Archivi del mese: aprile 2010

Giochi di sponda, kleenex e palloni nel Trent

Ragazzi del Forest, avete nostalgia per Brian Roy, per Jason Lee, per Steve Chettle e per Ian Woan?

(Be’, sì, per Ian Woan ho una nostalgia pazzesca anch’io, anche se appartiene a quella genia di tuttosinistri alla Recoba con la voglia di lavorare di uno statale il giorno prima della pensione, che di solito odio. Prima o poi scriverò un post su di lui. Qui e ora, basti ricordare che era, appunto, un fancazzista terrificante, e che era il tizio che batteva le punizioni quando non le batteva Stuart Pearce, quindi, praticamente, quando Stuart era tipo fuori per triplice frattura ossea scomposta e sotto sedazione pesante. In particolare, mi ricordo un gol su punizione da una posizione assurda contro gli Spurs, nel 95-96 — l’anno della migliore stagione europea del Forest del dopo Clough — in un turno della FA Cup, al City Ground; una punizione battuta al limite dell’area di rigore, quasi sulla linea di fondo. Il giornalista, alla fine, gli chiese se avesse mai provato il colpo in allenamento, e Ian gli rispose: “un sacco di volte: ho sempre buttato la palla nel Trent”. Penso che Ian entrerebbe agevolmente nella top-ten dei “più forti giocatori inglesi di tutti i tempi che non abbiano mai vestito la casacca bianca con i tre leoni”).

(Vabbè, nella top-twenty, diciamo).

(Anche per Chettle ho moltissima nostalgia, a dire il vero. Era un “true Clough boy”, Steve, un eroe della Trent End, tredici anni in rosso da difensore centrale; con Des Walker formò la coppia difensiva più forte dai tempi di Burns e Lloyd. Ora è l’allenatore dell’Under 13 del Forest, ma non disdegna di tornare a tirare qualche calcio, non appena può. D’obbligo, prossimamente, un pezzo anche su di lui.

(Jason Lee, invece, me lo ricordo solo perché era soprannominato “ananas” per via della sua capigliatura. Tentò di sostituire Collymore, piuttosto indegnamente, a dire il vero).

Be’, se avete nostalgia per quei ragazzi e abitate nei pressi di Nottingham, non perdetevi la Masters’ Cup di calcio indoor, che non è il calcetto, ma una sorta di calcio giocato su un campo molto grande con le sponde come quello di hockey su ghiaccio che permette carambole e giochetti di sponda da bulletti dell’oratorio, per cui la partita è veloce, poco spezzettata e davvero molto divertente. Si affronteranno un sacco di vecchie glorie (vabbè, sono più giovani di me, a dire il vero…) delle squadre delle Midlands: oltre al Forest, ci sarà il Notts County, gli immancabili Arieti, e il Leicester City. Un sacco di derby accesissimi, dunque. Sono presenti anche due squadre delle Midlands occidentali, il WBA e i Wolves, tanto per fare numero. Il vincitore del torneo parteciperà alle finali nazionali di Londra.

(Ora che ci penso, il fatto che Ananas abbia accettato di giocare il Master con il Forest me lo rivaluta ampiamente).

Oltre ai ragazzi del Forest che vi ho citato, è annunciata la presenza del mitico Dean Sturridge (booooo), che ha girato un po’ tutte le Midlands (tranne che il Forest, naturalmente), ma ha marcato la sua carriera sportiva, soprattutto, con una lunghissima permanenza al Pride Park.

Il tutto avverrà alla Trent Arena, da lunedì 31 maggio, ingresso 7 sterline a serata, praticamente un regalo. Accessori d’obbligo: il blocco per gli autografi, la macchina fotografica per le foto di rito insieme ai vecchi Reds, e pacchetti di kleenex a volontà per asciugare le lacrime. Naturalmente, non mettetevi il mascara.

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Clough hails the new Brian Clough

Per chi, guardando la partita tra Barça e Inter di ieri sera, ha pensato con nostalgia alla barricata eretta da Brian Clough nella finale contro l'Amburgo, e alla partita del Leeds del dopo-Clough contro il Barcellona di Cruyff e Neeskens al Nou Camp, dove Jimmy Armfield organizzò un altro muro storico, quando nessuno dava loro una lira, e portò i suoi vecchietti in finale — non che non pensi di essere l'unico al mondo a pensare con nostalgia a quelle cose — per tutti loro — quindi per me stesso — nel giorno della sua definitiva consacrazione a grandissimo del calcio di tutti i tempi, ripropongo l'unico incrocio di cui io sia a conoscenza tra Brian Clough, il nume tutelare di questo blog, e Jose Mourinho.

Il più grande allenatore dell'era classica del calcio (era che va, a mio avviso, dall'inizio della Coppa dei Campioni all'avvento della Champions League e della Premier League) incoronò come suo successore il più grande allenatore dell'era contemporanea in un'intervista pubblicata dall'Independent il 29 settembre 2004, una settimana dopo la morte del Maestro. Mourinho aveva appena vinto la Champions League con il Porto, e era passato al Chelsea, ma era ancora lontano dall'avere la fama e la statura manageriale che ha ora: ma, anche in questo caso, il vecchio Brian dimostrò di avere la vista lunga.

Mourinho è, a mio avviso, il più grande allenatore dall'inizio degli anni novanta a oggi (è un'opinione, appunto, non verificabile e non confutabile con certezza, ma dibattibile all'infinito nei commenti, se vorrete).

Tra gli allenatori contemponranei a lui comparabili, Ferguson — il cui vero capolavoro da allenatore restano, secondo me, gli anni dell'Aberdeen — ha scelto di diventare il padrone di una società comunque sia grandissima, e ha raccolto meno a livello europeo di quanto non ci si sarebbe potuti aspettare. Prima di morire, Clough, che non lo amava affatto, disse di lui compared to him, I've got two of them, and I don't mean balls. No, si riferiva alle Coppe dei Campioni.

Hiddink e Van Gaal, pure superiori a livello tattico rispetto al guru di Setubal, non hanno l'istinto omicida dello Special, l'istinto che fa di un grande sportivo un fuoriclasse assoluto; Sacchi, pure grandissimo, il padre degli allenatori contemporanei così come Clough fu il punto terminale dei grandi allenatori classici, è stato, in fondo, l'allenatore di una sola squadra. Capello, infine, è stato grandissimo in ambito domestico; ma, dopo aver beneficiato della statura internazionale del Milan di Sacchi, con le altre sue squadre ha sempre fallito le campagne europee, vera pietra di paragone per la statura di un grande allenatore contemporaneo. Senza contare che ha sempre lasciato dietro di sé delle squadre in macerie, al contrario di quanto non hanno fatto gli altri grandi citati in queste righe.
Mou, dal canto suo, dopo il miracolo con il Porto, ha fatto di due squadre messe su a caso da miliardari incompetenti due macchine da guerra animante da inimitabile spirito di gruppo.

È questo il motivo per cui gli altri due grandi miliardari incompetenti del calcio mondiale, i padroni del Manchester €ity e del Real Madrid, lo vorrebbero. Per trasformare il loro agire imbelle, spendaccione e arrogante in mecenatismo acuminato e vincente.
Io spero che Mou resista, e che, quando abbandonerà l'Inter (perché andrà via, a missione compiuta), scelga, per lo meno, una "grande" tradizionale del calcio inglese, Liverpool o Manchester United.
Anche se, naturalmente, il mio sogno impossibile sarebbe quello di vederlo sporgere dalla panchina del City Ground in un nuovo ciclo da leggenda per il Forest, magari con Martin O'Neill al fianco, come una sorta di Peter Taylor.

Anche se, visto il suo gusto nel vestire, dubito che lo potremmo mai vedere sbracciarsi invocando il pressing infagottato dentro una felpona verde di due misure più grande della sua.



Jose Mourinho è stato salutato come "il nuovo Brian Clough" dall'ex manager del Nottingham Forest stesso, in una delle sue ultime interviste.

Clough, la cui morte, avvenuta la scorsa settimana, ha raccolto l'immane e commosso tributo di tutto il mondo del calcio, vinse due Coppe dei Campioni con il Forest, nonostante lo scarso potere economico della squadra dell'East Midlands. Sotto molti aspetti, furono successi comparabili a quello del Porto, condotto da Mourinho alla conquista dell'ultima Champions League, un anno dopo averlo portato a sollevare la Coppa Uefa.

Proprio come "Old Big 'Ead", Mourinho è abbastanza incline a dichiarazioni pubbliche roboanti, avendo detto di sé stesso di essere uno "special manager", poco dopo il suo arrivo a Stamford Bridge. In una recente intervista con il Magazine ufficiale della Champions' League pubblicato questa settimana, Clough ha dichiarato: "Mi piace lo stile di Mourinho, c'è un po' del giovane Clough, in lui. Tanto per cominciare, è un bel ragazzo*; poi, proprio come me, non crede nel calcio delle star. È ossessionato dallo spirito di squadra e dalla disciplina."

"I giocatori devono conformarsi con la sua visione e con il suo stile di gioco, il che è sacrosanto. La sua filosofia è non confondere i giocatori, fare le cose semplici."

Tra le altre dichiarazioni di Brian Clough: "Sono stato davvero rincuorato dal fatto che Porto e Monaco hanno raggiunto la finale di Champions' League, l'anno scorso. Rispetto a Real Madrid e Manchester United, non hanno nulla del loro potere economico e finanziario, e il loro successo è stato molto imbarazzante per un sacco di squadre."

"Io feci la stessa cosa con il Nottingham Forest, vincendo la Coppa Europa per due anni di fila. E lo feci perché ero un buon manager, non sventolando qua e là il libretto degli assegni. Quando vinsi la Coppa dei Campioni, un quarto di secolo fa, non ebbi bisogno di mandare in rovina il Nottingham Forest, per farlo."

The Independent, 29 settembre 2004

 

* Brian Clough ci aveva davvero la fissa di essere un bel tipo. Era davvero un bellissimo ragazzo, da giovane, e un bell'uomo, prima di gonfiarsi e di rovinarsi con l'alcol. È celebre una sua battuta, rivolta alla mitica ala scozzese bi-campione d'Europa, John Robertson, che non era esattamente un Adone: "John Robertson was a very unattractive young man. If one day I was feeling a bit off colour, I would sit next to him. I was bloody Errol Flynn compared to him."
Naturalmente, visto il suo affetto per John, Brian corresse immediatamente il tiro: "But give him a yard of grass and he was an artist. The Picasso of our game."

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Semi-final update

In seguito ai risultati di sabato e di domenica, il Nottingham Forest può ancora arrivare 3° o 4° nella classifica di Lega.

In entrambi i casi, i Reds avranno il diritto di giocare in casa la seconda partita.

Ricordo che nei Play-off della Championship, così come in quelli di tutte le altre divisioni della Football League, non vige la regola dei gol in trasferta, né il privilegio del passaggio del turno per chi è piazzato meglio in caso di pareggio. Si contano solo i gol complessivi delle due sfide, in caso di parità si fanno i supplementari e gli eventuali calci di rigore.

Se il Forest arriverà terzo, giocherà  fuori la prima partita sabato 8 maggio alle 13:45 ora italiana, e il ritorno al City Ground martedì 11 maggio alle 20:45, sempre ora italiana.

Se il Forest arriverà quarto, giocherà fuori la prima domenica 9 maggio alle 14:15, e il ritorno al City Ground mercoledì 12 maggio alle 20:45.

Il tutto dovrebbe essere trasmesso in diretta su Sportitalia, come al solito.

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Championship Team of the Year 2010 -€” 1

Nella tradizione del Forest, tra i grandi giocatori che hanno vestito la original red shirt, portieri e terzini straordinari non sono mai mancati. Nella squadra dell’anno della Championship per la stagione 09-10, dominata, prevedibilmente, dai giocatori del Newcastle, sono proprio un portiere e un terzino a rappresentare i Reds.

Lee Camp (Nottingham Forest); Chris Gunter (Nottingham Forest), Fabricio Coloccini (Newcastle), Ashley Williams (Swansea City), Josè Enrique (Newcastle); Peter Whittingham (Cardiff City), Graham Dorrans (West Bromwich), Kevin Nolan (Newcastle), Charlie Adam (Blackpool); Andy Carroll (Newcastle), Michael Chopra (Cardiff City).

Lee Camp

Lee Camp è una sorta di predestinato al contrario. Nel senso che è nato a Derby nel 1984, da piccolo era un Ram Boy, e ha cominciato la sua carriera nel Derby County.

Per i pochi che non lo sapessero, i Rams (il nick del Derby County, anche se noi preferiamo chiamarli Sheeps) sono gli avversari del Forest nel derby dell’East Midlands, la rivalità più importante e sentita dai tifosi dei Reds; oltre a questa non trascurabile evenienza, il Derby County pare legato al Forest da articolati e bizzarri intrecci del destino, come avremo occasione di dire, ampiamente, in queste pagine.

Molti dei familiari di Lee Camp — come vedremo — erano e sono tuttora abbonati del Derby.

Lee esordì tra le Pecorelle nel 2002-2003, e, al suo primo anno da professionista, vinse il premio per il miglior giovane della squadra, sfiorò quello di miglior giocatore assoluto, e, last but not least, vinse il Brian Clough Player of the Year. Quando si dice il destino.

Nonostante le sue capacità, che lo portarono a diverse convocazioni per l’Under 21 inglese — tra le quali la “leggendaria” partita contro l’Italia per l’inaugurazione del nuovo Wembley —, Lee non riuscì a imporsi come titolare fisso nei cinque anni passati tra i Bianchi. Diverse cessioni in prestito (al Burton Albion in Conference, al QPR, dove ottenne una promozione dalla terza alla seconda divisione, e al Norwich City), con due sole stagioni — su cinque — passate a difendere la porta degli Arieti con continuità.
Nel 2007 passò a titolo definitivo proprio al QPR; dopo una sola stagione al Loftus Road, passò, nuovamente in prestito e finalmente, al Forest appena tornato in Championship, per tre mesi. Una frequenza di trasferimenti che ha contribuito alla leggenda del suo carattere non proprio facilissimo.
Al City Ground divenne subito un beniamino, contribuendo a ottenere punti preziosi per la salvezza: proprio durante il suo trimestre di prestito, il Forest uscì dalla zona torrida delle ultime tre posizioni.

Soprattutto, Campo entrò nel folklore del Forest quando parò due rigori decisivi, tutti e due al quarto minuto di recupero del secondo tempo, in due partite consecutive;  a dire il vero, divenne un feticcio della Trent End soprattutto a causa del primo dei due.

Il primo dei due rigori, infatti, lo parò in casa, proprio sotto la Trent End, contro il Derby County, nell’East Midlands classic, con il risultato sull’1-1 e il Forest ridotto in dieci dopo l’espulsione di Lewis McGougan avvenuta un quarto d’ora prima per una sciagurata entrata a piedi uniti; come se non bastasse, Lee si ripeté qualche secondo dopo, con una parata ancora più difficile, sul corner seguito alla sua respinta del penalty kick.

“Ho dodici parenti abbonati al Pride Park”, disse dopo la partita, “e quando sono rientrato negli spogliatoi ho trovato il cellulare pieno di insulti”.
Come non capirli. Che cosa sono un po’ di geni in comune, in confronto al derby dell’East Midlands.

La partita successiva Campo si ripeté, in trasferta contro il Bristol City, salvando ancora un’1-1.

Due pareggi invece di due sconfitte, due punti essenziali per le speranze di salvezza dei Reds.

Calderwood, l’allenatore della “ricostruzione” dopo la retrocessione in League One, fu esonerato pochi giorni prima dell’apertura del mercato di gennaio, e, con l’arrivo di Billy Davies, che aveva già avuto Camp al Derby, sembrava proprio che il passaggio di Lee al City Ground in pianta stabile fosse cosa fatta. Invece, sorprendentemente, Davies decise di non rinnovare nemmeno il prestito, e Camp se ne tornò al QPR.
Il rumor mill della Trent End macinò tonnellate di ipotesi su questa vicenda: si parlò di pesantissimi scazzi avvenuti tra i due durante il periodo del Derby (come vedete, sono due squadre i cui ingranaggi nel meccanismo della storia del football sembrano davvero contigui), di un giuramento di Camp di non giocare più per Davies, o di un giuramento di Davies di non allenare più Camp, cose così: voci la cui qualità giornalistica fu messa in luce l’estate successiva, quando Davies chiese e ottenne il trasferimento di Campo al City Ground, a titolo definitivo.

Una scelta davvero felice, visto che Camp, quest’anno, ha ottenuto 20 clean sheets su 49 partite; tra dicembre e gennaio ha mantenuto inviolata la rete dei Reds per dieci ore e mezzo; concedendo, nello stesso periodo, una sola rete in sei partite, ha portato il Forest all’illusorio secondo posto in classifica, ottenuto il 16 gennaio 2010 con la vittoria sul Reading.

Le sue prestazioni lo hanno portato alla nomination per il PFA Player of the Year 2010 per la Championship, e all’inserimento, come portiere, nella squadra ideale.

In più, visti i chiari di luna e la scarsa qualità complessiva degli estremi difensori inglesi, è nato su Facebook un gruppo Lee Camp for South Africa 2010, che sponsorizza la convocazione di Lee da parte di Fab per la spedizione africana, e che vede tra i fan, oltre che il sottoscritto, anche il mitico Kenny Burns.

La forza di Lee, più che nella sua abilità, pur non disprezzabile, di shot-stopper, risiede nella tranquillità e nell’autorevolezza che trasmette alla sua difesa e, lasciatemelo dire, ai tifosi del Forest: abituate entrambe, con Smudge, il suo predecessore, forse anche più forte di Camp tra i pali, a subire pesanti crisi cardiovascolari a ogni cross che si dirigesse seppur sommariamente e lentamente verso l’area rossa.
Il limite di Camp è un fisico non eccezionale per un portiere moderno: non tanto come altezza (è 1,85), quanto per la complessione e la struttura.

Campo ha davvero trasformato un reparto che non pareva eccezionale, e che invece, grazie soprattutto a lui, ma anche a Chris Gunter, a Wes Morgan e a Kevin Wilson, è diventato il punto di forza della squadra. Proprio come avrebbe voluto Brian Clough, che, in uno dei suoi aforismi, afferma che “silverware comes thru clean sheets”.

Lee Camp è, di gran lunga, il miglior portiere che abbiamo avuto da anni a questa parte, e le speranze di promozione dipendono, in gran parte, dalla solidità che saprà dare alla nostra difesa.

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Walk around and booze — 1

«Fly me to the moon… Non farmi parlare dei giocatori… Let me play among the stars… lascia che ti dica una cosa… tra pochi anni, i manager non avranno più alcun potere. Saremo superflui… Let me know what spring is like on Jupiter and Mars… Saranno i giocatori a comandare. Avranno guardaroba grossi come case, case grosse come castelli, più auto in garage che in un gran premio di Formula uno. Avranno tanto denaro che non sapranno come spenderlo. Avranno agenti, hair stylist, qualche ragazzetta con una gonna minuscola che si farà pubblicità. Sono felice che non sarò più in giro a sorbirmi tutta questa merda. I manager non potranno più fare un cazzo, e io non potrei lavorare così… In other words, darling kiss me... ehi, non ridere! Sono mortalmente serio».

 

Quando disse queste parole, il tono della sua voce si alzò come quella del Cappellaio matto, e scivolò indietro sulla poltrona, sempre tenendo in mano il bicchiere, in perfetto equilibrio. La canzone sfumò via. «Sono un vecchio brontolone stanco, ormai. Non c'è niente di peggio che stare a sentire un vecchio manager che parla dei giorni di gloria, eh?», disse Clough. «Devo stare attento a che tu non pensi che io rimpiango i tempi dei calzoncini larghi e dei palloni con i lacci. Non è vero. Io vorrei solo un po' di rispetto. Quando mi ritirerò o mi manderanno via, avrò la soddisfazione di sapere, comunque sia, che ho comprato e venduto dei giocatori decenti, e che ho portato in bacheca un po' di argenteria».

Clough guardò intensamente la lista che aveva buttato giù, come se l'inchiostro fosse lì lì per sciogliersi nella carta e scomparire. I suoi occhi divennero vitrei, come se si fossero ricoperti di un velo d'umore acquoso. «Senti, che ne pensi di questa squadra?» mi disse. «Mettiamo Shilton in porta. Anderson e Pearce in difesa sulle fasce. Burns e Walker centrali. Roy Keane, McGovern, Gemmil. Robertson, il mio piccolo ciccione. Francis e Wookcock. Potrei prendere un centravanti, ma anche no. Se solo potessi mandare in campo dei giocatori così, sabato… ragazzi, potremmo essere di nuovo in corsa per qualcosa, eh?».

Clough si scolò il fondo del bicchiere, e se ne versò un altro. «Non ti preoccupare. Non sono arrabbiato, sono amareggiato. È diverso». Guardò di nuovo i nomi che aveva scritto sul foglio, e posò il bicchiere. Si alzò, prese il foglio e lo appalottolò. Per un momento, pensai che stesse per tirarmelo addosso. Invece, lo tirò, quasi con cura, nell'angolo più lontano della stanza. Guardai la traiettoria morbida e lenta della pallottola di carta attraverso la stanza, finché non sparì dalla vista. Sospirò, e posò le mani sui fianchi.
 

Duncan Hamilton, Provided you don't kiss me
 



Fu l'ultima conversazione che Brian Clough ebbe da allenatore del Nottingham Forest con Duncan Hamilton, giornalista di Nottingham che aveva seguito la squadra per tutti i diciotto anni in cui Clough fu manager. Quel sabato, il Forest perse contro lo Sheffield United per 2-0, fu retrocesso in seconda divisione e Brian Clough, il più grande allenatore che la fase "classica" del calcio mondiale abbia avuto, dimettendosi, pose fine alla sua carriera di manager.

 

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