When Cloughie ruled Madrid with Forest

Non si vince una Coppa dei Campioni a Madrid senza essere i più grandi di tutti. Senza essere inquieti, severi, megalomani e geniali. In occasione del trentesimo anniversario della vittoria del Nottingham Forest sull’Amburgo, proprio sul campo del Bernabeu, traduciamo un articolo del Daily Mail pubblicato per la ricorrenza, nel quale Neil Moxley ha raccolto alcuni ricordi di cinque testimoni molto ravvicinati di quell’evento.

È un articolo molto bello, godibile, che restituisce un’idea, seppure vaga, dell’atmosfera che si respirava nello spogliatoio del Forest di quegli anni, e del rapporto che i suoi giocatori avevano con Brian Clough. Si ha l’idea che quell’atmosfera fosse composta da un insieme di disciplina ferrea, spirito di corpo e, allo stesso tempo, approccio rilassato e il più possibile distaccato alle partite importanti, che ricorda molto la frase con cui Mourinho ha descritto l’atteggiamento da tenere nei confronti della sua partita di Madrid: “un sogno, non un’ossessione”.

È una coincidenza trentennale, che Mourinho abbia vinto la sua seconda Coppa nello stesso stadio in cui la vinse Cloughie. E un segno del fatto che, in questo calcio devastato e vile, è davvero il suo unico erede.


Lo stadio Bernabeu ha ospitato sabato la finale tra il Bayern Monaco e l’Inter.

Prima di questa, l’ultima finale ospitata dallo stadio madrileno fu proprio quella del 1980, della quale oggi ricorre l’anniversario, nella quale il Forest riuscì a conservare il titolo di campione europeo conquistato l’anno prima, nella finale di Monaco, contro il Malmoe.

Trent’anni fa.

Gli avversari del Forest erano i tedeschi dell’Amburgo, la squadra che aveva fatto l’acquisto dell’anno, ingaggiando Kevin Keegan dal Liverpool. I tedeschi erano i favoriti, indubbiamente, ma, come sempre, Clough aveva un paio di trucchetti nascosti sotto la sua felpona verde appositamente abbondante.

Il giornalista di Sportsmail, Neil Moxley, ha intervistato quattro dei protagonisti in campo, e uno, ancora molto giovane, che visse quella partita sugli spalti: il match winner John Robertson, l’allora giovanissimo centrocampista Gary Mills, l’attaccante Gary Birtles e il difensore Kenny Burns, insieme a Nigel Clough, figlio di Brian, futuro attaccante del Forest e attuale allenatore del Derby County, che era sugli spalti insieme a tutta la sua famiglia. Tutti loro offrono in questo articolo la loro ricostruzione di quella notte, nella quale, per la penultima volta nella storia, una squadra riuscì a mantenere il titolo europeo.

[Visto che è meno famoso degli altri suoi compagni citati nell’articolo, vale forse la pena di spendere qualche parola su Gary Mills, in attesa di una scheda apposita nella sezione dedicata alle leggende del Forest: nato nel 1961, Mills fece tutta la trafila delle giovanili del Forest, e esordì a sedici anni contro l’Arsenal, nel 1978; disputò da titolare la finale con l’Amburgo, a causa degli infortuni di Tony Woodcock e di Trevor Francis: dopo aver compiuto una mole enorme di lavoro, fu sostituito al 68’ da John O’Hare; rimase al Forest quattro anni, poi si fece sedurre dalla NASL, prima di tornare al City Ground per un altro quadriennio, e di girare, nel resto della sua carriera, altre squadre delle Midlands. Mills è l’unico dei campioni d’Europa del Forest a essere ancora in attività a un certo livello: a quasi cinquant’anni, vero e proprio Stanley Matthews contemporaneo, gioca al calcio come giocatore-allenatore della squadra di Conference National del Tamworth!]

La settimana prima della finale

Gary Mills: La fase di avvicinamento e di preparazione della partita fu… non ortodossa, per usare un eufemismo. Anche se avevo solo diciotto anni, mi ero già accorto dei suoi metodi inusuali. in seguito, avrei visto Brian Clough radunare i giocatori del Forest attorno a un albero, in Austria, e ordinare ai giocatori di prenderlo a pugni. A tutti, compreso Peter Shilton. Quella volta, la squadra passò una settimana a Cala Millor, nell’isola di Majorca. Staccammo la testa per una settimana, non ci allenammo, l’idea era solo quella di rilassarci. E funzionò. Eravamo rilassatissimi, quasi distaccati. Consideravamo la finale una partita come un’altra, non ci pensavamo quasi. La squadra era decimata dagli infortuni: quando ci ritrovammo per andare a Madrid, eravamo solo in sedici. Stan Bowles era stato escluso perché odiava volare, e così non avevamo nemmeno abbastanza giocatori per riempire la panchina.

Gary Birtles: Prima della partita, ci ficcammo in una specie di monastero fuori da Madrid, sulle colline, a parecchie miglia dalla città. Non avevamo strutture di allenamento, e ci arrangiammo senza. Cloughie non se ne curava, voleva solo che continuassimo a rilassarci. Il giorno prima della partita, Peter Shilton, un vero e proprio modello di professionalità, sentì di avere bisogno di un po’ di lavoro, ma non riuscì a trovare nemmeno un fazzoletto d’erba. Uscì a cercare una superficie adatta per allenarsi un po’, e finì in una specie di parcheggio, con Peter Taylor. Dio solo sa che cosa avranno pensato gli abitanti del posto.

Kenny Burns: Avevamo diversi problemi di infortuni. Larry Lloyd doveva allenarsi a parte per curare un infortunio alla caviglia. Come al solito, Larry cercò di convincere Cloughie che stava benissimo e che poteva giocare senza problemi, e, come al solito, il capo non credette una parola di quello che gli diceva Larry; il giorno prima, organizzò una partitella cinque contro cinque e, non appena poteva, tirava qualche calcetto alla caviglia infortunata di Lloyd. Eravamo una squadra rasa all’osso, e il nostro manager faceva del suo meglio per mettere fuori uso la caviglia del nostro difensore più forte proprio appena prima della partita più importante della storia del club. La caviglia di Larry si gonfiò come un pallone, e lui passò tutto il pomeriggio prima della finale con la caviglia ficcata in un secchio di ghiaccio, ma aveva capito che ce la poteva fare davvero.

Il giorno della partita

Nigel Clough: Contro il Malmoe, l’anno precedente, il Forest era nettamente favorito. Quest’anno, tutti parlavano solo di Kevin Keegan. Era il Pallone d’Oro in carica, e quell’anno stava davvero volando altissimo. L’Amburgo era cosiderata davvero un’ottima squadra, in semifinale aveva distrutto il Real Madrid, e tutti gli articoli dei giorni precedenti alla partita erano dominati dai discorsi su Keegan. Arrivai sugli spalti prestissimo, con la mia famiglia, e l’atmosfera era davvero molto differente rispetto all’anno precedente. C’era molta più tensione.

Kenny Burns: Eravamo sfavoriti. Non c’era alcun dubbio rispetto a questo. Ma avevamo una tale fiducia in noi stessi, ma soprattutto l’uno nell’altro, che non vedevamo l’ora di giocarcela.

John Robertson: Mah. Per noi, fu una partita come un’altra. Mi ricordo solo quello che Kenny Burns disse al Vecchio, proprio all’uscita dal tunnel: “sappiamo quello che dobbiamo fare”.

Garry Birtles: Mi ricorderò sempre quello che successe nel tunnel, proprio prima dell’inizio della gara: Burns e Lloyd rivolsero, con calma innaturale, qualche parola terrificante, assolutamente intimidatoria, a Kevin Keegan.

Kenny Burns: Oh, be’, sì, niente di speciale… Larry disse alla stella dell’Amburgo che il suo compito quella sera era di spezzarlo in due e di fargli rimpiangere a forza di calci di essere vivo ogni volta che si fosse avvicinato a meno di dieci metri dalla palla. Poi mi indicò, e io sorrisi a Kevin, proprio dopo essermi sfilato la dentiera.
John Robertson: Sapevamo che, se noi avessimo segnato un gol, eravamo abbastanza organizzati e avevamo abbastanza fiducia in noi stessi per poterlo difendere fino alla fine. All’inizio della partita, noi pensavamo che avremmo giocato il classico 4-4-2. Sembrava la cosa più semplice e immediata.

La partita…

Gary Mills: Dopo dieci minuti dall’inizio, il Vecchio mi urlò: “Millsy, torna a centrocampo!”. Io non capii: “Che cosa?”, gli risposi urlando, e lui mi rispose facendomi un cenno imperioso con l’indice dalla linea laterale, indicando verso il centro del campo. Così feci. Tornai, e giocai accanto a Martin O’Neill. Dovevo attaccare ogni volta che potevo, ma non dovevo lasciare scoperto il centrocampo, e, soprattutto, dovevo coprire Martin quando saliva lui con la palla. Era la prima volta che provavamo a giocare con il centrocampo a cinque. Avevamo sempre giocato con due attaccanti alti. Ma il vecchio aveva capito quello di cui avevamo bisogno.

Nigel Clough: Oggigiorno, tutti usano quella tattica. Ma quella fu la prima volta che il 4-5-1 fu usato in una partita importante, almeno per quel che ne so io. Garry Birtles fece una partita davvero fantastica. Pressava tutti i loro difensori in possesso di palla; un meraviglioso, esempio di altruismo, pieno di coraggio e di dedizione.

Garry Birtles: Fu un colpo da maestro. Cloughie capì, dopo dieci minuti, che eravamo in grave difficoltà a centrocampo. Così, mi lasciò a sbrigarmela da solo in attacco. La mia partita fu una partita di corsa: il mio compito era chiudere sui difensori, in pratica ero la prima linea di difesa. Ma furono i ragazzi là dietro a essere davvero fantastici, quella sera.

Kenny Burns: affrontai Keegan in un tackle durissimo quasi subito, e andammo giù tutti e due. Sia detto a onore di quel piccoletto: si rialzò, e venne a cercarne un altro.

Garry Birtles: Bowyer si divertì con lui quasi come gli altri due… Keegan passò una serata davvero torrida.

E poi, il Forest segnò.

Gary Mills: se mi ricordo del gol? Be’, direi di sì. Frank Gray mi passò la palla, verso l’interno del campo, io gliela restituii, la diede a Robbo, che a sua volta giocò un uno-due con Garry Birtles, e poi si accentrò, cosa che non faceva quasi mai, perché non era capace di tirare di destro, ma quella volta la mise proprio a fil di palo, con un tiro precisissimo.

John Robertson: Sì, segnai, ma non giocai molto bene, quella sera. Mi ricordo benissimo che colpii la palla e pensai: “Secondo me va”, proprio appena dopo il calcio. Be’, allora non potevo pensare che sarebbe stato il colpo decisivo dell’intera finale.

Kenny Burns: Dopo il gol di Robbo, ne diedi a Keegan un paio, di quelle proprio robuste, e gli dissi che ce n’erano molte altre in serbo per lui, dove avevo preso quelle lì. Be’, da quel punto in poi cominciò a giocare sempre più indietro, sempre più indietro…

Nigel Clough: Be’, posso solo dire che al giorno d’oggi Kenny Burns sarebbe rimasto in campo al massimo tipo una ventina di minuti, visto il trattamento che apparecchiò per tenere Keegan lontano dalla nostra porta.

John Robertson: Corremmo pochi pericoli, alla fin fine: le pochissime volte che riuscirono a passare la guardia di Kenny e Larry, Peter Shilton fu quasi ancora più fantastico. Ecco, se devo dire, fu una partita in cui la nostra dote migliore fu una straordinaria disciplina tattica.

Gary Mills: Siamo sinceri, dopo il gol non abbiamo più visto la palla.

Garry Birtles: Alla fine, Keegan veniva a prendere la palla molto basso, sulla fascia destra, per evitare la nostra difesa. Negli ultimi minuti, portai la palla nella zona del corner, per perdere tempo, e la tenni lì un po’, facendola girellare attorno alla bandierina. Lo feci due o tre volte, mi pare, e alla fine Kevin perse completamente la testa: strappò la bandierina del corner e la gettò lontano per la frustrazione. Fu uno spettacolo meraviglioso. Li abbiamo veramente fatti ammattire, quella sera. Cloughie sapeva che ero a pezzi. In effetti, mi ero tolto i parastinchi molto prima della fine della partita, e mi ero calato i calzettoni sulle caviglie, e fu l’unica volta in tutta la nostra storia insieme che non mi sgridò per averlo fatto.

Il dopopartita

John Robertson: La Coppa dei Campioni… era qualcosa che io, da piccolo, non potevo nemmeno arrivare a sognare. La Coppa dei Campioni era per giocatori come Ferenc Puskas e Alfredo Di Stefano. Mi ricordo benissimo quelle partite, che vedevo alla televisione da ragazzino. Ecco, magari arrivare a giocare Scozia-Inghilterra e segnare il gol decisivo: quello era un sogno adatto a un bimbetto come ero io. Ma vincere la Coppa dei Campioni… era come cercare di immaginare la quarta dimensione.

Nigel Clough: Ovviamente, al fischio finale il nostro settore di stadio esplose di gioia. Ma non mi ricordo di avere guardato mio padre, dopo il fischio dell’arbitro. E non mi ricordo di averlo visto nemmeno dopo, quella sera. La nostra famiglia tornò subito a casa, in Inghilterra, dopo quella partita. L’enormità di quello che aveva fatto il Nottingham Forest non sconvolse affatto il nostro menage familiare.

Garry Birtles: Io non sono mai stato così stanco in vita mia. Mi ricordo solo questo, la stanchezza infinita. Dopo la partita, Cloughie disse che avevo corso più miglia di Emil Zatopek. Riuscii a stento a uscire dal campo di gioco sulle mie gambe.

Kenny Burns: Be’, quella volta sì che festeggiammo. Altro che dopo la partita con il Malmoe. Tornati in albergo, sulle colline, potemmo bere quello che volevamo per tutto il tempo che volevamo. Eravamo solo noi, però. Mai, in nessuna circostanza, avremmo potuto avere il permesso di uscire per vedere le nostre mogli e le nostre fidanzate, o di farle venire in albergo. Dopo un paio d’ore, mi ruppi le palle. Chiamai un taxi di nascosto, e uscii fuori dalla finestra, arrampicandomi fin giù. Andai da mia moglie, Louise, a Madrid, e facemmo una festicciola tra di noi. All’improvviso, il presidente, Fred Reacher, mise la testa dentro la nostra stanza, e io dissi “lei non mi ha visto, signor Presidente, non è vero?”, e lui disse “Va bene”, e chiuse la porta.

Gary Mills: Che vi devo dire, sì, io rimasi lì tutta la sera. Avevo diciotto anni, una medaglia da Campione d’Europa in tasca, e Brian Clough mi aveva ordinato di non lasciare l’hotel. Che cosa avrei dovuto fare?

John Robertson: Mah, è vero, un paio di noi disobbedirono al Vecchio e tornarono a festeggiare a Madrid.

Garry Birtles: In circostanze normali, avrei festeggiato con gli altri, o forse, anche, sarei scappato anch’io di nuovo a Madrid. Ma, davvero, non avevo più forze. Finii la più grande giornata della mia vita giocando a Connect Four con Peter Shilton.

Kenny Burns: Be’, a un certo punto dovetti tornare all’hotel dove stava la squadra. Il mio unico problema è che non avevo la minima idea di dove fosse. Tutto quello che mi ricordavo è che era tra le montagne. Alla fine, riuscii a tornare indietro, alle sette del mattino. Un paio dei ragazzi erano già di nuovo al bar, e così mi unii a loro.

Nigel Clough: Avevo 14 anni, allora, ma non mi ricordo proprio di quando mio padre tornò a casa, dopo la finale. Certamente, non portò con sé la coppa. Un paio di volte si portò a casa la Coppa di Lega, ma, davvero, non mi ricordo di aver mai visto la Coppa dei Campioni girare in casa nostra.

Kenny Burns: Pensai di aver scampato le ire di Clough, per avere abbandonato l’albergo della squadra. Vent’anni dopo, stavo bevendo qualcosa con il Vecchio; a un certo punto, lui mi squadrò, e disse “Ehi, Kenny, sai, quella notte a Madrid, quando te ne sei scappato via”. E mi fece una ramanzina coi fiocchi. È stato il più grande. Il più grande di tutti.

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