2. (We all live in a world of) Brian Rice: il giorno che il mulo ammutolì Highbury.

Nel 1987-88, Brian Clough si era ripreso dal brusco e doloroso divorzio con il compagno della sua vita, Peter Taylor, e aveva riportato il Forest a buoni, se non ottimi, livelli. Era una bella squadra che girava intorno al figlio del Gaffer, Nigel, attuale manager del Derby County, e che, in quel periodo, poté contare su un gruppo di ottimi giovani talenti, tutti nazionali inglesi: Walker, Pearce, Hodges e Webb; e che aveva nell’ex Real Madrid (erano gli anni in cui il Forest poteva comprare i giocatori del Real…) Johnny Metgod un cervello possente e acuminato. Era una squadra che per qualche anno cercò di intaccare lo strapotere del Liverpool — ancora il nostro principale e più odiato avversario — di Beardsley e Barnes; quell’anno arrivammo terzi, dietro i Reds e il Man U di un appena arrivato Alex Ferguson, e l’anno dopo ancora terzi dietro Arsenal e Liverpool (fu l’anno del mitico 2-0 allo scadere celebrato da Pitch fever). Insomma, erano anni belli, e solo il bando post-Heysel impedì qualche altra campagna europea al miglior Forest di Brian Clough dopo quello bicampione continentale.

Brian Rice

La stagione 87-88 fu anche una di quelle in cui arrivammo più vicini all’unico traguardo che con Brian Clough non abbiamo mai raggiunto: la FA Cup. Nel terzo turno eliminammo facilmente l’Halifax Town, 4-0 in trasferta; nel quarto, ancora in trasferta, il Leyton Orient per 2-1, nel quinto il Birmingham per 1-0, sempre fuori casa; il sorteggio per i quarti di finale, però, non fu altrettanto generoso, e ci riservò una trasferta a Highbury, contro una squadra che il grande George Graham stava a poco a poco rendendo la più forte d’Inghilterra.

Brian Rice non era tra i giocatori più considerati di quella squadra. Anzi, per molti era il suo punto debole. Scozzese roscio e lentigginoso, Brian aveva i suoi divertiti sostenitori, ma il coro che la Trent End gli dedicava, sulle note di Yellow Submarine, aveva quel tono ironicamente affettuoso che in Inghilterra si riserva ai “muli”, i centrocampistacci che non tirano mai indietro la gamba e che mettono proprio tutto in campo, anche se dal basso delle loro scarse doti tecniche. Tanto per dire, mentre era al Forest girò anche un bel po’ in prestito, a Grimbsy, WBA e Stoke City.

Insomma, era il tipico scarsone, che veniva preso in giro bonariamente, ma solo perché la squadra girava bene e lui la sua legna la portava sempre; e era l’ultimo dei Rossi che qualunque tifoso avrebbe potuto pronosticare come Eroe del giorno in una delle partite più difficili della stagione.

L’Arsenal, prossimo dominatore del calcio inglese, era già fortissimo, ma il Forest di quegli anni non era da meno. Il primo tempo fu piuttosto equilibrato, ma un bellissimo tiro di Paul Wilkinson da poco oltre il limite dell’area ci diede un vantaggio che riuscimmo a mantenere fino all’intervallo.

Il secondo tempo fu un’interminabile sofferenza: l’Arsenal martellò la nostra difesa come un fabbro impazzito, e il fortino del Forest sembrava destinato a cadere da un momento all’altro; come spesso succede in questi casi, il pareggio dei favoriti, soprattutto se sospinti dall’atmosfera pazzesca che i 60.000 di Highbury riuscivano a creare nelle occasioni speciali, avrebbe potuto segnare l’inizio di un crollo verticale.

Il Forest aveva avuto, a dire il vero, una clamorosa occasione per raddoppiare in contropiede, ma Gary Crosby l’aveva sciaguratamente sciupata: solo come un cane a due iarde dalla linea di porta cincischiò fino a farsi recuperare dalla difesa avversaria. A un certo punto, però, uno spirito bizzoso, divertito e tifoso dei Reds decise di impadronirsi del più improbabile dei protagonisti: Brian Rice ricevette un pallone a centrocampo e si diresse maestosamente verso la porta di Lukic, ne attese l’uscita con inaudita freddezza — in uno stadio altrimenti in preda a un totale delirio agonistico —, e lo beffò con un colpo sotto da fuoriclasse brasiliano che gioca per divertimento con i ragazzini delle giovanili. Un colpo talmente fuori dalle sue corde da suscitare l’evidente perplessità di Brian Clough, come si può ben vedere dal filmato. Sarebbe apparso meno strano, agli occhi del Gaffer, se avesse cominciato a recitare Gilgamesh in assirobabilonese.

I tifosi del Forest, assiepati tra le terraces del South Stand e la tribuna West, dopo aver condiviso per un attimo la stupefatta incredulità di Clough, esplosero in un tripudio indicibile. Per una volta, intonarono Yellow Submarine non in segno di affettuosa e divertita presa in giro, ma con gioia, passione e trasporto immensi.

L’Arsenal non si diede certo per vinto, e raddoppiò l’intensità della sua azione: accorciò le distanze a due dal termine con David Rocastle, ma se in una partita si verificano episodi così assurdi, come sa bene chi pratica la metafisica del calcio, vuol dire che la stessa è segnata da un destino inesorabile: il punteggio di 1-2, nonostante il disperato forcing finale dei Gunners, non cambiò più.

La memorabile cavalcata di Brian Rice ci consegnò la semifinale contro il Liverpool, che perdemmo non proprio meritatamente per 2-1.

Dall’altra parte del tabellone, in una semi meno prestigiosa, il Luton Town (nostro avversario nella finale del 1959, alla sua ultima semifinale di Coppa prima che, l’anno dopo, sempre in occasione di una semifinale di FA Cup tra Forest e Liverpool, il calcio inglese cambiasse per sempre) perse contro lo Wimbledon, che poi, a sua volta, in finale realizzò una delle più clamorose imprese della storia della FA Cup battendo i rossi del Merseyside per 1-0.

Brian Rice non è stato uno dei grandi giocatori del Nottingham Forest, no di certo. Ma il duplice ricordo dello straordinario impegno profondeva in ogni partita e di quella leggendaria cavalcata di sessanta metri, in un grigio pomeriggio di marzo a Highbury, hanno fatto sì che la sua memoria abbia attraversato indenne le nebbie del tempo: il coro che ho linkato sopra è stato ripreso poco prima dell’inizio della partita con il Derby County di due anni fa, quella finita 5-2 per noi. Era passato quasi un quarto di secolo da quel pomeriggio nella North London; eppure, prima della partita più importante della stagione, i ragazzi di Nottingham hanno ripensato a quello spilungone scozzese, roscio e con le lentiggini, che nel giorno più bello della sua vita aveva irriso l’Arsenal di George Graham con una fuga di sessanta metri e un colpo sotto da brasiliano. E ditemi voi se questo non è un buon motivo per fare il tifo per il Nottingham Forest. Number 1 is Brian Rice, number 2 is Brian Rice, number 3 is Brian Rice

Annunci

3 risposte a “2. (We all live in a world of) Brian Rice: il giorno che il mulo ammutolì Highbury.

  1. Federico

    Bellissima storia, grazie!
    We all livin’ in a world of Brian Rice…
    Federico.

    • Grazie! Ma il Forest è così, basta spulciare a caso un libro, o anche solo internet, per essere sommersi di storie bellissime, anche se magari non leggendarie. Un po’ tutto il calcio inglese è così, ma mi piace pensare che, anche in questo, il Forest sia un po’ speciale.

  2. This post offers clear idea in favor of the new users of blogging, that genuinely
    how to do running a blog.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...