Archivi del mese: settembre 2010

The day Brian Clough’s knee fucked off.

Brian Clough era stato un calciatore brillantissimo. 251 reti in 274 presenze con Boro e Sunderland, parlando solo di partite di campionato. Due presenze in nazionale venendo dalla seconda divisione, e poi basta, anche grazie alle pesanti critiche rivolte al selezionatore Walter Winterbottom nel corso di una tournée nei Paesi dell'Est Europa durante la quale Cloughie non vide mai il campo.

La sua carriera fu spezzata, è proprio il caso di dirlo, dalla collisione con il portiere del Bury Chris Harker, che gli provocò la rottura del crociato, nel corso di un gelido Boxing Day match del 1962. Non si recuperava, allora, da un infortunio così.

Bill Taylor, un appassionato presente da ragazzino a quella partita, ha rievocato quei tempi su un blog dedicato al Sunderland; anche se il post accenna solo marginalmente a Brian Clough e al suo incidente, mi sembra opportuno tradurre qui l'intero intervento, perché è una bella testimonianza del calcio inglese che fu, e anche del modo in cui si diventa tifosi di calcio, così simile in tutti i Paesi e in tutte le epoche.

Il giorno che mio padre capì che la carriera di Clough era segnata.

Udii per la prima volta il ruggito del Roker da lontano, da un giardinetto a un paio di isolati dal Fulwell End. Non avrò avuto più di cinque anni, allora.

«Che cos'è?», chiesi. E mio padre rispose «Mah, sembra che i ragazzi ne abbiano messo dentro uno».

I ragazzi?

«Il Sunderland», disse, con un pizzico di impaziente irritazione, come se avessi davvero dovuto saperlo senza chiederlo. «La squadra. La nostra squadra».

Fu allora, penso, che diventai un Mackem. Sapevo a malapena che il calcio esisteva, eppure avevo già una squadra: se era la sua squadra era anche la mia squadra, naturalmente. La NOSTRA squadra.

[Mackem è il corrispettivo per Sunderland del termine Scouser per Liverpool: una parola che indica sia la provenienza geografica che l'appartenza alla tifoseria di una squadra].

Il Roker Park di quegli anni.


Mio padre veniva da Ryhope, e mia madre da Houghton-le-Spring. Il famoso giardinetto era attaccato alla casa di alcuni amici dei miei. Gli facevamo visita spesso, partivamo da Bishop Auckland e attraversavamo tutto il distretto di Sunderland, con il bus 57 della Northern o della United, si spartivano la stessa linea: arrivavamo a Sunderland, e dalla fermata dell'autobus prendevamo il tram fino a Fulwell, un vecchio tram che cigolava durante il viaggio come una vecchia goletta in un vento di tempesta.

Il vecchio doveva aver deciso che quella scarna conversazione significava che ero pronto, e cominciò a portarmi alle partite del Bishop, al vecchio campo di Kingsway. Erano i tempi in cui i Two Blues dominavano il calcio dilettantistico inglese, e in cui la differenza tra il calcio professionistico della Football League e quello amatoriale era molto meno marcata di quanto non lo sia ora.

Aveva un amico che faceva il tifo per il Crook Town, i nostri più agguerriti rivali nella Northern League, e un altro ancora che seguiva, in uno stato di depressione pressoché costante, le fortune del Ferryhill. Pensavano che fosse tipo una grave psicopatia.

Ancora peggio, per di più era anche un tifoso del Middlesbrough. Mi fu sbrigativamente insegnato, tra i primi rudimenti, che il Boro era il nulla. Non era tanto importante il fatto che stessero facendo bene o male: il fatto importante era che erano al di sotto di ogni possibilità di seria considerazione.

A quei tempi, e persino quando cominciai a lavorare per la Evening Gazette, nel Teesside, e di quando in quando dovevo scrivere un servizio per la partita delle riserve, non sono mai stato in grado di smuovere il benché minimo interesse nei loro confronti. Nulla. La più totale indifferenza. Io odio il Newcastle United, e l'ho sempre fatto, ma il Middlesbrough… Potreste provare a offrirmi mille sterline proprio ora per la formazione, ma dubito che sarei in grado di nominare più di tre giocatori.

Ma il Newcastle… l'amico di mio padre tifoso del Crook era anche un Magpie. Mio padre tornava spesso dal pub, il Cumberland Arms, scuotendo la testa e dicendo «ma perché perdo tempo con quel disgraziato, non capisce nulla di calcio, a nessuno dei due livelli».

Un'altra parte della mia formazione fu imparare che sia il Bishop sia i Cats non stavano attraversando, a quei tempi, il loro momento migliore.

Non ricordo la prima volta che mio padre mi portò al Roker Park. Avrò avuto tipo dieci anni; sebbene Sunderland fosse lontana solo 25 o 30 miglia, e noi avessimo un'auto (una Rover del 1939), il viaggio aveva ancora la stessa natura di un pellegrinaggio.

Ricordo di essere stato colto da una sorta di terrore riverenziale guardando la dimensione dello stadio, e sentendo il rumore che produceva, e il modo in cui si muoveva la folla dei popolari, seguendo, come un'onda di marea, i momenti più eccitanti della partita. Ma ricordo anche la grande gentilezza con la quale gli uomini intorno  a noi — non ricordo una sola presenza femminile — si rassicuravano del fatto che io fossi al sicuro, e potessi vedere bene.

«È la sua prima partita?», chiese uno di loro a mio padre. Sì.

L'uomo mi guardò: «Perché tieni i man denter 'n ti tasc del paletò?», e mio padre disse: «gà pagùra che qualghesùn ghe pissi denter. Chi ghè no un mument pe' andà ai cess!»

[Non che a Sunderland si parlasse in milanese, ma Bill Taylor riproduce la parlata e il dialetto di Sunderland, e ho cercato di riprodurlo con il dialetto della MIA infanzia calcistica, passata a San Siro; questo è l'originale: “Why mind thoo keeps thee hands in thee coat pockets,”, he said “for fear somebody pittles in there. There’s nee time to push down to the netties here.”]

Ci fu una risata generale, alla quale mi unii anch'io: non ero mai stato incluso nell'umorismo dei "grandi", prima di allora. Era un altro passo in avanti.

Il vecchio gestiva una drogheria (W Duncan, magari qualcuno se la ricorda), e il sabato lavorava. Ma potevamo andare alle partite del mercoledì. Di solito andavamo con un altro suo amico, il proprietario del negozio di tappezzerie accanto al suo, i cui gusti calcistici, invece, erano ineccepibili.

E così cominciai a conoscere la squadra. E anche a gridare forte come tutti gli altri quando il Sunderland otteneva un corner, e Charlie Hurley saliva da dietro a grandi passi e saltava sopra tutti gli avversari per colpire di testa, spesso in modo letale. Hurley era il mio eroe.

Ero là con mio padre e il suo amico, il Boxing Day [il Boxing Day è il 26 dicembre, il nostro Santo Stefano] del 1962, e il Sunderland giocava contro il Bury, e Brian Clough — un Teessider, ma ci eravamo passati sopra — ebbe lo scontro fatale con il loro portiere, Chris Harker.

Uno dei giocatori del Bury cercò di tirarlo su in piedi, credendo chiaramente che si trattasse di uno dei primi casi di quello che ora è diventato il classico tuffo con sceneggiata. È buffo che quel tizio poi sia diventato una delle leggende del Sunderland: Bob Stokoe.

Ma Brian non stava ronaldeggiando o gerrardeggiando. Mi ricordo benissimo che, mentre lo portavano fuori in barella, il mio vecchio e il suo amico si guardarono scuotendo la testa, e uno di loro disse: «È finita. È una cosa dalla quale non si torna indietro, mi sa».

Di lì a poco, cominciai a andare alle partite da solo, con i miei amici. «Com'è andata?», mi chiedeva il vecchio. «Oh, non dirlo: te lo posso leggere in faccia. Così male, eh?».

Mi trasferii negli Usa nel 1973, e era molto difficile sapere i risultati del calcio inglese. Io telefonavo ai miei genitori tutte le domeniche, e il risultato del Sunderland era la prima cosa che mio padre mi diceva.

Quando arrivai a Toronto, nel 1982, scoprii che, invece, i giornali di qua danno alle partite inglesi una buona copertura. Ma il Sunderland era sempre l'argomento principale delle telefonate domenicali. L'ultima conversazione che ebbi con lui, prima che egli morisse, cinque anni fa, fu sempre quasi tutta dedicata al Sunderland; in particolare, sul motivo per il quale, dopo tutti questi anni, lui continuasse a perdere tempo con loro.

E me lo chiedo anch'io, di quando in quando. E lo chiedo anche a lui, tra me e me, molte domeniche mattina. E posso sentirlo rispondere, perfino:

«Maledetto Cattermole. Maledetti Teessider. Sempre la solita maledetta storia».

Ecco. Mi è sembrato un pezzo molto bello, anche commovente, e penso che lo sia soprattutto per persone come me, che hanno cominciato a andare allo stadio molto piccole accompagnate dal proprio padre. L'eccitazione del pranzo un po' anticipato, la vestizione dei pomeriggi d'inverno, l'uscita di casa insieme, il piacere che si provava nei primi pomeriggi di primavera, il tram pieno di tifosi che parlavano della partita, perfetti sconosciuti che si rivolgevano la parola come vecchi amici solo perché condividevano i motivi di quell'uscita e di quel viaggio, cose così.

Per finire, mi piacerebbe dire due parole sul Bishop Auckland, la squadra per la quale facevano il tifo Bill Taylor e suo padre: alla fine degli anni '50 i "Two Blues" (il soprannome della squadra dovuto alla maglia a quarti blu e celesti) erano una vera e propria leggenda del calcio dilettantistico inglese; giocavano nella Northern League, ma esprimevano un livello tale di calcio che, dopo il disastro di Monaco del 1958, il Manchester United attinse a piene mani dalla piccola squadra della Contea di Durham, prendendo in prestito tre giocatori concessi dal Bishop Auckland per arrivare alla fine del campionato; uno di essi, Warren Bradley, giocò talmente bene nei Red Devils da essere perfino convocato in nazionale: a tutt'oggi, è l'unico giocatore inglese a essere stato convocato nello stesso anno per la Nazionale maggiore e per la Nazionale dilettanti.

L'annus mirabilis del Bishop Auckland fu il 1954-55, nel quale ottenne una sorta di grande slam, vincendo la Northern League Division One, la Northern League Cup, e la FA Amateur Cup, e arrivando, per di più, al quarto turno della FA Cup, dove venne sconfitto dopo una partita tiratissima dallo York City, a sua volta semifinalista della stessa edizione, vinta alla fine dal Newcastle Utd. In quella campagna di Coppa, il Bishop Auckland sconfisse, tra gli altri, il Kettering, il Crystal Palace e l'Ipswich Town.

Il Bishop Auckland, in quel periodo d'oro, vinse tre Coppe d'Inghilterra dilettanti di fila, dal '55 al '57; la finale di Wembley del 1955 fu disputata di fronte a più di 100.000 spettatori, il record mondiale di presenze per una partita di calcio tra squadre dilettantistiche.

Il Kingsway, lo stadio cui accenna Taylor nel suo post, è stato lo stadio del Bishop Auckland fino al 2001, e era lo stadio più vecchio d'Inghilterra.
Ora la squadra gioca al Tindale Crescent, uno stadio il cui impianto di illuminazione è stato pagato interamente dal Manchester United: un dono fatto per compensare il vecchio debito di riconoscenza di cui abbiamo parlato prima.
È inutile, anche le squadre multinazionali gestite nel modo più schifosamente denarocentrico e lupesco in Inghilterra conservano un rispetto per la propria tradizione e la propria storia del tutto inimmaginabili alle nostre longitudini.

In particolare, un giocatore del Bishop Auckland di quegli anni, Seamus O'Connell, è un personaggio che davvero meriterebbe un libro tutto per lui.
Divideva il suo tempo tra la fattoria di bestiame e lo sport; giocava allo stesso tempo per il Bishop Auckland e per la squadra di calcio gaelico del suo paesino d'origine.  Nel 1954-55, O'Connell giocò anche per il Chelsea, quasi a tempo perso: fu la stagione dell'ultimo titolo nazionale per i Blues prima di Mourinho, e Seamus partecipò al trionfo giocando quando poteva, ma giocando bene: una quindicina di partite, condite da undici reti.
Al suo esordio assoluto, il 16 ottobre del 1954, in uno Stamford Bridge pieno di 55.000 spettatori nonostante uno sciopero dei mezzi pubblici, Seamus realizzò una tripletta contro il Manchester United, e scusate se è poco.
Alla fine di quella stagione memorabile, nella quale vinse anche un sacco di cose con il Bishop Auckland, come detto prima, O'Connell rifiutò il contratto professionistico propostogli dal Chelsea, un contratto che, naturalmente, gli avrebbe impedito di coltivare la sua terra e il suo amore per lo sport praticato per pura passione.

Era, quello inglese di quel tempo, un calcio che tatticamente e tecnicamente stava arrancando rispetto al resto del mondo, come dimostrarono le disastrose partite della nazionale dei Bianchi contro l'Ungheria; ma, dal punto di vista della capacità di produrre mito, passione e personaggi memorabili restava indubbiamente il calcio più bello di tutti: e infatti fu proprio dalla fucina di quegli anni, da un lato bui e dall'altro straordinari, che vennero gli uomini della rinascita: Brian Clough, Bill Shankly, Bob Paisley e Don Revie.

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“Just a good mid-table team” — Nottingham Forest 1-1 Sheffield United

Ebbè, questo è quello che siamo sembrati ieri, in effetti.
L'ottima prova di sabato, contro una squadra che ieri ha strapazzato uno Watford lanciatissimo (a parte il fatto che questo campionato è veramente assurdo, basti pensare alla partita di ieri tra Leeds Utd e Preston NE, vinta per 6-4 dai secondi dopo essere stati sotto 4-1 nel primo tempo: siamo solo noi che giochiamo solo partitine normali, razionali e tutto sommato noiosette), non è stata confermata ieri, e due dei giocatori decisivi contro lo Swansea, Moosey e Chambers, ieri sono stati tra i peggiori in campo.

Praticamente, abbiamo cominciato a giocare dopo un'ora nel corso della quale una squadra pure apparsa non certo brillantissima come lo Sheffield Utd avrebbe potuto chiudere benissimo la partita. La partenza dei Reds è stata, a dire il vero, piuttosto volitiva, con due belle iniziative di McGugan e di Cohen non concretizzate da Anderson e Blackstock, ma poi, alla prima offensiva dei Blades, su un calcio di punizione concesso piuttosto generosamente dall'arbitro (veramente pessimo, in generale; non perché abbia favorito una delle due squadre, ma perché proprio scarso tecnicamente, una partita piena di errori, sembrava uno che avesse vinto il diritto di arbitrare la partita attraverso un concorso Kellog's), Cresswell, solo come un agente immobiliare con la forfora e l'ascellosi durante un viaggio in metropolitana, ha messo dentro da cinque metri con inconcepibile facilità.

Da qui in poi, quasi il nulla, a parte un tiro pericoloso di McGugie; e Moussi a dare il via alla sua serataccia con una pallaccia persa malamente: Bogdanovic si è diretto pericolosamente verso Camp, che ha respinto fortunosamente di piede.

Un'altra paratona di Campo su tiro di Jordan, e i Rossi che, nonostante il gioco non proprio brillante, dimostrano che i Blades non sono irresistibili, se messi di fronte a una manovra appena appena decente, come quella che ha portato al tiro Anderson su una buona combinazione McKenna-Gunter.

L'impressione di un Forest un po' imballato si conferma anche all'inizio della ripresa, con troppo poco movimento per dare spunto a buone idee, e troppo poche idee per produrre un buon movimento.

In più, le poche manovre che facevano passare la palla nei pressi della porta biancorossa hanno mostrato la scarsa attitudine dei nostri avanti alla finalizzazione.

Solo con l'ingresso di Adebola per Moussi i Rossi hanno cominciato a mostrare un po' di vivacità (il che è tutto dire), passano al 442, che questa volta si dimostra più efficace del 4231, e ottengono il pareggio con un tiro da oltre venti metri di McKenna su bel cross di Gunter (soprattutto, su errore di piazzamento piuttosto clamoroso da parte del portiere biancorosso Simonsen. Una cappella difensiva per parte, diciamo).

La partita cambia, anche grazie alla velocità data dall'ingresso di Tyson, a circa dieci dal termine Davies toglie McGugan (buona partita, non eccezionale, con le sue solite pause che speravamo stessero diventando uno spiacevole ricordo dei vecchi tempi, però va detto che i pericoli creati dal Forest sono sempre passati per i suoi piedi) e sceglie di buttar dentro i muscoli di McCleary piuttosto che la velocità di Raddy Majewski, ma, nonostante un possesso continuo, il risultato non si sblocca più.
Da segnalare anche una probabile gomitata in faccia data a Bartley da Adebola, naturalmente non vista dal pessimo Russell.

In sostanza, l'analisi fatta da Davies alla fine della partita è assolutamente condivisibile: il Forest è una squadra che non pare in grado di cambiare modo di gioco, che non è in grado di affrontare con una controtattica efficace squadre appiccicose e pastose come lo Sheffield Utd, squadre che non consentono una veloce circolazione della palla e che stanno tutti dietro la linea del vantaggio: per farlo, ha detto Billy Davies, ci vogliono uomini di esperienza, pazienti e consapevoli che partite così si vincono o si perdono per piccoli errori, e, dunque, attentissimi a non commetterli: "a young side, with a lot to learn".

McKenna e Gunter, e anche Campo, una spanna sopra tutti, Chambo e Moosey una sotto (incalcolabile il numero di passaggi sbagliati e disimpegni imprecisi del secondo), gli altri direi esattamente sulla linea di galleggiamento.

Tutto sommato, secondo me un punto va benissimo, vista la partita, ma la squadra ha evidenziato ancora una volta i due problemi principali: la panchina corta, che impedisce di dare un po' di respiro ai nostri uomini fondamentali, e lo scarsissimo contributo, in termini di reti, che viene dagli attaccanti: quattro reti in dieci partite ufficiali.

Ora lasciamo per un po' le rive del Trent per due trasferte, Doncaster e Barnsley, contro squadre nel nostro intorno di classifica. Vorrei dire che saranno partite che ci diranno molto sulle nostre ambizioni, ma, se posso azzardare un pronostico dopo quasi un quarto di campionato, direi che questo non si discosta molto dalla pessimistica considerazione del Gaffer: just a good mid-table team.

Forest: Camp, Gunter, Chambers, Morgan, Bertrand, Moussi(Adebola 60°), McKenna, McGugan(McCleary 83°), Cohen, Anderson(Tyson 72°), Blackstock.
NE: Darlow (Por), Wilson, McGoldrick, Majewski
Ammoniti: McGugan 62°
Marcatore: McKenna 69°

Sheffield Utd: Simonsen, Jordan, Nosworthy, Montgomery (C), Ertl, Britton, Bogdanovic (Evans 67°), Yeates, Cresswell, Bartley (Lowton 83°), De Laet(Calve 88°).
NE: Taylor, Quinn, Wright (Por), Slew
Ammoniti: Montgomery 36°, Ertl 44°
Marcatore: Cresswell 6°

Arbitro: M Russell
Spettatori 19.782 di cui ospiti 1.178

Position Squadra Giocate DR Punti
1 QPR 9 20 23
2 Cardiff 9 7 17
3 Norwich 9 1 16
4 Watford 9 8 15
5 Burnley 9 7 15
6 Reading 9 5 15
7 Ipswich 9 3 15
8 Swansea 9 2 15
9 Coventry 9 1 14
10 Leeds 9 -1 14
11 Nottingham Forest 9 2 12
12 Millwall 9 1 12
13 Barnsley 9 -2 12
14 Doncaster 9 -2 12
15 Derby 9 3 11
16 Scunthorpe 9 1 11
17 Hull 9 -6 11
18 Sheff Utd 9 -6 11
19 Middlesbrough 9 -7 10
20 Preston 9 -6 9
21 Portsmouth 9 -2 8
22 Crystal Palace 9 -9 8
23 Bristol City 9 -8 6
24 Leicester 9 -12 5

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On the Blades’ edge.

Pare che presentare la partita porti bene, per cui, ecco qui. Ho visto ampi pezzi della partita dello Sheffield United sabato, e devo dire che mi è sembrata un'ottima squadra. Ha tenuto botta all'Elland Road, rispondendo colpo su colpo ai Bianchi in un ottimo match, e il risultato finale non rispecchia completamente l'andamento del gioco.

Billy Davies ha ammonito i giocatori a mantenere la concentrazione (oltre che preavvertire del fatto che un'eventuale interruzione del record di imbattibilità casalinga nella regular season, lungo ormai 23 partite, non sarebbe un dramma, dal momento che conta molto più il piazzamento finale dei record), e di concentrazione ce ne sarà bisogno, perché gli acciaieri arriveranno avvertiti del nostro buon momento di forma, e fortemente intenzionati a non ripetere il risultato negativo di sabato.

Il Gaffer ha anche provveduto a spargere sabbia bagnata sugli ardori di squadra e tifoseria, ammonendo del fatto che la sua opinione sulla squadra, senza l'arrivo di nuovi giocatori ("a good mid-table Championship club"), è rimasta immutata anche dopo la buona prova di sabato, proprio a causa della magrezza della panchina.
Come diceva sempre BC, un manager è pagato per avere ragione, ma in questo caso speriamo proprio che la parte di soldi destinati a compensare Davies per le conferenze stampa sia denaro buttato nel cesso.

Il coach dello Sheffield United arriva al City Ground

Per quanto riguarda le formazioni, il Forest dovrebbe schierare la stessa squadra di sabato, quindi Chambers sarà confermato in mezzo alla difesa, mentre in panchina dovrebbe tornare Tyson, sulla via del recupero. Lo schieramento, dunque, sarà molto probabilmente questo:


Camp
Gunter — Morgan — Chambers — Bertrand
McKenna — Moussi
Anderson — McGugan — Cohen
Blackstock

Lo Sheffield United avrà forse più problemi, con l'assenza di Jamie Ward, espulso sabato, e degli infortunati Chris Morgan (grave l'assenza del solidissimo e concreto centrale, il capitano dei Blades) e Rob Kozluk. Da guardare a vista Chad Evans, attaccante gallese, e Richard Casswell, punta di movimento abilissima nello smarcare i compagni. Al posto di Morgan potrebbe esordire il loanee proveniente dal Man Yunee, il difensore belga Ritchie De Laet.

Nell'ultima partita, a febbraio, al City Ground, il Forest ha vinto con un bel gol di Earnshaw al 4°: fu il 43° successo in partite di campionato e di coppa contro lo Sheffield United, mentre i Blades hanno vinto 41 volte contro il Forest. 

Stato di forma (ultime cinque partite):

Forest
Swansea (H) 3-1
Hull (A) 0-0 

Preston (A) 2-1 

Millwall (H) 1-1 

Norwich (H) 1-1 


Sheffield United
Leeds (A) 0-1
Portsmouth (H) 1-0
Scunthorpe (H) 0-4
Derby (A) 1-0
Preston (H) 1-0  

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Get ball, keep ball, score! — Nottingham Forest 3-1 Swansea City

Il Cigno e le Spade potrebbe essere il titolo di un film giapponese sui samurai, invece è il nostro percorso casalingo di questi quattro giorni per la campagna di Championship. Contro gli Swans è andata benissimo, ammettiamolo. Non tanto per il punteggio, pure altisonante, e lo sarebbe stato di più senza la vaccatella di Camp allo scadere (finché Campo fa queste cose sul 3-0 allo scadere, va benissimo, però a me e al mio Fantasy Championship avrebbe fatto comodissimo un altro clean sheet…); quanto proprio per la qualità di gioco espressa. Guardate questa azione, purtroppo non concretizzata da Anderson, e avrete un idea della brillantezza di idee e di manovra messa in campo sabato pomeriggio dai nostri alberelli.

Aggiungiamoci poi un McGugan formato Messi, che mette sulla mensola sopra il caminetto il secondo Man of the Match in tre partite (il suo secondo gol è stato davvero degno delle partite in cui l'Argentino vola, non dico per esagerare: lo posterò non appena sarà disponibile su YouTube senza violare i sacri diritti), un gol completamente confezionato dalle riserve, giusto per far capire che chi sta in panca scalpita e sta bene, una perfetta impostazione tattica da parte del nostro Gaffer, che ha cancellato dal campo il temutissimo Pratley (dicono le cronache che Moussi l'abbia riaccompagnato in Galles seduto sul sedile accanto al suo, per completare al meglio il suo lavoro di marcatura), ingabbiato in un centrocampo folto ma dinamico e molto efficace nella fase offensiva, la buona prova di Chambers in difesa, e direi che il pomeriggio dei Reds non avrebbe potuto essere migliore.

L'inizio dei Nostri è stato straordinario: occasioni per Cohen, Blackstock, Gunter, prima che, al decimo, un fallo su Blackstock fosse sanzionato con un rigore dall'arbitro, Lewis McGugan batte, portiere da una parte e palla dall'altra, a togliere la ragnatela attaccata alla base del palo. Dopo il vantaggio, la partita si fa più equilibrata, e lo Swansea si rende pericoloso in un paio di occasioni, soprattutto con Frank Nouble, il campioncino del West Ham già protagonista della spedizione dell'Under 19 inglese agli europei di Francia di questo luglio: il ragazzo ha davvero messo in difficoltà Morgan in un paio di occasioni. Ma, tutto sommato, i pericoli per Camp non sono stati numerosi.

Poi il contropiede documentato nelle immagini, e un primo tempo che si chiude con un sostanziale equilibrio. La novità di questa partita è stata che siamo riusciti a giocare due tempi allo stesso livello, piuttosto alto. Nel secondo, infatti, dopo un quarto d'ora di buona pressione, raddoppiamo ancora con Lewis McGugan, che, ricevuta palla da Gunter, si beve la difesa bianca e la mette là dove mamma nasconde la marmellata, scavalcando il pur bravo De Vries con una maradonata davvero spettacolare.

Le standig ovation di rito concesse a Anderson, McGugan e Blackstock, sostituiti da Raddy Majewski, McGoldrick (sempre più vicino il suo impiego a tempo pieno) e Adebola, non fermano l'impeto dei Reds, che triplicano con un bellissimo gol di Raddy servito da una palla filtrante di Adebola, che sarà un vecchietto cadente, però ha una confidenza con il pallone che in Championship, tutto sommato, non è che sia proprio comunissima.

Peccato alla fine un piccolo svarione di Camp, che ha respinto malamente un tiro piuttosto innocuo e ha consentito a Van der Gun di infilare agevolmente il rebound per il più classico dei gol della bandiera.

Nottingham Forest: Camp, Gunter, Chambers, Morgan, Bertrand, McKenna, Moussi, Anderson (McGoldrick 76°), Cohen, McGugan (Majewski 76°), Blackstock (Adebola 80°)
NE: Darlow, Wilson, McCleary, Thornhill,
Ammoniti: Moussi 55°, McKenna 72°,
Marcatori: McGugan 12° (r) e 60°, Majewski 84°

Swansea City: De Vries, Williams, Taylor (Orlandi 65°), Tate, Cotterill (Van Der Gun 45°), Pratley, Dyer, Monk (C), Nouble, Allen, Gower
NE: Lucas, Lopez, Serran, Makalambay, Richards
Ammoniti: De Vries 11°, Allen 72°
Marcatore: Van Der Gun 90°

Arbitro: N D Swarbrick
Spettatori: 19.974 di cui ospiti 844

    Giocate DR Punti
1 QPR 8 20 22
2 Cardiff 8 7 16

3 Watford 8 9 15
4 Ipswich 8 4 15
5 Leeds 8 1 14
6 Norwich 8 0 13

7 Reading 8 4 12
8 Burnley 8 3 12
9 Swansea 8 1 12
10 Doncaster 8 -1 12
11 Nottingham Forest 8 2 11
12 Millwall 8 1 11
13 Coventry 8 0 11
14 Barnsley 8 -2 11
15 Hull 8 -2 11
16 Scunthorpe 8 1 10
17 Middlesbrough 8 -5 10
18 Sheff Utd 8 -6 10
19 Derby 8 1 8
20 Crystal Palace 8 -9 7
21 Bristol City 8 -6 6

22 Preston 8 -8 6
23 Portsmouth 8 -4 5
24 Leicester 8 -11 5

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I just know there’s a sunny day.

Giornata meravigliosa a Nottingham. Il Trent scorre placido, il sole splende nell'aria, l'autunno aspetta garbatamente ancora qualche ora prima di uscire di casa. Il prato è stato appena tagliato e il rosso City Ground è bellissimo, in attesa della partita. Chi non vorrebbe essere lì?

Questo il link per ascoltare la partita in diretta.

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“We’ve got a little fat guy who’ll turn him inside out”. Il Guardian ricorda the Governor.

Oggi il Guardian dedica un bellissimo articolo a sei giocatori fortissimi che non hanno mai avuto la soddisfazione di una convocazione in nazionale.

Si tratta di Ralph Milne, giocatore scozzese che portò il Dundee United alla vittoria del titolo nazionale e alla semifinale di Coppa dei Campioni (gli appassionati italiani forse ricorderanno la doppia sfida con la Roma che poi avrebbe perso contro il Liverpool all'Olimpico, persa dagli Scozzesi dopo un promettente 2-0 in casa perché nella trasferta romana si paralizzarono letteralmente dalla paura); di Bert Trautmann, leggendario portiere tedesco del Manchester City, un prigioniero di guerra che si era fermato in Inghilterra dopo il conflitto, che giocò una memorabile finale di coppa, quella del 1956, con una vertebra fratturata; di Jimmy Case, uno dei membri del formidabile quartetto di centrocampo del Liverpool vincitore del double campionato-Coppa dei Campioni, insieme a Ray Kennedy, Terry McDermott e Graeme Souness (nella stagione 1978-79, Jimmy Case, che pure segnò sette reti in campionato, fu il marcatore più scarso tra i centrocampisti Reds); di Horst Blankenburg, tedesco, l'unico giocatore straniero del fantastico Ajax di Rep, Cruijff, Neeskens e Krol, libero fortissimo che ebbe la sfiga di essere coetaneo di Beckenbauer; di Micky Hazard, centrocampista piccolo, esile e fortissimo con la palla al piede, un giocatore molto atipico per il gioco inglese, autore di ottime prestazioni nelle due finali di coppa Uefa con il Tottenham nel 1984, contro lo stesso Anderlecht che aveva derubato il Forest in semifinale; e di John McGovern, il "piccolo grasso ragazzo" scozzese, l'alter ego in campo di Brian Clough, che l'aveva fatto esordire a sedici anni in prima squadra quando allenava l'Hartlepool, e che se lo portò dietro in quasi tutte le squadre che allenò, persino al Leeds United. BC aveva una fiducia straordinaria in lui, e, quando gli chiesero come avrebbe fatto a arginare Manfred Kaltz, il formidabile terzino di spinta dell'Amburgo, prima della finale del Bernabeu, Clough rispose con la frase del titolo: "Abbiamo un piccolo ragazzo grasso che lo farà nero". Traduciamo qui il testo dell'articolo del Guardian su McGovern, ma consigliamo la lettura di tutte e sei le parti dell'articolo, davvero gradevole e divertente.

John McGovern veniva spesso definito, in maniera quasi dispregiativa, un "girovago": la realtà è che il suo era un viaggio in compagnia di Brian Clough. Il centrocampista scozzese veniva spesso definito anche un portatore d'acqua; be', qualcuno pure doveva portare l'acqua, in modo che Clough potesse camminarci sopra. Clough portò McGovern in tre dei cinque club che allenò, lo fece esordire quindicenne nel quarto (l'Hartlepool), e cercò senza successo di comprarlo nel quinto (il Brighton). McGovern era l'impersonificazione dell'idea che Clough aveva di tutto ciò che doveva essere un ragazzo: educato, curato nell'aspetto (Clough dovette dirgli una volta sola, la prima volta che lo vide, quando John era un ragazzino terrorizzzato di quindici anni, di tagliarsi i lunghi riccioli biondi) e senza nessuno dei vizi tipici dei giocatori inglesi [booze, birds and bet, alcol ragazze e scommesse].

"John, mi raccomando, domani passa dal barbiere".


Clough divenne una figura paterna, anche se, a volte, in maniera quasi morbosa: «Mio padre morì quando avevo undici anni», disse McGovern, «e lui divenne, in qualche modo, l'unico maschio adulto al quale potevo chiedere consigli, a volte anche se non glieli chiedevo, a dire il vero: aveva un attaccamento fortissimo, quasi ossessivo nei miei confronti».

Clough rese McGovern il più giovane debuttante di tutti i tempi della Football League, a 16 anni appena compiuti, e l'avrebbe nominato capitano del Nottingham Forest che avrebbe vinto il campionato e due Coppe dei Campioni. A dire il vero, sul campo, mentre dinoccolava nei pressi del centrocampo, sembrava allo stesso tempo sgraziato e quasi infantile, per quel volto cherubinico: quando arrivò il primo giorno al campo di allenamento del Derby County, in bicicletta, il grande Dave Mackay lo scambiò per un tifoso adolescente in caccia di autografi. Ma Clough (e anche di più Peter Taylor, che perorò la causa di McGovern a un Clough inizialmente scettico) capì che il Governor aveva qualcosa di cui pochissimi giocatori nel calcio inglese ora conoscono il valore, e che anche allora non era merce proprio comune:  l'importanza del coraggio morale, e di coraggio morale in quantità industriali.

«Non poteva correre bene [McGovern soffriva di un problema congenito alla muscolatura della schiena], ma lottava sempre fino all'ultimo, spendeva sempre fino all'ultima oncia di forza per conquistare un pallone e passarlo con intelligenza, e l'avrebbe fatto comunque sia e in ogni circostanza, sia che la squadra perdesse per 3-0 in una notte nebbiosa e fangosa a Walsall, sia che la squadra vincesse per 4-0 in un pomeriggio di sole a Wembley”, diceva Clough.
McGovern divenne il consigliere [in Italiano nel testo] di Clough, l'allenatore in campo che si prendeva carico con calma dei problemi e manteneva i nervi saldi quando quelli degli altri stavano vacillando. Era grande nella rottura del gioco altrui e nella costruzione del proprio, il tipo di giocatore "dal lavoro oscuro" il cui valore e la cui importanza è stata definitivamente riconosciuta solo nei tempi moderni. La Scozia aveva davvero grandi centrocampisti, allora, ma rimane davvero uno scandalo il fatto che McGovern non abbia mai giocato nemmeno una partita con la maglia dal rosso leone. Quando, alla fine della carriera, con la sua solita modestia e il suo solito understatement disse «ci sarei andato a piedi, in Scozia, per un solo unico cap», non era solo un vuoto luogo comune.

Forse, nella sua carriera internazionale, non aiutò un episodio farsesco che coinvolse il manager della Scozia, Ally MacLeod. Quando il Forest distrusse il Manchester United per 4-0 all'Old Trafford nella stagione del titolo nazionale, quella del 1977-78, MacLeod annunciò raggiante che tutti i giocatori scozzesi del Forest sarebbero stati convocati per la Coppa del Mondo di Argentina. Un fotografo, annusando la possibilità di guadagnare qualche soldo con una foto che potesse servire per illustrare i servizi relativi a questa dichiarazione, chiese ai quattro — McGovern, John Robertson, Archie Gemmill e Kenny Burns — di posare con un kilt. McGovern non si prestò alla baracconata, e quando furono annunciate le convocazioni, il nome di John non c'era; cominciò a girare la voce che MacLeod non avesse idea che McGovern fosse scozzese. «Difficile da credere, no?», dice McGovern.
Già, così è la storia del ragazzo tranquillo che aveva con Brian Clough un legame così forte: nella buona e nella cattiva sorte, il racconto dell'avventura di McGovern è difficile da credere.

Ecco. Un  bel ricordo di un giocatore che, quando si parla del grande Forest bicampione d'Europa, si cita troppo poco. Dovessi fare un paragone con un giocatore contemporaneo, lo paragonerei a Cambiasso, forse più forte e certamente più elegante del piccolo scozzese, ma dotato delle stesse qualità morali e della stessa immensa dote di riunire nello stesso giocatore grandi doti di interdizione e grandi doti di passaggio e di visione di gioco. Ma quello che la vulgata popolare gli toglie ora (anche se a Nottingham il Governor è tutt'ora una specie di incrocio tra una vacca sacra, un messia in terra, un saggio del villaggio e di sindaco onorario a vita, e è appena più popolare di Robin Hood), glielo diede allora in abbondanza la storia del calcio: due titoli nazionali con squadre che non avevano mai vinto nulla prima, e due Coppe dei Campioni fanno del suo curriculum uno dei più luminosi della storia del calcio, non solo britannico.

Dopo qualche timido tentativo di diventare manager (le sue doti di tranquillità e di gentilezza, che fecero di lui un grandissimo capitano, probabilmente non sono le più adatte per un grande allenatore), John McGovern ora lavora in progetti per l'avviamento dei bambini al calcio in Paesi del terzo mondo, e è anche una delle nostre voci radiofoniche preferite, visto che lavora come pundit per BBC Nottingham, e partecipa come commentatore tecnico, preciso garbato e competente come al solito, alle radiocronache della nostra squadra.

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Swans, swim or sink?

Non è proprio la partita dello swim or sink (nuota o affoga), ma, insomma, se non si vince domani, dal punto di vista psicologico penso che sarebbe un po' un colpo, dopo il recente conato di recupero.

La buona notizia è che non perdiamo da sei partite. La cattiva notizia è che non abbiamo mai vinto in casa. La buona notizia è che lo Swansea ha sempre perso fuori, contro Hull, Norwich e Leeds, la cattiva notizia è che noi segniamo davvero con il contagocce, come si suol dire. La cattiva notizia è che probabilmente non ci saranno Earnshaw e Kelvin Wilson, la buona notizia, magari, a essere cattivi, è che non ci saranno Earnshaw e Kelvin Wilson, visto che la nostra migliore partita è stata quella senza questi due. La cattiva notizia è che Pratley gioca con loro, e dopo le vicende estive, la disgraziata esternazione del geniale Marthur, sento scricchiolare minacciosamente le meccaniche metafisiche (un ossimoro sul quale, però, penso che qualsiasi appassionato di calcio sarà d'accordo) del football. La buona notizia è che i bianchi Cigni del Glamorganshire (ok, ho guardato wiki) saranno pieni di assenze: Beattie, Butler, Rangel, Bodde e Pintado. Però hanno vinto 3-1 in Carling Cup nel turno infrasettimanale a Peterborough. Il pronostico a questo punto non saprei farlo, fate voi.

L'anno scorso abbiamo scaccolato via due 1-0 nei confronti diretti, con rete di McGoldrick (che questa settimana ha esordito tra le riserve, ma il cui recupero prenderà ancora qualche settimana) al Liberty Stadium, e con rete di Chambers al City Ground. Il bilancio tra le due squadre vede in leggero vantaggio i True Reds con 23 vittorie, contro le 21 dello Swansea, i pareggi invece non li so. 

Stato di forma — Ultime cinque partite

Forest
Hull (A) 0-0
Preston (A) 2-1
Millwall (H) 1-1
Norwich (H) 1-1
Reading (A) 1-1

Swansea
Peterborough (A – Carling Cup) 3-1
Scunthorpe (H) 2-0
Coventry (H) 2-1
Leeds (A) 1-2
Burnley (H) 1-0  

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