The dark side of BC.

Prima o poi bisognerà pur parlarne. Meglio prima, che così poi ci dedichiamo solo alle coppe che ha vinto, e a tutte le cose meravigliose che ha fatto al beautiful game.

La carriera di Brian Clough non è stata tutta rose e fiori. Non solo per il fatto dell’alcolismo, ma anche, e direi soprattutto, per alcune sue durezze, che appaiono intollerabili ai nostri occhi abituati a una placida e tollerante post-modernità. In questo e nei prossimi post, parleremo di quella forse più grave, certo di quella più celebre, quella che, forse, ha cominciato a distruggere la vita di un altro essere umano.

Clough era, in tutto e per tutto, un uomo della working class, con la testa di un minatore socialista degli anni ’50: questo voleva dire un grande tensione verso la giustizia sociale (nell’84, durante le marce dei minatori contro la Thatcher, si univa spessissimo ai figli e ai nipoti dei compagni di lavoro del padre), un grande amore per la schiettezza dei modi, una grande generosità, il convinto antirazzismo, la consapevolezza di essere un privilegiato (anche se i suoi stipendi furono sempre un paio di ordini di grandezza inferiori a quelli di certi deficienti arruffoni che allenano squadre di prestigio in prime divisioni europee) e di dovere, quindi, aiutare come possibile il proprio prossimo; voleva dire un grande amore verso il proprio mondo, la coscienza di non doverlo mai tradire, e la volontà che non lo tradissero nemmeno i propri giocatori.

Ma una testa così significava, anche, per essere benevoli, una grande rigidità di pensiero nei confronti di certi temi che la modernità cominciò a sottoporgli a partire dagli anni ottanta.

Poteva un minatore degli anni ’50 concepire l’idea che un calciatore fosse apertamente (o nascostamente, se è per quello) omosessuale? Ve lo immaginate uno con la testa da minatore degli anni ’50 che dica a uno dei ragazzi della sua squadra “ah, sei gay? Ah, ok, perfetto, potevi dirlo prima… mi sarei risparmiato quelle velate battute vagamente sessiste o, Dio non voglia, apparentemente omofobe che ogni tanto, purtroppo, mi sfuggono… Cribbio, mi dispiace proprio, a volte sono un elefante in una cristalleria… Gesù, dai, perdonami. Ehi, perché non porti il tuo ragazzo, al pub, la prossima volta? Ci facciamo una partita a freccette tutti insieme”.

No, eh? No, infatti.

Gli appassionati di calcio inglese che hanno più o meno la mia età (anche qualche anno meno, ma senza esagerare), quelli che sono passati, insomma, attraverso l’esperienza mistica di Football Please condotto da Michele Plastino, lo conoscono benissimo. Era il ragazzo nero della sigla iniziale, quello con la maglietta gialla e i calzoncini verdi che segnava un gol assurdamente bello al Liverpool, e poi camminava verso il centrocampo alzando il ditino con la stessa aria di chi abbia centrato il cestino con la palletta di carta in una sfida con la collega di stanza, in una giornata particolarmente noiosa in ufficio. Fu il BBC Goal of the Season per il 1980:

Justin Fashanu sarebbe potuto, probabilmente, diventare un ottimo calciatore, se la cattiveria e l’incomprensione degli uomini non si fossero messe di traverso, o se lui avesse avuto un carattere differente, simile a quello di molti suoi colleghi calciatori, che hanno attraversato e attraversano quel mondo in silenzio, senza farsi notare, come si conviene tra persone dabbene.

Una storia — non certo insolita nel calcio — di infanzia difficile alle spalle: nato in una famiglia di origine nigeriana, fu affidato a una istituzione caritatevole alla separazione dei genitori, la mitica casa del dottor Barnardo, e poi, all’età di sei anni, affidato a una famiglia di Norfolk.

Una gioventù piena di sport: calcio, naturalmente, ma, soprattutto, pugilato, lo sport che amava di più, e nel quale, forse, era più forte.

Però, cominciò a giocare al calcio, nel Norwich City, la squadra con la maglietta gialla e i pantaloncini verdi del filmato, nel 1978.

Nell’estate del 1981, il Forest vende Trevor Francis al Manchester City per un milione e duecentomila sterline, per diversi motivi, come vedremo poi: il più importante di essi, i continui infortuni che afflissero la permanenza di Trevor fra i Reds. Quando Peter Taylor pensò al suo sostituto, probabilmente gli tornò in mente quel gol fantastico, e fece arrivare Justin al Forest: Fashanu fu il primo giocatore nero pagato un milione di sterline.

“Jus, quando vuoi una forma di pane, dove vai?”.
“Dal panettiere, coach”.
“Ok. E quando vuoi un cosciotto d’agnello?”.
“Dal macellaio”.
“Perfetto. Allora mi sapresti dire quale altro motivo c’è per continuare a andare in quei cazzo di club per culattoni
[bloody poofs’ club]?”.

Certo, il motivo era quello, e era un motivo che Brian Clough non poteva tollerare. Essere la città più piccola a aver mai vinto la Coppa dei Campioni può essere affascinante come aneddoto, ma per un nero londinese gay che non desidera nascondere le sue preferenze sessuali, la piccolezza e la provincialità mineraria della città possono diventare un inferno, se hai un allenatore come Brian Clough.

Justin era letteralmente terrorizzato dal Gaffer: incrociare il suo sguardo era diventato un incubo, riusciva a sentire il suo disprezzo anche (soprattutto) dal silenzio, e il suo rendimento divenne scandaloso.
Non finì nemmeno il suo primo al Forest: finì in prestito al Southampton, e alla fine della stagione fu venduto al Notts County (Justin aveva espresso il desiderio di rimanere a Nottingham, nonostante tutto), per poco più di centomila sterline.

Una catastrofe esistenziale per Fashanu. La sua sensibilità e la sua fragilità di carattere fecero sì che l’ostilità di Clough spezzasse per sempre la sua capacità di giocare a alto livello, anche se Justin era un ottimo giocatore, allo stesso modo in cui la guida di Clough era stata capace di portare Birtles a vincere la Coppa dei Campioni, anche se Garry era un piastrellista. In nessun caso si rimane indenni, se un simile schiacciasassi emotivo decide di fare qualcosa di noi.

E quell’episodio fu anche una catastrofe finanziaria per il Forest: aver buttato nel cesso in quel modo i soldi di Francis, senza avere più le entrate delle competizioni europee, segnò, indubbiamente, l’inizio del vero declino.

Fashanu continuò a giocare cambiando innumerevoli squadre, tra Inghilterra e Stati Uniti, due partite qua, dieci là, e si suicidò nel marzo del 1998, in seguito a un’accusa rivoltagli per violenza sessuale nei confronti di un ragazzo ancora minorenne, nel Maryland, dove gli atti di omosessualità erano ancora un reato. Nel suo messaggio di morte, rivendicò la sua innocenza, e ribadì di non aver mai avuto rapporti sessuali se non con partner completamente consenzienti. Dopo il suicidio, la polizia affermò che non avrebbe portato avanti l’accusa, per l’assoluta mancanza di evidenti elementi di colpevolezza.

A dire il vero, se le responsabilità di Clough nella parabola esistenziale di Fashanu sono grandi, non dobbiamo sottovalutare il ruolo che probabilmente ha avuto, nella sua rovina, l’ostilità di un mondo profondamente omofobo come quello del calcio professionistico, che si trovò, per la prima e unica volta nella sua storia, di fronte a un gay dichiarato: un’ostilità meno ruspante e meno esplicita di quella di Clough, ma che dev’essere stata ugualmente terribile.

A tutt’oggi, infatti, Justin Fashanu è l’unico giocatore professionista di calcio europeo della storia a avere fatto outing, e è, per questo, uno dei 500 eroi del movimento Gay contenuti nel Pink Paper: e questo, Clough o non Clough, vorrà pur dire qualcosa.

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9 commenti

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9 risposte a “The dark side of BC.

  1. Bellisimo articolo, Brian. Anche se non darei così tanta importanza a Brian Clough e al mondo del calcio circa la triste parabola di un ragazzo che per natura era e si sentiva "diverso".Vedi, nello sport praticato non esiste il razzismo. Non può esistere. Perchè è l'unico ambito della vita dove vige il concetto di meritocrazia. Qualsiasi allenatore che voglia fare il bene della propria squadra preferirà sempre avere un "negro" (magari anche omosessuale) ma bravo, che un wasp scarso.Il problema per l'individuo nasce quando non è abbastanza bravo, o quando le cose non gli vanno bene. A quel punto se sei basso diventi nano, se sei alto diventi spilungone, se sei in sovrappeso diventi grasso. Se sei di colore diventi negro. E' così per tutti. E Justin Fashanu fece pochissimi gol in quel suo anno a Nottingham, non giustificando il grande investimento che venne fatto su di lui.Un altro discorso, invece, è la proverbiale durezza caratteriale di Clough. Il manger che fu del Forest è passato alla storia, oltre che per i suoi successi, anche per il suo temperamento e per alcune sue "sparate", alcune delle quali contro il nostro Paese. E secondo me questo ha influito sul fatto che il film "The Damned United" non uscisse mai nelle sale italiane.

  2. No, certo. Vero è che Clough contribuì a spezzare qualcosa, nella personalità di Fashanu, che certo, prima o poi, si sarebbe spezzato lo stesso. E fu definitivamente fatale il fatto che, quando sembrava che la carriera di Jus si potesse in qualche modo risollevare, dopo qualche anno abbastanza buono con il Notts County, una volta passato al Brighton si infortunò al ginocchio in modo tale da non poter più riprendere a giocare come prima.Certamente, se Fash avesse segnato 25 gol nel suo primo anno al Forest, Clough avrebbe chiuso un occhio sul resto, ma il fatto che Justin manifestasse una così grande fragilità psicologica (leggi il post dopo, che tratta dello stesso episodio raccontato dall'allora cronista dell'Evening Post di Nottingham) e che Clough fosse del tutto impreparato e inadatto a affrontare problemi simili, perché per lui i problemi di un calciatore erano le classiche birds booze betting, fu, secondo me, abbastanza decisivo. Se Fashanu avesse avuto problemi con la morosa, il Gaffer avrebbe saputo che cosa fare, ma di fronte a Fashanu si trovò del tutto disarmato.

  3. (Tra l'altro, ho scritto che fu Brian Clough a portarlo a Nottingham, ma, in realtà, fu Peter Taylor. Ora correggo).

  4. Eh, ricordo questa discussione. Comunque, a completamento del discorso, sul Daily Mail di oggi compare un articolo di Roger Haywood, l’ex procuratore di Justin Fashanu che, in occasione del 51 anniversario della nascita del suo calciatore, racconta la ua esperienza in un più ampio dibattito sulla omosessualità nel calcio

    http://www.dailymail.co.uk/sport/football/article-2104035/Brian-Cloughs-views-devastated-Justin-Fashanu.html

    Personalmente continuo a ritenere l’ex manager del Forest una figura assolutamente marginale circa il tragico destino del povero Justin.

    • Ringraziamo Erika di WP che è riuscita a portare qui sopra tutti i commenti di Splinder! Grazie per la segnalazione, Paul. Se l’articolo è interessante, lo tradurrò per completare il profilo di questa leggenda minore del Forest.

    • Per quanto riguarda il ruolo di BC nella morte di Fashanu, sì, è stata probabilmente una figura marginale, anche se non puoi mai dire quale sia il punto in cui una figura fragile come quella di Justin passa la linea di non ritorno, e quali siano le cause scatenanti del passaggio.

      • Hai certamente rgione in questo. Quando sostengo che la figura di Clough è marginale rispetto alla parabola esistenziale di Fashanu intendo dire che solo casualmente fu l’ex manager del Forest a provocare, seppur indirettamente, una determinata reazione nel giocatore. Avesse fatto il manovale al porto di Liverpool, Fashanu, avrebbe avuto le medesime incomprensioni e l’identica reazione. Purtroppo era la fragilità, o la spiccata sensibilità, il suo vero problema.

        PS. Grazie Erika, smack!

      • Sì. Il football, negli anni ’70 e nei primissimi anni ’80, in Inghilterra, era ancora un fenomeno working class, e, certamente, non rappresentava la parte più progressista della working class.

  5. Pingback: Walking on Trent

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