Archivi del mese: maggio 2010

Legends of Nottingham Forest -€” Gary Mills, still crazy after all these years

Come anticipato nel post sulla finale dell’80, c’è ancora un campione d’Europa del Forest che calca i campi di calcio a un discreto livello: Gary Mills, centrocampista offensivo (senza il vizietto del gol), giovanotto ricciolone protagonista della finale di Madrid.

Gary non era titolare, nel Forest, ma in quella Coppa dei Campioni giocò abbastanza spesso. In finale, poi, durante la quale giocò quasi settanta minuti, a 18 anni e 198 giorni divenne il più giovane vincitore della coppa di sempre, un record che mi pare tuttora imbattuto (dal momento che era in panchina anche  l’anno precedente, contro il Malmö, detiene anche il record per il più giovane vincitore della medaglia di Campione d’Europa).

Trevor Francis si infortunò alla caviglia nella fase di preparazione della finale, dopo la fine del Campionato di prima divisione: come detto nel post precedente, quello di Trevor fu solo uno degli inconvenienti che Clough si trovò a fronteggiare nella preparazione di quella difficile finale. In questo caso specifico, decise di sostituire il primo acquisto milionario della storia del calcio inglese con un ragazzino proveniente dritto dritto dalle giovanili, scelto anche in base alla sua straordinaria esuberanza fisica: il Gaffer del Forest poteva essere sicuro che Gary avrebbe potuto correre infaticabilmente per tutta la partita.

La scelta, come molte altre volte, nella carriera del nostro allenatore, si rivelò azzeccata. Gary operò un pressing asfissiante sui giocatori tedeschi (giocando, prevalentemente, a centrocampo, come già detto, in un inusitato 4-5-1), e non concesse a nessuno degli avversari il lusso di poter pensare che cosa fare della palla: la sua partita fu un continuo attaccare, disturbare, entrare in tackle e mettere sotto pressione gli avversari.

Nella sua partita di disturbo, come nei corn flakes, ci fu la sorpresina in fondo alla scatola: fu lui, come ricordava lui stesso nell’intervista al Mail, a trasmettere la palla dalla fascia, prendendola da Gray, a Robbo Robertson, che marcò dopo uno scambio con Birtles.

Come detto prima, il fatto che Millsy salisse a prendere la medaglia di Campione d’Europa da protagonista fu un giusto premio al suo importante contributo alla campagna europea del Forest della stagione 1979-80, in particolare all’inizio della difesa del titolo dell’anno precedente.

Mentre il Liverpool campione d’Inghilterra fu eliminato per la seconda volta consecutiva al primo turno, questa volta dai campioni sovietici della Dinamo Tbilisi, il Forest ricominciò da dove aveva finito: contro i campioni di Svezia.

Questa volta si trattava dell’Öster Växjö, la squadra che era riuscita a superare i vicecampioni d’Europa del Malmö in campionato. L’andata al City Ground si concluse con un 2-0 non comodissimo per i campioni in carica, che strapparono il risultato favorevole grazie a una doppietta di Bowyer nell’ultima mezz’ora, dopo un paio di parate straordinarie di Peter Shilton.

Nel ritorno in Scandinavia, gli Svedesi passarono con Mats Nordgren che sfruttò un grave quanto insolito buco in diagonale di Viv Anderson. Poco dopo, si infortunò Martin O’Neill, e la situazione sembrò farsi spessa. L’ingresso di Gary, in quell’occasione fu spettacolare e determinante: il giovanotto si produsse in una prestazione da Man of the Match, fornendo a Tony Woodcock, tra l’altro, un cross millimetrico solo da mettere in rete per il pareggio: una rete che, in pratica, garantiva il passaggio del turno ai Reds.

Cloughie diede mostra di essere molto sollevato per lo scampato pericolo, al fischio finale. “Non abbiamo giocato affatto bene, ma è stato davvero molto bello vedere Gary Mills. Nessuno, con la possibile eccezione di Peter Shilton, ha fatto così tanto per farci passare al prossimo turno”.

Figlio di Roly Mills, giocatore del Northampton Town che assommò 305 presenze in campionato tra il 1951 e il 1964, Gary entrò nel libro dei record del Forest fin dalla sua prima presenza: aveva solo 16 anni e 302 giorni quando debuttò, indossando la casacca numero sette, contro l’Arsenal, il 9 settembre 1978. Il Forest vinse la partita per 2-1, e Gary diventò il più giovane giocatore di sempre a avere giocato in prima squadra. Il record durò per 23 anni, finché fu battuto da Craig Westcarr, che giocò contro il Burnley nell’ottobre del 2001, 45 giorni più giovane di quanto non fosse Gary al suo esordio.

Il primo gol di Mills arrivò il 15 maggio del 1979, in una vittoria per 2-1 all’Elland Road contro il Leeds United. Anche se giocò per lo più a centrocampo, durante la sua permanenza al City Ground, il giovanotto si dimostrò giocatore molto versatile, abile tanto come mediano recupera-palloni, quanto come centrocampista puramente offensivo.

Oltre che la partita contro l’HSV, Gary giocò anche in un’altra grande finale della storia del Forest, l’ultima, la partita di andata della Supercoppa europea contro il Valencia di Mario Kempes nel novembre del 1980 (allora, infatti, la Supercoppa europea si svolgeva con un doppio confronto durante la pausa invernale). La partita al City Ground finì 2-1, con una doppietta del solito Bowyer che recuperò la rete di Dario Felman. Mills non giocò nel ritorno a Valencia, poco prima di Natale, dove un gol solitario di Fernando Morena condannò il Forest per la regola del gol in trasferta.

Come detto prima, Mills non arrivò mai a segnare con regolarità, soprattutto perché, date le sue caratteristiche, era un po’ il tappabuchi della squadra, e giocava in molti ruoli e posizioni diverse. La sua migliore stagione fu proprio quella successiva al successo di Madrid: nel 1980-81 segnò sette reti. La sua unica tripletta nel Forest la segnò in amichevole, alla squadra NASL dei Tampa Bay Rowdies in tourné in Inghilterra, in un 7-1 al City Ground di fronte a 18.500 spettatori.

Gary giocò per l’Inghilterra a livello di Schoolboy, under 19 e under 21 (2 presenze), ma non vestì mai la maglia bianca della nazionale A. Era anche un ottimo rugbista, e riuscì a vestire anche la maglia bianca con la rosa di Lancaster, sempre a livello giovanile. Lasciò il City Ground nel marzo del 1982, per tentare l’avventura nella NASL, unendosi ai Seattle Sounders, ma tornò a giocare per il Forest nel 1983-84 per un altro quadriennio, fino a assommare 136 presenze in campionato con la maglia Garibaldi.

Il resto della sua carriera si sviluppò, per lo più, nell’East Midlands: un prestito al Derby County, una buona permanenza al Leicester City e al Notts County, squadra con la quale vinse il torneo Anglo-Italiano nel 1995, quindici anni dopo la partita di Madrid, in finale contro l’Ascoli a Wembley, quando il torneo era riservato alle squadre di seconda divisione: oltre a essere il più giovane vincitore di sempre della Coppa dei Campioni, Mills è anche uno dei pochi giocatori al mondo a aver vinto un torneo internazionale ufficiale con due squadre della stessa città.

Mentre spendeva gli ultimi spiccioli di carriera nel calcio professionistico, Millsy ottenne il patentino di allenatore A dell’Uefa, e cominciò a allenare li Grantham Town nel 1997, e, come allenatore-manager, il King’s Lynn; fu secondo al Conventry City, e arrivò, come massimo traguardo da coach, a allenare proprio le gazze di Nottingham, nel 2004; ma non ha mai smesso di giocare attivamente.

In seguito, infatti, è passato, come allenatore-giocatore, nelle squadre “non-leagued” dell’Alfreton Town e del Tamworth, dove gioca e allena tuttora, e dove, l’anno scorso, ha ottenuto la promozione nel massimo livello dell’unleagued football inglese, la National Conference. I grandi rivali del Tamworth sono i ragazzi del Burton Albion, che, proprio mentre Mills portava i primi in Conference National, stavano guadagnando la promozione in Coca Cola 2 sotto la guida di Nigel Clough.

Gary Mills today

La sua conoscenza del gioco, la sua capacità di lettura delle partite, il suo pacato senso dell’umorismo e la sua capacità di essere molto franco e onesto lo hanno reso ospite gradito e popolare dei programmi di commenti alle partite e alle giornate di campionato in diverse radio locali.


Data di nascita: 11 novembre 1961, Northampton

Record nel Nottingham Forest

Presenze: 136 nella Lega, 5 nella FA Cup, 21 nella League Cup, 10 nelle altre competizioni
Gol: 12 nella Lega, 2 nella League Cup
Debutto: 9 settembre 1978 v Arsenal FC (casa, vittoria per 2-1)

Altre squadre di appartenenza: Seattle Sounders (NASL), Derby County, Notts County, Leicester City, Grantham Town, Gresley Rovers, Boston United
Squadre allenate: Grantham Town, King’s Lynn, Notts County, Alfreton Town, Tamworth

Liberamente tratto e tradotto da
The Legends of Nottingham Forest, di Dave Bracegirdle, Breedon Books

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When Cloughie ruled Madrid with Forest

Non si vince una Coppa dei Campioni a Madrid senza essere i più grandi di tutti. Senza essere inquieti, severi, megalomani e geniali. In occasione del trentesimo anniversario della vittoria del Nottingham Forest sull’Amburgo, proprio sul campo del Bernabeu, traduciamo un articolo del Daily Mail pubblicato per la ricorrenza, nel quale Neil Moxley ha raccolto alcuni ricordi di cinque testimoni molto ravvicinati di quell’evento.

È un articolo molto bello, godibile, che restituisce un’idea, seppure vaga, dell’atmosfera che si respirava nello spogliatoio del Forest di quegli anni, e del rapporto che i suoi giocatori avevano con Brian Clough. Si ha l’idea che quell’atmosfera fosse composta da un insieme di disciplina ferrea, spirito di corpo e, allo stesso tempo, approccio rilassato e il più possibile distaccato alle partite importanti, che ricorda molto la frase con cui Mourinho ha descritto l’atteggiamento da tenere nei confronti della sua partita di Madrid: “un sogno, non un’ossessione”.

È una coincidenza trentennale, che Mourinho abbia vinto la sua seconda Coppa nello stesso stadio in cui la vinse Cloughie. E un segno del fatto che, in questo calcio devastato e vile, è davvero il suo unico erede.


Lo stadio Bernabeu ha ospitato sabato la finale tra il Bayern Monaco e l’Inter.

Prima di questa, l’ultima finale ospitata dallo stadio madrileno fu proprio quella del 1980, della quale oggi ricorre l’anniversario, nella quale il Forest riuscì a conservare il titolo di campione europeo conquistato l’anno prima, nella finale di Monaco, contro il Malmoe.

Trent’anni fa.

Gli avversari del Forest erano i tedeschi dell’Amburgo, la squadra che aveva fatto l’acquisto dell’anno, ingaggiando Kevin Keegan dal Liverpool. I tedeschi erano i favoriti, indubbiamente, ma, come sempre, Clough aveva un paio di trucchetti nascosti sotto la sua felpona verde appositamente abbondante.

Il giornalista di Sportsmail, Neil Moxley, ha intervistato quattro dei protagonisti in campo, e uno, ancora molto giovane, che visse quella partita sugli spalti: il match winner John Robertson, l’allora giovanissimo centrocampista Gary Mills, l’attaccante Gary Birtles e il difensore Kenny Burns, insieme a Nigel Clough, figlio di Brian, futuro attaccante del Forest e attuale allenatore del Derby County, che era sugli spalti insieme a tutta la sua famiglia. Tutti loro offrono in questo articolo la loro ricostruzione di quella notte, nella quale, per la penultima volta nella storia, una squadra riuscì a mantenere il titolo europeo.

[Visto che è meno famoso degli altri suoi compagni citati nell’articolo, vale forse la pena di spendere qualche parola su Gary Mills, in attesa di una scheda apposita nella sezione dedicata alle leggende del Forest: nato nel 1961, Mills fece tutta la trafila delle giovanili del Forest, e esordì a sedici anni contro l’Arsenal, nel 1978; disputò da titolare la finale con l’Amburgo, a causa degli infortuni di Tony Woodcock e di Trevor Francis: dopo aver compiuto una mole enorme di lavoro, fu sostituito al 68’ da John O’Hare; rimase al Forest quattro anni, poi si fece sedurre dalla NASL, prima di tornare al City Ground per un altro quadriennio, e di girare, nel resto della sua carriera, altre squadre delle Midlands. Mills è l’unico dei campioni d’Europa del Forest a essere ancora in attività a un certo livello: a quasi cinquant’anni, vero e proprio Stanley Matthews contemporaneo, gioca al calcio come giocatore-allenatore della squadra di Conference National del Tamworth!]

La settimana prima della finale

Gary Mills: La fase di avvicinamento e di preparazione della partita fu… non ortodossa, per usare un eufemismo. Anche se avevo solo diciotto anni, mi ero già accorto dei suoi metodi inusuali. in seguito, avrei visto Brian Clough radunare i giocatori del Forest attorno a un albero, in Austria, e ordinare ai giocatori di prenderlo a pugni. A tutti, compreso Peter Shilton. Quella volta, la squadra passò una settimana a Cala Millor, nell’isola di Majorca. Staccammo la testa per una settimana, non ci allenammo, l’idea era solo quella di rilassarci. E funzionò. Eravamo rilassatissimi, quasi distaccati. Consideravamo la finale una partita come un’altra, non ci pensavamo quasi. La squadra era decimata dagli infortuni: quando ci ritrovammo per andare a Madrid, eravamo solo in sedici. Stan Bowles era stato escluso perché odiava volare, e così non avevamo nemmeno abbastanza giocatori per riempire la panchina.

Gary Birtles: Prima della partita, ci ficcammo in una specie di monastero fuori da Madrid, sulle colline, a parecchie miglia dalla città. Non avevamo strutture di allenamento, e ci arrangiammo senza. Cloughie non se ne curava, voleva solo che continuassimo a rilassarci. Il giorno prima della partita, Peter Shilton, un vero e proprio modello di professionalità, sentì di avere bisogno di un po’ di lavoro, ma non riuscì a trovare nemmeno un fazzoletto d’erba. Uscì a cercare una superficie adatta per allenarsi un po’, e finì in una specie di parcheggio, con Peter Taylor. Dio solo sa che cosa avranno pensato gli abitanti del posto.

Kenny Burns: Avevamo diversi problemi di infortuni. Larry Lloyd doveva allenarsi a parte per curare un infortunio alla caviglia. Come al solito, Larry cercò di convincere Cloughie che stava benissimo e che poteva giocare senza problemi, e, come al solito, il capo non credette una parola di quello che gli diceva Larry; il giorno prima, organizzò una partitella cinque contro cinque e, non appena poteva, tirava qualche calcetto alla caviglia infortunata di Lloyd. Eravamo una squadra rasa all’osso, e il nostro manager faceva del suo meglio per mettere fuori uso la caviglia del nostro difensore più forte proprio appena prima della partita più importante della storia del club. La caviglia di Larry si gonfiò come un pallone, e lui passò tutto il pomeriggio prima della finale con la caviglia ficcata in un secchio di ghiaccio, ma aveva capito che ce la poteva fare davvero.

Il giorno della partita

Nigel Clough: Contro il Malmoe, l’anno precedente, il Forest era nettamente favorito. Quest’anno, tutti parlavano solo di Kevin Keegan. Era il Pallone d’Oro in carica, e quell’anno stava davvero volando altissimo. L’Amburgo era cosiderata davvero un’ottima squadra, in semifinale aveva distrutto il Real Madrid, e tutti gli articoli dei giorni precedenti alla partita erano dominati dai discorsi su Keegan. Arrivai sugli spalti prestissimo, con la mia famiglia, e l’atmosfera era davvero molto differente rispetto all’anno precedente. C’era molta più tensione.

Kenny Burns: Eravamo sfavoriti. Non c’era alcun dubbio rispetto a questo. Ma avevamo una tale fiducia in noi stessi, ma soprattutto l’uno nell’altro, che non vedevamo l’ora di giocarcela.

John Robertson: Mah. Per noi, fu una partita come un’altra. Mi ricordo solo quello che Kenny Burns disse al Vecchio, proprio all’uscita dal tunnel: “sappiamo quello che dobbiamo fare”.

Garry Birtles: Mi ricorderò sempre quello che successe nel tunnel, proprio prima dell’inizio della gara: Burns e Lloyd rivolsero, con calma innaturale, qualche parola terrificante, assolutamente intimidatoria, a Kevin Keegan.

Kenny Burns: Oh, be’, sì, niente di speciale… Larry disse alla stella dell’Amburgo che il suo compito quella sera era di spezzarlo in due e di fargli rimpiangere a forza di calci di essere vivo ogni volta che si fosse avvicinato a meno di dieci metri dalla palla. Poi mi indicò, e io sorrisi a Kevin, proprio dopo essermi sfilato la dentiera.
John Robertson: Sapevamo che, se noi avessimo segnato un gol, eravamo abbastanza organizzati e avevamo abbastanza fiducia in noi stessi per poterlo difendere fino alla fine. All’inizio della partita, noi pensavamo che avremmo giocato il classico 4-4-2. Sembrava la cosa più semplice e immediata.

La partita…

Gary Mills: Dopo dieci minuti dall’inizio, il Vecchio mi urlò: “Millsy, torna a centrocampo!”. Io non capii: “Che cosa?”, gli risposi urlando, e lui mi rispose facendomi un cenno imperioso con l’indice dalla linea laterale, indicando verso il centro del campo. Così feci. Tornai, e giocai accanto a Martin O’Neill. Dovevo attaccare ogni volta che potevo, ma non dovevo lasciare scoperto il centrocampo, e, soprattutto, dovevo coprire Martin quando saliva lui con la palla. Era la prima volta che provavamo a giocare con il centrocampo a cinque. Avevamo sempre giocato con due attaccanti alti. Ma il vecchio aveva capito quello di cui avevamo bisogno.

Nigel Clough: Oggigiorno, tutti usano quella tattica. Ma quella fu la prima volta che il 4-5-1 fu usato in una partita importante, almeno per quel che ne so io. Garry Birtles fece una partita davvero fantastica. Pressava tutti i loro difensori in possesso di palla; un meraviglioso, esempio di altruismo, pieno di coraggio e di dedizione.

Garry Birtles: Fu un colpo da maestro. Cloughie capì, dopo dieci minuti, che eravamo in grave difficoltà a centrocampo. Così, mi lasciò a sbrigarmela da solo in attacco. La mia partita fu una partita di corsa: il mio compito era chiudere sui difensori, in pratica ero la prima linea di difesa. Ma furono i ragazzi là dietro a essere davvero fantastici, quella sera.

Kenny Burns: affrontai Keegan in un tackle durissimo quasi subito, e andammo giù tutti e due. Sia detto a onore di quel piccoletto: si rialzò, e venne a cercarne un altro.

Garry Birtles: Bowyer si divertì con lui quasi come gli altri due… Keegan passò una serata davvero torrida.

E poi, il Forest segnò.

Gary Mills: se mi ricordo del gol? Be’, direi di sì. Frank Gray mi passò la palla, verso l’interno del campo, io gliela restituii, la diede a Robbo, che a sua volta giocò un uno-due con Garry Birtles, e poi si accentrò, cosa che non faceva quasi mai, perché non era capace di tirare di destro, ma quella volta la mise proprio a fil di palo, con un tiro precisissimo.

John Robertson: Sì, segnai, ma non giocai molto bene, quella sera. Mi ricordo benissimo che colpii la palla e pensai: “Secondo me va”, proprio appena dopo il calcio. Be’, allora non potevo pensare che sarebbe stato il colpo decisivo dell’intera finale.

Kenny Burns: Dopo il gol di Robbo, ne diedi a Keegan un paio, di quelle proprio robuste, e gli dissi che ce n’erano molte altre in serbo per lui, dove avevo preso quelle lì. Be’, da quel punto in poi cominciò a giocare sempre più indietro, sempre più indietro…

Nigel Clough: Be’, posso solo dire che al giorno d’oggi Kenny Burns sarebbe rimasto in campo al massimo tipo una ventina di minuti, visto il trattamento che apparecchiò per tenere Keegan lontano dalla nostra porta.

John Robertson: Corremmo pochi pericoli, alla fin fine: le pochissime volte che riuscirono a passare la guardia di Kenny e Larry, Peter Shilton fu quasi ancora più fantastico. Ecco, se devo dire, fu una partita in cui la nostra dote migliore fu una straordinaria disciplina tattica.

Gary Mills: Siamo sinceri, dopo il gol non abbiamo più visto la palla.

Garry Birtles: Alla fine, Keegan veniva a prendere la palla molto basso, sulla fascia destra, per evitare la nostra difesa. Negli ultimi minuti, portai la palla nella zona del corner, per perdere tempo, e la tenni lì un po’, facendola girellare attorno alla bandierina. Lo feci due o tre volte, mi pare, e alla fine Kevin perse completamente la testa: strappò la bandierina del corner e la gettò lontano per la frustrazione. Fu uno spettacolo meraviglioso. Li abbiamo veramente fatti ammattire, quella sera. Cloughie sapeva che ero a pezzi. In effetti, mi ero tolto i parastinchi molto prima della fine della partita, e mi ero calato i calzettoni sulle caviglie, e fu l’unica volta in tutta la nostra storia insieme che non mi sgridò per averlo fatto.

Il dopopartita

John Robertson: La Coppa dei Campioni… era qualcosa che io, da piccolo, non potevo nemmeno arrivare a sognare. La Coppa dei Campioni era per giocatori come Ferenc Puskas e Alfredo Di Stefano. Mi ricordo benissimo quelle partite, che vedevo alla televisione da ragazzino. Ecco, magari arrivare a giocare Scozia-Inghilterra e segnare il gol decisivo: quello era un sogno adatto a un bimbetto come ero io. Ma vincere la Coppa dei Campioni… era come cercare di immaginare la quarta dimensione.

Nigel Clough: Ovviamente, al fischio finale il nostro settore di stadio esplose di gioia. Ma non mi ricordo di avere guardato mio padre, dopo il fischio dell’arbitro. E non mi ricordo di averlo visto nemmeno dopo, quella sera. La nostra famiglia tornò subito a casa, in Inghilterra, dopo quella partita. L’enormità di quello che aveva fatto il Nottingham Forest non sconvolse affatto il nostro menage familiare.

Garry Birtles: Io non sono mai stato così stanco in vita mia. Mi ricordo solo questo, la stanchezza infinita. Dopo la partita, Cloughie disse che avevo corso più miglia di Emil Zatopek. Riuscii a stento a uscire dal campo di gioco sulle mie gambe.

Kenny Burns: Be’, quella volta sì che festeggiammo. Altro che dopo la partita con il Malmoe. Tornati in albergo, sulle colline, potemmo bere quello che volevamo per tutto il tempo che volevamo. Eravamo solo noi, però. Mai, in nessuna circostanza, avremmo potuto avere il permesso di uscire per vedere le nostre mogli e le nostre fidanzate, o di farle venire in albergo. Dopo un paio d’ore, mi ruppi le palle. Chiamai un taxi di nascosto, e uscii fuori dalla finestra, arrampicandomi fin giù. Andai da mia moglie, Louise, a Madrid, e facemmo una festicciola tra di noi. All’improvviso, il presidente, Fred Reacher, mise la testa dentro la nostra stanza, e io dissi “lei non mi ha visto, signor Presidente, non è vero?”, e lui disse “Va bene”, e chiuse la porta.

Gary Mills: Che vi devo dire, sì, io rimasi lì tutta la sera. Avevo diciotto anni, una medaglia da Campione d’Europa in tasca, e Brian Clough mi aveva ordinato di non lasciare l’hotel. Che cosa avrei dovuto fare?

John Robertson: Mah, è vero, un paio di noi disobbedirono al Vecchio e tornarono a festeggiare a Madrid.

Garry Birtles: In circostanze normali, avrei festeggiato con gli altri, o forse, anche, sarei scappato anch’io di nuovo a Madrid. Ma, davvero, non avevo più forze. Finii la più grande giornata della mia vita giocando a Connect Four con Peter Shilton.

Kenny Burns: Be’, a un certo punto dovetti tornare all’hotel dove stava la squadra. Il mio unico problema è che non avevo la minima idea di dove fosse. Tutto quello che mi ricordavo è che era tra le montagne. Alla fine, riuscii a tornare indietro, alle sette del mattino. Un paio dei ragazzi erano già di nuovo al bar, e così mi unii a loro.

Nigel Clough: Avevo 14 anni, allora, ma non mi ricordo proprio di quando mio padre tornò a casa, dopo la finale. Certamente, non portò con sé la coppa. Un paio di volte si portò a casa la Coppa di Lega, ma, davvero, non mi ricordo di aver mai visto la Coppa dei Campioni girare in casa nostra.

Kenny Burns: Pensai di aver scampato le ire di Clough, per avere abbandonato l’albergo della squadra. Vent’anni dopo, stavo bevendo qualcosa con il Vecchio; a un certo punto, lui mi squadrò, e disse “Ehi, Kenny, sai, quella notte a Madrid, quando te ne sei scappato via”. E mi fece una ramanzina coi fiocchi. È stato il più grande. Il più grande di tutti.

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Billy rimane?

In anticipo su quanto previsto e su quanto annunciato su questo blog, con tipico pragmatismo britannico, Billy Davies e il proprietario del Forest, Nigel Doughty si sono incontrati ieri pomeriggio per cercare di risolvere i punti critici del loro rapporto, divenuto teso fin quasi (fin oltre?) il punto di rottura.

L'incontro ha avuto luogo a Londra, e ha avuto come oggetto principale del confronto, a quanto pare, lo scarso appoggio dato dal board alle speranze di promozione del Forest, in particolare con l'assenza completa di rinforzi nella finestra di gennaio, nel corso della quale il Forest si è, piuttosto, indebolito, a causa del termine del prestito di Nicky Shorey, il terzino sinistro titolare, tornato al Villa e poi passato di nuovo in prestito al Fulham.

Dal canto suo, Doughty ha espresso chiaramente il suo fastidio per le — ripetute — esternazioni di Davies, che si è sempre detto pronto a considerare seriamente ogni ipotesi di trasferimento che gli fosse prospettata, fosse pure al Dag&Red: un sintomo intollerabile, secondo il padrone, dello scarso attaccamento di Davies alla squadra e del fatto che l'allenatore scozzese consideri il Forest solo una specie di trampolino di lancio.

Nonostante la distanza tra i due fosse, dunque, abissale, l'incontro di ieri è stato definito "costruttivo": pare che Davies abbia chiesto, come condizione per rimanere, l'arrivo di Pratley, il centrocampista dello Swansea che era stato chiesto dall'allenatore anche a gennaio, un elemento giudicato indispensabile per consolidare un reparto penalizzato dall'avanzare dell'età per McKenna, e il terzino sinistro del Chelsea Patrick van Aanholt, un brillante ragazzo di scuola PSV in forza alla squadra riserve dei Blues, che ha già esordito in PL nelle vittorie contro il Burnley e contro l'Aston Villa. Vedremo.

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Venerdì il colloquio decisivo tra Billy Davies e il board

Per tornare a un'attualità non così appassionante come la storia di Stewie Imlach (anche se ogni leggenda, prima di diventare tale, è stata prosastica attualità), segnaliamo la possibilità, che quasi tutti gli organi di stampa danno quasi per una certezza, che Billy Davies abbandoni con due anni di anticipo la panchina del City Ground, per "divergenze irreparabili" con la dirigenza sulla politica degli acquisti.

Davies si lamentò molto, durante la finestra di gennaio, che il Forest fosse l'unico club, insieme al quasi bancarottato Crystal Palace, a non operare sul mercato, nonostante il fatto che egli avesse esplicitamente chiesto un terzino sinistro per rinforzare la difesa. Dopo l'esito del play-off, nel quale è stato se non decisiva comunque sia molto importante la disastrosa prova di Perch, pare che la rabbia di Davies — unità alla critica dell'allenatore allo sfaldamento di qualche pedina chiave della squadra a causa della tensione — abbia portato quasi a un punto di rottura con il proprietario del Forest, Nigel Doughty, e con il capo del board, Mark Arthur.

Il lavoro sul campo di Davies, giudicato ottimo sin da quando ha rilevato un Forest sull'orlo del ritorno in Coca One dalle mani di Calderwood, è stato caratterizzato, però, da un continuo confronto-scontro con la dirigenza sul tema degli ingaggi e degli acquisti.

Richiesto dagli organi di stampa sulla possibilità che egli possa accettare un'eventuale proposta del Celtic, Davies (un uomo Rangers, per quello che può contare, in questo tempo devastato e vile, una cosa del genere) ha risposto "a questo punto, non credo che esista una proposta che non prenderei seriamente in considerazione". E, inoltre: "Per conto mio, non volterei le spalle a nessun interlocutore interessato, purché si rivolga ufficialmente al Forest e compia gli atti necessari per compensare la mia partenza".

Uno può essere poco avvezzo alle cose di mondo, o accecato dalla passione, ma non può sfuggire il fatto che le dichiarazioni di amore e, soprattutto, di dedizione professionale a una causa, in effetti, sono fatte in modo diverso.

La risposta di Doughty è stata dura. Ha convocato un vertice con l'allenatore per venerdì, nel corso del quale non si possono escludere mosse clamorose, come un licenziamento in tronco o, in subordine, un richiamo ufficiale, condito da relativa salatissima multa, per il tenore delle dichiarazioni rilasciate dal tecnico del Forest.

Visto che le condizioni poste da Davies per rimanere sono un controllo molto più ampio della politica degli acquisti, controllo che il tradizionalmente prudentissimo board rosso non è intenzionato a concedere, l'impressione anche di chi scrive è che venerdì si consumerà l'addio definitivo tra l'allenatore scozzese e il Forest.

Certamente, finché non sarà risolta la questione Davies — o con il suo allontanamento dal club, o con la certezza della dedizione dello scozzese alla causa del club per il resto del suo contratto — la dirigenza non investirà un penny nella squadra. Ci sono voci relative al possibile arrivo del centrocampista dello Swansea, Pratley, per coprire la mancanza di un centromediano di peso, e quello del terzino sinistro del ManU Corry Evans, fratello di James e capitano della squadra riserve, con la formula del prestito annuale.

Se non altro, dal punto di vista delle cessioni, pare che i pezzi pregiati non si muoveranno da Nottingham: è notizia di pochi giorni che il Forest abbia rifiiutato un'offerta di 2,5 milioni di sterline da parte del Celtic per Kelvin Wilson, il nostro monumento difensivo, che, oltre a tutto, è un Enfant du Pays, al pari di McGougan.

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Legends of Nottingham Forest — Stewart Imlach, a true working-class hero.

Si può dire che quasi tutti i grandi trionfi del Forest siano stati caratterizzati dalla presenza, alla estrema sinistra dell‘attacco, di un talento scozzese? Mah, direi di sì.

Il giorno che seguì la finale di FA Cup del 1959, molti giornali concordarono nell‘assegnare la palma di Man of the Match all‘ala sinistra del Forest, Stewart Imlach.

Il nazionale scozzese mise in campo la solita prestazione infaticabile, innalzando allo spasimo le sue già straordinarie capacità di profondere energia e impegno in campo, proprio a Wembley, nel giorno più bello dell‘anno.

Stewart era arrivato al City Ground — non lo indovinerete mai — dal Derby County. Lui, scozzese purosangue, era stato portato al calcio inglese, però, dal Bury, che aveva pagato 150 sterline al suo club dell‘Highland League, il Lossiemouth. 150 sterline era una somma quasi principesca, per l‘epoca, per un dilettante.

Il Forest navigava da ere geologiche nella vecchia seconda divisione, quando Imlach si unì alla squadra, nel 1955, e il club sembrava davvero lontano anni luce da ogni speranza di rimpolpare la magra bacheca. Ecco, diciamo che quelle per lo SMAC non erano le voci di spesa più preoccupanti, per il board del Forest.

Stewie era piuttosto basso — le cronache e gli almanacchi dell‘epoca gli attribuiscono un‘altezza di 5 piedi e 6 pollici, circa 1,68 — ma era baciato dalle due grandi doti che deve avere un'ala come si deve: una velocità e, soprattutto, un‘accelerazione straordinarie, e uno stile di dribbling assolutamente naturale, quasi rilassato,  incurante o sprezzante dei tacchetti avversari, nello stile dei grandi esterni scozzesi.
Gli scozzesi dribbla(va)no come Lester Young suonava il sassofono, più o meno.

Inoltre, cosa che lo rendeva un giocatore di fascia particolarmente moderno, pareva che fosse alimentato da una pila atomica di quelle dei sommergibili nucleari, dalla quantità di lavoro che svolgeva, instancabile, dall'inizio alla fine della partita: insomma, in breve tempo si fece davvero amare dagli appassionati del City Ground.

Segnò cinque reti durante la sua prima campagna con i Reds, ma arrivò a dodici l‘anno successivo, la stagione 1956-57, e contribuì in modo decisivo alla promozione, che avvenne attraverso l‘ottenimento del secondo posto nella classifica della Lega.

Il Forest mancava dalla First Division dalla stagione 1924-25 — trentadue anni! — ma, dopo quella promozione, vi rimase fino al 1971-72, stagione chiusa al 21° e penultimo posto: i successivi cinque anni passati in seconda divisione segnarono, però, con l‘avvento di Brian Clough a metà del quinquennio, l‘inizio di una nuova era per la storia del club, e per la storia del calcio inglese e europeo.

Stewart era, dunque, uno che la metteva dentro spesso; ma la sua prolificità in zona gol, notevolissima per un‘ala (tra il dicembre del 1956 e il febbraio del 1957 si produsse in un record, stupefacente per un esterno puro, di otto reti in otto partite), era la parte minore del suo contributo alla squadra, rispetto al lavoro enorme che riusciva a fare sulla fascia.

La stagione del ritorno in prima divisione, il Forest divenne una delle squadre più divertenti da vedere di tutta la Prima Divisione, con il suo passing game secco e essenziale, veloce e molto piacevole.
Addirittura, il Forest occupò per un paio di giornate la vetta della classifica, alla metà di settembre, dopo una vittoria per 7-1 contro il Burnley.
Stewart segnò due di quelle sette reti, e segnò ancora nella vittoria successiva per 4-3 contro il Tottenham, al White Hart Lane, in quello che fu il millesimo gol del Forest nei campionati di Prima Divisione.

Più di 47.000 persone affollarono il City Ground per la partita contro i campioni in carica del Manchester United, il 12 ottobre del 1957, la partita che segna ancora oggi il record di affluenza per una partita interna del Nottingham Forest e per il City Ground, con Imlach ancora a segno per il gol della bandiera dei Reds, sconfitti 2-1. La sua prestazione, quel giorno, fece una grande impressione all‘allenatore della squadra ospite, il leggendario Matt Busby, che si premurò di segnalare l‘ala (lui, scozzese orgoglioso e purosangue) ai selezionatori della nazionale dal rosso leone.

Sfortunatamente, Busby non poté sedere sulla panchina dei Red Devils nel ritorno disputato all‘Old Trafford il 22 febbraio del ‘58: era ancora trattenuto in ospedale a causa dei postumi del terribile incidente di Monaco, avvenuto proprio due settimane prima: il Forest fu la prima squadra a giocare nello stadio dello United dopo il disastro, e Stewie segnò ancora: fu la prima rete subita dallo United nel campionato di Prima Divisione dal giorno dell‘incidente aereo.

Il suo debutto in nazionale avvenne a Hampden Park, nella primavera di quello stesso anno, il 1958, contro l‘Ungheria ormai orfana dei giocatori della Honved: la partita finì 1-1, ma il debutto di Imlach fu molto convincente; giocò ancora contro la Polonia, in un‘altra amichevole, e fu selezionato per la squadra di Coppa del Mondo per i campionati svedesi del 1958, gli unici, in tutta la storia dei Mondiali, a avere ospitato tutte e quattro le Home Nations nella fase finale.

Stewart Imlach con la maglia blu della Scozia

Durante i mondiali, Stewart Imlach giocò due partite, contro la Jugoslavia e contro la Francia: le sue ultime con la maglia blu.

Stewart Imlach fu il primo giocatore del Forest a essere selezionato per la nazionale scozzese: una tradizione che fu continuata da Archie Gemmill (autore del gol più visto di Youtube, quello leggendario del 1978 contro l‘Olanda), Kenny Burns, e l‘altra grande ala sinistra scozzese della storia del Forest, John Robertson.
Imlach fu uno dei circa ottanta giocatori della storia del calcio scozzese a non ricevere il cap, per le sue presenze in nazionale: fino a tutti gli anni sessanta, infatti, la federazione scozzese consegnava ai convocati il berrettino solo per le partite con le altre Home Nations: Stewart, che aveva giocato solo contro formazioni continentali, ricevette dalla SFA il cap con le sue quattro presenze solo poco prima di morire, dopo una campagna di stampa tesa a rimediare questa ingiustizia.

La stagione successiva, 1958-59, fu la più bella della sua storia di calciatore, e fu anche la più bella della storia del Forest, al di fuori del regno di Brian Clough.

La campagna di coppa non cominciò sotto i migliori auspici, per il Forest: in quel gelido gennaio, il Forest fu quasi eliminato dal Tooting & Mitcham United (una squadra della quale torneremo a parlare in un post su un altro protagonista di quell'annata): sotto di due reti contro i minnows della Isthmian League, i Reds riuscirono a raccattare solo nel finale un 2-2 nella prima partita giocata sulla patinoire dell'Imperial Field, nel sud di Londra, grazie a un'autorete e a un rigore; i Reds passarono il turno nel replay, con un 3-0 al City Ground.
Quella nella FA Cup del 1959 è giudicata la miglior campagna di sempre della piccola squadra londinese.

Nella finale di Wembley, giocata di fronte ai soliti 100.000 spettatori contro il Luton Town (alla sua prima e finora unica finale), Stew fu decisivo in entrambe le reti del Forest: giunto sulla linea di fondo dopo una bellissima discesa, diede la palla dietro a Roy Dwight (zio di Elton John), che aprì le marcature, e poi con una bella azione sulla fascia sinistra smarcò Billy Gray (che divenne il suo capo allenatore alla sua prima esperienza di panchina, al Notts County), che poté crossare agevolmente per la testa di Tommy Wilson, autore del 2-0.

La coppa del 1959 è stampata a lettere di fuoco anche nella storia del Norwich City: allora i canarini erano una formazione di terza divisione, e arrivarono fino alla semifinale, dopo aver battuto anche il Manchester United per 3-0, in una delle partite più sorprendenti della storia della FA Cup.
La corsa del Norwich si interruppe solo contro il Luton Town, al replay: fu la volta nella quale un club di terza divisione andò più vicino alla disputa della finale: mai nella storia del torneo più antico del mondo, infatti, un club appartenente al terzo livello del calcio inglese è arrivato a giocare la partita decisiva del torneo. 

Grande assist-man della partita, Imlach fu ancor più decisivo — e proprio per questo la sua prova fu giudicata straordinaria dai commentatori — come motore instancabile di centrocampo, una volta che il Forest rimase in inferiorità numerica per un gravissimo infortunio subito dallo stesso Dwight, che abbandonò il campo con una gamba spezzata; i Reds dovettero giocare in dieci per circa due terzi della gara: il secondo tempo fu, da parte dei ragazzi del Forest, un‘interminabile "caccia alle ombre", shadow hunting, come si chiama in inglese la difesa strenua di un risultato con avversari che spuntano da tutte le parti, e Stewart fu il cacciatore più assiduo e implacabile di tutti. Era davvero ovunque, predecessore del tappabuchi più famoso della storia, Alan Ball, sullo stesso campo, sette anni dopo, nella finale dei campionati del Mondo contro la Germania. Il Forest riuscì a contenere il ritorno del Luton, che marcò con Pacey al 66', ma non riuscì più a pareggiare.

 

 

Il Forest, con questa vittoria in dieci, sfatò il cosiddetto "Wembley hoodoo", la "maledizione" che contraddistinse le finali degli anni '50, moltissime delle quali condizionate — in un'epoca in cui non erano ancora consentite le sostituzioni — da un infortunio patito da una delle due finaliste, alla fine sconfitte anche grazie all'inferiorità numerica. Addirittura, nella finale del 1957, lo United giocò quasi tutta la partita senza portiere, con Duncan Edwards messo in porta, e fu sconfitto di misura, 2-1, dall'Aston Villa.

I giocatori e la gente di Nottingham, quel giorno, non avrebbero mai potuto immaginare quanto in fretta sarebbe stata smantellata quella squadra così brillante. Solo 12 mesi dopo il ruolo decisivo giocato nella vittoria di Wembley, Imlach passò proprio agli Hatters; in seguito, con un ginocchio malmesso a causa di una cartilagine tolta male, giocò per il Conventry City e il Crystal Palace, finendo la sua carriera nel 1967, con un club al di fuori della Football League, il Chelmsford City: una carriera di 423 partite di Lega, giocate con sei club differenti.

Stewart Imlach ebbe anche una discreta carriera come preparatore atletico: tornò a Nottingham, però dall‘altra parte del Trent, come assistant manager al Notts County guidato, come detto, dalla vecchia gloria del Forest Billy Gray; ma la sua esperienza più significativa come allenatore la visse a Liverpool, sponda Blues: dopo essersi unito alla squadra nel 1969, come secondo a Harry Catterick, lo stratega della vittoria nel campionato del 1970, guidò la preparazione fisica dei giocatori dell‘Everton fino al 1976, sotto Egglestone e Billy Bingham.

Dopo questa esperienza, lasciò il calcio per dedicarsi al suo amato golf.

Fu colpito da una malattia incurabile, che avvelenò gli ultimi due anni della sua vita, e morì nel 2001, a soli 69 anni.

Stewart Imlach ha avuto una fortuna davvero rara: un figlio grande scrittore di sport, nato proprio nove mesi dopo la finale di Wembley della quale il padre fu l‘eroe.
Gary Imlach non vide mai giocare dal vivo suo padre (mentre fu testimone diretto dei suoi anni all'Everton), ma si affezionò alla sua storia, al baule dei ricordi nel quale frugava in soffitta, tirandone fuori maglie, foto e medaglie; attraverso i racconti del padre, si affezionò anche alla storia di quel periodo, in cui, come dice nella bellissima introduzione al suo libro, gli eroi del football erano parte integrante della working-class: guadagnavano poco di più dei ragazzi e degli uomini assiepati sugli spalti, frequentavano gli stessi pub degli appassionati, avevano fatto gli stessi lavori prima di diventare calciatori professionisti e, per lo più, tornavano a fare gli stessi lavori dopo, se non erano così fortunati o così previdenti da riuscire a aprirsi un pub o un negozio in centro.

My Father and other Working-class Football Heroes è un libro bellissimo per ogni appassionato di calcio inglese e per chiunque odi quello che il denaro ha fatto al Beautiful Game; ma, soprattutto, è un libro bellissimo per qualunque tifoso del Forest, per la ricostruzione straordinaria dell‘anno in cui abbiamo vinto l‘ultima FA Cup della nostra storia.

Ma non temete: quella storia la racconteremo anche qui, anche usando le parole che Gary Imlach usa per parlare di suo padre. 


Data di nascita: 6 gennaio 1932, Lossiemouth, Moray, Scozia
Data di morte: ottobre 2001

Record nel Nottingham Forest

Presenze: 184 nella Lega, 19 nella FA Cup, 1 nelle altre competizioni
Gol: 43 nella Lega, 5 nella FA Cup
Debutto: 20 agosto 1955 v Liverpool FC (casa, sconfitta per 3-1)

Altre squadre di appartenenza: Lossiemouth, Bury, Derby County, Luton Town, Coventry City, Crystal Palace, Chelmsford City, Scozia (4 caps)


Liberamente tratto e tradotto da
The Legends of Nottingham Forest, di Dave Bracegirdle, Breedon Books

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Fairytale is over.


Nottingham Forest 3-4 Blackpool
(agg 4-6
 

Nottingham Forest: Camp, Gunter, Morgan, Wilson, Perch (McGoldrick 83min), McKenna(C) (Anderson 78min), Majewski, Cohen, Tyson, Blackstock (Adebola 78min), Earnshaw
Subs not used: Smith, Chambers, Boyd, McGugan
Bookings: Perch 32min
Scorers: Earnshaw 7min, 66min, Adebola 90+1min

Blackpool: Gilks, Crainey, Southern, Evatt, Ormerod(Dobbie 69min), Vaughan,Taylor-Fetcher (Bannan 76min), Baptiste, DJ Campbell, Adam(C) (Edwards 90+3min), Coleman
Subs not used: Rachubka, Clarke, Burgess, Euell,
Bookings: Orrnerod 51min
Scorer: Campbell 56min 76min 80 min, Dobbie 72min

Referee: M Clattenburg
Attendance: 28,358 Away attn:1,925

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Archiviato in play-off 2010

Blackpool 2-1 Nott’m Forest

Ora servirà un'impresa al City Ground. Ricordiamo che nei play-off delle leghe inglesi non vige la regola dei gol in trasferta. Per cui, un pareggio a Nottingham qualificherebbe il Blackpool, qualsiasi vittoria per una rete di scarto porterebbe ai supplementari e agli eventuali calci di rigore, una vittoria per due reti di scarto qualificherebbe il Forest.

La prima metà della gara ha visto un Nottingham volitivo e complessivamente superiore al Blackpool, messo in grave difficoltà dalla velocità degli esterni Tyson e Anderson, e dal passo dei centrali Cohen e Majewski; nel secondo tempo la potenza fisica del Blackpool ha avuto la meglio sul gioco manovrato del Forest, reso ulteriormente meno efficace dalle condizioni pessime del campo di gioco.

Nottingham Forest: Camp, Perch, Morgan, Wilson, Gunter, McKenna(C), Majewski(McGoldrick 78min), Cohen, Anderson, Tyson (McGugan 90min), Blackstock (Earnshaw 78min)
Subs not used: Smith, Chambers, Boyd, Garner,
Bookings: Blackstock 54min, Perch 57min, McKenna 64min, Gunter 75min, Earnshaw 89min
Scorer: Cohen 13min

Blackpool: Gilks, Coleman, Baptiste, Evatt, Crainey, Southern, Vaughan, Adam, Taylor-Fletcher (Burgess 79min), Ormerod (Dobbie 82min), Campbell (Bannan 82min)
Subs not used: Rachubka, Edwards, Clarke, Euell,
Bookings: Evatt 6min, Coleman 54min, Vaughan 71min
Scorer: Southern 26min, Adam pen 57min

Referee: Phil Dowd
Attendance: 11,805, away 1,209

Nell'altra semifinale, il Cardiff City ha battuto per uno a zero il Leicester City in trasferta, mettendo una seria ipoteca, come si suol dire, sulla finale di Londra.



Billy Davis è apparso fiducioso, nella conferenza stampa dopo la partita persa dal Forest, e ha chiesto ai tifosi di sostenere lo sforzo del Forest di ribaltare il risultato nel ritorno al City Ground di martedì.

"Il Forest ha giocato bene nella prima parte dell'incontro, ma non è stato in grado di tenere lo stesso ritmo nei secondi 45 minuti. Nel primo tempo abbiamo avuto un gran numero di occasioni, abbiamo giocato in modo eccellente, e avremmo potuto segnare uno o due reti in più.

"Siamo stati troppo morbidi nelle due reti del Blackpool, e siamo stati troppo discontinui nel secondo tempo, durante il quale non siamo stati in grado di far girare la palla come sappiamo".

"Blackpool è un campo difficile, con un terreno molto molle e lento, sul quale loro giocano meglio: è un terreno che esalta il loro stile di gioco".

"Noi giochiamo un gioco differente, che avremo l'opportunità di sviluppare meglio al City Ground, dove avremo anche il grande supporto dei tifosi".

"Il Blackpool ha una sola rete di vantaggio, e nulla è ancora perduto. Vorrei sottolineare l'importanza che ha per noi avere il sostegno dell'entusiasmo dei fan: vorremmo vedere sventolare i nostri colori, e vorremmo giocare in un'atmosfera elettrica. Sostenete i giocatori, e noi faremo tutto quello che è possibile per andare a Wembley".

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