Legends of Nottingham Forest — Stewart Imlach, a true working-class hero.

Si può dire che quasi tutti i grandi trionfi del Forest siano stati caratterizzati dalla presenza, alla estrema sinistra dell‘attacco, di un talento scozzese? Mah, direi di sì.

Il giorno che seguì la finale di FA Cup del 1959, molti giornali concordarono nell‘assegnare la palma di Man of the Match all‘ala sinistra del Forest, Stewart Imlach.

Il nazionale scozzese mise in campo la solita prestazione infaticabile, innalzando allo spasimo le sue già straordinarie capacità di profondere energia e impegno in campo, proprio a Wembley, nel giorno più bello dell‘anno.

Stewart era arrivato al City Ground — non lo indovinerete mai — dal Derby County. Lui, scozzese purosangue, era stato portato al calcio inglese, però, dal Bury, che aveva pagato 150 sterline al suo club dell‘Highland League, il Lossiemouth. 150 sterline era una somma quasi principesca, per l‘epoca, per un dilettante.

Il Forest navigava da ere geologiche nella vecchia seconda divisione, quando Imlach si unì alla squadra, nel 1955, e il club sembrava davvero lontano anni luce da ogni speranza di rimpolpare la magra bacheca. Ecco, diciamo che quelle per lo SMAC non erano le voci di spesa più preoccupanti, per il board del Forest.

Stewie era piuttosto basso — le cronache e gli almanacchi dell‘epoca gli attribuiscono un‘altezza di 5 piedi e 6 pollici, circa 1,68 — ma era baciato dalle due grandi doti che deve avere un'ala come si deve: una velocità e, soprattutto, un‘accelerazione straordinarie, e uno stile di dribbling assolutamente naturale, quasi rilassato,  incurante o sprezzante dei tacchetti avversari, nello stile dei grandi esterni scozzesi.
Gli scozzesi dribbla(va)no come Lester Young suonava il sassofono, più o meno.

Inoltre, cosa che lo rendeva un giocatore di fascia particolarmente moderno, pareva che fosse alimentato da una pila atomica di quelle dei sommergibili nucleari, dalla quantità di lavoro che svolgeva, instancabile, dall'inizio alla fine della partita: insomma, in breve tempo si fece davvero amare dagli appassionati del City Ground.

Segnò cinque reti durante la sua prima campagna con i Reds, ma arrivò a dodici l‘anno successivo, la stagione 1956-57, e contribuì in modo decisivo alla promozione, che avvenne attraverso l‘ottenimento del secondo posto nella classifica della Lega.

Il Forest mancava dalla First Division dalla stagione 1924-25 — trentadue anni! — ma, dopo quella promozione, vi rimase fino al 1971-72, stagione chiusa al 21° e penultimo posto: i successivi cinque anni passati in seconda divisione segnarono, però, con l‘avvento di Brian Clough a metà del quinquennio, l‘inizio di una nuova era per la storia del club, e per la storia del calcio inglese e europeo.

Stewart era, dunque, uno che la metteva dentro spesso; ma la sua prolificità in zona gol, notevolissima per un‘ala (tra il dicembre del 1956 e il febbraio del 1957 si produsse in un record, stupefacente per un esterno puro, di otto reti in otto partite), era la parte minore del suo contributo alla squadra, rispetto al lavoro enorme che riusciva a fare sulla fascia.

La stagione del ritorno in prima divisione, il Forest divenne una delle squadre più divertenti da vedere di tutta la Prima Divisione, con il suo passing game secco e essenziale, veloce e molto piacevole.
Addirittura, il Forest occupò per un paio di giornate la vetta della classifica, alla metà di settembre, dopo una vittoria per 7-1 contro il Burnley.
Stewart segnò due di quelle sette reti, e segnò ancora nella vittoria successiva per 4-3 contro il Tottenham, al White Hart Lane, in quello che fu il millesimo gol del Forest nei campionati di Prima Divisione.

Più di 47.000 persone affollarono il City Ground per la partita contro i campioni in carica del Manchester United, il 12 ottobre del 1957, la partita che segna ancora oggi il record di affluenza per una partita interna del Nottingham Forest e per il City Ground, con Imlach ancora a segno per il gol della bandiera dei Reds, sconfitti 2-1. La sua prestazione, quel giorno, fece una grande impressione all‘allenatore della squadra ospite, il leggendario Matt Busby, che si premurò di segnalare l‘ala (lui, scozzese orgoglioso e purosangue) ai selezionatori della nazionale dal rosso leone.

Sfortunatamente, Busby non poté sedere sulla panchina dei Red Devils nel ritorno disputato all‘Old Trafford il 22 febbraio del ‘58: era ancora trattenuto in ospedale a causa dei postumi del terribile incidente di Monaco, avvenuto proprio due settimane prima: il Forest fu la prima squadra a giocare nello stadio dello United dopo il disastro, e Stewie segnò ancora: fu la prima rete subita dallo United nel campionato di Prima Divisione dal giorno dell‘incidente aereo.

Il suo debutto in nazionale avvenne a Hampden Park, nella primavera di quello stesso anno, il 1958, contro l‘Ungheria ormai orfana dei giocatori della Honved: la partita finì 1-1, ma il debutto di Imlach fu molto convincente; giocò ancora contro la Polonia, in un‘altra amichevole, e fu selezionato per la squadra di Coppa del Mondo per i campionati svedesi del 1958, gli unici, in tutta la storia dei Mondiali, a avere ospitato tutte e quattro le Home Nations nella fase finale.

Stewart Imlach con la maglia blu della Scozia

Durante i mondiali, Stewart Imlach giocò due partite, contro la Jugoslavia e contro la Francia: le sue ultime con la maglia blu.

Stewart Imlach fu il primo giocatore del Forest a essere selezionato per la nazionale scozzese: una tradizione che fu continuata da Archie Gemmill (autore del gol più visto di Youtube, quello leggendario del 1978 contro l‘Olanda), Kenny Burns, e l‘altra grande ala sinistra scozzese della storia del Forest, John Robertson.
Imlach fu uno dei circa ottanta giocatori della storia del calcio scozzese a non ricevere il cap, per le sue presenze in nazionale: fino a tutti gli anni sessanta, infatti, la federazione scozzese consegnava ai convocati il berrettino solo per le partite con le altre Home Nations: Stewart, che aveva giocato solo contro formazioni continentali, ricevette dalla SFA il cap con le sue quattro presenze solo poco prima di morire, dopo una campagna di stampa tesa a rimediare questa ingiustizia.

La stagione successiva, 1958-59, fu la più bella della sua storia di calciatore, e fu anche la più bella della storia del Forest, al di fuori del regno di Brian Clough.

La campagna di coppa non cominciò sotto i migliori auspici, per il Forest: in quel gelido gennaio, il Forest fu quasi eliminato dal Tooting & Mitcham United (una squadra della quale torneremo a parlare in un post su un altro protagonista di quell'annata): sotto di due reti contro i minnows della Isthmian League, i Reds riuscirono a raccattare solo nel finale un 2-2 nella prima partita giocata sulla patinoire dell'Imperial Field, nel sud di Londra, grazie a un'autorete e a un rigore; i Reds passarono il turno nel replay, con un 3-0 al City Ground.
Quella nella FA Cup del 1959 è giudicata la miglior campagna di sempre della piccola squadra londinese.

Nella finale di Wembley, giocata di fronte ai soliti 100.000 spettatori contro il Luton Town (alla sua prima e finora unica finale), Stew fu decisivo in entrambe le reti del Forest: giunto sulla linea di fondo dopo una bellissima discesa, diede la palla dietro a Roy Dwight (zio di Elton John), che aprì le marcature, e poi con una bella azione sulla fascia sinistra smarcò Billy Gray (che divenne il suo capo allenatore alla sua prima esperienza di panchina, al Notts County), che poté crossare agevolmente per la testa di Tommy Wilson, autore del 2-0.

La coppa del 1959 è stampata a lettere di fuoco anche nella storia del Norwich City: allora i canarini erano una formazione di terza divisione, e arrivarono fino alla semifinale, dopo aver battuto anche il Manchester United per 3-0, in una delle partite più sorprendenti della storia della FA Cup.
La corsa del Norwich si interruppe solo contro il Luton Town, al replay: fu la volta nella quale un club di terza divisione andò più vicino alla disputa della finale: mai nella storia del torneo più antico del mondo, infatti, un club appartenente al terzo livello del calcio inglese è arrivato a giocare la partita decisiva del torneo. 

Grande assist-man della partita, Imlach fu ancor più decisivo — e proprio per questo la sua prova fu giudicata straordinaria dai commentatori — come motore instancabile di centrocampo, una volta che il Forest rimase in inferiorità numerica per un gravissimo infortunio subito dallo stesso Dwight, che abbandonò il campo con una gamba spezzata; i Reds dovettero giocare in dieci per circa due terzi della gara: il secondo tempo fu, da parte dei ragazzi del Forest, un‘interminabile "caccia alle ombre", shadow hunting, come si chiama in inglese la difesa strenua di un risultato con avversari che spuntano da tutte le parti, e Stewart fu il cacciatore più assiduo e implacabile di tutti. Era davvero ovunque, predecessore del tappabuchi più famoso della storia, Alan Ball, sullo stesso campo, sette anni dopo, nella finale dei campionati del Mondo contro la Germania. Il Forest riuscì a contenere il ritorno del Luton, che marcò con Pacey al 66', ma non riuscì più a pareggiare.

 

 

Il Forest, con questa vittoria in dieci, sfatò il cosiddetto "Wembley hoodoo", la "maledizione" che contraddistinse le finali degli anni '50, moltissime delle quali condizionate — in un'epoca in cui non erano ancora consentite le sostituzioni — da un infortunio patito da una delle due finaliste, alla fine sconfitte anche grazie all'inferiorità numerica. Addirittura, nella finale del 1957, lo United giocò quasi tutta la partita senza portiere, con Duncan Edwards messo in porta, e fu sconfitto di misura, 2-1, dall'Aston Villa.

I giocatori e la gente di Nottingham, quel giorno, non avrebbero mai potuto immaginare quanto in fretta sarebbe stata smantellata quella squadra così brillante. Solo 12 mesi dopo il ruolo decisivo giocato nella vittoria di Wembley, Imlach passò proprio agli Hatters; in seguito, con un ginocchio malmesso a causa di una cartilagine tolta male, giocò per il Conventry City e il Crystal Palace, finendo la sua carriera nel 1967, con un club al di fuori della Football League, il Chelmsford City: una carriera di 423 partite di Lega, giocate con sei club differenti.

Stewart Imlach ebbe anche una discreta carriera come preparatore atletico: tornò a Nottingham, però dall‘altra parte del Trent, come assistant manager al Notts County guidato, come detto, dalla vecchia gloria del Forest Billy Gray; ma la sua esperienza più significativa come allenatore la visse a Liverpool, sponda Blues: dopo essersi unito alla squadra nel 1969, come secondo a Harry Catterick, lo stratega della vittoria nel campionato del 1970, guidò la preparazione fisica dei giocatori dell‘Everton fino al 1976, sotto Egglestone e Billy Bingham.

Dopo questa esperienza, lasciò il calcio per dedicarsi al suo amato golf.

Fu colpito da una malattia incurabile, che avvelenò gli ultimi due anni della sua vita, e morì nel 2001, a soli 69 anni.

Stewart Imlach ha avuto una fortuna davvero rara: un figlio grande scrittore di sport, nato proprio nove mesi dopo la finale di Wembley della quale il padre fu l‘eroe.
Gary Imlach non vide mai giocare dal vivo suo padre (mentre fu testimone diretto dei suoi anni all'Everton), ma si affezionò alla sua storia, al baule dei ricordi nel quale frugava in soffitta, tirandone fuori maglie, foto e medaglie; attraverso i racconti del padre, si affezionò anche alla storia di quel periodo, in cui, come dice nella bellissima introduzione al suo libro, gli eroi del football erano parte integrante della working-class: guadagnavano poco di più dei ragazzi e degli uomini assiepati sugli spalti, frequentavano gli stessi pub degli appassionati, avevano fatto gli stessi lavori prima di diventare calciatori professionisti e, per lo più, tornavano a fare gli stessi lavori dopo, se non erano così fortunati o così previdenti da riuscire a aprirsi un pub o un negozio in centro.

My Father and other Working-class Football Heroes è un libro bellissimo per ogni appassionato di calcio inglese e per chiunque odi quello che il denaro ha fatto al Beautiful Game; ma, soprattutto, è un libro bellissimo per qualunque tifoso del Forest, per la ricostruzione straordinaria dell‘anno in cui abbiamo vinto l‘ultima FA Cup della nostra storia.

Ma non temete: quella storia la racconteremo anche qui, anche usando le parole che Gary Imlach usa per parlare di suo padre. 


Data di nascita: 6 gennaio 1932, Lossiemouth, Moray, Scozia
Data di morte: ottobre 2001

Record nel Nottingham Forest

Presenze: 184 nella Lega, 19 nella FA Cup, 1 nelle altre competizioni
Gol: 43 nella Lega, 5 nella FA Cup
Debutto: 20 agosto 1955 v Liverpool FC (casa, sconfitta per 3-1)

Altre squadre di appartenenza: Lossiemouth, Bury, Derby County, Luton Town, Coventry City, Crystal Palace, Chelmsford City, Scozia (4 caps)


Liberamente tratto e tradotto da
The Legends of Nottingham Forest, di Dave Bracegirdle, Breedon Books

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2 commenti

Archiviato in 1959 fa cup victory, forest legends

2 risposte a “Legends of Nottingham Forest — Stewart Imlach, a true working-class hero.

  1. Ciao Brian, bellissimo racconto sulla vita sportiva di Stewart Imlach culminata con l'eroica impresa del Forest che in 10 riesce a resistere agli assalti del mitico Luton Town, alla sua prima e ultima finale di FA Cup. (So che nel 1985 il Luton andò davvero vicino a disputarne una seconda ma nella semifinale disputata al Villa Park venne rimontato dall'Everton perdendo per 2-1).Come vice di Catterick nel 1970 c'era Wilf Dixon (trainer) e Imlach era il suo assistente (difatti io non lo ricordavo all'Everton).saluti

  2. Ottima precisazione, Muttley! Grazie. In effetti, riguardando i libri che ho a disposizione, pare che Imlach all'Everton fosse il coach, si occupasse, dunque, della forma fisica dei giocatori. Il figlio, in una pagina molto divertente del suo libro, ricorda come Imlach divenne una figura caratteristica al Goodison Park: allora era il coach a soccorrere i giocatori infortunati sul campo di gioco, e Gary Imlach ricorda che il padre scattava dalla panchina con il suo spunto caratteristico e la sua velocità ancora incredibile, per raggiungere il giocatore a terra con il secchio e la spugna il più rapidamente possibile.

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