“Avrei dovuto cercare di capire”: Justin Fashanu, la versione di Brian Clough

Dopo qualche tempo, concludiamo l’analisi del rapporto molto conflittuale che Brian Clough ebbe con Justin Fashanu, dando conto di un’altra testimonianza diretta dello stesso Cloughie, tratta dalla sua ultima autobiografia.

Brian Clough scrisse due autobiografie: la prima nel 1994, nel momento del suo ritiro, dedicata a Peter Taylor, intitolata semplicemente Autobiography: un testo piuttosto convenzionale, interessante, brillante, ma con molte cose (tra le quali il suo difficile rapporto con l’alcol) lasciate a margine, o completamente ignorate; la seconda, scritta successivamente al trapianto di fegato cui fu sottoposto nel 2002, Walking on water, nella quale, invece, traccia un autoritratto a tratti impietoso, ma, proprio per questo, molto utile a apprezzare le vere qualità del più grande manager che il calcio moderno abbia avuto.

Curiosamente, la prima autobiografia è ancora correntemente pubblicata, e agevolmente reperibile su siti quali Amazon.co.uk, mentre la seconda autobiografia è fuori commercio, e può essere trovata solo su eBay, se si ha un po’ di fortuna, o su siti specializzati in libri usati, quali Abebooks.co.uk, a prezzi tuttora convenienti.

(Invece, il bellissimo libro di Peter Taylor, With Clough, pubblicato nel 1980, è quasi introvabile. Io sono riuscito a procurarmelo su eBay, pagandolo un prezzo inverosimile, di cui mi vergogno di me stesso: quasi 45 euro; anche di quest’ultimo libro, naturalmente, pubblicheremo su questo blog ampi stralci, per ricostruire nel modo più completo possibile, e accampando il maggior numero di voci possibile, la storia eccezionale di quegli anni irripetibili).

Nella sua seconda autobiografia, Clough dedica diverse pagine al caso Fashanu, inserite, significativamente, nel capitolo 15, intitolato I should have tried to understand, “avrei dovuto cercare di capire”, nel quale Brian ripercorre alcuni episodi della sua avventura al City Ground che, in seguito, lo hanno fatto ripensare con un po’ di rammarico al modo in cui le aveva gestite. Riproduciamo integralmente, di seguito, questo capitolo.


Capitolo XV — Avrei dovuto cercare di capire

L’indipendenza e la sicurezza economica che la mia esperienza al Leeds mi lasciò, insieme all’esonero, fu uno dei fattori più importanti delle mie vittorie nel corso dei diciotto anni come manager del Nottingham Forest, vittorie tra le quali annoverare, non ultime, il titolo inglese e le due coppe europee. Quell’esonero significò che io potevo scegliere ogni lavoro volessi, senza alcuna preoccupazione di carattere economico. Potevo seguire il mio istinto, le mie intuizioni, le sensazioni provenienti dal mio stomaco, e fanculo alle conseguenze, se qualcosa fosse dovuta andare male.

[Brian Clough non si dimise, ma fu esonerato dal board del Leeds United dopo 44 giorni di conduzione tecnica; per facilitare il cambio di allenatore, il Leeds riconobbe a Clough un bonus di buonuscita davvero molto alto, per quell’epoca.]

Ma, in effetti, andarono male pochissime cose, naturalmente. Fu un successo in tutti i sensi, una volta che io mi fui insediato, ebbi sistemato le cose, e dato una rinfrescatina a un club in grave decadenza; un club che stava letteralmente morendo in piedi, quando io entrai, come una brezzolina di primavera, nel gennaio del 1975. Il Forest stava annaspando troppo vicino alla parte sbagliata della seconda divisione, con pochi giocatori in rosa che sapessero trattare un pallone con la necessaria proprietà, o colpire la palla di testa adeguatamente; e, vabbè, stendiamo un velo pietoso sulla loro capacità di leggere e interpretare il gioco. È abbastanza significativo, per cercare di capire la situazione in cui si trovava la squadra al mio arrivo, il fatto che John Robertson e Martin O’Neill fossero fuori rosa, messi nella lista di trasferimento. E guardate ora dove sono: stanno facendo grandi cose, insieme, al Celtic. Come cambiano le cose, con il passar del tempo.

[Martin O’Neill guidò il Celtic dal 2000 al 2005, con Robertson come secondo. Portò il Celtic alla finale di Coppa Uefa del 2003, nella quale perse dal Porto di Mourinho per 3-2. Nelle sue cinque stagioni al Celtic Park, O’Neill vinse tre titoli di Lega, tre Coppe di Scozia e una coppa di Lega. Martin e John, dunque, all’epoca della scrittura del libro, erano in carica al Celtic Park.]

L’esperienza al Leeds, insieme a tutti i benefici che portò al mio conto in banca e alla mia pace mentale, diede, però, un colpo feroce al mio ego. L’esonero brucia, non importa quanto sia alta la buonuscita, che serve solo a rendere un po’ più morbida la caduta. Ci volle un po’, prima che io fossi di nuovo capace di camminare sull’acqua, anche se la mia prima partita al Forest fu un replay di FA Cup che disputammo a Tottenham, che vincemmo contro ogni pronostico. Seguì subito una vittoria a Fulham in campionato; ma se il popolo di Nottingham e i tifosi del Forest cominciarono a nutrire, in seguito a questi risultati, la speranza di un miracolo immediato, dovettero subire un rude risveglio. Dal mio insediamento fino alla fine della stagione vincemmo solo tre partite su diciassette, compreso quel replay a White Hart Lane. Fummo maledettamente fortunati a non finire in terza divisione.

Urgeva un processo di ristrutturazione drastico, gente fuori e gente dentro. Non si può bonificare uno stagno rimanendo sul bordo a guardare l’acqua fangosa. Devi disturbarlo, entrarci dentro, eliminare le cause dell’inquinamento e metterci dentro le cose che possano renderlo di nuovo fresco e pulito. Sbattei fuori la merda, e presi dei giocatori che sapessero davvero giocare al calcio al livello di Tony WoodcockIan BowyerO’Neill e Robertson, e del terzino destro Ian Anderson, che erano i nostri giocatori migliori.

Sono le piccole cose, il ricordo di uno o due momenti notevoli che tornano in mente, a dare un senso di calore e di soddisfazione durante i giorni di pioggia quando si è in pensione, quando c’è poco altro da fare che stare seduti a pensare.
Quello di quando tornai a Leeds per ingaggiare di nuovo John O’Hare e John McGovern è un ricordo che ancora riesce a scaldarmi quando il riscaldamento centrale di casa è rotto. I direttori del Leeds non si rendevano conto di che cosa avevano in mano, con quei due. Questo fu il motivo per cui riuscii a prenderli a molto meno di quanto non li avessi pagati quando li avevo comprati per conto del Leeds. Erano facce familiari, e avevano abilità indubitabili. Un manager, soprattutto al Forest, non può permettersi di circondarsi di troppe persone di genuino talento, e questo fu il motivo per cui Jimmy Gordon, allontanato dal Leeds quando fui esonerato io, fu ingaggiato dal Nottingham Forest. Allenatore? Preparatore atletico? Non mi hanno mai interessato molto i titoli. Diciamo pure che era il mio preparatore atletico. Comunque fosse, chiamai Jimmy perché era una persona onesta quanto è lungo il giorno, aveva una profonda conoscenza del gioco, e capiva bene i giocatori. Avevo visto tutte queste cose, quando ero al Middlesborough da ragazzo, dove Jimmy era uno dei leader della prima squadra.

Pensavo che tipo l’ottavo posto non sarebbe stato male, per la mia prima stagione completa di lavoro, ma c’era ancora un importante elemento che mancava. Peter Taylor era rimato a Brighton, scommettendo tutto sulla promozione, ma aveva fallito. Sia per la sua capacità di farmi ridere, sia per la sua mostruosa abilità di individuare un talento, per tutte queste ragioni, per qualsiasi ragione vi venga in mente, in nessun modo il ruolo di Taylor nella rinascita del Nottingham Forest può essere sopravvalutato. Il volo che presi per andarlo a trovare a Maiorca fu certamente il volo più utile che io abbia mai fatto. La sua ritrosia era solo di facciata: io sapevo benissimo che, nonostante tutte le sue pretese di volersi ritirare al mare, sarebbe saltato alla proposta di aiutarmi a guidare il Nottingham Forest, la squadra della sua città, anche se sarebbe rimasto piuttosto lontano dalla spiaggia. E, ancora una volta, non ebbi torto.

I miei ricordi al City Ground sono molti e meravigliosi, a parte quell’orrenda, evitabile ultima stagione. È facile confinare i pensieri dentro i bei tempi, i successi, le sensazioni gratificanti che vengono dai momenti di trionfo. Ma sarebbe disonesto ignorare i momenti che si vorrebbero, invece, dimenticare. Le occasioni in cui, potendo, si agirebbe in modo differente se si potesse ricominciare da capo, quando si guarda indietro e si pensa, tra sé e sé, “vorrei non aver agito in quel modo, in quella situazione”.

Sto pensando a Justin Fashanu. Ho pensato un sacco a Justin Fashanu, negli ultimi quattro anni. Prima, ero solito pensare a lui con rabbia. Ero arrabbiato di aver permesso a Peter Taylor di convincermi che il ragazzo valeva davvero un milione delle sterline del Nottingham Forest, un milione pagato credendo che egli avrebbe potuto essere parte di un’altra grande squadra, dopo quella che aveva vinto le due Coppe europee. Ci eravamo sbagliati: non era la prima volta, non sarebbe stata l’ultima. Avemmo torto a credere che l’attaccante che si fece un nome con il gol dell’anno di “Match of the Day” contro il Liverpool potesse essere parte della nostra squadra, qualunque fosse quella che noi avevamo in mente. Venne fuori che il giocatore era assolutamente senza speranza, ma nel momento in cui divenne assolutamente chiaro, Taylor se n’era andato. Mi aveva chiesto di negoziare il suo ritiro, e uscì dal gioco con una stretta di mano davvero dorata, più di 25.000 sterline, solo per tornare indietro immediatamente, quell’estate dell’82, come manager del Derby, tra tutti i posti possibili proprio il nostro club più speciale, che aveva fatto diversi tentativi senza successo di riprenderci indietro tutti e due, in precedenza.

Pete mi lasciò con un paio di sui protégés davvero scarsi, ma Fashanu era il caso peggiore. Non poteva darci un gol che fosse uno, di qualsiasi forma e in qualsiasi maniera, non parliamo poi di uno che potesse essere considerato il gol della stagione. Non solo mi contrariava: mi faceva proprio incazzare, ogni volta: le incredibili occasioni sbagliate, le scarpette buttate tra il pubblico, tutte le volte che si faceva espellere, per non parlare di tutte le volte che lasciava la sua Jeep in divieto di sosta così tante volte, e aveva così tante multe, che penso che la polizia municipale di Nottingham stesse considerando la possibilità di assegnargli un vigile personale.

Sapete già, probabilmente, la storia del giorno che venne a parlarmi, e che mi confidò: “Ho trovato Dio”. Io gli risposi: “Oh, bene, dovresti andare da lui anche a farti firmare i tuoi assegni”. Era un giovane uomo molto confuso, che probabilmente pensava che unirsi ai Born Again Christians lo avrebbe aiutato a mettere ordine nella sua vita. Io, certamente, non gli fui d’aiuto in questo, non mentre egli non riusciva a fare il lavoro che io volevo che lui facesse dopo aver investito così tanto denaro del Club, e non mentre egli sembrava essere trascinato da un problema evitabilissimo a un altro, spergiurando di essere sincero mentre, invece, diceva bugie dopo bugie.

Io non gli fui d’aiuto quando cominciai a sentire voci a proposito delle sue frequentazioni  regolari di un club che era un noto ritrovo di omosessuali. Non era il fatto che Fashanu fosse gay a preoccuparmi; la sua sessualità in sé non era una preoccupazione. Io fui brutalmente diretto con lui, tuttavia: troppo diretto in una occasione. Gli chiesi dove andasse a comprare un filone di pane, o un taglio di carne, e quando lui mi diede le ovvie risposte, io lo investii con questa domanda: “E allora, perché ti vedono sempre in quel club per culattoni a Nottingham?”. La sua alzata di spalle non fu una risposta, e continuò a essere irritante, assumendo un istruttore religioso e pretendendo l’uso di un massaggiatore personale.

Era un ex puglile, Fash, un ragazzo molto complesso, con un modo di fare affascinante e una personalità gradevole. Se solo fosse stato sincero più spesso, e avesse imparato a guardare in faccia la verità su sé stesso e la sua vita. Sembrava sempre uno che porti troppo bagaglio; nulla poteva mai essere semplice o diretto, con lui, soprattutto quando si trattava di spedire la palla in fondo alla rete. Penso di ricordarmi bene se dico che segnò tre reti in trentun partite di lega, un bel ritorno per un investimento di un milione di sterline.

Il giorno che non gli diedi più una possibilità fu quando arrivò all’allenamento con uno dei suoi amici, il consulente religioso o il massaggiatore. Gli dissi di andarsene. Gi dissi di andarsene dal mio campo di allenamento, e di andarsene dal mio club. Il fatto che io abbia telefonato alla polizia e gli abbia chiesto di venire e di arrestare il mio centravanti è diventata una delle leggende d’ambito calcistico meglio conosciute d’Inghilterra. In verità, io volevo solo che fosse portato via: vennero due poliziotti, e fecero quello che avevo chiesto.
Non sono sicuro che la perdita per il Forest si sia trasformata in un gran guadagno per i nostri vicini del Notts Conty, ma se lo presero loro. Non stette a lungo nemmeno lì. Ma noi l’avremmo guardato dall’altra parte del Trent, e questo era tutto quello che mi importava.
Certo, non se ne andò in maniera così spettacolare come fece una volta in Spagna: divideva la sua stanza con Viv Anderson, e, svegliandosi di soprassalto da un incubo, si precipitò come un missile fuori dalla stanza, dimenticandosi di aprire la porta, lasciandola come una di quelle che si vedono nei cartoni di Tom e Jerry. Solo che non era il mondo delle favole, successe davvero.

Nulla di ciò — il modo di vita non ortodosso, il talento sprecato, se poi davvero c’era talento, da qualche parte, o la sessualità che cercò di nascondere così a lungo — mi aveva tuttavia preparato a quello che lessi nei titoli di cronaca nell’estate del 1998, che davano conto della terribile solitaria morte di Justin Fashanu. Fu trovato impiccato in un garage chiuso a chiave nell’East End di Londra. La notizia mi sconvolse. Quando senti di un ragazzo che si toglie la vita in circostanze squallide come questa, un ragazzo con il quale un tempo avevi lavorato, e del quale eri responsabile, devi per forza guardare indietro e chiederti se non avresti potuto fare in modo che le cose andassero diversamente. Io ora so che avrei dovuto cercare di di trattare con Fashanu in modo differente, certo con più compassione e comprensione.

Non ne mostrai molta, il giorno che lo feci portar via dal campo di allenamento da due dei più esili ufficiali di polizia in forza a Nottingham. Erano così piccoli, che mi sorpresi che si fossero offerti per entrare in polizia. Quando Fashanu, all’inizio, si rifiutò di andar via, ricorsi a una tattica che era stata usata infinite volte contro di me, quando ero un giocatore: gli diedi un calcio nel polpaccio. Ora, dovete sapere che quando vi danno un calcio nel polpaccio, la gamba vi si piega un po’. “Se non te ne vai da questo campo di allenamento”, gli gridai, “ti do un calcio anche sull’altro polpaccio, e ti faccio diventare alto come questi due poliziotti”.

Era tipico di me, a quel tempo, ma ne avevo più che abbastanza di un tizio che aveva negato la verità su sé stesso fino al punto di dichiarare che stava per sposarsi. Aveva persino portato una ragazza da Londra. Era davvero sconvolgente.

“Mi piacerebbe che lei conoscesse la mia ragazza”, mi disse, e aggiunse: “le ho chiesto di sposarmi”.

Andai a incontrarla perché farlo era un elemento essenziale del mio lavoro di manager — ero solito incoraggiare le ragazze che stavano intorno al campo di gioco a relazioni stabili, perché non ho mai trovato niente di più benefico per un calciatore che una vita domestica soddisfacente e stabile. Lo dicevo sempre, e incoraggiavo i giovani giocatori a sposarsi, a sistemarsi, e li avvertivo sempre: “non lasciate passare troppo tempo prima di fare dei figli”.

La presunta fidanzata di Fashanu era piccolina, con zigomi alti, una vera bellezza. Avrebbe fatto sembrare Elizabeth Taylor una specie di Dracula, messa accanto a lei. Capii che era tutto un imbroglio, un trucco, o almeno, lo pensai allora, e lo penso tuttora. Era il modo in cui Fashanu cercava di convincermi che non era gay. Ecco il punto fino al quale era arrivato a prendermi in giro.

A meno che gli esseri umani non vengano a patti con quello che sono, sono destinati a soffrire periodi molto lunghi di solitudine e di frustrazione. Non osano distruggere la loro immagine pubblica, quella che vogliono trasmettere di sé. Cominciano a diventare due persone. Sono quello che sono dentro di sé, ma quando aprono la porta di casa e fanno il primo passo fuori diventano quello che vogliono che gli altri credano che siano.

Pensandoci bene, non credo di aver fatto male a parlare con lui della sua sessualità, ma avrei dovuto affrontare il tema più discretamente. Lo feci di fronte agli altri giocatori, di fronte a tutti quelli che erano al campo quel giorno, e questo fu davvero scortese, nei suoi confronti. Barbara [la moglie di Cloughie] mi criticò aspramente per questo, dicendomi a muso duro che se queste erano le sue inclinazioni, be’, quelli erano affari suoi, era la sua vita. Che aveva tutto il diritto di essere ciò e chi volesse. Barbara non poteva accettare che io avessi fatto della sua vita privata una materia di pubblica discussione.

Non fui sorpreso che lui, alla fin fine, sia andato negli Stati Uniti. Non posso dire di essere rimasto particolarmente sorpreso nemmeno del fatto che il suo nome fosse stato collegato con un processo per molestie sessuali a un ragazzo di diciassette anni. Io non so se egli fosse ricercato dalla polizia americana, ma sono sicuro che Justin avrebbe potuto dover passare un lungo perido dietro le sbarre, se fosse stato riconosciuto colpevole, laggiù, di violenza sessuale. A quanto ho capito, la sua nota di suicidio comprendeva anche la proclamazione della sua innocenza. Non sapremo mai la verità su questo caso: solo che tornò in tutta fretta in Inghilterra e si tolse la vita.

Se n’era andato dalla mia moltissimi anni prima, naturalmente. E era uscito anche dai miei pensieri, perché io dovevo occuparmi di cercare di mandare avanti un club di calcio, e questo è un compito più che sufficiente per assorbire i pensieri di un essere umano. Ma, voglio dire, togliersi la vita; a portarlo a questo dev’essere stata una combinazione terribile tra disperazione, paura e solitudine. Qualunque cosa fosse, era una cosa con la quale lui non poteva più convivere. Forse non era abbastanza coraggioso. Forse avrebbe dovuto dichiararsi molto tempo prima, fare “coming out”, come si dice ora; facile per me dirlo, ma capisco come sarebbe potuto essere maledettamente difficile per lui farlo, soprattutto per il fatto che era un calciatore professionista, e un calciatore professionista a quei tempi.

Quando io vengo rimproverato dalla mia cara moglie a proposito del trattamento che inflissi a Fashanu, mi trovo a essere d’accordo con la maggior parte delle cose che dice, ma mi sento anche di aver avuto un piccolo pezzetto di ragione, non fosse altro che per il fatto che lui aveva cercato di prendermi in giro, e che io avevo visto attraverso la sua finzione. Dopo la sua morte, la mia tristezza nacque dal fatto che io avrei potuto capire meglio di quanto non abbia cercato di farlo quando lui era con me al Forest, e dal fatto che forse avrei potuto aiutarlo. Avevo delle responsabilità nei suoi confronti, perché era sotto la mia giurisdizione, ero il manager del suo club, e, invece, non gli diedi nulla.


A me queste pagine paiono un bel ritratto di Brian Clough, piuttosto che di Justin Fashanu. Certamente un uomo d’altri tempi (per esempio, il fatto di rinfacciare a Fashanu le sue frequentazioni di “locali da culattoni” di fronte a tutti gli altri appaiono oggi difficili da accettare, e, probabilmente, lo erano anche allora, a giudicare dalla reazione di Barbara), ma, essenzialmente, un uomo leale che cercava lealtà, che aveva per la trasparenza nei rapporti una venerazione quasi feticistica.
Non poteva accettare di essere preso in giro, perché non poteva lavorare con una persona della quale non si poteva fidare ciecamente.
Nel corso di questo capitolo, sono continui i riferimenti alle bugie, ai make-believe costruiti da Fashanu per distogliere il Gaffer del Forest dalla vera natura dei suoi problemi e della sua infelicità. E una tale architettura di sfiducia e di diffidenza Clough non la poteva accettare da nessuno.

Questo non valse solo per Fashanu, naturalmente: valse anche, e soprattutto, per il suo più grande amico e collaboratore. Anche con Peter Taylor il rapporto si ruppe perché venne a mancare la fiducia in lui, nella sua dedizione e nella sua amicizia incondizionata. Proprio alla rottura del rapporto con Taylor, con letture tratte dalle biografie e dalle autobiografie migliori a nostra disposizione (aspettando, nel frattempo, anche quella della figlia del grande talent scout di Nottingham), dedicheremo le prossime puntate di questa saga straordinaria.

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