Provided you don’t kiss me — Brian Clough e Justin Fashanu

Torniamo al bellissimo libro di Duncan Hamilton, Provided you don’t kiss me (Provided you don’t kiss me – Twenty years with Brian Cloug, Fourth Estate, London 2009).

Non so se l’ho già detto, ma questo libro non è una “biografia lineare” di Brian Clough. Piuttosto, è una raccolta di saggi monografici, ognuno dedicato a un aspetto della personalità del Gaffer, scritta da un giornalista che seguì il Forest per tutti gli anni del management di Brian, per conto del Nottingham Evening Post.

Hamilton dedica un intero capitolo al rapporto tra Brian Clough e i suoi giocatori: un capitolo intitolato, significativamente, Wrestling Sigmund Freud. Hamilton aveva uno sguardo privilegiato, per quanto riguarda il sistema di interazioni tra i giocatori dei Reds e il loro manager, dal momento che aveva accesso sl secondo più importante “spazio privato” all’interno del quale  vengono messe in scena le dinamiche relazionali che governano l’andamento di una squadra, dopo lo spogliatoio: il pullman della squadra.

Duncan Hamilton non ha mai preso la patente, e avrebbe dovuto, di conseguenza, seguire la squadra in trasferta utilizzando i mezzi pubblici. Ma, proprio nella sua prima stagione di cronista al seguito del Forest, in occasione di un August Bank Holiday, ricorrenza in occasione della quale la frequenza dei mezzi pubblici è molto ridotta, Hamilton chiese a Clough il grande favore di poter sfruttare il “coach” del Forest per la trasferta.

(“Coach”, la parola inglese per “pullman”, o anche “carrozza ferroviaria”, ha la stessa radice — una parola ungherese — dell’italiano “cocchio”, e dello spagnolo “coche”: come verbo fu subito utilizzato nel significato di “condurre”, e poi anche “preparare”, e, di conseguenza, utilizzato nuovamente come sostantivo nel senso di “preparatore”).

Duncan Hamilton era molto titubante, nel fare questa richiesta, perché sapeva come Clough (al pari di tutti gli allenatori) fosse gelosissimo degli spazi privati della propria squadra, e, soprattutto, come fosse timoroso che un giornalista potesse vedere — e pubblicare — cose che, invece, non dovrebbero uscire da tali spazi. Nondimeno, Hamilton sapeva che Clough da una parte lo stava prendendo in simpatia (anche Duncan era figlio di un minatore, e orgoglioso di tale origine), dall’altra provava nei suoi confronti una specie di istinto protettivo, causato dalla sua giovane età e dalla forte balbuzie dalla quale Hamilton è affetto, e dall’altra ancora che sarebbe stato impietosito dal fatto che non possedesse una patente, e che al giovane reporter sarebbe stato ben difficile, in quel giorno di vacanza, seguire la squadra altrimenti.

Ci pensò su per un momento, poi acconsentì alla mia richiesta, ma a una condizione: «Devi venire con noi sul pullman in tutte le trasferte. Ne perdi una, sei fuori. Questo mi sembra un patto leale».

Naturalmente, Duncan accettò ben volentieri. Questa, appunto, fu un’ottima occasione per guardare Brian al lavoro (“allenare una squadra significa, anche, sapere gestire i tempi morti. Non si può credere quanto del tempo di un giocatore professionista sia passato sulla strada, o a aspettare qualcosa”) e, soprattutto, per vedere come trattava i “casi” dei suoi giocatori.

Clough era molto fiero della sua capacità di cogliere, nei suoi giocatori, soprattutto nei loro atteggiamenti e in quello che ora si definirebbe “linguaggio del corpo” problemi, difficoltà, o, all’inverso, la disponibilità a dare tutto in una particolare partita o in un particolare periodo. Era un teorico del rapporto individuale con il giocatore, tanto quanto, invece, odiava e trovava inutili i discorsi motivazionali rivolti a tutto il gruppo. Secondo Hamilton, il maggiore dei “segreti” del successo di Clough stava proprio nel rapporto con i giocatori, nel misto di paura e di rispetto che incuteva anche nei giocatori con una buona carriera internazionale.

Nel primo colloquio con i nuovi arrivati, come prima cosa il manager del Forest chiedeva quale fosse il loro vizio principale: in genere, uno delle tre “B” che affliggevano, ai tempi d’oro, la maggior parte dei giocatori professionisti britannici: “birds, booze, betting”, ragazze, alcol o scommesse.

Tanto lo scoprirei lo stesso, prima o poi. Una volta che lo so, posso cominciare a lavorare. Se a uno piace scommettere, sto attento a quanti soldi ha, se comincia a chiederne in giro. Se gli piacciono troppo le ragazze, posso passare la notte tardi davanti a casa sua per vedere cosa succede, se gli piace bere, durante gli allenamenti gli parlo molto da vicino in modo da sentire il suo alito… la gestione di una squadra è anche questo.

Appunto: vizi da anni cinquanta per un allenatore con una testa da anni cinquanta, come abbiamo avuto modo di dire nel post precedente. Ma vediamo, ora, che cosa ci dice Duncan Hamilton, in questo capitolo fondamentale del suo libro, a proposito del rapporto di Brian Clough con Justin Fashanu.

Clough aveva molta difficoltà avere a che fare con chiunque non rientrasse nel profilo stereotipico di un tipico giocatore di calcio. Questo fu, certamente, il caso di Justin Fashanu, il primo [e unico] giocatore professionista di calcio apertamente gay della Gran Bretagna; un ragazzo la cui facciata di strafottente autostima nascondeva un carattere incerto e vulnerabile, bisognoso molto più di supporto che di critiche e di conflitti.

Fuori dal campo, Fashanu vestiva in un modo che Clough riteneva intollerabilmente stravagante, con abiti e gioielli molto vistosi. “Se vuole mettersi in mostra”, diceva Clough, “perché non lo fa su un campo di gioco?”.

Fashanu era affascinante, molto educato, dotato di una intelligenza lucida e brillante, anche se per nulla accademica; partecipava alle sfilate di moda, e aveva anche inciso un disco.

“È uno svitato del cazzo [he’s got a fucking screw loose], è un pazzo, e dice un sacco di palle”, fu il verdetto definitivo di Clough, amareggiato per il fatto che Peter Taylor non avesse fatto abbastanza bene i compiti a casa, prima di pensare di acquistarlo. Egli fu sempre assolutamente categorico, in proposito: “Ogni volta che qualcuno nomina Justin Fashanu in mia presenza, io dico solo una cosa: non l’ho comprato io. Il suo acquisto non ha nulla a che fare con me. La persona che lo comprò non fece bene il suo lavoro. Abbiamo ingaggiato un idiota”.

Fashanu era talmente terrorizzato da Clough, che gli si spezzava il respiro e sudava come una fontana ogni volta che il Gaffer gli rivolgeva la parola: “È il modo in cui mi guarda”, mi avrebbe confidato una volta. “Come se ogni volta stesse per farmi un cazziatone terrificante. Non gli piaccio, e non gli piacerò mai”. Cominciò a andarsene in giro per Nottingham fin quasi al mattino. Una volta suonò a casa mia alle 2:30 del mattino, e quasi mi scongiurò: “Non è che il vostro giornale può farmi passare in qualche modo al Notts County? A me piace Nottingham, ma non voglio stare al Forest, non con lui”.

Clough aveva già avuto a che fare con giocatori pieni di problemi matrimoniali, o di problemi di coppia di ogni tipo, dall’infedeltà ai litigi cruenti. Aveva fatto passare innumerevoli sbronze a un sacco di uomini già cresciuti. Aveva aiutato molti giocatori a uscire dalla spirale senza fine dei debiti di gioco: Colin Todd lo ringraziò pubblicamente, per questo. Ma non era abituato a giocatori che andassero in quelli che lui definiva “ritrovi per culattoni”. Il fatto che Fashanu fosse gay, e poi anche un Born-again Christian, rese la sua situazione al Forest insostenibile, almeno finché c’era Clough. Clough non aveva soluzioni pratiche alle questioni sollevate dalla sessualità e dalla fede religiosa di Fashanu. Non sapeva letteralmente come gestire nessuna delle due. 

Negli anni successivi, Clough avrebbe pensato spesso alla notte di maggio in cui il Forest divenne campione d’Europa per la seconda volta consecutiva, e ai possibili motivi per i quali il club, in seguito, cominciò a declinare. Al momento esatto in cui ciò era avvenuto. Dopo il suo ritiro, arrivò alla conclusione, parlando una volta con me, che il periodo decisivo per le successive fortune del club fosse stato quello tra l’estate e l’autunno del 1980, e la pubblicazione del libro di Peter Taylor sulla loro esperienza insieme. Da quel momento in poi, disse, il rapporto di fiducia che li legava andò in pezzi.
Ma l’ingaggio di Fashanu, dodici mesi più tardi, ebbe anch’esso un effetto profondo. Finì quello che il libro aveva cominciato a fare. Clough si trovò in grave imbarazzo di fronte a quel trasferimento, e, soprattutto, di fronte alla necessità di difenderlo: cosa che, alla fine, non si preoccupò più di fare.

Quando il Forest, con grande sollievo di Clough, alla fine trasferì Fashanu al Notts County per 100.000 sterline, un membro del board chiese al manager se si rendesse conto di quanto fosse costato al Forest tutto quell’affare. “Sono affranto, e mi assumo ogni responsabilità”, rispose. Clough era abituato a “discussioni uomo a uomo, a avere a che fare sinceramente a carte scoperte sul cazzo di tavolo su ogni cosa”. Aveva avuto a che fare con Burns, con Lloyd, con Gemmill, ciascuno dei quali si sarebbe azzuffato come un cane cui si cerchi di togliere l’osso, pur di  avere la meglio in una discussione. “Ma”, disse, “io non ho potuto far nulla di questo, con Fashanu. Se gli dicevo ‘buongiorno’ si metteva a piangere. Era uno scricciolino di ventun anni, che aveva così tanti problemi personali che un intero plotone di agony aunts* non avrebbe potuto cominciare a lavorare a un decimo di essi. Ehi, sono un manager di calcio, non uno strizzacervelli. Non potevo parlargli, perché non avevo la minima idea di che cosa avrei potuto dirgli che facesse la minima differenza. Magari lì per lì sarà potuto sembrare a qualcuno che valesse un milione di sterline, ma certo non valeva un milione di sterline”.

Con Fashanu terrorizzato da Clough, e con Clough privo di alcuna fiducia nel talento di Fahanu, e sempre ansioso e imbarazzato, i due non poterono mai nemmeno cominciare a comunicare. La relazione tra il manager e il giocatore degradò in un conflitto latente ma potenzialmente esplosivo. Lo stato di confunsione emotiva di Fashanu peggiorò rapidamente. Quando si chiamò fuori da una partita tre quarti d’ora prima del fischio di inizio, adducendo come scusa di non essere abbastanza pronto fisicamente, Clough gli diede una specie di schiaffo sul lato della testa.
Chi sa che cosa sarebbe potuto succedere se Fashanu avesse reagito? Quando si fece di nuovo vivo all’allenamento, dopo che Clough gli aveva detto esplicitamente di starsene alla larga, fu chiamata la polizia, e Fashanu fu scortato fuori dal City Ground. “È un piagnone assurdo”, disse Clough. “Non riesco a immaginare come avrebbe potuto fare a cavarsela a Middlesbrough negli anni ’50”.

La cosa più triste è che, alla fin fine, Fashanu non se la cavò neanche nei rilassati anni ’90. Si impiccò in un garage chiuso a chiave dall’interno a Shoreditch, nel maggio del 1998. Nel suo messaggio di suicidio si poteva leggere: “Io spero che il Gesù che amo mi accolga in un posto dove io possa finalmente trovare pace”. Un diciassettenne, in Maryland, aveva accusato Fashanu di violenza sessuale. Fashanu aveva creduto che la polizia in America avesse un mandato di cattura per lui.
Nell’udienza sul suo caso, istruita quattro mesi più tardi, fu chiaro che non esisteva nulla di simile, e l’accusa si rivelò infondata. Ricordo di aver ascoltato la notizia del suo suicidio alla radio. L’ultima volta che l’avevo visto era stato a Brighton, quando, dopo un match, lui passò al press-box, elegante come sempre, e sorridente. Chiacchierammo per un quarto d’ora. Era quasi esuberante, quella sera, e sembrava veramente, genuinamente contento. E è questa l’immagine di lui che mi piace conservare per quando penso a lui.

* Le agony aunts sono, nel parlare colloquiale, le persone che rispondono alla posta del cuore nelle riviste o nei giornali.

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3 commenti

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3 risposte a “Provided you don’t kiss me — Brian Clough e Justin Fashanu

  1. Ha ragione Clough, caro Brian.Il problema di Fashanu non era la sua tendenza sessuale ma il suo carattere. Fashanu era terribilmente fragile."Cosa sarebbe successo se avesse reagito", si chiese Hamilton dopo uno schiaffo che il manager del Forest ha rifilato a Fashanu. Sinceramente non so cosa sarebbe successo. Forse sarebbe ancora vivo. Ma il punto è proprio questo: non ha reagito. Non l'ha mai fatto in vita sua. E' sempre fuggito; da Clough, da Nottingham, dall'Inghilterra, dall'America. Arriva un momento nella vita dove non puoi più scappare.Che la terra gli sia lieve.

  2. Molto bello il tuo commento, davvero. Mi sembra la chiosa ideale a questo capitolo di storia del NFFC e di BC (anche se manca la versione di Brian, tratta dalla sua autobiografia, che aggiungerò il prossimo fine settimana).

  3. Pingback: Walking on Trent

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