreste provare a offrirmi mille sterline proprio ora per la formazione, ma dubito che sarei in grado di nominare più di tre giocatori.

Ma il Newcastle… l'amico di mio padre tifoso del Crook era anche un Magpie. Mio padre tornava spesso dal pub, il Cumberland Arms, scuotendo la testa e dicendo «ma perché perdo tempo con quel disgraziato, non capisce nulla di calcio, a nessuno dei due livelli».

Un'altra parte della mia formazione fu imparare che sia il Bishop sia i Cats non stavano attraversando, a quei tempi, il loro momento migliore.

Non ricordo la prima volta che mio padre mi portò al Roker Park. Avrò avuto tipo dieci anni; sebbene Sunderland fosse lontana solo 25 o 30 miglia, e noi avessimo un'auto (una Rover del 1939), il viaggio aveva ancora la stessa natura di un pellegrinaggio.

Ricordo di essere stato colto da una sorta di terrore riverenziale guardando la dimensione dello stadio, e sentendo il rumore che produceva, e il modo in cui si muoveva la folla dei popolari, seguendo, come un'onda di marea, i momenti più eccitanti della partita. Ma ricordo anche la grande gentilezza con la quale gli uomini intorno  a noi — non ricordo una sola presenza femminile — si rassicuravano del fatto che io fossi al sicuro, e potessi vedere bene.

«È la sua prima partita?», chiese uno di loro a mio padre. Sì.

L'uomo mi guardò: «Perché tieni i man denter 'n ti tasc del paletò?», e mio padre disse: «gà pagùra che qualghesùn ghe pissi denter. Chi ghè no un mument pe' andà ai cess!»

[Non che a Sunderland si parlasse in milanese, ma Bill Taylor riproduce la parlata e il dialetto di Sunderland, e ho cercato di riprodurlo con il dialetto della MIA infanzia calcistica, passata a San Siro; questo è l'originale: “Why mind thoo keeps thee hands in thee coat pockets,”, he said “for fear somebody pittles in there. There’s nee time to push down to the netties here.”]

Ci fu una risata generale, alla quale mi unii anch'io: non ero mai stato incluso nell'umorismo dei "grandi", prima di allora. Era un altro passo in avanti.

Il vecchio gestiva una drogheria (W Duncan, magari qualcuno se la ricorda), e il sabato lavorava. Ma potevamo andare alle partite del mercoledì. Di solito andavamo con un altro suo amico, il proprietario del negozio di tappezzerie accanto al suo, i cui gusti calcistici, invece, erano ineccepibili.

E così cominciai a conoscere la squadra. E anche a gridare forte come tutti gli altri quando il Sunderland otteneva un corner, e Charlie Hurley saliva da dietro a grandi passi e saltava sopra tutti gli avversari per colpire di testa, spesso in modo letale. Hurley era il mio eroe.

Ero là con mio padre e il suo amico, il Boxing Day [il Boxing Day è il 26 dicembre, il nostro Santo Stefano] del 1962, e il Sunderland giocava contro il Bury, e Brian Clough — un Teessider, ma ci eravamo passati sopra — ebbe lo scontro fatale con il loro portiere, Chris Harker.

Uno dei giocatori del Bury cercò di tirarlo su in piedi, credendo chiaramente che si trattasse di uno dei primi casi di quello che ora è diventato il classico tuffo con sceneggiata. È buffo che quel tizio poi sia diventato una delle leggende del Sunderland: Bob Stokoe.

Ma Brian non stava ronaldeggiando o gerrardeggiando. Mi ricordo benissimo che, mentre lo portavano fuori in barella, il mio vecchio e il suo amico si guardarono scuotendo la testa, e uno di loro disse: «È finita. È una cosa dalla quale non si torna indietro, mi sa».

Di lì a poco, cominciai a andare alle partite da solo, con i miei amici. «Com'è andata?», mi chiedeva il vecchio. «Oh, non dirlo: te lo posso leggere in faccia. Così male, eh?».

Mi trasferii negli Usa nel 1973, e era molto difficile sapere i risultati del calcio inglese. Io telefonavo ai miei genitori tutte le domeniche, e il risultato del Sunderland era la prima cosa che mio padre mi diceva.

Quando arrivai a Toronto, nel 1982, scoprii che, invece, i giornali di qua danno alle partite inglesi una buona copertura. Ma il Sunderland era sempre l'argomento principale delle telefonate domenicali. L'ultima conversazione che ebbi con lui, prima che egli morisse, cinque anni fa, fu sempre quasi tutta dedicata al Sunderland; in particolare, sul motivo per il quale, dopo tutti questi anni, lui continuasse a perdere tempo con loro.

E me lo chiedo anch'io, di quando in quando. E lo chiedo anche a lui, tra me e me, molte domeniche mattina. E posso sentirlo rispondere, perfino:

«Maledetto Cattermole. Maledetti Teessider. Sempre la solita maledetta storia».

Ecco. Mi è sembrato un pezzo molto bello, anche commovente, e penso che lo sia soprattutto per persone come me, che hanno cominciato a andare allo stadio molto piccole accompagnate dal proprio padre. L'eccitazione del pranzo un po' anticipato, la vestizione dei pomeriggi d'inverno, l'uscita di casa insieme, il piacere che si provava nei primi pomeriggi di primavera, il tram pieno di tifosi che parlavano della partita, perfetti sconosciuti che si rivolgevano la parola come vecchi amici solo perché condividevano i motivi di quell'uscita e di quel viaggio, cose così.

Per finire, mi piacerebbe dire due parole sul Bishop Auckland, la squadra per la quale facevano il tifo Bill Taylor e suo padre: alla fine degli anni '50 i "Two Blues" (il soprannome della squadra dovuto alla maglia a quarti blu e celesti) erano una vera e propria leggenda del calcio dilettantistico inglese; giocavano nella Northern League, ma esprimevano un livello tale di calcio che, dopo il disastro di Monaco del 1958, il Manchester United attinse a piene mani dalla piccola squadra della Contea di Durham, prendendo in prestito tre giocatori concessi dal Bishop Auckland per arrivare alla fine del campionato; uno di essi, Warren Bradley, giocò talmente bene nei Red Devils da essere perfino convocato in nazionale: a tutt'oggi, è l'unico giocatore inglese a essere stato convocato nello stesso anno per la Nazionale maggiore e per la Nazionale dilettanti.

L'annus mirabilis del Bishop Auckland fu il 1954-55, nel quale ottenne una sorta di grande slam, vincendo la Northern League Division One, la Northern League Cup, e la FA Amateur Cup, e arrivando, per di più, al quarto turno della FA Cup, dove venne sconfitto dopo una partita tiratissima dallo York City, a sua volta semifinalista della stessa edizione, vinta alla fine dal Newcastle Utd. In quella campagna di Coppa, il Bishop Auckland sconfisse, tra gli altri, il Kettering, il Crystal Palace e l'Ipswich Town.

Il Bishop Auckland, in quel periodo d'oro, vinse tre Coppe d'Inghilterra dilettanti di fila, dal '55 al '57; la finale di Wembley del 1955 fu disputata di fronte a più di 100.000 spettatori, il record mondiale di presenze per una partita di calcio tra squadre dilettantistiche.

Il Kingsway, lo stadio cui accenna Taylor nel suo post, è stato lo stadio del Bishop Auckland fino al 2001, e era lo stadio più vecchio d'Inghilterra.
Ora la squadra gioca al Tindale Crescent, uno stadio il cui impianto di illuminazione è stato pagato interamente dal Manchester United: un dono fatto per compensare il vecchio debito di riconoscenza di cui abbiamo parlato prima.
È inutile, anche le squadre multinazionali gestite nel modo più schifosamente denarocentrico e lupesco in Inghilterra conservano un rispetto per la propria tradizione e la propria storia del tutto inimmaginabili alle nostre longitudini.

In particolare, un giocatore del Bishop Auckland di quegli anni, Seamus O'Connell, è un personaggio che davvero meriterebbe un libro tutto per lui.
Divideva il suo tempo tra la fattoria di bestiame e lo sport; giocava allo stesso tempo per il Bishop Auckland e per la squadra di calcio gaelico del suo paesino d'origine.  Nel 1954-55, O'Connell giocò anche per il Chelsea, quasi a tempo perso: fu la stagione dell'ultimo titolo nazionale per i Blues prima di Mourinho, e Seamus partecipò al trionfo giocando quando poteva, ma giocando bene: una quindicina di partite, condite da undici reti.
Al suo esordio assoluto, il 16 ottobre del 1954, in uno Stamford Bridge pieno di 55.000 spettatori nonostante uno sciopero dei mezzi pubblici, Seamus realizzò una tripletta contro il Manchester United, e scusate se è poco.
Alla fine di quella stagione memorabile, nella quale vinse anche un sacco di cose con il Bishop Auckland, come detto prima, O'Connell rifiutò il contratto professionistico propostogli dal Chelsea, un contratto che, naturalmente, gli avrebbe impedito di coltivare la sua terra e il suo amore per lo sport praticato per pura passione.

Era, quello inglese di quel tempo, un calcio che tatticamente e tecnicamente stava arrancando rispetto al resto del mondo, come dimostrarono le disastrose partite della nazionale dei Bianchi contro l'Ungheria; ma, dal punto di vista della capacità di produrre mito, passione e personaggi memorabili restava indubbiamente il calcio più bello di tutti: e infatti fu proprio dalla fucina di quegli anni, da un lato bui e dall'altro straordinari, che vennero gli uomini della rinascita: Brian Clough, Bill Shankly, Bob Paisley e Don Revie.

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5 commenti

Archiviato in english football stories

5 risposte a “The day Brian Clough’s knee fucked off.

  1. anonimo

    Bel racconto quello di Taylor,e bel post il tuo.MAN U fan

  2. anonimo

    P.S. ''gerrardeggiando'':non penso il capitano del Liverpool meriti questo neologismo che hai creato per lui.MAN U fan

  3. Non sono d'accordo nemmeno io, ma è Taylor che lo dice: "But Cloughie wasn’t pulling a Ronaldo or a Gerrard".Grazie per i complimenti!Hai visto che ho anche parlato bene del Manchester United?

  4. anonimo

    Certo.Ma,d'altronde,come si fa a parlarne male(proprietari a parte)?MAN U fan

  5. anonimo

    pura poesia.e poi invidia, per Taylor e per te. L'avrei data io la classica palla sinistra per avere un po di complicità con mio padre.Grazie comunque per queste chicche sul modo del calcio inglese (anche un po datato)LopoHo ripensato alla faccenda della canzoncina e Clough divertito che parlava di fare 4 passi sul Trent.  Penso che da noi difficilmente potrebbe (poteva) succedere una cosa così con l'ipocrito bigottismo imperante ….ah! quante cose abbiamo da imparare dalla perfida Albione! 

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