3. “A scruffy, unfit, uninterested waste of time”.

Pensiamo a uno sceneggiatore di filmini sportivi americani decerebrati, di quelli in cui lo sfigato di turno incomprensibilmente per chiunque non solo entra nella squadra della scuola a discapito di ogni handicap psicofisico di cui inevitabilmente patisca, ma arriva a giocarsi la finale dell’interliceale per una serie assurda di infortuni e squalifiche per una metà di compagni di squadra; e non solo, ma batte anche lo home run decisivo, o mette il tiro da tre decisivo, o lancia ottantanove metri per il touch-down decisivo, e conquista la coppa, e il cuore della più bella della classe, sottraendola alle mire del muscolo idiota che lei aveva fin lì concupito.

Ammettiamo che questo sceneggiatore di filmini sportivi per decerebrati scelga, anche comprensibilmente, visto il crescente successo di questo sport negli Usa, di ambientare il filmino nel mondo del calcio. Ammettiamo che scelga il calcio inglese, e che, invece dell’adolescente sfigato, scelga l’altro cliché per questa tipologia di caratteri: il professionista fallito, talentuoso ma dissipatosi tra innumerevoli vizi e infortuni. Ammettiamo che esageri: il protagonista è assolutamente sovrappeso, fuma due pacchetti di sigarette al giorno, si è distrutto una cartilagine del ginocchio che gli è stato rimesso insieme per miracolo, dopo che gli avevano detto che non avrebbe più giocato a calcio, ma gli fa sempre male. A diciassette anni è passato dalla squadra della sua scuola, in Scozia, a una squadretta di seconda divisione, dove, tra infortuni, condizione fisica patetica e lazzaronaggine congenita, langue da sei anni tra giovanili e riserve, girando tutti i più schifosi e fangosi campi d’Inghilterra il sabato mattina, il lunedì o il martedì sera, nelle partitelle tra seconde squadre e tra A-teams organizzate per far tirare due calci al pallone ai paria del calcio britannico.

Il giocatore è in lista di trasferimento, perché chi lo vuole uno così, anche in una squadra che vegeta nei bassifondi della Seconda Divisione inglese. Per lui si prospetta, se proprio gli va di culo, qualche ingaggio in Terza o in Quarta Divisione per qualche anno, giusto il tempo per comprarsi una salumeria in Scozia per quando smetterà; d’altronde, è il mestiere che più si adatta al suo fisico e alla sua mentalità.

Poi, la svolta narrativa del film: in questa squadretta arriva un manager capace e anticonformista; non gli interessano le gerarchie costituite dai suoi predecessori, e vuole vedere tutti i giocatori: li mette alla prova, e intravede dentro il ciccione con il fiato corto per le sigarette e il ginocchio malmesso qualità che nessuno mai prima di allora, nemmeno il ciccione stesso, ha mai nemmeno intuito potessero esservi. Gli dà una possibilità di giocare in prima squadra una volta, il ciccione ansima, ma fa vedere qualcosa di buono. Gli dà una seconda possibilità, e il ciccione, a un certo punto, va via al suo marcatore e mette in mezzo una palla da mettere dentro talmente bella, che sta anche attento di non darla con la valvola sulla fronte, per non rischiare di far male al suo centravanti.

Il manager ha bisogno di un’ala sinistra, merce rara, e il ciccione gioca quasi sempre. La squadra non va benissimo, ma la stagione dopo l’ala (non è più un “ciccione”, anche se il manager che gli ha cambiato la vita continuerà a chiamarlo “Fat Boy”: anche se è sempre grasso, per un giocatore di calcio, è diventato un’ala a tutti gli effetti) non salta una partita, e aiuta la squadretta addirittura a conquistare la prima divisione.

A questo punto il film potrebbe anche fermarsi, se lo sceneggiatore e il regista volessero rimanere nel campo della verosimiglianza. Invece no. Scelgono di portare il loro progetto sul piano della più totale irrealtà, e vanno avanti, sequel dopo sequel: l’anno dopo l’ala sinistra sovrappeso non salta una partita, delle 42 che allora componevano il campionato inglese, e contribuisce in modo decisivo — costituendone la fonte più cristallina di classe e di creatività — all’inaudita impresa della squadretta, che, per la prima volta nella sua storia, da neopromossa, conquista il titolo di campione d’Inghilterra. Pianti, musica trionfante, bacio e titoli di coda, direte voi. No. C’è già pronto il copione per “Fat Boy 3 Europe”.

Solo che, a questo punto, lo sceneggiatore perde completamente il senno: ne film, la squadretta vince le due successive Coppe dei Campioni, e l’ala cicciottella diventa l’eroe delle due finali: nella prima serve l’assist vincente, nella seconda, addirittura, segna lui il gol decisivo, e la squadretta di seconda divisione diventa la penultima squadra, prima del Milan di Capello, a vincere per due volte di fila il più importante trofeo per squadre di club che esista al mondo.

Naturalmente, nessun produttore, naturalmente, finanzierebbe mai una ciofeca del genere. Lo sceneggiatore e il regista verrebbero cacciati fuori dallo studio del tycoon del cinema di turno a calci nel culo dalle guardie del corpo, e il produttore terrebbe lo script giusto per farsi due risate ogni tanto e per qualche occasionale lezione ai giovani su come una storia decente possa essere resa ridicola, quando si vuole strafare.

Questo, naturalmente, solo perché il produttore non avrebbe potuto scritturare Brian Clough come co-protagonista.

“John Robertson was a very unattractive young man. If one day, I felt a bit off colour, I would sit next to him. I was bloody Errol Flynn in comparison. But give him a ball and a yard of grass, and he was an artist, the Picasso of our game.”
Brian Clough

* * *

John Robertson

John Robertson giocò nel Nottingham Forest 243 partite consecutive, dal 1976 al 1980. In questo intervallo vinse un Campionato inglese, due Coppe dei Campioni, e due Coppe di Lega, segnando nella prima di esse la rete decisiva nella ripetizione della finale contro il Liverpool. È considerato il giocatore più forte che abbia mai giocato nei Reds, e una classifica di 442 lo ha messo al 68 posto tra i più grandi giocatori di tutti i tempi. Non male, per un ciccione con il vizio del fumo che a 23 anni stava per smettere di giocare.

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