“We’ve got a little fat guy who’ll turn him inside out”. Il Guardian ricorda the Governor.

Oggi il Guardian dedica un bellissimo articolo a sei giocatori fortissimi che non hanno mai avuto la soddisfazione di una convocazione in nazionale.

Si tratta di Ralph Milne, giocatore scozzese che portò il Dundee United alla vittoria del titolo nazionale e alla semifinale di Coppa dei Campioni (gli appassionati italiani forse ricorderanno la doppia sfida con la Roma che poi avrebbe perso contro il Liverpool all'Olimpico, persa dagli Scozzesi dopo un promettente 2-0 in casa perché nella trasferta romana si paralizzarono letteralmente dalla paura); di Bert Trautmann, leggendario portiere tedesco del Manchester City, un prigioniero di guerra che si era fermato in Inghilterra dopo il conflitto, che giocò una memorabile finale di coppa, quella del 1956, con una vertebra fratturata; di Jimmy Case, uno dei membri del formidabile quartetto di centrocampo del Liverpool vincitore del double campionato-Coppa dei Campioni, insieme a Ray Kennedy, Terry McDermott e Graeme Souness (nella stagione 1978-79, Jimmy Case, che pure segnò sette reti in campionato, fu il marcatore più scarso tra i centrocampisti Reds); di Horst Blankenburg, tedesco, l'unico giocatore straniero del fantastico Ajax di Rep, Cruijff, Neeskens e Krol, libero fortissimo che ebbe la sfiga di essere coetaneo di Beckenbauer; di Micky Hazard, centrocampista piccolo, esile e fortissimo con la palla al piede, un giocatore molto atipico per il gioco inglese, autore di ottime prestazioni nelle due finali di coppa Uefa con il Tottenham nel 1984, contro lo stesso Anderlecht che aveva derubato il Forest in semifinale; e di John McGovern, il "piccolo grasso ragazzo" scozzese, l'alter ego in campo di Brian Clough, che l'aveva fatto esordire a sedici anni in prima squadra quando allenava l'Hartlepool, e che se lo portò dietro in quasi tutte le squadre che allenò, persino al Leeds United. BC aveva una fiducia straordinaria in lui, e, quando gli chiesero come avrebbe fatto a arginare Manfred Kaltz, il formidabile terzino di spinta dell'Amburgo, prima della finale del Bernabeu, Clough rispose con la frase del titolo: "Abbiamo un piccolo ragazzo grasso che lo farà nero". Traduciamo qui il testo dell'articolo del Guardian su McGovern, ma consigliamo la lettura di tutte e sei le parti dell'articolo, davvero gradevole e divertente.

John McGovern veniva spesso definito, in maniera quasi dispregiativa, un "girovago": la realtà è che il suo era un viaggio in compagnia di Brian Clough. Il centrocampista scozzese veniva spesso definito anche un portatore d'acqua; be', qualcuno pure doveva portare l'acqua, in modo che Clough potesse camminarci sopra. Clough portò McGovern in tre dei cinque club che allenò, lo fece esordire quindicenne nel quarto (l'Hartlepool), e cercò senza successo di comprarlo nel quinto (il Brighton). McGovern era l'impersonificazione dell'idea che Clough aveva di tutto ciò che doveva essere un ragazzo: educato, curato nell'aspetto (Clough dovette dirgli una volta sola, la prima volta che lo vide, quando John era un ragazzino terrorizzzato di quindici anni, di tagliarsi i lunghi riccioli biondi) e senza nessuno dei vizi tipici dei giocatori inglesi [booze, birds and bet, alcol ragazze e scommesse].

"John, mi raccomando, domani passa dal barbiere".


Clough divenne una figura paterna, anche se, a volte, in maniera quasi morbosa: «Mio padre morì quando avevo undici anni», disse McGovern, «e lui divenne, in qualche modo, l'unico maschio adulto al quale potevo chiedere consigli, a volte anche se non glieli chiedevo, a dire il vero: aveva un attaccamento fortissimo, quasi ossessivo nei miei confronti».

Clough rese McGovern il più giovane debuttante di tutti i tempi della Football League, a 16 anni appena compiuti, e l'avrebbe nominato capitano del Nottingham Forest che avrebbe vinto il campionato e due Coppe dei Campioni. A dire il vero, sul campo, mentre dinoccolava nei pressi del centrocampo, sembrava allo stesso tempo sgraziato e quasi infantile, per quel volto cherubinico: quando arrivò il primo giorno al campo di allenamento del Derby County, in bicicletta, il grande Dave Mackay lo scambiò per un tifoso adolescente in caccia di autografi. Ma Clough (e anche di più Peter Taylor, che perorò la causa di McGovern a un Clough inizialmente scettico) capì che il Governor aveva qualcosa di cui pochissimi giocatori nel calcio inglese ora conoscono il valore, e che anche allora non era merce proprio comune:  l'importanza del coraggio morale, e di coraggio morale in quantità industriali.

«Non poteva correre bene [McGovern soffriva di un problema congenito alla muscolatura della schiena], ma lottava sempre fino all'ultimo, spendeva sempre fino all'ultima oncia di forza per conquistare un pallone e passarlo con intelligenza, e l'avrebbe fatto comunque sia e in ogni circostanza, sia che la squadra perdesse per 3-0 in una notte nebbiosa e fangosa a Walsall, sia che la squadra vincesse per 4-0 in un pomeriggio di sole a Wembley”, diceva Clough.
McGovern divenne il consigliere [in Italiano nel testo] di Clough, l'allenatore in campo che si prendeva carico con calma dei problemi e manteneva i nervi saldi quando quelli degli altri stavano vacillando. Era grande nella rottura del gioco altrui e nella costruzione del proprio, il tipo di giocatore "dal lavoro oscuro" il cui valore e la cui importanza è stata definitivamente riconosciuta solo nei tempi moderni. La Scozia aveva davvero grandi centrocampisti, allora, ma rimane davvero uno scandalo il fatto che McGovern non abbia mai giocato nemmeno una partita con la maglia dal rosso leone. Quando, alla fine della carriera, con la sua solita modestia e il suo solito understatement disse «ci sarei andato a piedi, in Scozia, per un solo unico cap», non era solo un vuoto luogo comune.

Forse, nella sua carriera internazionale, non aiutò un episodio farsesco che coinvolse il manager della Scozia, Ally MacLeod. Quando il Forest distrusse il Manchester United per 4-0 all'Old Trafford nella stagione del titolo nazionale, quella del 1977-78, MacLeod annunciò raggiante che tutti i giocatori scozzesi del Forest sarebbero stati convocati per la Coppa del Mondo di Argentina. Un fotografo, annusando la possibilità di guadagnare qualche soldo con una foto che potesse servire per illustrare i servizi relativi a questa dichiarazione, chiese ai quattro — McGovern, John Robertson, Archie Gemmill e Kenny Burns — di posare con un kilt. McGovern non si prestò alla baracconata, e quando furono annunciate le convocazioni, il nome di John non c'era; cominciò a girare la voce che MacLeod non avesse idea che McGovern fosse scozzese. «Difficile da credere, no?», dice McGovern.
Già, così è la storia del ragazzo tranquillo che aveva con Brian Clough un legame così forte: nella buona e nella cattiva sorte, il racconto dell'avventura di McGovern è difficile da credere.

Ecco. Un  bel ricordo di un giocatore che, quando si parla del grande Forest bicampione d'Europa, si cita troppo poco. Dovessi fare un paragone con un giocatore contemporaneo, lo paragonerei a Cambiasso, forse più forte e certamente più elegante del piccolo scozzese, ma dotato delle stesse qualità morali e della stessa immensa dote di riunire nello stesso giocatore grandi doti di interdizione e grandi doti di passaggio e di visione di gioco. Ma quello che la vulgata popolare gli toglie ora (anche se a Nottingham il Governor è tutt'ora una specie di incrocio tra una vacca sacra, un messia in terra, un saggio del villaggio e di sindaco onorario a vita, e è appena più popolare di Robin Hood), glielo diede allora in abbondanza la storia del calcio: due titoli nazionali con squadre che non avevano mai vinto nulla prima, e due Coppe dei Campioni fanno del suo curriculum uno dei più luminosi della storia del calcio, non solo britannico.

Dopo qualche timido tentativo di diventare manager (le sue doti di tranquillità e di gentilezza, che fecero di lui un grandissimo capitano, probabilmente non sono le più adatte per un grande allenatore), John McGovern ora lavora in progetti per l'avviamento dei bambini al calcio in Paesi del terzo mondo, e è anche una delle nostre voci radiofoniche preferite, visto che lavora come pundit per BBC Nottingham, e partecipa come commentatore tecnico, preciso garbato e competente come al solito, alle radiocronache della nostra squadra.

Annunci

4 commenti

Archiviato in forest legends

4 risposte a ““We’ve got a little fat guy who’ll turn him inside out”. Il Guardian ricorda the Governor.

  1. anonimo

    buongiorno, una vera chicca questo ricordo;toglimi una curiosità, la frase "Il centrocampista scozzese veniva spesso definito anche un portatore d'acqua; be', qualcuno pure doveva portare l'acqua, in modo che Clough potesse camminarci sopra."   è traduzione dell'articolo o tua licenza poetica?Lopo

  2. È una traduzione dall'articolo. C'era un famoso coro che diceva "Brian Clough walks on water", per dire che le sue capacità taumaturgiche si avvicinavano (per non dire che le superavano) a quelle di Gesù, e a lui piaceva molto, tanto che diceva sempre "mi piace molto il Trent, ci vado sempre sopra a fare quattro passi prima della partita"; e "walking on Trent" è diventato anche il titolo della sua autobiografia, oltre che quello di questo blog. Il gioco di parole dell'articolo fa riferimento proprio a questo episodio.

  3. Precisamente, l'articolo dice "He is sometimes described as a water-carrier, but somebody had to carry the water so that Clough could walk on it".

  4. anonimo

    Grazie per la precisazione ( e per gli aneddoti )Lopo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...